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Malesia - Flashback e Impressioni

Scritto da Maurizio Piol
Il primo approccio

Il tassista aveva da poco acceso l’aria condizionata e l’auto era ancora impregnata dell’umidità calda dell’esterno.
All’uscita del vecchio aeroporto, quasi alle porte di Kuala Lumpur, c’era un lungo viale di palme, che dava una bell’ombra e sminuiva molto il calore umido equatoriale della città.
Si arrivava poi alla periferia della capitale e si incontravano i grandi archi che attraversano la grande strada per dimostrare che da lì si entrava in una città potente.
Ora l’aeroporto è stato spostato a diverse decine di chilometri fuori di Kuala Lumpur in mezzo a grandi piantagioni di palme, vicino al nuovissimo autodromo di Sepang.
Il nuovo aeroporto è collegato con la capitale con un modernissimo e velocissimo treno che in 28 minuti esatti copre gli ottanta chilometri e lascia i viaggiatori, freschi e riposati, nella nuova stazione (Sentral Station) al centro di Kuala Lumpur.

I mezzi di trasporto

Kuala Lumpur (KL come viene sempre indicata sulle comunicazioni e sugli orari) ha approfittato della celebrazione dei Giochi del Commonwealth del 1998 per rifare completamente il sistema di trasporto urbano e parte della propria urbanizzazione.
Anziché costruire solo una metropolitana completamente sotterranea, che avrebbe nascosto ai passeggeri il sole e il verde, facendoli viaggiare come talpe, hanno preferito erigere una metropolitana in parte aerea che permette di vedere la città e godere della luce e del sole.
Le linee di questa metropolitana aerea, peraltro completamente automatizzata e senza conduttore, attraversano la città nei vari sensi e per arrivarci molte volte si sale verso il cielo, non solo scendendo sottoterra: è un concetto molto diverso da quello di tante altre città, simile solo a quella di Miami.
Alle fermate, il treno della metropolitana e le rotaie sono protette da vetrate che si aprono solo dopo l’arresto del treno ed in corrispondenza esatta delle porte, proteggendo i passeggeri da pericolose cadute sui binari.
Pure il nuovo aeroporto e l’autodromo di Sepang sono di quell’epoca e molto vicini uno all’altro: dall’aeroporto cittadino quasi alle porte della città si è passati ad un moderno sistema aeroportuale la cui architettura ricorda lo stile moresco, rivisitato in chiave stilizzata, come quella del grandioso aeroporto di Ryad.
Anche l’autodromo, con le sue grandi pensiline sospese simili ad ali di pipistrello, è molto arabeggiante, e per arrivarci si attraversano enormi coltivazioni di palme di cocco.
Un altro sistema di trasporto cittadino sospeso è quello della “monorail”: in realtà si tratta di un tram posto a cavallo di un grande rotaia di cemento.
Questi tram si muovono silenziosamente, sospesi sopra il traffico cittadino, sostenuti da grandi piloni lungo le grosse strade cittadine che tortuosamente si snodano nel centro della città.
Una cosa che colpisce nei trasporti pubblici è la puntualità: abbiamo preso un Kommuter Train per andare a vedere un parco naturalistico fuori Kuala Lumpur.
Questi Kommuter Train sono i treni per i pendolari ma si muovono con una puntualità svizzera, oltre ad essere silenziosi, puliti e comodi.

L’alimentazione

Tra le tante cose interessanti che offre la Malesia, non ho trovato la cucina.
Forse perché sono tante le razze che vi abitano e ciascuna ha portato le proprie abitudini alimentari, mentre gli inglesi e gli olandesi non hanno mai brillato per la loro arte culinaria (all’infuori di quella dei dolci con creme), per cui i ricordi che ho sono di una cucina fatta di un miscuglio di tanti piatti, ciascuno di origini differenti (indiane, tailandesi, inglesi, cantonesi), ma preparati quasi con svogliatezza, più all’insegna cinese (“si magia per vivere e non si vive per mangiare”) che a quella mediterranea (“l’alimentazione è il gusto della vita”).
Per questo motivo ho cercato sempre di rifugiarmi nella cucina internazionale e appiattita degli alberghi del centro cittadino.

I punti di forza e le debolezze del carattere degli abitanti

La Malesia è una federazione di 9 sultanati nata con l’indipendenza dal trono inglese nel 1957 (cionostante la Malesia resta con orgoglio nel Commonwealth britannico).
A turno, ogni 5 anni, uno dei 9 sultani è il re di questo paese.
In realtà i sultani all’inizio erano 10, ma quello del Brunei dopo poco tempo rifiutò la compagnia e decise di restare in proprio, fu l’inizio della sua fortuna: con l’inizio delle esportazioni del petrolio dal suo piccolo territorio divenne uno degli uomini più ricchi della terra.
L’altra parte del territorio a sud della Malesia, la città di Singapore, al momento della dichiarazione dell’indipendenza della Federazione malese, dichiarò a sua volta la propria indipendenza (politicamente, perché di fatto era sempre stata staccata dalla Malesia) diventando una delle capitali finanziarie e commerciali dell’Asia, insieme a Tokio e a Hong Kong.
La situazione strana è che i sultani si danno il turno ogni 5 anni ma il primo ministro è rimasto lo stesso per ben 17 anni e il dottor Mahatir se ne è andato quando ha deciso lui di ritirarsi, designando e imponendo il proprio successore.
La Malesia è stata occupata per 200 anni dagli olandesi (sarebbe meglio dire che era una serie di basi per lo sviluppo mercantile nell’Asia sud orientale) che hanno incrementato le caratteristiche commerciali dei malesi.
Nella metà dell’800 il territorio malese è stato ceduto dagli olandesi agli inglesi che ne hanno sfruttato le caratteristiche ambientali per impiantarvi l’albero della gomma che era stato contrabbandato dal Brasile.
Oltre le piantagioni dell’albero della gomma, gli inglesi incominciarono a creare piantagioni di ananas e palma da olio.
Oggi la Malesia è il primo produttore mondiale di gomma naturale (anche se l’utilità di questa è stata in parte soppiantata dalla gomma sintetica), di olio di palma e ananas.
Ma la nazione malese nasce ben più lontano nel tempo: Keddah era un importantissimo centro commerciale (soprattutto per lo stagno che già a quel tempo si estraeva in grandi quantità nel centro del paese) già nel 600 d.C. e rimase tale per 800 anni, quando il primato d’importanza passò al sultanato di Malacca.
La Malesia è stata conosciuta da sempre come la penisola di Malacca proprio per l’importanza commerciale di questa città che doveva cedere il potere a Kuala Lumpur solo con l’insediamento inglese e la successiva indipendenza.
Ancora oggi Keddah e Malacca sono zone industriali molto importanti.
Ma la caratteristica più importante della Malesia è la convivenza pacifica di differenti religioni e culture: circa il 40% della popolazione è composto da islamici, il 25% da indiani di religione indù, il 20% da cinesi taosti, ed il restante da immigrati tailandesi, filippini, pakistani.
Ciononostante tutti vivono insieme rispettando e accettando le reciproche differenze culturali e religiose, stando tutti bene attenti che queste non sfocino in manifestazioni violente e di insofferenza.
In questo senso il governo malese si è sempre adoperato per una tranquilla convivenza dove però i bumiputra (gli islamici autenticamente malesi) abbiano un ruolo dominante, nel rispetto però della differenza e della libertà.
Per evitare inoltre che le altre minoranze possano avere in futuro un ruolo sempre più importante, soprattutto in senso numerico, il governo ha lanciato una decina di anni fa una campagna di incremento demografico dei bumiputra, favorendo l’espansione con un piano di sostegno alle nascite con aiuti di tipo fiscale, sociale ed economico.
La lingua parlata in Malesia (Malaysia) è il Malay o Bahasa Malaysia, ma circa il 70% della popolazione parla abbastanza bene l’inglese: tutte le iscrizioni pubbliche, gli atti pubblici, la pubblicità, insomma tutto quello che appare in pubblico, sono bilingui.
E’ recente una legge del Parlamento malese che obbliga i parlamentari a fare le proprie dichiarazioni sia in lingua malay che in lingua inglese, comunque tutti discorsi pubblici dei ministri e dei membri del governo già da molto tempo sono bilingui.
La Malesia è un paese emergente ma non proprio povero, è un paese dichiaratamente islamico, è un paese che aiuta gli altri paesi islamici più poveri, e nello stesso tempo è un paese aperto all’immigrazione, ma non è molto facile che accetti lavoratori palestinesi, afgani, siriani: la convivenza va bene, l’aiuto pure, ma le teste calde è meglio che restino a casa loro…
Insomma un miscuglio di razze, di religioni ma molto pragmatismo malese, con i malesi che vogliono dominare, seppure con molta discrezione e senza rompere preziosi equilibri.

Le condizioni ambientali

Come ho già fatto presente la Malesia è indipendente da quasi 50 anni ma sono comunque orgogliosi di far parte di quel club per ricchi che è il Commonwealth, e non perdono occasione per vantarsene.
I ricordi del periodo inglese ci sono e vengono mantenuti in vita, magari con utilizzazioni diverse: la vecchia stazione in stile coloniale arabeggiante non è più la stazione principale ma è pur sempre ben mantenuta, il palazzo del governo in stile arabo con le sue cupole a cipolla è diventato la sede della Corte Suprema, il campo di cricket del Selangor Club è diventato la piazza dell’indipendenza (Merdeka Square) e in mezzo ad essa spicca un pennone di cento metri con issata una bandiera malese di cento metri quadri.
La cultura islamica è la prevalente ma non certamente l’unica: girando per la città si notano templi indù, cinesi, chiese cristiane, tutti ben conservati e in attività.
Le donne islamiche si notano per il velo che portano sui capelli, acconciato nelle maniere più differenti, così che ciascuna donna possa esprimere la propria personalità, nel rispetto della tradizione.
E non si può neppure dire che gli islamici siamo i privilegiati: moltissimi ragazzi e ragazze islamici fanno i commessi da Mc Donalds, guidano gli autobus o sono impiegati delle biglietterie, mentre indiani o cinesi vanno in giro guidando grossi fuoristrada o Mercedes ultimo modello.
Quello che è evidente che ciascuno accetta gli altri per quello che sono.
A questo proposito mi viene in mente un episodio.
L’avvocato della società che era nostro partner in Malesia era una donna: islamica, di famiglia ricca, di ottima cultura.
Lo avevo notato da come si esprimeva e dagli abiti che indossava, soprattutto il foulard che le copriva i capelli (lo chador) era sempre di grande marca (Hermes, Balenciaga, o marche di quel livello).
Nell’anno in cui era cominciata la partnership italo - malese ci eravamo incontrati già molte volte, lei era sempre presente a tutte le riunioni, in qualità di avvocato e segretario generale della società.
Un giorno, prima della riunione, mi chiama da parte e in tono quasi di scusa mi dice che non era bene che io, straniero (notate la delicatezza mi ha chiamato straniero e non “infedele” come vengono chiamati gli stranieri che non sono di fede musulmana), la salutassi stringendole la mano, perché non era “pudico” per una donna islamica essere toccata da uno straniero (per di più cristiano, dissi dentro di me).
Capii immediatamente la gaffe che avevo fatto tutte le volte che le avevo stretto la mano in segno di saluto e chiesi scusa e lei accettò con un sorriso le mie scuse.
Infatti per una donna islamica l’essere toccata da un infedele è un segno di “impudicizia” e potrebbe costarle anche l’emarginazione, specie se questo accadesse in un paese molto ortodosso come l’Arabia Saudita o l’Iran.
In Malesia questo è solo un momento di imbarazzo e niente più.
Al contrario i nostri colleghi bumiputra, e pertanto islamici, non aspettavano altro che essere invitati alla sera al ristorante italiano per potersi bere, fuori da occhi indiscreti e troppo conservatori, qualche bicchiere di buon vino.
Anche la visita alle moschee, da parte di noi stranieri, non dovrebbe essere permessa durante le ore della preghiera, ma basta entrare convenientemente vestiti, Silvana con un bel foulard sui capelli, una buona offerta al custode della moschea, ed ecco che tutto diventa possibile, come anche una sana chiacchierata con i fedeli islamici nel recinto della moschea, dopo che questi si sono lavati e hanno recitato la loro preghiera.
Nelle mie visite a Kuala Lumpur ho avuto modo di vedere nascere le Petronas Twin Towers: all’inizio erano solo un enorme e profondo buco di oltre cinquanta metri, con un via vai di enormi autocarri che portavano via la terra e incasinavano il traffico lì attorno, poi è diventato un traffico incessante di betoniere che scaricavano nelle forme tonnellate e tonnellate di cemento, poi le gigantesche torri hanno cominciato ad innalzarsi sopra gli altri edifici e hanno cominciato a prendere forma fino a diventare le due enormi e slanciate pannocchie di vetro e acciaio, la cui figura è visibile da ogni angolo della città e le cui punte illuminate si nascondono nelle nebbie dell’umidità serale.
Kuala Lumpur è per me anche un ricordo di alcuni record personali che il lavoro mi ha imposto.
Uno di questi è un viaggio che è durato pochissimo: sono partito dall’Italia, dormendo una notte in aereo, trascorrendo due giorni e una notte a Kuala Lumpur per compilare delle cambiali per valore di circa 25 milioni di dollari, farle firmare, bollare, registrarle dal notaio, ritirare la relativa garanzia bancaria, e ritornare in aeroporto per il viaggio di ritorno in Italia, per un’altra notte in aereo.
Il secondo “record” me lo sono costruito facendo un incredibile ping pong di lavoro tra l’Asia e il Sud America: avevo trascorso una quindicina di giorni in Cina, quando mi hanno chiamato dall’Italia per andare a sistemare una grana in Brasile, sono ritornato quindi in Italia arrivando alla mattina, ho cambiato la valigia, e alla sera ho ripreso l’aereo e giù in Sudamerica dove sono rimasto per una settimana.
Pensavo fosse finita invece bisognava chiudere il contratto con la Telekom Malaysia: al mio arrivo a Milano mi sono ritrovato il biglietto pronto per la partenza il giorno seguente per Kuala Lumpur.
Sono arrivato in Malesia che non capivo più che ore erano: il mio corpo reagiva dormendo con il buio, e stando sveglio con la luce, per fortuna avevo mantenuto costante l’intervallo tra un pasto e l’altro, magari confondendo la cena con la prima colazione, e il pranzo con la cena, ma l’importante era mangiare poco ma sempre.
Dopo una settimana di soggiorno malese, me ne sono ritornato in Italia, un po’ frastornato e stanco, ma soddisfatto perché il lavoro di quel mese di incredibile ping pong era andato molto bene, al di là delle aspettative.

La temperatura

La posizione della Malesia è sub equatoriale, l’equatore passa poco più a sud di Singapore.
Il caldo e l’umidità, calda naturalmente, la fanno da padroni: bisogna però stare attenti di più all’aria condizionata degli ambienti che al caldo umido dell’esterno.
Infatti la temperatura degli uffici, degli shopping centers e degli alberghi è mantenuta intorno ai 20 gradi, che confrontati ai 30/33 dell’esterno procurano dei continui shock termici ai nostri bronchi e alle nostre trachee.
Risultato: un abbassamento di voce o un raffreddore sono garantiti.
A me il caldo piace, anche se la camicia ti si appiccica alla pelle sudata, perciò mi sono sempre trovato a mio agio nelle strade di Kuala Lumpur come pure in quelle di Singapore, piccola copia di Hong Kong.
A proposito sapete cosa significa Singa Pura? Città del leone, per questo la bandiera di Singapore raffigura un leone dorato in campo rosso.

I colori

La capitale della Malesia, Kuala Lumpur, pur avendo tantissimi distretti industriali è anche una città ricca di verde e di vegetazione.
Proprio al centro della città c’è un bellissimo parco e dentro questo parco ci sono tre oasi di pace e di colore: il giardino delle orchidee, quello delle farfalle e quello degli uccelli.
Le orchidee sono a casa loro, il clima ne favorisce lo sviluppo, la riproduzione e il rifiorire continuo con colori vellutati e fluorescenti, con accostamenti di diversi colori all’interno dello stesso fiore che sembrano preparati sulla tavolozza di un pittore di grandissimo gusto e abilità espressiva.
Sono centinaia i tipi di orchidee differenti che si possono ammirare in questo giardino, ma ciascun tipo di orchidea lo si ritrova in tantissimi esemplari, alle volte formando delle grandi aiuole variopinte e coloratissime, altre volte impreziosendo con i loro colori dei bellissimi bersò.
Migliaia di farfalle, alcune con l’apertura alare più grande di quella di un passero e altre tanto piccole che si fa fatica a vederle, di tutti i colori, che svolazzano in un giardino pieno di fiori dolci dell’ibisco, fontanelle, laghetti, piante dalle foglie larghissime e umide, il tutto racchiuso da una rete fitta stesa una decina di metri sopra di noi.
Sembra di essere fuori dal mondo.
Ma non è finita!
Basta attraversare la strada ed entrare nel giardino degli uccelli: qui si vedranno liberi e a pochi centimetri da noi una quantità incredibile di uccelli: i pavoni ci passano davanti impettiti, mentre dall’altra parte del sentiero le gallinelle azzurre della Nuova Guinea sfilano in fila indiana senza alcuna paura.
Sugli alti alberi ci sono i rumorosi e grossi buceri multicolori (longhorn) che volano da un ramo all’altro, mentre l’uccello del paradiso, dalle piume bellissime e dal verso sgraziato è protetto in grande gabbia e può volare tranquillamente da un ramo all’altro.
I pappagalli rossi sono numerosissimi e si trasferiscono in massa da un angolo all’altro del giardino con stridii impressionanti, mentre nei loro grandi recinti gli struzzi, gli gnu, e gli emù, guardano interessati i visitatori torcendo i lunghi colli.
Poco più in là la “nursery” ospita diverse specie di uccelli neonati: il piccolo gufo, come i pulcini di gallina, di pappagallo, di airone, e tanti altri giovani uccelli.
Uscendo da Kuala Lumpur è una distesa di piantagioni palme, della foresta originale sono rimasti solo pochi angoli, il resto è stato trasformato tutto in piantagioni di palme da olio, di piante della gomma e di coltivazioni di ananas.
Ormai le tigri e i serpenti sono solo un lontano ricordo
Di selvaggio, si fa per dire, ci sono rimaste solo le scimmiette.
Quello che colpisce del verde malese, rigoglioso, intenso e abbondante, è l’abbondanza di fiori: coloratissimi, minuscoli alcuni e altri enormi.
Una piccola annotazione: in Malesia vive il fiore più grande del mondo, si chiama Rafflesia, è di colore arancione scuro, ha un diametro di oltre un metro, ci mette sei mesi per sbocciare e la sua coppa raccoglie circa due litri d’acqua.

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