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Capodanno in Bici il Deserto della Tunisia

Scritto da Dario Pedrotti
  • Incontri
  • Nel nulla
  • La magia del lago salato
  • Ingorghi
Considerazioni iniziali
Abbiamo scelto la Tunisia perché è il posto più caldo raggiungibile via nave dall’Italia in tempi ragionevoli. Le informazioni reperite via internet davano una temperatura di circa 16 gradi e non troppa probabilità di pioggia, ed in effetti dal punto di vista meteorologico è andato tutto benissimo. Così come del resto da tutti gli altri punti di vista. Le strade erano spesso pochissimo trafficate, e il passaggio di qualche fuori strada di comitive di turisti ogni tanto, toglieva un po’ di fascino da foresta vergine, ma dava la certezza che in caso di problemi qualcuno ci avrebbe raccattato. Il che quando hai davanti e dietro 50 km di deserto, non è male. Avendo delle city bike, abbiamo fatto solo strade asfaltate, anche questo ha tolto probabilmente molta avventura, ma il viaggio rimane molto suggestivo anche senza massacrarsi sulle piste nel deserto.

Prologo – Trento – Gabes (28,3 km - 2:33) → 28 km
Fidandoci pochissimo della puntualità di Trenitalia e volendo spezzare un po’ il viaggio, partiamo da Trento con il treno della sera per Milano, dove dormiamo, per poi ripigliare il treno la mattina presto per Genova, arrivando con un adeguato anticipo all’imbarco della Cotunav. Le procedure di imbarco sono molto rapide (anche se danno quel senso di assoluta casualità che inspiegabilmente tutte le procedure ai porti comunicano), solo che poi la nave parte con più di 3 ore di ritardo per motivi che non ci è dato di conoscere. Ha imbar-cato un numero imprecisato di enormi jepponi e hammer, che partono per la conquista del deser-to, e un altrettanto imprecisato numero di auto di Tunisini che portano in patria ogni sorta di mercanzia (dai motorini ai frigoriferi, alle biciclette, alle carrozzine, ai lavandini). Oltre a noi due ci sono anche altri due ciclisti, che hanno però programmi più aggressivi che prevedono le piste sterrate nel deserto. Per solidarietà di classe gli cediamo i due letti che avanzano nella nostra cabina (esterna, un lusso) e il viaggio procede molto tranquillo e rilassante, su un mare calmo e sotto un cielo azzurrissimo. Arriviamo al porto di Tunisi con un paio d’ore di ritardo, e riusciamo a scappare giù dalla nave prima che lo facciano tutte le altre scatole motorizzate. Al porto cambiamo i soldi e poi partiamo per Tunisi centro, lungo una strada ventosa e trafficata, che sarà la peggiore che faremo in tutta la vacanza. Siamo scortati da Camillo e Gianluca con cui condivideremo il viaggio in treno fino a Gabes. Il traffico cittadino è notevole, ma la temperatura e il cielo azzurro ci mettono di buon umore e arriviamo alla stazione un’ora prima della partenza del nostro treno. Sembra che ci siano tutte le condizioni per riuscire a prendere il treno, ma allo sportello mi spiegano che assolutamente è troppo tardi per fare le pratiche per imbarcare le bici, che bisogna andare in un altro ufficio che sembra lontanissimo, e che insomma non se ne parla. Prima che lo sconforto si impadronisca di noi arriva un tizio con cappotto, che ci fa cenno di seguirlo con le bici. In stazione sembra che tutti lo conoscano e lo lasciano passare ovunque. Decidiamo di fidarci, e io penso che se non altro ci faremo derubare da un maestro del genere. Ci porta all’ufficio suddetto, che non dista più di 100 metri, ci fa togliere tutte le borse dalle bici e le mette su un carretto. Salutiamo le nostre bici, forse per l’ultima volta, ma poi ci dice di portarcele dietro. Morale, alla fine ci portiamo tutto sul treno dove saliamo anche noi, nel quale ci accomodiamo in una discreta prima classe, per 6 ore abbondanti di viaggio che ci portano fino a Gabès. Qui arriviamo che il sole è già tramontato, e seguiamo alla lettera la Lonely Placet andando all’hotel Regina, che con il suo cortiletto interno e le camere dignitose non è neanche malaccio. Ci portiamo le bici in camera. Cerchiamo il cous cous per cena, ma non c’è verso. Ci accontentiamo di una pizza accompagnata dalla dolcissima e tremenda cola locale.

I tappa – Gabes – Matmata (84.2 km - 6:19 - 750 m disl.) → 113 km
I nostri provvisori compagni ci abbandonano per partire all’alba, hanno programmi più battaglieri del nostro e si dirigono verso gli sterrati del sud. Io sono ormai sintonizzato su un giro da asfalto, e il nostro percorso mi sembra sufficientemente avventuroso da non farmi tentare dalla loro avventura. Partiamo alle 8.30 dopo una sobria colazione e una capatina in negozio per procurarci una baguette e un po’ d’acqua. Il cielo è coperto ma la temperatura è piacevole, percorriamo il paese
e incontriamo anche il mercato delle pecore, che scopriremo poi essere lì per la festa del sacrificio di Isacco, una delle principali festività mussulmane, che si celebra un paio di giorni dopo e che prescrive che in ogni famiglia si sgozzi un agnello. Come ricordavo dal 1997, ci sono immondizie ovunque, in compenso la strada che ci conduce verso il nulla è quasi tutta per noi, e non c’è vento. 
L’asfalto è abbastanza impegnativo, ma scopriremo che c’è molto di peggio, e comunque fa apprezzare in modo particolare l’ingresso nei paesi, dove non è perfetto, ma al confronto sembra un biliardo. Fotografando l’asfalto mi rendo conto che il mio copertone davanti fa una strana pancia, che neanche sgonfiando e rigonfiando accenna a sparire. Scoprirò fortunatamente solo a casa che si stava sfasciando. Anche i miei pedali, che avevo per una volta cambiato prudentemente, non vanno niente bene, in particolare quello destro che spesso di incastra e sembra si stia masticando la pedivella. Anche lui fortunatamente arriverà fino a casa. Dopo un po’ di chilometri di quasi nulla ci appare il paese di Matmata Nouvelle, che non è una metropoli, ma ha un mercato e soprattutto un bar, dove ci concediamo un caffè nero con le zollette di zucchero in equilibrio sul bicchiere (dato che di caffè turco e di the verde non se ne parla) con l’Anto unica cliente donna del bar. Dopo una veloce visita al mercato, ripartiamo abbandonando la strada principale, per allungare un po’ il percorso e andare a visitare un paese di cui la L.P. parla molto bene. La strada è ancora più deserta, e il panorama diventa via via sempre più bello. L’idea di inoltrarsi in quella specie di nulla fa un po’ impressione, ma la giornata è bella e il paesaggio un po’ lunare non spaventa più di tanto. Ci troviamo in una valle molto sassosa, dove forse un tempo (o in una stagione) c’era un fiume o qualcosa del genere. Attraversiamo paesini sempre più sperduti, con donne che lavano i panni in un catino davanti a casa e uomini che telefonano con il cellulare. È strano il miscuglio di epoche che vivono questi posti, sospesi fra oggi e cento anni fa. Arriviamo ad un bivio che potrebbe accorciarci il tragitto del giorno, ma l’Anto non se la sente di opporsi al mio entusiasmo. Così proseguiamo, e il paesaggio diventa via via sempre più bello (bis). Ogni palma continua ad entusiasmarmi, ma anche le forme e i colori delle rocce, che continuano a cambiare, rendono il percorso molto bello, e lungo la strada si incontrano anche personaggi pittoreschi che usano uno dei pochi mezzi di trasporto a loro disposizione: i piedi. La strada sale, senza pendenze accentuate (a parte il tratto che segue alla lettera il cartello, che naturalmente mi riempie di gioia infantile…) ma costantemente, e un po’ alla volta ci rendiamo conto che probabilmente dovremo salire in cima alla montagna che abbiamo davanti. Quando la strada inizia a salire seriamente, si nasconde nella montagna con muretti di sasso che si minetizzano perfettamente nella roccia circostante. Ma le gambe (e l’Anto) non si lasciano ingannare: le prime faticano, la seconda si chiude in uno stretto silenzio stampa. La salita è abbastanza impegnativa, e superiamo una famiglia con gregge al seguito, che probabilmente sono partiti dalla valle un paio d’ore prima. Salgono tranquillamente, e sembra che lo facciano tutti i giorni. Il panorama che ci aspetta verso la cima vale decisamente lo sforzo. Sotto si stende una distesa di laghetti, palme e terra gialla dove sembra che qualcuno abbia disegnato le curve di livello, mentre più in alto, svoltata una curva, ci appare il paese di Toujane, arroccato sulla montagna e tutto di casette in pietra, che si mimetizza. Unico rammarico il non poterlo vedere con la luce dell’alba, dato che qui siamo quasi al tramonto (che è una fortuna perché andato via il sole sono costretto a smettere di fare foto). Ma il viaggio è tutt’altro che finito, e ricominciamo a salire, per arrivare proprio in cima alla montagna più alta dei dintorni. Dalla cima si gode di un panorama ancora più bello, e la strada che corre per un bel tratto sulla cima, dà un senso di pace e di libertà veramente notevoli. Peccato che tutta la poesia sia rovinata dai chilometri che ancora mancano (più di venti) e soprattutto dal fatto che si mette a piovere. Tirati fuori i ponchi proseguiamo indomiti, mentre la strada (recentemente allagata a dismisura per dare spazio ai gipponi che scorazzano i turisti fra Matmata e Toujane, ma che per fortuna a quest’ora non sono più in giro) continua a salire e scendere, in modo niente affatto piacevole e niente affatto gradito alla consorte, che è ormai arrivata quasi alla frutta (il che considerando il dislivello che abbiamo alle spalle non è neanche del tutto immotivato). Per fortuna ad una manciata di chilometri dall’arrivo smette di piovere, e ci godiamo un trionfale ingresso a Matmata con i raggi del sole al tramonto, mentre gli ultimi turisti stanno abbandonando il campo. Ormai schiavi della L.P. (di cui non avevamo mai fatto uso nei viaggi precedenti) ci dirigiamo senza dubbi all’hotel Sidi Driss, che dovrebbe essere molto pittoresco (è stato ricavato dalle antiche case troglodite scavate sotto terra ed è stato il set di un pezzo del primo episodio di Guerre Stellari), caldo, economico, nonché snobbato dai turisti per la sua estrema “spartanità”. In effetti è tutto vero, la stanza è più calda di tutte quelle che incontreremo, oltre a noi ci sono solo due tedeschi che stannoa andando in moto in Sud Africa, si paga pochissimo, e il cous cous che ci danno a cena è pure ottimo.

II tappa – Matmata – Douz (100 km) → 213 km
Sveglia presto, perché ci aspetta la “traversata del deserto”. Il tempo è splendido e la temperatura ideale. Colazione nel set di Guerre Stellari, dove veniamo raggiunti dalla prima vagonata di giapponesi della giornata. Prepariamo velocemente i bagagli (troppo, e ci perdiamo un libro che avevamo appena iniziato) e partiamo con destinazione Douz, 100 km e un deserto più a ovest. Prima di uscire dalla civiltà incontriamo qualche altra vagonata di turisti, scaricati nei vari punti di visita obbligata, per lo più case troglodite con gran bazar che vende souvenir di dubbia provenienza. Un gruppo ci concede perfino un applauso, probabilmente pensano che siamo due pazzi furiosi. L’idea di incontrare il deserto e di attraversarlo è molto elettrizzante, e per molti chilometri mi chiedo quanto sarà piatto questo deserto e quando potrò dire di esserci effettivamente in mezzo. L’avvicinamento è in realtà molto graduale, le colline si abbassano poco alla volta e la vegetazione si fa sempre più rada. La strada è quasi tutta per noi, ma ogni 10 minuti passa qualche macchina, che rende tutto molto meno avventuroso ma molto più tranquillizzante. Dopo una ventina di chilometri, superato anche l’ultimo paesino e scavalcato l’ultima altura, davanti a noi si affacciano collinette con qualche punto verde e un po’ di palme sparse. Le foto come al solito si sprecano, perché ogni inquadratura sembra più bella di quella precedente. Purtroppo l’Anto è qualche centinaio di metri avanti proprio quando passiamo dal punto in cui è stata scattata la foto che ho tenuto sul desktop per tutto il mese prima della partenza, così non posso scattarla con me al posto del tipo che c’era su. In ogni caso il viaggio è veramente piacevole e suggestivo e l’asfalto in discrete condizioni e l’assenza di vento permettono un’andatura piuttosto sostenuta (che non potrò mai dimostrare, dato che tanto per cambiare azzero per sbaglio il conta chilometri…). Fino alla destinazione non ci saranno paesi, ma a 30, 50 e 60 km da Matmata incontriamo dei caffè (uno si chiama Tarzan, e ci sfugge la motivazione del nome…) che potrebbero cavarci dagli impicci in caso di necessità. Noi aspettiamo fino al terzo, il “Centre comercial Alì Babà”, il cui nome è almeno intonato al paesaggio. Poco alla volta appare anche la sabbia che aspettavo con ansia. Prima è solo qualche mucchietto ogni tanto, poi diventa una presenza sempre più costante, anche se non copre mai la totalità dei dintorni. È gialla e sottilissima, e il nostro kit da meccanico è stato integrato con spazzola per tirarla fuori dalla catena a fine giornata, ma sarà in realtà meno necessaria di quello che pensavamo. Quando mi sono ormai convinto che i cartelli con scritto “attenzione dromedari” siano solo per i turisti, e che finiremo come in Norvegia dove non c’era stato verso di vedere un alce nonostante le decine di segnaletiche, appare finalmente una di quelle buffe creature, e, colmo dello Scherno, è l’Anto a vederla per prima. È un cucciolo, e ingaggiamo una specie di gara, noi pedalando su una strada diritta fino alla fine del mondo, lui correndo ballonzolante qualche decina di metri più in là. Forse perché si annoia o forse perché ha paura di perdere, dopo qualche centinaio di metri si inoltra nel deserto, e noi proseguiamo per la nostra strada, dove le macchine che ci sorpassano rimangono visibili fin quando diventano troppo piccole per distinguerle dall’orizzonte. Intanto l’asfalto si è fatto molto più ostico, e sembra di pedalare con il vento contro, in ogni caso, alle ore 16.30 il deserto è domato e arriviamo (cotti) a Douz, dove troviamo rapidamente un hotel carino dove dormire. Ceniamo con la zuppa e il cous cous che ci accompagneranno fino alla fine del giro, e dopo cena mi concedo una sosta dal barbiere, e per me è il secondo taglio di capelli in territorio tunisino, dopo quello a Teboursouk del 1997. A Douz, che sorge in una grande oasi di palme da datteri e che chiamano la porta del deserto, ma che non ha più di qualche migliaio di abitanti, solo nelle strade del centro ci saranno non meno di 10 barbieri, e in tutti ci sono almeno 5-6 persone in coda. effettivamente tutti gli uomini che si incontrano hanno i capelli che sembrano appena tagliati, e dalla mia visita ravvicinata emerge che anche la barba se la fanno fare dal barbiere, che è effettivamente piuttosto economico. La mattina dopo vorremmo partire un po’ presto, ma il gestore del nostro albergo non sembra avere molta voglia di alzarsi presto per farci colazione e non c’è verso di ottenerla prima delle nove. In compenso ci mette le bici in un garage quasi sicuro.

III tappa – Douz – Kebili (74 km - 5:04 - 50 m disl.) → 287 km
Per ovviare al problema della colazione, dopo una sfilza di insignificanti foto all’alba andiamo a fare un giro nella “palmeraia”, la coltivazione di palme da datteri che occupa gran parte dell’oasi. Il cielo è sereno ma fa piuttosto freddo, e la strada sabbiosa non va molto d’accordo con i nostri mezzi. In compenso il posto è molto pittoresco. Arriviamo al confine dell’oasi, nel posto dove fino ad un paio di giorni prima si è tenuta la Festa del deserto, e incontriamo i turisti più mattinieri già in sella ai dromedari per la passeggiata sulle dune. Decidiamo che la nostra la rimandiamo al prossimo posto.
Ottenuta la nostra colazione, pedaliamo una decina di chilometri fino a Zaafrane, dove sperimentiamo l’intermodalità bici + dromedario. Guardandola con fredda razionalità, l’escursione è un po’ triste, dato che l’ accompagnatore si fa tutta la strada a piedi tirando le redini delle due bestie e che non ci allontaniamo più di un paio di chilometri dal punto di partenza, però nel complesso è una esperienza suggestiva, perché ci porta su una duna carina, perché da lì si vede l’inizio del deserto sabbioso, e perché è divertente andare su questi strani animali con l’ andatura ondeggiante. Il tizio cerca di convincermi ad organizzare una comitiva per fare un’escursione di una settimana, assicurandomi il viaggio gratis per me e una percentuale su quanto pagato dagli altri del gruppo. Una settimana nel deserto è probabilmente una cosa molto bella, ma dubito che mi imbarcherò nella avventura. Mentre noi ci godiamo il panorama dalla duna, le nostre cavalcature decidono che vogliono tornare indietro, così il nostro condottiero deve corrergli dietro per varie centinaia di metri in mezzo alla sabbia e sotto un sole non male. Però le raggiunge e ce le riporta, così riusciamo a tornare alle bici e ripartire.
Il tempo è bellissimo e proseguiamo tranquillamente il viaggio, che non prevede per oggi moltissimi chilometri. Per rimediare cerchiamo di sbagliare strada, ma chiediamo informazioni prima di riuscire a farlo davvero. Torniamo indietro di qualche chilometro prima di Zaafrane, per prendere la strada che va verso Nouiel, che sulla nostra cartina non è segnato. Nei villaggi che attraversiamo raccogliamo fans, che ci scortano prima con un rumorosissimo motorino che segue per un paio di chilometri rovinandoci tutto il silenzio del deserto, poi con un carro trainato da un cavallo, con su un poì di bambini che sembra debbano cadere da un momento all’altro. Superata la tentazione di prendere una scorciatoia che probabilmente ci avrebbe fatto insabbiare, arriviamo sul far del tramonto a Kebili, dove scartiamo un hotel di extra lusso per ripiegare su un altro che costa come le 3 notti precedenti senza offrire molto di più. Però almeno la cena è quasi eccessivamente abbondante.

IV tappa – Kebili – Tozeur (92.4 km - 4:41 - 100 m disl.) → 379 km
La giornata è di nuovo stupenda, ma comincia sotto dei cattivi auspici, dato che la mia pancia sembra non aver gradito qualcosa di quello che ho mangiato il giorno prima (o forse la quantità dello stesso…). La cosa è particolarmente scocciante perché ci aspettano 40 km di lago salato, che dovrebbe essere paesaggisticamente stupendo, e che non ha neanche un cespuglio dove nascondersi in caso di bisogno. In un bar dell’ultimo paese utile provo il tutto per tutto con la mia medicina universale, trangugiando un thè verde con un paio di cucchiaini di guaranà. Il sapore dell’intruglio è tremendo, ma sortisce l’effetto desiderato e io sono miracolosamente a posto. I 40 chilometri successivi sono effettivamente i più suggestivi dell’intero viaggio. Il panorama diventa via via sempre più piatto, fino a diventare una distesa liscia a destra e a sinistra della strada, da una parte fino all’orizzonte, dall’altra fino ad una catena montuosa che si intravede appena. Inutile dire che scatto una quantità spropositata di fotografie, salvo poi, nel riguardarle, non essere pienamente soddisfatto di neanche una. A metà lago salato ci fermiamo per una pausa caffè, poi facciamo anche la pausa pranzo nella distesa di nulla e il mio rimpianto più grosso è quello di non essermici fermato un po’ di più ad ascoltare il silenzio del nulla. A mia discolpa c’è l’alibi che doveva essere una tappa impegnativa, ma la perfezione dell’asfalto su tutto il tratto del lago salato e l’assenza di vento, ci ha fatto procedere alla folle velocità di 27 km/ora, tanto che alle 15.30 siamo già arrivati a destinazione ed entriamo a Tozeur, sempre sotto un cielo azzurrissimo. È la sera del 31 dicembre, ma non abbiamo nessuna difficoltà a trovare un hotel, e ci teniamo ben alla larga dalla zona degli alberghi più lussuoso, dove immaginiamo ci saranno grandi veglioni dai quali vorremmo per una volta riuscire a scampare. Dopo esserci sistemati facciamo un giro nella città vecchia e andiamo a (non) vedere il tramonto (siamo in ritardo) in un kitchissimo parco con rocce finte. Il crepuscolo in cambio è molto bello, e ci fermiamo fino a notte fonda, prima di cercare dove cenare. Per il nostro cenone scegliamo un locale molto locale, dove non sembrano avere molti turisti, e che da come ci trattano sembra voler chiudere al più presto. Assieme all’immancabile cous cous ci concediamo una bottiglia di coca cola, prima di trasferirci in un baretto a fare il tradizionale “gioco dei bigliettini” di fine anno. Nonostante uno dei peggiori thè verdi dell’intero viaggio, è un momento molto bello, che rischia di essere vanificato dall’operazione “gateaux”. Tutto inizia dopo che io avvisto il decimo tunisino con in mano una scatola bianca con un fiocco rosa, e dopo che scopro da dove escono questi signori. Si tratta di una pasticceria dove vengono delle torte con scritto “buon anno”, che tutti sembrano dover avere per festeggiare come si deve il nuovo anno. Le torte sembrano molto buone, ma sono tutte enormi. Io ho deciso che devo averne una, e andiamo un po’ in giro a vedere se ci sono altre pasticcerie che ne hanno di più piccole, oppure se troviamo un locale dove ce ne danno una fetta. Per motivi ancora poco chiari finisce che ci innervosiamo tutti e due e rischiamo di litigare, prima di tornare alla prima pasticceria e comperare la più piccola che troviamo, purtroppo non bianca ma marron. Ce la mangiamo un po tristemente, dopo un fallito tentativo di condividerla con il portiere dell’albergo. Non sarebbe neanche male, ma è un po’ pesante e nutellosa, e soprattutto il morale non è più molto adatto all’occasione. Comunque, Buon 2007.
IV tappa – Tozeur – Tamerza (70 km – 4100 m disl.) → 449 km
Il nostro anno nuovo inizia come era finito l’anno vecchio, con un cielo terso e una temperatura ideale per fare tanti chilometri. Per colazione ci mangiamo un altro pezzo della torta di fine anno, che non è meno pesante della sera prima, e poi andiamo a fare un altro giretto nella città vecchia prima di riprendere il cammino. Comperiamo anche i datteri, sia da portare a casa, sia per il consumo personale, dato che dopo l’assaggio rubato nell’oasi di Douz sono diventati la mia droga: dolci, calorici, comodi da mangiare, sono un alimento perfetto per il cicloturista e sono anche buoni.
Lasciata Tozeur ci avviamo lungo un ampio stradone, per fortuna quasi deserto, e quando svoltiamo sulla strada per le oasi del deserto, veniamo superati dalla comitiva di 21 camper che procedono rigorosamente in fila indiana. Ignoro cosa possa spingere delle persone a incolonnarsi stabilmente con altri 20 camper che tolgono stabilmente la visuale di quello che sta davanti e di quello che sta dietro, e obbligano a selezionare i posti per il pernottamento in base alla disponibilità di aree adatta ad un caravan serraglio di quelle dimensioni. Probabilmente loro ignorano cosa possa spingere due persone a pedalare per una settimana con lo strettissimo necessario stipato in due borse legate dalle parti di una bici. Pochi chilometri dopo essere stati superati dalla comitiva di camperisti, avvisto sulla sinistra della strada un gregge (mandria? Stormo? Branco?) di cammelli che si accingono ad attraversare la strada. Vedo materializzarsi il sogno di riuscire a fotografare l’Anto che passa in bici mentre un dromedario attraversa la strada, e la costringo ad accelerare. In realtà le cose vanno ancora meglio, e riesco ad immortalare l’Anto in un fantastico ingorgo di dromedari! La soddisfazione è tale che potrei quasi riporre il mio strumento di sollazzo. Secondo l’Anto i pastori si sono messi d’accordo con gli accompagnatori di una carovana di jeep che arriva in senso contrario, in modo da fare attraversare il gregge (?) proprio mentre arrivavano le jeep, dando la possibilità agli inscatolettati di scattare le loro brave foto alla fauna locale. I più fortunati di loro porteranno a casa sulle diapositive per gli amici anche due ciclisti imbottigliati fra i dromedari. Risolto l’ingorgo, proseguiamo, con alla nostra sinistra un nuovo “chot” (lago salato), che non è male, ma
 dopo quello del giorno prima sembra uno spiazzo qualsiasi. Molto più interessante è invece l’apparizione che si materializza qualche centinaio di metri più avanti: 4 ciclisti. Acceleriamo un po’ l’andatura per raggiungerli, e scopriamo che sono anche loro italiani, e sono al loro primo giorno di pedali, dopo un paio di giorni di viaggio fra aereo e treno. Hanno un programma piuttosto hard, che prevede una strada militare che costeggia il lago salato a sud e svariati altri chilometri di sterrato. 
Decidiamo di proseguire insieme, il che dà una botta di vita non indifferente alla mia attività fotografia, improvvisamente arricchita di 4 nuovi soggetti da immortalare. Mi rendo però conto ben presto che sono ormai tarato sulle foto tipo “ciclista solitario che…” e in più fare foto a dei perfetti sconosciuti non mi stimola un granchè. Decisamente molto più stimolante è il paesaggio che ci circonda, e la prima delle oasi di montagna che si avvicina davanti a noi, staccandosi con il suo verde vivo dalla montagna rosa e dal cielo azzurro che la circondano. Siamo arrivati a Chebica, la prima delle oasi di montagna, e decidiamo di fare un po’ di turismo a piedi, entrando fino in fondo alla gola, fino alla sorgente (calda!) che dà vita all’oasi. Quando arriviamo ci sono pochissimi turisti (tanto che abbiamo tutti per noi i bambini venditori di collanine, che non beccano un dinaro, ma rimangono affascinati dal mio fermapantaloni e mi fanno ripetere una decina di volte il magico gesto dell’ allaccio) e il posto è un vero paradiso. Finiamo il giro prima dell’arrivo di una vagonata di turisti gippati, la cui guida li invita a fare in fretta perché poi li aspetta “il safari” (?). Noi ripartiamo, e lasciamo lì gli altri italiani che sono un po’ cotti dal viaggio e hanno bisogno di un altro po’ per meditare. Abbiamo di nuovo la strada tutta per noi e il panorama continua ad essere stupendo, aiutato anche dalla luce che inizia a colorarsi di tramonto, e dal silenzio quasi assoluto che circonda noi e le montagne. La strada prosegue per qualche chilometro ancora con il deserto a sinistra e la montagna a destra, poi inizia a salire e lo fa senza troppi complimenti. Il panorama diventa sempre più bello man mano che si sale, ma si sale proprio, e a tratti la pendenza è significativa. Ci scorta la luna piena che sorge dalla montagna davanti a noi, e ci sospinge il richiamo di Tamerza, la seconda oasi di montagna.
Incontriamo periodicamente dei cartelli che indicano una pendenza del 10%, ma è probabilmente l’unico cartello a disposizione del governo tunisino per segnalare le pendenze, perché lo troviamo indifferentemente su pendenze molto maggiori e molto minori di quella indicata. Anche questa volta arriviamo con il sole, e contravvenendo alla LP che non ne parla molto bene, ci accampiamo in un albergo – bungalov fra le palme con vista (e udito!) sulla cascata. Ha di buono che costa poco, ma la temperatura in camera è decisamente rigida, complice la notte non proprio estiva e il nostro (mio…) rifiuto di portarci in camera una energivora stufetta elettrica. Comunque, grazie a sacco a pelo, 3 coperte, calzamaglia e berretto, l’Anto trascorre una notte di cui non si lamenterà eccessivamente. Molto peggio se la cava uno dei custodi, che dorme all’ aperto e che già la sera aveva una tosse terribile, che né il nostro amarissimo propoli (che sputa…) né un’altra magica pozione degli altri italiani che nel frattempo ci hanno raggiunto, riescono a risanare. “Usciamo” a cena, il locale è a dir poco spartano e il menù è quello classico. Poi passeggiata al chiaro di luna e a nanna.

V tappa – Tamerza – Metlaui (91.1 km – 6:30 – 200 m disl.) → 540 km
Ci svegliamo un po’ intirizziti, e la temperatura della mattina non aiuta. Facciamo colazione nella sala da pranzo dove fa un pelo più caldino, poi saluiamo gli altri cicloturisti e partiamo per Mides, la terza oasi di montagna. Il cielo non è bellissimo, e il sole va e viene, in compenso non ci sono macchine e pedaliamo tranquillamente sull’ altipiano che abbiamo conquistato il giorno prima. A Mides ci concediamo una visita guidata, scoprendo che i villaggi delle tre oasi di montagne sono stati “sciolti” da una pioggia torrenziale negli anni 60. Sono stati velocemente ricostruite in cemento poco lontano, ma la versione moderna è decisamente più brutta di quella antica, le cui rovine sembrano i resti di castelli di sabbia su una spiaggia fuori scala. Anche questa volta riusciamo a scappare poco prima dell’arrivo della prima valangata di turisti, che prendono d’assalto i venditori di sassi, foulard e altre amenità assolutamente tipiche di queste parti… Torniamo sulla strada principale, e non molti chilometri alla nostra sinistra scorre il confine con la Algeria. La giornata prosegue un po’ tristanzuola, un po’ perché è la nostra ultima giornata di pedali, un po’ perché il tempo è bigio, un po’ perché come al solito la nostra pausa pranzo non è che sia una grande festa. Continuiamo a pedalare su questo grande altipiano, e poi saliamo ancora un po’ prima di scendere a Radayef, dove arriva la “Lucertola Rossa”, un trenino che portava a spasso il re, ma che noi non vedremo che posteggiato a Metlaui. Arriviamo a moulares, città industriale piena di studenti che hanno appena ricominciato le scuole che si riversano sulla strada esattamente al nostro passaggio, e poi proseguiamo in una terra di nessuno cosparsa di cespugli. Decidiamo di andare a Metlaui, nonostante la nostra cartina indichi che la strada per Gafsa sarebbe molto più intima, perché non abbiamo più molta voglia di pedalare, e questa si rivela la scelta migliore della giornata, dato che non solo il traffico in realtà va tutto dall’altra parte e la nostra è una stradina deserta, ma il nostro percorso attraversa anche la zona delle miniere di solfiti, che per l’ambiente sono probabilmente una rovina, ma che paesaggisticamente sono molto suggestive e ci accompagnano fino a Metlaui. Questa cittadina dall’ aspetto molto vivace è l’ultima tappa del nostro percorso in bici, e dopo aver comperato un po’ di arance per il viaggio, ci sediamo sul muretto davanti alla stazione, sotto un cielo azzurrissimo, a scrivere le cartoline. Dobbiamo ancora procurarci i biglietti del treno per Tunisi, e non è scontato che sarà semplicissimo. La biglietteria apre però solo 2ore più tardi, così andiamo a fare un giretto per il paese con le luci del tramonto e poi andiamo a cercarci un’altra bettola dove consumare la nostra ultima cena da cicloturisti. Il posto è davvero una bettola, ma il proprietario ci adotta, e oltre a fornirci esattamente il menù che avremmo desiderato (chorba, cous cous con le verdure e “brick” + patatine e insalata), ci porta il caffè, il thè, dei dolcetti, e ci fa pagare una cifra assolutamente irrisoria. Io investo il mio tempo nel tentativo di convincere quelli dell’hotel di Matmata a spedirmi per posta il libro che abbiamo lasciato lì. Vengo aiutato da un solerte tunisino, con cui facciamo svariatissime telefonate, che sembrano ottenere l’effetto desiderato, ma che qualche settimana dopo si riveleranno un buco nell’acqua. Arrivato l’orario di apertura della biglietteria, troviamo una gran coda e optiamo per i biglietti di prima classe. La stazione è strapiena, e passeremo gran parte del viaggio tentando di dormire uno sopra l’altro, per far sedere una signora che probabilmente trova molto disdicevole la nostra posizione e invece di ringraziarci ci lancia occhiatacce.

Epilogo – Tunisi – Sidi Bou Said – Trento (48.5 Km) → 588.5 km
Il viaggio dura tutta la notte e riusciamo anche a dormire un po’. Quando non dormo guardo la varia umanità che c’è nel treno ed è davvero varia. Arriviamo a Tunisi un po’ stravolti, ma la cosa peggiore è che le nostre bici non sono nel treno. Dopo vari tentativi di parlare con qualcuno, riesco a farmi ricevere da uno che potrebbe essere il nostro capotreno, che mi spiega che forse forse forse le nostre bici sono sul treno dopo. Il modo in cui lo dice indica che al 90% ce le hanno rubate e non le vedremo mai più, ma quel 10% di possibilità è sufficiente a farle arrivare effettivamente con il treno dopo. Non ne capiremo mai il motivo, ma le avevano scaricata alla stazione sbagliata. Ringalluzziti dal recupero dei mezzi e dalla pioggia che ha smesso di cadere, facciamo un po’ di toeletta nel bagno della stazione (e in particolare ci togliamo un po’ degli indumenti che avevamo indossato in vista di una nottata che non immaginavamo delle più calde) e partiamo alla ricerca della colazione, che, grazie agli antichi coloni, si concretizza in croissant caldi di cui facciamo scorta anche per il viaggio. È piuttosto presto e la città è ancora mezza addormentata, così ne approfittiamo per girare per la medina ancora deserta in bici, cosa che più tardi sarà impossibile. Arrivati vicino alla moschea centrale, trovo la hammam, una specie di “centro wellness” tradizionale arabo, di cui mi hanno parlato un gran bene, e, ottenuta l’autorizzazione dalla moglie, mi ci concedo un’ora abbondante ti pura goduria. Due massaggiatori, bagno caldissimo, sauna, strofinatura violenta: esco che mi sento rinato. L’Anto nel frattempo è un po’ stufa di aspettare e si è bevuta vari thè e caffè, ma non è molto arrabbiata. Ritroviamo anche i due cicloturisti che avevamo incontrato sulla nave all’andata, ma non sembrano molto felici, pare che il loro giro sia stato molto più stancante di quello che avevano previsto e sperato. Noi invece siamo freschi come le rose e pienamente soddisfatti. Dopo essermi fatto portare via anche le mutande da un venditore, per un sapone al dromedario per mia sorella e un hennè matrimoniale per la Serena, finiamo il giro della medina ormai in mezzo alla folla, sfidiamo il traffico della capitale e la pioggia che sta per tornare e ci dirigiamo al museo Bardò, che nonostante sia uno dei più ricchi musei al mondo per quanto riguarda i mosaici, è segnalato malissimo e trovarlo è una caccia al tesoro. Ci sciroppiamo un migliaio di mosaici decisamente fuori dalla nostra portata culturale e scampiamo così alla pioggia. Non però al fortissimo vento che lascia in suo ricordo, che ci accompagnerà molto spiacevolmente nella traversata verso il porto, che decidiamo di fare per potarci avanti per il giorno dopo. Scegliamo per passare l’ultima nostra notte il paese di Sidi Bous Said, a nord di Tunisi, che oltre ad essere un posto molto carino, ha il vantaggio di essere a meno di 10 km dal porto. La scelta si rivela azzeccata, perché entriamo in paese proprio quando viene abbandonato dagli ultimi turisti, che ci lasciano le casette bianche con gli infissi azzurri tutti per noi. Troviamo un albergo carino ad un prezzo decente, e la camera con le piastrelle azzurre ci ripaga del pessimo cous cous con cui concludiamo il nostro monotono menù tunisino. Al mattino dopo partiamo presto per arrivare un po’ per tempo al porto e dare almeno un’occhiata agli scavi di Cartagine, verso i quali l’Anto ha una devozione particolare, che raggiunge il suo culmine per il porto, o meglio la vaga idea che ne rimane. Di Cartagine è rimasto proprio poco, ma il museo degli scavi è interessante e imparo (per un po’) un po’ di storia. anche per fare provviste. Abbiamo anche il tempo per fare le provviste per il viaggio e l’ultima foto che riesco a scattare prima della morte delle batterie della mia fedelissima, è la gigantografia del presidente della Repubblica, “democraticamente” eletto con il 98% dei voti. A concludere il nostro viaggio, sarà la gara fra il porto di Tunisi e quello di Genova, sulla “procedura” di imbarco – sbarco più idiota. Considerando che a Tunisi impieghiamo più di 3 ore per riuscire a salire, mentre a Genova ci fanno aspettare un’ora per un controllo che poi non fanno, vince, di poco, la Tunisia.

Tags: bici, tunisia, deserto, oasi, lago salato, Anto&Dario, cicloturismo
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