Prenota tra più di 200.000 strutture Prenota

Appunti e Spunti Dall'India

Scritto da Linda Fava
  • Chi dorme alla stazione di Dehli
  • Scarabeo stercoraro e la sua pallina
  • Taj Mahal e piede
  • Mucca aspetta il treno
21 agosto
Perchè andare in India

Qualcuno, quando gli ho detto che sapevo che volevo andare in India ma non sapevo perchè, mi ha detto che non ci credeva, che una ragione di sicuro c’era, doveva pur esserci. E invece, a quattordici ore dalla partenza, io quella ragione ancora non so qual’è. Eppure sono qui, mi sto già muovendo verso di lei, il primo treno l’ho preso e ormai è tardi per decidere di tornare indietro. Per decidere che in questo momento Hesse e Manganelli, Pasolini e gli Afterhours non sono abbastanza per arrivare fino là. Per fare la fatica del viaggio.
La fatica la si fa a convincersi che si è lasciato tutto come lo si doveva lasciare, a far tacere tutto il resto per far spazio al nuovo, a quello che ci sarà da mettere dentro, da infilare a forza nel corpo come una giacca a vento in una valigia già piena. Ma ci starà così tanta roba qua dentro? Forse avrei dovuto fare posto, liberare la mente, buttare il superfluo, come quando si fanno i traslochi, tenere solo due o tre pensieri fondamentali, solo quelli a forma di guglia, di sari, di bindi; cosa me ne faccio dei pensieri grigi e blu, dei pensieri cittadini? Sono solo soprammobili inutili che sottraggono spazio al giallo, all’arancio, al marrone. Non mi spiegherò mai perchè la copertina di Siddharta sia azzurra. Così i signori Adelphi hanno reso Siddharta e l’azzurro un tutt’uno, un concetto unico nella mente dei lettori sognatori adolescenti di tutto il mondo. Mentre Siddharta avrebbe semplicemente dovuto essere arancione, tuttalpiù giallo acceso. Più tardi la stessa casa editrice ha cercato di rimediare pubblicando in giallo-girasole “Esperimento con l’India” di Manganelli, ma ormai il danno era fatto. Ormai, dai quindici anni in poi, per noi l’India è cielo, caro signor Adelphi. E l’estate prima di partire è forse troppo tardi per cercare il libro giallo-girasole nelle librerie di mezza Italia, e scoprire che invece è tutta questione di terra. Di puzza e di escrementi. Perchè tutto, dal momento in cui ho deciso di partire, mi ha parlato di escrementi, secrezioni, sostanze gialle e fertili in fermento. Il farmaco preventivo anti-malaria fa venire la caghetta, l’acqua dei rubinetti indiani fa venire la caghetta, la frutta senza buccia, caghetta, mangiare troppo speziato, caghetta, per non parlare di quello che può succedere ti viene la malaria quella seria.
Appurato che l’India è di sicuro una questione di terra, di gialli e di escrementi, mi sembra ci sia ancora qualcosa che manca, a completare la ricetta. Giorgio Manganelli, prima di atterrare a Bombay, mentre sorseggia whisky coccolato dall’ultima poltrona occidentale sotto il sedere, scrive che spesso, quando si pensa all’India, si ha la sensazione che sia “un paese ad alto tasso di Dio”. Ed forse è in questo che sta il suo richiamo ultimo. Molta terra, molti escrementi, molto Dio e molta morte. Verso cos’altro possiamo muoverci?
Torino?!





23 agosto

Dehli è semplicemente l’inferno. È sicuramente e innegabilmente la cosa più simile all’inferno che ho mai visto. Ci si arriva, dall’aeroporto, attraverso strade su cui gli automobilisti, i tassisti, i guidatori di risciò e perfino i ciclisti si buttano con le loro le lamiere fatiscenti gli uni sugli altri, come le anime inquiete di una bolgia infernale. Il caldo è così umido che toglie il respiro. Però davvero. La stanza dove stiamo stanotte è squallida, nel bagno l’acqua non si tira giù e si vede il cemento stanco sotto il pavimento. Ma quando ci torno alla fine della giornata la guardo e la trovo confortevole e linda come una camicia appena lavata.
Le strade. Le strade sono piene di cose fetide e marce. Le strade sono i rifugi delle persone sporche. Nelle strade si caga e si vomita. Nelle strade uomini malati e dalle braccia e gambe deformate si animano quando ci vedono passare e ci inseguono con le mani perchè ci lasciamo cadere qualche spicciolo. Delle rupie, degli euro, del cibo. Seduta sui gradini della moschea, una delle poche isole di quiete in mezzo all’inferno, tre bambine mi vedono tirare fuori dallo zaino il mango che ho comprato poco prima da un ambulante nella città vecchia, e lo vogliono. Mi hanno già raggiunto e hanno allungato le mani a indicare il mango prima che io possa tirarlo fuori dalla busta. Non sanno ancora cos’è ma lo vogliono. E io non potrò mangiarne uno se non andandomene, o dando loro il secondo.
Noi non teniamo il contatto visivo, acceleriamo il passo, non rispondiamo alle suppliche, perchè abbiamo letto che uno sguardo restituito basta ad essere fraintesi, ad essere interpretato come un “Sì, il mio portafoglio è pieno e tutto quel che c’è dentro spetta di diritto a voi. E toccatemi pure. Magari porto anche fortuna”.
L’odore che c’è per strada è fatto di diverse puzze. Perchè sono puzze, non c’e’ dubbio, hai voglia a chiamarli aromi. Una è dolciastra e l’altra, a cui si mescola formando una cappa nauseabonda, è acre e pungente. Una potrebbe venire dall’odore particolare del fumo di scappamento delle macchine, è un puzzo di marmitta vecchia che ricorda vagamente quello dei fumogeni. L’altro potrebbe essere carne marcia oppure semplicemente merda. Poi c’è un terzo afrore, più sottile, che con certi colpi d’aria arriva più forte in faccia, e credo che sia l’odore dei corpi, dei sudori speziati emessi dalle pelli sporche e dalla reazione che fanno con le sete e i tessuti sintetici coloratissimi che indossano tutti. Quando una di queste zaffate mi raggiunge, quando uno dei mendicanti allarga le mani davanti a me, quando passo di fianco a un banco dove teste e parti irriconoscibili di capra o pollo vengono spellate sotto un nugolo di mosche, quando una qualsiasi di queste cose accade, il mio battito cardiaco accelera e il mio stomaco si contorce, mentre per un attimo i piedi non sanno dove andare e gli occhi cercano Federico come una macchia di colore chiaro su cui riposarsi; ma anche lui è in crisi, anche lui ha distolto lo sguardo e accelerato il passo, e so che ci ritroveremo a camminare vicini, oltre questo capannello di gente, e non ci diremo niente per un po’.
Le strade sono la cosa peggiore, le strade sono fiumi di tormento.

E il ragazzo indiano seduto di fianco a me all’internet point, dopo avermi chiesto se credo nel sesso, e avermi detto, con una faccia che diceva tutt’altro, che lui non ci crede, mi ha osservato premere sui tasti forte con lo sguardo fisso e mi ha detto “Relax”.
Poi ha insistito perchè prendessi il suo numero di telefono, e ha scritto I love you Leentha a caratteri giganti sulla sua schermata bianca.

24 agosto

Gli unici turisti che abbiamo incontrato durante tutta la giornata sono stati una coppia di italiani un po' inverosimili. Genovesi entrambi, lui dice di essere di padre indiano ma è bianco latte e ha tutti i difetti di pronuncia del borghesotto bene del nord. Da bravi viaggiatori navigati, con l’intento di metterci in guardia sulle insidie di questa e quella città, riescono a spaventarci molto più del necessario. Gli escrementi sono ancora una volta nella top five degli argomenti di conversazione. Avvincenti racconti di dissenterie e latticini avariati. Ci lasciano con un incoraggiante “Non spaventatevi se vi capita che…” seguito da una lista di varie ed eventuali spaventosissime. Prima di partire bisognerebbe fare tutti un corso di “psicologia del viaggiatore”. Può darsi che a Scienze della Comunicazione ne attivino uno il prossimo anno.
A parte i due veterani genovesi, oggi avevamo le uniche facce chiare, gli unici zaini pesanti, le uniche magliette sbracciate e pantaloncini corti di tutto l’autobus su cui abbiamo passato sei ore tra Dehli e Sikar, e poi un’altra ancora tra Sikar e Nawalgarh.
Sull'autobus, senza finestre perchè le sbarre di metallo bastano a non farci rovesciare fuori dal pulman ai sobbalzi più violenti, i passeggeri diventano un po’ più belli a ogni fermata, a mano a mano che ci inoltriamo nel Rajasthan. Le donne, soprattutto. Visi più lisci, carnagioni più uniformi, occhi più grandi, a volte anche verdi. Più belli, o forse solo più simili a noi. Assomiglio, per certi versi, ad alcune delle donne Rajasthane, ma ho ancora troppe rotondità nel viso e un'espressione troppo da ragazzina per essere credibile. Forse tra qualche giorno daremo inizio alla mimesi, se ci sentiremo pronti per abbandonare i bermuda e lo zainetto per camice larghe e sciarpe colorate.

Arriviamo ad Apani Dhani, l'eco-lodge prenotato fin dall'Italia e consigliato dalla guida del turismo etico. Il grappolo di bungalow di pietra, fango e paglia ben tenuti, con il cortile interno centrale dove una decina di viaggiatori bianchissimi chiacchierano a voce appena udibile, è una visione ristoratrice. Di più, è esattamente quello che volevo vedere.
Non sono ancora riuscita a parlare con Ramesh, il gestore della fattoria di cui tutte le guide parlano tanto bene, ma l'ho visto: lungo, magro, veste di bianco, e sembra serio e annoiato. Probabilmente dai suoi clienti europei e dalle loro conversazioni prevedibili. Forse si è pentito di essersi auto-esiliato in questo luogo perfetto, di aver creato questa nicchia di speranze alternative per la sua cittadina, per la sua India, speranze fatte di energia solare rinnovabile, riciclaggio dei rifiuti, risparmio dell'acqua corrente, e lezioni di hindi e inglese per classi di ragazzini disabili e svantaggiati (tutte iniziative sue e della sua famiglia); forse vorrebbe ributtarsi nella mischia, nell'inferno là fuori.

In bagno, seguo le istruzioni per la pulizia del corpo Rajasthane. Riempio un solo secchio d'acqua -fredda- e con la brocca me la verso addosso. Quindici brocche per bagnare, poi ci si insapona, e quindici brocche per sciacquare. Alla fine sono lavata e sul fondo del secchio sono rimaste due dita d'acqua. Certo, a far le cose meglio anche la metà sarebbe bastata. Dopodomani, quando lascerò l'alloggio di Apani Dhani e le istruzioni di lavaggio non saranno più formulate in gentili consigli per i clienti e appoggiate sul mio comodino, mi dimenticherò persino di chiudere il rubinetto mentre mi faccio lo shampoo.
In Rajasthan l'acqua è poca, il sole scotta, i monsoni raramente arrivano a bagnare questa zona perchè le montagne li tengono lontani, e la gente che si lava nei fiumi sporchi è moltissima.
Spengo la lampadina a energia solare e vado a dormire.


26 agosto

Tra Ramesh e suo figlio Rajesh, che oggi e ieri ci ha portato in giro per la regione dello Sheckawati, stiamo vivendo un'oasi sociale di Rajasthan. Rajesh ha studiato in Europa, e ora fa fatica a far stare in una sola persona la mentalità europea e quella indiana, a contenere in una sola esperienza di vita le strade poleverose e le mucche di Nawalgarh e le pasticcerie di Parigi. Ha deciso di rimanere in India e di ingrassare, mentre pensa a istruire i suoi figli e scommette sul miglioramento della scuola pubblica indiana come unico possibile strumento di progresso.
Ci ha fatto da guida negli haveli della città, palazzi affrescati di proprietà delle famiglie ricche dei mercanti del secolo scorso. La regione ne è piena. Sono un patrimonio artistico non da poco. In Europa ci avrebbero già costruito attorno una decina di villaggi turistici e almeno un corso universitario di dams arte. Ma qui sono lasciati andare come tutto il resto. Sono in rovina, assieme alle case e alle persone che ci abitano, assieme alle strade - letti di sabbia secchissima che si trasformano in torrenti di fango quando piove - alle porte e alle mura della città. Le fognature invece, non sono mai esistite. C'è un lago all'entrata del paese, dove fanno il bagno solo i cani, che sospetto pieno di merda fino all'ultima molecola.

Ieri un ragazzino ci abborda mentre ci aggiriamo, con aria non più sperduta del solito, tra le baracche e le viuzze del centro in cerca di haveli, con una cartina disegnata a mano dal nostro albergatore. E non ci molla più per tutto il pomeriggio. Ci costringe a seguirlo con l’astuta tecnica di snocciolare di tanto in tanto, in un inglese da seconda elementare, un'informazione utile, non richiesta ma più o meno vitale. Tipo lì non si può entare, o per non perdervi andate di là, ecco dove vendono i manghi, oppure il signore vi sta fregando sul prezzo...Gli diciamo e ripetiamo che non abbiamo bisogno di una guida: sappiamo - ci hanno messo in guardia - che ci chiederà dei soldi e che sarà dura resistergli- ma lui dice I'm no guide e continua a seguirci, e a divertirsi, pare. Dopo gli haveli, i manghi e il solito spettacolo visivo-olfattivo di decadenza cittadina, quando, come mi capita quasi ogni giorno, non ce la faccio più a reggere quel piccolo inferno quotidiano, dichiaro Noi andiamo a casa. Lo saluto e lui mi tende semplicemente la mano, alla occidentale, sorride, si volta dall'altra parte e se ne va. Io e Fede rimaniamo immobili, ci scambiamo uno sguardo incredulo, poi uno sospettoso, e controlliamo gli zaini. C'è tutto. Camminiamo nella strada sterrata fino a casa, alzando le spalle di tanto in tanto.

Rajesh invece, la guida vera, oggi ci ha portato sulle montagne. Sei ore di cammino in salita. Banian trees e Neem trees, comincio a riconoscere gli alberi indiani, almeno i più facili. In cima, un tempio bianco. In basso, al ritorno, siccome è domenica ed è agosto, il mese sacro, tutti festeggiano Shiva. Capitiamo proprio a Lohargo, il paesino dove c'è la fonte sacra, un rivolo d'acqua che sgorga dal terreno. Davanti alla fonte, una vasca, una specie di piscina, dove i corpi si moltiplicano di minuto in minuto, a farsi benedire dall'acqua sacra tra tuffi e schiamazzi. Tutti maschi, salvo un paio di ragazze, che si immergono cautamente con tanto di sari e velo. A bordo vasca, si fa la coda per riempire un vasetto o due alla fonte. Quando i vasi sono pieni li appendono ai due lati di un bastone e se lo caricano in spalla. Camminano fino al tempio e offrono l'acqua a Shiva. Se sono scalzi vale ancora di più, ci ha spiegato Rajesh. C’è gente che viene da tutta la regione, e può metterci anche un paio di giorni ad arrivare fin qui, poi c'e il tuffo in piscina, la fila per l'acqua, e ricomincia il pellegrinaggio verso casa e il locale tempio di Shiva. Chi si mette in marcia, durante il cammino gode della condizione speciale di "offerente", molto gradita al dio, che provvede a far distribuire free food da gentili estranei agli angoli della strada. In più, il percorso si fa con gli amici, chiacchierando, ridendo, scambiandosi commenti sulle ragazze che passano e, com'è ormai risultato evidente dopo pochi giorni di frequentazione dei villaggi indiani, scopandosi con gli occhi i pochissimi esemplari di donne occidentali che si aggirano per la città.

- Rajesh, mi spieghi come funziona il sistema della dote?
- I explain you, one moment - mi dice mentre si mette a sedere su una stuoia sotto il cenotafio che ci ha portato a visitare e ci fa cenno di fare lo stesso.
- Potete sdraiarvi se volete.
- Ce l'avete ancora l'usanza della dote? Insisto io
- Sì, la famiglia della sposa deve dare una somma in denaro allo sposo, quando si celebra il matrimonio
- Ma non è una tradizione dichiarata illegale, ormai?
- Sì.
- ...
- Nei villaggi le tradizioni sono molto forti, non gli importa della legge, qui la cosa più importante, quando si ha una figlia, è darle una dote più alta possibile, così sarà più facile sposarla.
- E i soldi lei non li tocca mai, giusto?
- No, passano dalle mani della famiglia a quelle del marito.
(Un po' come lei, penso io). Oggi le famiglie sono in competizione per le doti, all'interno di una stessa casta c'è la gara a chi dà alla propria figlia quella più alta. Così continuano ad aumentare, e aumentano anche i costi per il matrimonio, si fanno cerimonie da centinaia di migliaia di rupie, l'altro giorno ce n'è stato uno da mezzo milione di rupie. (Per noi sono diecimila euro ma qui è come dire centomila)
- Ma anche tu l'hai ricevuta la dote dalla famiglia di tua moglie quando ti sei sposato?
- Sì. Io non la volevo, ma capisci? È una vergogna per la famiglia della sposa se si viene a sapere che la figlia si è sposata senza dote.
- E perciò quando si sposa la sua dote e tutto quel che è suo diventano di proprietà del marito e anche se il marito muore lei non può rientrare in possesso di nulla...
- Esatto. Se rimane vedova, la sua famiglia di origine può ri-accoglierla. Di solito succede, qui da noi.
Già, perchè negli ultimi tempi il fenomeno delle vedove-homeless non è più un'emergenza. Ma solo qualche anno fa, e ancora adesso nelle zone più povere, una donna che perdeva il marito rimaneva senza un soldo, e anche con poca dignità.
C'è una città, in questa regione dell'India, Vrindavan, famosa perchè raccoglie qualche migliaio di vedove, che vi si rifugiano quando la famiglia dei genitori o quella dei figli non le accetta o le butta fuori di casa. A volte se ne vanno anche spontaneamente, quando si sentono un peso. Pregano tutto il giorno Shiva e Kali, e lavorano nel tempio per due rupie al giorno. Quattro ghiotti centesimi.

Non mi stupisco quando, la sera, a cena a casa di Rajesh, sua moglie ci spiega che le donne sposate ogni mattina si fanno un segno rosso sul capo, all'altezza della scriminatura dei capelli, come rito propiziatorio per preservare il marito in vita e in buona salute.
Lei però non ci serve solo la cena, dopo mangiato viene a chiacchierare con noi, parla inglese, ride, fa le smorfie al marito e quando lui le propone di prestarmi uno dei suoi sari per vedere se assomiglio davvero a una donna indiana, coglie al volo l'occasione per ridere un po' di me.
Mi porta nella sua stanza, dove c'è un armadio pieno di sari sgargianti, e passa i successivi dieci minuti a fasciarmi il corpo di cinque metri e mezzo di stoffa - senza contare sottogonna e corpetto - in cui io rischio di inciamparmi al primo gradino. Mi raccoglie i capelli all'indiana e mi incolla un bindi rosso in fronte.
- Sembri più matura - mi dice Rajesh guardandomi con orgoglio mentre eseguo il saluto di rito congiungendo le mani sotto il mento con un leggero piegamento.
- A me sembra di avere sette anni.
Smetto di salutare forsennatamente tutti i commensali (Namaste, namaste, namaste!) e di essere eccitata come una bambina alla sua prima festa in maschera, e provo a entrare nella parte di moglie (solo le donne sposate indossano il sari), cuoca, madre e fervente religiosa.
Niente da fare, inciampo di nuovo.


31 agosto, Jaisalmer

Credo di aver visto più ani in dieci giorni in India che in ventitre anni di vita. Ani di mucca, voglio dire.
Ormai ho imparato a distinguere le vacche sane da quelle malaticce in base al didietro. Letteralmente, ti giri e hai un culo di mucca davanti agli occhi. Sacri ani. Sarà perchè sono sacre che nessuno osa rimuovere dalla strada le mirabolanti cacche dalle mille forme e colori?
No perchè a questo punto, giunti a Jaisalmer, che attrae il turista per la regolarità e il giallo dorato delle costruzioni e per la ricchezza dei mercatini dell'artigianato, di fronte a questa cittadina bollente ai margini del deserto i cui bastioni sono stati eletti latrina pubblica dai suoi abitabti, qui a Jaisalmer, a questo punto, comincio ad aver bisogno di una logica. Di un sistema. Una combinazione di valori che spieghi le arcane contraddizioni. E mi riconosco debole, ho bisogno di chiamare in appello teorie, testimonianze affidabili, voci autorevoli, per riuscire a ridurre quello che passa attraverso i sensi a oggetto di studio, insieme di coordinate da poter posizionare nello spazio e nel tempo dentro a uno straccio di qualcosa di noto, dentro una categoria. Una delle mie, di quelle che già possiedo. E' un rompicapo senza soluzione perchè questa realtà variegata risponde a leggi iscritte in se stessa, nuove e difficili da assimilare per chi, come me, legge ciò che vede in base a una serie di concetti immagazzinati che fanno parte della cultura e della mentalità occidentale. Chiedere a me se il comportamento di un indiano ha senso o no in una determinata situazione, chiedermi se trovo quel gesto stupido o intelligente, sarebbe come chiedere a un gatto se trova che il cielo tenda più al blu o al rosso stasera. Non vede a colori, non sa cosa significano quelle categorie. quindi darà un giudizio sbagliato. O più probabilmente si limiterà a leccarsi una zampa. Io non ho una visione a colori della cultura indiana. Perciò farei meglio a star qui a leccarmi una zampa.
Ma e' chiaro che non resisto. Sono un'estranea, sento la distanza tra il mio modo di pensare e il loro in ogni gesto, ma le mie categorie, i miei aggettivi, sono gli unici che ho per parlare di questa differenza.
Allora, se devo usare i miei concetti per restituire una logica e un ordine al delirio in cui mi perdo ogni giorno, dico CONVIVENZA, PANTEISMO e ANACRONISMO.
Convivenza di elementi al limite del contrastante in un unico sistema spazio-tempo. In India convivono soprattutto le religioni. La fede hindu convive da centinaia di anni con la religione Musulmana e con una serie di altre fedi più o meno diffuse: il buddhismo, il giainismo, la religione Sikh, il Visnuismo e il Sivaismo. Per strada, il teatro più vistoso di questa convivenza, le donne hindu si distinguono da quelle Muslim solo per un paio di centimetri di velo. Ci sono le moschee, ci sono i templi di Shiva e Ganesh, e ci sono i templi Giainisti, ma i bambini che giocano o dormono sui gradini all'entrata dei luoghi sacri potrebbero essere di una religione o dell'altra, è impossibile dirlo.
Questa convivenza è nata quando i Moghul, che erano musulmani, sono arrivati e hanno cercato di spodestare i Rajput, hindi. I conquistatori avevano dei fucili migliori, ma i maharaja indiani ci sapevano fare di spada, così dopo anni di battaglie le due parti hanno cominciato ad accettare di convivere. Anche quando sono arrivati gli inglesi è andata più o meno così: con i Maharaja era meglio venire a patti, lasciare loro una certa autonomia e gestire la colonia da lontano. Il Chai è il simbolo di questo compromesso. Il Chai è il tè come lo bevono gli indiani, ad ogni ora del giorno, una brodaglia calda e dolcissima fatta di tè (inglese al centopercento), latte (munto da vacche sacre indiane al centopercento) e un'aggiunta di Cardamomo (perchè se non c'e' una spezia rischi di dimenticarti che sei in India).
Così al posto di susseguirsi, in India, le dominazioni si sono sovrapposte. Rossellini, che l'India se l'è vista e rivista per farci un documentario lunghissimo, chiama questo fenomeno in un altro modo, ma il senso è lo stesso. Dice: "Ciò che colpisce in India è la contemporaneità della storia. Ti senti immerso in un'umanità totalmente primitiva e sei anche nell'epoca moderna. Gli esemplari di tutti i periodi storici sono là, sotto i tuoi occhi, assolutamente sullo stesso piano". Anacronostica India. Infatti, con un'occhiata sola puoi vedere un carretto trainato da un cammello e una moto Suzuki verde acceso nuova fiammante. Poi ti giri dall'altra parte e un ragazzino in una bancarella di propone di comprare un walkie talkie mentre una mucca sacra gli fa cadere ai piedi una boazza piu' grande di lui. Non ci sono sistemi di irrigazione dei campi e le donne vanno a prendere l'acqua al pozzo reggendo le brocche di coccio sulla testa, ma poi tornano a casa, le mettono in frigo e accendono la tv. Per essere dignitosa una donna deve indossare il sari, o comunque mai lasciare scoperte le spalle, mai dimenticare il reggiseno o mostrare un centimentro di polpaccio, e possibilmente coprire il viso dagli sguardi maschili; i miei pantaloncini corti, le mie canotte, il mio ridere e chiachierare tranquillamente con un ragazzo per strada, mi rendono un esemplare alieno al punto da far girare teste e sgranare occhi, MA i film di Bollywood sono pieni di donne indiane e occidentali in minigonna, tacchi e top a fazzoletto. Come dire che tutte le regole e i pudori si lasciano fuori dal cinema. Dentro la nudita è quotidiana, cosa buona e ovvia.
Il tempo qui non è mai passato, eppure passa velocissimo.
Dire Panteismo è come dire convivenza, ma gli si dà una giustificazione religiosa: Dio e' dappertutto, e' immanente tutte le cose, perciò lo sporco, la polvere, e la merda di mucca possono stare negli stessi luighi in cui vive l'uomo e mischiarsi a lui. GLi animali sono possibili "portatori" di divinita' almeno quanto lo e' l'uomo. Perche' allora relegarli ai porcili, alle stalle e ai luoghi dove non possiamo vederli?
Allen Ginsberg (da quel gran paraculo che era) racconta che lo yoga, come anche l'LSD, di cui ha fatto largo uso durante i suoi viaggi in India, servono ad arrivare a un "allargamento della conoscenza": per questo lo yoga esamina (e l'LSD induce) gli stati di sogno, "per difficili che siano, per ripugnanti che siano, anche se includono isterismo, sandwich di carne umana, buchi sporchi del culo - perche' queste sono immagini universali - e vere - che vengono nei sogni di tutti".
Da qui al ricrearle in mezzo alla città, dal sogno alla strada, il passo e' breve.
Ecco. Infatti. Ho visto più ani in dieci giorni in India che in ventitre anni di vita.


3 settembre

I nostri cammellieri si fanno chiamare Mister Babu e Mister John. Sono una coppia alla Robin Hood e Little John, trasportati dalla Foresta di Sherwood al deserto dei Tartari. Anche loro in un certo senso rubano ai ricchi per dare ai poveri. Infatti il safari nel deserto costa caro, e coi soldi del ricavato i cammellieri e il proprietario dei cammelli mantengono una decina di persone a testa: provengono da villaggi fatti di casupole di fango e sterco che si confondono con il marrone della sabbia, immersi nella calura vibrante, tra le dune e le dune.
Siamo partiti per il deserto una mattina e tornati la sera del giorno dopo. Questo vuol dire che il tour comprende un tramonto e un’alba, e sì, una notte in sacco a pelo sotto il cielo. Siamo scesi dai cammelli per cucinare una cena di riso, chapati e verdure speziate. Ho impastato il chapati con le mani piene di sabbia e l’acqua di uno stagno di acqua piovana. Così nel deserto piove. Sì, piove un paio di volte all’anno. Una volta per riempire le pozze dove le donne dei villaggi vanno a riempire le brocche durante l’estate, un’altra giusto per dimostrare ai pochi turisti come noi che anche nel deserto piove. E che piove proprio l’unica notte che nel deserto abbiamo deciso di pernottarci noi. Mister John insiste per preparare il tè con l’acqua del laghetto. Ma è buona da bere? Gli chiedo io studiando il recipiente pieno di liquido torbido e grigiastro che mi porge. Molto buona, sorride lui, e per dimostrarmelo ne manda giù una lunga sorsata. Non voglio sollevare le solite obiezioni da europea dall’intestino deboluccio, e così pochi minuti dopo rompo l’incanto del sole che tramonta placido tra le dune vomitando chapati e sabbia sul mio angoletto panoramico.
Più tardi, mentre i fulmini si fanno sempre più vicini, ci copriamo con dei teli di plastica e beviamo birra aspettando che le nuvole facciano il loro dovere. Cantiamo un improbabile repertorio di de Andrè, Battisti e Carmen Consoli ai cammellieri che intonano le loro canzoni indiane fatte quasi solo di vocali usando la tanica dell’acqua come percussione. Dopo che è spiovuto, mi addormento e mi sveglio una decina di volte, in preda alla fobia degli scarabei stercorari, che con le loro pallette di cacca ci zampettano tutto intorno e aspettano giusto che chiudiamo gli occhi per avventurarsi sulle nostri sacchi a pelo. Sogno che ci scambiano per enormi pezzi di cacca di cammello e che cercano di trasportarci così lontano da farci perdere la strada del ritorno.
Al mattino scopriamo che le cornacchie si sono mangiate le uova per la nostra colazione, e che i cammelli si sono allontanati tantissimo durante la notte, spaventati dai fulmini.

12 settembre

All'improvviso, senza alcun buon motivo, con una notte troppo breve di sonno alle spalle, il viaggio si è impossessato di me. E' diventato droga. Come se svegliarsi all'alba per prendere un altro treno fosse la mia dose giornaliera di morfina. Qualche settimana fa il panchetto di legno su cui sono appollaita, sospeso sulla testa di altri passeggeri e con un'asse mancante, nello scompartimento in classe economica del treno per Agra, mi sarebbe sembrato una vera sfiga. Ora è un trespolo privilegiato da cui osservare la vita e la noia che brulicano tutto attorno. E' un'eccellente postazione strategica, schiena sugli zaini, borsa tra le gambe, ginocchia piegate a raccogliere il quaderno, un buon libro di storie successe dall'altra parte dell'oceano in braccio.
Piccola epifania dei tre-quarti di viaggio. Capire che il viaggio è uno scorrere, che il suo flusso è veloce e spontaneo, che neanche per brevissimi momenti assomiglia a un appuntamento, a un'occasione preparata in anticipo e vissuta con l'intensità dell'evento speciale. Forse solo la partenza, goffa cerimonia, tentativo ingenuo di dare una forma ai giorni che seguiranno.
Si seguono le incapacità, i non posso, i non riesco, i non ce la faccio.
Questo viaggio è fatto di imperativi. E di risposte fisiche. Azioni e reazioni. Una volta che sei partito, non c'è quasi più niente da decidere.

Ecco, poi, dopo la mia piccola epifania naif settembrina, è arrivato il delirio. A dimostrarci che qualcosa ancora da decidere c'era. Di prenotare tutti i treni a venire, per esempio. Visto che abbiamo passato le sei (otto?) ore seguenti appollaiati sui nostri trespoli di uccellini malati pigiati in trenta in uno scompartimento da otto. Sono entrati tutti a una stazione intermedia, inaspettati. Non uno alla volta, e non in fila indiana, come suggerirebbe l'infelice espressione (cosa sarebbe, una trovata ironica?). Sono entrati come una mandria. Il treno, poi, è stato fermo mezz'ora, ma loro dopo un minuto erano saliti tutti. Spintonandosi, schiacciando i bambini negli spazi sudati tra un corpo e l'altro. Non tanto come esseri umani, a dire la verità.
Io devo dividere il mio panchetto con cinque bagagli e due signore che qualche manata sul sedere, più o meno sportiva, ha spinto fin lì. E a meno di mezzo metro ci sono quelli del panchetto di fronte, che, mentre mi immergo per non pensare nella lettura di Valencia, storia semi-autobiografica di una mezza poetucola a San Francisco, non mi scollano gli occhi di dosso. Mi fissano finchè non alzo gli occhi, allora sorridono beffardi, si scambiano qualche commento in hindi, e mi chiedono qualcosa che non capisco nel loro vocabolario inglese di dieci-undici parole.
Dalle assi di legno che ci reggono ogni tanto spunta una mano pungente, i miei voyeur personali provvedono gentilmente a mettermi i piedi praticamente in braccio, e dalla grata che mi separa, alle spalle, dai passeggeri dello scompartimento a fianco, arrivano urla, pianti di bambini, e mani, appigliate a mo' di arpioni, dita appese come quelle dei galeotti fuori dalle sbarre.
Mi chiedo se in me e nella mia pelle bianca che si stacca un po' sul naso dopo il sole e il vento dell'Himalaya, ci sia un potenziale di intrattenimento così alto da suscitare l'interesse costante di questo pubblico. Forse in India potrei darmi al cabaret. Ogni tanto alzo la testa e glielo dico. Ok, non capiranno, ma è più forte di me: "Oh, ma sono solo una persona. Come voi. Cosa c'è da guardare?" Lo so, ci sono più cose di cui dovrei tener conto prima di sbottare così, fatti culturali, contesti, ma molto spesso in questo viaggio i nervi hanno la meglio. Senza alcun effetto visibile. Se gli sbotti in faccia un indiano continuerà a fissarti impassibile, o si metterà a ridere.
Infatti qualche minuto dopo nessuno si ricorda più che sono la straniera incazzata e mi offrono una mela e poi un gelato ad alto contenuto di latte, e quindi ad alto rischio di caghetto, che sono obbligata ad accettare e ingurgitare perchè l'alternativa e' lasciarmelo sciogliere in braccio, e si mettono a sillabare tra sè e sè le paroline del mio libro in inglese, che mi hanno preso di mano senza farsi troppi problemi, per dimostrarmi che sanno leggere.
Odio i miei vicini ficcanaso, e sono contenta di aver stabilito una comunicazione con loro, allo stesso tempo.
Entra un bel transessuale col rossetto sgargiante e il sari azzuro acceso, e monopolizza l'attenzione dello scompartimento facendo schioccare le dita, battendo le mani e chiedendoci soldi per fare strani truccetti di magia. Li chiede a noi, naturalmente. O meglio, a me, bruscamente, pizzicandomi una coscia; a Fede invece li offre, lascivo, chiedendogli in cambio qualche favore sessuale. Sex, dice, you are beautiful. Neanche una botta e via? sembra cheidere battendo le mani.
No, Fede non sembra molto interessato.


14 settembre

E ad Agra, in mezzo a un po' di quell'immondizia, tra quattro lati di mura e quattro porte monumentali, lì in mezzo è cresciuto il Taj Mahal. È spuntato ad Agra da un decennio all'altro come regale capriccio di un imperatore. Il musulmano Shah Jahan, che aveva perso la moglie. Be', solo una delle mogli, ma bisogna dire che era quella a cui teneva di più (poi che c'entra, aveva un centinaio di concubine, ma che c'entra), e in sua memoria ha voluto il bellissimo bestione di marmo bianco che oggi dà il nome a tutti i kebabbari di via Petroni a Bologna.
Il Taj Mahal è davvero spettacolare, ma andarlo a visitare è un po' come una sera dell'ultimo dell'anno. A un tratto sei lì, dove erano mesi che premeditavi di andare, e non sai bene dove sbattere la testa. Gli occhi in questo caso. L'obiettivo della macchina fotografica sembra essere il posto più gettonato. Anche noi ci sbizzarriamo in acrobazie fotografiche al tramonto, e aspettiamo che faccia buio, e che il Taj, nella sua mole elefantesca, ci faccia un po' paura, per uscire e andare a berci un succo di mango.


15 settembre

C'è fumo, qui a Varanasi. C'è odore di bruciato sul fiume. È l'odore quello che penetra di più, che colpisce, mentre percorriamo il Gange sulla barchetta a remi. C'è odore dolce di barbecue. C'è il fumo delle pire umane che bruciano senza sosta sul Manikarnika ghat. Dei corpi che assieme al legno di sandalo si trasformano lentamente in cenere. C'è il fumo, c'è l'odore, e c'è la luce bianchissima dell'alba. E ci siamo noi su una barchetta che ci sorprendiamo a pensare che niente di tutto questo è così strano.
Ci fermiamo e saliamo a piedi i gradini del Ghat, quello che qui tutti chiamano “burning ghat”, dove una piccola folla è raccolta attorno a una pira, un fuoco grande dentro cui si scorge un volume familiare, avvolto in un telo bianco. Bianco vuol dire Uomo. Rosso, donna. Giallo, anziano. Il gruppetto attorno è fatto di familiari e di curiosi, alcuni turisti in cappellino e shorts, alcuni giapponesi che inciampano uno sui piedi dell'altro. Per fortuna che oggi io mi sono vestita da indiana, infilata dentro due strati di acrilico pruriginoso dalle elaborate fantasie floreali. Dopo tutto quello che ci hanno raccontato di Varanasi, nel tentativo di confonderci con la folla e passare inosservati, abbiamo fatto un po’ di shopping per mimetizzarci: io ho un Salvar Camis, una specie di vestito a mezze maniche lungo fino alle ginocchia, sopra un paio di pantaloni larghissimi, in coordinato rosso-bianco. I colori meno flash che ho trovato al mercato.
Fede invece si è messo un paio di pantaloni da Sadu. I Sadu sono quei signori che scelgono di rinunciare ai beni materiali e dedicano la loro vita alla purificazione e alla devozione religiosa. E pare che per fare gli asceti vengano molto comodi questi pantaloni larghissimi aperti ai lati, con la stoffa avanzante ripiegata e rimboccata in cintura. Delle specie di enormi pannoloni. Siccome Fede ha i capelli lunghi, e i Sadu in India sono gli unici, tra gli uomini, a lasciarli crescere, decide di scommettere sul travestimento da Sadu. Peccato che la maggior parte di loro vadano in giro a petto nudo, con dei forconi in mano – il tridente simbolo del Gange – e con lacci e turbanti arancione sul capo. E Fede, con la sua camicia di tela bianco-sporco, non è esattamente credibile.
Comunque qualcuno ci crede. E qualcuno no, e ci assillano lo stesso con le loro offerte di barche, braccialetti e seta.
Sul ghat, assieme ai giapponesi che si inciampano e alle inglesi che riflettono il sole sulla pelle bianca abbacinante, osserviamo un parente del defunto girare per cinque volte attorno alla pira prima di accenderla, con indosso i panni che ha vestito per dieci giorni, dal momento della morte. Poi comincia il fuoco, lento. E ci vogliono circa tre ore e mezza perchè il corpo bruci completamente. E per tre ore e mezza di rogo ci vogliono centinaia di chili di legna. E la legna costa molto, soprattutto quella di qualità superiore, che è quella di sandalo, il cui profumo copre i cattivi odori. Perciò quando non ci sono i soldi per tutta la legna, se ne compra solo un po’, e si brucia finchè ce n’è. Poi il corpo viene buttato nel fiume così com’è, mezzo mangiato dal fuoco. Per i più indigenti c’è il crematorio elettrico, su un ghat non lontano. La cerimonia è meno rituale, il passaggio è meno accompagnato, ma la Dea Ganga sarà ugualmente felice di accogliere le ceneri tra le sue braccia. Se la famiglia non ha i soldi neanche per il crematorio, o se la famiglia non c’e, il moribondo viene assistito durante gli ultimi giorni di vita in piccoli centri ospedalieri in riva al Gange. Non li ho visti dentro, ma penso che siano strutture scarse e sporche, niente di quello che sembrano chiamandole centri ospedalieri. Dal di fuori sembrano baracche. In questi casi, dopo il trapasso, sono i crematori a sobbarcarsi le spese del rito funebre.

Sì, d'accordo, a Varanasi si va a morire, e dopo, quando si è morti, si brucia così, davanti a tutti. Il cordoglio chi ti ama lo tiene nascosto da qualche parte, non lo esibisce, o forse non ha bisogno di solitudine e raccoglimento per consumarlo. Bastano le azioni. Basta accendere il fuoco, guardarlo fumare, e non importa quanti occhi estranei sono puntati su di lui, quello che importa è la morte, il semplice fatto che sia avvenuta, non celebrarla. Il funerale come rielaborazione del lutto è un concetto tutto cattolico e occidentale; qui, nella prossima vita ci si crede davvero perciò non c’è molto di cui essere tristi. Se il defunto era molto povero, o un intoccabile, c’è persino di che rallegrarsi. Se ha seguito appieno le regole che l’appartenenza alla sua casta gli imponeva, per la legge del karma gli spetta una sorte migliore nella prossima vita.

Qui a Varanasi c’è il fumo, c’è l’odore, c’è la luce bianchissima dell’alba, ma soprattutto c’è il fiume. E quando c’è un fiume le città, qui in India, hanno un’altra faccia. O meglio, la faccia che mostrano è la stessa, fatta di case in rovina, mercati-baraccopoli, vie luride popolate di animali e persone gettate a terra, ma poi c’è una faccia invisibile agli occhi, che si percepisce solo a camminarci, sul fiume, a Varanasi, una vibrazione che non si può fotografare, ma che si ha la sensazione di sentir camminare sul pelo dell’acqua, la mattina presto e al tramonto, mentre accompagna le abluzioni dei devoti induisti ma anche le profane peregrinazioni dei turisti in shorts e maglietta.
Varanasi si ferma a una distanza minuscola prima dell’eccesso, prima del darti la nausea come le altre città, prima che tu ne abbia abbastanza. E di quello che negli altri posti non sopporti fa un manifesto, alle montagne di immondizia e al fiume inquinato dedica le poesie. Forse perché qui che si muore tutti i giorni quello che altrove è una vista irritante assume un senso: il trascinarsi delle persone per sopravvivere, il brulicare di insetti, topi e batteri nelle crepe della strada, i vestiti neri di sporco dei bambini e i piedi scalzi nel fango delle madri. Il luogo dove si muore e il luogo dove si espletano le funzioni vitali più importanti sono così vicini che non è possibile osservare l’uno senza vedere anche l’altro. Non si riesce a guardare chi si lava i denti con l’acqua del fiume senza ricordarsi che venti metri più in su qualcuno sta gettando in acqua un cadavere.

18 settembre

Siamo a Bodghaya e, nonostante tutto il silenzio che abbiamo fatto tra i pioppi sacri e i giardini zen, nonostante l’effetto trompe l’oeil di un Buddha in pietra alto venticinque metri, e nonostante questo sia uno dei posti preferiti del Dalai Lama, quella che a me mancherà è Varanasi.

Gli occhi ballano sul fiume, a Varanasi.
Su per le scalinate dei ghat e tra i templi rosa sulla riva.
Varanasi ha un karma buono perché fa tutto come si deve.
Si occupa della morte e non si approfitta della vita.
Separa l’anima dal corpo con le prime fumate chiare.
La lascia scappare dove crede e poi fa sparire le prove.
Resta cenere a trasportare i disegni di una vita.
Un fiume pieno di cenere. E fiori rosa e arancio.
Pochi metri dopo la gente si fa il bagno, si purifica. Lava via la dignità terrena e ne acquista una nuova. Un investimento in vista dei lussi dell’aldilà.
C’è chi ci caga nel Gange, e chi si lava i denti.
E se un giorno riempio un secchio d’acqua del Gange per fare il bucato e pesco una mano, o un orecchio? – penso.
Ma questo non succede spesso, a Varanasi.
Tags: india, avventura, rajasthan, etico, varanasi, dehli, taj mahal, consapevole, viaggio
© Copyright 2012 Promax Comunication SA | Swiss Made Contatti