Prenota tra più di 200.000 strutture Prenota

In Libiærtà la Libia in Auto

Scritto da maurizio serafini
  • Il teatro romano di Leptis Magna
  • Scorcio di Ghadames
  • Pitture rupestri all'Acacus
  • I laghi di Ubari
La notizia straordinaria è che in Libia sta iniziando finalmente la stagione dei viaggi individuali. Ancora occultata, specie dalle agenzie turistiche che ovviamente perderebbero profitti, abbiamo sperimentato il piacere di girare per un paese ancora tutto da scoprire senza guide né accompagnatori. Basta avere le giuste entrature. Diffondo, per gli interessati, tutto ciò che è necessario per realizzare un viaggio affascinante, inaspettatamente sicuro e poco costoso. Siamo partiti con la nostra auto. Ci si imbarca per Tunisi con la compagnia Medmar da Trapani o da Napoli (occhio che la nave parte solo se raggiunge un certo numero di passeggeri). Meglio la compagnia Grimaldi che parte da Civitavecchia. In Tunisia, a parte le lungaggini burocratiche alla frontiera per ottenere i documenti dell’auto (lo fanno per evitare la vendita delle macchine) non ci sono altri problemi. Gli italiani potrebbero entrare anche con la carta d’identità. Per entrare in Libia invece occorre ottenere un carnet de passage, una targa libica e un’assicurazione per l’auto. Il visto personale lo rilasciano alla frontiera, ma attenzione bisogna farlo vidimare dalla questura di Tripoli entro la prima settimana di permanenza (è una pratica che potete far fare direttamente agli alberghi). Noi abbiamo preso contatti dall’Italia con una guida libica, nostro amico, Khaled Bashir che parla italiano. Lui ci ha messo in contatto con l’agenzia libica Alawy Tours che offre i servizi di frontiera. Attenzione: sono necessari. La compilazione di un’infinità di documenti va fatta tutta in arabo. Via mail abbiamo spedito dall’Italia l’itinerario, i tempi previsti, il giorno di arrivo alla frontiera, la copia dei passaporti, un form mandatoci dall’Alawy e il libretto di circolazione della macchina. Siamo arrivati alla frontiera e tutti i documenti erano pronti. Costo del servizio 350 euro. Considerate che all’uscita della Libia, riprenderete 50 euro al momento della riconsegna della targa. A Tripoli, l’albergo Bab Al Jadeed, per una doppia prende 40 dinari a notte (1 dinaro equivale circa a 0,6 euro) ed è stato il massimo pagato per una camera. Tutta la segnaletica stradale è in arabo per cui vi consiglio di preparare in Italia dei fogli con i nomi delle principali località scritti in latino e in arabo. I libici sono cortesi, timidi e per nulla invadenti. Non tergiversate quindi nel chiedere informazioni. Faranno sempre il possibile. E’ importante farsi rilasciare dall’Alawy un foglio scritto in arabo con su scritto i dati dei passaporti e l’itinerario che state seguendo e farne poi almeno una decina di fotocopie. Nei posti di blocco della polizia e negli alberghi ne tratterranno sempre una copia. Le strade asfaltate sono tutte ben tenute e facilmente percorribili. I distributori di benzina dislocati in tutto il territorio. Se avete un mezzo a gasolio portatevi delle taniche e tenetele sempre piene. Non tutti i distributori ce l’hanno e può succedere che qualcuno l’abbia esaurito. Questo perché quasi tutti i mezzi vanno a benzina. Il costo del carburante è dieci volte più basso di quello italiano. Meccanici e gommisti sono in ogni centro abitato. I pezzi di ricambio solo nei centri più grandi. Se non avete una 4x4 evitate di abbandonare la strada asfaltata. Puntualmente ci si insabbia. Per girare nei meravigliosi deserti del sud conviene affittare un fuoristrada guidato da qualcuno che conosce bene la zona. Ad Al-Awaynat vi consiglio di prendere contatti con Ramadan Shekh e chiedergli un autista tuareg. Noi abbiamo avuto Assan Maha che ci ha fatto vedere cose straordinarie. Il costo del fuoristrada con autista è da 90 a 120 dinari al giorno. Nelle aree desertiche del Jebel Acacus, del Mahadrat e del Murzuq sono necessari tenda e sacchi a pelo. L’esperienza delle notti nel deserto è assolutamente da non perdere. Fondamentale un fornello da camping con relative pentoline. Noi ci siamo portati dall’Italia anche olio d’oliva, sale, zucchero, caffè, tè, spezie, riso, biscotti e fette biscottate. Frutta, verdura, uova e pane in Libia sono ottimi. L’acqua minerale si trova ovunque. Ne è necessaria una scorta prima di affrontare il deserto. Nelle città abbiamo invece mangiato benissimo nei ristoranti. Possibilmente evitare un viaggio in Libia nei mesi di luglio e agosto. Le temperature sono insopportabili. Aprile/maggio e ottobre/novembre sono i mesi migliori. Venti giorni almeno sono necessari per visitare la Libia decentemente ben consci che comunque si tratta di un’avventura. Lo stesso Khaled dice: “La Libia è per i viaggiatori non per i turisti”. Perlomeno non ancora.

TRIPOLI
Tripoli parla ancora italiano. Dall’arco di Adriano alle marmoree architetture fasciste; la fontana della gazzella, il banco di Roma, la villa di Italo Balbo, l’Aurora. L’Eni è di casa. Due volte l’anno ci sono fiere di prodotti italiani. I maggiori numeri di turismo vengono dall’Italia. Gran parte degli anziani conosce ancora la nostra lingua. E curiosità: moltissime sono le parole italiane usate nel comune linguaggio arabo, specie nel settore trasporti e meccanica. Paraurti in libico si dice paraurti, come strada, spinterogeno, parabrezza, freccia, batteria, ecc. Nelle officine meccaniche si parla ancora italiano. Gasolio si dice nafta. Per il resto lasciamo perdere. Nonostante il passato luttuoso provocato dall’Italia, anche la moderna Libia sembra ispirarsi allo stivale. La segnaletica stradale ha gli stessi colori: verde in autostrada e blu per le statali. Gli spartitraffico delle strade a quattro corsie hanno gli stessi oleandri. E il palazzo della rivoluzione voluto da Gheddafi ha avuto un architetto che sicuramente si è molto documentato sui progetti dell’Italia anni trenta. Insomma in Libia ci vogliono bene. A proposito del colonnello: le sue immagini, le sue foto campeggiano ovunque. Pannelli grandi come palazzi lo ritraggono come un dio che produce addirittura strali di luce. Sguardo fiero, mento proteso al cielo verso un futuro luminoso. Nelle banconote, nelle foto, in ogni ufficio o in ogni negozio (chiaramente è obbligatorio). Negli incroci, nel deserto, nelle industrie, nelle scuole, negli ospedali. Il cuore della città è la Medina, il quartiere popolare, il suq. Un intreccio di stretti vicoli spesso coperti da foglie di palma. Ogni via è specializzata: i merciai, i ciabattini, i sarti, i venditori di tappeti, i battitori di rame. Dalle moschee risuonano per le viuzze le chiamate alla preghiera del muezzin. Si respira aria sana: nel senso che i libici sono brave persone, educati, discreti. Mai un eccesso, una prevaricazione. Non ci sono mendicanti, ne asfissianti mercanti. Non speculano sui turisti anche perché il turismo qui è giovane. I prezzi sono onesti e non si usa fare estenuanti trattative. Amano mostrare ciò che vendono, perdendo tempo anche in spiegazioni tecniche, ma non si offendono se non si compra nulla. Non giudicano, non fanno commenti alle spalle. Sono molto gentili. Fieri di far conoscere la parte migliore del proprio paese e aperti ad ogni forma di interazione intelligente e rispettosa. Scopriamo scorci di straordinaria bellezza. Ad esempio i caravanserragli, vecchi alberghi per i carovanieri. Nascosti, sempre vicino alle moschee, mantengono intatto il fascino del colonnato che cinge il cortile dove sostavano gli animali. Quelle che una volta erano le camere ora sono negozi di gioielleria per lo più. Al ballatoio si accede per una stretta scalinata e per un attimo riassaporiamo l’alito del vento dimenticato nelle strette viuzze sottostanti.

LEPTIS MAGNA
La planimetria della città romana è ancora intatta. Nonostante inevitabili crolli alcune strutture rimangono quasi integre. Entriamo nella Roma di Adriano e di Settimio Severo. Le strade lastricate si snodano per chilometri fino al porto marino. Il mare blu intenso, le dune di sabbia e l’incolta vegetazione cingono Leptis Magna. Incredibile ma vero: giriamo in estasi tra le marmoree costruzioni romane tutto un pomeriggio fino al tramonto e non incontriamo nessuno. La beauty farm per gli antichi romani era una conditio sine qua non. Nelle terme di Adriano c’è la palestra, la piscina, la sauna, il frigidarium, il tiepidarium, il calidarium. Accanto agli spogliatoi le latrine pubbliche ammirate per le sedute in marmo e per gli ingegnosi scoli. Vicino il ninfarium, palazzo con fontana delle giovani bellezze e i simboli fallici della porta bizantina luogo di lavoro delle meretrici. Straordinari i fori, pubbliche piazze dove circolavano notizie, decisioni politiche, filosofi e semplici conversatori. Imponente la cattedrale dei Severi. Pressocchè intatti il teatro e l’anfiteatro (da rimanere a bocca aperta per la loro geniale concezione). Affascinanti il porto e il mercato. E a perdita d’occhio templi, abitazioni patrizie e plebee, archi, strade lastricate, scalinate. Le grandi statue e i mosaici più belli sono stati portati al Museo Nazionale di Tripoli. E sebbene spogliata di tanti capolavori (anche per colpa di trafugatori) la città mantiene intatta la sua grandiosità. E quanto c’è da scoprire ancora.

GHADAMES
Al crepuscolo vediamo Ghadames, il gioiello del deserto. S’annuncia l’oasi. Palme di datteri. Giardini rigogliosi. All’hotel Winzrik, c’e’ Muin, amico di Khaled. Bel ragazzo, inusitatamente alto, assorto spesso nei suoi vocabolari confusi. Ecco Mohamed, timido, dallo sguardo basso, sempre sudato e attivo. Giovane, più silenzioso, dolce. Ha le chiave di tre/quattro case della città vecchia. Da duemila anni i suoi nonni vivevano dentro le mura. Il governo libico li ha cacciati in cambio di appartamenti moderni forniti di bagno, neon e aria condizionata. La città vecchia ora è una città fantasma. Non ci vive più nessuno. Qualche anziano non si rassegna e d’estate, quando la calura è insopportabile, torna nei sotterranei della vecchia Ghadames. L’Unesco ne ha fatto patrimonio mondiale e a ragione. Le carovane d’Africa e le merci di tutto il mondo si sono date convegno qui per millenni. La storia, l’ingegno umano danno a Ghadames un’atmosfera unica. Ma le case che si tengono strette l’una all’altra ancora parlano nel silenzio spettrale della notte. Mohamed, apre l’antica porta della casa del nonno con una chiave d’altri tempi, una delle migliaia di porte della città bianca. Tra tappeti e scale di terra svettano le rosse decorazioni che le donne, nella loro intima clausura, pazientemente realizzavano. I segni di una tradizione: i colorati coprivivande, come cappelli ai piatti del convivio, le ricamate pedule femminili e gli ingegnosi chiavistelli. Mohamed ci fa sedere a terra tra i cuscini iconoclastici del sultano. Mangiamo del cous cous in quella che era la sala comunitaria. Attorno le camere da letto: dei vecchi, degli sposi, dei figli. Un’alcova con baldacchino primordiale solo per la prima notte di nozze. Altre scale. Si sale al ginoceo. La cucina e la terrazza delle donne tra i tetti. Vietato agli uomini, il regno delle donne e dei bambini che vivevano su un piano parallelo. Gli uomini nelle buie strade sotterranee, al fresco, in una socialità fatta di piazzette, cunicoli, ombre. Le donne in un labirinto di passaggi sopraelevati. Di sotto squarci verso l’alto, di tanto in tanto. Sfiati d’aria come camini. La fortezza turca, diventata Accademia italiana e poi quartier generale francese. Gli anziani hanno fatto quasi tutti almeno tre anni di lingue latine. Ridono dei giovani globalizzati e ignoranti. Di notte le poche lampadine segnano ombre lunghe e gli occhi stentano a procedere ma la mattina Ghadames esplode nella sua labirintica concezione. La piazza (beato chi riesce a raggiungerla) faceva da porto franco tra le due tribù che abitavano la città. Chi nasceva ad est poco conosceva della parte ovest e viceversa. Il sistema idrico. Fuori dalle mura la sorgente della giumenta, quella che ha reso ricca e popolosa Ghadames. Furono gli zoccoli di una cavalla ad affondare nell’acqua sorgiva. La ricchezza veniva parsimoniosamente centellinata da addetti idromensori. Dalla pozza profonda più di 10 metri partivano 5 sifoni, 2 per la città e 3 per i giardini. L’acqua irrigava i campi (famosi i datteri di Ghadames) anche in tempi di siccità. Oltre le palme numerosi i gelsi. Forse antica attitudine ai bachi da seta. Ad ogni svolta una sorpresa. Un vicolo scuro, apparentemente senza sbocco, si apre ad uno slargo. Lì c’era la scuola coranica. Qualche anziano, richiamato dal muezzin, caracolla con il suo turbante e la lunga tunica ai piedi appoggiandosi a un bastone: scena d’altri tempi. La moschea è ancora in funzione e a noi è permesso visitarne i bagni per le abluzioni. Come delle grotte che scivolano verso le acque del canale sotterraneo. Le grandi porte che chiudevano la città di notte. Erano sei e ci volevano due cavalli per aprirle e chiuderle. La piazza del mercato, dove arrivavano le carovane con le loro mercanzie da vendere. I viali che portano ai giardini fuori città. Veri paradisi di verde al limitare delle dune del deserto.


JEBEL ACACUS
Lasciamo la nostra auto e ci inoltriamo nel deserto con una Toyota four-wheels. Alla guida un tuareg: Assan. E’ nato nel deserto e i suoi genitori vivono ancora là, in una capanna tra le dune. Mastica qualcosa di francese. Entriamo nell’Acacus, il deserto che si snoda ai confini del Niger, all’estremo sud della Libia. Scopriamo Assan, la sua casa. Conosce ogni pietra, ogni insidia del terreno. Ci sono tracce di pneumatici ma lui sembra seguire un suo percorso che poi è sempre il migliore. Pietra nera, lavica, che stacca con la sabbia fina. Dune. Ci siamo persi? Per noi è vuoto, disorientamento. Per lui no. Dove apparentemente sembra non esserci accesso, Assan sa che c’è. Iniziano le falesie. Ci muoviamo in un paesaggio surreale. Sabbia chiara e rocce scure. Corridoi naturali che sembrano finire in un cul de sac. Ma la Toyota trova le risorse per oltrepassare le rocce e riaprirsi la strada su nuove vallate. Di tanto in tanto carovane di cammelli sfilano lontane. Piccoli cespugli spinosi compaiono radi in questa atavica siccità. Assan ne raccoglie i rami secchi per farne fuoco la sera. Nessuna nuvola. Caldo secco e ventilato. Ma la notte la temperatura scenderà. Una radura tra le rocce. Sotto una grande falesia, porta al cielo, chiamata il grande arco, poniamo la tenda. Scende il sole. Finalmente Assan può bere e mangiare. Il ramadam è duro nel deserto. Dopo la preghiera verso la Mecca, accende il fuoco, prepara il tè e mangia con noi. Col buio la magia del deserto. Un silenzio così intenso che diventa sibilo. La luna irrompe in una stellata che si può toccare con mano. Ed è paesaggio lunare. Le ombre cupe delle rocce si stagliano nette sul biancore della sabbia. Camminare a piedi scalzi sulla fredda polvere delle montagne è un’esperienza straordinaria. Assan dorme sulla sua stuoia accanto al fuoco. Possiede la casa più grande del mondo.
Sorge il sole. E’ il giorno delle pitture e delle incisioni rupestri. Un’intera giornata da riempire l’anima di sensazioni incancellabili. Appena svegli arranchiamo sulla sabbia di una duna che si appoggia al grande arco. Ricompone le membra dal torpore notturno. Ma è gran fatica. L’ultimo strappo sulla roccia. Il grande arco è sotto i nostri piedi e la nostra tenda oltre 100 metri più in basso. I colori del deserto sono netti, mai confusi dalla foschia. A perdita d’occhio i monoliti di basalto nelle cui forme si rintracciano volti, animali, architetture. Serpeggiamo con il fuoristrada senza incontrare mai nessuno. Assan non ama la folla. Ci conduce sempre dove le nostre ruote intaccano la verginità della sabbia. Nel silenzio i dipinti rupestri del Wadi Tashwinat, forme d’arte che risalgono fino a 12.000 anni prima di Cristo. C’è la storia dell’uomo antico. Il passaggio dal predominio degli animali a quello dell’uomo: giraffe, pantere, mammuth, elefanti i più antichi; la domesticizzazione di cammelli, bufali, cani, cavalli i più recenti. Scene di caccia, d’amore, carri trainati da buoi. Nei più recenti, risalenti a 2000 anni fa, elementi di scrittura tifinagh, l’antica lingua tuareg. Le figure umane quasi sempre rappresentate con due triangoli congiunti ai vertici e un cerchio come testa. Arte raffinata e longeva. Nonostante il tempo i dipinti si sono mantenuti straordinariamente integri. Merito dei colori usati realizzati con una pietra rossa speciale del deserto che veniva frantumata e poi cotta e mischiata con latte, urina, sterco e sangue di animale. I tuareg hanno sempre saputo di questo loro incredibile patrimonio artistico, creato come conoscenza per i posteri, ma solo nel 1955, grazie all’equipe del professor Mori dell’Università di Roma, è stato divulgato al mondo. Oggi è tutelato dall’Unesco. Decine i siti che visitiamo, spesso vicino a tombe o grotte abitate fino a non molto tempo fa. Grandi mortai scavati su pietra per la triturazione dei semi oliosi di dattero. Scale e passaggi a livelli superiori per nascondersi, difendersi, mimetizzarsi. Un luogo ostile, senza acqua, abitato da millenni.
Il deserto asciuga le preoccupazioni, essenzializza le esigenze, fa recuperare la ferinità. Il terzo giorno c’è forza, serenità, anche più silenzio nell’anima. I colori sfilano in parata. Qualche arbusto cresce al riparo dal sole (il verde), le dune (scelgono il colore a seconda dell’ora della giornata), macchie di sale (il bianco), pietraie di basalto (il nero), foreste pietrificate (il marrone), il cielo (il blu). Ci fermiamo, per il campo, nei pressi di Adad, il dito. Un monolite alto e sottile che sembra appunto un indice rivolto al cielo

MAHADRAT
Poco prima del tramonto siamo nella città pietrificata. Mahadrat è straordinaria. Vie, vicoli, piazze di sabbia su cui si affacciano le bizzarre architetture della natura. Archi, finestre, portali, ponti, quartieri. La città della pietra nera dai comignoli rotondi. Di qua i menhir di Stonehenge, di là i grattacieli di Manhattan. La luce rossa del tramonto illumina le vie di ponente. Ai piani alti la panoramica della città. Immensa. Estesa come Londra. Un palazzo ad ombrello. Il muso di un bassotto, le dita di una mano che esce dalla duna. Sbavature di cioccolato su cui noi, novelli Hansel e Gretel, affondiamo i nostri stupori. Palazzi a più piani con balconi e bellavista. Castel del Monte. I suq di Marrakech. C’è tutto a Mahadrat. Nel silenzio surreale il buio ci sorprende e i tratti gotici di Notre Dame creano profili di mostri, di incubi sovrastanti. La nostra piccola tenda rossa non è smarrita nel pack di Nobile, ma solo nell’incommensurabile piccolezza della sua esistenza, della nostra esistenza. Animi smarriti che si stringono attorno a un fuoco.
E’ l’alba a Mahadrat e man mano che le ombre si accorciano la città sembra prender vita. Arriva Assan con un giovane abitante. E’ una piccola iguana dalla coda spinosa. Al di là della bruttezza dell’animale la cosa che più mi incuriosisce è sapere come Assan catturi le sue prede. Si parte a piedi tra i saliscendi dunosi della metropoli. Le nostre calzature lasciano impronte decise sulla morbidezza del fish-fash (nomignolo affettuoso alla sabbia sottile sottile). Assan ci precede con l’auto che poi troviamo parcheggiata all’ombra di una torre di pietra con garage. Il garage altro non è che un arco che garantisce riparo dal sole ad ogni ora della giornata. La torre è spettacolare, piena di anfratti, edicole, colata a terra da un sapiente pasticcere. Alta non più di 30 metri ha un versante accessibile in arrampicata libera e una verticale parete che stimola la salita con corde di sicurezza. Abbiamo con noi l’attrezzatura da arrampicata e ne approfittiamo. Poi partiamo a piedi con Assan. Supera una duna con in mano una tanica vuota. C’è una sorgente d’acqua a un’ora di cammino. Una pietraia nera che si infila in un canyon. Si risale la gola tra vecchi palazzi francesi. Un arco ci accoglie. A terra il lastricato, qui è naturale ma non dissimile da quello romano di Leptis Magna. Ed ecco il teatro romano addirittura con postazioni all’ombra. Tra le rocce una pozza d’acqua sorgiva. Pura, limpida. Incredibile… Qui dove non piove quasi mai. Addirittura piante di menta attorno al bacino. Vietato immergersi dice Assan. L’acqua non va sporcata, qui vengono a bere i nomadi. E’ una fonte segreta. Riempie la tanica d’acqua fredda, inimmaginabilmente fredda. Ci rinfreschiamo. Ne beviamo. E’ il vero tesoro del deserto. Ritorniamo a piedi cantando insieme vecchie canzoni tuareg. Assan improvvisamente si interrompe. Sembra un cane da caccia che ha fiutato la preda. Per lui la sabbia è un libro di informazioni. Ha visto delle orme che lo interessano. Forse un serpente. Finiscono sotto una pietra. Chiede il silenzio e il nostro aiuto. A braccia tutti e tre solleviamo l’enorme pietra. Lui ci infila le mani. Sembra che lotti strenuamente con tutte le braccia. Dopo pochi minuti tira fuori una grossa iguana nera. E’ felice, la bacia. L’animale sibila, apre la bocca minaccioso. Lui ci gioca. Lo fa aggrappare ai lembi di stoffa del suo turbante. Lo tiene in mano facendolo ballare. Due iguane in un giorno è un buon bottino. Cotte e mangiate sono un ottimo rimedio per gastriti e bronchiti. I figli piccoli di Assan ne vanno matti. Poco dopo altre impronte. Assan il cacciatore si infila tra le fessure di una roccia con un bastone in mano. Un’altra lotta sfinente, ma questa volta l’iguana ha la meglio. Trova un varco irraggiungibile tra le rocce. A presto Assan, figlio del deserto. Nessun libro eguaglierà la saggezza millenaria dei tuoi avi.

LAGHI DI UBARI
Pronti. Via. Mohamed, 43enne, sahariana linda, occhiali rayban, sembra un grigio funzionario dello stato. Abituato ai turisti si ferma ad ogni punto panoramico e dice: “foto”. Che differenza con Assan. Ha la Toyota lucida e il motore romba esprimendo tutta la sua salute. Che differenza da quella di Assan. Ma, se pungolato, improvvisamente ruggisce come un leone in gabbia. Di fatto seguiamo l’iter classico che conduce ai laghi. Gruppi di fuoristrada incolonnati sulle piste che conducono frotte di turisti alle foto di prammatica. Un corteo matrimoniale. L’ambiente è straordinario. Attorno solo grandi dune di sabbia a perdita d’occhio, ma che noia il gregge di pecore. Cominciamo: “Mohamed, grand chauffeur”, “Mohamed Schumacher”. E il leone si risveglia. Spinge l’acceleratore e sfrutta tutti i cavalli a disposizione del suo fuoristrada. Lo metto in competizione con gli altri mezzi imbastendo un’eccitata telecronaca sportiva. Comincia a salire sulle dune a tutta velocità superando uno, due, dieci, tutti i fuoristrada del corteo. A volte ci fa tremare per i suoi azzardi. Ma è cominciato il divertimento. Di gran carriera affronta le dune più ripide per poi ridiscenderle nei versanti più vertiginosi. Nell’abitacolo saltiamo tutti come ranocchie. Guida come un ossesso tanto che alla prima sosta arriva a tutto gas facendo lo slalom tra le macchine parcheggiate. Frena e con un testacoda rischia di investire qualche turista che stava facendo foto. Ripartiamo. Nella desolazione dell’ocra desertica improvvisa un’oasi. S’annuncia da lontano con lo slancio dei palmizi. Case diroccate, un paese di terra e sabbia ormai abbandonato, la vegetazione si infittisce a cingere il primo lago: Gebraoun. Uno specchio lacustre d’acqua salata residuo del grande mare che una volta occupava il Sahara. Qualche turista azzarda un bagno. Troppa gente per noi. Ci allontaniamo risalendo a piedi una grande duna a ridosso del lago. L’erto pendio. Accidenti che fatica camminare sulla sabbia. Ma lo sforzo merita. Al crinale un soffio benefico di vento e un panorama da lacrima. E poi la discesa. Di corsa, a grandi passi, rotolando come frane. Torniamo all’auto tutti insabbiati. Il lago successivo a mezz’ora d’auto: Ummal Maa. Restiamo un po’ al sole a vedere i gruppi di fuoristrada rientrare alla base. Al calar del silenzio ci mettiamo in costume e ci tuffiamo. Un bagno tra dune e palmizi è un’esperienza sicuramente particolare. L’acqua è talmente salata, vedi Mar Morto in Giordania, che risputa i corpi a pelo d’acqua. Come usciamo, al sole, sulla nostra pelle si forma una croccante crosta di sale. Le ferite bruciano, gli occhi inveiscono e per poco non facciamo la fine della moglie di Lot giratasi a guardare la città in fiamme. Fortuna un pozzo d’acqua dolce lenisce la nostra cottura lenta sotto sale. Al posto dei capelli ci ritroviamo entrambi un bel caschetto bianco.

LA MUSICA IN LIBIA
Ogni auto, in ogni negozio, ovunque, la musica accompagna la giornata dei libici. Solitamente si ascoltano brani del pop arabo provenienti per lo più dal Marocco, dalla Tunisia e dall’Egitto. Ma per la musica live il discorso è diverso. Innanzitutto non esiste il professionismo, non esiste un’etichetta discografica, né, all’infuori di Tripoli e Bengasi, una scuola di musica di stato. Esistono però una miriade di formazioni musicali locali concepite più o meno come le nostre bande di paese che allietano tutte le situazioni mondane come matrimoni, feste, ricorrenze. Il repertorio è solitamente tradizionale e i gruppi possono variare di numero a seconda della disponibilità degli elementi. La continuità viene garantita dal passaggio delle consegne da maestro ad allievo. Ho incontrato due formazioni durante il mio viaggio in Libia: l’Alkadus Folklore band di Ghadames, e la Jame Amura di Tripoli. Entrambe usano degli strumenti che le accomunano: la ghita, lo strumento principe della musica libica, delle famiglia delle bombarde e ciaramelle. Un piffero di nove fori, di cui uno per il pollice posteriore, usato come voce unica melodica e azionato grazie ad una piccola ancia doppia e il bandir, tamburo a cornice con la peculiarità delle due corde di nylon tese a contatto della pelle che conferisce allo strumento una vibrazione prolungata dal timbro rauco. Per il resto solo diversità che dimostrano che gli 800 Km che passa tra Tripoli e Ghadames ci stanno tutti. Ghadames è nel deserto, punto di incontro delle carovane provenienti da tutta l’Africa e risente molto delle influenze della cultura nera. Più percussiva, senza struttura armonica. Nella formazione troviamo i popolari anche a noi djembè e darbouka, lo shakshaka, una specie di nacchera di metallo, il danga, piccola grancassa a doppia pelle per le sonorità gravi, la tabl, tamburo simile a una fioriera da giardino che va tenuta tra l’incrocio delle gambe. La musica di Tripoli invece ha un’origine andalusa e si divide tra sacra e profana. Quella sacra si chiama Maluf e accanto alla ghita e al bandir compaiono gli archi (violino, violoncello, contrabbasso), il rakk, molto simile al nostro cembalo, il kanun, cetra da tavola, il naj, classico flauto mediorientale e l’oud, raffinato liuto arabo. In quella profana invece spicca la zhukra, cornamusa a doppio clarinetto che al momento sta vivendo un suo grande revival grazie alla musica pop. L’aerofono di solito è accompagnato da percussioni quali il darbouka e il noba (tamburo a doppia pelle).
Tags: Libia, Tripoli, Acacus, Laghi di Ubari, Ghadames, la musica in Libia, pitture rupestri, deserto
© Copyright 2012 Promax Comunication SA | Swiss Made Contatti