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Las Vegas, il Paese dei Balocchi

Scritto da stefano ristori
  • THE VENETIAN
  • BELLAGIO
  • PARIS
  • EXCALIBUR

Credo che nella mia vita non mi sia mai capitato di trovarmi in un luogo dove possa aver avuto la sensazione di essere stato catapultato ai confini del verosimile, relegato in una specie di mondo parallelo dove tutto appare finto ma al tempo stesso denso di fascino e di malia, quasi come se stessi vivendo in un sogno…tranne un'unica volta, e questa specie di illusione mescolata alla realtà si chiamava Las Vegas. Per carità, di posti meravigliosi in Italia e all’estero ne ho visti diversi, ma mai ho provato quel particolare stato d’animo, quel sentirmi protagonista di una specie di avventura nel paese dei balocchi come mi è successo nella “Sin City”.
Era il mese di Agosto, mi trovavo in vacanza in California, zona Los Angeles. Avevo insistito a lungo nel tentativo di convincere la mia ex ragazza ad andare a Las Vegas per qualche giorno, ottenendo finalmente un si da parte sua dopo una mia paziente opera di persuasione, del resto Las Vegas dista da Los Angeles circa 400 km, una distanza per noi affatto proibitiva.
Abbiamo deciso di visitarla in un paio di giorni, un po’ poco considerato quello che c’è da vedere, acquistando via internet i biglietti per il viaggio (andata e ritorno) in autobus tramite una compagnia di trasporti americano-cinese che avrebbe coperto la tratta in circa 4 ore e prenotando una stanza in uno degli innumerevoli alberghi a tema di Las Vegas, nel nostro caso l’orientaleggiante Sahara hotel, il tutto alla modica cifra di circa 100 dollari a persona.
Partenza il 21 Agosto da Los Angeles alle 9 di mattina circa. L’autobus era occupato per la maggioranza da persone di origine cinese, tutte con pranzo tipicamente orientale appresso, che con quel “particolare” odore di aglio e pesce ha accompagnato le nostre povere narici per tutta la durata del tragitto. Appena usciti dall’abitato di Los Angeles e presa la freeway direzione Nevada, un paesaggio monotematico fatto di deserto e desolazione è scorso lungo i nostri finestrini fino alla meta, fatta eccezione per un po’ di movimento e qualche caseggiato visto in prossimità di Baker, prima del confine di stato. Poi finalmente siamo entrati in Las Vegas e di colpo il paesaggio brullo ed il tedio hanno dato luogo ad uno sfavillante mondo fatto di alberghi e casinò costruiti con ostentata magnificenza ed esagerazione, da lasciare interdetti i nostri occhi abituati a quasi quattro ore di assoluto nulla. Siamo stati “scaricati” nel centro della “Strip”, denominazione in slang del Las Vegas Boulevard, il lungo viale centrale della città lungo oltre 5 miglia, sul quale si affacciano gli hotel/attrazione in tutto il loro splendore e percorso da un mare di turisti a qualsiasi ora del giorno ma soprattutto della notte. Abbiamo preso una delle navette che percorrono il viale in entrambi sensi a distanza di un quarto d’ora l’una dall’altra e finalmente siamo giunti al nostro albergo situato all’inizio della strip sulla parte nord, il Sahara hotel.
Un hotel a tema orientale, quasi da mille una notte, che contrapponeva tale ambientazione arabeggiante ad alcune attrazioni che non avevano nulla a che vedere con tale cornice. Oltre ovviamente al casinò (tutti gli hotel di Las Vegas includono sale da gioco), al quale si può accedere volendo anche in ciabatte e canottiera con coca cola mega in mano, contrariamente a quanto succede da noi in Italia dove un abbigliamento elegante è d’obbligo, al Sahara abbiamo trovato una specie di ristorante chiamato “Nascar cafè” nel quale si potevano ammirare un’ampia gamma di automobili Nascar (le macchine da corsa coloratissime statunitensi utilizzate per gare di velocità sui molteplici circuiti del territorio). Inoltre, all’esterno, uno spettacolare rollercoaster di recente costruzione denominato “Speed the ride” allietava le giornate delle persone amanti del brivido.
Il tempo di sistemare i bagagli in camera, dare un occhiata alla piscina circondata dalle palme e poi via sulla strip, pronti a cominciare una lunga camminata lungo il viale delle meraviglie noncuranti della canicola del primo pomeriggio. Appena di fronte il nostro albergo la torre dello “Stratosphere” imperava nella sua solennità, la costruzione raggiunge infatti un’altezza di circa 350 metri ed è tra le torri di avvistamento più alte di tutti gli Stati Uniti. Ci siamo ovviamente mossi in direzione sud incontrando una delle numerose wedding chapels, le famose cappelle in cui è possibile sposarsi in tempi rapidissimi, disseminate per tutta la City.
Poco dopo lo Stratosphere la nostra attenzione è stata catturata da un enorme tendone da circo che si affacciava sulla strada celando al suo interno, oltre alle varie attrazioni da luna park, l’ingresso dell’hotel “Circus Circus”. Dall’altro lato invece abbiamo superato nell’ordine il “Riviera”, il “Royal” e l’imponente grattacielo color petrolio del “Wynn”, decidendo dunque di fare tappa in una sorta di agglomerato costituito da riottoli d’acqua e ponticelli dal quale sbucava un campanile identico a quello di piazza S. Marco a Venezia. Non ci potevamo credere, avevamo la famosa città lagunare proprio davanti ai nostri occhi eppure eravamo a migliaia di km di distanza; un’altra magia di Las Vegas denominata “The Venetian”. All’interno dell’hotel la ricostruzione era altrettanto fedele, con tanto di vicoli e canali che s’intersecavano sotto un cielo azzurro alquanto realistico e addirittura con dei veri e propri gondolieri pronti a farti fare un giro sulle loro imbarcazioni; il tutto racchiuso in un enorme centro commerciale chiamato “Gran Canal Shoppes”.
Dopo un lungo giro abbiamo deciso di salutare Venezia e riprendere il nostro percorso sulla Strip, non prima pero di esserci rifocillati con un gustoso mega hamburger con patatine in un complesso comprendente diversi ristoranti e fast-food, il “Fashion Mall”.
Durante il tragitto, ci siamo imbattuti in diversi contenitori di metallo nei quali venivano alloggiati i quotidiani in vendita, ma anche delle cartoline che raffiguravano avvenenti donnine nude che con pose audaci e numero telefonico invitavano i maschietti a contattarle qualora avessero voluto un po’ di “compagnia”. E non solo, alcuni ragazzi erano sparsi lungo il viale a distribuire queste cartoline e qualcuna l’ho ricevuta pure io, nonostante avessi avuto di fianco la mia ragazza che mi guardava in cagnesco!
Altri mirabolanti hotels si sono via via susseguiti ai due lati della strada: il “Royale”, l’ “Harrah’s”, l’ “Imperial Palace”, il “Flamingo”, il “Bill’s” sulla sinistra, mentre a destra il “Treasure Island” stile isola del tesoro, il “Mirage” ed il celeberrimo “Caesar Palace”, sempre accostato da me e non solo ad i grandi incontri di boxe, che in molti casi (più nel passato che in questi anni) sono stati disputati in questa sfarzosa cornice con ambientazione di epoca romana.
Anche in questo albergo veniva sfoggiata opulenza un po’ ovunque, con rifiniture in marmo che la facevano da padrone in un ambiente ricco di statue, fontane, riproduzioni di sculture (vedi il David di Michelangelo) ed una ricostruzione a dimensioni quasi naturali del cavallo di Troia.
Ci siamo dedicati un piccolo tour tra i negozi e le attrazioni, abbiamo consumato un caffè espresso (pessimo!) e siamo proseguiti con la camminata superando il “Bally’s”, per poi fermarci per una fotografia alla fantasmagorica Torre Eiffel dell’hotel “Paris”.
Nel mentre dall’altro lato della strip, una calca di persone cercava posto in prima fila davanti al “Bellagio”, dal nome della nostra località turistica lacustre posta sull’unione dei due rami del lago di Como. Sembrava avessimo di fronte un vero e proprio scorcio di quel tipico paesaggio, fatto di tante piccole abitazioni, locali, strutture di vario genere tutte affacciate su questa sorta di laghetto artificiale, una cartolina di Bellagio a grandezza naturale davanti ai nostri occhi!
L’elegantissimo hotel svettava nel contesto di questa ricostruzione in tutta la sua raffinatezza e maestosità, con tante fontane distribuite lungo tutta la parte frontale che a determinati orari del giorno e della sera regalavano ai turisti uno spettacolo composto da spruzzi d’acqua e musica. Un simposio di intrecci cristallini e giochi luminosi che per la meraviglia aveva ipnotizzato tutti coloro che erano riusciti a trovare un posto in prima fila in mezzo alla folla di curiosi, ovviamente noi compresi.
Terminato lo “show idrico”, con le gambe indolenzite dalla lunga camminata e che reclamavano pietà, abbiamo deciso di tornarcene al nostro albergo. Come mezzo di trasporto abbiamo scelto una monorotaia sopraelevata che percorreva avanti e indietro tutta la strip, la “Las Vegas Monorail”.
Ci siamo recati alla prima fermata disponibile, in prossimità dell’hotel “Excalibur” che avremmo poi visitato la mattina seguente, abbiamo pagato i nostri biglietti e siamo saliti dopo circa 5 minuti di attesa. Oltre ad una visuale più completa dello sfavillante magico mondo della “Sin City” regalatoci dai finestrini del trenino, siamo rimasti sorpresi nel notare come appena al di fuori del Las Vegas Boulevard ci fosse un mondo completamente diverso da come ce lo immaginavamo, fatto di semplici case, vie molto meno illuminate e spazi desertici. Come se la strip fosse il palcoscenico della città ridondante di opulenza mentre il resto fosse relegato ad una specie di dietro le quinte dove tutto era accomunato da un assoluta normalità, ma che forniva ai nostri occhi un notevole contrasto affiancato a quel viale delle meraviglie.
Dopo una nottata di sonno profondo che ci ha permesso di ricaricare le batterie al mattino ci siamo svegliati di buon ora. Abbiamo preparato gli zainetti e salutato la nostra stanza al Sahara hotel, recandoci poi al Nascar cafè a consumare una sostanziosa colazione.
Abbiamo dunque atteso alla fermata l’arrivo di una navetta per farci accompagnare lì dove avevamo interrotto il nostro tour la sera prima, la parte sud della strip. Una volta saliti a bordo è stato piacevole rivedere velocemente tutti gli hotel che avevamo incontrato il giorno precedente, oltrepassandone alcuni come l’ “MGM” ed il “Tropicana” che invece vedevamo per la prima volta. Appena oltre il Tropicana siamo scesi dalla navetta in prossimità dell’albergo che ci eravamo ripromessi di visitare la sera prima, ovvero l’ “Excalibur”.
L’aspetto ricordava un ambientazione stile castello delle favole. Un’enorme cittadella fatta di torri, baluardi, maschi e merli tutti rigorosamente bianchi, con torrette azzurre, rosse e color oro a svettare in cima al castello, il tutto circondato da due enormi edifici bianchi che ospitavano le stanze dell’hotel. Dopo un rapido giro interno tra negozi e ristoranti siamo andati a curiosare in una specie di arena (vuota a quell’ora della mattina) dove era possibile assistere ad uno show chiamato “Tournament of Kings” dove si svolgevano giostre e duelli in puro stile medievale.
Appena usciti dall’arena abbiamo deciso di passare all’albergo successivo, altrettanto mastodontico e caratterizzato da un tema storico; ci siamo immersi nel fantastico mondo dell’antico Egitto, quello del “Luxor” hotel. Ci siamo arrivati da un passaggio interno che lo collegava all’ Excalibur ed al “ Mandalay Bay” senza dover ritornare sul Las Vegas Boulevard.
Il complesso prendeva il nome dall’omonima località egiziana (antica Tebe) e si presentava con una gigantesca piramide di vetro nero accompagnata da un obelisco recante il nome della proprietà (MGM), con l’imponente Sfinge (Sphinx) a fare da suggello ad un quadro storico plurimillenario.
Dopo averli snobbati per quasi due giorni, abbiamo optato per il Luxor nell’intenzione di tentare la fortuna almeno una volta e quindi fare una puntatina al casinò. Scaramanticamente abbiamo pensato che trattandosi dell’ultimo albergo da noi prescelto per una visita sarebbe stato il più indicato per provare a raggiungere il nostro scopo ed infatti ci siamo seduti ad una slot machine giocando qualche dollaro giusto a livello simbolico, ovviamente non vincendo poi nulla.
Intanto l’orario d’arrivo del nostro autobus di ritorno per Los Angeles era sempre più vicino, così come l’ora di pranzo. Siamo usciti dal Luxor, abbiamo recuperato un paio di panini e dell’acqua in un food store lungo la strip, mentre ci si avviava alla fermata.
Un ricordo simpatico: mentre camminavamo a passo spedito per non rischiare di arrivare troppo tardi, uno strano personaggio ci ha “placcato” lungo la via invitandoci ad entrare in un locale per bere qualcosa di alcoolico. Dopo però aver visto il mio volto paonazzo per la fatica mi ha detto ironicamente: “Oh no, boy! Problably you are already drunk!” ( no ragazzo, probabilmente tu sei già ubriaco!), facendoci esplodere in una risata.
Giunti alla fermata per fortuna con un certo anticipo abbiamo atteso l’autobus consumando il nostro pranzo su una panchina, terminando nell’esatto momento in cui è arrivato e ci si è parcheggiato davanti. Il medesimo autista dell’andata ci ha accolti con aria trasognata dal suo posto di guida, invitandoci a salire insieme agli altri passeggeri sempre quasi tutti cinesi.
Il mezzo si è stancamente rimesso in moto lungo la strip direzione California mentre il televisore di bordo trasmetteva un film in inglese con sottotitoli in cinese ( all’andata la lingua ed i sottotitoli del film erano invertiti).
Abbiamo potuto rivivere ancora per pochi minuti il susseguirsi di quelle costruzioni da sogno lasciandole definitivamente alle spalle una volta usciti da Las Vegas, rituffandoci nella monotonia del deserto e riappropriandoci di quella cognizione di realtà smarrita nei due giorni precedenti.
In quell’autobus la normalità era rientrata nei ranghi della nostra mente, accompagnata dal solito insopportabile odore di aglio e di pesce a fornircene amara conferma.


Tags: LAS VEGAS, BALOCCHI
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