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Lao Time

Scritto da andrea ridolfi
  • Verso il confine cinese
  • Villaggio Hmong
  • Ban Na, vicino Noi Neua
  • Monaci a Luang Prabang
LAOS: GATEWAY TO INDOCINA

Vieng Phoukha, 29 Dicembre 2008
Finalmente il Mekong, l’immenso fiume color caffèlatte che segna gran parte del confine tra Thailandia e Laos. E’ sempre emozionante passare i confini via terra, ci si avvicina gradualmente all’altro paese, se ne assapora l’odore e più ci si avvicina più le differenze si mescolano, si parlano 2 lingue, si usano 2 monete e 2 cucine diverse.
Huay Xay è una città tranquilla, definita fiorente e relativamente ricca, dove abbiamo passato la notte prima del viaggio verso il Nord ed i suoi Parchi Naturali. Non tante differenze rispetto all’altro lato del Mekong, ma chissà cosa ci aspetta andando avanti.
Stamattina, col nostro nuovo visto di 30 giorni e tanta voglia di scoprire questo paese nuovo di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni, siamo partiti alla volta di Vieng Phoukha, in realtà senza sapere bene dove stessimo andando per la carenza di informazioni. Sapevamo che viene usata da pochi turisti occasionali come base per alcuni tra i più bei trekking del paese. I bus e le strade ci hanno subito fatto notare l’enorme differenza tra Thailandia e Laos. Probabilmente l’India ci ha abituato al peggio tant’è che abbiamo pure dormito, incastrati tra sedili minuscoli e circondati da monaci col cellulare e anziane del villaggio che vomitavano di continuo dentro sacchetti di plastica che poi lanciavano dal finestrino.
Mentre il minubus arrancava ai 10 all’ora per strade tortuose e non sempre asfaltate, ci scorreva sotto gli occhi un paesaggio spettacolare di dolci colline ricoperte di foresta pluviale intervallata da piane geometricamente suddivise da risaie. Lungo i 130 km nemmeno una casa di cemento, solo pittoreschi villaggi di palafitte senza l’ombra di alcuna linea elettrica.
L’arrivo alla meta è stato un po’ traumatico soprattutto perché ci siamo resi subito conto che mangiare qua sarebbe stato un problema. Abbiamo adocchiato una tavola imbandita con zuppe dall’aspetto prelibato ma, poveri noi, erano destinate ad un gruppo di Laotiani. Abbiamo provato lo pseudo ristorante-stazione dei bus al lato, una zuppa orrenda che è rimasta nel piatto quindi, infastiditi, abbiamo lasciato perdere e ci siamo diretti verso la guesthouse indicata da un bel cartello giallo. Il villaggio è veramente primordiale e ci fa strano che ci sia un ufficio turistico che organizza trekking di elevato livello ecoturistico. La guesthouse in compenso è carina e lungo la strada sentiamo musica a tutto volume e tanta gente a sedere sotto un tendone improvvisato.
Che bello un matrimonio tipico, per di più Laotiano, chissà quante foto e che ridere se ci invitano a partecipare!! Si che ci invitano, ma sono già tutti ubriachi fradici e le dubbie pietanze sul tavolo non ci attirano per niente. Brodini marroni e fluidi dall’igiene incerta lasciati a metà e casse di birra ai lati del tavolo. Ogni volta che passiamo lì davanti nella nostra ricerca di qualcosa di commestibile ci invitano immancabilmente a sederci con loro.
Fatto sta che il trekking salta perché a pancia vuota non si fa niente.
In realtà qualcosa al mercato c’era: tre bei topolini essiccati…gnam!
Non rimangono che le banane!

Ora siamo a Luang Nam Tha, città carina e molto più civilizzata, a livello quasi thailandese, altra base per i trekking nell’area protetta del Parco NamTha.
Ma stamattina abbiamo avuto l’ultimo “colpo di coda” di Vieng Phoukha. Siamo a colazione e sentiamo rumori dal soffitto: rantoli di animale, passi d’uomo ed uno scambio di soldi. Sul momento non ci facciamo tanto caso ma quando appare il sacco di liuta realizziamo subito. Il rantolo era di un gatto. Poi il resto avviene tutto sotto i nostri occhi. Anche l’ultimo micino viene scovato e gettato nel sacco insieme agli altri che già non si muovono più…

Un “proverbio” dice che i cinesi mangiano tutto ciò che vola tranne gli aerei e tutto ciò che ha le gambe meno i tavoli! La Cina è a un passo da qui.


Luang NamTha, 06 Gennaio 2009
Il nuovo anno è iniziato con un 3 giorni di trekking nella giungla.
Il 31 abbiamo cercato di arrivare fino mezzanotte almeno per celebrare l’anno nuovo e devo dire che la città di Luang NamTha si è dimostrata abbastanza viva. Siamo riusciti ad arrivare alle 00:30 e avremmo potuto fare anche di più, ma le 5 ore di camminata del giorno dopo ci mettevano paura.
Il giorno dopo, non proprio in forma anche se non abbiamo esagerato con il LaoLao (whisky di riso), abbiamo iniziato il 1° tratto del trekking da un villaggio Kahmu, dove il nostro arrivo penso possa essere paragonato allo sbarco di Colombo in America: lui con le 3 caravelle noi con un pick-up, ma gli sguardi stralunati dei giovani e giovanissimi del villaggio sicuramente erano gli stessi. Alcuni neonati addirittura hanno pianto. Qua di turisti non ne passano molti.
Eravamo noi, una coppia di tedeschi di 60 anni in formissima, la nostra guida Den, un ragazzo molto grazioso di 18 anni che già parla l’inglese perfettamente ed un suo amico. Dal villaggio si sono aggregati poi due portatori, due veri uomini della foresta che ci hanno cucinato divinamente e trasportato le provviste per tutti i tre giorni. Così in 8 siamo partiti attraversando il fiume NamTha e per i seguenti giorni non vedremo nessun’altra presenza umana né animale. Il percorso non era proprio una passeggiata, anche se a vedere i due portatori del villaggio in infradito poteva sembrarlo, soprattutto il 2° giorno quando abbiamo salito e ridisceso colline di giungla primaria infestata di sanguisughe. Peccato, l’unico animale, orribile, è stato questo. Non che mi aspettassi tigri ma questa foresta mi è sembrata più un bosco incantato che una giungla tropicale.
Comunque le esperienze più belle sono state i pasti, consumati per terra utilizzando immense foglie di palma come tovaglie, e le soste per la notte nei campi-base con l’antico fascino dello stare attorno ad un fuoco a raccontarsi leggende e storie passate e a cercare di capire qualcosa di più sulla cultura di queste tribù. La differenza che noti immediatamente è il loro rapporto con la natura, che noi abbiamo perso, nella quale si muovono agili e a proprio agio perché la conoscono bene, e rispettano in quanto principale loro sostentamento.
Si può definire povero un popolo, un villaggio, in cui la gente non ha bisogno di nient’altro che cibo, acqua, una casa di bambù e degli spiriti da graziare?
Noi abbiamo impiegato duemila anni per arrivare alla civiltà di adesso, non ci manca niente di tutto ciò, ma stiamo forse meglio a livello spirituale?
Abbiamo ad ogni modo sempre le stesse paure e gli stessi spiriti da graziare, solo con qualche comodità in più. E a giudicare dai loro sguardi non vedevo invidia nei loro occhi, mai una richiesta di soldi o doni, ma una profonda dignità e umiltà.
Piuttosto, indifferenza è quello che si prova, quando si visita uno dei tanti villaggi delle Hill Tribes, siamo noi i curiosi e sembra che loro del nostro mondo non ne vogliano sapere niente.
I 2 giorni successivi siamo stati a Muang Sing, a 10 km dal confine con la provincia cinese dello Yunnan, un villaggio polveroso ma affascinante, con un’unica via asfaltata sulla quale si affacciano antiche case di legno con balaustra in stile coloniale francese.
Fino a pochi anni fa questo paese era uno dei centri più importanti per la coltivazione dell’oppio, che era venduto liberamente al mercato centrale. Ora che le colture sono state sostituite, ci si viene per il suo immenso patrimonio etnico sparso in un’idilliaca vallata di risaie e bufali costellata di placidi baan di etnie diverse.
Ieri abbiamo noleggiato due moutainbike e ci siamo lanciati alla scoperta della valle, con un passaggio prima al confine cinese e poi giù nei villaggi Yao e Hmong, che ancora non avevamo conosciuto. Bellissimo il paesaggio che di prima mattina ricorda più i nebbiosi villaggi cinesi mentre dalle 11 in poi, quando il sole disperde le nubi, si apre una pianura sterminata di risaie con in lontananza imponenti montagne ricoperte di foresta monsonica.
Muang Ngoi Neua, 08 Gennaio 2009
Oggi siamo a Muang Ngoi Neua, un idilliaco villaggio sulla sponda del fiume Nam Ou, raggiungibile solo in barca.
In verità ci abbiamo impiegato 2 giorni partendo dal Nord, non tanto per i km percorsi ma per via dei collegamenti mancanti e dell’esasperante mancanza di fretta dei Laotiani. Se poi aggiungiamo anche il guasto al motore, è facile impiegare 2 giorni per percorrere nemmeno 300 km!! Siamo stati fermi un’ora e mezza vicino al confine cinese aspettando il pezzo di ricambio e nessuno ha fiatato. Non ci sono impegni urgenti qua e a volte i tragitti con i minibus sembrano più delle scampagnate tra amici che trasporti pubblici. Si viaggia con musica pop e folk che ti culla tra queste stradine di montagna (ed infatti tutti cascano in un sonno profondo), ci si ferma al mercato a comprare frutta e carne per i parenti a casa, ci si ferma per i bisogni ogni volta che scappa a qualcuno, tutto con grande calma.
Veramente ieri mattina non l’abbiamo presa con tanta calma, dopo che abbiamo aspettato 2 ore, con il biglietto in mano, la partenza del nostro minibus prevista per le 9. Non volevamo perdere un altro giorno tra stazioni polverose e spostamenti, ma anche qui nessuno diceva niente, si aspettava qualche altro passeggero per riempire il minivan, tutti accovacciati per terra a mangiare e fumare incuranti della nostra impazienza.
Poi finalmente siamo partiti, e subito ci rassereniamo perché, come sempre, il paesaggio ed i villaggi che sembrano usciti da un quadro naif ci mettono calma. Tutti questi villaggi senza ombra di cemento, poche macchine, animali da cortile ovunque, trattori stranissimi, fanno si che il Laos sia considerato più un insieme di tribù che un vero e proprio Paese.
In particolare il villaggio dove siamo ora, adagiato sulla sponda del fiume e circondato da imponenti massicci calcarei, sembra uscito da un romanzo fantasy. Potremmo benissimo essere in un capitolo del Signore degli Anelli, immersi nel verde, con fiumi cristallini e immense risaie punteggiate di bufali e mucche.
Ieri poi abbiamo trovato il “Paradiso” all’interno del paradiso del Laos, il Villaggio della Pace.
Pensavamo di essere già in un posto abbastanza remoto a Ngoi Neua ma, camminando un’ora verso l’interno tra grotte calcaree e rigagnoli di montagna, siamo arrivati ad un’immensa vallata con in fondo, nascosto e riparato sotto una parete verticale, il sonnacchioso villaggio di Banna.
Ci siamo seduti al ristorante dell’unica guesthouse, una palafitta immersa a 360° in un paesaggio quasi irreale nella sua bellezza. Leggendo i commenti della gente ci è venuta anche voglia di fermarci per la notte. Gente cordialissima, ogni sguardo è un sorriso.
Sicuramente ci vuole molto tempo per entrare nella dimensione di questo villaggio, per calarsi lentamente in una diversa concezione del tempo. Nel primo momento si pensa: cosa ci faccio qua tutto il giorno senza far niente, sai che noia…ma già dopo qualche ora il pensiero si rilassa, osservando la gente del villaggio intenta nei semplici lavori quotidiani, tessere, spaccare la legna, curare l’orto. La semplicità della vita.
E ti viene da pensare che il problema del dover impiegare il tempo è un concetto solo nostro, del mondo occidentale.
Entrare nel Lao Time e' difficile, per noi abituati a dover sempre riempire la giornata..ci vorrebbe ancora più tempo di quello che abbiamo per calarsi nella loro diversa concezione del tempo...

Luang Prabang, 13 Gennaio 2009
Luang Prabang ci è piaciuta molto, nonostante gli avvertimenti della gente sul fatto che era diventata troppo turistica. In effetti lo è ma, come tutte le cose, basta avere un po’ di fantasia, uscire dai percorsi più battuti, non avere la smania di visitare tutto per forza come se fosse un dovere e dedicare più tempo alle persone.
Del resto una città la si conosce parlando coi suoi abitanti e se tu ti comporti da turista, loro chiaramente ti trattano come tale.
Bellissima l’esperienza col giovane novizio Phew, incontrato nel tempio più bello della città. Abbiamo chiacchierato con lui qualche ora: lui vuole imparare lo spagnolo per poter diventare guida turistica, prevedendo l’arrivo di molti spagnoli in futuro.
Un ragazzo gentilissimo, come del resto tutti qua. E’ impossibile percepire alcun segno di cattiveria o invidia dai suoi occhi. Sarà il Buddismo o una condizione normale di tutti i laotiani?
Forse con la rinuncia del desiderio (Buddismo) veramente si arriva ad una condizione mentale di pace interiore e verso gli altri! Che non vuol dire non avere ambizioni nella vita (lui infatti vuole diventare guida turistica) ma percepisce i desideri (di cose inutili forse) come fonte di sofferenza.
E’ non è forse vero che nel nostro mondo facciamo proprio il contrario e per questo generiamo “gigabyte” di stress? E’ una cosa che abbiamo capito da tempo ma che qua per la prima volta la vediamo in pratica e funziona!! Anche da noi, nel malessere della nostra società, si parla spesso di eliminare le cose inutili, ma poi chi è capace di farlo, bombardati come siamo di spazzatura pubblicitaria ogni giorno?
Da Luang Prabang abbiamo fatto il nostro primo viaggio notturno di 10 ore fino a Vientiane, 380 km di curve dove lo stomaco dei laotiani si è dimostrato ancora più debole. Tutti a vomitare, in silenzio, nei loro pacchettini di plastica.Sarà colpa di tutto quello sticky rice che mangiano che gli blocca lo stomaco?

Bolaven Plateau, 19 Gennaio 2009
Pressione a zero.
Siamo ad Attapeau, l’estrema provincia nel sud-est del Laos, descritta come il Far Est vicino al confine con Vietnam e Cambogia, prossima nostra meta.
Ci siamo arrivati con uno scooter noleggiato a Pakse con l’intenzione di visitare l’altopiano di Bolaven e le zone circostanti. La prima notte l’abbiamo passata a TadLo in una palafitta affacciata sul fiume e con vista sulle cascate. Posto splendido, abbiamo trascorso l’intero pomeriggio nelle pozze sopra le cascate osservando i bambini che si tuffavano scivolando tra le rapide. E la sera nel Tim Restautant in un’atmosfera molto accogliente accompagnati dalla chitarra blues di un signore americano stile hippy old style. La mattina prima di partire le 2 splendide bimbe Sofia e Meo ci hanno coinvolto nei loro giochi: saltare il nastro, suonare le foglie e fare il cavallo. Nei dintorni di un’altra cascata, vicino ad una parete verticale altissima, dei bambini si improvvisano guide turistiche chiedendoci dei soldi in cambio della visita alla cascata. Per accontentarli gli abbiamo fatto fare la pesca: una maglietta, due bandana ed una penna. Almeno si sono divertiti, non ci piace dare soldi ai bambini ma nemmeno fare gli indifferenti.
Poi il selvaggio Est, esplorato in libertà con una moto, attraverso Sekong, città dimenticata ai confini del mondo, e Attapeau, posto molto carino per rilassarsi ed osservare la vita quotidiana dei laotiani. Siamo andati in un Wat di un villaggio vicino e abbiamo trascorso la mattinata a chiacchierare con i giovani monaci. L’ultimo giorno il rientro, tra strade di polvere rossa, piantagioni di caffè e cascate fino a Paksong, dove il proprietario della nostra guesthouse aveva due gibboni “addomesticati” nel giardino. Per quattro giorni siamo stati gli unici occidentali in giro per le strade, accolti da facce stupite e mille sorrisi. E qua i nostri gesti si fanno più lenti, il tono della voce si abbassa, si sorride tanto, incapaci di avere pensieri malvagi, invidia, rabbia e rancore sono sentimenti che non attecchiscono nel cuore dei laotiani
Il Laos è veramente uno stato d’animo, quando lo vivi ti rendi conto di stare bene, sai che la vita dovrebbe essere così, ma è quando esci dal paese che la consapevolezza e l’esigenza di questo benessere interiore ti appare ancora più chiara.

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