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Viaggio in Brasile

Scritto da rino avolio
  • Nico e io
  • Copacabana
  • Arrayal do Cabo
  • Cabo Frio
ARRIVO

Per quanto mi sforzi di negare, devo ammettere che il primo contatto con Rio non fu proprio entusiasmante.
O meglio, non fu come speravo. Arrivammo – io e Nico, il mio compagno di viaggio, nonché compagno dei banchi di scuola – alle 10 di mattina circa, ora di Rio, dopo un viaggio durato una notte più le quattro ore di fuso che separano Roma da quella fetta di Brasile e dopo un cambio di aereo all’aeroporto di San Paolo, appena sufficiente a mostrarci quella che, con un po’ di ironia, i brasiliani indicano come la principale caratteristica meteorologica di quella città: una pioggerellina fina fina, a metà tra l’acqua liquida e il vapore.
All’aeroporto venne a prenderci zio Fausto, lo zio di Nico, residente in Brasile dagli anni cinquanta. Un tipo di italiano di cui ormai si è perso lo stampo e di cui dovremmo andare tutti fieri. Lasciata una famiglia benestante e un sicuro impiego da notaio in un paesino della Calabria, cominciò da zero come camionista a San Paolo. Dotato di un innato senso per gli affari nonché di capacità intellettive non da poco, quando si ritirò dagli affari aveva quattro o cinque negozi di materiali da costruzione sparsi per Rio. E varie case, tra le quali spicca un meraviglioso appartamento a Copacabana di cui Nico e io saremmo stati ospiti fissi a pranzo per quasi tutte le due settimane di soggiorno in quella meravigliosa città. Ora zio Fausto non è più tra noi e ci manca tanto. Ma descrivere quel bellissimo viaggio mi consente di mantener vivo il suo comunque vivissimo ricordo.
L’impatto con Rio non fu eccezionale per una serie di motivi. Il primo fu il tempo: caldo e umidissimo, con un cielo plumbeo. Poi il tragitto dall’aeroporto a Copacabana nella sua prima parte non è sicuramente un gran bel vedere. Mediante una strada a quattro corsie, ci si tuffa di colpo in mezzo al peggiore degrado urbano che ci si possa aspettare: catapecchie di ogni genere, favelas a destra e a sinistra, il porto di Fluminense e il crollo di un mito, cioè il Sambodromo.
Dalle immagini del Carnevale che ci arrivano in tv, di questo edificio si ha la visione di colori sfavillanti, di ballerini dai vestiti bizzarri, musica assordante, ragazze bellissime e allegria immensa.
Quando l’ho visto io, a marzo, altro non era che una squallida gradinata in cemento lunga centinaia di metri, con uno stradone in mezzo.
Ultimo elemento negativo, la spericolata guida di zio Fausto, in perfetto stile carioca.
Sarà stato anche l’umore determinato dal lungo viaggio ma avevo il dubbio che quello non era il posto che avevo sognato.
Ma mi sbagliavo di grosso.
E ci furono tempo e modo perché le mie prime sensazioni cambiassero decisamente di segno.



COPACABANA

Zio fausto ci aveva trovato una casa da prendere in affitto molto vicino alla sua, a metà strada tra la spiaggia di Copacabana e quella di Ipanema. Per arrivarci facemmo la strada che passa dalla Lagoa. Non sapevo che a Rio ci fosse un lago in mezzo alla città, e devo dire che questa “scoperta” fu il primo elemento positivo…
Il secondo fu la nostra casa. Un appartamento (un “quarto”, come dicono laggiù) al settimo piano di uno dei palazzoni costruiti a ridosso della “praia”. Due o tre portieri notte e giorno, personale di servizio a volontà e guardie private nella strada. Sicuramente in Brasile ancora la manodopera ha un costo decisamente basso, come ebbi modo di verificare anche in seguito.
L’appartamento era semplicemente meraviglioso… sembrava una casa schizzata fuori da un film… un soggiorno con mobili bianchi moderni bellissimi.. angolo cottura all’americana con accesso su un balconcino che dava sul cortiletto interno… e due stanze da letto.. il tutto corredato da ben tre bagni (per due persone!!!) e da mobili e accessori di prima qualità.
Zio Fausto ci lasciò invitandoci a pranzo – s’era fatta una certa ora e lo stomaco reclamava qualcosa di meglio dei “pasti” propinatici in aereo – con la raccomandazione di essere puntuali.
Perché zio Fausto era puntualissimo e ciò è stato costantemente elemento di attrito coi brasiliani, notoriamente tiratardi.
Un attimo di sosta, la sistemazione sommaria dei bagagli, una doccia… e ora le cose andavano decisamente meglio.
Ci mettemmo in quella che noi chiamavamo “configurazione carioca”, cioè maglietta, shorts e infradito, e uscimmo. Appena fuori dal palazzo, Nico, che già era stato a Rio un paio di volte, mi disse: “Prima di andare da zio c’è una cosa che devi assolutamente vedere!”.
E mi guidò attraverso quelle strade dritte che potrebbero essere anche di Milano, Londra o New York, alla volta della spiaggia.
Non dimenticherò mai la prima visione che ebbi di Copacabana, la spiaggia più popolare di Rio e, secondo alcuni, me compreso, quella più bella del mondo.
Mi apparse di incanto alla fine dei palazzi, nei pressi dell’Arpoador, cioè alla sua estremità meridionale. In quell’aria un po’ plumbea per l’elevata umidità, vidi questo braccio di sabbia bruna che curvava nel mare, il marciapiede grandissimo che con i sui mosaici la costeggiava e, parallelo ad esso, l’Avenida Atlantica, quella sorta di autostrada metropolitana che la percorre quasi per intero. E dal lato opposto della strada, la fila di palazzi, prevalentemente alberghi, che si affacciavano su quel pezzo di paradiso. Dietro di essi ogni tanto spuntava uno di quei cocuzzoli di pietra grigia e dal ciuffetto verde che caratterizzano questo paesaggio urbano unico. Ed in fondo, alla fine dell’arco, il più famoso di questi, il Pao de Azucar, il Pan di Zucchero, con la sua punta semiavvolta nella nebbia.
Non trovo parole nel descrivere le sensazioni che provai. Era un misto di stupore e stordimento. Qualcosa che forse si prova solo davanti ad un’opera d’arte. Rimasi a bocca aperta per un po’. Mi distolse la voce di Nico che mi chiedeva: “Allora? Che ne dici?”. Mi voltai e vidi che sghignazzava con quella sua solita espressione di soddisfazione e sfottò. Una espressione che alcune volte chiamava schiaffi ma al cui cospetto stavolta dovetti inchinarmi. Era uno spettacolo.
Riportato sulla terra – e che terra! “Altro che quello schifo di Sambodromo!”, mi dissi – gli feci questa domanda: “Ma immagini come poteva essere questo posto quando i Portoghesi vi arrivarono per la prima volta”.
Copacabana. La mia spiaggia. Ho un pezzo di te in un barattolo di vetro sulla mia scrivania. Non dimenticherò mai quando ti vidi per la prima volta.



GIRO TURISTICO CLASSICO

In realtà qualcuno potrebbe correggere l’espressione in “Giro Turistico Ordinario”… solo che, secondo chi scrive, a Rio non c’è niente di ordinario.
Non è ordinaria la sua spiaggia principale, Copacabana appunto. Per questa stupenda lingua di sabbia di cui ho già parlato, popolata da ragazzini che giocano a pallone, belle ragazze che si dedicano al volley, semplici bagnanti, avventori dei suoi numerosissimi baretti, non si troveranno mai parole adatte per riuscire a descriverla sufficientemente.
Se Copacabana è la spiaggia più popolare, Ipanéma è quella più da vip e da turisti. Più corta, più stretta, ugualmente affollata, è frequentata prevalentemente dai turisti che alloggiano nei numerosi alberghi che vi si affacciano, e dai benestanti brasiliani che hanno casa nei dintorni. Il tramonto su Ipanéma è uno di quegli spettacoli che vale la pena godersi se si passa da quelle parti.
Alla sommità del Pao de Azucar si arriva mediante due funivie costruite da una società italiana. Questo cocuzzolo di pietra, nonostante sia decisamente più basso del Corcovado, il monte su cui si erge il Cristo Redentore, ha la caratteristica che, proprio in virtù della sua altezza relativamente limitata, offre una vista parziale del panorama. E per questo, basta spostarsi di pochi metri che ecco che la visuale cambia radicalmente: dal braccio estremo di Copacabana si passa in un batter di ciglia, ruotando semplicemente lo sguardo, alla baia di Botafogo e da qui al panorama su Flamengo e quindi, sbirciando verso l’interno, alla vista del Maracanà, dei quartieri residenziali, delle favelas, del Corcovado per poi ritornare al punto di partenza. Una vera gioia per gli occhi. Il posto forse più bello di tutta Rio.
A proposito di Corcovado, vale naturalmente la pena arrampicarsi lassù. Innanzitutto perché è il posto più in alto di tutta la città e da cui, per questo, si può godere una visione globale della geografia del luogo. Ma soprattutto perché per arrivare su si può usare una funicolare che passa in mezzo alla foresta tropicale e offre uno spettacolo unico di una natura selvaggia che non si fa intimidire dai palazzoni che gli uomini costruiscono ovunque. E non ci si deve stupire se ad un tratto, proprio in mezzo alla foresta, il veicolo si ferma e un passeggero scende o sale… in mezzo a quella giungla, sulle pareti quasi a strapiombo del monte (“morro”) c’è gente che ci vive e c’ha casa!!! Rio è anche questo.



LA RIO DEI CARIOCA

Questa era la terza o quarta volta che Nico veniva a Rio. Ciò implicava che il mio amico aveva già delle amicizie in loco. E, manco a dirlo, si trattava di due ragazze, Lucia e Fabiola.
Che automaticamente diventarono anche mie amiche. Il che implicava che noi avevamo due carioca doc che ci facevano da guide e ci mostravano una Rio poco conosciuta ai turisti ma molto frequentata dai brasiliani.
Fu così che conoscemmo Santa Teresa, il vecchio quartiere coloniale. Ricordo benissimo quella sera. Stavamo passeggiando in quelle viuzze poco frequentate e molto più sicure della maggior parte delle altre zone della città, quando ad un certo punto sentimmo un musica e una specie di nenia. Al momento ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di soprannaturale: la sera, gli antichi edifici, nessuno in giro.. poi la mia curiosità ebbe la meglio e mi infilai in un cancello di una villa dall’interno della quale sembrava provenissero quei suoni. Entrammo anche al pianoterra di questa costruzione e scoprimmo che si trattava di una scuola di capoeira. Ero quasi intontito da quell’atmosfera magica… nessuno ci disse niente, stavamo lì a goderci le acrobazie dei ballerini quasi che fossimo noi dei fantasmi. Ogni tanto penso che forse quell’episodio l’ho semplicemente sognato.
Da Santa Teresa al centro della città si può arrivare utilizzando in Benjino, un tram degli anni ’30 ancora in uso che effettua un percorso a dir poco spettacolare…. Passa sopra l’antico acquedotto di Rio da cui si può godere, ancora una volta, un colpo d’occhio unico. Piccolo particolare: il tram non ha porte e sull’acquedotto non ci sono ringhiere. Diciamo che in Brasile la sicurezza sui mezzi di trasporto non è particolarmente sentita….
L’acquedotto fa da sfondo ad un altro scorcio della città pochissimo conosciuto dagli stranieri ma frequentatissimo dai brasiliani: la Lapa. E’ di fatto una strada con localini di tutti i tipi - in realtà la maggior parte di infimo ordine – in cui la gente fa la movida tra bancarelle e suonatori di strada. Qui fummo testimoni di un episodio a dir poco sorprendente. Una ragazza stava tranquillamente bevendo con un suo amico quando un’altra si avvicina e comincia a menarla. E glie le dà di santa ragione, tra lo stupore generale, fino a quando qualcuno, ripresosi dall’iniziale sorpresa non si mette in mezzo e seda la rissa. E mentre accade tutto ciò, l’amico dell’aggredita continua a star seduto, senza muovere un dito, continuando a sorseggiare la sua bibita! E poi dicono che la flemma è tutta inglese!!!



VARIE ED EVENTUALI

Gli abitanti di Rio si chiamano Carioca, dal nome del Rio Carioca che era un fiumiciattolo che anticamente scorreva da quelle parti. Gli abitanti dello stato si Rio si chiamano invece Fluminense. Rio de Janeiro prende il nome dal fatto che i Portoghesi quando arrivarono da quelle parti, tratti in inganno dalla geografia del luogo e non prendendosi neanche la briga di assaggiare l’acqua, pensavano che si trattava effettivamente della foce di un fiume. E poiché la scoperta avvenne a gennaio, ecco che il posto venne chiamato Rio de Janeiro, ovvero “Fiume di Gennaio”.
A Rio ci sono quattro squadre di calcio: il Vasco de Gama, squadra dei carioca di origine portoghese, il Botafogo, il team del grande Garrincha, che prende il nome dall’omonimo quartiere, il Fluminense i cui colori sociali sono il bianco, il rosso e il verde e per cui raccoglie tanti tifosi tra gli italiani e il Flamengo. Quest’ultima è come la Juventus in Italia: la più amata (e anche odiata) di tutto il Paese. Ovunque si vada in Brasile, si trova sempre un “flamenguista”. Anche a San Paolo, dove ci sono quattro o cinque squadre di livello nazionale.
Il calcio è, manco a dirlo, il culto principale di ogni buon brasiliano. Insieme ad un altro paio di cose come la musica e il ballo. Se un brasiliano dice che è un calciatore o un musicista o un ballerino, ha semplicemente detto che è un brasiliano e basta.
Pelè è naturalmente il dio di questo culto, anche se zio Fausto non era d’accordo. Ma poteva permetterselo perché lui brasiliano non era. Era infatti fermamente convinto che il miglior giocatore brasiliano è stato Garrincha e che Maradona, Sivori e Di Stefano sono stati migliori do Rey…. Personalmente ho sempre preferito Zico a tutti.
La cucina brasiliana è ottima. Forse un po’ monotona ma ottima. Mangiano molta carne, soprattutto bovina – di qualità comparabile a quella argentina – con fagioli e riso. La frutta è naturalmente superlativa, abbondante e a poco prezzo. A Rio, baccalà a parte, non si mangia molto pesce e i dolci sono pessimi. Invece a San Paolo, dove l’influenza italiana è predominante su quella portoghese, mi è stato detto che è possibile trovare degli ottimi ristoranti di pesce e delle pasticcerie che fanno dei cannoli che si avvicinerebbero a quelli palermitani. Io mi permetto di avere qualche dubbio…
A Niteroi c’è un famoso mercato del pesce al cui pianoterra ci sono i pescivendoli mentre al piano superiore dei ristoranti che possono cucinare quello che si è acquistato in basso. Il Venerdì Santo zio Fausto qui ci ha offerto lì un pranzo a dir poco luculliano. E poiché c’era una troupe del network televisivo “O Globo”, è riuscito a farsi registrare un intervento in cui, tra le altre cose, elogiava le tradizioni pasquali italiane.
E a proposito di Pasqua, pranzo pasquale in churrascaria!
Il churrasco è uno spiedo utilizzato per cuocere pezzi di carne al calore della brace. Normalmente, dopo un antipasto a buffet (dove si può trovare anche il sushi!), ci si siede davanti ad un piatto vuoto e si aspetta che il cameriere di turno, con un churrasco in una mano e un coltellaccio nell’altra, tagli direttamente nel piatto fette della carne infilata allo spiedo. Dopodiché ne arriva un altro, con un altro taglio di carne o con del pollo, e fa la stessa cosa. E poi un altro ancora, finché non gli si intima l’alt altrimenti si scoppia! Alla fine si paga: un una tantum per il cibo, le bibite a parte.
Non credo di aver mangiato tanta carne in una sola volta come in quell’occasione.



CABO FRIO

Uno dei posti di mare più belli dei dintorni di Rio de Janeiro è Cabo Frio e la vicina Arrayal do Cabo. In questi casi una buona foto vale più di qualsiasi descrizione.
A Cabo Frio attraccò nel 1500 Amerigo Vespucci e, nei pressi del ben tenuto forte portoghese, c’è ancora una iscrizione che lo ricorda.
Ci portarono da queste parti Lucia e Fabiola e fummo ospitati da Angela, una loro amica. Qui si può vedere qual è il vero Brasile, quello un po’ provinciale fatto di cavi elettrici che si stagliano nel cielo, di strade non asfaltate, di minuscoli baretti sempre popolati di annoiati perdigiorno. Uno di quei posti dove ancora la criminalità è a zero.
Ma anche qui il progresso, quello a macchia di leopardo tipico dell’America Latina, si fa strada prepotentemente. Ed è possibile vedere bambini vestiti di modesti short, t-shirt e infradito ma che mandano sms con cellulari dell’ultimo grido. O mega centri commerciali forniti praticamente di tutto.
Tra questo tutto si può trovare – e trovammo e acquistammo – anche la nutella, che stranamente era ignota alle nostre due amiche. Inutile dire che fu amore a prima vista. Ci ritrovammo in spiaggia, a 30° all’ombra, Nico e io a bere cocco ghiacciato, Lucia e Fabiola a mangiare nutella direttamente dal vasetto. Il tutto mentre una scuola di capoeira si esibiva tra i bagnanti.
E’ questa forse l’immagine più viva che mi è rimasta di quel breve soggiorno.


ANGRA DOS REIS

Un altro posto a dir poco meraviglioso, sempre nei dintorni di Rio, è Angra dos Reis. Dintorni per modo di dire, perché si tratta sempre di un centinaio di chilometri che si devono fare in tre o quattro ore, cambiando un paio di autobus e un paio di minibus. Il termine minibus è usato solo per amor di sintesi, visto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di vecchissimi furgoncini Volkswagen con l’impianto a gas (il bombolone sta sotto i sedili dei passeggeri!!!) adattati al servizio semi-privato di taxi collettivi.
In un modo o nell’altro arrivammo ad Angra. Stavolta Fabiola non era dei nostri perché impegnata al lavoro. Venne però Andria, un’amica di Lucia. Sicuramente non avemmo problemi a trovare compagnia femminile…
Angra dos Reis è una baia in cui si trovano circa mille tra isole, isolotti e scogli di ogni taglia. E’ Patrimonio dell’Umanità se non che vi è stato trovato il petrolio e il paesaggio è rovinato da un paio di orribili piattaforme petrolifere della Petroleo Brasileiro.
A parte questo non trascurabile particolare, è un posto veramente da favola. Una lussureggiante vegetazione tropicale che arriva fin dentro il mare e lo colora di verde, un’acqua limpidissima e caldissima, un orizzonte sempre occupato da un lembo di terra, sia esso un’isola o una penisola.
Rimanemmo lì solo un paio di giorni, dormimmo in una pousada stupenda (una “stanza” per due consisteva in un mini appartamento con bagno, angolo cottura, soppalco con letto matrimoniale e un altro paio di letti…) e ci godemmo fino in fondo quel pezzo di paradiso.
Nel frattempo Nico e Lucia si erano fidanzati e avevano anche avuto l’occasione di scegliere la chiesa dove sposarsi: una minuscola chiesetta che si ergeva solitaria su uno dei tanti isolotti. Usata probabilmente solo per matrimoni….



PORTO SEGURO

Il Brasile non è solo Rio e dintorni, naturalmente. E ci mancherebbe! Consci di ciò, Nico e io decidemmo di fare un salto nello stato di Bahia. Non a Salvador, troppo inflazionata, ma a Porto Seguro, la seconda meta turistica del Nord Est brasiliano. Me la consigliò un amico. “Se vuoi davvero vedere il Brasile, devi andare a Porto Seguro”.
In realtà penso che ci sono posti molto migliori al mondo, ma, a conti fatti, anche questa città ha molte cose che si fanno apprezzare.
Innanzitutto è frequentata pochissimo da stranieri e moltissimo da brasiliani. Poi anche lì la criminalità è quasi zero. I prezzi sono molto bassi, circa un terzo di quelli di Rio, che già sono circa un terzo di quelli di Roma. Il mare è bello; ci sono lunghe spiagge, poca gente, mare pulito. Ha una certa rilevanza nella storia del Brasile in quanto proprio qui attraccò il suo scopritore, Cabral. E nelle paludi intorno c’è un bellissimo parco naturale che può essere comodamente visitato utilizzando delle strane imbarcazioni, mezze chiatte e mezze traghetti. In ogni caso un posto che vale la pena vedere.
La zona dello struscio a Porto Seguro è il Passei do Alcol, la passeggiata dell’alcol, così chiamata perché era la strada che anticamente veniva percorsa da chi trasportava la canna da zucchero, da cui si ottiene appunto l’alcol. Oggi è un lungomare fiancheggiato da un lato da piccole e colorate costruzioni al cui pianterreno si trovano negozi di chincaglieria, bar, ristoranti e via dicendo. Sull’altro lato si estende una fila di bancarelle dove si vendono le stesse cose, anche se i venditori di cocktail la fanno da padrona. Praticamente per ognuno di questi bar ambulanti c’è un barman, spesso una donna, e un altro tizio che ha la funzione di accaparrare avventori che se ne vanno a zonzo per la via. Ti catturano, ti fanno sedere ti riempiono di chiacchiere, ti preparano una eccezionale caipirinha, il tutto al costo di 5 reais, cioè 2 euro. Tutto sommato ne vale la pena.
A Porto Seguro ci dovemmo confrontare con un aspetto non secondario della vita di quei Paesi: la miseria.
Un giorno stavamo passeggiando e ci si avvicino un bambino di 5 o 6 anni che, come altre migliaia di volte, ci chiese dei soldi per mangiare. Gli demmo qualche moneta e lui ci ringraziò e se ne andò tutto contento.
Il mattino dopo lo vidi che dormiva buttato nel giardino di un piccolo centro commerciale.
La stessa sera me lo ritrovo sul Passei do Alcol a richiederci dei soldi. Al che io gli dissi che lo avevo visto mentre stava dormendo e che non gli avrei dato soldi perché temevo che li avrebbe spesi per comprare dell’alcol. Lui mi spiegò che veniva da un paesino dell’interno e che stava a Porto Seguro tre o quattro giorni per racimolare qualche soldino dai turisti e poter così comprare del cibo per la propria famiglia. Al che gli diedi una banconota da 5 reais e lui, enormemente felice, mi abbracciò!
Quando andiamo in questi posti dove il tenore di vita tale da permetterci di far finta che siamo dei nababbi, non dobbiamo dimenticare che spesso tutto ciò è possibile per la profonda miseria che angoscia quelle popolazioni.


“OTTO O OTTANTA”

Con questa facile metafora numerica Zio Fausto sintetizzava le innumerevoli contraddizioni del Brasile. E’ la ben nota questione degli enormi contrasti di quella società. Ma anche una testimonianza meno banale del modo di essere di quel popolo.
Infatti questo aspetto si manifesta non solo nelle favelas costruite accanto ai palazzi più ricchi o nel triste spettacolo dei mendicanti più miserabili davanti ai ristoranti più chic, ma anche in cose meno traumatiche come l’aria condizionata a “palla” che ti fa passare dai 30 gradi al 95% di umidità della strada, ai 24 gradi al 60% di umidità dell’interno di una discoteca o di un autobus di linea.
O il fatto che fino a qualche anno fa era consentita la caccia libera praticamente a tutte le specie animali, mentre ora la caccia è proibita del tutto. A proposito, zio Fausto era considerato uno dei migliori cacciatori di tutto il Sud America.
E’ possibile osservare dei centri commerciali che possono tranquillamente competere con i nostri che si affacciano su strade impolverate che non hanno mai visto un grammo di asfalto.
La disinibizione sessuale è notoriamente molto diffusa laggiù, però una significativa fetta della popolazione, che in alcuni casi arriva anche al 10%, osserva rigorosamente la religione evangelica che permette il sesso solo all’interno del matrimonio.
Si tratta effettivamente di una innumerevole serie di aspetti che, secondo chi scrive, vanno al di là della semplice difficoltà a che il progresso, il benessere, la cultura, si possano diffondere in maniera omogenea e organica. E’ probabilmente un inconsapevole modello di esistenza, senza mezze misure.
Otto o ottanta, appunto.


CONCLUSIONI

E venne il giorno della partenza…
Ho la seguente teoria: se si visita un posto che piace tanto, non si deve vedere proprio tutto. Così infatti rimane sempre la scusa per ritornarci. Io non ho visto un paio di cose fondamentali di un Paese come il Brasile e cioè una partita di calcio e il carnevale. E mi sembrano due ottimi motivi per ritornarci. Ma non è davvero importate questo. E’ importante avere il pensiero che un giorno – ma forse mai – ci ritornerai, perché quelle cose stanno lì, ad aspettarti. Così come tutto quello che hai visto, le persone che hai conosciuto e le emozioni che hai vissuto. Si tratta di una semplice illusione che ti fa sognare in una giornata grigia e piovosa di metà novembre. Perché, come diceva sempre zio Fausto, “La vita è tutta una illusione.”.
Saudade. Che non è nostalgia in senso stretto, è qualcosa di più profondo e difficilmente spiegabile. Solo chi la vive sa cos’è.
Alla fine si dovette partire perché anche le illusioni finiscono.
E quel giorno era una giornata fantastica. Il cielo azzurrissimo, il mare verde, la sabbia di Copacabana giallissima. E un frotta di gente a prendere il sole al mare.
Era come se Rio si sentiva come una donna rifiutata che ti si rivolge dicendo “Ecco, tu non mi vuoi, ma io sono questa qui!”
E mette in mostra le sue bellezze…
Fu in una giornata così che partimmo.
Col cuore in gola ma con la consapevolezza che Rio e il Brasile stavano sempre laggiù ad aspettarci e ad accoglierci.
Anche se purtroppo zio Fausto non c’è più…
Tags: brasile, mare, saudade
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