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Mio Messico

Scritto da Letizia Carducci
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Messico – Guatemala, un viaggio nel mondo dei colori

27.12.00 – 14.1.2001


Ho impiegato qualche giorno per sentirmi altrove.
Tante ore di volo tra le nuvole non sono bastate a creare quello spazio mentale che serve ad incontrare un popolo, un’altra storia.
Scrivo solo ad una settimana dall’inizio del mio viaggio, solo quando ho voglia di fissare sulla carta le emozioni provate.
…………
L’entusiasmo di ogni partenza, condiviso con i miei compagni di avventura, si è placato nel mare di luci che ci ha accolto a Mexico City.
Di solito si plana con stupore e curiosità verso una città che sembra attenderci, ma questa volta tutto ciò che avevo letto in volo mi aveva spaventato ed ho avuto la sensazione che nessuno avesse potuto accorgersi della mia presenza. Un enorme concentrato di esseri umani, un agglomerato urbano che secondo la teoria dei numeri non può esistere, una città che sta lentamente sprofondando (c’è un pendolo dentro la cattedrale che misura il movimento della costruzione !!!) era da oltre mezz’ora sotto i miei occhi… sembrava che l’aereo si fosse fermato in volo e invece era solo un susseguirsi sterminato di piccole luci che riempiva il mio sguardo per ogni dove.
Avevo paura che non avrei trovato abbastanza aria per respirare … e invece è proprio per la forza delle sue contraddizioni che la capitale del Messico accoglie il 70% di un popolo antichissimo sopravvissuto ad indecenze storiche che proviamo ad immaginare, eppur proseguite, in parte, dai gringos.
Sono circa 50 i chilometri percorsi sull’Avenida Insurgientes da una parte all’altra di questa città, ma nonostante le immense proporzioni non ho trovato il paese che avevo in testa, né i colori e le emozioni che avevo immaginato.
Sicuramente tutte “le città invisibili” convivono in Mexico City. La complessità del quotidiano mi ha mostrato tanti volti stanchi e mi ha fatto pensare che spesso si può essere in cammino anche dentro la propria città. Le linee sotterranee che scorrono nelle viscere della ciudad vedono ogni giorno questa continua migrazione da e verso l’infinita baraccopoli che circonda ovunque il costruito (sapevo qualcosa al riguardo, ma come al solito vedere con i propri occhi è altra cosa e attraversarla?! Cos’è viverci?!).
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Alla ricerca del tempo perduto, la prima meta fuori città è Teotiuachan, tra le immancabili orde di turisti fotografi percorriamo la Calzada de los muertos e cerchiamo di misurare le fatiche degli indios che 2000 anni fa veneravano il dio acqua, il dio sole, il dio giaguaro… e rappresentavano la loro aspirazione al divino attraverso la costruzione di piramidi altissime che ad ogni gradino dell’ascesa impedissero, causa l’inclinazione, di vedere il punto più in alto, l’altare, e amplificassero l’emozione… .
Solo la fantasia può esserci d’aiuto, dopo aver velocemente visitato il Museo Antropologico della capitale, ad avere un’idea delle cerimonie che si svolgevano in certi luoghi sacri.
Ritornati nella capitale mi accorgo presto che bisognerebbe restare e vivere la città per poi dire di esserci stati veramente, perché solo qualche giornata non è sufficiente per uscire dai percorsi del turismo e, ho letto da qualche parte che ‘il turismo uccide il viaggio’.
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Spostandosi dalla cuidad in direzione di Oaxaca mi sono accorta presto delle lunghe distanze e del privilegio di viaggiare in classe extra lusso. Nelle stazioni degli autobus si accalcano molti messicani pazientemente in attesa, che si incuriosiscono di noi stranieri, ci guardano sorridenti e ci domandano provenienza e destinazione. Nel nostro improbabile spagnolo alla “Totò e Peppino”, ma con molta meno classe, tentiamo con piacere una comunicazione minimale. I nostri zaini ci rendono ai loro occhi veri viaggiatori e forse proprio per questo estranei, perché oltre …la necessità.
In viaggio si sa, si fanno delle levatacce, e a volte, negli spostamenti da una città all’altra neanche si può dormire a causa del tipo di percorrenza e del mezzo, ma si affrontano le difficoltà con spirito diverso, per arrivare comunque stanchi e un po’ stravolti a destinazione; spesso si viaggia di notte per guadagnare tempo, ma sono notti strane quelle trascorse in un pullman di primera guidato da un autista all’apparenza normalissimo che in realtà si fionda a velocità prive di senso su curve pericolosissime (gli scarsi rettilinei sono punteggiati da tremende topes, sorte di dossi artificiali che salvaguardano la salute dei residenti e forse un po’ anche quella dei viaggiatori!!!).
Oaxaca rende finalmente giustizia alla voglia di colore che mi aveva portato qua, lo stile coloniale delle costruzioni basse in file che si incrociano si è colorato intensamente e le pitture murali ospitano scritte curiose (non esistono insegne al neon). Incomincio ad incrociare tanti turisti giunti da ogni dove con la voglia di scoprire i misteri che cela la cultura messicana e cerco di confondermi con loro tra tacos e tortillas.
Ciò che avevo visto solo al cinema è di fronte ai miei occhi e mi accoglie dolcemente.
Tanti sono i bambini e ed il traffico nella città di Oaxaca; scoppiettanti mezzi di trasporto sostituiscono i simpatici maggioloni diffusissimi a Città del Messico. Ricordo con un po’ di nostalgia i mariachi di Plaza Garibaldi (in Mexico city) e la tequila bevuta quella sera in compagnia e cerco di guardare ‘attraverso’ le cose che a volte mi capita di vedere e di amare di meno…
I tessuti colorati esposti ad ogni banco del mercato di Oaxaca mi hanno subito innamorato e dopo l’acquisto non ho potuto fare a meno di indossare calde sciarpe in tecnicolor: volevo portare addosso parte del colore gustato durante la giornata.
Il viaggio è proseguito poi per il Chiapas, verso la foresta che ha nascosto l’esercito rivoluzionario indipendentista di Marcos, verso comunità isolate che pur nell’indigenza sono molto gentili e .. silenziose. Nel cuore di questa zona, San Cristobal de las Casa, dopo Oaxaca, è diventato la nuova casa per quattro giorni ed il punto di partenza per visitare il sito archeologico di Palenque (meravigliosamente avvolto dalla foresta pluviale), la cascata di Agua Azul (dove un turismo poco rispettoso altererà presto uno scenario raro), il Canon del Sumidero (paragonabile per estensione a quello del Colorado ma in realtà deludente) e soprattutto, anche se fuori programma una di quelle comunità minori dove avrei voluto tanto restare: quella di San Juan Chamula.
I campesinos che vivono vicino alle loro coltivazioni si recano ogni giorno nella chiesa del villaggi per ripetere un rito ancestrale durante il quale confidano nella divinità e ripongono ogni paura. Un ambiente ai limiti della realtà si scolpisce nel ricordo della mia anima (la comunità vieta di fotografare cose e persone – vieta di riprodurre un’emozione tanto forte: un’antica credenza degli indios vuole che mostrare l’immagine di una persona equivale a rubarne l’anima!!!)
Una piccola chiesa di campagna accoglie intere famiglie di fedeli che si dispongono a terra intorno ad un improvvisato altare di candele colorate; il capofamiglia recita preghiere ed invocazione ed esegue strani gesti propiziatori. Il pollo che a metà rito viene sacrificato davanti ai miei occhi segna il confine tra cattolicesimo e paganesimo. La fiamma delle tantissime candele che ardono sul pavimento (non ci sono banchi, non ci sono altari, non ci sono preti, né confessionali) e su qualche tavolinetto di fronte alle bacheche dei santi (?), vacilla ma sfuma infine decisa verso l’alto.
Mi sento senza Dio, mi manca quella fede che rasserena e allora … cerco di avvicinarmi un po’ alla loro preghiera. Alla fine del rito, nel silenzio di pochi sguardi, mi offrono aguardiaente e mi benedicono. I bambini mi sorridono curiosi ed io sento salire il pianto… per un’emozione che non trova le parole. Mi sono sentita a casa senza esserci veramente… e certo un foto non avrebbe potuto contenere tale intensità.
Le comunità indigene di questa zona sono state le ultime a cedere all’europeo e guardano tutt’oggi con diffidenza i bianchi, i più rifiutano sdegnati di essere fotografati, altri ovunque chiedono di pagare per portare via un goloso ricordo da mostrare ai nostri amici .. la tentazione è forte! Il colore dei loro costumi seppur spesso sporchi e logori mi abbaglia e mi spinge a fissare con l’obiettivo l’energia propria del colore che abbiamo dimenticato prediligendo un elegante e neutro nero.
Ci attende il Guatemala dove tutta la tavolozza del creato trova massima espressione, ci aspetta il mercato famoso di Chichicastenango per ritrovare un vero e proprio arcobaleno a ciel sereno. Le stoffe lavorate a mano dalle poverissime donne guatemalteche (ripenso al premio nobel per la pace assegnato a Rigoberta Menciù) sono sempre finemente ricamate con toni altrettanto sgargianti; fiori ed animali variopinti - simboli di ogni cultura che spera in un domani migliore- si mescolano a strane geometrie.
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Avevamo oltrepassato la frontiera e la terra di nessuno rendendoci subito conto dell’enorme differenza tra i due stati ; il tenore di vita in Guatemala è così basso che le possibilità di scelta sono proprio ridotte. Abituati a sopportare un clima affatto comune ed un regime politico molto duro i guatemaltechi sembrano guadagnarsi da vivere con grande sacrificio.
Abbiamo preso al volo corriere antidiluviane e condiviso un piccolo sedile pigiati tra uomini donne e bambini che tornavano stanchi alle loro dimore, viaggiando per ore ed ore su sterrati poco sicuri a velocità sostenute (per noi quel viaggio era quasi un gioco, per loro una triste realtà – questo è il mezzo più economico-); gli edifici scolastici e le chiese fanno da contrappunto ad un paesaggio molto verde seppur impervio. Molti sono i disboscamenti in atto, ma potrebbero veramente evitarlo loro??
La vita nei paesini è intensa e soprattutto durante il giorno di mercato, proprio le mercanzie esposte, così colorate, così in abbondanza mi fanno immaginare quali sono gli oggetti del desiderio di queste genti. La coca-cola è ovunque e mi ricorda sempre che se il turista trova alcune scene pittoresche e nostalgiche, per l’indio le cose per noi più scontate potrebbero essere un bene di lusso – felicità: un paio di scarpe da tennis, il vestiario dei gringos, quei cibi fluorescenti che si mettono in mostra nei negozietti più sperduti … e tutto quel mondo che si può vedere in qualche rara televisione.
Il viaggio itinerante ci permette di visitare anche la zona del lago Atitlan: un mare profondo dominato dai vulcani inattivi e circondato da villaggi dove ognuno mette in mostra l’artigianato locale (amache, coperte, monili e maschere) in attesa del turista danaroso; a noi resta il gusto (o il disgusto, dipende) della contrattazione. Anche qui hanno imparato presto che il turista è un pollo da spennare e non si riesce mai a capire il vero valore delle cose: mi va bene pagare 3 volte il costo di una cosa, ma non 10 volte tanto!! Hanno imparato presto ad esagerare i prezzi, consapevoli che comunque nessun acquisto può modificare la nostra vita (e come biasimarli?) ma cedono con dolcezza alle nostre richieste più gentili. Anche qui ci rendiamo conto che la nostra spesa non può risolvere il desiderio, ma di sicuro cerchiamo di portare con noi un pezzetto del Guatemala, quel pezzetto che abbiamo amato.
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Anche se comodi comodi, i turisti si alzano sempre di buon ora e partono sempre alla volta di qualcos’altro; a volte lasciano l’incanto e la purezza di luoghi che non ritroveranno più. E’ successo anche a noi cosi: siamo scesi ad Antigua, la vecchia capitale dello Stato, che grazie all’abbandono del dopo-terremoto ha mantenuto un’atmosfera senza tempo. Tantissimi sono i turisti che attraversano il regolare reticolo di calle e avenidas e che si stupiscono di fronte ad un’architettura di stampo spagnolo dai colori molto intensi. Finalmente , sotto un sole cocente, le linee ed i colori che avevamo immaginato!! Il sole ci riscalda e ci appaga di ogni sacrificio fatto, ma presto arrivare l’ora dell’appuntamento, si riparte.
Molti stranieri si fermano ad Antigua e approfittano di questa antica città per frequentare un corso di lingua nei pittoreschi cortili delle abitazioni. Certo, il tenore di vita qui è molto alto… a poche ore di distanza da Chichicastenango la miseria è già un ricordo lontano.
La moderna Città del Guatemala diventa per molti, ed anche per noi, una tappa obbligata per proseguire verso il Peten e spaventa fin da subito per quantità di traffico, cemento armato e persone armate. Cerchiamo di non farci troppo impressionare dalla grigia atmosfera e mettiamo nel nostro bagaglio anche questa fotografia, la sensazione negativa che questa città ci ha lasciato ed il vero e proprio senso di soffocamento provato attraversando le vie centrali nelle ore di punta. La Plaza Mayor ospita tanta gente che aspetta come noi disordinatamente, qualcosa. Non avremmo voluto vedere una realtà così dura e caotica, preferivamo la miseria, qualcosa che potevamo sforzarci di capire ricordando la storia dei nostri progenitori: trovarsi nella contraddizione tra le insegne al neon ed i bambini sporchi che chiedono soldi ci ha reso turisti tristi ed impotenti… ma poi per fortuna, nel buio si riparte e possiamo lasciarci anche questo alle spalle.
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Attraversare tre stati in un giorno è come un film difficile da raccontare, ma un film che non si dimentica. Cambia la vegetazione, il clima, la gente… Nel Belize abbiamo intravisto un mix di popolazioni e di culture affascinante. Dalla stessa povertà del giorno precedente sono spuntate casette colorate in stile inglese, cavalli al pascolo e fiori sfacciati. Si intravedevano nelle dimore amache dondolanti e bimbi creoli scalzi intorno… la storia di questo paese sembra essere stata molto più “dolce” che non quella del vicino Guatemala, insanguinato da 36 anni di guerra civile, torture, repressioni e innumerevoli colpi di stato (come se le offese subite avessero indurito i cuori senza alcuna possibilità di comprensione… e di cambiamento in positivo). E’ evidente soprattutto a Guatemala City la forsennata corsa verso l’arricchimento… e lo scempio, il degrado, la perdita. Percorrendo una delle due lunghe e dritte strade che attraversano il Belize, il sole caraibico ci ha rilassato e nella gioia ci ha anche fatto pregustare le cartoline delle bianche spiagge caraibiche.
.. il sole si sa porta con sé il desiderio del mare, la voglia di fondersi con l’unico azzurro che ci è dato toccare.. per cui puntando sullo Yucatan ci areniamo presto in una spiaggia tra le più turistiche –Playa del carmen- dove vivono tra l’altro moltissimi italiani, e dove svernano tantissimi europei a prezzi più accessibili rispetto a Cancun. Ritroviamo in parte il comfort che avevamo dimenticato per un po’, ma a caro prezzo: questa località non ha quasi niente di messicano; a parte qualche tequileria e tacheria, avremmo potuto essere ovunque, di diverso c’erano soltanto i souvenir, spesso da pagare in dollari americani tra l’altro!! Lo Yucatan è il parente più prossimo della Baja california ed è completamente snaturato rispetto alle origini (che provo ad immaginare): spiagge bianchissime, acque turchesi, vegetazione e fauna lussureggiante, ritmi di vita dimenticati… non si parla neache più di contaminazione qui, perché solo un merchandising multicolore ci ricorda la latitudine dei Caraibi. Vorremmo calarci in una di quelle spiaggette immaginate da casa, dove palme e sabbia bianca finissima rendono il sogno, ma la rincorsa dei mezzi pubblici ci impone ritmi e scelte discutibili (mi riferisco al turismo responsabile e/o consapevole!!!)
Le spiagge che sono in bella mostra nelle agenzie di viaggi di tutto il mondo esistono, ma sono per gran parte di proprietà privata e riservate a chi sceglie di non vedere il Messico e di ricostruire ovunque la stessa casa. Abbiamo casualmente attraversato uno degli innumerevoli villaggi turistici della zona e solo in quel momento ho capito che quelle microsfere allineate sul litorale non hanno portato alcuna ricchezza a chi essendoci nato avrebbe tutto il diritto di sfruttarne le risorse naturali. L’investimento straniero è stato logicamente privilegiato alimentando corruzione e strani giochi di potere, ma quanti riflettono su questo prima di comprare un pacchetto viaggio??!!
La storia ci ha regalato molte differenti culture e forse è proprio nella differenza che l’uomo si è fino ad un certo punto confrontato ed evoluto. Il capitalismo della modernità ha rubato anche a questa gente il tempo che un cambiamento consapevole richiede, e la perdita è definitiva.
Non amo le città museo, ma in fondo, in fondo continuo a cercare ‘la purezza delle diversità’, per sentirmi veramente altrove , per sentirmi bene e poi guardare poi le stesse cose da un altro punto di vista e continuare la ricerca la scoperta.
Chi subisce il fascino della globalizzazione si appaga di una playa con tutti i servizi, gli altri si innamorano di atmosfere romantiche come quelle respirate a Tulum (castello in rovina a picco sul mare) e continueranno a cercarne ancora.
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Dopo aver visitato il sito archeologico di Chicen Itza, possiamo dire di aver visto buona parte dei reperti maya sul territorio attraversato, ma ciò che fino ad ora era in dubbio improvvisamente si è fatto realtà. La complessità e la vastità di questo sito mi convince definitivamente che dovrò studiare parecchio al ritorno per cogliere almeno in parte la grandezza di questa civiltà, lontanissima dalla nostra, ma basilare per l’intero continente: il mistero maya.
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E’ difficile percorrere le strade della conoscenza, spesso è utile anche prendere direzioni sbagliate per ampliare il nostro mondo, basta avere la voglia-bambina di guardare con attenzione e di lasciarci bagnare dall’Oceano: la tappa a Cancun mi riconferma la velocità con cui questo paese sta cambiando; il progetto della zona hotelera ha dell’incredibile!
( Mi accompagna nell’epilogo di questa uscita il colore che nell’indigenza del Chiapas e del Guatemala mi aveva consolato.)
C’è un tempo negli spostamenti tra un luogo all’altro che è semplice attesa, durante il quale ci si sente sospesi a mezz’aria. Ho trascorso una giornata in completa solitudine a Cancun e non per mia scelta, una giornata che faceva ancora parte del viaggio, ma che era già un ritorno; ho preso il primo autobus in transito e mi sono lasciata trasportare fino al capolinea per le strade di una città inventata, progettata a tavolino con infinite carte, numeri ed interessi in gioco. Ho attraversato quella lingua di terra dove esistono solo alberghi e centri commerciali, come visitassi una chiesa, un monumento, un inno all’industria del turismo. Salivano e scendevano dal bus uomini e donne di tutte le età con indosso le divise di quel mondo surreale –tipo Trumanshow- dove tutto sembra perfetto. Enormi piramidi di cemento celebrano un’architettura moderna che non avrei potuto immaginare, quella della ripetizione, di mille finestre allineate e sovrapposte, quella della trappola delle mura.
Mi sembrava di essere dentro un plastico: la strada dritta, le palme allineate, campi da golf verdi come in Irlanda ed alle spalle di questo, ‘il desiderio realizzato’, il costruito, i servizi… mi mancava qualcosa, la vita, i messicani, il suono degli animali che avevo assorbito nelle foreste… e forse un po’ di normalità. Non ci sono case, ne scuole, né chiese, né bidoni dell’immondizia lungo l’unica via percorribile che separa i mega hotel dalla spiaggia e quando ho visto di nuovo l’azzurro accecante delle acque dei caraibi ho capito perché tanti stranieri scelgono Cancun come unica meta messicana per le loro vacanze. Una città progettata a tavolino, un mostro dalle mille teste e un’industria di miliardi di miliardi. Ma dov’è finito il Messico? Gli unici messicani che ho incrociato sono quelli che smontavano dal turno o muratori che quando il sole è tramontato rientravano nelle loro case chissà dove; chissà cosa pensano di quella popolazione ipernutrita che viene qui a cercare la propria libertà?
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Il tempo dell’attesa si fa spettacolo soprattutto in prossimità e dentro ogni aeroporto; l’umanità più varia si muove intorno e proprio nel tempio del movimento ci si sente immobili spettatori. Quante facce, quante forme, quanti modi di esserci.
Che fortuna assistere al miracolo delle diversità! I geni non si combinano mai allo stesso modo, e la storia di ognuno moltiplica le sorprese. Non mi stanco di immaginare cosa c’è dietro un modo di camminare, di mangiare, di parlare cresce il mio mondo e vedo con maggiore nitidezza ciò che amo di più.
Il viaggio questa volta sta terminando per davvero, presto sarò di nuovo tra le mie cose… ho voglia di riabbracciare i miei nipoti e di raccontare loro ciò che ho visto.

Tags: messico, guatemala, viaggi, avventure, umanità, gente, colori, cancun
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