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Un Italiano in Arizona, le Dieci Regole del Turista

Scritto da gabriele martelloni
  • deserto a Tucson
  • montagne rosse di Sedona
Comincia male il mio viaggio negli States, con un guasto aereo che mi blocca per una mezza giornata al JFK di New York, e finisce anche peggio, con il bagaglio che mi viene reso solo quattro giorni dopo l’atterraggio a Roma Fiumicino (e decisamente più leggero di come l’avevo lasciato). Un avvertimento dell’aria che avrebbe tirato, ad essere sincero, l’avevo pure ricevuto. Durante il volo transoceanico, all’andata, dopo aver letto sul “Venerdì di Repubblica” un articolo tutt’altro che lusinghiero sulla compagnia aerea alla quale avevo affidato la mia traversata (American Airlines), faccio appena in tempo a dire alla mia vicina di sedile: “a noi finora è andata bene” che una turbolenza ci complica prima l’atterraggio (ma non dite che porto sfiga), poi ritarda il successivo decollo per Dallas, e infine, ciliegina sulla torta, ci viene detto che l’apparecchio designato per il volo s’è, ahinoi, sobriamente rotto. Dopo tanta inutile attesa, mi sono rotto anch’io. All’aeroporto prendo confidenza con un olezzo di fritto che non mi mollerà più le narici fino al ritorno. Mezza giornata all’aeroporto di New York e puzzo come il cuoco di un ristorante cinese. In giro si vedono orde di tripponi cellulitici - di ambo i sessi e di tutte le età - aggrappati al bicchiere di soda manco fosse una santa reliquia. Mi sento in un quadro di Botero. Eccolo, l’americano da fast food: hamburger in una mano, coca cola nell’altra, e patacche di salsa a inzaccherare la shirt troppo lunga. Dopo che gli steward della compagnia ci avevano assicurato che il nostro bagaglio era stivato nell’aereo che avremmo dovuto prendere il mattino dopo, noto che un mio compagno di viaggio s’è ripreso il suo. “Stanno tutti di sotto, appoggiati al muro” mi dice. Bastardi. Riprendo il bagaglio e, di colpo malfidatissimo, mi rimetto in fila al check-in aspettandone la riapertura. Lì scopro che il biglietto che m’avevano dato dopo il guasto non era valido perché non datato; litigo un po’, alla fine mi schiaffano su un volo per Dallas e tanti saluti. Sull’aereo, una signora, si sta allenando con la lingua italiana su uno di quei libri illustrati da scuola media. “Cos’è uno scolapiatti?” mi chiede. Faccio del mio meglio per spiegarglielo. “Noi non lo usiamo” mi risponde, abbiamo la lavastoviglie. A Dallas (l’aeroporto è immenso) m’imbarco su un volo per Tucson, Arizona. Nove ore di fuso orario dall’Italia, ventisei ce ne ho messe per raggiungerla. E’ quasi novembre, ma qui è piena estate. Quaranta gradi, ma di caldo secco. La prima missione è il noleggio dell’auto. Entro in un’agenzia e ne chiedo una in affitto, me la danno con tanto d’assicurazione e cambio automatico. Chiedo se ne hanno una col cambio regolare. Il tipo mi guarda come se fossi un venusiano. Alla fine la prendo; due settimane, seicento dollari. Le strade, in città, sono larghe anche cinque corsie (in autostrada, paradosso, quasi sempre solo due, e scordatevi l’autogrill, come pure il casello); mi sfilano accanto jeep e macchinoni lunghi e scassati - una ha addirittura due fori di proiettili – con lo stereo a palla e i finestrini abbassati; certami musicali nascono e muoiono tra una corsia e l’altra, e ogni tanto, dalla parte del passeggero, sbuca fuori una mano a mò di corna, mentre il guidatore guida a una sola mano per tenere nell’altra l’immancabile caffè (una brodaglia imbevibile che definirei acqua calda colorata) nel bicchierone di plastica. Ai miei fianchi si susseguono file interminabili di “Stores” di tutti i tipi: supermarket, fast food, discount, cinema, eccetera; caseggiati dai tetti bassi per il troppo calore con sopra l’immancabile scatola del condizionatore; sparuti palmizi, cactus giganti, skateboarders, monopattinatori e ciclisti ovunque. Mi accorgo di avere una fascia adesiva sullo specchietto retrovisore che mi ricorda che quello che vedo attraverso lo specchietto medesimo sembra più vicino di come realmente sia. Di stramberie del genere ne troverò a decine. Il motivo è che le corporations americane, per mettersi al riparo da possibili querele (qui la class action è un fenomeno piuttosto comune), specificano con una pedanteria smodata la benché minima cosa. Non per trattare da stupidi i consumatori, ma perché li ritengono furbi, e vogliono togliergli ogni appiglio buono per la denuncia. Cose come: “cara ditta, non mi hai avvisato che dallo specchietto le cose sembrano più vicine di come sono e l’incidente che ho avuto è avvenuto per colpa tua, ripagherai a vita la mia gamba rotta, tuo, consumatore”. Chiaro no? Faccio un giro per la città universitaria dell’Arizona (quando fu fondato lo Stato, e si pensò di dividere le future ricchezze fra i tre principali centri abitati, Phoenix fu designata capitale, Florence si beccò la prigione e Tucson, appunto, l’università). Girando per i boulevard sintonizzo lo stereo su radio rock che passano musica che da noi ce la sogniamo (Samshing Pumpkins, Pearl Jam, Alice in Chains e quant’altro), evitando sistematicamente le radio messicane sature di musica popolare. L’università è immensa, mi ricorda un po’ la serie televisiva Beverly Hills. Eserciti di finte bionde mi sfilano accanto pattinando e giovani palestrati s’incolonnano sulle piste ciclabili. M’intrufolo in alcune classi. Sono piccole, poco numerose, i prof conoscono per nome i loro allievi, e tutti infilano qua e là commenti caustici sull’Italia, a mò di battuta. L’ultimo prof, addirittura, dice che a Orvieto (il mondo è piccolo), ha visto un ragazzo farsi di crack in treno. Per cenare, la sera, c’è l’imbarazzo della scelta. Cucine dal mondo ti invitano dai neon rutilanti a gustare le loro peculiarità culinarie. Opto per il vietnamita, pentendomene. La notte, se hai meno di ventuno anni, hai solo due opzioni: o vai in qualche party casalingo (ce ne sono comunque a volontà), o te ne stai a casa, perché i bar (i pub de noantri) non ti faranno entrare e gli alcolici non te li possono dare. I locali chiudono alle due, tassativamente, e da un anno, per legge, non si può più fumare all’interno. Tra i ragazzi, le droghe che vanno per la maggiore sono l’erba (l’hashish non ce l’hanno), e i vari tipi di pillole (qui la gente assume vagonate di pillole, sin da piccoli, per i più futili motivi), mentre la cocaina è per chi ha i soldi e possibilità di sprecarli. Passo qui la notte di Halloween, vestito da hippy a dividere la notte con gorilla, uomini banana, donne mezze o completamente nude (la notte di halloween, come mi hanno spiegato, per molte ragazze è una scusa per fare un po’ le putt…elle), a saltare da un party all’altro dove i ragazzi, in particolar modo chi ha meno di 21 anni, si ubriacano prima di andare nei locali.

Puntatina in Messico.

Se avete nostalgia dell’Italia, quando siete a Tucson, andate a Nogales, Messico. E’ giusto al confine, per metà in Arizona, e basta un’oretta per raggiungerla. La prima sorpresa è che avvicinandosi al Messico i cartelli iniziano a segnare i chilometri anziché le miglia, e la vegetazione sembra diventare un po’ più rigogliosa. Ho lasciato l’auto al di qua del confine perché l’assicurazione non mi copre Il Messico (visto come guidano i messicani mi pare giusto). Passata la dogana (non m’hanno nemmeno chiesto il passaporto) mi sembra d’essere entrato in altro mondo: accattoni ovunque, bambini che pisciano sulle ruote delle auto, infanti che questuano. I messicani sono duri, importunano, guardano parecchio, fanno casino. Sembrano napoletani. In un ristorante, nel tempo che ci ho messo a mangiare Fajitas e Nacos, mi hanno chiesto se volevo una serenata, una foto, un dipinto, caramelle, accendini e quant’altro. Sfinito, me ne vado quasi subito. Ma prima devo destreggiarmi tra le bancarelle che t’inglobano costringendoti a sorbire i mercanteggiamenti dei venditori.

Lago havasu

Il mio viaggio alla volta di Los Angeles salta a causa degli incendi che devastano la California. Difficile raggiungerla, ancor più trovare un albergo: gli sfollati li hanno riempiti. Decido allora di risalire l’Arizona spingendomi verso il fiume Colorado, che divide i due Stati. Là, una delle numerose dighe, ha formato un lago chiamato Havasu dove un facoltoso visionario ha fatto impiantare l’originale London Bridge dopo averlo smontato e rimontato pezzo per pezzo per un costo spropositato (7 milioni di dollari). Percorro miglia e miglia di deserto. Un deserto vivo, allergico al tronco, a meno che non sia nano, ma che sfoggia ogni possibile varietà di cespuglio, arbusto, cactus. Alberi di Joshua lo punteggiano. Cinture di monti brulli e rossicci dalle forme sensuali lo circondano e lo intermettono. Ci sono riserve indiane recintate, con gli immancabili casinò. Ogni tanto, insediati dall’uomo, si aprono campi di mais, cotone, allevamenti di struzzi e bovini. Poi, di colpo, un grumo di monti affastellati spegne il deserto e lascia solo passare la lingua possente del fiume Colorado che tinge di verde la bocca che gli si fa intorno. Alle sei in punto, mentre il sole tramonta squagliandosi in una striscia gialla che percorre l’acqua fino all’hovercraft con cui sto solcando il lago, fisso quella palla giallognola che si va a nascondere dietro una coltre sospesa e grigiastra che sembra una nube densa e carica, ma che in realtà è il fumo della California che laggiù, dietro i monti che la dividono dall’Arizona, brucia.





Decalogo per il visitatore italiano in Arizona:
1) Non sprecar fiato a chiedere una birra rossa, non ce l’hanno, ma puoi prenderne il surrogato, chiamato Amber.
2) Non eccedere i limiti di velocità: ti controllano anche dagli elicotteri o passando in macchina dalla corsia opposta. Per i trasgressori c’è l’arresto. A me è capitato: il poliziotto è sceso con le manette pronte. Me la sono cavata facendo il turista sprovveduto e pagando una bella multa.
3) Se ti fermi a una stazione di servizio per mettere un po’ di carburante non aspettare il benzinaio: non c’è. Fai da solo all’automatico.
4) Se ordini pesce, guardati bene di non trovare il prezzemolo (parsley) tra gli ingredienti. Ha un sapore fortissimo e un odore nauseabondo. Ti rovinerà il pasto.
5) Se non sopporti l’aria condizionata, non andare in Arizona. E’ necessaria, ma tra un qualsiasi negozio/locale/casa e l’esterno c’è un’escursione termica che fa spavento.
6) Se in Italia hai comprato vino da portarti, bevilo prima dell’arrivo in dogana. Non te lo fanno passare. Io, addirittura l’avevo comprato al duty free e tanto niente…
7) Se vedi esseri neri e grossi come un palmo di mano che escono dallo scarico del lavandino hai appena fatto conoscenza dei coachroachs, gli scarafaggi del posto.
8) Scordati il bidet. Ergo, fai molte docce.
9) Approfitta per comprare cd musicali. Le tasse sono ridicole e un cd nuovo costa al massimo quindici dollari (dieci euro). In un negozio di dischi usati, per trenta dollari, ne ho presi otto.
10) Se sei un indeciso di natura, manda qualcun altro a fare la spesa. Di ogni cosa troverai almeno dieci marche/versioni.
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