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Yemen Moto Raid - 2003

Scritto da Letizia Carducci
  • sana
  • case merletto
  • momenti di yemen
  • i 5 pilastri
Occorrono giorni, respiri … . e pensieri, prima di poter raccontare un viaggio nel tempo,
ma oggi più che mai sento il bisogno di disfare il bagaglio che ho riportato e di fare un po’ di ordine intorno, di archiviare in memoria i giorni trascorsi, per poi ricominciare ancora,per cui cerco riparo sulla carta.
Sono rientrata nella mia quotidianità ma non riesco a sintetizzare l'esperienza che ho vissuto.
Il viso abbronzato suscita l'invidia di chi incontro ma ognuno vorrebbe sentirsi raccontare di mete esotiche, da sogno televisivo e di fronte alla parola 'Yemen' i più, ignari, mi dicono: "Bello, ti sei divertita?" pensando alle ferie come occasione di divertimento, altri rispondono con stupore misto ad ammirazione; mai si crea un confronto. Dovrò tentare di metabolizzare e portare con me in ogni gesto ciò che insieme ad eccezionali compagni di viaggio - Claudia, Eleonora, Paola, Andrea, Giampiero, Gianluca, Marco, Michele, Paolo e Walter ho condiviso per 16 giorni.
Renato - il capogruppo - al telefono, dieci giorni prima della partenza mi aveva assicurato che se avessi partecipato, quello sarebbe stato il viaggio più bello della mia vita e nonostante le mille domande che si affollarono nella mia mente accettai subito (beata incoscienza si dice no?!). Non sapevo assolutamente niente dello Yemen se non da racconti fatti da altri amici di avventure, ma più volte mi era stato proposto quell'itinerario, più volte avevo rifiutato per cui, con un po’ di fatalismo, decisi di tener fede al mio vecchio convincimento che i luoghi da vedere sarebbero tanti ma che più numerosi sono i mondi da incontrare, e importanti le persone con cui condividere il proprio tempo. Scelsi di investire su un'amicizia consolidata, confidando nel divenire degli eventi in qualunque caso. Tornando a casa poi aprii l'Atlante geografico e cercai quella lingua di terra che pende dall'Arabia Saudita e che si affaccia sul continente africano - posizione calda ne 'i venti di guerra' - e realizzai che avrei percorso migliaia di chilometri in compagnia non solo di 7 temerari motociclisti ma anche di una scorta armata. Iniziai a preoccuparmi un po’, ma per fortuna non ebbi abbastanza tempo per fare grandi congetture; volevo comunque partire e sospendere il mio tempo presente, disposta a correre i rischi che ogni viaggio geografico o interiore comporta sempre.
L'opulento Natale mi offriva tante cibarie per garantire il sapore della festa anche a distanza ed optai per un generoso torrone artigianale che poi ha trovato a destinazione buona compagnia con altri pezzettini di tavola italiana.
L'idea di partire con dei motociclisti mi incuriosiva: io, salita in moto una sola volta in Costiera Amalfitana e mai amante della velocità, avrei di sicuro scoperto un mondo nuovo, avrei incontrato uomini che hanno la forza di vivere grandi passioni sopportando notevoli costi e sacrifici e in qualche modo forse avrei vissuto di riflesso l'illusione della libertà su due ruote.
Così sono partita a cuor leggero e San'a, la capitale, mi ha accolta la sera del 21 dicembre in una di quelle case da presepe che avevo appena intravisto nei vari articoli del giornalino. Un funduk tradizionale, l'altisonante Sultan Palace Hotel, con materassi a terra, bagni in comune e grandi vetrate colorate mi ha fatto entrare in punta di piedi nella capitale, ma il sogno è stato breve: le urla del meuezin si sono levate all'alba con fermezza dal minareto e ogni giorno da quel momento il tempo sembrava non appartenermi più.
Lunghissime sono state le pratiche di sdoganamento dei mezzi, immediato il contatto con la cultura araba: la lingua araba ha rappresentato l'ostacolo ufficiale al da farsi, ma i ritmi e le modalità d'altri tempi hanno nutrito la nostra impazienza, ancorata all'orologio occidentale.
Ma come si sa prima o poi tutte le beghe si risolvono e dopo ore ed ore di attesa anche i motori si sono risvegliati a San'a creando una piccola carovana che richiamava ai bordi delle strade tantissime persone. Sapevamo che questo era il terzo viaggio che Avventure nel Mondo aveva organizzato nello Yemen con le moto ma certo non potevamo immaginare il sincero stupore che abbiamo trovato ovunque!!
A bordo della jeep di supporto ho guardato i motociclisti filare diritti sull'asfalto nuovissimo nel caos della capitale e poi nell'immenso deserto … ed ho pensato, riflettuto e poi scritto, man mano, nei rari momenti di riposo.
Ho visto e attraversato un pezzettino del deserto dello Yemen, ho dormito - o meglio non dormito- in una tenda beduina (Shabwa), ho sentito soffiare il vento intorno e mi sono fatta guardare dalle stelle, ma nella foschia del mattino, percorrendolo in auto non sono riuscita a staccare la presa dei pensieri ed entrare in quell'immensità. Se non ci fosse stato il beduino di turno che indicava la pista sembrava che le moto rincorrendosi ed allineandosi dominassero completamente il paesaggio e vincessero la natura immutabile, andando incontro ad un orizzonte che si è ripetuto per ore. I giochi- bambini dimenticati che nello spazio senza regole potevano essere ripetuti hanno infranto il silenzio che normalmente avvolge questi spazi ma hanno dato un colore inedito a tutta la traversata.
Altre volte attraversando il deserto il mio pensiero era stato sovrastato dalle sensazioni e solo il pianto era riuscito a sciogliere l'emozione. Liberavo lacrime nascoste, sconosciute, lacrime che non trovavano parole, cercando di capire perché fossi lì, e cosa poteva dirmi quel pezzetto di mondo. Anche questa volta nessuna risposta mi ha confortato e non sono riuscita ad amare quei momenti, neanche per le foto ricordo che avrei potuto poi mostrare. Quella mattina ho capito che avrei preferito percorre a piedi quella terra senza età che solo apparentemente è priva di vita mentre in realtà pulsa di profondi contrasti tribali. Mi domandavo perché si dovesse proteggere con le armi il nulla, il vuoto del deserto e invece, a parte sparuti pozzi petroliferi che bruciano in lontananza e che garantiscono seppure con grande ritardo l'ingresso dello Yemen nella modernità, quelle sono zone pericolose in particolare per i turisti perché nell'isolamento gli integralismi sono ingovernabili.
C'è vita nel deserto, non solo per sparuti cammelli al pascolo alla ricerca di timidi fili d'erba; ci sono numerose famiglie di beduini che vivono da sempre in totale autonomia lontano dai villaggi e che fino a qualche anno fa non conoscevano il valore del denaro, che pure hanno imparato presto a trattare con guide locali e turisti tanto da proporci una capra da macellare ad un prezzo esorbitante (non abbiamo acconsentito alle pretese e abbiamo improvvisato una cena essenziale ma gioiosa!). Ci guardano nel buio senza essere visti; il mistero di quella gente mi rimane del tutto sconosciuto e vedere con i miei occhi che nella notte più buia, senza alcun apparente punto di riferimento, il giovane beduino alla guida che spegneva i fari della sua jeep per vedere meglio la direzione (!!) mi fa ricredere su tante cose.
Attraversando il deserto è iniziata l'avventura: Gianluca mi ha invitato a salire con lui sulla moto e ad assaporare prima le dune di sabbia e poi la pista vera e propria per parecchi chilometri. Ho accettato subito e di cuore, curiosa come sempre di fronte alle novità e grazie alla sua guida rassicurante ho vinto l'antico timore che mi faceva prudere le ginocchia ed ho goduto di un altro panorama; ho potuto incantarmi di nuovo. Sulla pista che non c'è, a ben guardare si incrociano tracce e scie di altri percorsi, di altri passaggi; vie segnate da qualcun altro prima di noi. Mi è tornata alla memorie una delle tante città invisibili di Calvino, quella in cui proprio i fili invisibili che legano le persone fanno la città, la città delle relazioni. Il deserto mi è apparso allora come una metafora della vita dove molte sono le vie già tracciate e percorse, chiarissime di fronte a noi, dove c'è sempre la libertà di scegliere e tracciare nuove linee e seppure mettessimo tutti noi stessi in quella scelta avremmo fatto solo un pezzettino della nostra strada, ma comunque assaporato momenti di infinite possibilità.
Presto cumuli di immondizia mi hanno ricordato che il deserto avrebbe incontrato l'asfalto ed irrimediabilmente il caos del traffico agli incroci, ma per tutta la durata del viaggio rarissimi sono stati gli incontri con altri turisti e ovunque - non solo a causa delle moto - sembravamo extraterrestri: adulti e bambini ci circondavano eccitati.
Uscita dalla pista del deserto ho incominciato a guardare negli occhi le persone, dimenticando che lì le donne non solo non hanno un volto sociale e mai entrano in relazione con l'altro sesso in pubblico; abbastanza presto ho avuto bisogno di coprire il capo e di rinviare l'indagine degli sguardi. Rispetto all'iniziale condanna della donna ombra che si intravede raramente e solo in lontananza ho riflettuto nei giorni più in profondità sul significato dei neri veli, ma ho sempre sentito la mancanza del genere femminile, senza il quale facevo fatica anche io a collocarmi. La vita delle donne è completamente dedicata ai figli ed alla casa - così è scritto - per cui non hanno alcun bisogno di uscire, ma nonostante gli sforzi non mi sono abituata al vuoto che si avverte in giro; ovunque tanti uomini in attesa, bambini e militari, più o meno dignitosamente vestiti con le loro chiare e lunghe tuniche, la loro giacca di foggia occidentale, la kefia in testa e l'immancabile jambija in vita si sono sempre avvicinati ed hanno provato timorosi le loro poche parole in inglese, sorridendo soddisfatti di sapere che venivano da una fantasmagorica Italia, ma mai abbiamo parlato con una donna.
Abbiamo sorseggiamo insieme agli yemeniti chay bollente ad ogni angolo e mai perso l'occasione di curiosare nelle improvvisate cucine o di fare qualche spuntino. Abbiamo scoperto presto che le scelte a disposizione erano molto limitate ma il gruppo ha dato fin da subito grande prova di adattamento. Il pane - alimento così poco apprezzato sulle nostre tavole - è stato la costante delle nostre allegre serate, insieme a fagioli, riso, humus, pollo, verdure e kebab; abbiamo imparato presto a mangiare con le mani e a fare a meno di ogni tipo di bevanda alcolica del tutto fuori legge in questo paese.
San'a, Marib, Shabwa, Shibam. Tarim, Seyun…… solo dopo chilometri e chilometri percorsi mi sono ricordata che non è possibile fotografare le immagini che invece si fissano sul cuore e le sensazioni che si succedono nel tempo. Non esiste neanche un modo per raccontare ila luce che cambia e la gente che ho incontrato in questa roboante incursione nel passato, in un luogo dove ancora non c'è stata alcuna rivoluzione industriale e dove tutti i lavori si svolgono ancora con la forza d elle braccia o con l'aiuto di qualche asino o cammello.
Rispetto ad altri viaggi più silenziosi questa volta eravamo veramente ingombranti anche grazie alla sirena spiegata che le scorte armate sfoggiavano segnando il nostro cammino, tra villaggi desolati e cittadine composte. Di fronte a tanti Tourist hotel abbiamo spesso ricercato il funduk, quel dormire insieme a terra a cui avevamo quasi fatto l'abitudine ed è stato sempre difficile spiegare ad Alì - la nostra guida - la nostra illogica preferenza per alberghi senza acqua calda e per strade non asfaltate.
Ogni giorno i paesaggi sono cambiati con grande rapidità salendo e scendendo dall'immenso altipiano che abbiamo percorso: ai lati della strada due arrugginiti carri armati ci hanno ricordato che fino a qualche anno fa qui si combatteva una guerra civile - quella che poi ha sortito la nascita dell'attuale repubblica unica - e che i kalasnikov portati a tracolla con grande leggerezza, non solo dai militare, hanno sparato e sono pronti a farlo ancora all'occorrenza. Sappiamo che l'attuale governo non ha il totale controllo del territorio e che in molti ambiti vige tutt'ora la legge del taglione e abbiamo cercato così di dare un senso al continuo alternarsi di giovanissimi (e approssimativi) militari al nostro fianco: sembra trattarsi di una polizia turistica imposta a pagamento per l'attraversamento di certe zone a garanzia della propria incolumità dopo recenti episodi integralisti.
Abbiamo toccato le acque limpide dell'Oceano a Bir'alì e poi virato ancora verso nord (io ho preferito spesso la moto che non avevo messo in programma e ho percorso lunghi tratti cercando anche di chiacchiarare o di canticchiare!!). La mancanza di copertura assicurativa impone più che mai nello Yemen l'utilizzo del casco e di un'adeguata attrezzatura di protezione, ma a volte ho viaggiato incurante del pericolo, con il vento tra i capelli, cercando di godere del privilegio-passeggero, senza preoccuparmi dell'incertezza del fondo stradale, ora lo posso dire... Tutti i motociclisti hanno guidato con il buio, con la pioggia e con la nebbia su pendenze e tratti inimmaginabili ma i piccoli incidenti, le forature ed i fuoripista sono stati sempre un'occasione per ritrovarsi e continuare la scoperta, insieme.
A volte voler capire è solo una pretesa, me ne sono ricordata solo dopo aver attraversato le strade non ancora pavimentate di Shibam - il paese narrato ne 'Le mille e una notte', il paese dell'impossibile, dove si ergono i grattacieli di fango - solo dopo essermi profondamente commossa guardando giocare i bambini con il niente (un cumulo di terra per l'imminente pavimentazione permetteva fantasie evoluzioni, … e risate a crepapelle)ho smesso di farmi domande e sono finalmente entrata nel mio viaggio. Ho abbandonato le categorie del giudizio e superato l'ostacolo del confronto con tutto ciò che avevo lasciato. Ho accettato totalmente la realtà che avevo davanti senza comunque trovare alcuna motivazione alla povertà, alla sporcizia, all'attesa.
Non potrò mai dimenticare lo sguardo dei tanti bambini che ho incontrato ovunque, quegli occhi colmi di curiosità, di timore, di voglia di scoprire tesori appena immaginati, quegli occhi neri, grandi, intensi, pieni di attese, quelle poche parole ripetute insistentemente come solo i bambini sanno fare (sura, kalam, filus = foto, penna, soldi),e porto con me la rinnovata consapevolezza che non potremmo mai esaudire tutte le richieste - non avremmo mai penne né caramelle a sufficienza e rischieremmo solo di farli litigare tra di loro - senza poi modificare minimamente le loro condizioni di vita. Penso che ognuno di noi, anche se non ce lo siamo detti, ha sentito il desiderio di prendersi cura di quegli angeli dolci e sorridenti che abbiamo incontrato ma poi qualcun altro, ai bordi delle strade, ci ha lanciato dei sassi rischiando di colpire moto e persone, e allora siamo ritornati subito alla complessa realtà che ci circondava ed alla necessità di rispettare silenziosamente il paese che ci ospitava, senza agire più di tanto.
Dove sono arrivate le strade ed il catrame a volte sono arrivati anche dei turisti; sembrava che i paesi a volte si risvegliassero al nostro passaggio: dopo ore di viaggio in un Wadi siamo arrivati a Thula e lì abbiamo incontrato ancora bambini poliglotti che sembrava inventassero negozi e commerci prima invisibili. Lì, lo spazio che al mattino viene dedicato al mercato, al calare della sera ci si è regalato e soli, per le vie della cittadina abbiamo goduto delle alte costruzioni addossate alla montagna, delle poche e fioche luci filtrate dalle vetrate di merletto, delle lucenti stelle, poi nella stanza preferita dall'Imam, ci siamo addormentati una volta ancora dentro al presepe altrimenti immaginato.
Anche se moschee e minareti dominano ogni abitato non abbiamo mai potuto varcare la soglia dei luoghi sacri, ma abbiamo respirato dall'alba al tramonto una religiosità che è, oltre che urlata a squarciagola, nella legge, nei modi e nei gesti di ognuno.. Il meuezin ripete incessantemente che Hallah è grande e anche noi abbiamo man mano iniziato a crederci, allargando la visuale dei nostri mondi possibili.
Ero partita dall'Italia pensando di guardare lo Yemen attraverso un finestrino della jeep di supporto e invece ho approfittato spesso dei miei compagni di viaggio assaporando un'altra dimensione, un altro modo di muovermi nello spazio: discese azzardate a motore spento: paura, brivido… (non l'avrei fatto neanche al Luna Park, se me lo avessero chiesto!), poi a valle il riso che scioglie la paura - e guardarmi attorno, capire che le strade porteranno velocemente cose e persone rompendo un isolamento durato secoli, questo pensavo.
Forse questa terra non riuscirà a smaltire la modernità delle cose perché le indistruttibili buste di plastica, i pneumatici abbandonati ai lati delle strade e le lattine di metallo cresceranno proporzionalmente al progresso e non sarà il qat che masticato ogni giorno in gran quantità, impedirà di vedere il contrasto tra una natura intatta, immutata e la traccia lasciata dall'uomo.
Pian piano, attraverso i giorni ho fatto un po’ l'abitudine a questo nuovo - vecchio mondo e seppure non me ne sono innamorata ho cercato di tenere gli occhi bene aperti.
Nei souk della capitale sono tornata ad essere turista tra i tanti italiani incontrati ed ho ripreso a fotografare quello che è stato definito patrimonio dell'umanità: un centro storico di grande bellezza, un modello architettonico di grande equilibrio tra vuoti e pieni, i colori, i materiali ed i fregi, i vetri policromi che risaltano sulle finestre un tempo in alabastro, le decorazioni bianche di calce e stucco che impermeabilizzano le linee di scolo e formano cornici che sembrano di zucchero, i mercanti e le persone che dolcemente si sono prestate ad essere immortalate. Ho fatto alcuni acquisti poi ho richiuso ancora una volta lo zaino cominciando a pensare al ritorno a casa.
Viaggio nella notte, ore confuse, l'inverno ritrovato.
Mi hanno chiesto perché sono andata nello Yemen: continuo a non saperlo ma ringrazio questa vita che continua a stupirmi, con o senza moto.
Tags: yemen, moto, islam, donne
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