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L'Oasi dell'Uguaglianza

Scritto da Alberto Arecchi
  • La grande moschea di Ghardaia
  • Il mercato 'all'incanto' di Beni Izguen
  • La piena sullo sbarramento dell'oasi
  • La piazza del mercato di Ghardaia
Una mattina d’inverno di parecchi anni fa. Con alcuni colleghi trascorrevo una vacanza nella vallata dello M’Zab, nel deserto algerino. I miei amici erano scesi nel cimitero e camminavano sulle tombe, per fotografare meglio il santuario di Sidi Brahim. Io ero rimasto in disparte, preferivo “respirare” l’atmosfera del luogo e non “rubarla” con qualche foto.
Un saggio anziano mi si avvicinò e iniziò una lunga conversazione, con toni pacati ma severi. “I tuoi amici non fanno bene – diceva – a calpestare le tombe dei nostri antenati”. Il vecchio, tuttavia, non voleva affrontare i profanatori: la sua legge gli avrebbe imposto un atteggiamento troppo duro. Preferiva guardarli con gravità e lanciar loro un messaggio, per mio tramite. Un messaggio che non venne ascoltato, anzi fu quasi deriso.
Poco dopo l’anno Mille, il patriarca Sidi bu Gemma fuggiva con un gruppo di seguaci dalla città berbera d’Isedraten, attaccata dagli arabi dell’emiro El Mansùr. I fuggiaschi appartenevano alla setta degli Ibaditi. Considerati puritani e fanatici dagli altri musulmani, gli Ibaditi ritengono che la volontà di Dio si esprima tramite l’opinione democratica di tutti i fedeli, e che chiunque possa diventare Califfo, “anche uno schiavo abissino”, purché sia il migliore di tutti i credenti. Presso di loro, chiunque può accedere alle massime cariche civili e religiose per i propri meriti, indipendentemente dalla nobiltà delle origini.
Gli Ibaditi in fuga s’inoltrarono nel deserto, lungo il corso del torrente (wed) M’Zab, che scende verso oriente a perdersi nelle sabbie d’una gran depressione, e raggiunsero una vallata rocciosa, apparentemente inospitale, che offriva però un rifugio sicuro. Sidi bu Gemma s’innamorò d’una donna locale, che viveva in una grotta, e si stabilì in quei luoghi.
I discendenti di Sidi bu Gemma sono conosciuti come Mozabiti, dal nome di quel corso d’acqua. Hanno creato un mondo esclusivo in una fossa, scavata dalla natura sotto la quota del deserto, con un orizzonte ben delimitato che li isola dal mondo esterno. Un grappolo di cinque città, arroccate su coni rocciosi ai lati del wed. Una delle realizzazioni più incantevoli dell’ingegno e della fede dell’uomo. Gli orti, i palmeti, le città, le case, gli individui, dialogano direttamente col cielo eternamente terso. Solo dalla cima dei minareti e delle torri di guardia si può gettare lo sguardo lontano, sulle distese desertiche.
I Mozabiti evitano ogni decorazione nelle costruzioni. Sulle loro moschee non appaiono nemmeno i classici motivi calligrafici, con versetti del Corano. Le donne vivono ai piani alti e sulle terrazze, in una vera e propria “seconda città”. Escono di casa completamente velate e osservano il mondo con un occhio solo (ora l’uno ora l’altro, a turno, per non stancarli troppo), stringendosi accuratamente il velo con la mano, di fronte al volto.
Per ragioni egualitarie, i Mozabiti non scrivono i nomi sulle tombe dei morti. Per riconoscere i propri defunti, le famiglie contrassegnano le tombe con vasi e cocci di terracotta: un uso che richiama l’antica Cartagine e le tradizioni berbere.
Consuetudini pre-islamiche, religiose e magiche, affiorano qua e là dalle usanze femminili: le donne non disdegnano di recarsi a pregare sulle tombe dei santi e di accendervi lumini ad olio, scrivere frasi augurali e imprimere segni di mani – con le cinque dita aperte – sugli intonaci, sui muri delle case. L’Islam ha “consacrato” quei segni, affermando che si tratta della mano di Fatima, la figlia del Profeta. Antichi culti permangono nelle grotte dei palmeti: si dice ne esistano di meravigliose, dove si può entrare in contatto con altri mondi... aspetti di religiosità berbera primitiva, legata al matriarcato, che il puritanesimo ibadita nasconde, ma non ha potuto cancellare.
Ho conosciuto la Valle dello M’Zab quando insegnavo in Algeria. Ho scoperto la meravigliosa sinfonia d’accordi dell’architettura mozabita, la modulazione di spazi e di materiali in un equilibrio che spesso appare precario, ma sempre molto meditato, elegante nella propria semplicità. Una buona architettura, bella e semplice, diventa monumento, pur senza volerlo. È questa la vera grandezza dell’architettura mozabita. Su quelle moschee, quei mausolei di santi, quelle tombe e quei minareti che si ergono verso il cielo come capezzoli o come bianche dita, ma soprattutto su quelle case, in cui nessuno spazio è superfluo, aleggia il mito di Le Corbusier, il grande architetto che negli anni Trenta vi trovò ispirazione per un’architettura “a misura d’uomo”.
Ho imparato ad amare le fresche notti nel palmeto, scandite dai fruscii di piccoli animali e dall’improvviso esplodere dei richiami alla preghiera, da parte dei muezzin. A gustare il té alla menta e ad ascoltare i discorsi teologici d’un vecchio saggio, mentre il sole cala dietro i bordi del deserto.
Quante volte sono partito la sera per andare a trascorrere il week-end nello M’Zab! Viaggiavo in auto per tutta la notte, oltrepassavo la montagna, dove al lume di lampade a petrolio si servivano rapidi ristori ai viaggiatori. Dopo otto ore di viaggio notturno, sfidavo i primi raggi del sole che sorgeva sul deserto, per immergermi nelle ombre della vallata, prima che fossero dissolte dalle luci e dai rumori del mattino. Mi attendeva un breve ma profondo sonno ristoratore, in un patio “a misura d’uomo”.
Il patio lì si chiama west-ed-dar, il centro della casa. I letti sono scavati come nicchie, lungo le pareti. Un luogo domestico che diventa familiare per chiunque, lontano da ogni frenesia di vita. Un quadrato di cielo, che sembra appartenere soltanto agli abitanti di casa. La tradizionale casa araba, come quella greca e più in generale la casa mediterranea, non ha finestre aperte su vie rumorose, ma dialoga direttamente con quell’esclusivo fazzoletto di cielo. Quando un uomo è in casa propria, vede soltanto la casa e quel brandello di cielo, appena frastagliato dai rami di qualche palma.

Tags: Ghardaia, M'Zab, Sahara, Mozabiti, Berberi
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