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Il Deserto Dipinto

Scritto da Roberto Vaccari
  • Painted Desert
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Quando Ezio mi propose di accompagnarlo in uno dei suoi viaggi di lavoro a San Francisco, fui tentato di rifiutare. Avremmo anticipato i suoi impegni con una toccata e fuga in alcune località americane che a suo parere dovevo assolutamente vedere con lui.
«Non posso venire in America, gli risposi, tentato.
«E perché?» chiese lui sospettoso.
«Laggiù ci vive mio fratello. Da qualche parte, neppure io so dove.»
«Ehi, lasceremo in pace tuo fratello: non ci toccherà. Vieni, smette-rai di pensare di essere l’unico al mondo cui hanno scopato la moglie.»
Che da qualche tempo fossi visibilmente fuori di me non c’era dubbio. Da quando Anna mi aveva mollato dopo quasi trent’anni di matrimonio per un tizio più giovane di lei di quasi dieci anni, molte certezze del mio mondo erano vacillate. Il lavoro, gli amici, persino i figli mi sembravano marginali rispetto all’umiliazione subita. Non era neppure l’amore, da tempo evaporato: era l’orgoglio ferito che non voleva saperne di rimarginarsi. E poi c’era mio fratello Claudio che viveva laggiù da anni senza dar segni di vita e che con Ezio aveva compiuto lo stesso viaggio, molti anni prima.
La proposta di Ezio mi attirava molto, ma tutte gli ostacoli possibili si frapponevano alla mia scelta. In avevo paura di abituarmi alla perdita di mia moglie e temevo, una volta tornato da tanto lontano, di non aver più un luogo dove fermarmi, una casa, una città, una famiglia. Neppure la lontananza da Claudio sarebbe stata più una scusa per resistere al vuoto che mi circondava. Avevo tentato di adattarmi alla nuova situazione. Per un uomo della mia età dormire da solo in un letto non è che un riadattarsi alla solitudine vissuta prima del matrimonio. I letti sono sempre solitari prima che la maturità ci faccia capire per cosa li dobbiamo riempire.
«Vieni con me, non te ne pentirai.» insisteva Ezio, con quel suo caldo convincimento. Era un uomo che riusciva a convincerti di qualsiasi cosa, se lo avesse voluto. Alla fine cedetti, dubbioso di quel passo, confidando in Ezio, il mio migliore amico. Immaginai che lui sapesse cosa mi faceva bene. Presi le ferie che mi spettavano e che non facevo da anni, le ferie che trascorrevo in famiglia, quando ne avevo ancora una, e che mi si rimproverava di non aver usato al meglio per tenerla unita.
Così partimmo. Pagai fino all’ultima lira un viaggio che Ezio volle far costoso – lui che non aveva problemi, completo, strepitoso, perché, diceva: quando ti ricapiterà di andarci con una guida al mio pari?
«Ci hai portato mio fratello, dissi io di fronte a quell’euforia. «Mi farai fare lo stesso tragitto?» Ezio divenne serio, scosse la testa.
«Cosa ti fa pensare che voglia trattarti come lui?» chiese allora. Mi pareva di percepire una eccessiva contrarietà in quella reazione così inattesa. La loro amicizia di un tempo, che Claudio aveva interrotto di colpo come il resto della sua vita, non mi era mai parsa tanto forte da farlo inalberare per una mia osservazione tanto neutrale. Era vero che quel viaggio per Claudio era stato una svolta, assumendo connotati mitologici, tanto che poi era tornato in America per mesi, e, in ultima analisi, era stato il continente dove cui aveva scelto per scomparire. Dunque, era stata una esperienza molto forte che aveva condiviso con Ezio.
Quando atterrammo a Boston non avevo ancora capito che da quelle esperienze non si torna indietro, né che l’America non è Parigi perché bisogna viaggiare per arrivarci come si faceva una volta, e non solo sedersi e aspettare. Capii per la prima volta cosa fosse sedere su un aereo per nove ore insieme a quattrocento persone saldamente intenzionate a non perdersi in quella disumana solitudine che è l’oceano di per sé, sottolineata dalla spaventosa altezza in cui quei voli si perdono per solcare gli alisei che un tempo gonfiavano le vele dei bastimenti e ora sostengono le ali di mostruosi aquiloni da duecento tonnellate.
Ezio sedeva euforico a qualche passo da me, mentre fissavo il vuo-to pneumatico che ci circondava: migliaia di chilometri di oceani e nuvole privi qualsiasi presenza umana. Un viandante sa la strada, un re magio si fa guidare da una stella personale, i moderni trasvolatori trasformano tecnicismi disumanizzati in un’arte magica che è quella del volo.
Ogni tanto me lo trovavo in piedi in quella cavernosa altezza dell’aereo, mentre il giorno tentava di rimontare alla perdita della propria essenza, la luce. Sorrideva, lasciando correre lo sguardo in quel mutevole panorama di nuvole che sembravano una terra.
«E’ l’ultima frontiera, ripeté più volte con la sua miglior vena.
Qualsiasi cosa volesse dire, mi trovava d’accordo. Non pensavo al denaro speso, né ad Anna che mi aveva lasciato. Un ritorno, uno qua-lunque, avrebbe significato aver fortificato una esperienza.
Il suo programma, più volte illustrato, mutato, spiegato e notificato con dettagliate relazioni tecniche, era davanti ai miei occhi, ma ancora non mi diceva nulla. Solo dubitavo che i limiti di spesa imposti a se stesso da Ezio fossero gli stessi che la disponibilità della mia carta di credito avrebbe preteso. Atterrammo dunque nel tardo pomeriggio nella luminosa città di Boston, patria di qualche libertà di cui non rammentavo il senso. Prima di cena, mentre le forze cominciavano a vacillare a causa della lunghezza spropositata della giornata vissuta, avevamo già noleggiato un’auto e trovato l’Hotel, oltrepassando immensi corsi d’acqua e intravvedendo più volte l’oceano. Ezio non smetteva di parlare, illustrandomi ciò che vedevo e anche oltre, ciò che si stendeva nei sogni sconfinati della sua vitalità. Conosceva le storie di ogni roccia, ogni costruzione era figlia di una citazione: Boston, chi l’avrebbe mai detto, che dalla mia provinciale percezione si sposasse con una reale distesa di case. Cenammo in un ristorante di Harvard vicino al fiume Charles, dove fin quasi alla discesa dell’oscurità i vogatori risalivano il tratto che avevano disceso. Era l’Harvard dell’università, piena di una gioventù multicolore, multiforme e viva. Mangiammo pesce e granchio, birra fredda e poi ancora a passeggio. Ero frastornato, ma attento, aperto a qualsiasi esperienza. Avevo cancellato tutto, e avrei cancellato anche la mia vita per ciò che ne restava. Mentre tornavamo verso l’hotel, un grosso scatolone di calcestruzzo deposto a caso lungo il corso del fiume, Venere occhieggiava sul continente americano. Allora mi sentii come non mi ero ancora sentito, al colmo di una sensazione di pienezza che mi riempì di orgoglio: cominciavo appena a scordare i lontani garbugli della mia vena decadente. Ezio parlava, parlava, non taceva mai, e non era tanto ciò che diceva, ma il suono della sua voce a stordirmi, mentre m’indicava la luce di Boston che riverberava sulle nuvole passeggere. Una pallida luce zodiacale ancora si rifrangeva sui cirri altissimi sopra le nostre teste.
«E’ la terra di Kenneth Roberts, disse a un certo punto, sorprendendomi, delle canaglie in armi, dei vincitori di Quebec, della Nuova Inghilterra che si ribellava all’iniqua Inghilterra!» Mi condusse in un lungo viaggio fino in una baia illuminata solo dalle luci delle imbarcazioni. Lontanissima, contro la bassura illuminata, Ezio mi indicò un vascello alla fonda, tre alberi altissimi, spettrale e muto, tra altre attrezzature e sartie d’ogni genere mi parve di esser in un altro tempo, invece che in un altro luogo. Sentivo come fremeva quando mi disse entusiasta: «E’ la Constitution, la Old Ironside, una fregata tanto potente da impensierire per la prima volta la Royal Navy, nel 1812. Poteva battersi alla pari con vascelli da settanta cannoni!» Era emozionato come un ragazzino. Conoscevo la storia abbastanza a fondo per condividere la sua stessa emozione. «E quella di fronte, continuò indicando la collina che ci fronteggiava a qualche chilometro di distanza, è Bunker Hill. Qui ebbe inizio e la fine il sogno americano.»
Poi si volse verso di me, in quell’oscuro recesso del mondo, dove spirava una leggerissima brezza di mare che induceva a respirare il pro-fondo profumo di salsedine che portava con sé, e mi sorrise. «Sei felice?» chiese. Annuii, imbarazzato. Non avevo parole da aggiungere alle sue tante. «Voglio che tu lo sia. Ricordati sempre cosa scrissero nella dichiarazione di indipendenza i padri fondatori di questo paese: parlarono di felicità, non di semplice benessere.»
Capivo e non capivo, ma percepivo che stava facendo tutto per me, e quindi fui comprensivo per quegli estremi di follia bambinesca. Così era l’amicizia come l’avevamo concepita ai nostri tempi.
Rientrammo a tardissima notte. La testa era rimasta a migliaia di chilometri e il corpo era devastato dal jet-lag. Dormii non appena toccai il cuscino. Mi parve che, mentre mi addormentavo, già qualcuno bussasse forte alla mia stanza. Era Ezio. Era già mattino, tempo di partire, e per me era sempre tempo, perché ovunque io sia non sono mai arrivato in nessun posto.
Il tempo mutò in peggio, ma non ci facemmo spaventare da quella pioggerella tagliata e fresca. Ezio aveva in programma il culmine di quella città preordinata per essere la culla della sua propria libertà. Tramite internet, aveva acquistato due biglietti per una avventura che avrei preferito rimandare, visto il clima che si profilava: una navigazione a caccia di emozioni. Non erano ancora le otto – non avevo idea che ore fossero per il mio cervello, e c’imbarcavamo su un battello stracarico di turisti pallidi e presto ammalati di malinconia della terra.
Rotta verso est, la grande baia di Boston si schiuse, ci sfilò la terra fino a lasciarci soli in quel grigio che si andava incupendo. In preda a una fanciullesca felicità, Ezio mi indicava una terra lontana che poteva essere Shangri-la o Disneyland, per ciò che ne sapevo. La prua diretta verso Cape Cod – e non erano ventiquattrore che eravamo in America, Ezio voleva mostrarmi le balene!
«Cape Cod, e sulla destra Nantucket, capisci, da dove partì la Pe-quod, la nave del protagonista di Moby Dick. Là Melville prestò davvero servizio a bordo di una baleniera, guarda, insisteva, e guarda, mentre mi mostrava su una grande mappa l’andamento della costa, una stretta linea di terre scarsamente emerse che sembrava una diga alla vastità marina in entrambe le direzioni del mondo.
Bevemmo caffè, ci bagnammo per le onde, rabbrividimmo e patimmo il mal di mare, ma quando si viaggia nell’oceano non si è coscienti dei rischi, perché se ne è preda. E quando alla fine, dopo ore di navigazione incosciente, i motori si spensero, l’entusiasmo del mio compagno di viaggio toccò il parossismo. La guida ci avvisò che avevamo raggiunto la zona di pascolo delle megattere. Io non credevo affatto che a gente del mio livello fosse consentito vedere quelle creature fantastiche, non ci avevo mai pensato, ero convinto che in vita bastasse sognarle. Avevo nettissima l’immagine delle pagine dove Melville descrive con minuziosa perizia professionale le varie specie di balene: la balena franca, la balena azzurra e quella grigia. La megattera non è tanto grande, ma è pur sempre un mostro di svariate tonnellate che è padrone del suo cosmo quanto noi, purtroppo, lo siamo del nostro.
Tacevamo, in quel crepuscolo di luce indistinguibile dal colore dell’oceano dove nessun orizzonte era alla vista: tutti, californiani o giapponesi e italiani, col fiato sospeso, increduli come me, assolutamente privi di fede nel portento, con quella faccia di rassegnata incredulità che ha l’uomo contemporaneo che sa di cosa si sta parlando quando si parla di miracoli. Ognuno era chiuso nel suo personale silenzio, convinto che i miracoli non esistono. Invece fu una epifania. Un guizzo lontano centinaia di metri, una massa scura, viscida, primordiale, aliena e pur così assolutamente riconoscibile perché tante volte sognata – come sognavi babbo natale o Gesù bambino, come sognavi i mostri di Wells o di Poe, o il viso di tua madre che si china mentre ti allatta, sporgendo dalla tetta piena, o il sorriso della prima che hai amato e che hai dimenticato, ma è rimasta come un’ombra impressa nella memoria fisica del tuo cervello: era lei, la megattera, che volava lentamente fuor dall’oceano che si era fatto di acciaio con venature di smeraldo, e lasciandosi ricadere, perché le ba-lene non sanno volare, – lontana, chissà se avevamo veramente visto ciò che vedemmo! – sconvolgeva la superficie di acciaio. Aprì il mare in due, alzando maree ai propri lati.
Trattenni il fiato tanto a lungo che per poco non svenni.
La gente si abbracciò, gridò, qualcuno pianse. L’imbarcazione fu toccata sotto la carena da un mostro marino.
«E’ qui sotto, avvisò la guida, per tranquillizzare la ciurma.
«Chi, cosa?» sentii chiedere da una signora rossa di capelli. Io e lei fummo i primi a sporgerci dalla nave. Scivolava un essere corrugato e nero a due metri da noi, il Leviatano! – il mostro dei mostri, in un’acqua verde bottiglia che sapevo in quel punto esser fonda più di duemila metri. La bestia girò il suo occhio, si fermò a fissare nel mio un gioco di specchi, lei curiosa della mia incredulità, fosse o no abituata a quel traffico di umani a mezzo servizio con il mare, mostrando sconcerto che io ancora non credessi della sua esistenza, quasi volesse spiegarmi di cosa fosse capace: esser viva non bastava? Mi sentii davvero liberato da un peso, mi sentii in sintonia con quelle onde, non so come spiegarlo, perché ho sempre odiato le parole estrose e la retorica. Detesto i luoghi comuni e le volgari attestazioni di superiori considerazioni. Lì con noi però c’era davvero Achab che spiava la nostra considerazione per le sue prede. Lui comandava la nostra nave! Che importava se la guida ci spiegò che quell’immensa estensione di oceano era un santuario per le megattere dove nessuno poteva disturbarle, neppure i turisti. Lì, nel religioso silenzio claustrale, dove anche i motori dovevano restare spenti, si trovavano in branchi per mangiare nella freddissima acqua ricca di plancton, tra il Capo e il continente, e riprodursi prima di riprendere la vastità inimmaginabile a tre dimensioni degli oceani, di cui noi conosciamo solo la piattezza sconfinata. Siamo sempre pronti a figurarci gli animali con la nostra misura umana, ma per la prima volta fu l’occhio nero di quel mostro marino a misurare la mia codardia e ignavia.
Piovve sulla via del ritorno, ma l’esaltazione che provavo non poteva spegnersi. Ezio aveva attaccato bottone con una ragazza di Baltimora studentessa di medicina ad Harvard. Era una bellezza, un po’ slavata per i miei gusti, ma abbastanza attraente per attirare Ezio ed esserne attirata. Mi stupii persino della mia capacità di seguire i loro discorsi. Il lungo, perenne, infinito studio della lingua inglese aveva dato i suoi frutti. Sbarcammo senza naufragi. Ma a cena, in un ristorante sul porto dove a sentire Ezio servivano aragosta per due soldi – ma il conto che avevamo pattuito di pagare sempre a metà fu stratosferico, qualcosa mutò. In qualche modo fui io a ferire Ezio, e ancora non potevo capire. Come sempre non tacque per tutta la cena. Mi illustrò quale sarebbero state le mete dell’indomani: Salem, Con-cord, la costa selvaggia del New England e poi su, fino a Niagara Falls. Sembrava un ragazzo, nonostante fossimo coetanei. Mi chiedevo, scrutando quell’euforico entusiasmo che accompagnava i suoi gesti maschili, come potesse desiderare di essere sempre al centro del mondo, di quel mondo che non conosceva mai requie e aspettava con generosa accondiscendenza che si realizzasse la vera pienezza di quell’equilibrio espresso dal muto nuotare della balena.
Achab era stato forse preda della stessa euforia?
«E’ un’esperienza che non lascia mai nessuno indenne.» stava dicendo a un vicino di tavolo che casualmente quel mattino aveva condiviso la nostra stessa esperienza. Era un tipo distinto che veniva dall’Ovest e che si scoprì essere mezzo italiano. Quando finalmente mi prestò di nuovo la sua attenzione – eravamo al dolce, io che ero nato a migliaia di chilometri di distanza avevo già scordato la ragione del perché fossimo lì e gli chiesi, a bruciapelo:
«Hai portato anche mio fratello sul mare a trovare le balene?»
La mia domanda mi era parsa completamente innocua. L’avevo formulata sinceramente convinto che avesse una ragione di fondo, e servisse a sottolineare quei miei veri problemi che non avevo risolto seguendo l’amico in capo al mondo, avvicinandomi almeno alla visione complessiva in cui stava anche Claudio, là fuori come un fantasma, aggirantesi come un demone, perso nella peggior caldera del cosmo, pronto a ricordarmi le mie responsabilità. Invece Ezio si offese, o meglio, ebbe una reazione che non mi aspettavo: parve non aver capito la domanda, tanto era preso della sua eccitazione.
«Come hai detto?» chiese, sconcertato, ma subito si riprese e mi in-terruppe prima ancora che riformulassi la domanda. «No, rispose in fretta, come per liberarsi di un peso. «Certo che no! A quel tempo non era così facile vedere le balene.» Tacque, lui che aveva sempre un argomento da sostituire a un altro, lui con cui la conversazione non poteva languire. Capii subito di averlo ferito in qualche modo, com’era successo prima di partire sempre riferendomi a Claudio.
«Pensavo a mio fratello, tutto qui, gli spiegai, quasi a scusarmi.
«Ti, prego, mi disse, alzando le mani come in segno di resa. «Non ho voglia di parlare di tuo fratello.»
Così fu che il suo umore mutò, e anche nei giorni seguenti non mostrò più lo stesso eccesso di esaltazione. In tal modo, i luoghi che visitammo non furono gli stessi che mi aspettavo. Mi toccò consultare le guide per capire dove mi stesse portando. Alle mie domande rispondeva a monosillabi, per dio, tanto che fui tentato di chiedergli la ragione di quell’improvviso mutamento d’umore. Resistetti, temendo di offenderlo, chissà poi per cosa.
Viaggiammo per tre giorni in quel gorgoglio di foreste e laghi, di improvvise visioni su baie e montagne, e cittadine simili a centri commerciali sepolti nei boschi e a centri commerciali che sembravano cittadine. Lui taceva e io mi perdevo sempre più, ma in un certo senso restai sereno, godendomi quel senso di assoluta liberazione che è l’essere lontani – parola difficile, che ambisce a un secondo significato e a un terzo, ma che di solito non riesce neppure a totalizzare il primo. Quando il quarto giorno partimmo per l’ovest, ancora non era tornato lo stesso, sebbene la tentazione di essere il centro e la guida del pianeta non lo lasciasse indifferente. Un po’ alla volta ricominciò a parlare, magari non con lo stesso afflato, ma l’entusiasmo, che era la sua prerogativa nei rapporti umani, riprese vigore. Io, che da troppo tempo ne subivo il fascino lampante, sentivo che qualcosa lo frenava, lasciandolo per lo più indifferente al mondo che stavamo attraversando. Non parlammo più di mio fratello Claudio, anche se sentivo che non era giusto, perché lui era lì fuori, qualsiasi cosa volesse dire, in quell’America che attraversavamo come razzi diretti verso l’immancabile occidente. Quella meteorica amicizia che aveva legato Claudio a Ezio non poteva aver lasciato una ruggine tanto potente da non permettere al mio amico Ezio di parlarne. C’era dell’altro, forse una ferita ancora aperta, e l’avrei anche capita, perché Claudio ne aveva lasciate di ferite aperte e molte sanguinavano ancora! Sebbene io mi fossi sforzato di capirlo e persino di giustificarlo, la sua parola terrena alla fine era andata somigliando sempre più a un ermetico messaggio di ambiguità. Speravo che la libertà che aveva trovato, ma era poi vero? – lo aiutasse a sopravvivere alla sua follia.
Atterrammo a Phoenix in una splendida mattina di sole, giungendo da est su un deserto che sembrava un mare all’apparenza piatto di marroni screziato di mille sfumature di giallo. Ezio mi spiegava, ora con la pedante ossequiosità di una guida turistica, ora con la scostanza di un liceale, che quella terra sconfinata era stata patria di popolazioni evolute che avevano lasciato in eredità ai primi coloni europei una rete di canali efficientissimi che drenavano le scarse acque piovane dalle colline che si intuivano verso nord. Ciò che mi lasciò letteralmente senza fiato fu il calore che indorava la terra estrema, dal che compresi l’attaccamento maniacale dei locali per il condizionatore. Bastò qualche minuto di attesa di un taxi sotto le moderne arcate dell’aeroporto, per capire dove fossimo arrivati. Eravamo passati dalla tranquilla e temperata fascia dell’est ancora un po’ europeo, fatto di terra nera e foreste di latifoglie, dove l’umida presenza dell’oceano perdeva la propria acquosità in una vasta fascia ricca e sopportabile, al secco rigore del caldo perpetuo. Lì, al limitare di immensi deserti e catene montuose che risalivano all’origine dei tempi, lì dove fu difficile per decenni capire la ragione che spingeva i coloni a soffermarsi più di qualche giorno, stava un’America diversa, ch’era lo specchio dell’altra che avevamo appena lasciato, ma più semplice io credevo, e più vera. Era come se l’Arizona fosse l’ingresso per un’altra stanza di quell’appartamento colossale in cui eravamo stati invitati senza essere pronti. E giusto nel taxi compresi, dalla differenza abissale di temperatura, come l’adattamento non era neppure cominciato e che la terra continuava a esistere com’era stata prima che la lingua inglese trasformasse l’aridità in uno specchio dorato. Uno scontroso messicano che parlava una lingua smarrita nel senso contorto delle trasformazioni, ci confessò nel lungo tragitto verso Scottsdale, dove stava il nostro albergo, che era stanco di quel clima terribile, e che persino nel suo tropicale Messico le stagioni si susseguivano con una certa regolarità, e ci si poteva permettere di passeggiare per la strada senza rischiare di restare soffocati.
Strade diritte e lunghissime, incroci a novanta gradi, un’immensa area di casette e alberghi, parchi verdissimi e celestiali visioni di prospettive, colline d’un giallo bruciato, aiuole di sassi e l’arida sensazione di un mondo senza uomini, al centro di una grande città di uomini che non si vedevano. Eravamo alloggiati in un lodge di lusso, in unità singole che simulavano villette toscane, accampate attorno a spazi comuni di lusso: piscine, campi da tennis e da golf, camminate verso il deserto da un lato, e dall’altro il vuoto e la sensazione che di notte una misteriosa assenza fosse pronta ad afferrarci. Pensai alle megattere, alle profondità in cui pescavano la loro esistenza, e da questo vuoto, invece, fui spaventato. Ezio continuava nella sua laconicità e io non volevo dargli l’occasione di essere sincero, parendomi giusto che restasse nel suo riserbo e io nel mio. Oh, non che mi mancasse qualcosa di ciò che avevo lasciato, né che credessi davvero che al mio ritorno il mondo sarebbe apparso diverso. Perché, mi dicevo, c’è chi va a fare gli esercizi spirituali e chi invece preferisce l’America. Il risultato purtroppo è sempre il ritorno, cui nessuno può sfuggire. Tornare, in effetti, mi cominciava a sembrare giusto, sebbene avessi ancora davanti settimane di quella vita avulsa e da sogno. Ezio volle fare un bagno in piscina e io lo seguii con una certa rassegnazione, convinto che il sole pomeridiano ci avrebbe dissolti. Invece, l’acqua era torridamente celestiale, e il clima apparve tanto consono, le palme così a tono, e l’acqua d’un azzurro tanto intenso, che rimpiansi di non avere una donna lì con me – non pensai a mia moglie, ma mi venne in mente un’attrice del cinema e le sue gambe tanto lunghe, a condividere il benessere fisico che scaturiva da quel contatto supremo. All’ombra umida bevemmo una bibita gelata. Chiesi al mio mentore se non aveva nostalgia della moglie che aveva lasciato a casa.
«Riesci sempre a rovinare tutto, vero?» disse, ma questa volta sorrise, bendisposto, dandomi l’impressione che si aspettasse un mio segno di pace. Avevamo lasciato da pochi giorni l’esperienza mistica degli oceanici incontri, e forse cercava solo l’occasione di far pace, mettendo fine a una guerra che io non avevo voluto. Mi toccò il dorso della mano, senza guardarmi, un gesto forse involontario che ebbe tuttavia l’effetto di por fine a una contesa che non avevo cercato. «Mia moglie, disse accendendosi una sigaretta, non è una donna remissiva.» La luce era tanto accecante da obbligarci a stringere gli occhi in mi-nuscole fessure. Eravamo immersi in una magia formosa che non aveva odore, dissolveva ogni materia dal forno solare che non lasciava scampo alla vita che bruciava grassi e poi evaporava. Qui la vita sembrava aver diversa origine che non il carbonio e l’acqua.
«Preferiresti una donna remissiva?» chiesi sorseggiando la mia bibita che era colorata di azzurro come la piscina che avevamo appena lasciato.
«Io credevo di averne sposata una, e invece guarda come è finita.»
«Preferisco non esprimermi sulla tua ex moglie. Penso solo che bisognerebbe fare a meno delle donne, perché basta l’amicizia se si vive quaggiù, a contatto con il nulla. Mi sono spinto nel deserto a cercare cose che neppure ho trovato. L’America non è una donna remissiva, e come le donne non esiste neppure come categoria: ogni angolo è diverso, ogni donna andrebbe cercata bene.»
«Vuoi dire che ho sbagliato con lei? Lo so. Dovevo picchiarla.»
«Non pensarci più. Era una stronza. Tutte lo sono, prima o poi. Non bisogna sposarle, solo scoparle.»
«Senti chi parla.»
«Io ne ho sposata una speciale. Ma ci sono giorni in cui…»
« Cosa? » chiesi. Lui mi guardò sorridendo e non rispose. Non ribattei, per evitare di scavare in un torbido di cui non intuivo il fondo. Preferii cambiare discorso.
«Ezio, chiesi. «Perché Mi hai trascinato qui?»
«Ehi, è presto per questa risposta. Alla fine, se lo avrai capito, me lo dirai tu.»
Il mattino dopo mi alzai che era appena spuntato il sole. Un silenzio innaturale congelava i miei sensi in una morsa di timore. Mi ero svegliato a causa di un sogno che mi aveva scosso. In quel sogno ero in un letto di ospedale accanto a mia moglie. Eravamo entrambi nudi e i medici attorno a noi parlavano come se non fossimo stati presenti o se noi due fossimo entrambi impossibilitati a capirli. Mi svegliai inquieto, e quel silenzio di cristallo in cui mi imbattei mi fece sentire ancor più turbato. Aprii la porta che dava sul deserto e sedetti sui gradini. Una luce di indaco screziava l’acquamarina del cielo ancora senza sole. Qualche stella sfilava nel chiarore la sua brillanza. Tacevo, calmandomi. Faceva già caldo, ma non una goccia di umidore impediva al respiro di giungere agli alveoli, sicché ogni stilla, ogni molecola di quell’aria setosa giungeva ristoratrice e caricava d’ossigeno al sangue annacquato di noi abitanti di un altro pianeta.
Poi accadde di nuovo, in quel silenzio anche un fremito pareva un rombo.
Mi voltai spaventato verso l’origine di quel frullio e, stupore, scoprii come l’aliena terra selvaggia viveva ancora accanto ai terrosi uomini che non la capivano. Un colibrì, un essere minuto quanto un calabrone, fremeva a suggere nettare da una grossa infiorescenza che cresceva spontanea da un coccio sbreccato nel piccolo giardino. Era verde azzurro con riflessi metallici rosa: restava fermo librandosi come avevo immaginato un essere che in realtà sapevo non esistere veramente. Come mi era accaduto con le megattere, smisi di respirare finché quell’essere abnorme con la tranquillità e il vezzo d’un artificio sparì dietro l’angolo. Non mi mossi e mi accorsi che le lacrime avevano cominciato a inumidirmi gli occhi. Da quanto tempo non piangevo! Fu una specie di malinconia, la certezza che una nube che si era posata tra me e il mondo si fosse levata, e questo sapevo era ancor più grave, perché la leggerezza che avevo visto non mi apparteneva più, servita solo a svelarmi ciò che stava dietro, il fiore, tanto scontato, inutile e vuoto, il resto di me un involucro senza vita e poesia. Non ero solo orfano d’una stagione di speranze, ero anche solo ad affrontarlo, altri fratelli non ne avevo.
A colazione rivelai a Ezio del colibrì e lui ne fu entusiasta. Scattava qualche foto, non molte per la verità. Aveva le sue idee anche sulle foto, lui che il mondo lo conosceva a perfezione. Sosteneva che sono deleterie, perché t’illudono di riprendere la realtà, mentre invece imprimono solo la parte superficiale delle cose. Si ripromise di appostarsi l’indomani all’alba per tentare di riprendere il colibrì, ma più tardi, quel giorno stesso, una telefonata lo colse impreparato. Lo chiamava la sede centrale della sua organizzazione, invitandolo a rientrare immediatamente per problemi insorti che solo lui poteva risolvere. Sentivo quanto fosse contrariato mentre rispondeva che no, non se ne parlava, che lui era in vacanza, che contattassero un Tom dall’Olanda, o un Alec dalla Nuova Zelanda, e che non gli rompessero il cazzo. Tuttavia, poiché ero obbligato ad ascoltarlo – eravamo a mangiare in un fast-food in un centro commerciale grande come la città in cui vivevamo, non potevo notare la sicurezza dei suoi gesti, l’onorabile freschezza della sua ribellione, ma anche la superiore innegabilità della sua presenza che alla fine lo obbligò a un costernato sì.
«E’ successo un guaio, disse sorridendo. «Ma ho ottenuto qualche giorno. Partiremo oggi stesso per il nord. Voglio che tu capisca almeno perché ti ho portato qui.» Poi mi spiegò, ma già lo sapevo, che il suo mestiere non ammetteva deroghe. In quel momento, mentre tentava di giustificarsi con me che non avevo affatto bisogno di scusarlo, mi parve di ascoltare Chatwin in certi passi delle sue dissertazioni, quelle che più appaiono al limite della falsificazione dell’intento, insomma, quando nelle sue parole si coglie uno snobistico distacco da certi mondi che egli descrive con l’ansia di compiacere il lettore e non la verità. Nel caso di Ezio poteva essere un vezzo, ma era difficile comprenderlo. Mi spiegò che avevo due opzioni: continuare il viaggio da solo, oppure usare il biglietto della United e tornare in Europa in anticipo di una settimana. L’ultima alternativa mi parve la più consona per un provinciale come me. Lasciammo Phoenix quel giorno stesso, un’ora dopo la notizia che aveva concesso al mio amico ancora poche ore prima di una missione all’altro capo del mondo.
Ezio era tornato l’euforico compare di viaggio che mi aveva accompagnato a Boston. Ci inerpicammo in un deserto scomposto di prospettive senza tempo, immense spianate di sterpi e cactus primordiali, cieli azzurri cobalto e turrite colline color della polvere. Non ci fermammo neppure per mangiare, perché Ezio aveva un obiettivo che non voleva rivelarmi. Ci fermammo infine sul Grand Canyon, che era poi una meta cui non voleva rinunciare. Non era ancora tramontato il sole. Riuscì chissà come a trovare una camera in un hotel di lusso – che pagò di tasca propria, nella località omonima, e, prima ancora di scaricare i bagagli, mi prese per una spalla per guidarmi in cima a un dirupo non più distante di qualche centinaio di metri. Lì, una siepe di turisti incantati era già schierata. Vi era dall’altra parte uno spazio, non qualcosa dunque, ma un vuoto tra un qui e un lontano, sul cui margine estremo il sole stava tramontando, rosso di un fuoco non ancora spento in un cinereo contenitore senza confini. L’aria era satura del calore residuo del giorno, ma al sentore di polvere ora si sostituiva un intenso aroma di eucalipto e di pino. Ci trovavamo in alto su una sierra sperticata, a più di duemila metri di quota, altrimenti non si sarebbe spiegata la disastrosa slavina di scavo che da milioni di anni il Colorado in una striminzita valle si portava da sempre. Un sentiero dissestato era ingoiato verso l’orrido. La visione donava lontane immagini di fatica. Turisti partiti baldanzosi ore e ore prima stavano tentando di risalire la china prima di notte, e non tutti ce l’avrebbero fatta. I cartelli indicavano il rischio di infognarsi in quel burrone senza fondo, con una temperatura di quarantacinque gradi e un dislivello di millecinquecento metri fino al fiume. Si capiva come obesi ragionieri di Chicago e casalinghe asmatiche di Seattle non disdegnassero di provarci. Il rischio era il colpo di sole, ma la fantasia di ognuno metteva nel conto i ragni, i serpenti a sonagli e gli scorpioni.
Nuvole amaranto si spezzavano sullo sfondo, mentre l’aria si faceva ancor più cristallina man mano che scendeva la sera. Il Grand Canyon serviva allo scopo per scrivere la storia dell’America. Immaginai i pensieri del primo europeo giunto su questo bordo, e chi volle misurarlo, quasi quattrocento chilometri per cinquanta di larghezza, e chi ancora volle catalogarlo come proprietà di qualcuno, sebbene verso Est una grossa diga avesse regolato il corso del fiume, rovesciandone i ritmi millenari e precludendone il destino. Qui l’America apparteneva a se stessa, facendo ancora una volta confusione sui nostri scopi di uomini.
Il giorno dopo di prima mattina ci imbarcammo su un aereo che percorreva qualche tratto del Canyon, gettandosi a picco nei canaloni più impensati. Fu lì, da quell’altezza che era alla apparenza più umana dei voli transoceanici che avevo appena provato, che cominciò a prendere forma in me un pensiero che sino ad allora non mi aveva ancora sfiorato: il pensiero della morte. Era un pensiero libero ancora da personalismi, da attaccaticci sensi di incertezza e dubbi. Capii da quel finestrino incurvato di un aereo traballante e insicuro da cui era possibile vedere le torri d’avorio del mondo com’era, e scaturigini dell’inferno primordiale fattosi rocce scure, e in fondo la traccia acquatica in quel mare di aridità assoluta di un colore smeraldo vivido e trasparente, di un’acqua che scendeva dalle alte sierre dell’ovest e del nord, un fiume di vita in un mare di morte e di abbandono, dove anche gli uomini che vivevano prima di noi trattavano con rispetto assoluto e benevolo, di misura e adorazione, perché a volte permetteva loro di viverci, sia pure in posizione di inferiorità. Pensai che in ognuno di quei canyon tra le migliaia che vedevo, si nascondeva la solitudine, la perdizione, l’assenza. Confesso che fui preso da un momento di panico, forse conciliato dagli sbalzi dell’aereo. Bastava smarrire la strada – e allora non avevo ancora concepito che fosse possibile farlo per scelta, per essere tagliati fuori. Ci si poteva smarrire, e per sempre. Era questo che aveva pensato Claudio, quando era sparito?
Ezio mi guardava, mentre sbalordivo a ogni curva, a ogni prospettiva, a ogni salto, volando sotto la terra dove era parcheggiata la nostra macchina, in alto sul nostro capo, tra le pareti immensamente lontane del canyon.
«Che hai?» mi chiese al ritorno, vedendomi pensoso.
Lo guardai e preferii essere sincero. «Ho pensato che se mi perdessi in uno di quei canyon non ne uscirei mai più. Tutto si sistemerebbe.» osservai, cercando di non mostrare alcuna partecipazione alle mie parole.
«Suicidio?» chiese piegando la testa con petulanza.
«Non ho detto questo.»
«Goditi l’America.»
«Ehi, non pensavo a me stesso.»
«E allora a chi? A me? Io al mondo ci sto benissimo. Pensa che tra qualche giorno sarò chissà dove. Potrei mai preferire una vita diversa?»
Ma il volo, chissà perché, aveva messo tristezza anche a lui. La splendida giornata non era ancora finita, ma quella vastità sembrava non aiutarci a calmarci.
Decidemmo su due piedi di partire. Non era ancora l’una – di quale fuso non potevo dire, e scendevamo verso Flagstaff e Phoenix, non c’era altra via che quella strada per la prossima meta che non mi era ancora stata rivelata. Traversammo le San Francisco Mountains tra ampie foreste di sempreverdi, e poi ancora su, verso nord. Non erano trascorse quattro ore da quando, quasi una ragazzata, avevamo deciso di salire in macchina pagando l’hotel a uno stupito portiere che il giorno prima era stato tanto lodato per averci trovato un posto impossibile.
«Non vi è piaciuto il Canyon?» chiese, deluso.
«No, è troppo, come dire, scenografico.» rispose Ezio per attenuare l’offesa. Toccava a me guidare quando scendemmo altre valli e penetrammo in un nuovo deserto, e questa volta lo sembrava davvero, ondulato, assolato e ghiaioso. Vaste depressioni di sabbia rossa e gialla si stendevano ai lati della strada fino all’infinita lontananza dell’orizzonte. Potevo leggere da me i cartelli, nonostante il riserbo di Ezio, ancora seccato per quella umorale attitudine da adolescente che gli stavo scoprendo. Eravamo diretti verso una città di cui non avevo mai udito il nome: Page. Ma il deserto in cui eravamo immersi mi stava assorbendo talmente tanto che se esisteva una meta, beh, non mi interessava.
E rallentavo, rallentavo, fin quasi a fermarmi.
Il traffico inesistente a quell’ora diurna di caldo imprescindibile mi aiutava nella distrazione. Non so come potrei descrivere cosa vedevo: colline alte qualche decina di metri composte da sedimenti chiari e scuri ammonticchiati da un artista ispirato, vecchie di milioni di anni, dilavate, scavate dal vento di milioni di stagioni. Erano lì da prima che l’uomo potesse immaginarle. Terre bianche sovrapposte a sabbie nere, si scaldavano al riverbero di sabbie d’un terra di Siena. In alto qualche rapace si avventurava al confine cobalto dell’atmosfera, e poi un’altra collina dove i colori erano invertiti in un fraseggio di grigi che andavano dal perla quasi bianco al nero fumo e al canna da fucile.
The Painted Desert, il deserto dipinto, terra del non ritorno, uno dei luoghi più aridi della terra, un tempo il fondo d’un mare così vasto e caldo di vita da essere sparito per sempre. Non era rimasto neppure il suo ricordo.
Non vedevo niente, non un solo segno della presenza umana. Non c’erano ferrovie, istallazioni, tralicci dell’alta tensione: l’uomo era sparito per sempre. Ogni tanto un sentiero si dipartiva dalla strada asfaltata, e a guardia stava la cassetta della posta. Mi fermai, finalmente, a lato della strada, di fronte a una tettoia verde dove un in-diano esponeva mercanzie a suo parere preziose. Il cappello a larghe falde, nero sulle ventitre, alto e rosso, mi guardò venire con le mie Nike bianche che scrocchiavano sulla ghiaia di sassi antichi come il mondo. Sorrise. Pensava agli affari o alla mia incongruità in quel posto senza uomini?
Ezio mi seguì scocciato per quella deviazione che non aveva prevista. Non un suono per miglia, solo lo snocciolare delle mie Nike e il sudore che imperlava la faccia del Navajo, regione nella quale ci trovavamo da un po’.
«Buongiorno.» salutò l’uomo con una pronuncia terrosa da straniero in patria. Salutai cortesemente come se ci stessimo incontrando a Trafalgar Square, sotto St. Martin in the Field, tra un tè e un altro. Al pari di quel campo che non c’era più, questo si era trasfigurato nello sguardo scuro di quell’uomo che sapeva segreti che io non immaginavo.
«Da dove venite?» chiese curioso.
«Dall’Italia.» risposi toccando le cose che l’uomo esponeva. Doveva avere più o meno la mia età, ma i capelli lunghi raccolti in una coda erano neri corvini, lo facevano più giovane di dieci anni. La sua faccia bruciata e rossa sembrava parte del cast di un western che stavano girando lì accanto.
«Cazzo, disse, siete venuti sin qui in macchina?» Capii solo dopo che chiedeva qual era stata la nostra base quel mattino. Sghignazzò per la sua battuta. Non un suono, nulla. Tutto era ingoiato dalla polverosa atmosfera di sabbie bianche e nere.
«Dove portano quei sentieri?» chiesi indicando una derivazione sgangherata che si apriva cento metri più avanti.
«Amico, non è affare per te.» rispose bonario l’indiano. «Tu ti perderesti due minuti dopo averlo imboccato.»
Tacqui fissando l’imbocco così ben disegnato. Ero affascinato da quel pertugio e per qualche minuto fui tentato di infilarmi nel suo ab-braccio tentatore. Ma un’auto che passò rombando mi riportò alla realtà.
«Compro questo e questo.» dissi frettoloso. Sborsai una cifra spropositata per qualche coccio di pura arte Navajo, probabilmente confezionata in Cina. Salutai l’uomo con una stretta di mano.
Ezio era già al fresco in auto, con il condizionatore al massimo.
«Paccottiglia, non mi risparmiò.
«Sai, gli dissi mentre mi rimettevo sulla carreggiata, ho pensato che sarebbe bello imboccare quella strada e perdersi.»
«Ancora con questa storia? Prima al Canyon e adesso… Amico mio, sei messo proprio male.» Superammo Tuba City, la capitale tribale della riserva Navajo che confina con la Hopi Reservation, e prima di sera giungemmo a Page.
Non pago di quegli effetti speciali, Ezio mi condusse sul lago artifi-ciale che si stendeva per quasi cento miglia nel Glen Canyon, terre rosse, bianche e acque che riflettevano il blu spaventosamente intenso del cielo. Era sera. Da un orizzonte all’altro la volta celeste si stava tingendo di indaco. L’indomani sarebbe partito, lasciandomi solo al centro dell’America. Era qui che mi voleva portare, dunque, sulle rive del grande lago nato dallo sbarramento del Colorado, lo stesso fiume che avevamo visto la sera precedente a Grand Canyon.
«Volevo che vedessi quelle, disse indicando l’orizzonte.
Laggiù, ben oltre il lago, sin dove poteva spingersi la vista, nell’aria secca e perfetta del deserto s’innalzavano le strette torri della Monument Valley, così lontane e già rosse per il tramonto incipiente, infinitamente piccole per la distanza, ma nette, vivide e patenti di eternità. Tacqui ancora, allibito, commosso per l’effetto di grandezza che dava quello spiarle dall’infinita distanza – dovevano essere almeno a cinquanta chilometri! L’aria era così trasparente da sembrare inesistente.
«Venni qui con tuo fratello, confessò senza guardarmi. Fissava nel vuoto quelle colonne di pietra cui nessuna strada poteva portare, perché erano per lui il passato e anche qualcosa di più. Io sapevo che non era tutto.
«Lui alla fine mi disse di no. Non l’ho mai dimenticato. Tu potrai mai amarmi come lui non seppe fare?»
Lo fissai sbigottito, mentre l’ombra della notte scivolava sonoramente sopra il deserto.
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