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Ascoltando il Suono del Riso Che Cresce… Viaggio in Laos e Thailandia

Scritto da Elenia Drago
  • Mekong
  • Bonzi
  • Little thai
  • Partenza da Ko Wai
Risveglio in Asia
Siamo in volo da Palermo a Roma, da Roma a Kuwait City e da Kuwait City a Bangkok.
Per la prima volta vado dall’altra parte del mondo. Non ricordo nemmeno come abbiamo deciso di partire per il Laos...forse dopo aver visto Apocalypse Now per la terza volta.
Arriviamo alle 10.40 del mattino in perfetto orario all’aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok, nuovo di zecca, bellissimo, supermoderno; all’interno vi sono diversi ristoranti, noi proviamo il City Garden, la noodle soup è eccellente.
E ora? Sappiamo solo qual’è la nostra meta, vogliamo raggiungere il Laos, ma non abbiamo organizzato né prenotato niente. Decidiamo di volare low cost a Chiang Rai, acquistando direttamente all’aeroporto il biglietto Air Asia. All’arrivo, prendiamo un taxi per Chiang Khong in un’agenzia all’interno dell’aeroporto. La strada è alquanto monotona e la guida spericolata; l’aspetto positivo, visto il caldo che fa, é che il taxi è dotato di aria condizionata.
A Chiang Khong troviamo subito una guest house di fronte al Mekong, con splendida terrazza da cui si vede il Laos e, compreso nel prezzo, un ragno peloso gigante in camera che facciamo accomodare fuori con l’aiuto del padrone di casa che che se la ride...sembra un lottatore di box thai. Sistemate le zanzariere che fortunatamente abbiamo portato con noi, ci godiamo un ottimo pad thai in un ristorantino lungo la main (and only) road.

Mekong
Oggi attraversiamo in barca il fiume giallo, il grande Mekong, fino alla frontiera col Laos. Il visto è fatto istantaneamente, pagando 35 USD a persona.
Huai Xay, siamo ancora solamente a Huai Xay...decidiamo di passare un giorno qui perché siamo stanchi e poi ormai è tardi per imbarcarsi sul battello delle 11.00.
Per pranzo ci fermiamo in un ristorante riverside col menu in solo laotiano. Prendo una pietanza immangiabile a base di maiale sminuzzato, aglio, cipollina, lime e menta che dalla guida capisco essere un parente del piatto tipico laotiano, il laap. Ho la gola infuocata e mi sento stordita dall’afa e dalla stanchezza. Il colpo di grazia me lo dà la beer lao. Decidiamo di fare una passeggiata fino alla stazione dei bus. I villaggi su palafitte si susseguono lungo una strada principale, la povertà si tocca con mano; nelle case abitate dai cinesi le donne lavorano ed i bambini seminudi giocano in mezzo alla polvere che si volatilizza nell’aria per tutta la camminata. I km passano e la stazione non si vede…in compenso ci salutano bambini laotiani dallo splendido sorriso…bisogna fermarsi a bere diverse volte per sopportare il caldo. Arriviamo ad un mercato di cianfrusaglie cinesi, alcuni bus semi-sfasciati ci fanno intuire di essere arrivati. Rinunciamo a prendere il bus il giorno dopo e ci incamminiamo nuovamente verso Huai Xai. Ci fermiamo al passaggio a visitare un wat su una collina, con bella vista sul Mekong tinto di rosa… siamo già al tramonto. Ci viene incontro un monaco di 22 anni e ci intrattiene con la sua storia. E’ molto gentile e curioso di conoscerci. Tornando ci fermiamo in un ristorantino un po’ sudicio sul fiume.
L’indomani partiamo dal pittoresco porto delle slow boats per un viaggio sul Mekong da Huai Xai a Pakbeng. Piove a dirotto e superiamo indenni la prova dell’accesso al battello, in equilibrio con gli zaini su una tavola di 20 cm di larghezza sospesa sul fiume. Osservo le acque del Mekong, fangose e placide, bucherellate dalla pioggia ed il rosso-azzurro delle imbarcazioni in legno. Alcune sono adibite solo al trasporto merci, come quella accanto a noi, carica di casse di beer lao. Ad un certo punto, quando la barca è piena, partiamo…il panorama è incantevole, si incontrano villaggi sul fiume, spiagge frequentate da bufali d’acqua, foreste secolari…peccato per il tempo che ci costringe spesso ad abbassare le tende della barca. In serata, sorpassate numerose rapide, arriviamo a Packbeng. L’approdo è rocambolesco. E’ buio e dopo mille manovre per infilarci tra le altre barche, ci spingono sugli scogli infangati tirandoci i bagagli dall’imbarcazione. Una moltitudine di abitanti locali ci abbaglia con le torce al grido di “falang, falang!” (straniero) per condurci alle proprie guest house. Data l’ora e la situazione seguiamo una ragazzina che ci porta in una guest house riverside che al nostro arrivo sembra una bettola. La mattina dopo ci accorgiamo che dalla terrazza si gode un eccellente panorama sul Mekong. Qui la luce elettrica è disponibile solo tra le 18 e le 22, ma noi siamo dotati di torcia dalla luce un pò flebile. La giungla folta ci circonda, il cielo stellato ci sovrasta ...

Lungo la Route 2
Di buon’ora facciamo una bella passeggiata al mercato, l’aria è imbibita di vapore acqueo e tutto ha un aspetto fumoso, misterioso. Il mercato è autentico, si vendono carni e verdure; incontriamo anche dei monaci intenti a raccogliere le offerte di cibo. Decidiamo di prendere il minibus per Udomxay alla bus station, dove arriviamo con un tuk tuk, accompagnati da un curioso giornalista inglese free lance che conosce il laotiano. Ora è in pensione e vive tre mesi l’anno a Londra e, per i restanti nove mesi, viaggia in oriente. E’ molto interessante ascoltare la sua storia, il ritratto di un’Indocina ancora chiusa al turismo, le foto dell’india e del Laos degli anni settanta, il pericolo della malaria presa ad Angkor in Cambogia a cui è sopravvissuto per miracolo…percorriamo sul bus la route 2, costruita dai cinesi, una strada paesaggisticamente magnifica. Il minibus contiene veramente di tutto e soprattutto il doppio delle persone rispetto ai posti. Noi e l’inglese siamo gli unici turisti. Si passa attraverso la giungla, si attraversano villaggi su palafitte di etnie diverse e i bambini ci salutano con un “sabadeeeeeee” ed un sorriso a 55 denti, guardandoci meravigliati.
In Laos vivono una cinquantina di gruppi etnici; le etnie minoritarie abitano le montagne mentre i Lao (etnia principale) stanno in pianura e coltivano a risaie le fertili terre lungo i fiumi.
Arriviamo a Udomxay dopo cinque ore di viaggio, sembra di essere nel far west. Camminiamo verso il centro, la schiena è distrutta e siamo disidratati per il caldo torrido; finalmente, dopo un’ora, troviamo alloggio alla Litthavixay Guest house. Conosciamo Faith e Tony, lei inglese e lui olandese. Lei in viaggio da tre mesi con la bici attraverso la Cina ed il Laos e lui da 9 mesi dalla Turchia all’Iran, al Turkmenistan, al Nepal, al Tibet, alla Cina ed infine al Laos, sempre by bike!!!! Ci sentiamo in difetto, con sole tre settimane nel nostro travel plan…praticamente delle mezze cartucce. Ceniamo insieme al Sinphet restaurant consigliato dalla Lonely Planet e cominciamo a diffidare di tali consigli, gli alloggi sono già occupati ed i ristoranti di qualità medio-bassa. Tra una beer lao e l’altra facciamo tardi, con la promessa di alzarci presto l’indomani per visitare il mercato.

Verso nord…route 13
Come previsto alzarsi non è facile…e poi Andrea non si sente bene, ha mal di pancia ed è raffreddato. In tarda mattinata riusciamo comunque a visitare il mercato, l’unica cosa da vedere ad Udomxay. Vi si trovano pietanze inusuali per noi tra cui topi alla brace, rane, pipistrelli, pesci vivi e verdure esotiche. Salutiamo i nostri amici ciclisti per ripartire in bus per Luang Nam Tha, al confine del Parco Nazionale Nam Tha. Il bus parte diverse volte al giorno ma non arriviamo in tempo per il primo e ci tocca aspettare due ore alla bus station. Per ammazzare il tempo mangiamo un pollo arrostito ad un banchetto tra le mosche, poi beviamo una tazza dell’ottimo caffè lao, una vera delizia. Il bus fa una puzza terribile di vomito e galline, rinchiuse vive nel portabagagli. La cosa depone già male. Si parte alle 11.30 per arrivare alle 16.00. La route 13 è tutta sconnessa, si balla parecchio. I locali, piuttosto deboli di stomaco, cominciano a vomitare. Il bus fa diverse pause pipì sul ciglio della strada quindi, praticamente, riservate agli uomini. La stazione dei bus è lontana alcuni km dal centro (è stata spostata appositamente per spennare i turisti, imponendo un prezzo fisso per i tuk tuk, pur essendo comunque per noi veramente poca roba). Ci si sente “in the middle of nowhere”, come sottolinea una ragazza australiana dal compagno iracondo (vorrebbe pestare Andrea perché tenta di contrattare coll’autista del tuk tuk). Cerchiamo alloggio in posti consigliati dalla Lonely Planet e poi alla Zuela Guest house (carina!) che ci avevano consigliato altri viaggiatori. Alla fine troviamo una camera in una guest house un po’ squallida ma la cosa peggiore è che la notte attacca la musica disco laotiana! Ceniamo alla Manychan Guest house, molto turistica, ma buona per scambiare qualche informazione di viaggio con altri turisti. Noi incontriamo due australiani in viaggio per 6 mesi e diretti in Cina!
Il giorno dopo Andrea non sta molto bene, ha i crampi allo stomaco, quindi, niente trekking. Passeggiamo un po’ al morning market, tra una raffica di pioggia e l’altra, e, visto che non c’è proprio niente da vedere in paese, prendiamo un tuk tuk per lo Stupa Pomouk, a 3 km dal centro, unico superstite tra le rovine di un Wat. Percorriamo strade fangose di terra rossa tra le risaie per poi salire alla collina del Wat That Phum Phuk. Il sito risale al XVII secolo. Una donna sta a guardia del tempio e viene verso di noi col suo ombrellino a venderci il biglietto. Piove…e ci sono nuvole di zanzare!
Torniamo e, dopo il rilassamento con un massaggio tradizionale laotiano, ci godiamo l’ottima cenetta al ristorante indiano Yamuna.

Verso Luang Prabang
Basta, sono due giorni che piove, questo trekking “non se pò fà”. Alle 7.30 prendiamo un tuk tuk per la bus station per dirigerci a Luang Prabang, la vecchia capitale che rimane il principale centro religioso (10 ore di viaggio con pausa pranzo a base di zuppa lercia e succulenta alla stazione di Udomxai). Diluvia e la cosa peggiore è che durante tutto il viaggio siamo accompagnati dalla melensa musica laotiana, con tanto di video musicali simil-telenovela triste. Se non altro intuisci sogni e desideri di questa gente che non ha proprio niente (per esempio far soldi ed acquistare una bella cadillac rosa…).
Arrivati a Luang Prabang col buio e sotto una pioggia torrenziale troviamo per fortuna una camera alla Chanhsavang Guest house, accanto alla collina Phu Si. Non è semplice trovare alloggio qui, tanto che dopo un paio d’ore incontriamo sotto la pioggia una turista tedesca che aveva fatto il viaggio con noi e che ancora non sapeva dove dormire nonostante avesse prenotato una camera giorni prima. Capiamo a questo punto che prenotare è inutile. La invitiamo a dormire da noi, per combinazione abbiamo una camera per tre persone.
La mattina dopo ci alziamo di buon’ora per la famosa questua dei monaci e rimaniamo delusi dal vedere nella via principale solo turisti, per lo più giapponesi, schierati per offrire sticky rice (riso glutinoso) ai monaci; diverse persone tentano di convincerci a comprare le offerte di cibo. Di contro, vedere centinaia di monaci sfilare con le loro ceste è emozionante e poi fortunatamente, girando l’angolo, si vede anche gente del luogo offrire il cibo per ricevere in cambio delle preghiere.
In Laos si pratica il buddhismo Theravada, profondamente legato all’Induismo ed all’animismo. I monaci sono quasi tutti poco più che bambini. La pratica buddhista in un wat é spesso l’unica occasione per poter studiare ed imparare una lingua straniera, ovvero per avere un futuro lavoro.
Saliamo poi alla collina Phu Si, coi suoi bei templi e la spettacolare vista nebbiosa sul Nam Ha che confluisce nel Mekong. Sembra di essere in un dipinto ci¬nese dalle tinte sfumate.
Visitiamo poi il museo del Palazzo Reale, piuttosto scarno, ed il Wat Xieng Thong, ricchissimo di decorazioni, intarsi lignei dorati, mosaici e pitture.
Luang Prabang è veramente elegante ed è un piacere far passare il tempo tra un caffè lao sorseggiato ai tavolini che ricordano Paris ed un barbecue arrostito agli angoli della strada. La cosa che merita di più però è provare il massaggio orientale e il foot massage al Dhammada Massage Place. Prima ti offrono il the per poi lavarti i piedi e massaggiarti con oli profumati. Alla fine the, banane, sorrisi e sensazione di superbenessere.

Il libro della giungla
Decidiamo di partire in songtaew (praticamente un carro bestiame con due file di panche) per Nong Khio dove mi si ficca una vespa sotto l’occhio pungendomi varie volte.
Dopo una pausa pranzo all’imbarco delle slow boat dove, di nuovo inconsapevole, ordino una grigliata e spunta il laap, procediamo in barca per due ore fino a Muang Ngoi Neua. Durante la bella traversata del Nam Ou, conosciamo due ragazze israeliane, Imbar ed Elai ed un’ingegnere californiano, Chresteen. Decidiamo di prenotare insieme un trekking per l’indomani. Dalla nostra camera, tutta in bamboo, vediamo una scultura fatta con una bomba inesplosa. Ora mi piace cullarmi leggendo il libro che ho portato con me, Fiabe dal Vietnam, dal Laos e dalla Cambogia. Mi aiuta a capire qualcosa in più di questo popolo. E’ un tuffo nella mitologia della creazione di Lao, Khmu, Thay, Hmong, Yao...Le storie sono tutte molto simili e piene di magia. La natura, divinità principale, soccorre spesso gli eroi e madre foresta può anche essere matrigna. Vi sono descritte tutte le attività a cui ancora oggi si può assistere, dal lavoro nei campi di riso alla caccia, dalla pesca alla raccolta delle erbe selvatiche ed alla tessitura. Le donne, madri, spiriti della foresta, sole, luna o spose sono venerate (che società evoluta!) e uomo e natura sembrano un’unica manifestazione dello stesso spirito vitale.
L’indomani, dopo un caffè lao, si parte per il trekking di due giorni con la Sang Tour (ora Nong Khio tour); siamo un gruppo di sette persone (nel frattempo si sono aggiunti due ragazzi israeliani, Youssif ed Ilay). Prima tappa: la grotta dove abitava il villaggio durante la guerra del Vietnam. Sang ci indica il posto che occupava la sua famiglia. Il Laos era la sola via di rifornimento dei vietcong (pista di Ho Chi-minh) e quindi é stato varie volte bombardato dai B52; vennero sganciate più bombe qui nel 1964 che in Vietnam durante tutta la guerra. Ancora oggi sono tante le vittime delle bombe inesplose e tante le testimonianze della guerra come crateri nel terreno e braccia e gambe mutilate. I laotiani subirono inermi quest’aggressione, non avendo le armi per difendersi, ed é incredibile che oggi sembrino non serbare alcun rancore verso gli americani! Ricordo a proposito un pezzo scritto da Goffredo Parise:
« E’ un territorio tagliato fuori dal mondo, dove si abi¬ta per molte ore del giorno in caverne-rifugi e le sole vie di comunicazione e di rifornimento sono qualche pista o sentiero che si snoda tra montagne e foreste fino al Vietnam e alla Cina; e dove abitanti e soldati si spostano, talvolta per centinaia di chilometri, soltan¬to a piedi; dove non esiste elettricità (salvo qualche ge¬neratore nelle grotte degli ospedali e delle fabbriche); e l'acqua è data dalle piogge che scrosciano per quasi la metà dell'anno o da rare sorgenti per l'altra torrida e assetata metà; dove si combatte una guerra civile na¬ta da sorde lotte politiche, da attentati, da alleanze si¬no al giorno prima inconcepibili e assurde; guerra stri¬sciante, da serpi, priva di fronti, fatta di imboscate e di infiltrazioni notturne da entrambe le parti, di bom¬bardamenti incessanti compiuti da aerei che sembra¬no arrivare da altri mondi (ma partono invece dalle basi americane della Thailandia); »
Inizialmente il cammino è pianeggiante, attraversiamo diversi fiumi e risaie frequentate da mucche e bufali; per pranzo raggiungiamo un villaggio Khmu, Hoy Sem. Sono tutti molto gentili e accoglienti. Dopo pranzo viene il bello! Comincia la scalata a picco tra montagne fangose ed alberi di bambù, pianta elegante e flessibile al soffio del vento, un pò una metafora del modo d’essere di queste genti, da cui ricaviamo dei bastoni per affrontare una pendenza del 200% con possibilità di caduta in dirupo. Dò una craniata ad un tronco. La foresta è magnifica ma a volte sento di non farcela. Vado avanti a forza di sali minerali. Per fortuna ogni tanto qualcuno si ferma a fotografare una valle comparsa improvvisamente tra la vegetazione lussureggiante quando questa si dirada.
Dopo una trentina di km raggiungiamo il villaggio di Ban Kewkhen. Fatto un giro ricognitivo tra polli galline e pulcini, porcellini neri ben pasciuti che ci mettono fame, bambini che corrono e giocano a calcio/pallavolo/kungfu, cani piccoli ed insulsi, adulti dediti alle ultime fatiche della giornata, “collassiamo” dentro la capanna del capo villaggio dove siamo costretti ad accettare a giro, dallo stesso bicchiere dei nostri ospiti, fiumi di lao lao, un’acquavite di riso auto-prodotta. Ora ci aspetta un rito animista a lume di candela. Su una tavola rotonda vengono disposti un pollo bollito, una banconota, fiori e lao lao e, mentre tutti lo tocchiamo, il capo villaggio recita delle benedizioni. Purtroppo l’unico che parla l’inglese è Sang, la nostra squisita guida e mio salvatore durante il trekking. Ad un certo punto tutti ci vengono incontro per annodarci ai polsi dei lacci e recitare degli auguri. Che suggestione incredibile! Fatto tutto, ci aspetta la cena a base di zuppa di riso, sticky rice e pollo bollito. Si mangia rigorosamente con le mani dallo stesso piatto.
Dopo cena altri fiumi di lao lao e canzoni italiane, israeliane, laotiane e americane. Sang ha una bellissima voce, é il migliore, ci canta pure una canzone composta da lui.
L’indomani ci svegliamo col canto dei polli in un mondo diverso...d’altri tempi...
Mi sento stremata, l’occhio gonfio ed i muscoli e la testa doloranti, responsabile in parte il lao lao che ci viene riproposto a colazione. Zuppa, pollo, benedizione di partenza e via per le montagne..altre foreste…altri fiumi…ma con la variante che mi si attaccano le sanguisughe. Alla fine arriviamo ad un villaggio Khmu sul fiume dove pranziamo e ci dirigiamo in kajak a Muang Ngoi Neua, dove riprendiamo possesso della stessa camera all’Aloune G.H.. Sang ci invita per cena per innaugurare la sua nuova agenzia di viaggi. Ci sono altri invitati, ma dopo mezz’ora…un’ora…non si vede nessuno. Beviamo una birretta alla salute, irradiati dalla spettrale luce al neon dell’agenzia, e poi ci ritiriamo nelle nostre stanze salutando Sang che è stato veramente gentile.

Ritorno a Luang Prabang
Riprendiamo la barca per Nong Khio poi il songtaew per Luang Prabang. Non é certo una passeggiata...la prima parte in barca é bella ma dopo ci tocca viaggiare assieme ad un topo gigante (forse trattasi di nutria??) dentro ad una gabbia di vimini che si va disfacendo ai suoi colpi di muso. La creatura tenta di evadere, frenata solo dai pugni sul muso della sua padrona cinese. Il problema é che, ad ogni colpo, dall’animale saltano delle pulci direttamente su di me che mi trovo a tiro di schioppo. Per di più accanto ho una donna laotiana che non fa che grattarsi, avrà la scabbia? Non é finita qui: di fronte a noi siede una mamma laotiana con pupo vomitante in braccio. E dire che sulla Lonely c’é scritto che il songtaew favorisce la socializzazione!
Arrivati finalmente alla meta troviamo una camera alla Cold River Guest house, sul fiume, consigliataci da un ragazzo conosciuto all’andata. Usciamo e ci fermiamo a visitare il Wat Wisunarat, detto “Wat del Loto” per la sua caratteristica forma. Il momento più piacevole della giornata però é la grigliata di bufalo che ci concediamo al Lao Lao Garden, forse l’unico buon consiglio culinario della Lonely Planet trovato fin ora. I tavoli vengono privati magicamente di un tondo centrale dove un bel ragazzo laotiano ripone il forno in cotto pieno di carbone ardente. Al di sopra viene posto il piatto dove cucinare carne di bufalo, spaghetti di soia e verdure al ritmo di mestolate di brodo vegetale....buono!!!!!! Dopo cena tentiamo di collegarci ad internet per cercare un volo ma l’estrema lentezza delle connessioni adsl ci manda in tilt.
L’indomani il buon giorno si vede dal mattino... troviamo una connessione veloce di fronte al daily market. Su internet però non si risparmia affatto e ci rivolgiamo così ad un’agenzia di viaggi (scoprendo che anche qui si può trattare sul prezzo!), dove prenotiamo per domani un volo con la Bangkok Airways Luang Prabang – Bangkok e poi un altro Bangkok - Trat. Ci tocca pagare subito anche se il biglietto sarà pronto solo nel pomeriggio. Pranziamo in un ristorantino riverside e decidiamo di fare una passeggiata a Ban Xang Kong, un villaggio a 3 km da L.P. dove fabbricano tessuti. Peccato che i tre km diventano dieci a causa dell’inesattezza delle informazioni che ci vengono fornite dai passanti. La strada é assolata e polverosa ed ogni tanto ci rincorre un cane randagio. I cani sono tanti e bruttini e non sono tranquilla perché qui la rabbia esiste e come! Decido di prendere da terra un sasso per difendermi e mi saltano sulla mano degli insetti simili a dei semi che si appiccicano al polso e soprattutto ai lacci del rito e mi succhiano il sangue. L’unico piacevole incontro é la guest house “Al rifugio degli ultimi sognatori”, con una povera scimmia in gabbia che ci dedica uno spettacolo incazzata nera e qualche straniero esoterico che sorseggia una beerlao. Morti dal caldo e dalla stanchezza riusciamo comunque a trovare il posto ed a visitare una fabbrica di tessuti dove ci mostrano il procedimento di lavorazione della seta e della carta. Facciamo qualche compera e poi di corsa ritorniamo perché comincia a tramontare e rischiamo che l’agenzia chiuda. Dopo aver preso possesso dei biglietti ci godiamo una cenetta a lume di candela in un ristorante dal sapore francese sulla main road. Finiamo la serata con una bella passeggiata al night market, dalle luci sfavillanti, pieno di curiosi oggetti d’artigianato locale.

Un po’ di riposo… Chanthaburi – isola di Ko Wai
Ultimo caffé lao e poi tuk tuk per aeroporto, relax nel lounge della Bangkok Airways con internet, drink and food all for free e volo con aereo dipinto con palme ed uccelli tropicali Luang Prabang – Bangkok e Bangkok – Trat. L’aereoporto di Trat é piccolissimo e le piante sono potate a forma di elefanti. Al posto dei bus navetta saliamo su trenini colorati. Mi sento in un villaggio-vacanze.
Qui atterra solo la Bangkok Airways e c’é una sorta di monopolio: un unico mezzo per spostarsi a Laemngop (punto d’imbarco per le isole) dall’aereoporto, il minibus, a “soli” 1500 Thb a testa! Andrea però riesce a confondere l’addetto del ticket office e con un abile gioco delle tre carte paghiamo solo 750 Thb in due pur essendo da soli. Il taxi, dopo vari tentativi di trovare una camera falliti, ci lascia alla guest house di Sulada, una bella donna thailandese sposata con Chuck, un texano che si occupa, guarda caso, di petrolio. Chiacchieriamo un pò e poi assaggiamo l’ottimo tempura della casa accompagnato dalla locale Singha beer. La nostra camera dà sul mare, ma la notte c’é un pò troppo casino.
L’indomani ci alziamo presto e, zaini in spalle, andiamo all’imbarco dove compriamo il biglietto della speedy boat per l’isola di Ko Wai. Sulla barca ci fiancheggia uno strano signore austriaco un pò malandato con una maglietta indosso con su una scritta che tradotta significa: «se trovato perso o ubriaco, si prega di rispedire al seguente indirizzo...rimborso garantito».
Arrivati nell’isoletta deserta, l’isola degli “spersi”, troviamo un bungalow al Good feeling Resort, e ci rilassiamo subito con birra e pad thay di pesce. Poi segue un bel pomeriggio d’ozio tra le palme ed i coralli di questo magnifico isolotto. Alle nostre spalle ciuffi di foresta pluviale. L’acqua é caldissima e non verrebbe di uscirne mai. Meritato riposo...Per cena prenotiamo due bei granchi al vapore.
La notte, stranamente, il rumore del mare non mi fa dormire e l’indomani mi sento sbattuta.
Bisogna oziare, per oggi ci accontentiamo della spiaggia di corallo (al posto della sabbia ci sono i coralli morti). Pranzo con pescione al vapore, cambio bungalow per una spiaggetta più defilata. A cena conosciamo i nostri vicini di casa toscani, Ilaria, Giacomo e la loro bimba di due anni, Isidea. Vengono da un viaggio stancante in Cambogia. Scopro di aver già conosciuto Ilaria su un treno Palermo-Roma, pensa te quant’é piccolo il mondo...
L’ultimo giorno sull’isola il programma varia. Ozio, ma questa volta con passeggiata attraverso l’isola per vedere il tramonto. Un cagnetto bianco ci fa da guida attraverso la foresta. Per premio cena a base di barbecue di pesce, ottimo!!! Anche perché abbiamo richiesto espressamente di omettere l’aglio, che qua é un must.

Bangkok
Di malavoglia ripartiamo con la famigliola toscana verso altri lidi. Prendiamo un barcone, accompagnati dai delfini, e poi un terribile “vip bus” per Bangkok (8h da incubo con puzza perenne di plastica bruciata). Arrivati a Bangkok sembra impossibile raggiungere il centro. L’area metropolitana é immensa ed il traffico disarmante. Il bus ferma a Kao San Road, dove, zaini da 20 kg in spalla, giriamo per un’ora, ma alla fine con successo, per trovare la Guest House Bella Bella river view, accanto al Wat Samphraya Phranakorn, che ci hanno consigliato due simpatici signori inglesi a Luang Prabang. In effetti il posto é bello, in riva al fiume, lontano dal casino. La camera é pulita e sono tutti molto gentili. Ci voleva, siamo proprio sfiniti...domani è un altro giorno.
Al risveglio partiamo a piedi per il National Museum, abbastanza grande da perdersi. Dopo una veloce visita alla sala Sivamokhapiman, dove troviamo la storia della Thailandia dalle origini ai nostri giorni, entriamo nel Wat Buddhaisawan, bellissimo. Questo tempio risale al XVIII sec. Gli interni affrescati narrano la storia della vita di Buddha e sono coronati da teorie di angeli e demoni. Visitiamo poi la sala centrale e le due laterali con pausa pranzo all’economico ristorante centrale. Qui troviamo un campione di tutta l’arte di Thailandia e dintorni. Deliziosa la stanza dedicata al teatro, piena di maschere e marionette, e le sculture del periodo Sukhothai, Ayutthaya, Bangkok e delle culture indiana, di Giava e Khmer.
Uscendo ci rechiamo al Grand Palace e non é difficile trovarlo, basta seguire l’orda di turisti giapponesi con guide ed ombrellini. Entriamo così nel paese dei balocchi, e non ci neghiamo niente, dal Vimanmek mansion museum al Wat Phra Kaeo, il tempio del Buddha di Smeraldo, dove é adorato un Buddha scolpito nel diaspro, in stretto legame mistico col sovrano, che ad ogni cambio di stagione ne sostituisce i paramenti sacri. Tutto qui é sfavillante d’oro e dei mille colori delle infinite decorazioni. Dentro le mura di cinta c’é pure un plastico dell’Angkor Wat che risale alla dominazione Thai sulla Cambogia ai tempi del re Mongkut. Non si poteva non vederlo, anche se tutto é un pò troppo restaurato e si ha la sensazione di essere a Disneyland. Stanchi morti usciamo e raggiungiamo il Wat Pho, anche questo splendido ed imperdibile. Il complesso religioso del XVI sec. é famoso per il Buddha dormiente lungo 46 m, conservato nel Bot principale. Passeggiare tra fontane ornate di mostriciattoli in pietra, chedi decorati in maiolica e templi sorvegliati da strani personaggi sempre in pietra, ci fa sentire nella città incantata.
All’uscita non é ancora finita: prendiamo il traghetto per attraversare il fiume e scaliamo il Wat Arun, tempio dell’Alba, simbolo di Bangkok e maestoso guardiano del Chao Phraya. Da prodi eroi quali siamo disdegnamo le vertigini. Missione compiuta...abbiamo visitato i principali monumenti della città. Ora non resta che goderci una birretta mentre il sole tramonta sul Wat Arun. Poi qualche stuzzichino alle bancarelle e di nuovo a piedi in cammino fino a casa dove i piedi diventano due dolorose patacche.
L’indomani prendiamo il bus 53 dalla Samsen Road per Chinatown, un delirio! Raggiungiamo il Sampeng Market, un dedalo di viuzze pienissimo di cianfrusaglie per me assolutamente invendibili, tanto sono inutili e brutte. E invece no! Moltissimi thailandesi sono qui per comprarle. In più i motorini sfrecciano dribblando le persone e nelle strade principali il caos e lo smog sono veramente fastidiosi. Scappiamo via fiume, passando prima dal mercato di fiori, pienissimo di orchidee, verso il quartiere “farang”, nei pressi dell’Oriental Hotel, noto perché frequentato da sempre da scrittori famosi (Conrad, G. Greene, per citarne alcuni...). Pranziamo al Tongue Thai, un ristorantino molto elegante dall’ottima cucina thai, e passeggiamo tra le ambasciate, le vecchie architetture coloniali come la Hold Custom House, la vecchia moschea ed i tanti grattacieli. Che contrasti impressionanti... che folle esplosione di american way of life alla maniera asiatica, giri l’angolo e trovi baracche in legno e rifiuti ammonticchiati di ogni genere, bancarelle di cibi assurdi e cimiteri di motori. Poco più in là puoi trovare un centro massaggi o la bottega di un chiromante.
Si muore dal caldo e per sfuggire all’afa entriamo in un bellissimo negozio d’antiquariato con aria condizionata. Poi finiamo in bellezza al Gallery café con un massaggio tradizionale Thai e due buonissimi Papaia cream cooler. Torniamo verso casa e verso il letto.
Ultimo giorno di vacanza; prendiamo il bus 15 dalla Samsen fino al Siam Center. Qui sembra di essere a Londra o New York. E’ pieno di grattacieli, dallo Zen al World Trade Center, e le strade sono enormi e trafficatissime. Facciamo un giro per centri commerciali per poi dirigerci al Pratunam market, ma non é niente di speciale. Dopo svariati km di marcia raggiungiamo il Lumphini park, molto ben tenuto e circondato da grattacieli...tutto é perfetto e vediamo iguane passeggiare libere.
Torniamo verso casa via fiume e decidiamo di concludere con una passeggiata festaiola a Kao San Road, piena di turisti e di bancarelle di ogni tipo, compresi cibi locali come vermi, larve, scarafaggi e cavallette fritte.
Beh, purtroppo la vacanza é finita. Per l’aeroporto prendiamo un taxi (che qui costa come il pullman, ma bisogna sempre contrattare o pretendere il tassametro), l’autista guida come un pazzo.
Attendendo l’aereo riguardo le foto. Alla fine il tempo é volato, non siamo riusciti a vedere il sud del Laos come desideravamo, ma quello che conta di un viaggio in fondo sono le persone che hai incontrato per caso, le suggestioni ed i sentimenti che le cose viste ti hanno lasciato e di parecchio sentimento torniamo pieni.


Tags: Laos,Thailandia
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