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Viaggio in Mustang

Scritto da chiara milanesi
  • L'antica biblioteca di Tsarang
  • Valle di Lo Manthang
  • Tramonto nei pressi di Gehling
  • Bambina Loba a Gehling
1/ Kathmandu

Il viaggio in Mustang inizia a Kathmandu.
Sempre uguale, Kathmandu. Con l'unica differenza che la strada che passa di fronte al Palazzo Reale è stranamente vuota. Non ci sono i copriletti colorati appesi lungo le inferriate del giardino del re, né i sadhu vestiti di arancione con il secchiello in mano pieno di polvere rossa. La via che porta a Thamel, poi, è letteralmente coperta di rifiuti. Qualcuno deve averli stesi ad arte perché coprono tutta la carreggiata. L'indomani, a colazione, leggo sul Kathmandu Post che i rug pickers, i rimestatori di spazzatura, bloccano i cancelli del deposito centrale della città. Contestano la nuova disposizione del governo che impedisce loro di lavorare. Di rimestare nella spazzatura, dunque, alla ricerca di bottiglie di plastica da rivendere, verdure ancora mangiabili, gomma, pezzi di legno. Fa molto caldo, il caldo umido del monsone, e dalla strada si leva un odore dolciastro insopportabile.
La Kathmandu Guesthouse è esattamente come l'ho lasciata tre anni fa. Forse un poco meno curata. Le palme del giardino interno hanno gli ultimi pennacchi secchi, e quando ti siedi nel patio per bere qualcosa i camerieri si fanno attendere. I clienti sono pochi, ma è ancora presto per la stagione estiva. Riconosco una coppia mista che avevo già incontrato alcuni anni fa. Lei, un'occidentale sulla cinquantina. Lui, un indiano, coi capelli che gli scendono lunghi sulle spalle. Discutono nel patio di energia positiva e negativa con un cinquantenne tedesco che gioca a fare il guru. Ritrovo Sohan, il responsabile delle relazioni con la clientela. Gli manca un dente davanti e forse questa è la ragione per cui non sorride tanto. Al cancello il solito buttafuori in divisa con l'aria di un generale in pensione. Persino la stanza che ci danno è la stessa. N° 204. Standard facing garden. Una delle più ambite della guesthouse. Esci sul ballatoio, ti siedi su una seggiolina di legno e guardi il giardino che sta sotto. Ritrovo anche Maya, la femme de chambre, col suo bel sari grigio bordato di rosso. I "namaste" e i sorrisi si sprecano. Come sempre.
Al New Orleans, dove andiamo a fare uno spuntino ci danno notizie di Razu, il cameriere che tre anni fa aveva una storia d'amore con una volontaria tedesca. Non se l'è passata bene Razu, in questi anni. Sua moglie, che era sposato lo sapevamo già allora, si era data fuoco versandosi addosso una tanica di benzina. Non era morta, per sua sfortuna. La notizia era giunta fino a Thamel e Razu era stato licenziato. Nessuno ne sapeva più niente.
Allo Yin e Yang ritrovo anche Shiva, il comunista. È riuscito a mettere da parte i soldi per partire a studiare in America. Gli manca il visto e l'indomani ha l'appuntamento con l'ambasciata Usa per il colloquio di rito. Dice che non sa se gli daranno il visto. Non ci sono regole. Certo, avere una protezione e uno sponsor in America, conta moltissimo. E lui, purtroppo, non li ha. Ma parla bene inglese e può dimostrare che in banca sono depositati a suo nome i 39000 dollari che gli permetteranno di pagare la retta e il primo anno al campus. Di fronte ad una tazza di caffé, al Northfield, lo alleno a rispondere alle ipotetiche domande dell'intervistatore e mi rendo conto che non ce la farà a passare. Troppo ingenuo. Poco credibile. Con un passato da iscritto alla YCL, la Young Communist League, che di certo non lo aiuta. Ha dei bellissimi occhi Shiva. La pelle scura e un sorriso onesto. Mi dice che, se Dio vorrà, se ne starà in America quattro anni. Senza mai rientrare a casa dalla moglie e dai figli. Che cosa ne pensa la sua famiglia? Dice che al villaggio tutto il clan si è tassato per raccogliere il denaro necessario a farlo partire. Lui studierà business administration. Per amministrare cosa? , gli chiedo. Il negozio- farmacia che la famiglia di sua moglie possiede al villaggio, risponde. Non ho il coraggio di suggerirgli di tacere agli intervistatori americani che è questa la sua ambizione. Troppo fiducioso, troppo entusiasta. Finita la colazione mi chiede: Come ti sembro? Ce la farò a passare? Col sorriso che hai, nessuno ti chiuderà la porta, gli dico. Non esagerare troppo con le lodi all'America, sii serio e sottolinea il fatto che hai moglie e figli qui e che loro non hanno nessuna intenzioni di raggiungerti là. Lo saluto con una pacca sulle spalle e un nodo alla gola.

A Kathmandu trascorriamo due giorni a sbrigare la questione dei permessi per il Mustang. Il nostro referente è Navyo Eller, un meranese che vive a Kathmandu da venticinque anni. È lui che si occupa dei permessi e che ci fornisce i portatori. Lo andiamo a trovare a casa sua, in un quartiere non lontano dal tempio delle scimmie. Le scimmie gli arrivano fin dentro casa. Corrono in perfetto equilibrio lungo la palizzata di legno del giardino e si dondolano agilmente da un filo della luce all'altro. Navyo ci presenta Ram, che sta potando una siepe del giardino. È il suo porter personale e conosce le montagne dove andremo come le sue tasche. Non sarà lui il nostro sirdar, ci spiega. Non parla abbastanza bene l'inglese e non ha ancora passato l'esame per diventare guida. Sarà Goma, che incontreremo in serata alla guesthouse. Ram è un piccoletto con due gambe secche e magre. Se non fossi già stata in Himalaya avrei dei dubbi sulle sue capacità alpine. Ma gli sherpa ormai li conosco e so che sono fatti di ferro. Non sa, Navio, quanti portatori ci accompagneranno. Lo deciderà il sirdar, ci dice, in funzione dei bisogni. Sei, dieci, dodici…Noi non dobbiamo preoccuparci.
Goma ci raggiunge di sera, alla guesthouse. Anche lui è piccolo, ma molto più solido e compatto di Ram. Viene da un villaggio delle colline del Nepal orientale ed è di etnia mongola. In effetti, assomiglia più ad un cinese delle montagne dello Yunnan che a un nepalese. Capisco subito che è un uomo delle molteplici possibilità. Non vuole controllare la nostra attrezzatura. Non vuole controllare se i nostri sacchi a pelo sono abbastanza pesanti. Se le nostre scarpe vanno bene. Se gli zaini sono facili da caricare. Vedremo, dice. Non c'è problema. E se farà freddo di notte? Troveremo delle coperte, ci dice, e sorride. E quanti saremo? Chi lo sa. Quanto basta, risponde sibillino. E sorride di nuovo.

Il giorno prima di partire decidiamo di fare un salto a Pasupatinath. È là, lungo il fiume Bagmati, che i seguaci di Shiva bruciano i cadaveri. Ed è là che vive da anni il Milk Baba. Bizzarro personaggio, metà santo, metà furbo, Milk Baba è oggetto di grande venerazione da parte dei locali e soprattutto dei turisti. La ragione della sua santità è contenuta nel nome: Milk Baba, l'uomo che si è sempre nutrito di latte. Sull'altra sponda del Bagmati vive invece il Tea Baba, che, come predica il nome, vanta una dieta esclusivamente a base di té. Tea Baba, non si sa bene perché, non riscuote lo stesso successo del suo vicino. Alcuni sadhu coperti di cenere che vivono lì attorno, mi informano che attualmente Milk è in tournée in America. A fare delle conferenze, aggiungono.
I ghat di Pasupatinath sono esattamente come li avevo lasciati tre anni fa. Le scimmie che corrono su e giù per i tetti, i ragazzini nudi che si tuffano nelle acque marroni del fiume scostando con le mani scie di immondizie galleggianti, i dhalit vestiti di bianco che preparano le pire funerarie, qualche corpo che brucia qua e là, un bambino che fruga tra i tizzoni in cerca di anelli o denti d'oro, il cadavere di una donna con i piedi nell'acqua che attende di essere bruciato, le famiglie dei morti che piangono a sprazzi, nei momenti topici della cerimonia funebre. E poi collane di fiori arancioni, incensi, donne vestite di rosso accovacciate sotto grandi ombrelli neri che le proteggono dal sole, bambini che tentano di catturare le scimmie. Nessuna tristezza a Pasupatinath. C'è il sole, il cielo azzurro, e sembra in tutto e per tutto una giornata di festa.
A qualche chilometro da là, a Bodnath, c'è tutta un'altra atmosfera. Meno confusa. Più raccolta.
Bodnath è il più importante centro religioso buddista di tutta la valle di Kathmandu. È a Bodnath, attorno all'enorme stupa circolare, che nel pomeriggio si ritrovano le migliaia di rifugiati tibetani che vivono nei campi profughi della vallata. Girano in senso orario intorno allo stupa, sgranando i rosari di legno, osso, avorio, che penzolano dalla mano sinistra. Li sgranano senza riflettere, quasi un gesto obbligato. Ritroverò lo stesso sgranare nelle valli del Mustang. Alcuni, i più pii, avanzano gettandosi a terra ogni tre passi. Sulla fronte hanno un callo. Sulle ginocchia e lungo gli avambracci delle tavolette di legno per proteggere le articolazioni.
Ci andiamo a piedi a Bodnath, lungo il sentiero che scavalca la collina di Pasupatinath. Via via che ci avviciniamo al santuario le case si fanno sempre più fatiscenti e lungo la strada sterrata si iniziano ad intravedere le baracche. O meglio i tuguri. Tuguri perché oltre ad essere fatte di assi, fango e lamiera, stanno qualche metro al di sotto del livello del selciato, con le finestre, buchi più che finestre, all'altezza della carreggiata. Una giovane tibetana guarda fuori all'altezza delle mie scarpe.
Un'americana si sta facendo benedire da una vecchia sdentata seduta vicino ad un altare lungo il perimetro dello stupa. Mi invita a ricevere la stessa benedizione. Dice che la vecchia se ne sta là da anni e che con le benedizioni racimola qualche soldo. Mi avvicino. La vecchia mi tocca le mani, mi tocca il viso, mi tocca la testa. Ha le mani ruvide. E un cattivo odore. Poi mi scioglie il fazzoletto che ho sulla testa e mi massaggia i capelli. Mentre lo fa pronuncia strane frasi in tibetano. Riconosco i nomi di vari luoghi di pellegrinaggio. Muktinah, ai piedi del Thorong Peak, Derhadun, in India, Lumbini, luogo natale del Buddha. In pratica la vecchia non fa che snocciolare i nomi delle grandi mete di pellegrinaggio nel subcontinente indiano. Non so se la benedizione mi farà sopportare l'altitudine, la fatica, le piogge monsoniche che ci aspettano. Ma lascio fare, perché quella vecchia ha uno sguardo simpatico e ce la mette tutta.
Restiamo a Bodnath a guardare il via via incessante dei pellegrini fino alle prime gocce di pioggia. È quasi sera. Domani si parte per Pokhara.



2/ Sulla strada per Beni....

Tra Kathmandu e Pokhara ci sono circa duecento chilometri. Ma in Nepal i chilometri non significano nulla. I tempi di percorrenza sono dettati dalle slavine, dai blocchi stradali, dalle condizioni del mezzo, dalle soste che decide di fare l'autista. È con spirito tutto orientale, dunque, che saliamo sulla corriera che dovrebbe portarci alla meta: vai e non sai quando arriverai, ma non importa, arriverai comunque. A Kathmandu le corriere partono solo quando sono ben piene. Piene zeppe. La nostra dovrebbe partire alle 6 e 30 della mattina, ma alle 7 e 30 siamo ancora fermi in attesa che l'assistente dell'autista raccolga i viaggiatori necessari a riempire i sedili rimasti vuoti. Piove leggermente. Una pioggerellina che non bagna. Il cielo è uniformemente grigio…
Diatro di me sta seduto un vecchio che è diretto in Mustang. Un uomo sui settant'anni, molto bello e molto degno. Alto, magro, con delle grosse trecce che gli girano attorno alla testa. Infilata tra le ciocche di capelli che formano le trecce, una pietra turchese. Il vecchio ha accanto a sè il figlio, che lo accompagna fino a Pokhara. Da lì in poi - questo ce lo dice il figlio - se la sbrigherà da solo. Percorrerà da solo le valli che risalgono il Kali Gandhaki, e valicherà da solo la barriera himalayana che protegge Lho Manthang, la capitale. Forse - continua il figlio - affitterà un cavallo.
Lui – ribadisce - lo accompagna a Pokhara, che non si sa mai.
Mondo a rovescio.
Il vecchio attraversererà da solo montagne impervie per un paio di settimane. Ma il pericolo è in città. E` a Pokhara o sull'autobus Kathmandu-Pokhara…
Prima di partire compro il Kathmandu Post, uno dei due quotidiani in lingua inglese della città. I partiti al governo non si mettono d'accordo su quando fare nuove elezioni. Le proteste dei rug pickers continuano. Una donna, Umarawati, è ritrovata viva tra le immondizie che un camion ha scaricato al centro di raccolta. I sospetti si concentrano sul nipote. L'uomo, infastidito dalla presenza della vecchia a casa, se se sarebbe liberato gettandola nella spazzatura.

A Pokhara arriviamo verso le tre del pomeriggio. Si respira a fatica. Il caldo del monsone prima dello scroscio è pesantissimo. Fa così caldo che i rumori delle macchine e delle motociclette risultano ovattati. "Dump, isn'it?", si scusano i gestori delle agenzie di trekking, i tecnici degli Internet café, i venditori di materiale da montagna usato, rimasuglio delle spedizioni primaverili sull'Annapurna o nella regione del Dolpo. Le pashmine ricamate, appese in bella mostra davanti alla porta dei negozi, sono quasi tutte scolorite dal sole. I caffé sono vuoti. Sul lungolago, di turisti, nemmeno l'ombra. Passano le ore e il caldo si fa ancora più pesante e insopportabile. Seduta al tavolino di un caffé, sorseggio immobile un banana lhassi. Il sudore mi scende sugli occhi, annebbiandomi la vista. Una bionda ragazza americana, coda di cavallo, scarpe, short e maglietta tutti bianchissimi, fa jogging lungo il marciapiede. Rapidissima e sincronica. Visione irreale.

Il sentiero che risale il Kali Gandaki fino a Jomosom e alla frontiera col Mustang, parte da Beni, una settantina di chilometri a est di Pokhara. Beni, una delle principali roccaforti dei maosti seguaci di Prachanda, nel marzo del 2004 viene messa a ferro e fuoco dai soldati governativi che sparano sulla gente dall'alto dei loro elicotteri. Alcuni giorni dopo un giornale di Kathmandu pubblica una foto agghiacciante: per terra, allineati, giacciono decine di corpi nell'uniforme verde dei guerriglieri. Difficile sapere il bilancio della carneficina. C'è chi parla di 500, chi di 50 morti. Per anni Beni viene tagliata fuori dai sentieri di accesso al massiccio dell'Annapurna. Troppo pericolosa, dicono le agenzie di trekking. Il rischio di incontrare i "maobadi", i guerriglieri maoisti, in quella zona, è altissimo. Lungo i sentieri dell'Annapurna rimbalzano le storie di trekkers ai quali i maoisti avrebbero chiesto un balzello: un migliaio di rupie a testa, neanche dieci dollari, a significare che quella è terra loro e che là i permessi del governo nepalese non valgono nulla. Da alcuni mesi, da quando Prachanda e i suoi sono entrati nella coalizione di partiti che regge il governo temporaneo in attesa del referendum per la Costituente, pare che a Beni ci si possa passare di nuovo. Tra i poliziotti locali insediati nella cittadina e gli ex-guerriglieri regna infatti una sorta di accordo di non belligeranza. Fragile quanto si vuole. Ma, per il momento rispettato da entrambe le parti.

Per tutta la notte, a Pokhara, imperversa violentissimo il monsone. All'alba, quando ci svegliamo, la nostra guesthouse è semiinondata. Facciamo colazione coi piedi nell'acqua tra i secchi e le bacinelle. Il taxista che ci viene a prendere per portarci a Beni, prima di girare la chiave di avviamento fa una piccola cerimonia propiziatoria: si tocca il petto, la fronte e poi tocca una statuetta sul cruscotto che rappresenta una qualche divinità indù. La macchina è piccola e scalcagnata e non dà nessun affidamento. Dovrebbe poter arrivare a Baglung, ma là finisce il pezzo asfaltato. E per arrivare a Beni è necessario percorrere ancora venti chilometri di sterrato. Continua a piovere fortissimo e il verde delle valli e vallette che attraversiamo è smagliante.
A Baglung arriviamo tre ore dopo. Tre ore di tornanti, strettoie, e asfalto che se ne è andato. La gente del paese ci fa segno di no con la mano, ma il taxista continua imperterrito. Neanche due chilometri e il nastro stradale sparisce sotto un torrente che scende violentissimo dal costone montagnoso. Ci fermiamo. Dall'altra parte del torrente un gruppetto di persone strette sotto un unico grande ombrello ci guarda. Osserviamo sconsolati la corrente, le persone e aspettiamo. Il taxista non se la sente di passare. La cosa migliore, ci fa capire, è aspettare che passi una jeep o un camion. Ci porteranno loro dall'altra parte. Se proprio non arriverà nessuno potremo sempre tornare a Baglung in cerca di un mezzo più adatto.... Dopo circa mezz'ora arriva un jeeppone cinese stracarico di ragazzi nepalesi. Mi sembra improbabile che possa accoglierci e soprattutto che possa accogliere gli zaini, ma in oriente lo spazio è un concetto elastico. Il nostro taxista inizia una contrattazione infinita con l'autista della jeep che a sua volta discute animatamente con i passeggeri. Alla fine due ragazzi scendono dal cassone di dietro e ci lasciano il loro posto. Poi, una volta che ci siamo sistemati, si arrampicano sul predellino esterno e si tengono aggrappati al portapacchi. Non sono affatto tranquilla. L'acqua del torrente che ci taglia la strada scende a valle vorticando con estrema violenza. E, lungo il passaggio, intravedo spuntare dei grossi sassi. L'autista della jeep, mette in moto e accelera come se stesse effettuando una partenza in formula uno. Poi, di colpo lancia la jeep velocissima nell'acqua. È un attimo…Uno dei due ragazzi che sono attaccati all'esterno del mezzo viene sbalzato fuori e cade in acqua. Tutti si mettono ad urlare. Ma il ragazzo si alza immediatamente e per quanto bagnato dalla testa ai piedi sembra illeso. Un miracolo. Avrebbe potuto cadere con la schiena su una roccia, o farsi trascinare giù dalla corrente. Invece arranca gocciolando fino alla jeep, grida un poco dietro all'autista, poi si arrampica nuovamente sul predellino e tutti si riparte. Due o tre chilometri dopo, si ripresenta la stessa situazione. Stavolta però il torrente che taglia la strada è molto più largo e profondo. L'autista della jeep scuote la testa e dice che non c'è niente da fare. Lui non può passare. Troppo pericoloso. E di passare a guado, portando gli zaini a spalla, non se ne parla nemmeno.
Su entrambe le sponde del torrente ci sono due enormi corriere Tata. Immobili. Alcuni passeggeri siedono pazientemente all'interno. Gli altri formano dei capannelli attorno alla riva e osservano i vortici e i mulinelli che si formano attorno ai sassi e alle rocce che l'acqua, scendendo, ha trascinato con sè. Sono almeno tre ore che aspettano là, fermi, che smetta di piovere. Col sole il livello dell'acqua scenderà. Mi appaiono fiduciosi. O rassegnati.
Trasbordiamo i nostri zaini sulla corriera e ci disponiamo ad aspettare con loro.
Un ragazzo si avvicina e inizia a chiacchierare. Il suo inglese è perfetto, praticamente oxfordiano. È in viaggia da Kathmandu assieme a due amici. I tre hanno viaggiato tutta la notte e devono imperativamente raggiungere il loro reggimento a Jomosom entro la sera del giorno successivo. Sono tutti allievi della scuola ufficiali degli alpini. Avevano programmato di prendere l'aeroplanino che collega Pokhara a Jomosom, ma l'aeroplanino, date le condizioni del tempo, non era decollato. Il loro capitano, contattato via radio, li aveva minacciati di sanzioni gravissime se loro non si fossero trovati in caserma all'ora prevista. Certo che lo sapevano che da Beni a Jomosom ci sono quattro giorni di marcia, e anche il capitano lo sapeva, ma quelle erano le regole dell'esercito. Loro non potevano permettersi di non arrivare, e dunque, se fossero riusciti a guadare il fiume, avrebbero camminato tutta la notte e il giorno dopo.
Il ragazzo che mi parla ha uno sguardo curioso. E una cicatrice che gli attraversa il viso. Mi chiede cosa ne pensiamo del Nepal, della politica nepalese, del re. Mi chiede se secondo noi è normale che un paese che possiede tutta quell'acqua che scende impetuosa dalle vette himalyane, non abbia corrente elettrica a sufficienza. Se troviamo normale che a Kathmandu, la capitale, la città sia quotidianamente paralizzata dai black-out. Mi chiede se secondo me il Nepal, un giorno, potrà decollare economicamente.
I tre ragazzi sono estremamente cortesi ed educatissimi. Ci offrono da mangiare, e poi ci chiedono chi siamo e da dove veniamo. Gli dico da Venezia, e Babin, il più aristocratico, si mette a snocciolarmi, in inglese perfetto, alcuni brani del "Mercante di Venezia" di Shakespeare. Resto allibita. Lui ha studiato in un college in India, mi dice. La sua famiglia l'ha mandato a studiare là perché riteneva che in Nepal non ci fossero scuole all'altezza. In India avevano studiato a fondo Shakespeare e lui amava soprattutto quella commedia.
Babin è davvero uno strano tipo. Gli chiedo da dove viene la cicatrice che gli attraversa il viso. Un incidente in moto, mi dice. Tre mesi in coma. Poi il risveglio. Tutti lo avevano dato per spacciato, e ride. Ride strano.
La pioggia cessa di colpo. Il sole, lentamente, riscalda la terra, e nuvole di umidità si levano dalle foglie, dall'erba, dalle cime degli alberi. L'acqua, sostiene un signore, sta visibilmente scendendo. Lui la misura da qualche ora immergendo sistematicamente un bastoncino a un metro dalla riva.
Poi succede. La gente si attiva. Sale velocemente in corriera. Prende posto sui sedili e sui sacchi di riso che ingombrano il corridoio. L'autista infila una cassetta di musica indiana, alza il volume a manetta, avvia il motore, dà gas. Non me ne rendo conto, ma in pochi secondi, all'interno della corriera restiamo solo io, Claudio e una vecchia in sari. Gli altri sono scesi e si sono arrampicati velocemente sul tetto. Mi domando se forse non sarebbe meglio seguirli, quando l'autista dà di gas e si lancia in mezzo al torrente. L'autobus, per quanto scalcagnato, è un Tata bus, uno di quei bestioni indiani che attraversano le contrade più impervie dell'Asia. Avanza caracollando, sembra quasi avercela fatta, poi di colpo urta contro una pietra, si ferma in mezzo alla corrente e inizia ad inclinarsi verso il dirupo. Si levano delle urla dal tetto e tutti saltano in acqua dalla parte opposta. Noi veniamo sbattuti contro la parete. La vecchia urla. Poi piange. Se l'autobus continua a inclinarsi così si rovescia e noi facciamo la fine del topo. Usciamo dai finestrini e ci buttiamo in acqua anche noi. La vecchia resta sola in corriera e continua a piangere. Fortunatamente la corriera si blocca. Se ne resta là, inclinata su un fianco, in mezzo all'acqua che le vortica intorno. Un uomo si infila dentro e trascina la vecchia fuori dal finestrino.
La situazione è ancora peggiore di prima. Noi oramai siamo sull'altra riva, che abbiamo raggiunto a guado, facendo catena, ma gli zaini con tutte le nostre cose sono dentro il portabagagli, probabilmente bagnati e, per come stanno le cose, è impossibile recuperarli. I tre allievi ufficiali ci salutano. Loro proseguiranno verso Beni a piedi. Non possono permettersi di aspettare che arrivi qualcuno a disincagliare la corriera. Tra un paio d'ore saranno a Beni, ci dicono, e da là risaliranno direttamente la valle fino a Jomsom. Quando arriveremo a Jomsom dobbiamo assolutamente andarli a trovare in caserma. Sarà un onore per loro riceverci, ci dicono. Poi ci dicono din non preoccuparci e ci fanno ciao con la mano.
Situazione di stallo. Alcuni passeggeri si allontanano a piedi. Altri, quelli che come noi hanno i bagagli a bordo, aspettano. La pioggia oramai è un ricordo e il sole è implacabile. Non c'è neanche un albero che faccia ombra.
Dopo mezz'ora noto una certa agitazione. Alcuni uomini sono entrati in acqua e stanno legando una corda al parafanghi del camion. La situazione è assurda. Com'è possibile che un camion di quella stazza venga trascinato fuori dall'acqua grazie a una decina di uomini che lo trainano con una cordicina che a malapena potrebbe servire a stendere la biancheria? Il tentativo, infatti, fallisce subito. La corda si spezza e il gruppetto di tiranti finisce in acqua come nei film di Ridolini. Dal nulla sorge un'altra corda. Di ferro stavolta e più spessa. Ma, niente da fare. La corriera non si sposta di un millimetro. Passa un'altra ora. Sono ormai le 4 del pomeriggio. E la notte, da queste parti, scende attorno alle sei e mezzo. Di colpo, perché a queste latitudini non c'è l'imbrunire.
Stiamo pensando di tentare una sortita nel portabagagli per riprenderci gli zaini, quando da dietro la curva si profila un bulldozer. Un bulldozer, vero, di quelli che si vedono in America. Giallo, grande, con una pala immensa. L'operazione è presto fatta. Il bulldozer spiana la strada all'autobus, lo solleva leggermente con la pala per spostare la roccia che lo blocca, e in qualche minuto il mezzo è sull'altra sponda del fiume.
Si riparte. Stavolta il bulldozer avanza di fronte a noi e ad ogni torrente - ce ne sono altri infatti che bloccano il passaggio - ripete lo stesso lavoro. Spiana la strada e dà il via libera.
All'ennesima sosta, incrocio una donna che scende. È un'occidentale ed ha un grandissimo zaino sulle spalle. In un inglese stentato, mi dice: "Non si può passare. Non si può andare avanti. Ho tentato per due giorni di risalire il Kali Gandaki, ma è impossibile. Troppe slavine. Troppo pericoloso!" È estone, mi dice. E torna a Pokhara, in attesa che il tempo migliori. Poi se ne va via correndo.
Superiamo un villaggio e dopo qualche centinaio di metri ci rendiamo conto che la strada non c'è più. È franata a valle. Il bulldozer non può farci niente. Chi vuole prosegue a piedi. Da lì, Beni dista appena 12 chilometri.
Dalla corriera scendono disciplinati tutti i passeggeri. Non perdono tempo a protestare o a lamentarsi. Si caricano i bagagli sulle spalle, superano la slavina un poco più a monte e si incamminano in fila indiana. C'è una sorta di rassegnazione in questi paesi, mi dico. Una piatta accettazione del destino. Qualunque esso sia. Saggezza o follia?
Pessima prospettiva. Dodici chilometri con uno zaino di 12 chili sulle spalle. Non faccio nemmeno in tempo ad incamminarmi che mi si avvicina un ragazzino. Ci fa segno che i nostri zaini li porterà lui fino a Beni. Uno solo, gli dico. È un ragazzino fragile, avrà si è no quindici anni. Ai piedi porta un paio di tong. Lui scuote la testa. Li porterà tutti e due e in cambio noi lo pagheremo il doppio. 3 dollari ci dice e gli brillano gli occhi. Non se ne parla nemmeno, dico io. E mi guardo intorno alla ricerca di un altro porter. Lui ride. Nessuno si fa avanti. Un paio di ragazzi guardano vogliosi lo zaino di Claudio ma c'è un tacito accordo che impedisce loro di farsi avanti. Kishan, è così che si chiama il ragazzo, nel frattempo ha tirato fuori una cinghia di corda intrecciata. Un primo zaino se lo è già caricato sulle spalle e il secondo se lo fa mettere sopra. Come minimo 30 chili di roba. Lui si incammina senza voltarsi indietro e in due minuti è già dall'altra parte del baratro. Tiene il peso alla maniera sherpa, con la cinghia che passa dietro, sotto gli zaini, posta sulla testa Per evitare di graffiarsi la fronte, la cinghia posa su una caciottina di lana rossa lavorata all'uncinetto. Tra me e Kishan è amore a prima a vista.
Due ore dopo siamo a Beni. Io ho i piedi già piagati. Calzetti e scarpe bagnate, lo si sa, sono i nemici del camminatore. Ma è inutile tentare di cambiare i calzetti bagnati con dei calzetti asciutti perché si procede guadando senza sosta torrenti, corsi d'acqua e immense pozzanghere. Kishan non parla inglese, ma mi sta vicino. Ogni tanto si ferma nei pressi di una roccia e vi posa il carico senza staccare la cinghia dal capo. Un paio di volte tento di riprendermi lo zaino, perché ho vergogna di farmelo portare da un ragazzino, ma lui ride, scuote la testa, e la gente attorno a lui ride ancora di più forte.
Quando arriviamo a Beni è quasi sera. Dal nulla si materializzano guida e portatori. Ci stavano aspettando. Erano preoccupati. Non riesco a capire quanti sono, chi fa parte della spedizione e chi li accompagna giusto per bighellonare un poco. A un'ora da Beni, un poco più in alto, c'è il piccolo villaggio di Galishor. Sarà là che pernotteremo, mi dice Goma. Bisogna affrettarsi.
Allungo a Kishan un biglietto di dieci dollari. Lui mi guarda, guarda Goma, non sa cosa fare. Goma gli fa un cenno d'assenso. Kishan prende i soldi e se ne va.
Il sentiero che sale a Galishor corre dritto davanti a noi. Goma ci dice di proseguire. Prenderanno loro le nostre cose e ci raggiungeranno là.
Neanche un chilometro dopo, sentiamo rumore di pietre che cadono. È praticamente buio pesto. Due ragazze che camminano qualche passo davanti a noi si fermano, e di colpo arretrano di corsa. Il sentiero in costa alla montagna sparisce quasi del tutto sotto la gragnuola di pietre che cadono. Aspettiamo un paio di minuti. Quando si fa nuovamente silenzio le ragazze scavalcano di corsa la slavina e noi le seguiamo. Più sotto si sente il rumore sordo del fiume, un affluente del Kali Gandaki.
Alla Paradise Guesthouse di Galishor manca la corrente, ma la signora che la gestisce ci porta un paio di candele. Io sono preoccupatissima per i miei piedi, che tento di curare come posso.
Al lume di candela intravedo le facce dei portatori che se ne stanno sdraiati sul prato di fronte all'ingresso. Lungo il muro un'infinità di gerle di vimini coperte da teli di plastica blù.




3/ Da Galishor a Ghasa....

Per risalire la Kali Gandaki fino a Kagbeni, e alla frontiera col Mustang, ci sono circa cinque giorni di marcia.
La vallata del Kali Gandaki l'avevo già discesa, in parte, tre anni fa. Ricordo qualche bel villaggio coi muri imbiancati a calce. Le hot spring a Tatopani. I dolci di mele a Ghasa. La strada bianca che attraversa Jomsom.
Ricordo molte sanguisughe tra Tatopani e Ghorepani. Ricordo che correvo lungo il sentiero perché non facessero in tempo ad infilarmisi nelle scarpe.
Con la pioggia che c'è stata, mi rassicura Goma sul punto di partire da Galishor, non c'è pericolo di sanguisughe. Loro escono col sole. Col sole scivolano giù dagli alberi e la sera te le ritrovi tra i capelli, gonfie del tuo sangue.
Il sentiero per Tatopani sale tutto in costa alla montagna. Sotto di noi scorre il Kali Gandaki, ma in questa parte della valle scende abbastanza tranquillo perché il letto del fiume è largo. Sei o sette ore di cammino, oggi, dipende dal fango e dagli smottamenti del sentiero che rischiano di obbligarci a fare delle deviazioni.
I portatori sono partiti un'ora prima di noi, stracarichi di materiale. Zaini, pentole, tende, materassini, sacchi di riso, bombola del gas e altro ammassati in grandi gerle di vimini. Su una delle gerle, proprio in cima al tutto, una sessantina di uova fresche.
Per il momento, oltre a Goma, il nostro sirdar, riconosco Ram, il suo assistente, e Dilisher, il cuoco. Di etnia raj, Dilisher è un ometto piccolino, con le gambe magre e stortissime. Sorride sempre, e trasporta sulle spalle piatti, pentole, contenitori, tovaglie, vassoi. Una cucina intera per dieci persone. Siamo in dieci, infatti, a risalire la vallata. Otto sherpa e noi due.
Piove leggermente. Poi forte. Poi fortissimo. Poi smette per riprendere di nuovo. A Kathmandu ho comperato un grande ombrello scozzese. Qui, alle basse altitudini, è quasi impossibile sopportare l'impermeabile. Troppo caldo. L'ombrello, per esperienza, è la soluzione migliore. E lo sarebbe anche stavolta se ad ogni chilometro l'ombrello di fattura cinese non si disfacesse lentamente. Ogni volta che lo apro parte l'estremità di una stecca, e le cuciture si disfano.
Lungo il sentiero superiamo numerosi gruppi di pellegrini. Uomini e donne, quasi tutti provenienti dall'India, che si dirigono a Muktinath. A 3800 metri di altezza, proprio ai piedi del Thorong La, Muktinath è un importantissimo luogo sacro sia per gli adoratori di Vishnu che per i buddisti. Da secoli è meta di pellegrinaggi. Vecchi e giovani, poveri e ricchi vi si recano per chiedere la guarigione di un familiare, la protezione dei figli o semplicemente per onorare il dio. In una baracchetta bevo un té in compagnia di due sadhu, di ritorno dal santuario. Sono magrissimi, a piedi nudi, con la tikka rossa sulla fronte. L'unico bagaglio di cui dispongono è una coperta, un bastone e un secchiello d'ottone dove tengono il riso che offre loro la gente. A volte si portano dietro una delle pietre nere rotonde che si trovano facilmente nelle vicinanze del santuario.
Quando manca pochissimo a Tatopani il sentiero scompare. Se l'è portato via una frana, ed è troppo pericoloso continuare. Al suo posto ora c'è una parete di detriti estremamente instabile e pendente. Cento metri più sotto, ruggiscono le acque marroni del Kali Gandaki.
Ritorniamo sui nostri passi fino ad un villaggio. Chiediamo ad un vecchio come raggiungere Tatopani e il vecchio ci indica una vetta proprio sopra la nostra testa. Poi fa segno ad un ragazzino di accompagnarci. Le due ore successive sono l'inferno. Penso ai portatori che hanno già almeno sei ore di cammino sulle spalle. Mi chiedo come facciano. La pioggia via via che arrampichiamo si intensifica. Il terreno è sdruccioloso e un paio di volte scivolo e perdo l'equilibrio. Finalmente si arriva in cima. Ora non è più pioggia, ma un muro d'acqua che si riversa su di noi. Scendiamo sull'altro versante, scivolando nel fango ad ogni tre passi. In basso si intravedono i tetti di Tatopani.
Tatopani, in nepalese significa "acqua calda". Ed infatti a Tatopani, proprio lungo le rive del Kali Gandaki, ci sono due piscine naturali di acqua bollente. Ci andiamo che è quasi buio, se non altro per scaldarci e darci una lavata. A bagnarsi con noi due ragazze israeliane, e un paio di portatori che le scrutano intimiditi, tenendosi in disparte. Piove ancora. In una baracca, vicino alla piscina, vive un sadhu, che si offre di tenere le nostre cose evitando così che si bagnino. Vive là da anni. La sera accende un fuoco e si scalda una ciotola di riso. Resto quasi mezz'ora immersa nell'acqua bollente fino al collo ad ascoltare il rumore assordante del fiume che scende a pochi metri di distanza.
La sera, al lodge ceniamo in compagnia di un ragazzo inglese, di un bielorusso e di tre ragazzi nepalesi di buona famiglia. È la prima volta che in Himalaya incontro dei nepalesi che fanno trekking. I tre ridono, quando glielo dico, e confermano. Aggiungono che ad ogni lodge i gestori si lamentano. Loro, infatti, consumano meno degli occidentali. Non certo meno di me, se ne esce il bielorusso. Che è in viaggio da quasi un anno in Asia e sostiene di non spendere più di 100 $ al mese. L'inglese, alza a malapena gli occhi dal libro che sta leggendo.

Tra Beni e Jomsom una costante sono le carovane di muli e cavalli che risalgono la vallata trasportando carichi.
Tatopani – Ghasa, la tappa del secondo giorno, sarà scandita dalla presenza di queste carovane. Le si sente arrivare da lontano. Le alte pareti di roccia amplificano il tintinnio dei campanelli attaccati alle bardature degli animali e le urla dei mandriani che stimolano in questo modo gli animali più riottosi. I camminatori devono fare attenzione quando il sentiero è particolarmente stretto. Non appena si sentono le carovane ci si arrampica ai lati del sentiero, dietro a una roccia o ad un cespuglio.
In questo tratto, la valle del Kali Gandaki è molto stretta e ripida. Si insinua profondissima tra l'Annapurna 1 e il Dhaulagiri.
La mattina, nel lasciare Tatopani, non piove, ma il cielo è grigio e il paesaggio è immerso nella nebbia. Abbandoniamo quasi subito il sentiero principale, sul fianco destro della valle. Troppo pericoloso, valuta Goma. Le frane sono recenti e dall'alto della montagna continuano a precipitare giù pezzi di roccia. Meglio dunque risalire un tratto sul lato sinistro, più lungo e più ripido, ma più sicuro. Attraversiamo il fiume su uno dei tanti ponti sospesi che collegano i due versanti della valle. Con noi un gruppo di pellegrini indiani che si recano a Mukhtinath.
I ponti che attraversano la Kali Gandaki sono una vera sfida per chi, come me, soffre di vertigini. Sono ponti sospesi, fatti di corde di metallo ancorate in grandi blocchi di cemento posti alle estremità. Il fondo del ponte è fatto di assi di legno imbullonate alle corde. Tra i cento e i duecento metri di lunghezza, oscillano vistosamente per il vento e ondeggiano al ritmo dei passi di chi li percorre. Sembra di stare su un elastico. Un lungo elastico instabile. Tra un asse di legno e l'altra si intravedono le acque marroni del Kali Gandaki che in alcuni tratti particolarmente stretti di questa valle scende giù con indicibile violenza. Ogni volta che devo oltrepassare un ponte, e saranno decine tra qui e Jomosom, ho il cuore che si mette a battere forte. Non devo guardare sotto. Il fiume è molto più in basso, cinquanta, a volte anche cento metri. Nello stesso tempo devo fare attenzione a dove metto i piedi. Non posso permettermi di inciampare. E allora avanzo lentamente, fissando un punto immaginario davanti a me. Quando mancano pochi metri all'altra riva, è più forte di me, mi metto a correre.
Per alcune ore non facciamo che passare da un lato all'altro della valle. Arrivati al villaggio di Dana, ritrovo Kishan. Risale la valle portando due grandi pneumatici sulle spalle. Ai piedi il solito paio di tong. Quando mi vede, mi sorride. E ogni volta che faccio una sosta si ferma anche lui. Non mi parla. Non dice nulla. Mi fermo, si ferma, e fissa serio l'infinito.
Superiamo alcuni bhatti, che sono dei lodge rudimentali destinati ad ospitare i pellegrini diretti a Muktinath, e iniziamo una salita ripidissima lungo un sentiero scavato nella roccia. Davanti a me uno sherpa trasporta una stia di galline. Conto una trentina di bestie. Facendo un breve calcolo, valuto che l'uomo trasporta sulla schiena almeno una sessantina di chili. È piccolo, un Magar, come quasi tutti gli abitanti di questa valle, sale con le ciabattine di plastica, e si ferma ogni cinque minuti. Ogni volta che lungo il sentiero c'è una rientranza o un muretto in pietra secca dove appoggiare il carico, senza poi doverlo risollevare da terra. Non riesco a dargli nessuna età. Né giovane, né vecchio. La faccia è solcata da rughe e bruciata dal sole.
Il mio zaino non pesa niente. Al massimo cinque o sei chili. Ma mi fermo spesso anch'io. Lo faccio per Kishan. Che non mi molla un attimo. Si ferma solo se mi fermo anch'io. E io mi preoccupo per il peso che porta. Arrivati in alto al crinale indica con la mano la mia racchetta. Poi mi mostra il piede sinistro che è gonfio e ha un gnocchetto visibile a livello del malleolo. Quando faccio per spalmargli un poco di Voltaren, ha un gesto istantaneo di rifiuto. I piedi, in molti paesi dell'Asia sono considerati una delle parti più disgustose del corpo umano. Accetta la crema, ma è lui che se la spalma. Se la spalma accuratamente, mi restituisce il tubo e mi sorride. Io gli presto il mio bastone per la discesa.
Verso le cinque attraversiamo il lungo ponte sospeso che porta a Ghasa, sull'altro versante del fiume. All'uscita del ponte una donna vende delle patatine al curry che cuoce su un fornelletto. Ne ordino due piattini, per me e Kishan, e la donna ci offre due tazze di thé. Alle cinque e mezza si ferma alla baracchetta una coppia di ragazzi spagnoli. Lui ha i capelli in stile rasta e lei una lunga sottana a fiori. Hanno due zaini molto voluminosi e visibilmente pesanti. Contano di pernottare a Tatopani, mi dicono. Quante ore mancano al villaggio? Se in salita ci abbiamo messo sette ore, ipotizzo, in discesa dovrebbero mancarne cinque. Ma il sentiero è brutto e continuano a cadere giù sassi dai fianchi della montagna. Tra neanche un'ora farà buio. Non importa, ridono i due, abbiamo le pile e poi camminiamo veloci. E infilano il ponte di corsa.

Saluto Kishan davanti al lodge. Lui è perplesso. Mi restituisce la racchetta. Mi stringe la mano e resta immobile a fissarmi fino a che non sparisco dalla sua vista.
La sera, assieme ai portatori, asciughiamo sopra ad un brasero i nostri vestiti, ancora umidi dagli acquazzoni dei due giorni precedenti. Ce ne stiamo tutti in cerchio attorno al brasero. Ognuno con un calzetto o una maglietta in mano. Asciughiamo le nostre cose e cominciamo a conoscerci.



4/ Smarriti. Da Ghasa a Khobang...

Non piove più, ma il sole stenta ad uscire da dietro al mare di nuvole che per il momento copre la vista delle cime innevate. A tratti, però, il cielo si apre. Questione di pochi secondi. Poi, la coltre spessa delle nuvole monsoniche ricopre di nuovo il tutto.
Ho fretta di superare la fatidica quota tremila. Le nuvole, in generale, se ne stanno più basse. Oltre i tremila, anche durante il monsone, è possibile vedere il sole. E col sole, il cielo azzurro e le montagne.

Kishan ricompare dal nulla neanche un quarto d'ora dopo Ghasa. Sulle spalle non porta più i due penumatici che aveva ieri. Mi si avvicina e mi fa segno che se voglio mi porta lo zaino. Non ne ho bisogno, ma a Kaiku, un villaggio a un'ora da Ghasa, propongo a Goma di assumere Kishan. I porter sono sovraccarichi, gli dico, e una persona in più permetterebbe a tutti di ripartire il peso. Kishan se ne sta in disparte e ci guarda. Silenzioso e serio. Goma lo squadra. Poi gli parla. Kishan fa più volte di sì con la testa. In Nepal è un gesto dolcissimo e a volte ambiguo. La testa disegna una specie di otto. Più che "sì", il gesto significa "come vuoi "…

Lasciamo i portatori a Kaiku e ripartiamo da soli. Il sentiero è franato in più punti. Saliamo e scendiamo sulle frane attaccandoci alle rocce e ai rami di qualche cespuglio che spunta qua e là. Un grosso sasso rimbalza velocissimo a neanche un metro dalla mia testa e sparisce più in basso nelle acque del fiume. Di colpo, mi coglie il panico. Un panico incontrollabile che mi spinge a correre. Corro e arranco a perdere il fiato fino a che non raggiungo un sentiero più largo in mezzo ai pini. Non perdo tempo a guardarmi attorno. Neanche là mi sento al sicuro. Continuo a salire, affrettando il passo. La situazione non mi piace. Il sentiero è cosparso di detriti. E i sassi, grandi e piccoli, continuano a rotolare giù dalla montagna. A intervalli il silenzio è rotto dal rumore sinistro di pietre che cadono.
Mi rendo conto, poi, che da circa un'ora non incontriamo più nessuno. Cinquecento metri dopo il sentiero biforca. Un braccio sale verso sinistra e sparisce dietro una roccia. Un altro scende in mezzo agli alberi. Non abbiamo da fare altro che aspettare, dico a Claudio. Chiederemo la strada ai portatori o alla prima persona che passa. I porter, poi, sono dietro di noi e non dovrebbero tardare. Restiamo seduti su una roccia ad aspettare per un'ora. Non c'è anima viva. Nessuno che scende, nessuno che sale. Cosa strana visto che quella è l'unica strada che collega i villaggi della valle. Iniziamo a fare congetture, mentre su tutto cala una nebbia da tagliare col coltello. Una valanga più sotto ha impedito ai porter di proseguire? Ma come è possibile, allora, che nessuno scenda…? La mappa che ho nello zaino non ci aiuta a scegliere e l'unica baracca che si intravede più in alto è vuota. Decidiamo a naso di prendere il sentiero di destra che scende in basso verso un affluente del Kali Gandaki. Del ponte sospeso che collega le due rive si riesce ad intravedere solo l'inizio. La fine del ponte si perde nella nebbia. Sull'altro versante il sentiero biforca di nuovo. Salire o scendere? Ci incolliamo con la schiena a una roccia mentre da sopra le nostre teste scivolano giù le pietre.
Mezz'ora dopo, - una mezz'ora di silenzio, nebbia e angoscia – decidiamo di fare quello che insegnano le leggi della montagna. Se ti perdi, e visibilmente ci siamo persi, torna indietro.
La prospettiva non mi sorride. Tornare indietro significa ripercorrere la zona delle slavine e dribblare tra le rocce che piovono giù dall'alto. E d'altro canto, andare avanti non ha senso. Ho letto troppi libri sulle valli e vallette dell'Himalaya. Infili la valle sbagliata e ti ritrovi in mezzo al nulla. La cosa strana è che ho paura. Una paura irrazionale alimentata dalla maestosità del paesaggio che ci circonda. Mi rendo conto per la prima volta che tutto attorno a me è smisurato. Sono smisurate le vette che ogni tanto si intravedono seimila metri sopra la nostra testa. È smisurata la nebbia che attenua i rumori. È smisurato il torrente che scorre ai nostri piedi rombando come un aereo che sta per decollare. Ed è smisurato il silenzio, che esclude il boato dell'acqua.
Ritorniamo sui nostri passi. Un'ora di discesa. Più passa il tempo più ci affrettiamo. E ancora nessuno che sale, nessuno che scende. Nessuna carovana. Solo allora mi accorgo allibita che lungo il sentiero non c'è alcuna traccia di cacche di animali.
È quasi l'una quando ritroviamo Kaiku, il villaggio da cui eravamo partiti quattro ore prima. Dei nostri porter nemmeno l'ombra. Ci lanciamo nell'incongruo tentativo di farci spiegare la strada dal proprietario di un bhatti, che si limita ad indicare una vaga direzione con la mano. A stare all'uomo il sentiero che abbiamo preso è quello giusto.Ci fa segno di tornare indietro e nulla più.
Un quarto d'ora dopo passa davanti al bhatti uno sherpa. Va a Lete. Ce lo fa capire pronunciando questa sola parola, Lete, senza fermarsi. A stare alla carta, Lete è sulla nostra strada e quindi arranchiamo dietro di lui. Non è semplice. L'uomo, nonostante l'enorme gerla carica di mercanzie che trasporta sulle spalle, sale con leggerezza tagliando i tornanti. Ogni volta che scompare dietro a un tornante mi metto a gridare. Allora lui si ferma. Senza voltarsi, senza degnarci di uno sguardo, aspetta. Dopo mezz'ora di risalita, ecco che biforca sulla destra. Dal sentiero principale lo si intravede appena. Sulla destra, tra i pini, scende un altro sentiero. Che non avevamo visto prima, né all'andata né al ritorno. Finisce su ponticello sospeso che taglia il torrente e permette di risalire l'altro versante della valle.
Neanche un'ora dopo arriviamo finalmente su un pianoro da cui in lontananza si scorgono le prime case di Lete. Lete è un grosso villaggio con una strada lastricata che passa tutta dritta in mezzo alle case. A parte alcuni bhatti, una scuola e una stazione di purificazione dell'acqua, a Lete non c'è nient'altro. Un soldato, un ragazzino in tuta mimetica con un mitra in mano, ci ferma e ci chiede di controllare il permesso di trekking. A gesti gli spieghiamo che siamo diretti in Mustang e che i permessi ce li ha Goma, il nostro sirdar. Ha visto passare un gruppo di porter? Il ragazzino scuote la testa. Senza i permessi non si passa, ci fa capire. Poi ride.
Un soldato che ride è la cosa più comune che si incontra in Nepal. I soldati, in Nepal, ridono timidamente, come bambini. Sempre sorridendo, il soldatino, ci fa cenno di seguirlo all'interno della sua garritta. È strabico, e l' uniforme gli sta larghissima come se indossasse un resto di magazzino, due taglie in più della sua. Fruga nel cassetto e estrae un enorme registro, di quelli che si usavano da noi cinquant'anni fa. Sembra fidarsi e ci chiede semplicemente di compilare il registro. Chi siamo, da dove veniamo, quanto stiamo, dove siamo diretti. Sbircio le righe sopra alla mia e scopro che da una settimana non è salito su nessun occidentale. L'estate non è stagione di trekking. Il monsone e le sanguisughe tengono lontani i camminatori.
Salutiamo il soldatino e cominciamo ad inquietarci per i nostri portatori. Sicuramente sono davanti a noi, ma poiché sono convinti a loro volta che noi siamo davanti a loro c'è il rischio che si continui a salire in una sorta di gioco a rimpiattino. Affrettiamo il passo e chiediamo ad ogni baracca se per caso hanno visto sfilare un gruppo di ragazzi con delle grandi gerle sulle spalle. La gente ci guarda, scuote la testa e ride.
Riprendiamo a salire. Da Lete arriviamo a Kalopani, che in nepalese significa acqua rossa. Ed è infatti di un marrone rossastro l'acqua del Kali Gandaki in questo punto. Stiamo per prendere la scorciatoia che attraversa a guado il torrente, e che ci farebbe evitare una buona mezz'ora di strada, quando, proprio sul ciglio dell'acqua, c'è Kishan.
È seduto su una roccia. Ai suoi piedi, la gerla col mio zaino e una tenda. Ci guarda, ci sorride e scuote la testa. Non dobbiamo attraversare a guado il torrente. L'acqua ci arriverebbe alla vita ed è certamente meglio risalirlo controcorrente, fino ad un ponticello più in alto. Poi, sempre a gesti, ci spiega che i porter ci aspettano a Khobang, a neanche un'ora di strada. Lui ha avuto ordine di aspettarci. Se non ci avesse visto entro un'ora qualcuno sarebbe tornato indietro a cercarci.
Sono contenta di vedere Kishan. Sono contenta che ormai faccia parte del gruppo. Gli sorrido, e gli porgo la racchetta. Lui non se lo fa dire due volte. L'afferra e si incammina assieme a noi.
Poco prima di Khobang, di colpo, la vallata del Kali Gandaki si apre. Ampia. Maestosa. Attorno a noi, a tratti, quando le nuvole lo permettono, si scorgono le vette del Dhaulagiri, del Tukuche, dei tre Nilgiri, del Fang e dell'Annapurna 1. E senza più nessun ostacolo, fortissimo, soffia il vento che scende da nord.
È qui, tra Larjiung e Khobang che inizia il sentiero che porta alla seraccata del Dhaulagiri. Herzog, negli anni '50, aveva tentato questa via per raggiungere l'Annapurna, ma dopo un paio di giorni aveva abbandonato. Troppo pericoloso. Su una pietra all'ingresso del villaggio di Larjung è inciso il nome di un'alpinista ceco e il giorno della sua morte. Un paio di anni prima, da quelle parti. Non c'è scritto né come né dove.
In questa valle che fu per secoli un'importantissima via commerciale con il Tibet, si notano i primi segni del buddismo tibetano. Archi di pietra squadrati all'ingresso dei villaggi. Bandiere di preghiera che sventolano sbiadite dai tetti. Un chorten. Furono le carovane dei mercanti di sale a trasportarlo fino a qui dai grandi laghi salati degli altipiani himalyani. Quella che stiamo percorrendo, in passato era una sorta di via della seta delle alte altitudini. Sale contro zucchero, tè, spezie e tabacco. E soprattutto sale contro grano. Il grano che cresceva e cresce ancora oggi alle basse altitudini. I thakali che abitano la regione hanno detenuto per secoli il monopolio di questi scambi. Poi, in tempi recentissimi, la chiusura del Tibet e l'invasione del sale indiano, sale marino, meno caro, ha posto fine quasi del tutto a questo commercio.
Percorro le stradine lastricate di Khobang, in mezzo a case di mattoni imbiancati a calce. Stretti vicoli che costituiscono una barriera ai venti glaciali che scendono da nord. Passaggi coperti che collegano le case costruite attorno a cortili chiusi. Le scorte di legna ben impilate sui tetti.
Al monastero del villaggio, il Madkhi Lhakang, il tempio buddista più a sud di tutta la Kali Gandaki, c'è rimasta solo una monaca. Che accetta di farmi entrare e mi offre un té nel suo alloggio. Il monastero è piccolo, non particolarmente ricco, e la donna vive là, da sola, da anni.
Come la giovane maestrina, insegnante di inglese alla scuola del paese. Che mi racconta che il marito è partito tre anni fa in Europa. Nel nord, mi dice, ma lei non si ricorda se è la Svezia o la Finlandia o la Norvegia. Al nord, perché le ha detto c'è la neve. I suoi due figli lei li ha lasciati a Kathmandu da una zia. Quella valle è troppo dura per dei ragazzini, mi dice. D'inverno il villaggio è sepolto sotto la neve. Chiacchiero un poco con lei seduta sullo scalino della sua casa, piccola, buia e senza finestre. I ragazzini che passano, la salutano affettuosi. Una signora con un bambino in braccio e un grande anello d'oro al naso mi invita a casa sua e si fa fotografare con tutta la famiglia. Le donne espongono con fierezza i loro bambini davanti all'obiettivo. Li esibiscono come trofei. I bambini da queste parti non piangono mai.
Prima di rientrare al nostro lodge, che assomiglia stranamente ad uno chalet svizzero, incontro Juliette, una cinquantenne francese che risale da sola la valle. Ha il viso e il collo mangiato dalle sanguisughe. Tante piccole cicatrici rosse. Anche lei ha intenzione di andare in Mustang. Il suo fidanzato (dice proprio fiancé, fidanzato), un nepalese che è guida di alta montagna, dovrebbe raggiungerla l'indomani a Jomosom assieme ad un gruppo di sei trekkers. Tutti diretti in Mustang. Il gruppo è a Pokhara e conta di prendere l'aeroplanino della Gorkha Airlines che assicura i collegamenti tra la parte alta della valle e la pianura. Lei ha scelto di risalire la valle a piedi, sola, senza portatori, per favorire l'acclimatazione ed evitare il mal d'altitudine. Ora però è preoccupata. Le han detto che da alcuni giorni l'aeroplanino non atterra a causa del maltempo. Basta pochissimo. Qualche nuvola. Un vento leggermente più violento. Sono aeroplanini che volano a vista e prima di raggiungere l'altipiano di Jomosom devono infilare la strettissima valle del Kali Gandaki. D'estate è raro che riescano a partire. Se il gruppo non riuscirà a prendere l'aereo dovrà tentare di arrivare in elicottero fino a Khobang e da là raggiungere Jomosom a piedi. Non c'è altro mezzo. I permessi per il Mustang sono chiari. Se si passa in ritardo la frontiera si perdono giorni preziosi e in ogni caso la data d'uscita è improrogabile.
Ci salutiamo sapendo che ci riincontreremo l'indomani a Jomosom.







6/ Jomsom

Il Kali Gandaki, usciti da Khobang, non ha più l’aspetto di un fiume ma quello di un lago. Pini, abeti e alberi di mele, ce li lasciamo alle spalle. Di fronte a noi, ora, si apre un paesaggio desertico sferzato dal vento che scende dalla strettoia tra l’Annapurna e il Dhaulagiri. Da adesso e fino alla capitale del Mustang il vento si leverà ogni mattina verso le 10. Raffiche di sabbia e polvere, talvolta così violente da dover avanzare col viso coperto da una sciarpa. Gli occhiali, in ogni caso, sono d’obbligo.
Il sole alle alte altitudini brucia. La pelle e gli occhi.
A Tukuche, finalmente, splende e il cielo è blù. Per la prima volta da cinque giorni, il cielo è completamente privo di nuvole.
Tukuche significa « valle del grano » . Come a Khobang, anche qui impera l’architettura Thakali. Case imbiancate a calce. Cortili interni quadrati. Finestre, porte e balconi di legno intarsiato. Fascine accatastate sui tetti.
Approfittiamo del sole come lucertole. Sul tetto di un ristorante tra grandi cesti di mele e albicocche lasciate a seccare al sole divoriamo un dolce, una sorta di strudel, specialità del luogo.
A Tukuche si notano i segni di un passato splendore. Dell’epoca in cui il villaggio era il punto di incontro tra le carovane di sale e di lana che scendevano da nord e quelle di grano che risalivano da sud. Le belle case, la strada centrale lastricata in pietra, un gompa. Gli orti nascosti dietro alti muri di pietra sono ricchi di verdure e pieni di fiori. Ma dal terrazzo sul tetto dove ci crogioliamo al sole noto che molte abitazioni non hanno le scorte di legno che permettono agli abitanti di sopravvivere alla rigidità dell’inverno. Sono abbandonate. Pian piano, con la scomparsa del commercio i villaggi della valle si svuotano.
A Marpha, il villaggio successivo, ci riposiamo seduti su un muretto. È primo pomeriggio e molte contadine rientrano dai campi. Sulla porta di casa gruppetti di persone anziane che chiacchierano. Un uomo seduto per terra con la schiena contro il muro gioca con la sua bambina.
Dopo neanche un’ora, quando intravedo le prime case di Jomsom provo l’eccitazione di chi ritorna a casa.
Jomsom è una vera tappa. Un crocevia importante lungo i sentieri dell’Annapurna. L’ultimo bastione di modernità prima del Mustang o dell’ascesa alle vette himalayane. A Jomsom chi torna e chi arriva trova l’elettricità, un telefono satellitare, una pista d’aeroporto, un paio di negozietti bislacchi che vendono il resto del materiale lasciato dalle spedizioni. È un luogo di passaggio, Jomsom. Una cittadina di frontiera. Sulla sua unica strada dritta lastricata in pietra, che passa in mezzo alle case e ai lodge un ragazzo corre su e giù in moto. A Jomsom ci sono alcune moto-taxi e una jeep che su richiesta trasporta i turisti fino a Lete. È qui che quando non soffia il vento o non ci sono le nuvole atterrano gli aeroplanini che vengono da Pokhara. Ed è qui che si ritrovano i camminatori e gli alpinisti in attesa di quegli stessi aeroplanini per scendere a valle. A volte per giorni. Non si può mai sapere se i velivoli atterrano. Le due compagnie che assicurano i collegamenti, la Cosmic Air e la Gorkha Airlines, non possono prevedere in anticipo se il volo si farà o meno. Sono i piloti che decidono. E i passeggeri, aspettano. Ogni mattina alle sei si precipitano lungo il nastro d’asfalto che costeggia il fiume e scrutano il cielo speranzosi. D’estate, durante il monsone, l’attesa è breve. Se entro le otto del mattino da Pokhara non arriva nessun aereo tutti se ne vanno per ripresentarsi l’indomani. Dopo le otto il vento si leva soffiando sempre più violento sulla vallata e atterraggi o decolli sono impossibili.
Al caffé sopra il posto telefonico pubblico ritroviamo Kaila, uno dei porter che ci aveva accompagnato tre anni prima sul Thorong La. È felice di vederci. Incontrarlo mi fa sentire ancora di più a casa. Gli chiediamo notizie di Razu, il nostro sirdar. Razu è partito a cercar fortuna in Europa, ci dice. È clandestino da qualche parte. E aggiunge : « una brutta scelta, la sua ». Quattro svizzeri bivaccano al caffé. È da tre giorni che sono bloccati a Jomsom. Avevano fretta di arrivare a Kathmandu e quella mattina avevano prenotato un elicottero, un elicottero taxi, che venisse a prenderli. Sul punto di salire a bordo si era però presentato un russo, un famoso astronauta russo, ci dicono. Aveva offerto 1000 $ al pilota che l’aveva preso a bordo con un paio di amici. Gli svizzeri, furiosi, erano stati lasciati a terra.
La storia circola in pochi minuti e tutti sono al corrente. A Jomsom, quel giorno, si parla solo di questo. Del russo spocchioso, dell’arroganza del denaro, e di come riuscire a scendere. Di quanti giorni ci si mette a piedi. E di come raggiungere Pokhara da Beni ora che la strada se la sono portata via i fiumi.
Una coppia di francesi, lei bionda, eterea e bellissima, lui cupo e un poco depresso, sorseggiano un caffé senza guardarsi. Erano partiti da là cinque giorni prima per il Mustang, raccontano Erano riusciti a prendere l’ultimo aeroplanino che era atterrato da quelle parti e l’indomani erano partiti a piedi. Poi la crisi. Lei parla di angoscia. Di montagne immense, di senso di solitudine e di abbandono. Del suo sentirsi perduta in un mondo ostile. Lui del mal d’altitudine. Della nausea, dell’emicrania, del cuore che gli batteva a mille. Dopo tre giorni e un’ultima notte trascorsa a dormire in una casa di pastori perché il vento era così forte che la tenda non stava nemmeno in piedi, la decisione di tornare indietro. Non ce l’avevano fatta ed erano tristi. Si rassicurano a vicenda sostenendo che tornare era stata la scelta migliore. Ma si capisce che non sono convinti. Kaila, che li accompagnava, alza le spalle e mi strizza l’occhio.
Poi tentano di incoraggiarci. Ci dicono che loro montagne così immense non le avevano mai viste. Che al massimo avevano camminato sulle Alpi. Che se ne erano arrivati là direttamente da Parigi. Tre giorni prima erano ancora dietro a una scrivania.
Ma hanno trent’anni. Noi venti di più. Mi rassicuro pensando che stiamo facendo la cosa giusta. Saliamo lentamente e lentamente il nostro sangue produrrà quei preziosi globuli rossi che ci permetteranno di continuare a salire senza subire gli inconvenienti del mal di montagna : nausea, mal di testa, tachicardia, inappetenza, insonna, vomito, mancanza di equilibrio. E poi, mi dico, si può sempre scendere. Guido, mio cugino, veterano dell’Himalaya e medico in parecchie spedizioni me lo ha detto e ripetuto. La regola d’oro, Chiara, è una sola : quando tre dei sintomi classici si sommano, non esitare, scendi subito...bastano cinquecento metri. Se si scende non si corre nessun rischio.
Posto che si possa. Al campo base del Thorong La, tre anni prima, Claudio, a 4900 metri, di brutti sintomi ne aveva avuti quattro. Tachicardia, mal di testa, nausea e vomito. Ma scendere non si poteva. Era notte e nevicava. E il sentiero era estremamente esposto. Troppo rischioso per qualcuno che aveva difficoltà a stare in piedi.
Verso sera porto Kishan al negozio che vende materiale da montagna e gli compro un paio di scarpe. Sono le prime scarpe che possiede, mi dice Goma. La prima volta che si toglie le tong. Kishan si lascia fare. È intimidito. Lascia che io gli tocchi i piedi per vedere se l’alluce tocca la punta delle scarpe. Mi guarda come guardano i bambini. La mattina dopo ce le ha ai piedi. Fa finta di niente. Poi si guarda le scarpe e mi sorride.
Dedichiamo un’ora agli ultimi acquisti. Da lì in poi, sarà difficile trovare pile, sigarette, carta igienica, biscotti. Per precauzione affitto due sacchi a pelo pesanti. Di notte, già a Jomsom che è appena a tremila metri, fa freddo.
I portatori hanno trascorso tutto il pomeriggio al lodge a lavare magliette e calzettoni che poi asciugano al vento. E a giocare a carte. Comincio a conoscerli. Oltre a Goma, il sirdar, a Ram, il suo assistente, a Dilish il cuoco, ci sono Chitra e un altro Ram, che vengono da un villaggio del Kumbu, ai piedi dell’Everest, Kumar e Dinesh che sono Gurkha, Arjun, che ride sempre, e Kishan. In pochi masticano qualche parola di inglese, ma pian piano ognuno di loro diventa una persona. Il secondo Ram, lo noto perché è bellissimo. Ha degli splendidi occhi a mandorla, uno sguardo serio e un’eleganza naturale. Sembra uscito da una pubblicità di Benetton. Chitra, biascica un po’ di inglese. Vengo a sapere che ha già fatto il Manaslu e il Makalù. Non fino in cima, ci tiene a precisare. Sul Makalù è arrivato solo a settemila, fino all’ultimo campo base. Kumar, quando mi deve passare qualcosa, il sale, una tazza, in segno di rispetto mette le mani a coppa e china il capo. Dinesh, cammina sempre davanti a tutti e porta un fazzoletto da pirata sulla testa. Arjun, quello che ride, è il più schivo. E poi c’è Kishan. Che mi sta sempre vicino. È sempre a portata di sguardo. Non mi lascia mai. Mi segue. Come un cagnolino.
La sera ceniamo a lume di candela perché è saltata la corrente. Prima di dormire usciamo a fare due passi fino alla caserma degli allievi ufficiali. Chiediamo di Bobim e dei suoi amici al ragazzo che sta di guardia alla garritta. È buio e lui ci illumina la faccia con una torcia. Poi ci invita ad accomodarci in quella che chiama « sitting room » e che in realtà assomiglia più ad un deposito di materiale da spiaggia fuori stagione. C’è qualche sedia di legno sbiadita dal sole e un materasso arrotolato per terra.
I ragazzi, che avevamo incontrato sul Tata bus per Beni, non si fanno aspettare. Dall’aria assonnata capiamo che li hanno tirati giù dal letto. Ma resta che sono felicissimi di vederci. Li baciamo e abbracciamo, all’occidentale. Loro sono impacciati nel fare quel gesto, ma non si tirano indietro. Finiti i baci uniscono le mani davanti alla faccia e chinano il capo pronunciando il saluto nepalese. Namaste. Siamo onorati della vostra visita, ripetono. Molto onorati. Erano riusciti ad arrivare in tempo in caserma, raccontano. Avevano camminato, corso, tutta la sera e tutta la notte illuminando il sentiero con le pile. All’alba, arrivati a Lete, erano riusciti a prendere il jeeppone fino a Jomsom. In tempo per non essere puniti. È stata dura, dicono sorridendo. Abbiamo sfasciato le scarpe. E i piedi, aggiunge Bobim, il citatore di Shakespeare.
Rientrando al lodge, nel buio, ammiriamo il cielo stellato.





6/ Il regno di Lo cmincia a Kagbeni...

Rileggo le note che ho preso sul mio moleskine (Chatwin oblige...). Ho scritto : il Mustang comincia a Kagbeni.
Cerco di ricordare. Ma il ricordo si sovrappone. A Kagbeni c’ero già stata tre anni prima. Ricordo una visione magica, al tramonto, mentre affaticati scendevamo dal Thorong La. Di colpo le nuvole si erano dissipate. In basso, alcune centinaia di metri sotto di noi, c’era Muktinath. Sullo sfondo, lontano, poste su piani diversi, le cime innevate del Dolpo, la fascia verde intenso dei campi di orzo, e l’ocra e i rossi di uno sterminato deserto di sabbia e rocce. Tra i due un puntino, su un’ansa del Kali Gandaki. Quella è Kagbeni, mi aveva detto Razu, la guida di allora. Da là in poi non si può passare. Da là in poi, c’è il Mustang. Difficile. Impervio. Inospitale.
A Kagbeni ci eravamo fermati qualche ora il giorno dopo. Una breve sosta. Fino al cartello « Unregistered entry to Upper Mustang is illegal ». Quel giorno mi ero ripromessa che ci sarei tornata.

Lasciamo Jomsom a mattino avanzato. Non c’è fretta. Tra Jomsom e Kagbeni, dove contiamo pernottare visto che il permesso di ingresso in Mustang scatta solo l’indomani, appena quattro ore di cammino. Procediamo costeggiando il Kali Gandaki sulla riva sinistra. I primi segni del regno di Lo, come la gente di qui chiama questa regione, si fanno vedere. Un gruppo di cavalieri che scende la montagna lungo un sentiero scosceso. Cavalli piccolini, con selle e bardature colorate, fili e campanellini. Un paio di case di sassi e fango con degli strani trofei fatti di teste di yak, pietre e piume di fronte al’ingresso.
Incrociamo due svizzeri a cavallo in provenienza da Muktinah. Ci avvertono che dovremo affrontare un guado difficile. Il Panga Khola, un affluente del Khali Gandaki, è gonfio dell’acqua delle piogge degli ultimi giorni. Scende giù forte e violento e il ponte di legno è stato spazzato via. Loro, ci dicono, l’hanno attraversato a cavallo, ma dubitano che lo si possa attraversare a piedi.
Arrivati in vista del fiume dubitiamo anche noi. I portatori percorrono la riva in su e in giù alla ricerca di un guado possibile. Discutono. Poi alcuni di loro si lanciano. A piedi nudi, le scarpe in cima alle gerle. Oscillano. Ogni tanto si fermano in mezzo ai flutti per ritrovare l’equilibrio. L’acqua scende violentissima, marrone e così torbida da sembrare un solido nastro di fango. Il boato del torrente è così forte che per parlarsi bisogna urlare. Mi siedo su un sasso, mi cambio le scarpe. Ho portato con me le scarpe da torrentismo acquistate in America l’anno scorso. Il Mustang, lo si sa, è terra di guadi. Finiti i ponti sospesi che collegavano più sotto i due versanti di una valle. D’ora in poi si scende fino al fiume, lo si attraversa e si risale dall’altra parte.
Chitra arriva per primo sull’altra sponda e fa segno agli altri di seguirlo. Goma inizia ad attraversare tastando il fondo con un bastone. Poi di colpo fa una smorfia e torna indietro. Pietre e sassi rotolano sotto l’acqua trascinati dalla corrente e una pietra gli è finita sul piede. Goma, il sirdar, sanguina copiosamente. Si esamina il piede, poi riparte. Ora tocca a noi. Tutti gli altri sono già passati e ci fanno grandi gesti indicandoci questo o quel punto del fiume. Kishan è sull’altra riva. Mi fa anche lui dei segni, poi, si toglie la gerla col carico e riattraversa il fiume. Mi prende per mano. « Go, didi... go», mi dice. Didi. In nepalese, sorella. Sorella maggiore.
L’acqua è gelida. Muovo i primi passi nell’acqua. Sento i sassi e le pietre che mi sbattono contro le caviglie e i polpacci. Tento di avanzare più in fretta che posso. Prima di risalire sull’altra riva perdo l’equilibrio. Sto per rovinare in acqua ma Kishan mi tiene forte e Dilish, il cuoco, che nel frattempo è rientrato in acqua per venirmi a prendere, mi afferra l’altra mano.
Mentre mi asciugo seduta su una roccia arriva un gruppo di monache. Sono sei o sette, tutte col capo rasato e vestite di rosso. Ridono spaventate guardando i flutti. Poi si tolgono le scarpe si rialzano le tonache fino alla vita mostrando impudicamente le cosce. E si lanciano nel fiume tenendosi per mano e formando una catena. Passano quasi tutte. Due sole sono ancora sull’altra sponda. Non si decidono. Ridono, fanno di no con la testa. Sono spaventate. Un uomo si immerge nell’acqua, le raggiunge, si carica sulle spalle le loro cose e le accompagna dall’altra parte tenendole per mano.
Salgono in pellegrinaggio a Muktinath, mi spiega Goma, che nel frattempo ha infilato il piede sanguinante nella scarpa come se niente fosse. Sono monache tibetane. Rifugiate. Arrivate a piedi dal loro monastero di Kathmandu.
Le monache fanno capannello e ridono esilarate. Poi, in pochi minuti, spariscono dalla nostra visuale. Riesco a intravederle da Eklai Bhatti, un gruppo di case da cui si diparte il sentiero per Muktinah. Sei o sette puntini rossi che si inerpicano veloci su per la montagna.

Kagbeni è un’oasi di verde. Una cittadina medievale alla confluenza del Kali Gandhaki con lo Jhong Khola. Vicoli stretti e acciottolati, portici, pertugi, cortili. Tutto comunica con tutto. Finestre in legno così piccole che ci passa appena una testa. Mucche, vitelli pulciosi, cavallini al guinzaglio di bambine scalze e scarmigliate. Nasi che colano. Volti, mani e piedi anneriti dal sole e dalla fuliggine. Occhi neri. Capelli neri. Fili di lana intrecciati ai capelli delle donne. Lapislazzuli, argento e ambra in quelli degli uomini. Donne con il rosario nella mano sinistra. Uomini che il rosario invece lo portano al collo. Vecchie che pregano sedute sui gradini di fronte a casa. Porte d’ingresso che si aprono a metà. La parte in basso chiusa per non far uscire gli animali. Qui la gente vive assieme agli animali. E ne condivide il ritmo di vita. Una donna, seduta a terra, allatta al seno un bambino. Un matto parla con un cavallo legato alla porta di casa.
All’ingresso del paese un chorten imponente. Leggermente sopraelevato, un gomba coi colori del buddismo sakya : giallo, rosso e grigio.
Un giovane monaco, all’ingresso del gompa mi spiega in un pessimo inglese i fondamenti del buddismo. Mi dice che loro, i monaci sakya, tra pochi mesi scenderanno tutti a Dheradun, in India. Sverneranno là, dove si trova il rimpoché a capo del loro movimento. Poi mi indica la vetta del Thorong La che si intravede appena svettare sopra Muktinath e le nuvole. Noi la chiamiamo Yakhuba, mi dice. Yakhuba, fronte di yak. Non vedo il bianco della neve perenne che circonda la cima ? Proprio come la fronte bianca degli yak, mi confida.
Fa freddo. Sta calando la notte. Il monachello si copre le spalle nude con un lembo della sua tonaca bordeaux. Ai piedi ha un paio di scarpe da ginnastica. Mi piace il buddismo, mi chiede ?

Vagabondo su e giù per i vicoli del villaggio. Kishan mi segue. Sempre a qualche passo da me. Dal balcone di una casa dipinta di rosso un ragazzo con un neonato al collo ci osserva. « Ciao, Kishan » grida, poi gli rivolge qualche parola in nepalese. Kishan sorride. Il ragazzo è francese. Mi racconta che vive là da qualche mese assieme alla sua compagna e al loro bambino. Kishan li aveva aiutati a trasportare il bambino da Beni. Lo conoscono bene, Kishan ? I due sorridono. Tutti, nella valle, conoscono Kishan, mi fa lei.

All’uscita del villaggio, proprio in prossimità del posto di frontiera, un lungo muro di preghiera. Due contadine che rientrano dai campi lo percorrono tutto facendo girare uno a uno i mulini da preghiera.
Ceniamo deliziosamente al nostro lodge al lume di candela. Zuppa di funghi, verdure saltate e riso al latte profumato alla cannella. Durante la cena ogni tanto compare una vecchia. Ci fissa a lungo, poi scompare dietro a una porta per ricomparire qualche minuto dopo e fissarci di nuovo. Uno stuolo di ragazzine prepara il cibo e sprepara la tavola. Ci corichiamo prestissimo. Domani entreremo nel regno di Lo.





7 Da Kagbeni a Chele...

/« A cosa assomiglia il Mustang ? Al sud marocchino ? Alla Monument Valley ? E chi percorre il Mustang ? Pastori che conducono capre e pecore. Gruppi di donne. Uomini a cavallo. »
Questo ho scritto sul mio notes. Poca cosa per descrivere la giornata di marcia da Kagbeni a Chele.
Eppure mi ricordo.
Il passaggio della frontiera, per prima cosa. Il Mustang è stato aperto agli occidentali nel 1991. Resta un’area ad accesso limitato, nel senso che ogni anno il governo nepalese rilascia agli stranieri al massimo mille permessi di passaggio. Numerose le limitazioni poste a chi vuole inerpicarsi in queste zone. Che ci vengono enumerate e comunicate dal funzionario di frontiera, un uomo sorridente e inequivocabilmente dotato di potere.
Vietato raccogliere legna e usarla per cucinare o per riscaldarsi.
Obbligatorio registrare tutto quanto trasporta la spedizione, per verificare che le bottiglie o le scatolette vengano riportate tutte indietro. All’uscita i rifiuti in vetro e plastica saranno pesati e dovranno essere compatibili con quanto dichiarato all’ingresso.
Proibito distribuire denaro o altri oggetti alla popolazione locale.
Vietato allontanarsi da soli, lasciando indietro il sirdar.
Vietato viaggiare in gruppi di meno di due persone.
Vietato pernottare in casa di gente del luogo.
Vietato raggiungere la frontiera con la Cina appena venti chilometri a nord di Lo Manthang.
Vietato compiere qualunque gesto che possa offendere la religione, e la cultura locali.

Il posto di frontiera è situato ad un’estremità del lungo mani di preghiera che attraversa il villaggio, all’uscita nord di Kagbeni. Sul tetto, due soldatini in tuta mimetica con un fucile mitragliatore a tracolla ci sorridono e ci salutano con calore. Ascoltiamo compunti le regole che vigono in Mustang e firmiamo numerosi documenti. In teoria dovremmo essere accompagnati da un liaison officer, un funzionario che controlla che i viaggiatori non contravvengano alle regole appena elencate. Ma arrivati a Kathmandu, Navio ci aveva informato che era sempre più difficile trovare dei funzionari disposti ad adattarsi ai ritmi di marcia massacranti, all’altitudine, alle infinite salite e discese di questa terra. Che alla frontiera lo sapevano e avrebbero chiuso un occhio. Al liaison officer, infatti, non accenna nessuno.
Su un muro dell’ufficio un pannello riporta il numero di occidentali che ogni anno hanno percorso il paese. 978 nel 2000; poi, via via, un calo: 765 nel 2005 e appena 581 nel 2006. Le statistiche del 2007 non erano ancora state elaborate. Il librone che ci fanno firmare indica che al momento in giro per il Mustang c’erano circa una decina di occidentali.
Usciti da Kagbeni ci inerpichiamo lungo un sentiero che taglia in diagonale un ripido pendio proprio sopra il Kali Gandaki. Più che un sentiero è una traccia instabile appena scavata nell’argilla. Non guardo in basso, dove scorre ruggendo l’acqua del fiume, ma mi concentro su dove mettere i piedi. I portatori proseguono agili e veloci e in breve tempo spariscono dalla nostra visuale. Da lontano avanza verso di noi un gregge di capre. Sono centinaia. Seguono un pastore che non cessa di lanciare dei fischi acuti per indurre gli animali più riottosi o distratti ad avanzare. Le capre salgono e scendono disordinatamente lungo il pendio e così facendo smuovono la terra. A tratti fanno rotolare sul sentiero gragnuole di sassi e pietre. Attendo al riparo di un roccione che il gregge si allontani.
Tangbe, il primo villaggio che incontriamo, è annunciato da tre chorten. Uno nero, uno bianco e uno rosso, i colori che ritroveremo lungo tutto il percorso e che caratterizzano tutto l’alto Mustang. Il villaggio sembra disabitato. Percorro curiosa dedali e viuzze, che si snodano tra case intonacate. Non un’anima viva. Solo un cane che abbaia furiosamente non appena ci vede. Gli abitanti li ritrovo poco dopo. Sono tutti a lavorare nei campi di orzo, o nei frutteti attorno al villaggio. Uomini, donne, bambini.

La parete di roccia, sull’altra sponda del fiume, è interrotta da buchi, troppo regolari per essere delle grotte naturali. Ma troppo inaccessibili per essere stati utilizzati come abitazioni. Nessuno mi sa dire che cosa sono, nemmeno a Chhuksang, il villaggio cui arriviamo un’ora dopo alla fine del sentiero vertiginoso sul Kali Gandaki.
A Chhuksang gustiamo per la prima volta il pranzo cucinato da Dilish. La velocità dei portatori quella mattina, è presto spiegata. Loro corrono avanti, con le loro gerle stracariche per arrivare prima di noi alla tappa pranzo e permettere a Dilish di installare la cucina. Il pranzo viene servito su grandi vassoi di bambù. Dilish scruta le nostre facce per vedere se siamo soddisfatti e bisogna ammettere che, se non altro, il menu è ricco. Patate lesse, una frittata di cipolle, del mais, e una macedonia di frutta in scatola.
Chitra è addetto a servire il caffé. Prepara le tazze, distribuisce il caffé liofilizzato, versa l’acqua bollente e mette lo zucchero e mescola. Il secondo Ram sparecchia. Kumar lava i piatti e le pentole sul greto del fiume utilizzando la sabbia. Ognuno ha un ruolo. Salvo Goma, il sirdar, e Ram, il suo assitente. Che si riposano bevendo il rakhsi, un alcol locale estratto, credo, dall’orzo. Pian piano mi risulta sempre più chiara la logistica del gruppo e le relazioni gerarchiche che intercorrono tra i portatori. Goma e Ram, portano solo il loro zaino e arrivati alla tappa, una volta deciso dove dormire e cosa mangiare, si riposano. Dilish, si occupa unicamente della cucina e delle spese. È lui che sa dove trovare le verdure, dove comprare i polli o le capre da macellare e cucinare. I ragazzi piantano le tende, e fanno l’intendenza. Kishan è l’elettrone libero. È un pariah, Kishan, e dunque quasi sempre è lui che è incaricato dei lavori più umili. Forse, per questo, è sempre accanto a me. Mentre scrivo il diario si siede vicino e mi guarda. Con lui ho l’impressione che le mie mani sappiano fare magie.

Chhuksang è un borgo di poche case. Sulla porta di ingresso hanno appese delle corna di montone cui sono legati dei rametti con dei fili colorati. Il tutto a formare un rombo. Il maestro di scuola che si ferma a chiacchierare con me all’ingresso del villaggio, mi spiega che sono gli zor e che catturano gli spiriti maligni impedendo loro di entrare nelle case.
Oggi, mi dice, è un giorno speciale. Tutti i maestri delle scuole del Mustang si riuniscono a Chhuksang. Per discutere dei programmi e degli scolari. Arrivano a cavallo da Lho Manthang e da altri villaggi sperduti. Lui, nel Mustang, ci vive da vent’anni, mi dice. Una vita dura. D’inverno, però, scende a valle come tutti gli abitanti della regione. E allora trascorre alcuni mesi con la sua famiglia. E vede i suoi figli. A volte, da un anno all’altro stenta a riconoscerli.

Chhuksang è posta sul greto del Narshing Khola, l’ennesimo affluente del Kali Gandaki. Da qui partiva la strada che percorrevano le carovane per raggiungere, più in alto, le grandi miniere di sale. E sempre da qui parte l’ennesimo sentiero che porta al santuario di Muktinath.
Sul greto del fiume tre sadhu, o holy men come li chiamano qui, stanno facendo il bucato. Adagiati sui sassi, grandi teli colorati rosso, arancione e giallo. Loro chiacchierano tranquilli, seminudi, i capelli lunghi arrotolati dentro i loro turbanti. Un altro sadhu, un poco più anziano e con una lunga barba bianca, se ne sta in disparte e fissa immobile l’acqua del fiume.

Passeggio sul greto del fiume in attesa di ripartire. È più o meno a questa altezza, attorno ai 3000 metri, che si trovano le ammoniti fossili. Frotte di ragazzine le offrono ai camminatori proprio all’ingresso del paese. Dei bei sassi neri, rotondi, che, una volta rotti, rivelano l’impronta di una conchiglia in forma di spirale.
Qui, nella notte dei tempi, c’era un mare. Un mare-lago, infossato tra le montagne.
Una ragazza del paese ci fa cenno di seguirla. La seguiamo in quattro. Claudio, Chitra, io e l’inevitabile Kishan. Cammina spedita davanti a noi e ogni tanto si ferma ad aspettarci senza girare il capo ma tracciando dei segni sulla terra col bastone. Ci porta poco lontano dalle case ai piedi ai alcuni coni spettacolari di roccia cui l’erosione ha dato la forma di canne d’organo. Ci arrampichiamo per un pendio scosceso e la ragazzina ci indica un pertugio che permette di infilarsi dentro ad uno di questi coni. Alla fioca luce di una pila ci rendiamo conto che all’interno il cono è stato scavato e che vi sono tre piani a cui si può accedere salendo su per delle rudimentali scalette fatte di rami e appoggiate alla roccia. In alto, al piano superiore, una minuscola stanzetta. È così buio al’interno che anche alla luce della pila, all’inizio, non mi rendo conto che le pareti di roccia sono affrescate e che la stanzetta non è altro che un piccolo gompa con la statua del Buddha al centro. Una meraviglia. Angeli e demoni che si danno battaglia. Il Buddha è seduto in mezzo al groviglio dantesco e esibisce la consueta espressione serena.

Un paio d’ore di cammino, un paio di fiumi guadati facilmente, e arriviamo a Chele, il villaggio dove ci fermeremo per pernottare. Subito prima di Chele, un canyon spettacolare. Alte pareti rosse sulla riva orientale del Kali Gandaki. E anche qui una fila ordinata di caverne. Inaccessibili. È Goma che mi racconta che alcune decine di anni fa era proprio in queste caverne, in passato utilizzate come rifugi o come luoghi di sepoltura, che si nascondevano i guerrieri khampa. Temuti per secoli dai viaggiatori per la loro ferocia e per i loro cani, questi terribili guerrieri tibetani furono i principali attori della resistenza anticinese, in seguito all’occupazione del Tibet. Su ordine del Dalai Lama, all’inizio degli anni ’70, tutti cedettero le armi. In molti si suicidarono.

Chele è un piccolo agglomerato di case in cima ad uno sperone di roccia. I portatori hanno già piantato la nostra tenda nel cortile, sul retro di una casa. È una tenda rossa, piccolina ma all’interno spaziosa.
Ceniamo a casa della gente che ci ha permesso di piantare la tenda nel cortile. Lì incontriamo Benno e Karine, una coppia di ragazzi svizzeri, di ritorno da Lo Manthang. Sono affascinati dal viaggio che hanno fatto e ci raccontano che cosa ci aspetta da là in poi. Dicono che è faticoso, ma fattibile. Poi, quando vengono a sapere che siamo italiani, ci informano che a Lo Manthang incontreremo tre compatrioti, tre ragazzi molto giovani, che stanno restaurando un monastero. Stanno facendo un lavoro formidabile, racconta Benno. Dovete andare a trovarli.

La notte è scandita dall’abbaiare concitato dei cani. Sono i cani dei khampa. I feroci mastini tibetani che la gente tiene a catena nei cortili della case. Quando mi sveglio, all’alba, tutto è avvolto da una bruma rosata.





8/ L’altitudine gioca brutti scherzi...

Il primo risveglio dopo la prima notte in tenda è antelucano. Il segnale che è ora di partire ce lo dà Kishan depositando una bacinella di acqua calda all’ingresso della tenda. Chitra, ci porta una tazza di caffé.
Fuori fa ancora molto freddo e il paesaggio è immerso nella nebbia.
In pochi minuti Chele scompare dietro alle nostre spalle.
Il sentiero sale. Si inerpica ripido fino ad un altipiano per poi diventare un camminamento artificiale scavato nella roccia. In basso, vertiginosamente più in basso, il Kali Gandaki.
Ho l’impressione di essere sul Brenta lungo la via delle Bocchette. Stesse rocce rosse. Stessa parete verticale. Stesse vertigini. Il silenzio assoluto. I portatori salgono veloci. Presto non sono altro che puntini che scompaiono e ricompaiono ad ogni curva.
L’altitudine comincia a farsi sentire. Ho le gambe molli, un principio di nausea e faccio fatica a salire. Neanche due ore di camminata e sono già stanca. Una pietra, su cui è stata dipinta in rosso una grande falce e martello, indica che siamo a quota 3620. Troppo poco per cominciare a stare male, mi dico . Sono inquieta e decido di tenere il malessere per me.
La falce e martello tracciata con la vernice rossa sulla pietra è segno che siamo entrati in zona maoista. I racconti sui maoisti, lungo queste valli, si sprecano. Si racconta che scendono a cinquanta, a cento nei villaggi, che passano da una casa all’altra pretendendo cibo e che all’alba se ne vanno carichi di riso, patate, e accompagnati da qualche capra. Si racconta che in alcuni casi inviano una staffetta ad avvisare del loro arrivo. Che riuniscono gli abitanti la sera nella piazza del villaggio, li costringono ad assistere ad uno spettacolino di canti e danze rivoluzionari, e poi pretendono un balzello. Che la gente ha paura. Che nessuno ha dimenticato quello che facevano prima che il loro capo, Prachanda, entrasse a far parte del governo. Rapivano gli adolescenti per arruolarli nelle loro fila. Assassinavano i responsabili degli uffici postali o quelli che nel loro negozietto tenevano il telefono satellitare per comunicare col mondo. « Per comunicare all’esercito le loro postazioni », ribadivano gli adolescenti soldato con la bandana rossa sulla testa. Alcuni ricordano che i ragazzini più giovani, quando sparavano, ridevano.
A pochi metri dal crinale oltre l’alta parete di roccia una coppia di francesi che scende verso Kagbeni/Jomosom. Sono delusi. Dieci giorni, dieci giorni di fatica, e non un raggio di sole. Lui, un geologo, racconta di essere già stato tra queste montagne una decina di anni fa. Qui c’è tutta la storia della terra, mi dice. Un paradiso per noi geologi. Peccato non avere avuto il sole. Senza il sole le cime non si vedono. E le cime, da queste parti, sono spettacolari...

A Samar, quattro case e un gompa nascosti tra i pioppi, facciamo una prima sosta. Io, mi sento sempre peggio. Oramai non ho nessun dubbio. Ho il temuto mal di montagna. Mi dico che devo far attenzione ai sintomi. Ricordo le parole di Guido, il cugino alpinista : tre sintomi e bisogna scendere. Cinquecento metri più in basso, e sei a posto. Per il momento sono stanca e ho un inizio di nausea. Il che fa un sintomo e mezzo, visto che la stanchezza con tutte le salite e discese che abbiamo nelle gambe più che un sintomo è una conseguenza logica dello sforzo. Ma lo penso per rassicurarmi. Non voglio tornare indietro. Non voglio scendere.

Usciti da Samar passiamo sotto un grande chorten dipinto di rosso, nero, giallo e bianco, tutti pigmenti ricavati dalle rocce locali. Si sale e si scende, per salire e scendere di nuovo. Qui, nell’alto Mustang, non ci sono i ponti che permettono di passare da un versante della valle all’altra. E le valli sono profondissime. A Bhuna, dove sostiamo per pranzare sono letteralmente sfiancata.
Bhuna è quello che i francesi chiamano lieu-dit. Tre case, una a fianco all’altra, abitate da una vecchia semicieca e da due uomini. Vecchissimi anche loro. A stare a Goma la vecchia è sempre vissuta maritalmente con i due pastori. Da queste parti, ci dice, capita che le donne abbiano anche due mariti. Magari due fratelli. È più pratico così, continua, e ridacchia.
La donna e i due uomini al nostro arrivo levano appena lo sguardo. Non si avvicinano. Non parlano tra loro. La donna, ad un certo punto, si alza in piedi, si dirige lentamente verso di noi, poi cambia idea e si allontana. È semicieca, l’abito a brandelli, un paio di scarpe da ginnastica sfondate ai piedi. Uno dei due uomini è semidisteso davanti all’ingresso di casa. L’altro ci fa strada in una stanza buia col pavimento di terra. Dal tetto filtra qualche lama di luce, che suggerisce grosse infiltrazioni d’acqua durante le piogge monsoniche. Dilish ha già installato la cucina e sta preparando il pranzo. L’uomo ci guarda nervosamente. Non riesco a a sostenere il suo sguardo ed esco. Sono sempre più stanca e desidero solo stendermi da qualche parte e dormire. Un leggero mal di testa si aggiunge alla nausea.

Il ricordo del resto della giornata si confonde con la sofferenza. Sofferenza a salire. I polmoni che scoppiano. Le gambe che cedono. Un guado. Due guadi. L’acqua gelida sulle gambe. Salite e discese infinite. La speranza di intravvedere il passo ad ogni tornante. Il mal di testa che è divenuto lancinante. Mi dico che devo scendere. Che è pericoloso continuare, ma continuo. Ho letto che l’edema dovuto all’altitudine colpisce quelli che non riescono a decidersi per la discesa. Il corpo anela al riposo, ma la mente è confusa. Scendere diventa cedere. Scendere diventa tabù. Resto sempre più indietro. Perdo di vista i portatori. Poi Goma. Poi Claudio. Mi sforzo a mettere un piede davanti all’altro. Penso solo ad arrivare. Mi fermo e mi siedo sul sentiero.
Chiudo gli occhi e aspetto che passi.
Kishan mi tocca leggermente sulla spalla.
Non ha la gerla. Non ha nessun carico sulle spalle. È sceso a cercarmi. Non dice niente. Si siede vicino a me. Mi costringe a bere dalla borraccia. So che più si sale più bisogna bere. Ma non ho sete.
Il cielo si fa sempre più grigio.
« Go, Didi, go... ». Kishan non parla inglese. Sa dire thank’you, water, e go. Si alza in piedi e mi guarda. Poi scuote la testa. Mi prende lo zaino e inizia a salire. Si volta. Go, didi, go.

Arrivo sfinita al passo di Yamdo La. 4100 metri. Il mal di testa si fa insopportabile. Mezz’ora dopo, me ne sto distesa all’interno della tenda. Siamo scesi a 3900 mt. Ma i sintomi persistono. Non mi sono cambiata, non mi sono nemmeno tolta le scarpe. Kishan fa la spola tra la cucina e la tenda e mi obbliga a bere tazze su tazze di thé zuccherato. Mentre mi sforzo di ingollare la bevanda mi osserva silenzioso. Fa freddo. Un’aria gelida che scende dalle cime innevate. Uno squarcio di nubi e intravvedo un ghiacciaio proprio sopra di noi.

Prima di crollare addormentata mi rendo appena conto che Shyangmochen, la nostra tappa, non è altro che un paio di case e una stalla.



9/ A casa della nipote del re....

La notte è tutto un entrare e uscire dalla tenda per pisciare.
Buon segno. Si chiama acclimatazione.
All’alba, mentre esco per l’ennesima volta a fare i miei bisogni scopro che dietro il muretto a secco contro il quale è piantata la nostra tenda c’è un tappeto di fiori. Sembrano anemoni. Di tutti i colori.

Non sono morta.
Quello di morire è stato l’ultimo pensiero che ho avuto il pomeriggio prima di crollare addormentata. Il temutissimo edema non mi ha colto nella notte. Prima di addormentarmi avevo pensato che in fondo non mi sarebbe dispiaciuto morire in montagna.
Sto meglio. Mi rendo conto la mattina che di sintomi il giorno prima ne avevo ben quattro, il che costituisce allerta rossa. Mal di testa, nausea, stanchezza e « dizziness », e cioè una strana confusione deambulatoria e mentale. Mi è rimasto soltanto il mal di testa, ma molto meno forte del giorno prima. Sono rinfrancata. Posso continuare.
La notte è piovuto e tutto è bagnato. La tenda è bagnata, il terreno è bagnato, le scarpe che inavvertitamente ho lasciato fuori dalla tenda, sono bagnate pure loro. Infilo due paia di calzetti, uno sopra l’altro, per evitare le fiacche. Partenza difficoltosa.

Dopo un primo scollinamento la sosta accanto ad un gruppo di case. Ram e Goma spariscono all’interno di una di queste case. I portatori ridacchiano. Scopro che in quel borghetto producono il rakhsi. La sosta assomiglia alla sosta mattutina in osteria.
Esce il sole e di colpo asciuga tutto. Fa caldo, sempre più caldo. Via il doppio calzetto, la giacca a vento, il pile pesante, la calzamaglia, il pile leggero. Meraviglia di salire in maglietta.
Il caldo, il sole rendono il paesaggio meno ostile. Il Nyi La, 4200 mt, il passo che scorgiamo sopra di noi non mi fa più paura. Ciò non toglie che si cammina piano. Leggo sul mio moleskine : « Nyi la : 35 minuti per percorrere quattrocento metri ». Quattrocento metri lineari in salita. I portatori tagliano i tornanti e salgono su dritti dritti scegliendo il percorso più ripido. A tratti si fermano. Appoggiano le loro gerle contro uno spuntone di roccia e si riposano. Io salgo a zig zag. Lentamente. Cercando di adeguare i battiti del cuore al passo.
Un cavaliere scende verso di noi al galoppo. Un cavallino piccolo, con la sella rossa e verde e campanellini e fili di lana colorati intrecciati alla coda. Qualche minuto dopo è una mandria intera di cavalli a scendere verso di noi. Quattro mandriani e una cinquantina di cavalli. Gli incontri, da queste parti, sono visioni.

Settecento metri sotto di noi, a est, il villaggio di Gehling immerso in mezzo a campi verdissimi. A Gehling ci fermeremo al ritorno mi dice Goma. Oggi la nostra tappa è Ghami.

Ghami ci appare come una visione un paio di ore dopo, nel primo pomeriggio. Sembra di stare in un decoro artificiale. Come la scena di un teatro. Tre catene montagnose prima nere, poi arancioni e ocra, posizionate come delle quinte. All’estrema sinistra, una serie di colline verdissime. Giù nella conca, Ghami, circondato da ettari e ettari di campi.
L’ingresso al villaggio è solenne. Un lungo mani di preghiera che porta a un chorten con i colori sakia, arancione, giallo e nero. A destra e a sinistra del chorten altri due muri di preghiera. Un gruppo di ragazzini cenciosi gioca con una palla nelle vicinanze del chorten.
A Ghami contravveniamo allegramente al divieto di dormire a casa della gente del luogo. La nostra tenda è bagnata e quindi accettiamo l’ospitalità che ci viene offerta nientemeno che dalla nipote del re. La sua casa è molto spaziosa e confortevole per gli standard della regione. Tre piani che ruotano attorno ad un cortile a pianta quadrata il quale prende luce da un lucernario posto sul tetto. Finestre dipinte di legno intarsiato. Sul tetto è posta anche la nostra camera. Piccolina ma perfetta. Due letti di legno, una grande vetrata con una vista strepitosa sulle montagne, il muro di fango dipinto a calce di bianco. Abbiamo persino un tappeto tra un letto e l’altro. Pulcioso, ma sempre un tappeto.
Il tetto è il regno assoluto di una signora anziana e piccolina che non fa che scendere e salire le scale ripidissime che portano in alto. La vecchia è poco comunicativa, ed estremamente assorbita dai suoi compiti : spostare le erbe che seccano al sole su degli enormi teli di plastica, in modo tale che nessuna resti all’ombra. E posizionare le decine di vasetti di fiori che contornano il lucernario. Per quanto rudimentale, la casa della nipote del re è tutta un lusso. Sul tetto c’è una stanza con una tinozza dove finalmente mi posso lavare. Kishan porta due grandi tinozze d’acqua calda. Dopo giorni riesco ad insaponarmi e a farmi una doccia rudimentale con un pentolino con il quale pesco l’acqua dalla tinozza. Ai piani inferiori ferve un’attività frenetica. La nipote del re, una trentenne silenziosa dallo sguardo estremamente dolce, sta facendo il burro agitando un bastone in un contenitore alto e lungo fatto con dei vecchi copertoni. In una stanza che si apre sul ballatoio del secondo piano una ragazza tesse rumorosamente su un grande telaio di legno. In cucina, una cucina bellissima con tante pentole di rame appese al muro, un ragazzino sta accendendo il fuoco. Nel cortile interno Dilish sta approntando la cena mentre i porter giocano a carte seduti a terra. Giocano a carte e ridono.
Al ghompa del villaggio ci fa entrare discretamente il guardiano. Sta cuocendo delle strane frittelle all’interno di un antro oscuro e fumoso. Ce le offre. Assomigliano ai crostoli.
L’ingresso del ghompa è celato da due enormi tende nere, di tela grezza e dura, sulle quali campeggiano due grandi svastiche bianche. Non sono nuova al fatto che la svastica nel buddhismo sia il simbolo del sole e, più in generale, dell’armonia. Eppure ogni volta che in Asia ne vedo una provo un certo imbarazzo. Ricordo che in Birmania i ragazzi ce l’avevano dipinta sui caschi delle moto. All’interno del ghompa numerosi affreschi, libri di preghiera, lucignoli accesi, odore di grasso animale, muri anneriti dal fumo. Nessun lama che ci accoglie. Ho l’impressione che il ghompa sia poco frequentato.
Lungo le stradine del villaggio la gente di Ghami ci osserva in silenzio. Più ci si allontana, più ci si addentra in questa regione e più concreto è lo sporco delle persone. Una sporcizia assoluta. Degli abiti e dei corpi. La pelle del viso e delle mani, le uniche due parti del corpo scoperte, è letteralmente nera. I bambini hanno i capelli impolverati e gli abiti a brandelli. Il moccio cola loro giù dal naso tracciando sulla pelle una riga più chiara. Una vecchia, che avanza faticosamente davanti a noi, in una sradina, improvvisamente si accoccola a terra, solleva la lunga gonna di lana e defeca. Lungo i muri delle case frotte di anziani seduti a terra a snocciolare preghiere.
La sera mi rendo conto che la casa della nipote del re dispone di un piccolo ghompa privato. Al tramonto, un lama, il lama della casa, procede alla cerimonia della benedizione serale. Accocolato su deu cuscini dietro ad un tavolino salmodia quanto legge su un antichissimo libro di preghiera. Mi siedo ad osservarlo. Se ne sta tutto solo nel buio della stanza, tra mobili antichissimi, affreschi sui muri, centinaia di libri da preghiera incartati dentro strati e strati di seta e infilati in appositi cassettini, a salmodiare. Di fronte a lui, sul tavolino, una grande conchiglia intarsiata d’argento, un tamburello, due o tre campanellini, e una ciotola di riso. Ogni tanto il suo salmodiare cambia ritmo. Il lama alza il tono di voce, accelera, rallenta, soffia nella conchiglia che produce il suono dei corni da caccia, picchia sul tamburello, scuote i campanellini, sparge chicchi di riso attorno a sè. La mia presenza non lo turba. Il vecchio lama non smette di salmodiare nemmeno quando la nipote del re posa ai suoi piedi un vassoio con del riso bollito e una ciotola di thé. La donna entra nel piccolo ghompa compunta, il capo chino. Appoggia il vassoio a terra ed esce all’indietro senza voltar la schiena al monaco che comunque non la degna di uno sguardo assorbito com’è nella preghiera.
La notte avvolta nel sacco a pelo mi faccio cullare dallo scampanellio e dal suono ritmato del suo tamburo. Poi, improvvisamente, il lama è vicino a noi. Sul tetto, dietro la porta della nostra stanza. Ci benedice. L’ultima benedizione degli ospiti. Una nenia pronunciata con voce cavernosa. Poi il suono prolungato della conchiglia.



10/ TSARANG

Lasciamo Ghami la mattina presto.
Il sentiero all’uscita dal villaggio si infila giù per una stretta valle fino a un torrente che è attraversato da due ponti sospesi. Da lì risale bruscamente per aprirsi su un altipiano attraversato da un lunghissimo -mani di preghiera. A Ghami mi hanno detto che avrei incontrato il Mani più lungo di tutto il Nepal e probabilmente di tutto il Tibet. Mi dico che, se è così, sto probabilmente affiancando il mani più lungo del mondo.
I mani sono lunghi muri composti da pietre sulle quali pellegrini e viaggiatori hanno inciso preghiere, mantra o disegni a carattere religioso.
Eppure non è il mani che mi cattura, ma piuttosto le pareti di roccia rossa che circondano l’altopiano.
È un paesaggio assolutamente straordinario. Le rocce, altissime, rosse e infiammate dal primo sole della mattina, sono state scavate dal vento. Decine e decine di costoni affilati come la lama di un coltello lasciano intravvedere solchi stretti e profondi. Una mastodontica fisarmonica naturale.
All’inizio del mani, sulla sinistra, un dispensario dall’aria abbandonata. Un cartello all’ingresso spiega in inglese che la costruzione è dono dei giapponesi e che si tratta dell’unico dispensario di tutto il Mustang. Spingo leggermente il cancello di ferro e mi ritrovo in un ampio cortile di pianta quadrata con aiuole e fiori di campo. L’edificio è a un solo piano e tutte le stanze, dotate unicamente di una porta, si aprono sul cortile. Nonostante i fiori e le aiuole ben curate si respira in questo luogo un’aria desolata di abbandono. Pochi minuti e da una stanzetta esce una donna dall’aria disfatta. Tossisce violentemente. Penso che sia una paziente e invece mi rendo conto dal mazzo di chiavi che porta appeso alla cintura che è la guardiana del dispensario. Sbircio all’interno della stanza da cui è uscita la donna e scorgo un uomo. Un tibetano o un nepalese. L’uomo è accoccolato su un letto sotto una montagna di coperte. È il medico, mi fa segno la donna. Ho bisogno di qualcosa ? Scuoto la testa e la donna scompare tossendo dentro a una stanza sul lato opposto del cortile. Il dispensario torna ad essere quel luogo abbandonato ed immerso nel silenzio in cui ero entrata all’inizio. Un edificio basso e quadrato in mezzo al nulla. Lontano dal paese. Lontano da tutto.
Perché mi chiedo, costruirlo proprio là ? La vicinanza a un mani di preghiera sarebbe forse di buon auspicio ? O la scelta è dettata dalla necessità di isolare i malati dagli altri abitanti ? O questo dispensario altro non è che la Fortezza Bastiani del tenente Drogo ?

Si sale ed ecco di nuovo le strane grotte in alto lungo le pareti di roccia. Ricordo ora quel che avevo letto su un libro di Tucci. Per Tucci la tradizione locale che faceva risalire le grotte a remote guerre cino-nepalesi era priva di senso. Com’era possibile scavare dei buchi così grandi in pareti così inaccessibili visto che, diceva lui, le guerre scoppiano improvvise ?

L’arrivo a Tsarang resterà nella mia vita un ricordo indimenticabile.
Tsarang la si scorge dall’alto, dal passo di Choya.
È una visione così irreale, così perfetta che nessuno di noi ha voglia di scendere. Né di parlare. Ci sediamo sulle rocce, sotto le bandierine di preghiera che sbattono al vento e in silenzio, guardiamo giù. Un rumore di campanellini annuncia l’arrivo di un gregge di capre. Sono centinaia. Il pastore non accenna a fermarsi. Le raggruppa fischiando e scende in direzione del paese.
Mi rendo conto solo ora che ero così assorbita da quel momento che ho scordato di fare delle fotografie. L’unica foto che ho è presa in prossimità del paese, molto più in basso.
E allora cerco di ricordare.
Una grande macchia verde al centro di montagne sabbia e ocra. La sagoma del Palazzo Reale. Bianco e altissimo rispetto alle case. Un grande monastero rosso sulla sinistra. Le sagome inconfondibili dei chorten con i consueti colori sakia : l’ocra, il nero, il rosso, il bianco. Il giallo ravizzone, a chiazze, in mezzo ai campi di orzo.
Mi rendo conto che sto ammirando un angolo incontaminato del mondo. Un autentico frammento del vecchio Tibet. La luce del pomeriggio stira i colori allungando le ombre.

Tsarang è la seconda « città » del Mustang. Una sosta per tutte le carovane lungo la strada verso il confine cinese.
Il paese pullula di gente. Bambini, vecchie, donne che schiacciano il mirto dentro enormi pestelli di pietra, uomini che trascinano muli, cavalli, cavallini, capre.
Ci sistemiamo sul tetto della casa della sorella del re. Dilish ha già installato la cucina al piano terra, mentre i porter si danno ad una frenetica attività lavatoria attorno alla fontana del paese. Si lavano e lavano tutto. Magliette, pantaloni, calzetti, loro stessi. Kishan lava delicatamente le scarpe che gli ho regalato a Jomosom. Chitra, in pantalocini corti e a torso nudo si insapona e si gratta con una spazzola di crine. Ridono, si spruzzano dietro l’acqua, sbattono gli abiti bagnati sulla pietra. Kumar stende i panni su un filo con la testa che è una palla di schiuma.

Al centro del monastero di Dharkailing, uno dei più antichi di tutto il Mustang, c’è un campo di calcio con una sola porta fatta di rami di legno. Il pallone è finito fuori dalle mura e un gruppo di monachelli sta scendendo la ripida parete di roccia per recuperarlo più in basso. Quelli in alto guidano il temerario scalatore indicandogli il luogo dove è finito il pallone. Avranno si è no una decina d’anni.

Un monaco ci accoglie con grande gentilezza e ci invita al refettorio a bere una tazza di té tibetano. Il té, da queste parti, lo bevono mescolato al burro salato. Nella bevanda, color caffelatte, navigano chiazze di grasso. Mi sforzo di bere per educazione e soprattutto perché spero che il monaco accetti di farmi visitare il ghompa principale e il resto del monastero.
Lo fa senza nessuna difficoltà. È un lama simpatico e ridanciano.

La scuola del monastero è divisa in classi Il lama mi chiede di far agli alunni più piccoli una breve lezione di inglese. Improvviso una lezione sui colori. I bambini sono attentissimi, sicuramente abituati ad una disciplina di ferro. Ripetono in coro ogni cosa che dico. « This is red » dico, indicando le loro tonachelle. « This is red », ripetono loro urlando. «What color is this ? », « What color is this ? », ripetono all’unisono. Non c’è dubbio che il sistema di apprendimento privilegiato sia quello mnemonico. Finita la lezione di inglese ad un ordine del lama si gettano a scrivere affannati sull’unico quaderno a loro disposizione. Sono piccoli, perplessi ma sorridenti. Per le famiglie del Mustang è un grande onore che i loro figli siano ammessi a studiare nel monastero. È il secondogenito che di solito viene destinato alla carriera monacale. A cinque, sei anni, la famiglia lo affida ai monaci. Spesso passano anni prima che le madri possano rivedere i loro figli. In un’altra classe alcuni adolescenti leggono ad alta voce e in coro dei libri di preghiera. Il maestrino è un monaco che avrà appena un paio d’anni più degli allievi. Viene da un villaggio non lontano da Beni, e mi dice il nome. Kishan, che come al solito mi ha accompagnato, si illumina. Scambia qualche parola in tibetano col maestrino che poi mi spiega che si tratta dello stesso villaggio da cui viene la madre di Kishan e che lui la conosce. Kishan, imbarazzato, si fissa la punta dei piedi senza alzare il capo.

All’interno del ghompa una ventina di monaci sta procedendo alla preghiera, alla puja, prima del tramonto. Sono tutti seduti su dei cuscini ad ascoltare il Kempo che legge salmodiando un testo sacro. A tratti lo seguono in coro dondolando ritmicamente il corpo avanti e indietro. Lo stesso movimento che ho visto fare nelle madrassa. O a Gerusalemme davanti al Muro del Pianto. Che sia un trucco mnemonico che sfugge a noi occidentali ?
A tratti qualche monaco fa tintinnare una campanella che è posta vicino al libro che sta leggendo. Il Drupon, il maestro di meditazione, percuote un enorme tamburo appeso al soffitto con un batacchio di legno ricurvo. La mia presenza non li disturba più di tanto e allora mi siedo in un angolo ad osservare. La cerimonia dura ancora un’ora. La voce del kempo, il fumo delle candele, il rumore sordo del tamburo, le frasi ripetute all’infinito e con una cadenza continua mi fanno scivolare in uno strano stato ipnotico.
Quando la preghiera finisce sono gli stessi monaci che mi scuotono dal torpore in cui sono immersa. Mi attorniano ridendo. Perché mai, mi chiedo, sono sempre così contenti ? Vogliono guardare nel visore della mia macchina fotografica. Vogliono vedere tutte le fotografie. Anche quelle di Ventabren che sono rimaste in memoria. Babette, Andrea, la festa della musica. Sono curiosi. Ogni fotografia solleva commenti e risate.

Il Palazzo reale, bianco e alto quattro piani è chiuso. Kishan si agita per cercare di trovare una porta o una finestra che cede. Si arrampica su un muro. Raggiunge un terrazzo. Dall’alto mi guarda e scuote la testa. Un bambino mi prende per mano e mi porta alla scuoletta del paese, che, a differenza della scuola del monastero, è un antro buio e triste. Come faranno i bambini a leggere o a decifrare i loro quaderni senza una finestra che faccia entrare la luce ? La maestrina è molto fiera di farmi ascoltare una filastrocca in inglese che i bambini recitano come tanti piccoli pappagallini. Un gruppo di mamme fa cappannello nel cortile di fronte alla classe a chiacchierare. Una di loro che porta il figlio più piccolo sulla schiena, mi prende per mano e mi costringe a fare con lei il giro del paese. Non mi vuole mostrare nulla. Vuole solo mostrarsi assieme a me. È fiera di stare in compagnia di una ingi, una straniera.

Di ritorno alla casa della sorella del re, ritrovo Juliette, la francese che era rimasta a Jomosom in attesa dei suoi amici bloccati dal maltempo a Pokhara. Con lei il suo fidanzato/guida nepalese e altri sei francesi. Più una quindicina di portatori e una decina di muli. Si dirigono anche loro a Lho Manthang ma da là prenderanno un percorso diverso dal nostro che li porterà direttamente al santuario di Muktinath. Per un paio di giorni almeno, purtroppo, non saremo più soli.

I nostri porter sono visibilmente infastiditi dalla presenza dell’altra spedizione. Il fidanzato di Juliette è un bel ragazzo che parla correntemente francese. Sto chiacchierando con lui davanti a una tazza di té quando vedo Kishan che tenta di attirare la mia attenzione. Chiedo scusa, lo seguo, e lui mi porta da Goma, al piano terra. Non è un uomo buono quello, mi dice la guida. A Kathmandu lo conoscono tutti. Poi, con grande solennità, mi svela che ha un’altra famiglia, dei figli, e che trascura la moglie. D’estate, ogni estate, se ne va con la straniera, la francese, che è anche la sua migliore procacciatrice di clienti. Lo devo sapere, mi dice Goma. La cosa ai loro occhi deve essere talmente grave che per solidarietà decido di escludere il ragazzo dalla cerchia dei miei amici. La sera, quando mi invita nella loro cucina a bere una tisana, adduco una scusa. Devo scrivere, gli dico. Goma e gli altri porter mi stanno osservando. Poi quando lui se ne va chinano il capo e sorridono sollevati.






11/LHO MANTHANG

Lho Manthang, la capitale, si introduce a noi con una garritta solitaria in cima ad un’altura sul cui tetto sventola una bandiera rossa con la falce e il martello.
La garritta è vuota e polverosa. L’asta della bandiera, piccolina, è inclinata, e senza piedestallo. Una bandiera senza piedestallo è una bandiera di passaggio.
Dall’alto, dai 4000 mt del passo di Lo, già l’avevamo intravista Lo Manthang. Raccolta all’interno delle sue mura quadrate, in mezzo al giallo verde dei campi di orzo. Da lontano, quattro grandi macchie di colore. Il rosso dei tre grandi monasteri della città. E il bianco del palazzo del re.
È lei. Lo Manthang. Irreale in mezzo alle centinaia di dune di sabbia che la circondano. In cima, i resti di antichi castelli o fortezze. Qualche pioppo caparbiamente resistente al vento che soffia implacabile. Un ruscello che scorre lungo le mura.
Una visione magica. Una dimenticata favola d’oriente.

Poco prima dell’ingresso in città, il solito chorten con i colori sakia. Attorno al chorten un gruppo di ragazzi agli ordini di un ragazzo più grande. Lo stanno restaurando. Ridanno vita ai colori stinti dalla sabbia e dal vento. Pescano il colore dalla natura. Rocce polverizzate all’interno di minuscole bacinelle scavate nella pietra. Pigmenti naturali Ocra. Rosso. Verde. Nero.

Sotto le mura della città, donne che lavano vestiti nel ruscello, uomini che chiacchierano sul piede della porta, bambine che corrono, mocciosi che imparano a tenersi in piedi attaccati al vello delle capre, vecchie che sgranano rosari con la mano sinistra. Una ragazza si lava al fiume i lunghi capelli neri. Si tiene in equilibrio su due sassi che emergono dall’acqua e si sciacqua via la schiuma piegandosi in avanti. I capelli scorrono nel senso della corrente. Lunghi capelli che assomigliano ad alghe nere e sinuose.

Dilish, Goma e Ram discutono accanitamente con un giovane. Stanno negoziando la possibilità di installare il nostro accampamento all’interno di una locanda che visibilmente deve essere rimasta chiusa da anni. Sulla porta di ingresso pende di sghembo un cartello su cui pomposamente c’è scritto : « Mystic Resort ». Il cortile dove avevano previsto di installarsi è occupato dai francesi. E il piccolo praticello nelle vicinanze del torrente, sotto un gruppo di pioppi altissimi che dondolano col vento, è riservato per l’arrivo di alcune importanti personalità.
Il ragazzo alla fine cede. Libera il catenaccio che tiene chiusa una porta di lamiera e ci permette di entrare. Il solito grande cortile quadrato di terra battuta con una fontana, in un angolo. L’interno dell’edificio è fatiscente e ricoperto da uno spesso strato di polvere. Il ragazzo ci accompagna su per una ripida scaletta che porta al ballatoio del secondo piano e ci introduce in una stanza. Sarà quella la nostra camera da letto ci dice. Il locale è immenso. Due letti di legno contro il muro di fango sui quali giacciono due materassi di crine che il tempo e la sporcizia hanno tinto di marrone. Due grandi finestre, una che dà sulla strada che circonda le mura, l’altra che si affaccia sul cortile. Nessuna delle due finestre si chiude ed entrambe hanno i vetri rotti rappezzati con del nastro da pacchi. Il soffitto è coperto da un ampio tessuto azzurro che al centro mostra segni di infiltrazioni d’acqua. Là dove l’acqua penetra dal tetto la stoffa fa una sorta di pancia marrone. Il pavimento è ineguale e sconnesso. Al di sotto di un paio di sacchi di iuta che fanno funzione di moquette si celano enormi buchi. Lungo le pareti teli di grossa plastica bianca sui quali sono adagiate montagne di patate.

Ci dedichiamo al risanamento del locale mentre Dilish sta allegramente installando la sua cucina al piano terra.
Tappiamo le aperture delle finestre con degli stracci. Copriamo i materassi con i lenzuolini da campeggio e ci stendiamo sopra i sacchi a pelo. Spostiamo le patate in un angolo. Estraiamo dallo zaino i nostri vestiti e li appendiamo ai chiodi che spuntano dal muro. Ci procuriamo alcune candele e un piattino per raccogliere la cera. Cerchiamo di crearci una vera camera, il più confortevole possibile, perché a Lho Manthang faremo tappa. Ci staremo almeno due giorni.

Approfitto della fontana per fare il bucato. L’acqua è gelida e non è facile lavare magliette, pantaloni e calzetti col sapone. Ho le dita intirizzite. Kishan, che non si stacca mai troppo a lungo da me, mi osserva sorridendo sornione. Poi mi prende il bucato dalle mani e si mette a insaponare, strizzare, sbattere, risciaquare. In pochi minuti le nostre cose sventolano al sole e al vento.

Da un paio di giorni Kishan ha preso l’abitudine di farsi curare il malleolo malato da me. Da come corre e cammina sospetto che il dolore sia cessato, ma spalmargli l’arnica sul piede e massaggiarlo per qualche minuto è divenuto un rito. Kishan si lava con cura le estremità poi aspetta l’imbrunire e il momento in cui i porter si mettono a giocare a carte. Allora viene a trovarmi e mi fa segno che devo mettergli la crema. La spalmatura della crema la vive con soddisfazione. Si siede, si toglie le scarpe che appoggia a terra ordinatamente e mi presenta il piede. Io faccio finta di osservarlo, gli sfioro il malleolo, gli chiedo se gli fa male e Kishan fa segno di sì con la testa. Allora prendo la trousse delle medicine, e procedo all’operazione. L’arnica ci mette molto ad assorbirsi e Kishan si fissa compunto i piedi. Dopo qualche minuto di massaggio gli dò una pacchetta sul piede e gli faccio capire che è a posto.
A Lho Manthang, Kishan, per la prima volta, mi presenta anche l’altro piede. Io massaggio, spalmo e penso. Quando smetto Kishan si alza, si infila le scarpe e mi regala un largo sorriso.


La seconda bandiera che sventola a Lo Manthang è la bandiera italiana. Sventola sul tetto di una casa a un piano situata all’esterno delle mura, affiancata ad una bandiera nepalese. La vedo e ricordo quel che mi aveva raccontato Benno a Chele. A Lo Manthang ci sono tre italiani che restaurano un monastero, mi aveva detto. Ragazzi formidabili, aveva aggiunto.

La città, poco più grande di un villaggio, è un dedalo di strade, stradine, piazzette, portici, monasteri. Attorno alla porta che permette l’accesso all’interno delle mura cappannelli di persone che se ne stanno sedute a chiacchierare e a far girare i loro mulini di preghiera. Muli, e capre entrano ed escono dalla porta a loro piacimento. Nei pressi di un monastero, lungo un vicolo, un folto gruppo di donne se ne sta accoccolato per terra a chiacchierare e a filare la lana. Gruppi di bambini vanno e vengono. Dalla terrazza che si apre sulla piazza prospicente al palazzo del re un cane che abbaia. Abbaia furiosamente correndo avanti e indietro lungo la balaustra di legno intagliato. Un uomo mi supera trascinando per la cavezza un cavallino nervoso e bardato di campanellini d’argento. L’impressione è che qui, la freccia del tempo si sia fermata. Erano così le città da noi nel Medioevo ?

Passeggiamo a caso. Una ragazza ci fa segno di entrare a casa sua. Il solito cortile interno, minuscolo, e un tronco d’albero su cui sono stati scavati alcuni gradini che porta al tetto. Dal tetto la visione di altri tetti sovrastati da cataste di legna. E poi le bandiere da preghiera che sventolano mosse dal vento. Le cupole ocra dei chorten e il rosso dei ghompa. Più alto di tutti, il bianco palazzo reale.
Un ragazzino, il naso che cola e la pelle annerita dal sole e dallo sporco mi trascina da un tetto all’altro. Capisco che Lho Manthang la si percorre anche dall’alto. Tetti, stanze, cortili. Il ragazzino mi sospinge dentro pertugi, camminamenti, stanze dove donne filano la lana, stanze dove giacciono malati, stanze dove dormono bambini su letti di paglia. Fumo, tanto fumo, nelle stanze annerite. Calderoni sul fuoco. Abiti appesi ad asciugare vicino alle braci. Vecchi che fumano pipe. Il ragazzino mi porta da uno zio che mi mostra dei grandi tanka stinti dal tempo. Non voglio i tanka, gli dico. E allora rovista in una cassa ed estrae crani umani intarsiati d’argento, corni di osso, grandi pietre rosse e blù legate a cordicelle di crine, teiere intarsiate, mulini da preghiera, tavolette sacre, vorrebbe vendermi l’anima quell’uomo, e allora gli compro una minuscola fiaschetta d’argento, sigillata con un tappo di cera. Cosa ci sia dentro non lo so, ma lui me la lega al collo e mi tocca tre volte la testa con le sue mani rugose. Un portafortuna ? Sarà l’unica cosa che porterò con me da Lo Manthang.


Federica la scovo in cima ad un’impalcatura del ghompa Lhakang.
Il gompha Lakhang è il secondo monastero che visito. Al primo, il ghompa di Choprang, ci entro per caso, invitata da un gruppo di monachelli adolescenti che mi fanno da guida. Mi chiamano i monachelli dall’alto di un muro. Non mi chiamano, si sbracciano e corrono ad aprire il portone del monastero. Vogliono farmi conoscere Tashi, un loro compagno che studia l’italiano.
Tashi sorge dal nulla e mi snocciola frasi tipo. Ciao. Come stai ? Bella giornata ! Da dove vieni ? Dove vai ? Mi chiamo Tashi. Ho diciotto anni. Poi mi accompagna in camera sua, nella zona dormitorio del monastero. Un lettino, alcuni libri da preghiera su uno scaffale e « A zonzo per l’Italia », grammatica italiana per stranieri. Sulla parete di legno di fianco al letto, il poster di una donna in bikini. Tashi ride quando gli indico la donna in bikini, ma non smette di produrre frasi. Come un fiume in piena recita : Il treno arriva tra un’ora. In quale binario, per favore ? Dove si trova la biglietteria ?
Riesco ad arginare l’inarrestabile Tashi grazie ad un suono cupo che viene da un’altra ala del dormitorio. Un suono continuo di tromba. Apro una porta e scopro cinque o sei monachelli che suonano delle strane trombe istoriate sotto la guida di un maestro di musica. Non levano gli occhi. Non mi guardano. Continuano a soffiare compunti. Dalla stanza a fianco un suono ancora più cupo e profondo. Due apprendisti musicisti si sforzano di trarre qualche sonorità da due lunghissime trombe posate a terra. Le trombe sono lunghe almeno tre metri e il suono che ne esce è estremamente inquietante. Sordo, cupo, nudo. È la sua monotonia, più di ogni altra cosa, a renderlo inquietante.

Federica è una ragazza solare. Lo capisco subito. Da come mi saluta. Dal calore del contatto. Dice che il nostro arrivo le era stato stato già segnalato da un paio di giorni. Un gruppo di mandriani giunti a Lho Manthang avevano segnalato al paese l’arrivo di due ingi, due stranieri. Loro, lei, Luigi e Davide, sono affamati di stranieri, mi dice. Perché a stare a Lho Manthang ci si sente un pochino isolati, aggiunge. E ride.
Federica ride spesso. E le storie su di lei, sui tre italiani che sono là a restaurare i monasteri, sulle ragazze, sulla gente del paese, ce le racconta la sera. A casa. La casa sul cui tetto sventola la bandiera italiana. E nella quale abitano in tre : Luigi, l’iniziatore del progetto, Federica, e Davide, il suo ragazzo.

Ci racconta Federica che quattro anni prima, quando era giunta a Lo Manthang la prima volta, era rimasta da sola un mese. Luigi era dovuto partire con una spedizione verso alcune grotte in cima ad una montagna che secondo un pastore racchiudevano degli affreschi strani e preziosi. Davide non faceva ancora parte del gruppo e lei dunque si era trovata in paese da sola. A gestire una quarantina di persone. Le ragazze e i ragazzi di Lo Manthang formati per intervenire nei restauri. Quante cose non aveva capito...Non aveva capito, per esempio, che anche sulle impalcature vigevano le rigide distinzioni di casta che reggono la società Loba. E che nemmeno gli ordini di una ingi potevano infrangerle. I Tarang, per esempio, la gente del fiume, una casta bassa, sulle impalcature non avevano il diritto di stare più in alto di chi apparteneva alle caste di città. Nessuno gliel’aveva spiegato a Federica. E lei non capiva perché i ragazzi si rifiutavano di intervenire dove diceva lei. Facevano no, con la testa e indicavano i piani alti.
Non aveva nemmeno capito la strana cerimonia che alcuni lama facevano la mattina presto, proprio là dove lei doveva ritoccare i disegni di alcune divinità tantriche. Usavano degli specchi, dei grandi specchi sui quali riflettevano la parete. Catturavano lo spirito della divinità per evitare che venisse disturbato dai lavori. Lo avrebbero riportato al suo posto, avrebbero riportato l’anima nei dipinti, solo a fine lavori. Ma lei anche quello non l’aveva capito.

Ci racconta poi della Coppa del mondo di calcio. Erano riusciti a convincere il responsabile delle centrale eolica situata a nord della città di fornire il villaggio di elettricità per un paio d’ore. E di notte, in piena notte, poiché la finale loro la potevano vedere alla televisione del monastero, in bianco e nero, su una rete indiana, alle due di notte. Tutto il villaggio, la mattina dopo, li aveva aspettati al monastero. Per festeggiare. Erano entrati, e il monastero era illuminato da centinia di candele da preghiera, dei lucignoli immersi nel burro rancido, e tutta la gente era là riunita e li abbracciava contenta, e il sindaco aveva macellato una capra in segno di festa. Proprio di fronte all’altare. Di fronte alla statua di d’argilla del Buddha alta quindici metri. Quel giorno, per festeggiare la vittoria dell’Italia nessuno in città era andato a lavorare.

Come ci erano arrivati là ? Luigi era arrivato per primo. Luigi Fieni, 34 anni, di Cisterna di Latina come Federica. Un ingegnere aeronautico che aveva cambiato strada dopo la laurea. E si era messo ad imparare le tecniche di pittura con l’aerografo e in seguito quelle di restauro all’Istituto di Restauro di Roma. E che era finito là, in Mustang, nel 1999 assieme al suo professore, un guatemalteco, specializzato in pitture murali. I due monasteri sui quali avevano deciso di intervenire li avevano trovati in completo stato di abbandono. L’acqua piovana che scendeva a rivoli dal tetto, il deterioramento prodotto dal tempo, il fumo nero della candele da preghiera avevano rovinato, coperto, occultato la bellezza delle pitture, l’armonia delle forme.
Luigi era riuscito a farsi finanziare il progetto di restauro dall’American Himalayan Foundation. In pratica, la Cia, ci aveva detto strizzando l’occhio. In altre parole, il modo con cui gli americani tenevano sotto controllo i confini con la Cina. O meglio col Tibet. Zona molto calda.

E tuttavia, non era facile. Ogni anno, racconta Federica, almeno un paio di mesi loro li perdevano a Kathmandu per ottenere i permessi. Tutto dipendeva dalla tangente che chiedeva il governo nepalese per consentire loro di lavorare in quella zona remota. E, da quando i maoisti, poi, erano entrati al governo, non si capiva bene chi bisognava foraggiare.

I maoisti, racconta sempre Federica, scendevano spesso in città. Si erano presentati a Lo Manthang appena un paio di settimane prima. La bandiera che avevamo visto al nostro arrivo l’avevano lasciata loro. E nessuno in città aveva osato toglierla. Non avevano fatto niente di particolarmente feroce. In fondo erano quasi tutti ragazzini. Una cinquantina. Tutti giovanissimi. Avevano allestito il loro spettacolino sulla piazza, proprio ai piedi del palazzo del re. Era uno spettacolino proprio fatto bene, racconta Federica. Balli, canti rivoluzionari, e una piccola pièce di teatro. Per illuminare il palco si erano appropriati del loro gruppo elettrogeno. Ma l’indomani lo avevano restituito. Il ragazzino che l’aveva riportato al monastero aveva anche tentato di farmi la morale, racconta Federica. Ma io non mi ero lasciata intimidire. Gli avevo chiesto, diretta, « Ma ti sembra giusto portare via l’orzo e il riso alle famiglie della città. Gente che ha solo questo ? Non lo chiami rubare, tu? ». Lui aveva tentato una pallida difesa, poi aveva detto che non poteva rispondermi, ma che il suo capo mi avrebbe fornito la risposta giusta. Io non avevao mollato, e mentre lui goffamente tentava di reinstallare il gruppo elettrogeno, gli avevo detto che a me di quello che pensava il suo capo non me ne importava nulla e che volevo invece sentire cosa ne pensava lui. Il ragazzino, imbarazzato, aveva fissato le proprie scarpe senza dire più nulla.
Davide, il ragazzo di Federica, e restauratore anche lui si mette a ridere. Dice che Federica se le prende la mosca al naso non la ferma nessuno. Lui è solo il secondo anno che è a Lo Manthang con l’équipe, e ho come l’impressione che stia un poco in secondo piano. Davide, Federica l’ha conosciuta durante un restauro a Londra. Non hanno casa, i due. Vivono assieme là dove li porta il loro lavoro. In Mustang, dividono la casa con Luigi.
Sulla parete del soggiorno dove trascorriamo la serata e parte della notte a chiacchierare e a bere tisane, una grande mappa della città e un manifesto, come quelli che facevo da bambina per contare i giorni che mancavano a Natale. Sul manifesto i giorni che mancano per scendere a valle. A Kathmandu. Alla civiltà.
Non che a Lho Manthang si stia male. Con gli abitanti ci raccontano che hanno un rapporto formidabile. Intenso. Profondo. Le ragazze, per esempio, a Federica raccontano tutto. Anche i ragazzi, aggiunge sorridendo Luigi. Le raccontano persino quando e con chi fanno l’amore.
Fate attenzione stanotte, quando tornate alla locanda, al via vai di ragazzi con la pila in mano e le scale a pioli sotto il braccio...sogghigna Federica. Si chiama hula bula. Ed è lo sport nazionale. Il modo in cui gli uomini corteggiano le donne da queste parti. Le scale servono ad inerpicarsi sul tetto delle case delle ragazze disponibili. I ragazzi entrano dal tetto e se la ragazza accetta fanno l’amore con lei. Se no, passano alla casa vicina. Sempre attraverso i tetti. Il giorno dopo, raccontano tutto a Federica, aggiunge Davide. Con chi sono stati, e anche se è stato bello. E poi le chiedono : « Ma Federica, perché le nostre ragazze puzzano ? Perché non profumano come te ?». E lei, giù a ridere.
Federica lo ammette. A volte è difficile lavorare vicino a certe ragazze. A volte l’odore che emanano è insopportabile. Qui, donne e uomini non si lavano mai. Quantomeno il corpo, perché i capelli, invece, le donne se li lavano tutti i i giorni. Lei una volta ha portato tutte le ragazze del monastero al fiume. Le ha fatte spogliare e ha distribuito saponi e bagnoschiuma. Poi ha spiegato loro come ci si lava. Quel giorno tutte le ragazze si erano lavate al fiume. Tutte a spruzzarsi acqua e schiuma. Si erano divertite un mondo. Come bambine. Poi però non l’avevano mai più fatto. Qui a Lo Manthang, credono ancora che la sporcizia protegga dalle malattie.

La sera, in effetti, fasci di luce si incrociano sulla strada di ritorno alla locanda. Ragazzi con le pile e le scale a pioli. Risate soffocate.
La locanda dove dormite è infestata di topi, ci aveva detto Federica. Fate attenzione. La notte, chiusa nel mio sacco a pelo, sento i topi che cavalcano sulle travi sopra di noi e scivolano lungo le pareti della stanza, per installarsi sui sacchi di patate.

L’indomani, Lo Manthang è ancora immersa nel sole. Decidiamo di recarci a piedi al monastero di Namgyal che si staglia a ovest in cima ad un’altura. Per arrivarci scendiamo una valle fino al fiume e da là iniziamo la risalita verso i campi di orzo. Incontriamo bambini che vanno a scuola, cavalieri, monaci. Tucci, che era passato per Lo Manthang negli anni ’30 racconta che in passato quella era stata una delle vie commerciali più importanti di tutto l’altipiano tibetano. Una via percorsa da pellegrini e apostoli, banditi ed invasori. Sulle colline a nord della città si notano le rovine di antichi castelli o fortezze.
Il monastero è semideserto. Un molosso tibetano alla catena quando ci vede arrivare abbaia furiosamente. Un paio di monaci che stanno passando al setaccio delle granaglie levano appena il capo verso di noi. Un salto alla scuoletta, e ai dormitori e poi via il ritorno in città.

Passiamo il pomeriggio a girovagare per le stradine di Lho Manthang e a chiacchierare. Un ragazzo mi accompagna alla scuola di medicina tibetana dove un lama, che è anche il medico del villaggio, mi fa visitare un antro buio dove sono stipati grandi vasi di ceramica che contengono erbe, polveri, corna e unghie di animali, pietre, sassi. Erano così i gabinetti dei cerusici medievali ?

La sera gli italiani sono invitati a cena a palazzo. Il re riceve alcuni membri della American Himalyan Foundation, in visita. Campeggiano sotto i salici in riva al torrente, e sono arrivati a Lho Manthang la sera prima accompagnati da muli e cavalli.
Sulla piazza antistante il palazzo assistiamo ad uno spettacolino di danze e canti in onore degli ospiti organizzato dalla scuola locale. Tutta la città è raccolta sulla piazza. E molta gente si stringe alle finestre, sui tetti e sulle terrazze, per assistere allo spettacolo. Di eventi del genere non devono essercene molti da queste parti. Poco prima dell’inizio dello spettacolo, toccante nella sua ingenuità, arrivano i monaci vestiti di rosso. La folla si apre per farli passare e loro si siedono tutti assieme nelle prime file. Più tardi, a spettacolo già iniziato, l’arrivo di un uomo, vestito in parte all’occidentale, provoca un enorme trambusto. La gente si alza in piedi. Alcune persone fanno largo e creano un vuoto in mezzo alla piazza. Altre portano delle panche e un tappeto e invitano cerimoniosamente l’uomo a sedersi. Vengo a sapere da Federica, che nel frattempo è scesa anche lei sulla piazza, che è il nipote del re, l’erede al trono, giunto a Lo Manthang la mattina assieme agli americani.

L’ultima serata a Lo Manthang la trascorriamo a casa degli italiani. Federica ha preparato per noi un dolce al cioccolato. Porto con me Kishan. Lui mi sta sempre accanto. Mi segue. Ride. Sorride. Mi parla a gesti. Si siede assieme a noi sul divano che contorna il salotto degli italiani. È visibilmente imbarazzato, ma beve la tisana e divora la torta al cioccolato. Restiamo fino a notte fonda a chiacchierare. Storie. Tante storie, divertenti o tragiche. Del colesterolo day, che gli italiani celebrano ogni anno a prosciutto e mortadella, prima di lasciare l’Italia per queste contrade. Del solenne alzabandiera che fanno il giorno in cui arrivano a Lho Manthang, circondati dall’affetto della gente del paese. Della ragazzina che è stata violentata dallo scemo del villaggio. Giù al fiume. E che è stata risarcita con una capra dalla famiglia del ragazzo. Del re e della regina che se ne stanno chiusi nel loro palazzo aspettando Godot. Dei cinesi che scendono due volte all’anno a far commercio in città e quel giorno è festa per tutti. Festa grande. Di come è stato bello, bello e difficile, formare i giovani del paese al restauro. E di come sono fieri di usare i pennelli e di fare i colori.
Tante storie. E le solite promesse, di rivederci. Qui o là.
Kishan mi tira per la manica e fa segno che è tardi. Domani, all’alba si riparte.





12/ Sulla via del ritorno...

Lasciamo Lo Manthang la mattina presto non senza difficoltà. Il proprietario della locanda chiede un prezzo esorbitante per il nostro soggiorno. 20 $, che è come dire 2000 euro. Goma e i portatori adottano il classico atteggiamento asiatico. Aspettare che le cose si risolvano da sole. Claudio si allinea. Io mi agito. Non mi va di cedere alle pretese del ragazzo. Che, oltre a tutto, non mi piace. All’arrivo avevamo pattuito un prezzo che era la metà di quello che ora lui pretende. Ma il ragazzo si rifiuta di discutere. Fa capire che è solo un emissario e che la locanda appartiene al fratello. Il quale è da qualche parte in città. Il ragazzo si mantiene sul vago. I portatori se ne stanno accucciati nel cortile accanto alle loro gerle. Scrutano l’infinito. Goma alza le spalle. Kishan ridacchia.
Capisco che il tentativo è quello di prenderci per stanchezza e allora mollo tutti. Guida, locanda, portatori, e me ne vado in cerca del fratello. Che è a casa sua intento a cuocere una specie di tortilla. Entro in casa come una furia, gli allungo 10$, esco, raggiungo i portatori e dico loro, let’s go !
Se ne parlerà per tutto il giorno. Goma alza il pollice in segno di vittoria. Ram mi dà una pacca sulle spalle. Dilish ridacchia e Chitra, laconico, dice good.
La bandiera rossa con la falce e il martello non è più là, vicino alla garritta. Qualcuno l’ha tirata giù durante la notte.
All’uscita di Lho Manthang il solito cappannello di bambini, donne, vecchi, curiosi.
La gente ci saluta. Una bambina fa ciao con la mano. Un’altra ripete hello, hello, hello. Le vecchie non levano nemmeno lo sguardo. Continuano a sgranare i loro rosari.

Ci dirigiamo ad ovest. Per ritornare a Jomosom senza dover ripercorrere la stessa strada i sentieri sono due. Uno a est, l’altro a ovest. Scartiamo quello ad est perché la gente a Lo Manthang ci ha detto che è interrotto da due affluenti del Kali Gandaki in piena. E che è impossibile attraversarli senza i cavalli o quantomeno troppo pericoloso. Optiamo dunque per il sentiero occidentale, molto più ripido, ma praticabile.
Un’ora dopo Lo Manthang, la prima mandria di yak. E una visione. Ce l’avevo alle spalle e la noto grazie al fatto che mi fermo per fotografare gli yak. Sullo sfondo una grande montagna innevata, che resterà sconosciuta perché nessuno dei portatori mi sa dire il suo nome. Himal, ripetono. Ma himal, in nepalese, significa semplicemente montagna. Al di sotto, come nelle quinte di un teatro delle immense dune di sabbia. Più in basso ancora, le grandi praterie. Verdissime perché attraversate da decine di rivoli e ruscelli. Il manto erboso è punteggiato dagli edelweiss e da strani fiorellini viola. Attorno a noi il silenzio. Lontano la sagoma di un cavaliere che scende dal passo al galoppo.
Valichiamo senza troppa fatica il Chogo La, a 4400 mt. La discesa, ripidissima, taglia in diagonale un burrone molto profondo e ci porta dopo qualche ora di cammino al villaggio di Lo Gekhar. Più che un villaggio, Lo Gekhar è un gruppo di cinque o sei case che racchiudono una piazzetta. Su un lato della piazza sorge il ghompa di Ghar, uno dei più antichi di tutto il Tibet, risalente con molta probabilità al settimo secolo. Visitiamo il ghompa mentre Dilish allestisce la cucina in un rifugio destinato ai pellegrini. Il nostro pranzo lo consumiamo sugli scalini del ghompa attorniati dagli abitanti del villaggio che sono interessati soprattutto alla mia racchetta da camminata. Ognuno la prova, la allunga, la accorcia, si pavoneggia, sotto lo sguardo preoccupato di Kishan che per una ragione a me sconosciuta vi è particolarmente legato. Leggo la mano ad una ragazza, le annuncio lunga vita e tanti figli. Immediatamente si sparge la voce e tutte le donne del borgo mi circondano spintonandosi per farsi leggere la mano a loro volta. Le mani delle donne hanno il palmo duro e calloso.
La lettura della mano assume le dimensioni di un evento da baraccone tanto che siamo costretti a lasciare il villaggio per sottrarci alle richieste insistenti di vaticini. Ho esaurito la mia immaginazione e il monaco che mi fa da traduttore si scusa ma ci deve lasciare perché è giunta l’ora della preghiera. Un cane legato alla catena abbaia furiosamente.
È primo pomeriggio. Il cielo per la prima vlta da quando sono partita è totalmente sgombro da nuvole. Partiamo soli, io e Claudio, lungo un costone fino al secondo valico della giornata. Il sentiero è ben segnato e non c’è possibilità di perdersi. Ciononostante, dopo un paio di tornanti vedo spuntare a fondo valle un puntino. Come farà Kishan a raggiungerci col peso che ha sulle spalle ?
Ci raggiunge Kishan e quando la valle si apre e vedo le rosse montagne di Dhakmar avrei voglia di abbracciarlo.
Dhakmar, un puntolino immerso nel verde, un ruscello che lo attraversa e attorno i canyon di Thelma e Louise. Un’aquila vola in circolo sopra le nostre teste e il sole, il rosso delle montagne, il verde della valle, il sentiero che vedo perdersi nel nulla mi fanno piangere.
E piango davvero. Perché lascio dietro di me questa terra, perché tra qualche giorno dirò addio alle persone che hanno diviso tutto con noi da quasi due settimane, perché so che non le rivedrò più, perché non saprò mai cosa diventerà Kishan, chi sarà da grande, come sarà la sua vita. Piango e capisco in quel momento, per la prima volta nella mia vita, quanto la bellezza sia dolorosa. Quanto i rari attimi perfetti di una vita lascino, ancora prima di finire, il senso terribile e amaro della perdita, della mancanza.
Niente ritorna. Niente ritornerà.
Tutto scorre.

A Dhakmar non ci si ferma.
Io avrei voluto, ma Goma fa pressione per continuare ancora un’ora fino a Ghami. Non mi va di ritornare a Ghami, ci siamo già stati, e Dhakmar è una pura meraviglia, ma Goma sostiene che a Dhakmar non c’è la possibilità di installare la cucina, che la gente del posto non è accogliente, che la strada da percorrere l’indomani è lunga. Sospetto che dietro questa decisione ci sia piuttosto il rakhsi che produce la nipote del re. E la possibilità di dormire al caldo nella sua bella locanda.
Proseguiamo dunque per Ghami.
La sera, nella nostra stanzetta in cima al tetto a farsi curare il piede si presentano in due. Kishan e Kumar. Kumar, vent’anni appena, è un ragazzo silenzioso, a tratti brusco. Il modo con cui afferra la gerla e se la carica sulle spalle, i gesti precisi che compie nell’installare la cucina, la voce. Grossa, da uomo. E nello stesso tempo è un ragazzo timido. Ogni volta che mi deve allungare qualcosa, una tazza, il sale, un piatto, accenna ad un un leggero inchino e unisce le mani a coppa. Sale in camera assieme a Kishan che la fa da padrone. A gesti mi fa capire che soffre molto al piede sinistro. Diagnostico un inizio di tendinite, brutta storia, e decido per un intervento radicale. Gli spalmo il piede col Voltaren e gli faccio ingurgitare un antinfiammatorio. Appuntamento l’indomani mattina per un secondo rattamento. Kumar si allontana dalla stanza zoppicando.

L’indomani partiamo prestissimo. Alle 7 Ghami è già lontana. Kumar zoppica ancora vistosamente. Prego Goma di ripartire il carico di Kumar tra noi e gli altri portatori, ma il ragazzo non vuole. Scuote la testa e insiste per portare la gerla che peserà almeno 30 chili. Goma alza le spalle. Per gli sherpa, mi dice, cedere il proprio carico è un’umiliazione.

Lentamente ci inerpichiamo su per una montagna brulla. Il senso di isolamento è assoluto e accentuato dal fatto che senza che ce ne rendiamo conto il sentiero sparisce. Da sentiero a traccia e poi più nulla. Solo roccia e qualche basso cespuglio battuto dal vento.
Continuiamo a salire, ad arrancare piuttosto, facendo dei lunghi zig zag. La valle è profondissima e il fianco della montagna estremamente ripido. Ho paura di scivolare e procedo con grande lentezza, evitando di fermarmi. Sono inquieta e sento che mi stanno riprendendo le vertigini. Allora mi concentro sui miei piedi, sui miei passi e salgo evitando di guardare più in basso di loro.
Anche Goma è inquieto. Fissa le cime. Si ferma. Si guarda in giro. Sembra annusare l’aria. Più volte si consulta con Ram.
Kishan ha la nausea. Mi chiede spesso da bere e si tocca la pancia.
Kumar zoppica.

Di colpo mi rendo conto che ci siamo persi.

Eppure si continua a salire. Mi dico che arrivati in cima avremo una visione più ampia della valle, ma non è così. Subito in cima si apre un’altra valle che dobbiamo contornare tenendoci in equilibrio instabile sul costone.
Arrivati ad un secondo passo ci sediamo tutti per una sosta. Nessuno parla. Aleggia una certa inquietudine o sono io che sono inquieta ?
Sotto di noi un mare sterminato di montagne. Sullo sfondo la cima innevata del Nilgiri. E nessun segno di vita.
Ram, però, sembra abbastanza tranquillo. Ammette che abbiamo perso il sentiero ma insiste che quella è comunque la direzione giusta. Che fare ? Seguire la legge della montagna - quando ti perdi torna indietro – o continuare nel nulla ?
È la stanchezza che ci fa andare avanti. Scendere di nuovo a valle alla ricerca del sentiero è semplicemente inimmaginabile. E così si continua. A scavalcare dossi, contornare valloni, valicare passi camminando di sbiego lungo la montagna brulla. Finalmente, su un crinale, lontano verso est, una montagnola di sassi. Che segna l’inizio di un accenno di sentiero. Goma e Ram sono visibilmente sollevati e i ragazzi ripartono baldanzosi. Ancora montagne da contornare, una decina almeno, e, dopo l’ennesimo scollinamento, in basso, un puntino verde perso nell’ocra, appare il villaggio di Gehling.

I porter spariscono. Corrono a cercare una sistemazione. L’arrivo, nonostante la carcassa di una vacca abbandonata all’inizio del paese, è trionfale.

Gehling è un gioiellino. Una quindicina di case di sasso intonacate a calce e un enorme prato al centro del villaggio. Un ruscello che lo divide in due e in alto, annidato in cima ad una altura, un grande ghompa rosso sul quale sventolano centinaia di bandierine da preghiera.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo sul prato in mezzo a cavallini in libertà, attorniati da nugoli di bambini, mani nere e moccio che scende dal naso. La banda di ragazzini è capitanata da una bambina più grande, dieci anni forse, dallo sguardo vivo e intelligente. Si avvicinano, i bambini, a noi. E più passa il tempo, più osano. Ci toccano, ci prendono la mano, ci studiano. La ragazzina veglia a che i più piccoli non ci arrechino disturbo e ci trattino con educazione. Una donna attraversa il prato e grida qualcosa ai bambini. Che spariscono di corsa, ridendo, per tornare poco dopo. Il bambino più piccolo non avrà neanche due anni. Si tiene in piedi a malapena. La bambina me lo mette in braccio e se ne va.
Alla fontana un capannello di ragazze ci guarda e ride. Lavano le loro cose sbattendole con forza sui sassi. C’è il sole. Fa quasi caldo.

I porter passeggiano su e giù per il prato. Risalgono una collina. Scendono a gruppetti di due o tre. Si tengono per mano. Straordinaria atmosfera di svacco pomeridiano.

Al ghompa tre monaci e una ragazza, con un paio di codine alla pippi calzelunghe, che fa le pulizie. Al centro della sala principale, sul pavimento, un mandala di sabbia. Ne avevo sentito parlare. Avevo letto qualcosa di quest’antica arte rituale tibetana. Un cerchio di sabbia di due metri di diametro, all’interno del quale, sempre con la sabbia, sono raffigurate delle divinità o dei disegni esoterici. Viene elaborato con pazienza certosina dai monaci e una volta terminato viene soffiato via. A simbolizzare la precarietà, l’instabilità di tutto ciò che esiste.

I tre pellegrini che si presentano all’ingresso del ghompa, due uomini e una donna, portano delle offerte. Si prostrano a terra, la fronte che tocca il pavimento, e poi estraggono dalle loro saccocce l’obolo per i monaci. Quattro bottigliette di olio e due ciotole di riso. L’uomo, il più vecchio, estrae anche una pergamena che mostra con deferenza ad uno dei lama. Gli si inchina davanti e gli presenta la pergamena a mani giunte.
I monaci non ringraziano, non manifestano nessuna empatia nei confronti dei viandanti. Le bottigliette d’olio, le riversano in un’anfora e le ciotole di riso in un grande piatto che contiene altro riso. La pergamena viene osservata, commentata e messa da parte. L’offerta accolta come un atto dovuto.

I monaci poi si siedono su un muretto all’esterno del monastero, accanto allo zhor fatto di corna di animali che adorna il muro esterno del tempio. Chiacchierano tranquillamente, indifferenti a tutto ad eccezione di loro stessi.
Provo rabbia.
Lo so che non capisco. Lo so che è difficile giudicare culture così lontane dalla mia. Ma provo rabbia. Rabbia per quella glaciale indifferenza. Rabbia per un mondo così medievale in cui il povero, il miserabile, supplica il chierico di accettare la sua offerta. Rabbia per l’incessante e autistico ripetere preghiere, cantilenare letture, a volte oscure agli stessi monaci. Rabbia per le grandi sale vuote di fedeli che risuonano del suono di trombe, tamburi e campanelli. Li sentiranno le persone del villaggio di Gehling, così basso e così lontano, quei suoni ? Ne trarranno beneficio ? Questi monaci sopra le righe, questi lama serafici e assenti, penso, non si occupano dei malati, dei poveri, dei bambini...Rinchiusi nei loro tetri monasteri praticano esercizi che li renderanno più forti, più spirituali, più simili a lui, il Buddha rinato, il Buddha a venire...E la gente dei villaggi, di questi sperduti villaggi himalayani, che si toglie il pane di bocca per loro...
Eppure, so che non capisco. Come spiegare, infatti lo sguardo di gioia della pellegrina – una donna di una certa età, sdentata e coperta di grasso e polvere - quando il lama ne accetta l’offerta ? Il suo stringersi felice al marito, il suo piegarsi a terra nella posizione più umile ? Come spiegare ?

Nel prato ai piedi del monastero vi è agitazione. Trambusto. I bimbi corrono urlando. Si chiamano. Si rincorrono. Arrivano due donne con degli enormi tronchi sulla schiena. Dove avranno trovato gli alberi ? Da dove arrivano ? Gettano i tronchi nei pressi di una casa che manca del tetto. Sul prato accorre gente. Accorrono i porter. Imbizzariscono i cavallini che pascolano liberi nei pressi del ruscello. Si danno ad una corsa pazza su è giù per il pratone.
La causa del trambusto è una scimmia. Una scimmia addomesticata che un ragazzo tiene legata ad una corda e si trascina dietro come fosse un cane. Una scimmia a 4000 mt.
Il ragazzo attraversa il prato con incedere regale e sicuro, mentre i bambini fanno di tutto per toccare l’animale. Il ragazzo non li bada. Continua dritto fino ad una casa poi sale rapido sul tetto, lui e la scimmia che digrigna i denti versi i più piccoli, sparendo alla vista di tutti.

Verso sera Kishan mi trascina al limitare del villaggio. Poi mi fa segno di sedere sul muretto vicino al chorten. È quasi buio e i pastori rientrano dai pascoli. Centinaia e centinaia di capre in file disordinate raggiungono gli ovili. Una vecchia nei pressi del chorten gira incessantemente un mulino da preghiera con aria assente. La sua faccia è un reticolato di rughe, ma quando mi avvicino noto che ha uno sguardo bello e franco. Tre bimbi che non ho notato il pomeriggio mi si avvicinano anche loro e mi fissano con occhi scuri e grandi. Indicibile sporco. Bellissimi sguardi.
Restiamo là fino a che non scende la notte. Io e Kishan che mi guarda disegnare.




14/ Giornata eroica....

« Giornata eroica ». Così ho scritto sul mio moleskine.
E continuo segnalando che siamo saliti a un passo e poi scesi fino a Shyangmochen. Di Shyangmochen non ricordo nulla. Resterà un nome perché la giornata è segnata invece dal canyon e dalla salita.
Lo si sa che scendere in fondo ad un canyon, là dove scorre il fiume, prevede poi una risalita, ma quando infiliamo il sentiero che porta in basso, sempre più in basso, siamo euforici.
Il paesaggio è grandioso, e per quanto ci stiamo abituando all’immensità di queste terre, è impossibile non provare emozione.
Sgraniamo il sentiero in fila indiana tra due enormi pareti di roccia rossa. I porter corrono. Io corro. La discesa, il paesaggio, mi ricordano la discesa del Grand Canyon, intrapresa in espadrillas secoli fa. Corro e mi perdo nei ricordi.
La misura dell’euforia che ci ha preso la danno i porter. Loro, sempre così silenziosi e misurati, ridono, si chiamano l’un l’altro ad alta voce per sentire l’eco perfetta che rimbalza da una parete all’altra. La discesa continua. Lunga e dolce. Grotte antiche e rifugi di pastori sotto le rocce. Recinti in pietra secca. Cespugli. Rumore cristallino di acqua che scorre.
Giù, sempre più in giù, fino al fiume. I porter, ci aspettano bighellonando sulla riva. Kishan smuove alcune rocce per permettermi di oltrepassare un ruscello in modo da bagnarmi i piedi il meno possibile. Ci spruzziamo. Scherziamo.
Poi, di colpo, la vedo.
Vedo la salita che si perde in altezza. Mi dico che non è possibile, che non è umana una salita del genere. Mi dico che siamo stati pazzi a prendere quella diversione, che non ce la faremo mai ad arrivare a Chusang entro notte. Il sentiero è scavato nella roccia e sopra di noi c’è una parete alta più di mille metri. Non ho mai visto una cosa così alta e così vicina nello stesso tempo.
Non c’è soluzione. Bisogna salire.
Il tempo di radunare tutto il coraggio che mi rimane e i porter sono dei puntolini già lontani. Decido di mettermi al passo del mio cuore.
Ricordo il cuore che batte. Che batte forte. L’impulso incessante di guardare in alto. Quanto manca ? Quella che sembra la cima altro non è che un enorme scalino da cui parte un’altra salita, altrettanto lunga, altrettanto ripida. Non mi fermo mai. So che il trucco è continuare, lentamente, a volte contando i passi. Ogni cento passi levo la testa. Per vedere quanto manca alla fine. Poi guardo giù. Calcolo che Claudio è a circa mezz’ora da me. Un punticino, molto più in basso. Con lui Goma e Ram, che, a stare alla cadenza, devono soffrire un poco pure loro. In alto, davanti a tutti, il piccolo Dilish con le sue gambette magre e corte. Corre così perché deve allestire al cucina per il pranzo ?
Non riesco a fare quello che mi ero ripromessa. Mi fermo. Ho l’impressione di aver spremuto tutte le forze che mi restavano. In fondo, molto più in basso di tutti, si snoda una carovana. Muli, cavallini e una decina di monaci che riconosco dalle lunghe tuniche rosse. Salgono velocemente, quasi non sentissero la stanchezza.
Al passo mi siedo accanto alla montagnola di sassi dalla quale sventolano le bandierine da preghiera. Pian piano arrivano i monaci. Prima i cavalli, poi i muli, poi loro. Ridono, salutano, sono ciarlieri e visibilmente contenti. I più piccoli, dei ragazzini di una decina d’anni, scherzano tra di loro lanciandosi dei sassi. Le loro grida rimbombano nel profondo del canyon.
Quello che mi sembra il capo e che mastica un poco di inglese mi racconta che si stanno dirigendo in India, al monastero di Dheradun, a un paio d’ore da Dehli. È la che studiano. Teologia, filosofia, retorica. Hanno fretta, mi dice, perché tra una settimana devono essere al monastero. Ci sarà un grande meeting. Un grande rimpoché terrà alcune lezioni importanti. Poi vogliono la foto collettiva.

Dal passo si scende. O meglio si riscende. Vertiginosamente fino a Samar dove Dilish, come previsto ha allestito la cucina e preparato il pranzo.

Poco prima di arrivare a Charang due ragazzine ci fermano e ci offrono due mele. Faccio per dar loro qualche rupia, ma loro scuotono la testa e sorridono. A Charang, dove arriviamo all’imbrunire stremati, ritroviamo le stesse facce che avevamo visto all’andata.
La locanda, dove contavamo di dormire al caldo, è occupata dai monachelli. Non ci resta, dunque, che piantare la tenda in cortile.

La cena la consumiamo assieme ai monaci. Un’unica tavolata, tutti a chiacchierare e a ridere come in gita scolastica. Un ragazzo se ne sta in disparte a mormorare preghiere che trae da un libro che maneggia con estrema delicatezza. Non alza mai gli occhi. Non mangia. È totalmente assorbito dal suo salmodiare sommesso.

La notte una muta di cani si abbatte sulla nostra tenda. Li sentiamo ringhiare, abbaiare, sbattere contro il tessuto leggero. Ram, Kishan e Chitra saltano fuori dalla loro tenda e urlano contro i cani, gettando contro di loro tutto quello che trovano sottomano. Pietre, bastoni, scarpe. I cani si allontanano. Scavalcano il muretto del cortile e per una buona mezz’ora li sentiamo abbaiare furiosi nelle vicinanze.
Mi riaddormento.
Ultima notte prima della frontiera.


15/ Addio...
È finita.
Addio Mustang.
Lo penso e lo scrivo la sera in cui arriviamo a Jomosom.

Dell’ultima giornata ricordo soprattutto il vento. Un vento fortissimo, che ci soffia contro e ci impedisce a avolte di avanzare. Ci copriamo la testa con dei fazzoletti, infiliamo gli occhiali e tuttavia riusciamo a malapena a vedere dove mettiamo i piedi. respiriamo con le mani a coppa di fronte alla bocca.
Il vento si leva verso le dieci di mattina. Più o meno all’altezza di Tangbe.
I monachelli che ci accompagnano lungo tutto il percorso, si avvolgono il capo con le loro tuniche rosse. I portatori infilano gli occhiali da ghiacciaio. Assomigliamo ad una carovana di mendicanti raffozzanati alla bell’è meglio.
Sostare è impossibile perché nella valle non c’è riparo. La sabbia che si leva dalla valle del Kali Gandaki colpisce la pelle del viso con violenza. Migliaia di aghi che pungono.
Eppure c’è il sole. La giornata è limpidissima. E il Dhaulagiri si mostra sempre più grande ed imponente ad ogni tornante.
Poco prima di Kagbeni, dove sostiamo per mangiare, evitiamo di striscio una piccola valanga che fa rotolare sul sentiero fin giù al fiume centinaia di rocce e sassi. Kishan mi strattona per il braccio e mi obbliga a tornare indietro per almeno un centinaio di metri. In fila indiana, noi e i monaci, osserviamo il fianco della montagna ed attendiamo che i sassi che rotolano giù si facciano sempre più rari.
Poi si passa. Uno alla volta. E di corsa. Si guarda in alto e via a testa bassa fino a che non siamo dall’altra parte. Neanche duecento metri e il sentiero su cui stiamo camminando è franato. Il che ci obbliga ad una diversione. Doobiamo saltare un metro di nulla. Non è molto ma sotto, c’è sempre lui, il Kali Gandak con la sua acqua ruggente. Kishan, quando salto dall’altra parte, mi porge la mano. Ed è fatta.

Ad Ekhlai Bhatti, un gruppo di pellegrini rajasthani. Erano partiti in quaranta, a piedi, dall’India, per raggiungere Muktinath. Sono rimasti in tre. Sono sessanta giorni che stanno camminando. E finalmente, domani, raggiungeranno Muktinath. E poi ? chiedo io. Poi si torna a casa, ci dicono. E aggiungono, siamo stanchi, ma il pellegrinaggio, una volta nella vita lo si deve fare.

Di nuovo il Panga Khola. Di nuovo il guado. Ma l’acqua è meno violenta della prima volta, quando assieme a noi a guadarlo c’erano le monache. Lo passiamo facilmente, senza patemi d’animo e neanche un paio d’ore dopo siamo a Jomosom, alla locanda.

Prima di arrivare fotografo i porter, il sirdar, la guida. C’è aria di fine viaggio, di fine avventura e i ragazzi sono visibilmente contenti di rientrare a casa.
Alla locanda chiedo alla proprietaria di farci un dolce. Il massimo che ottengo sono delle crêpe allo zucchero e limone. Per la prima volta, dall’inizio del viaggio, i ragazzi accettano di mangiare seduti a tavola con noi. Si ride, ci si scambia impressioni. Si ricorda.
Kishan che viene a farsi spalmare la crema sul piede. I cani che si gettano sulla nostra tenda. La volta che ci siamo persi. Il passo più alto. Dilish che a Tsarang ci ha cucinato una torta di mele, senza il forno. La litigata con il proprietario del Mystic Resort a Lho Manthang.
Goma che puntualmente perdeva a carte.
Kishan fa di tutto per attirare la mia attenzione. Poi mi strattona per la manica e mi prende in disparte pre scrivermi il suo « indirizzo ». Scrive a matita sul Moleskine : My name is Kishan Nepali. I live in Rakhu, peple six, Myagdi. Nepal. Ma i porter quando leggono cosa ha scritto si mettono a ridere. Kishan Nepali, mi dicono, significa solo che Kishan è nepalese e di Kishan in Nepal ce ne sono milioni. Kishan è un paria. Non ha cognome. Non ha casa. Non ha documenti. E lo dicono sorridendo, i porter, mentre io ho voglia di piangere.

Non sappiamo ancora, la sera, se l’indomani riusciremo a prendere l’aeroplanino che porta a Pokhara. Dipende dal vento, dal tempo, dalle nuvole. Se l’aereo non arriva ripartiremo insieme. I ragazzi, in ogni caso, scenderanno a piedi. Tre giorni ancora fino a Beni e poi a casa. Ram2 e Chitra andranno nel Khumbu, ai piedi dell’Everest, nel loro villaggio. Ram, Goma e Dilish a Kathmandu. Gli altri nel Gorkha.
Dopo cena sediamo sul muretto della locanda a guardare chi passa, i lampi delle pile nel buio, Una donna piange di dolore. È sporca, poverissima e visibilmente si è rotta la caviglia. Vuole a tutti i costi che le dia qualcosa, ma io più di una scatola di aspirine non riesco a dare. È salita a piedi da Beni per raggiungere un parente a Chele. Ma ora non riesce a camminare e non ha un posto dove stare. Tento di convincerla a venire con me al dispensario, ma la donna si schernisce e non vuole. Continua a piangere in silenzio fino all’arrivo di un uomo che se la carica sulle spalle.

L’indomani mattina alle sei scrutiamo il cielo per vedere se arriva l’aeroplanino. Con noi una manciata di passeggeri e qualche abitante del villaggio. Kishan è voluto venire con me fin sulla pista di atterraggio. Tiene in mano con soddisfazione la racchetta che gli ho lasciato. Gli altri, quando siamo usciti, si stavano alzando e stavano preparando le gerle per scendere a vallae. La notte era stata lunga. E innaffiata copiosamente dal rakshi.
I saluti calorosi.
Abbracci forti, fortissimi, ad uno ad uno, al lume di candela.

Ti voglio bene, Kishan, gli dico in italiano. Lui non è abituato ai baci. Si schernisce e mi fa ciao con la mano.
L’aeroplanino che arriva da Pokhara è un turboelica piccolissimo, una decina di posti in tutto, uno in fila all’altro. Atterra e noi si sale di corsa. Il pilota non vuole perdere tempo e rischiare annuvolamenti che gli impedirebbero di decollare. Vola a vista e la valle che l’aereo deve attraversare è la valle più stretta e profonda del mondo.
Pochi secondi dopo il decollo, li vedo.
Sono, fermi, tutti in fila, lungo il sentiero in costa alla montagna. Fissano il nostro aereo che li sfiora poco più in alto. Di colpo, tutti insieme, alzano le braccia e le agitano verso di noi.
Faccio ciao dal finestrino, ma so che non mi possono vedere. Continuo a fare ciao, tra le lacrime che non posso trattenere, fino a che non scompaiono dalla nostra vista.
Mi volto verso Claudio. Gli stringo la mano. Anche lui non riesce a trattenere le lacrime.


Tags: Mustang, Nepal, Himalaya
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