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Mauritania, Dove il Sahara Si Tuffa Nell'Oceano. Il Bamc d'Argan

Scritto da Raimondo Brandi
  • Mercato Nouakchot
  • barche nel Banc D'arguin
  • Banc D'arguin
  • villaggio nel Banc D'Arguin
Dove il Sahara si tuffa nell'oceano

Da un lato l’oceano atlantico, dall’altro il deserto del Sahara, intorno a me uccelli meravigliosi arrivati qui da tutta l’Europa e l’Asia, fin dalla Siberia. Il vento sale un poco e basta questo a creare una tempesta di sabbia, il necessario per non farmi vedere a piu' di 30 metri. Io, lo zaino in spalla, il turbante intorno alla testa e al viso, occhiali da sole e cappuccio, cerco di ripararmi e avanzo sulla sabbia umida. Un momento cieco, un momento conquistato dal silenzio, dalla bellezza, dal tempo. Il sole ritorna a splendere e io posso ricominciare ad aprire regolarmente la bocca per lo stupore. Ancora non lo so, ma sto facendo la piu' bella passeggiata della mia vita.

"La Mauritania non e' da vedere, e' da sentire" mi dice Tjef. Sono appena arrivato a Nouakchott, la capitale.
Cento storie rimangono imprigionate nella citta' senza sapere come attraversare il deserto o l’oceano. Appena arrivo mi saltano addosso.
Tjef Ë una di queste. Tjef ha smesso di soffrire per le cose che fanno soffrire e di esultare per le cose che esaltano.
Francese-tunisino, era arrivato qui per morire. Lasciato dalla moglie si era gettato senza viveri in una marcia nel deserto. Li' aveva trovato come per magia chi lo aveva nutrito e dissetato ma sopratutto aveva scoperto un paesaggio che gli aveva donato la pace.
"Firenze la si puo' vedere. Sono stato a Firenze qualche giorno e l'ho vista. Ma in Mauritania sono dovuto restare 7 anni."
E' lui il primo, mentre canta e suona la chitarra e l’armonica, a parlarmi di sfuggita della spiaggia dove mi trovero' di li' a pochi giorni.

Sono in Mauritania da qualche settimana. … solo dopo aver visitato l’interno che mi dirigo verso la capitale, Nouakchott, verso il mare.
Il Taxi collettivo prende la strada dritta che attraversa i duecento chilometri di niente che circondano la citta'. Il paesaggio perde gradualmente i pochi rilievi e diventa totalmente piatto, come trovarsi in mezzo al mare, ci circonda solo l’orizzonte e il cielo riempie una perfetta semisfera: non si puo' avere dubbi sul fatto che la terra sia piatta. Assan il soldato in congedo con il quale divido il sedile anteriore del taxi mi fa notare che qui non ci sono neanche le capre e i cammelli che comunque riescono a nutrirsi di quei rinsecchiti e spinosi ciuffi di erba che spuntano tra le pietre. Qui la terra piu' che gialla e' bianca, come cenere.
La Mauritania si identifica con il deserto. Come il Sahara e' un paese eccessivo, violento ed eterno. I suoi altopiani sorgono circondati da precipizi, come le mura di una antica citta', le piccole montagne sono scogli frantumati e aguzzi, le valli sono gole profonde, le dune sono infinite e cangianti, il silenzio dura da secoli e la bellezza e' sempre accompagnata dalla paura, dal pericolo e dalla fortuna.
Il sole dalle 11 ha iniziato a battere forte e crea un effetto che deve essere alla base del miraggio. Infondo, sul limitare dell’orizzonte l’aria vibra, i raggi solari si liquefanno e si crea una striscia morbida, che sembra in movimento. Se all’orizzonte ci sono degli alberi questi vengono tagliati a meta' dalla striscia: si vede il terreno, poi questa zona incerta e poi il colore scuro dell’albero. In questo modo l’aria liquefatta assume una posizione, sembra proprio di vederla, li', poco prima di quegli alberi c’e' qualcosa di liquido, il movimento che si vede non sono piu' le esalazioni dei raggi solari nella foschia, ma il rifrangersi degli alberi e del cielo su uno specchio d’acqua. Ecco come si riesce a vedere un lago nel deserto. Ma ad ogni metro il lago si prosciuga. Quando le sagome degli alberi diventano nitide e' scomparso. Rimane solo vento, sabbia negli occhi e sole sulla testa.
Questa e' la strada che conduce alla capitale della Mauritania.
Nouakchott.
Grandi viali semi vuoti battuti dal vento di sabbia, capre che si arrampicano sulle macchine parcheggiate per raggiungere le foglie dei pochi alberi. Grandi mercati con poca merce, macchine sfasciate che continuano a camminare, uffici dell’Onu, ambasciate, palazzi del governo. Quando il paese e' diventato indipendente, questa citta' e' nata in due anni da un villaggio di 500 abitanti per dare una capitale alla nuova nazione. Ancora si vede che e' stata pensata, con entusiasmo, piu' grande di quanto e'.

“Questo e' un posto dimenticato” mi dice Savio. “E' ancora un paradiso, l’unico mio rimpianto e' che non sono diventato ricco.”
Gli dico: “Ma Savio, i ricchi sono antipatici.”
“Anche tu la pensi cosi'?” e per sancire la nostra amicizia mi versa il terzo bicchiere di Red Label.
Savio ha 50 anni, viene da una piccola isola della Sardegna. Ha aperto una officina per auto a Nouakchott, ha una moglie Peul del sud, e due figli. » un marinaio, macchinista sui grandi pescherecci. Ha girato mezzo mondo e poi nel 1986 e' arrivato in Mauritania con una ONG italiana. Il primo posto dove e' stato e' proprio il Banc D’Arguin. Li' ha visto un modo di pescare che non credeva potesse ancora esistere.
“Una persona, sempre, notte e giorno sulla spiaggia. Quando arriva un banco di Muggini (le cui uova si usano per ottiene la bottarga) si vede da lontano. Qui ce ne erano cosÏ tanti che quando si avvicinavano non solo si vedevano ma si sentivano. Il mare iniziava a bollire. La corrente li spingeva verso la spiaggia. L’uomo di vedetta lanciava l’allarme e i pescatori a coppie di due entravano in acqua piano con le reti per sbarrargli la strada, quando le Muggini erano vicine altri pescatori entravano da dietro per bloccargli la fuga e iniziavano a battere sull’acqua con bastoni di legno e a fischiare, questo richiamava i delfini, nemici della Muggine cosi' che anche l’ultima possibilita' di ritirata veniva a mancare. I delfini saltavano tra le reti, e mangiavano, i pescatori li accarezzavano e intanto chiudevano la trappola, la pesca si concludeva in un’allegria di spruzzi”.
Bene, andiamo a vedere.

“Arrivare al Banc D’Arguin non e' scontato” mi dice Tejt quando gli chiedo come fare. Vengo messo in contatto con un ragazzo corso che deve andare a pesca, ma sembra che ci sia una tempesta di sabbia.
Io non sento ragioni. Prendo un taxi collettivo per Nouadibou e mi faccio lasciare a meta' strada, dopo 228 kilometri, ad un incrocio dove si abbandona la via principale per entrare nelle piste della riserva (il Banc D’arguin nel 1989 e' diventato riserva naturale e patrimonio dell’umanita' UNESCO). C’e' un posto di blocco con un poliziotto e un impiegato del parco che strappa i biglietti. Da qui il primo villaggio di pescatori e' a 38 chilometri. Chiedo se passano delle macchine e mi dicono forse domani, ma posso dormire nella baracca con la guardia, c’e' un materasso per terra. Vedo una macchina ferma con dentro due turisti (ci si riconosce da lontano). Un ragazzo greco sta appunto tornando dal villaggio di pescatori, parla inglese: “Non ci andare. E' un posto terribile, non c’e' niente. Solo quattro baracche, ma non c’e' nessuno. C’e' piu' gente qui. E' un villaggio fantasma. Non ci sono pescatori, non abbiamo visto niente. Siamo stati tutto il giorno nella tenda perche' c’e' la tempesta, se fossi stato solo mi sarei depresso terribilmente, non andare!” e cosi' dicendo la macchina parte e mi lascia solo davanti al posto di blocco. Il poliziotto dalla baracca mi fa segno che ha preparato il te, non parla che arabo, sorride e mi fa segno con la mano, gli faccio un sorrido di rimando e resto immobile.
Sono ancora in tempo per provare a fare l’autostop e tornare in citta'. Decido di non pensarci. Entro a prendere il te. Da questo momento tutto si aggiusta.
Il vento diminuisce, riesco a slacciarmi il turbante, e verso le 5 del pomeriggio un gruppo di francesi mi da un passaggio fino a Ten Alloul. Il villaggio fantasma descritto dal greco.
Il sole sta calando. Il vento e' quasi cessato a terra e l’aria ora e' libera, si respira bene finalmente. Il villaggio e' solo una decina di baracche brutte e fatiscenti, e non si vede nessuno. Ci sono due tende bianche a 500 metri dal villaggio. Sono li' per i turisti. I francesi si accampano. Vedo una barca che torna a riva e mi avvicino. Con il suo arrivo escono dalle baracche i pochi abitanti, una decina in tutto.
La barca getta l’ancora a pochi metri dalla spiaggia e un uomo si butta in acqua con la rete piena di pesci sulle spalle. Il mare e' piatto. Il sole e' una macchia impressionista in un cielo rosso di sabbia. E' tutto lento, tiepido. Gli altri pescatori a riva mi guardano appena, piu' timidi che diffidenti. Mi aggiro tra loro senza comprendere niente, ognuno sembra solo in questo grande spazio, con la luce piatta e calante, il vento leggero, fresco. L’unico che parla francese e' Mimi, amico di Sidet (il pescatore che sta rientrando). Gli chiedo un posto per dormire. La loro baracca e' l’unica tutta in legno, e per di piu' dipinta di azzurro. Mangiamo il pesce appena pescato cotto al vapore e adagiato su un letto di pastina scotta. Quando gli domando del loro metodo di pesca, mi dicono che quelle robe sono sorpassate e che ora vanno al largo e calano delle grandi reti di profondita', con quelle prendono molto piu' pesce! E infatti e' cosi' che questa zona e' diventata a rischio, e il muggine una specie protetta.
Savio mi racconta: “quando hanno scoperto che potevano pescare con le reti di profondita' hanno fatto strage di muggini. Erano troppi per venderli, li aprivano, prendevano le uova per la bottarga e poi li buttavano. Io ho visto montagne di pesci buttati dietro alle dune.”
Sidet ha una enorme scucchia, 38 anni, ma sembra giovanissimo. Scorbutico, penso sia infastidito da me, ma capisco che e' solo timido, impacciato. Finisce col darmi i nomi dei suoi amici negli altri villaggi per farmi ospitare. Quando gli faccio vedere la foto che ho fatto di lui mentre scende dalla barca diventa un bambino, si sarebbe nascosto sotto a una veste se avesse potuto, distoglie lo sguardo e dice “no, non sono io”, Mimi invece lo incoraggia, gli piace la foto e ne vuole una anche di lui.
Mimi lavora per Sidet, ha 23 anni, e' piu' ambizioso, parla meglio il francese e dopo un po’ mi chiede se posso trovargli un lavoro in Italia. Gli chiedo dove posso spedirgli la foto ma li' non arriva la posta, niente, non c’e' un modo. Sidet manda ancora piu' avanti la scucchia e dice che non importa. Dopo mangiato esco a fare una passeggiata. Siamo stati tutta la sera nella baracca, avevo quasi dimenticato il posto dove mi trovavo.
E' notte, ed e' tutto fermo. Il vento si e' calmato e il cielo si e' aperto mostrando Orione proprio sulla mia testa. Il villaggio e' desolato e illuminato da una luna piena. Mi sento bene, mi sento fortunato, mi sento al caldo e sono senza fiato.
Mentre cammino mi accorgo che neanche il mare fa rumore.
Vado sulla riva e ancora non sento niente, come e' possibile? Avanzo, metto il piede in acqua e l’acqua non c’e'. Si e' ritirata. Ha lasciato un colore scuro sulla sabbia ed e' indietreggiata di 30 metri. Marea bassa. Avanzo ancora e continuo a non sentire niente, fin quando metto il piede in acqua. Il mare e' completamente immobile, come fosse un piccolo stagno. La luna non trova increspature sulla sua superficie per rifrangersi e quindi lo lascia scuro. E le onde imponenti dell’Atlantico? Neanche una traccia, sembra un lago di montagna, sia per l’acqua gelata, sia per l’assenza di moto.
In questo punto il Sahara si butta direttamente in mare. Il vento persistente che sgretola la terra e ricopre le citta' di sabbia, arriva sull’atlantico e in un certo senso continua il deserto sott’acqua. Immergendosi si puo' continuare a camminare sulla sabbia per chilometri. A 25 chilometri dalla costa il mare e' profondo ancora pochi metri. Qui a riva non arrivano neanche gli echi delle onde che si sono infrante in alto mare contro i banchi di sabbia. Questa meraviglia ne crea altre: la bassa profondita' consente la vita di un rigoglioso tappeto vegetale: mulloschi, crostacei, vermi, giovani pesci. E fa divenire questo luogo il paradiso degli uccelli di mare che vengono a svernare da tutto il mondo.
Mi infilo nel sacco a pelo nel silenzio piu' totale, con Sidet che ride e mi indica a Mimi. Un uomo in un sacco e' sempre ridicolo.
La mattina mi aspettano 11 chilometri lungo il mare per arrivare al prossimo villaggio. Uscito dalla baracca vedo in acqua a pochi metri dalla riva due pellicani bianchi con il becco gigantesco. Il sole e' velato da una alta nuvola di sabbia, ma e' abbastanza limpido. Mi copro bene, prendo lo zaino, la poca acqua che mi e' rimasta e parto.

Cammino sulla sabbia soffice, a tratti troppo umida, dove un poco affondo. Pesto i disegni lasciati dal movimento delle maree sulla spiaggia: centinaia di metri di piccoli solchi scavati dall’acqua in modo regolare, lunghissime strisce di miniature, un mare di microscopiche onde di sabbia. L’oceano, accanto, e' sempre immobile e chiaro. A diversi metri dalla riva affiorano banchi di sabbia, come piccole isole a pelo sull’acqua. Gli uccelli ci si affollano sopra. Una quantita' di uccelli impressionante. Alcuni stormi mi aspettano, e mi accompagnano per un pezzo del tragitto. Li vedo sulla riva davanti a me, attendono che mi faccia piu' vicino, poi tutti insieme si alzano in volo, fanno una dolce curva nel cielo e si depositano cento metri piu' in avanti. Dopo una decina di volte, come arrivati alla confine del loro regno, mi passano sulla testa e tornano indietro.
Vorrei saperli riconoscere, so distinguere solo dei Pellicani, delle Cicogne, grandi stormi di fenicotteri bianchi, un gruppo di fenicotteri azzurri e gabbiani. So che qui arriva anche l’airone cenerino e la pittima minore che d’estate nidifica a nord della Siberia centrale, dall’altra parte del pianeta.

Il silenzio, il sole soffice e i passi creano uno stato di benessere, dove camminare non e' piu' faticoso e la bellezza del luogo che si accumula con il tempo, usa lo spazio a suo favore. La meraviglia mi conquista con calma, lenta entra in me, come l’acqua delle maree nei letti secchi dei fiumi preistorici. E agisce. Penso alla stora di Tjef, a quella di Savio.
Il vento sale ricoprendomi di sabbia un paio di volte, e lasciandomi a camminare con i miei pensieri senza immagini di cui nutrirmi. Ma ogni volta si calma. Dopo cinque ore di cammino arrivo a Iuik, in tutto uguale all’altro villaggio, forse con qualche baracca in piu'. Il cielo si e' aperto. Attorno alle barche ormeggiate ci sono dei pescatori che come d’abitudine non fanno caso a un turista ricoperto di sabbia che arriva a piedi dal nulla. Butto lo zaino in terra, mi stendo con la faccia al sole e mi addormento.
Tags: mauritania, deserto, oceano, sahara, africa, uccelli, natura
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