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Il Muro di Betlemme

Scritto da saretta marotta
  • Il muro dell'indifferenza
Mattina del 30 dicembre, ore 8:30. Siamo in terra di Palestina da ormai più di ventiquattro ore, ma di fatto questo è il primo mattino che ci svegliamo a Betlemme. Per tutto il giorno precedente siamo rimasti nel centro culturale dell’Azione Cattolica locale che ci accoglie, non ci siamo mossi quasi per niente, se non per visitare i “luoghi santi” della città: la basilica della Natività, il campo dei pastori, certamente, ma anche il Baby Charitas Hospital, l’ospedale dei bambini...
Oggi andiamo per la prima volta a Gerusalemme, se siamo fortunati coi tempi riusciamo a visitare il Santo Sepolcro, sicuramente il Monte degli Ulivi, il Getsemani... C’è aria di festa sui pullmann: stiamo portando con noi i ragazzi palestinesi di qui, di Nazareth e di Giaffa. Anche per molti di loro è la prima volta che visitano il luoghi santi. Siamo felici di poter offrire loro questa possibilità, di condividere con loro questa esperienza.
Alla coda davanti al checkpoint del muro in uscita da Betlemme le guide ci dicono che sono controlli normali, che ci vorrà un po’ di pazienza. Ci sentiamo un po’ orgogliosi quando ci dicono che i ragazzi di qui che stanno venendo con noi hanno un permesso speciale per il pellegrinaggio e non avranno problemi. Ci sentiamo potenti.
Il muro lo avevamo attraversato il giorno prima, all’alba. Le palpebre assonate avevano fatto la fatica di schiudersi per soddisfare la curiosità di vederlo finalmente questo famoso muro al centro di un così grande dolore. Nessuna fatica per passare. Hanno alzato la sbarra senza fermarci. Si entra in fretta in territorio palestinese. Specie i turisti. Ma chi entra, in ogni caso, non importa a nessuno
Uscire non è stato così semplice. Abbiamo cominciato a capirlo dalla coda, quando abbiamo realizzato che salivano sui bus a controllare. A controllarci. Uno per uno.

Così li abbiamo visti scendere. Scendevano dall’autobus davanti al nostro, uno dopo l’altro. Scendevano di corsa, saltando giù dai predellini. Poi li vedevamo sorridenti guardare verso i finestrini, salutarci con la mano.
Al primo paio di gambe atterrate sull’asfalto è cominciato a mancarmi il respiro. “che fanno, li fanno restare qui? Non vengono?” Il pullmann cominciava ad essere percorso da un fremito. Ci alzavamo in piedi, rumeni, italiani, ucraini, per vedere meglio, per scambiarci informazioni. Apprensione, attesa ma soprattutto indignazione. Lo chiamano “il muro della vergogna”. In quei momenti ho capito perchè. Ho provato vergogna anch’io. Per l’umiliazione quotidiana a cui quei ragazzi, come gli altri abitanti del posto, ormai sono abituati. Per la prepotenza di chi ha imposto questa gogna, e la impone mentre noi “gente occidentale” stiamo a guardare. Esattamente come davanti a quei finestrini.

Quando sono saliti anche sul nostro pullmann i militari per il controllo passaporti, mentre stringevo in mano il mio, ho provato vergogna, infine, ancora una volta. Non riuscivo ad alzarla quella mano, non riuscivo a mostrarlo quel libretto, a tenerlo in vista. Me ne vergognavo profondamente. Perché io ce l’avevo e quei ragazzi no. Perché per me è la cosa più normale del mondo averlo, non m’è costato niente, e perché questa gente non lo ha mai avuto e non l’avrà mai. Perché alla fine non ho proprio capito cosa ho fatto io di meglio e di più buono per meritarmi di essere cittadina di qualche posto e questa gente per essere nata nella terra che non è più loro.

Ho sentito il cuore farsi piccino, minuscolo, volevo scomparire… ma non erano i mitra apparsi nel corridoio a farmi paura. Veramente in quel momento mi sono sentita dentro l’impotenza di voler dare quel piccolo passaporto a qualcuno, e sapere che non era possibile, che non serviva certo a niente, perché non è il libretto di carta a cambiare le cose, ma la foto che c’è sopra, il nome che c’è sopra, lo stato, la nazione. Ma mi sono sentita piccola perché in fondo a me, nel momento stesso in cui realizzavo di non potere davvero farci niente, ho sorpreso con ribrezzo un… respiro di sollievo. E ho capito che tutti i miei buonismi e moralismi evangelici valgono un fico secco. (il fico evangelico, dico). Se anche avessi potuto ero SOLLEVATA, sollevata, dico, di non essere comunque al loro posto. Forse maturare in quei pochissimi secondi uno spirito di generoso dono di sé e di volontaristica offerta di scambio sarebbe stata una pretesa eccessiva di annientamento del naturale istinto, ISTINTO, appunto, perché prima reazione non ragionata, di autoconservazione. Ma mi sono sentita una merda lo stesso.

Cmq.

I ragazzi sono scesi, sì. Non è che non li facevano passare. È che non potevano passare a bordo del pullmann. Dovevano essere controllati da capo a piedi. Uno per uno. Misure di sicurezza le chiamano. Mentre io intanto potevo benissimo nascondere tra le gambe una bomba a mano mentre attraversavo tranquilla a bordo del mio turistico i blocchi di cemento della più recente gogna di separazione della storia umana.

Ancora una cosa. I volti dei militari che hanno fatto scendere i giovani palestinesi. Due giovani israeliani. Un ragazzo mechato, la ragazza bionda. Avranno avuto la loro stessa età. La severità nei loro volti, una certa familiarità con le armi. Mentre li guardavo incrociare i nostri sguardi e passarli da noi ai passaporti e dalle mani coi passaporti a noi, mi rendevo conto di non riuscire a odiarli quei volti. Beh, certamente odiare sarebbe troppo. Troppo ancora una volta per una reazione di pochi secondi. Troppo, ancora una volta, perché non sentivo del tutto mio il diritto di indignarmi. Non era mia l’umiliazione. E di nuovo l’impotenza: oltre al compatire, cosa siamo capaci di fare noi che stiamo a guardare? E per così poco? Cosa ne sappiamo noi alla fine? Che ne sappiamo noi della realtà quotidiana di queste parti, cosa è viverla, alla fine, quest’umiliazione, questa situazione.

E poi non riuscivo a guardare con rancore quei volti, oltre al fatto che il rancore non poteva appartenermi (semmai, appunto, poteva appartenere quel rancore ai ragazzi palestinesi che il torto l’hanno subito), perché mi rendevo conto di non sapere fino in fondo quanto quella prepotenza appartenesse loro, alla fine. Quanto è invece indotta, quanto deriva dagli indottrinamenti familiari, della società. Quanto alla fine ne saranno complici consapevoli, visto che tutti i ragazzi israeliani devono offrire servizio di leva, ragazzi e ragazze, per tre anni, e poi essere richiamati in età adulta per 1 mese ogni 5 anni… un’eternità… Alla fine quest’odio, questa separazione, a chi appartiene? Agli stati? Chi sono davvero le vittime? Entrambe le popolazioni?

Al pomeriggio, mentre andavamo a visitare il più piccolo monastero di Betlemme, quello delle piccole suore che pregano incessantemente per l’unità dei cristiani e la pace tra le genti, mentre costeggiavamo i graffiti e i disegni sui blocchi di cemento del grigio muro di separazione, guardando davanti a me la colonna colorata e animata di volti e mani che lentamente camminavano, zaino e speranza sulla schiena, ho pensato ai corni e alla marcia paziente che fece crollare le mura di Gerico… buona attesa..


Ora Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti: nessuno usciva e nessuno entrava. Disse il Signore a Giosuè: «Vedi, io ti metto in mano Gerico e il suo re. (..) girerete intorno alla città, facendo il circuito della città una volta. Così farete per sei giorni. (..) il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando si suonerà il corno dell'ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé» (Giosuè 6, 1-5)
Tags: palestina, israele, terra santa, terrasanta, pellegrinaggi, betlemme, gerusalemme
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