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Cairo

Scritto da UBERTO TOMMASI
  • Passato e futuro
  • cimitero mamelucco
  • mercato cairota
  • Vicolo del mortaio
CAIRO
di Uberto Tommasi

Viaggio nel grande mercato cairota dove lo scrittore (premio Nobel egiziano) Naghib Mahfuz ambientò il suo “Vicolo del mortaio) e nella “Città dei morti” dove tra le tombe di in un antico cimitero mamelucco vivono trecentomila abitanti

Khan al-Kalili – Il grande mercato, che ha preso il nome da Garkas al-Kelili, scudiero del sultano Barquq, è il cuore commerciale del quartiere, ed è immenso, ma solo gli stretti vicoli dell’area originale del Khan ne rappresentano il cuore. Questo luogo un tempo era sede dei serragli, dove sostavano, protetti da guardie armate, le carovane dei mercanti che giungevano in città da tutto l’immenso territorio del nord Africa. Ancor oggi è possibile vedere in una trasversale di Sharia Muski, al livello alto di un palazzo, gli alloggi disposti attorno ad un cortile dove riposavano gli animali.
Ci facciamo portare dal taxi nella sharia Al-Azar, passiamo davanti alla serie di pittoreschi ristoranti che occupano il primo piano dei vecchi palazzi e ci infiliamo da Abu Ali, un caffè che confina con il grande bazar, speciale per vari motivi. Il primo perché in esso si concludono molti degli affari del mercato, poi perché è un luogo fresco in quanto la sua terrazza è interamente coperta da un grande ficus sotto la cui ombra si può sorseggiare un tè alla menta fumando le shisha (pipe ad acqua), ed infine perché ai suoi tavoli è facile trovare qualche intellettuale in fuga dal traffico e dalla frenesia del nuovo Cairo.
Ed è così che non ci mettiamo molto a far amicizia con Hussein, un poeta egiziano che parla correntemente il francese avendo abitato a Parigi per anni.
Dopo i primi scambi di opinione gli chiediamo di farci da guida nel “Vicolo del Mortaio” reso famoso dal libro, pubblicato nel 1947, di Naghib Mahfuz, considerato uno dei migliori scrittori del mondo arabo ed insignito nel 1988 del premio Nobel per la letteratura. In esso Mahfuz aveva dipinto un vivido ritratto dell’umanità dolente e spesso molto misera che, negli anni della seconda guerra mondiale, abitava nella viuzza.
Attraversiamo parte del labirinto nel quale si sviluppa il mercato, distraendoci nell’ammirare l’infinità di negozi che raggruppati ricordano i bazar delle favole, luccicanti di chincaglierie e monili preziosi, annusando l’odore acre di spezie ed osservando il lavoro degli artigiani che, come in una nicchia atemporale, tingono stoffe, intagliano legni ed avorio e cuciono vestiti dai colori sgargianti. Ascoltiamo incuriositi clienti e venditori contrattare i prezzi delle merci: bichem? (quanto costa?), ghaly! (costa troppo!), tamem! (daccordo), sahbii (amico)...
Assorbiti da tanto spettacolo non ci accorgiamo che la nostra guida si è fermata e ci guarda sorridendo. Usciamo dal momentaneo incanto per scoprire che ci troviamo proprio di fronte al famoso vicolo. Lo percorriamo ascoltando Hussein ricordarci le parole del libro di Mahfuz, in particolare dove egli racconta della delusione e tristezza dell’ultimo poeta che per due miserabili ghinee declamava le sue storie nel caffè Kirsha, apprendendo di essere stato sostituito dalla radio. Stimolato dalla voce commossa del nostro accompagnatore, anche lui poeta, ci pare di vederlo andar via “seguito dal ragazzo che portava la rababa ed il libro”. Per un momento fantastichiamo sovrapponendo i personaggi del libro, agli attuali frequentatori. Poi riprendiamo la nostra passeggiata fino alle antiche porte della Cairo, sotto i cui archi i mamelucchi appendevano i ribelli.
Strani personaggi, gli appartenenti a questa razza asiatica, che da schiavi erano divenuti i padroni del grande Egitto.
Essi non riconoscevano la discendenza ereditaria, ma solo il potere delle armi e passavano il tempo a lottare fra di loro gareggiando nell’esibire ori e vesti preziose, tenendo oppresso il paziente popolo egiziano. Di loro, uccisi o cacciati dal Cairo, a ricordo rimangono le più belle costruzioni islamiche della città.
Terminata la passeggiata ritorniamo al caffè Abu Ali, dove davanti al solito tè alla menta ascoltiamo i racconti del poeta, come un tempo facevano gli abitanti del “Vicolo del Mortaio”

“LA CITTA’ DEI MORTI”, ANZI, DEI VIVI
Al-Qarafah – Al di là della superstrada Salah Salem, il cimitero mamelucco, visto dall’alto, ci appare come un luogo surreale, con le tombe monumentali intramezzate da numerose abitazioni installate nei sepolcri più modesti. All’aeroporto mercanteggiamo con un tassista, poco convinto di portare la sua fiammante Mercedes in visita alla “città dei morti”, un luogo che i signori del paese avevano iniziato a costruire nel XIV secolo, fuori dalle mura della capitale, che allora contava 500.000 abitanti.
Oggi la megalopoli, nella quale dicono che di giorno vivano 20 milioni di persone (16 milioni i residenti), ha inglobato anche il colossale cimitero che, in cinquecento anni, cioè fino alla conquista di Napoleone del 1798, si era espanso coprendo una superficie approssimativa di 20 km X 10 km.
Il tassista, guardandoci con la coda dell’occhio, per vedere se cambiamo idea, ci racconta che il luogo è abitato da 300.000 persone.
Lì per lì, immaginiamo una bolgia dantesca, ma non rinunciamo all’avventura. Poi le nostre perplessità svaniscono mano a mano che ci addentriamo nella zona. Infatti, gli abitanti dello straordinario spazio ci appaiono socievoli e ben disposti anche a farsi fotografare. In prossimità dei vicoli più stretti ed ingombrati da macerie, lasciamo il taxi ed il suo preoccupato pilota, parcheggiati all’ombra del muro di una tomba monumentale, e proseguiamo a piedi sotto il sole cocente delle quattro del pomeriggio.
E così, senza sentire né la stanchezza né i morsi del solleone, iniziamo a sfogliare questa città-libro, dai fogli di pietra in cui i fantasmi dei guerrieri mamelucchi convivono con i vivi, un luogo dove non dovrebbe mai entrare chi teme le raffiche di irrazionalità o le coincidenze pietrificanti.
La via, incorniciata senza interruzioni dalle facciate arabescate delle tombe, parrebbe torbida e malinconica, con un alone di lugubrità e sfacelo, se da ogni parte non si presentassero i segni forti di una vita prorompente, come lo possono essere gli occhi neri e vivi di decine di monelli e quelli enigmatici, inafferrabili ed atti agli “stregamenti” delle donne egiziane, mentre il silenzio è rotto dal vocìo degli uomini intenti attorno ad un’auto dai colori sgargianti, sospesa sopra dei crik, forse in riparazione o magari rubata ed in fase di camuffamento. Qua e là intravediamo divani sfondati, tappeti sgargianti, narghilé, posti in tende aperte ai lati ed aggrappate ai sepolcri, raccolte di sedie rotte, ricambi d’auto, pneumatici e tutto il diluvio di oggetti scartati dalla grande città.
Dei bimbi di quattro, cinque anni, in equilibrio sopra il muro di una tomba, impegnati nello sforzo di far volare un aquilone guardano passare un jet in fase di atterraggio con aria di sfida, senza preoccuparsi che probabilmente mai potranno accedere alle scuole necessarie per diventare piloti.
Dei fiori, sofferenti per la mancanza d’acqua, ma vivi e colorati, posti sulle finestre, aperte nei muri delle tombe e decorate da mirabili inferriate di ferro battuto, rompono il ferale umore delle parvenze di pietra che dividono la città dei vivi da quella dei morti.
All’improvviso la folla si infittisce e ci giriamo, in cerca di una sicurezza, cercando la sagoma bianca della Mercedes, che non è più nel luogo dove l’avevamo lasciata. Restiamo un po’ pensierosi, anche perché abbiamo lasciato i nostri bagagli nel suo baule. In quel momento, forse cogliendo il nostro attimo di smarrimento, uno degli abitanti ci apostrofa invitandoci a bere un tè seduti sopra un fatiscente divano rosso sistemato in strada. accettiamo esitanti, ma dopo un po’ ci lasciamo coinvolgere da una chiacchierata che si svolge in globish, l’inglese approssimativo ed universale che funge in gran parte del globo da esperanto. Ed è sorseggiando la bevanda nazionale, arricchita da foglie fresche di menta strappate dal giardino di una tomba, che per un po’ dimentichiamo il taxi ed i bagagli, esercitandoci in nell’antico rito di esibire i ritratti dei figli, nel quale gli uomini di qualunque paese e razza diventano uguali. Poi il motore, esasperato dal sibilo dell’aria condizionata, del diesel della Mercedes, ci riporta alla realtà. E così anche il pilota dell’auto, che confessa di essere uscito dal cimitero perché gli pareva che dei ragazzi si stessero appassionando troppo alla sua vettura, si fa coinvolgere, abbandonando il ritegno di chi appartiene ad una casta sociale superiore a quella degli abitanti del ghetto.
E’ tardi quando lasciamo il luogo mentre il sole rosso del tramonto muta la fila interminabile delle tombe in una bellezza fiabesca, un prodigio di luce e colori indimenticabile, come sarà difficile dimenticare il tè sorbito nella città dei morti, anzi, dei vivi.


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