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Il Tempio delle Tigri

Scritto da katia carini
  • Il monaco e la tigre
  • Coccole
  • Ancora coccole
  • Quattro passi con tigre
Vedere un uomo che porta tranquillamente a spasso una tigre al guinzaglio è certamente un’immagine inusuale. Se poi a farlo è un mite monaco buddista vestito con la sua tunica arancione, è ancora più strano immaginarlo.
Questo però è ciò che avviene quotidianamente nel tempio buddista Pa Luangta Bua, di Kanchanaburi, nel nord ovest della Thailandia, chiamato per l’appunto più semplicemente “Tiger Temple” (tempio della tigre).
Lì, un piccolo gruppo di monaci guidato dall’abate Pra Acharn, vive a stretto contatto con un gruppo di tigri indocinesi e tanti altri animali. La particolarità è che le tigri, per la maggior parte del tempo, non stanno in gabbia, ma sono libere, giocano e si fanno accarezzare dai monaci.
Ogni anno migliaia di persone vengono da tutta la Thailandia e da ogni parte del mondo a visitare questa strana comunità.
Anche io l’ho visitata con mio marito lo scorso dicembre, e la ricordo come una delle esperienze più emozionanti vissute nella vita.
Uno zoo? Un’attrazione turistica?
Niente di tutto questo.
La storia inizia circa dieci anni fa. Un gruppo di persone della tribù dei Karin, che vivono sulle colline tailandesi, trova due tigri più morte che vive. La loro madre era stata uccisa dai bracconieri, e i cuccioli erano stati percossi e si trovavano in agonia. Le guardie forestali dissero loro di portare le tigri all’abate, perché era una persona molto buona e le avrebbe sicuramente curate. Così fecero. Egli con l’aiuto degli altri monaci si prese cura dei cuccioli, ed essi, dopo qualche anno, a loro volta ebbero due piccoli. La famiglia iniziava ad allargarsi, e la fama del tempio a crescere.
Iniziarono ad arrivare altri cuccioli orfani. Così il numero delle tigri negli anni ha continuato a crescere, fino ad arrivare alle circa 15 di adesso.
L’abate è convinto che tutte le tigri siano reincarnazioni di monaci o altri animali.
E’ sicuro che una di esse sia la reincarnazione di un suo amico, un vecchio giardiniere.
Ma come è possibile la convivenza pacifica fra l’uomo e la tigre?
Le tigri del monastero sono cresciute con gli umani, perciò tollerano la loro presenza, e non li vedono come preda o minaccia. Ai monaci per tenerle a bada basta alzare un bastone, senza neanche toccarle, o spruzzarle con una bottiglia d’acqua.
Se le tigri tornassero nella foresta, si avvicinerebbero ai villaggi in cerca di cibo, e verrebbero uccise. Sarebbe troppo pericoloso per loro liberarle. Qui vengono nutrite e curate.
I monaci buddisti, però, non mangiano carne, perciò per principio etico non possono dare carne alle tigri. E la tigre non è certo un animale vegetariano! Come fare quindi?
Hanno risolto la questione nutrendole con ossa di pollo finemente triturate in modo che non ricordino la carne, e mischiandole a croccantini per cani. A volte viene data loro un po’ di carne di manzo, ma sempre cotta, perché non rimanga traccia di sangue, per fare in modo che gli animali non colleghino il sapore del sangue alla carne di esseri viventi.
Le tigri, come i monaci, mangiano solo una volta al giorno. Gli avanzi vengono dati agli altri animali presenti nel centro, come cinghiali, cervi, pavoni, bufali, ecc…
Non esiste nessun precedente simile di convivenza pacifica fra uomo e tigre, per cui moltissime persone in tutto il mondo si sono interessate a questo progetto, e il monastero ospita spesso veterinari, biologi e studenti da tutto il mondo.
Qualche anno fa, quando il numero delle tigri ha iniziato ad aumentare notevolmente, l’abate si è reso conto che il monastero era in difficoltà. Così gli è venuta l’idea per il suo progetto: l’isola delle tigri. La sua idea, che si sta pian piano concretizzando, è di costruire nella zona dietro le gabbie una grande area circondata da un fossato dove le tigri possano vivere completamente libere e a contatto con la foresta, e posizionare dei punti di osservazione che permettano ai visitatori di poter ammirare e studiare la vita delle tigri senza correre alcun pericolo.
Tante persone si sono interessate a questo progetto, anche il generale dell’esercito tailandese, che ha inviato truppe ad iniziare i lavori. I soldati hanno iniziato a pulire la foresta e a scavare il grande fossato. Ad un certo punto, però, il progetto si è arenato perché sul fondo sono state trovate pietre e i lavori hanno subito uno stop.
Servivano più soldi per continuare gli scavi.
Inoltre, le tigri mangiano molto, circa 25 dollari di cibo al giorno, una cifra enorme per la thailandia.
Il problema è che i monaci buddisti non possiedono denaro. Loro non comprano neanche il cibo, che gli viene donato dai fedeli durante la processione mattutina. Possono solo accettare offerte.
Inoltre, occorre sottolineare che i monaci non vivono sempre nello stesso monastero, ma sono itineranti. Essi trascorrono lunghi periodi a meditare nella foresta e spesso al termine del ritiro non tornano allo stesso monastero. Quindi, non sempre al Tiger Temple è presente un numero sufficiente di monaci per accudire le tigri.
Come fare quindi a risolvere questi problemi, monetari e di personale?
L’abate ha deciso di iniziare ad accettare aiuti dall’esterno e ha aperto il monastero ai turisti. Inoltre, ha aperto le porte a volontari, che dopo un corso preparatorio aiutano i monaci nella cura dei felini.
E’ diventato possibile quindi per le persone comuni poter avvicinarsi alle tigri, toccarle, fare fotografie e persino portarle al guinzaglio per qualche momento. Un’emozione indescrivibile.
Le tigri vengono portate durante il pomeriggio in quello che viene chiamato il “canyon delle tigri”, e, accompagnati dai volontari, i visitatori possono avvicinarsi. Si fa un giretto, qualche foto con ognuna di loro, una carezza, e via. Senza paura.
Alle quattro del pomeriggio, quando le tigri vengono riportate alle gabbie per riposare, l’abate apre una specie di processione, con la tigre più grande al guinzaglio, e uno alla volta ci si può sostituire a lui per qualche momento, portando la tigre.
Con l’arrivo dei visitatori sono iniziati ad arrivare molti fondi ed è stato possibile riprendere i lavori per la costruzione dell’isola delle tigri.
Questo posto non diventerà uno zoo, ma verrà gestito e organizzato con l’aiuto di personale esperto e qualificato. Diventerà un centro di riabilitazione, di ricerca e studio.
Già adesso, con l’aiuto di veterinari e biologi thailandesi e di tutto il mondo, le tigri vengono curate e studiate ed è stata creata una banca dati che segue la loro vita.
Certo, i lavori procedono lentamente, anche perché ci sono le mine, e le operazioni di sminamento sono molto costose e delicate. Ma il sogno dell’abate pian piano si sta concretizzando: la prossima generazione di tigri potrà tornare a vivere nella giungla, in uno stato di semilibertà.
Per comprendere il lavoro e la filosofia di questo monaco, bisogna capire il pensiero orientale: qui in occidente c’è la convinzione che gli animali debbano vivere liberi, invece gli orientali basano la loro vita sulla ricerca della felicità, e per loro se una tigre è felice questo fa bene alla difesa della specie. E nel monastero le tigri sono senza dubbio felici e in pace.
Grazie alla fama raggiunta, il monastero ha creato una fondazione benefica per dare un aiuto alle comunità povere della regione.
Inoltre, è attiva una stazione radio per trasmettere messaggi buddisti di pace e lotta contro il bracconaggio.

Katia Carini
Tags: tigri, thailandia, monaco, tempio, kanchanaburi, buddismo
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