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Da Vienna a Budapest

Scritto da Alessandro Di Maio
  • Vienna, edifici in stile neoclassico
  • Tram viennese
  • Danubio, confine austro-ungaro-slovacco
  • Indicazione stradale per Budapest
Vienna, il più prezioso fra i gioielli della cultura europea, cuore della più importante casa regnante di tutto il mondo, quella asburgica.
Il 28 Dicembre 2007 la meccanica di un bimotore tedesco e quella del vento, naturale e trasparente come solo le cose di Dio sanno essere, mi portarono da Norimberga a Vienna, dalla Germania sud-orientale alla dolce e verde Austria centrale, in un viaggio tanto breve e lento da potersi considerare un piacere che, unito alla lodevole vista del basso dall’alto, risvegliava in me i sensi della sete di conoscenza di cui mi nutrivo.
Ero armato di guida Lonely Planet, macchina fotografica, telecamera, audio registratore e taccuino su cui registrare e annotare ogni minimo dettaglio della vita di Vienna.
“Non parlo il tedesco, non lo capisco, non lo leggo. Parlo inglese signori”, dissi alle guardie aeroportuali che mi schiarirono la voce al recupero bagagli. “Prendo le valige e vi saluto augurandovi una buona notte” continuai inchinando la mia voce e voltando leggermente lo sguardo verso l’uscita.
La sera era tarda e Judit mi aspettava. Quando la vidi sentii qualcosa che non saprei descrivere ma che a sommi capi potrei definire come “la voce timorosa che tutti hanno”. Lei sorrideva con il leggero imbarazzo di chi aspetta qualcuno all’uscita dell’aeroporto.
Ci abbracciamo forte, così forte che ci fece male alle braccia. Poi, incuranti del peso dei bagagli, parlando e saltellando come grilli vivaci ci dirigemmo alla banchina del treno che in non più di quindici minuti ci avrebbe destinato al centro della capitale austriaca, nella camera precedentemente prenotata di un albergo albergo centrale.
Judit il tedesco lo parlava. Mi disse che aveva più volte chiesto a dei passanti e che tutti le avevano indicato lo stesso treno per giungere a Vienna. Quando questo arrivò, salimmo su di un vagone simile a quelli della metropolitana di New York City.
Era una partenza felice, spensierata. Sapevamo di poterci rilassare immediatamente in una comoda stanza d’albergo e poi uscire per una passeggiata notturna tra le chiese e le luci notturne di Dicembre, non potevamo sapere che quella notte sarebbe stata “la notte trascorsa”.
Passano più di quindici minuti e Vienna non si vede. Dalle finestre del treno non traspariva nulla, solo il buio della notte congelata da temperature sotto lo zero. Ero indeciso se dubitare della puntualità e precisione austriaca quando mi alzai per chiedere informazioni in inglese ad un giovane austriaco paffutello, con gli occhiali tondi ed un libro in mano.
Quando tornai accanto a Judit avevo la faccia di uno spettro: occhi e bocca spalancati, orecchie rosse ed una calura interna che mi sentivo bollire. Il treno era diretto a Bratislava, capitale della Slovacchia: andava nella direzione opposta a quella di Vienna da noi desiderata.
Ci allarmammo non poco e consigliandoci con il capotreno scendemmo alla prima stazione. Il freddo ci avvolse, la neve registrò i nostri passi. La stazione era nel buio totale. Non vi era nulla, solo il binario appena lasciato dal treno e la banchina coperta di neve.
Mancava un’ora a mezzanotte e secondo la tabella esposta, un’ora fa passava da lì l’ultimo treno giornaliero diretto a Vienna.
Lasciammo la stazione per la strada. Essa affiancava la campagna aperta con qualche casa, una luce gialla ogni tanto e nessun rumore. Speravamo in un autobus, un taxi, in qualche vicina locanda. Niente di tutto ciò, eravamo da soli in una zona imprecisata tra l’Austria e la Slovacchia, al ridosso del confine.
Guardai Judit negli occhi, eravamo arrabbiati e tristi. Lei accennò ad un sorriso, io le andai dietro e finimmo per ridere come due pazzi cadendo nella neve più volte, maledicendo chi le aveva detto di prendere quel treno e coloro che ci avevano consigliato di scendere alla prima stazione.
Ben presto ci accorgemmo di non essere soli. Una macchina bassa e lunga, che poi scoprii essere una Ford station wagon, si avvicinava lentamente con fari deboli gravati dalla neve.
Speranzosi di trovare qualcuno che ci potesse dire almeno in che zona del confine ci trovassimo, ci ricomponemmo. Tanto fu il nostro stupore quando dalla macchina scesero due poliziotti austriaci, in uniforme blu scura, pila tascabile e un viso affatto rassicurante.
Indirizzarono le loro torce sui nostri visi, poi sulle mani, i piedi e le valigie. Non ci salutarono, né sorrisero. In un inglese sfibrato dalla lingua tedesca ordinarono: “ID inspection”. Lo ripeterono più volte facendo svanire le speranze di soccorso che albergavano in Judit.
Non smetteva di ripetere di aver bisogno d’aiuto per raggiungere il centro cittadino. “Ci siamo persi e dovremmo tornare a Vienna dove abbiamo una prenotazione d’albergo”, diceva sempre più adirata dal comportamento della legge che si ergeva inflessibile davanti a noi. “Vi chiediamo un passaggio se non fino a Vienna quantomeno in un luogo diverso da questo, in cui poter prendere un autobus o un taxi”.
I poliziotti osservavano le nostre carte d’identità con particolare attenzione. Se quella di Judit li sorprendeva un po’ per il recentissimo (il 21 Dicembre 2007, una settimana prima) ingresso dell’Ungheria nell’area Schengen, la mia li impensieriva. Pensavano forse di aver trovato un clandestino Armeno o Russo poiché non credevano che in Italia potessero esserci delle Carte d’identità non plastificate e dei siciliani – da loro normalmente scambiati per dei tunisini – con una carnagione bianca come la mia. Sfregarono la Carta d'Identità tra pollice ed indice, mettendola contro la luce della torcia, accostandomela al viso e muovendo gli occhi tra la foto della Carta e il mio volto.
Alla fine decisero di porre fine all’ID inspection, di lasciarci lì in mezzo al nulla, incuranti delle nostre richieste d’aiuto. Fu duro accettare il loro comportamento, kafkiano al contrario, freddo, autoritario, deciso. Non credo che gli ufficiali pubblici austriaci siano così asburgici e nemmeno che – come pensavo in quel momento – tutti i poliziotti di quel paese fossero affiliati all’FPO o al BZÖ, due partiti xenofobi di estrema destra.
Rallegrati di vederli andar via, ci accostammo ad una larga strada, certamente molto trafficata durante il giorno. Dal cielo non cadeva più neve, ma la nebbia sembrava soffocasse i lampioni gialli.
Ad ogni auto puntavamo il pollice al cielo per chiedere un passaggio fino a Vienna, per fare l’autostop (hitchhiking, secondo gli inglesi). Ridevamo rimanendo preoccupati. “Adesso mi nascondo e appena si ferma qualcuno esco fuori e come una zecca entro nella macchina di colui/e che, vedendo da sola una bella ragazza come te, decidesse di fermarsi per darti una mano”, dissi ridendo a Judit.
Le macchine passavano ma nessuna si fermava. Qualcuna ogni tanto rallentava per poi accelerare beccandosi dietro le nostre imprecazioni. Passò anche un autobus privato e vacante, ma nemmeno quello si fermò.
Erano passati non più di quattro minuti da quando avevamo iniziato, che una piccola macchina bianca veniva verso di noi. Il suo rumore era grave ma non infastidiva.
La macchina si fermò a dieci metri da noi. Judit si avvicinò per parlare al conducente e quando mi guardò fece segno di avvicinarmi. Era la macchina giusta, quella che si era fermata e quella che ci avrebbe allontanato da quel luogo dimenticato da Dio.
Era una Trabant, un auto tedesca costruita nell’ex Germania Democratica per il “proletariato dell’Europa socialista” e oramai fuori produzione.
A guidarla era uno slovacco alto e magro con fini e corti capelli biondi e occhi chiari. Era vestito con dei jeans e un maglione azzurro. Egli non parlava inglese, solo qualche parola di tedesco, italiano e francese.
Nonostante le difficoltà linguistiche, riuscimmo a comunicare così bene che iniziammo a scherzare sugli stereotipi degli austriaci, cugini dei tedeschi.
Ivan, questo il suo nome, risultò molto simpatico e gentile. Aveva attraversato il confine da qualche minuto ed era diretto in un paesino a nord di Vienna, dove il giorno dopo avrebbe dovuto partecipare alle nozze del fratello. Per lui andare fino a Vienna sarebbe stata strada in più da fare, ma decise di scortarci fino al centro, nonostante la lancetta della benzina segnasse rosso.
Seguendo i binari ferroviari per venti minuti arrivammo a Vienna. Tra la sede internazionale dell’OPEC e il canale cittadino del Danubio ci accomiatammo da Ivan promettendoci a vicenda di rivederci.
Da lì fu facile prendere un taxi e trovare l’albergo.
Era mezzanotte passata. La notte era trascorsa.

Durante il mio primo viaggio a Budapest, colleghi italiani e stranieri definirono la capitale ungherese “la piccola Vienna”. Io, che fino a quel momento non avevo mai visto le bellezze della città dell’Imperatore Francesco Giuseppe, rimanevo dubbioso, domandandomi se l’accostamento fosse valido alla luce della vicinanza storico-politica e geografica e del comune denominatore danubiano.
Giunto finalmente a Vienna dopo una notte trascorsa in avventura, riproposi alla mia mente la questione. Judit, che mi accompagnava, non disse una parola per non far pesare la sua cittadinanza ungherese.
Vienna e Budapest non hanno molto in comune, credo che le loro storie abbiano seguito insieme un solo tratto per poi distaccarsi e crescere ognuno a suo modo, che queste due capitali abbiano diversi rapporti con il grande fiume, che l’urbanistica sia completamente diversa, che i cittadini di Budapest siano una cosa e i viennesi la cosa opposta.
Se Vienna è ricca, altezzosa, regale, preoccupata, Budapest è una città borghese a tratti povera, spensierata, libera, romantica e passionale. Se la prima dimentica il Danubio, la seconda ne fa il cuore della sua struttura metropolitana.
Vienna non segue i flussi del Danubio, lasciato scorrere alle porte orientali della città, e pare stretta dalle morsine, da un fitto reggipetto che le impedisce di respirare. Dal canto suo Budapest è ingigantita, affascinata, scandita, purificata dal grande fiume.
Vienna sembra una bambina che non corre mai, attenta a non sporcarsi il vestito. Budapest è il contrario. E’ una bambina un po’ più grande della prima, pronta a giocare, correre, sporcarsi, per il puro piacere di divertirsi, di dare uno strappo alle regole, di essere la prima città-ponte tra l’est e l’ovest di un continente tutto Occidentale e per molti anni diviso tra Oriente ed Occidente.
Wien – come la chiamano gli austriaci - deve molto della sua struttura architettonica agli scontri militari con gli Ottomani, ai loro assedi e allo status di frontiera che caratterizzava quella parte d’Europa fino al 1683, anno in cui gli austriaci riuscirono a rompere l’assedio ottomano e scacciare i musulmani dall’Europa centrale.
Che piacere è camminare per le vie di Vienna, tra edifici gotici, barocchi e neoclassici, tra mostruose costruzioni hitleriane e opere di Friedensreich Hundertwasser, tra i ricordi del c.d. “miglior governo socialista che l’Europa abbia mai avuto” – quello austriaco dei primi anni venti del Novecento – e i maestosi e geometricamente simmetrici giardini imperiali.
Budapest sostituisce i giardini con il Danubio, i ricordi socialisti con quelli oscuri dei tempi del filo-sovietismo, gli edifici gotici, barocchi e neoclassici con simili costruzioni gotiche, barocche e neoclassiche e bellissime opere d’art Noveau, nonostante la città sia stata ricostruita dopo essere stata distrutta dai combattimenti tra l’esercito nazista e l’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nell’Ottocento, quando i viennesi si stancarono delle bizzarrie barocche e scelsero linee tradizionali, classiche, squadrate, non potevano immaginare che l’eccessiva simmetria avrebbe soffocato il visitatore del 21mo secolo proprio come le complesse linea barocche avevano imbavagliato la loro fantasia romantica.
Di questo io e Judit parlavamo quella fredda mattina di Dicembre mentre ci spostavamo dal centro verso la periferia occidentale di Vienna con un tram giallo, bianco e comodi sedili in legno. Si parlava della sera precedente sfogliando sbadatamente la guida e la mappa della città, soffermandosi su germanici nomi di palazzi, giardini e musei, e lasciando navigare la mente solo durante le fermate del tram, quando anziani dal viso stanco e dai vestiti scuri scendevano e salivano per raggiungere le loro mete.

La pesante giubba bianca acquistata in occasione dell’inverno 2007-2008 - che sapevo avrei passato in Europa centro-orientale - non bastò a proteggermi dal freddo della Vienna di fine anno.
Motivi di necessità e urgenza decretarono in me la decisione d’indossare pesanti calzamaglie e magliette intime di lana in modo tale da non essere offeso dalle temperature pungenti e per me tanto desiderate quando nuove.
Se il busto del corpo, massicciamente protetto dai maglioni e dalla giubba bianca – definita “da Inuit” da Judit e colleghi – non risentirono l’austero clima, mani e piedi soffrirono la sua tortura per buona parte delle passeggiate per le vie dell’Innere Stadt, il centro cittadino della capitale austriaca.
Guanti, due paia di calze e scarponi risultarono insufficienti, e il fatto di liberare spesso le mani dalle loro protezioni per sfogliare la guida, scrivere qualche appunto o scattare delle foto, peggiorava la sensazione nervosa che avevo delle mie dita, facendomele percepire senza vita, bloccate, incapaci di muoversi nelle loro leve naturali, rimpicciolite dal freddo che dovrebbe espanderle.
Vienna sorse proprio dalle strade acciottolate che in quel momento calpestavamo, da un temporaneo accampamento Romano del 15 a.C. che nei secoli divenne il cuore geografico, economico, religioso ed imperiale della città.
Sembrava di intravedere un museo ad ogni palazzo, un teatro ad ogni angolo, un giardino ad ogni piazza. Tra turisti, austriaci e turchi – con mia sorpresa abbondanti in città – correvano carrozze trainate da cavalli i cui zoccoli applaudivano le sensazioni della sera con i ciottoli della strada.
Giunti a Stephansplatz, la piazza principale del centro cittadino, rimanemmo affascinati dalla maestosità della cattedrale, la Stephansdom, un edificio con ingresso in stile romanico, struttura gotica, cupola rinascimentale, altare maggiore barocco e la più grande campana d’Austria.
Se nei sotterranei della cattedrale ci imbattemmo con le Katakomben - luogo di sepoltura per le passate e innumerevoli vittime di peste e di custodia di urne adibite a contenere gli organi interni degli Asburgo – all’ingresso della chiesa incontrammo Magdalena e Mateusz, una giovane coppia di amici polacchi di Cracovia, amanti, come me e Judit, di viaggi, storie, politica e di interessanti e liete conversazioni davanti ad un bicchiere di hot wine o di una tazza di tè caldo.
Per circa venti minuti passeggiamo insieme per le vie prossime alla cattedrale. Due polacchi, una ungherese e un italiano-australiano uniti dalla lingue inglese e dalla simpatia reciproca. Ogni tanto veniva fuori qualche frase in polacco, ungherese, italiano, spagnolo, francese, tedesco, russo e siciliano. Sembravamo un minestrone di culture diverse mischiate nel brodo del sogno europeo. Giunti in un elegante cafè cittadino ordinammo una camomilla, un tè, due hot wine e una bottiglia d’acqua naturale. Fu allora, aspettando le bevande, che si iniziò a parlare di Ryszard Kapuściński, grande e oramai scomparso giornalista e scrittore polacco. A pensarci mi vengono le lacrime! E’ meraviglioso condividere con coetanei di altre latitudini le opere di un grande autore che nel proprio paese sono conosciute solo da pochi.
Dopo due ore di conversazione ci separammo con la promessa di rivederci se non in Italia e Ungheria, in Polonia, magari nella stessa Cracovia dove vorrei andare per visitare il campo di concentramento di Auschwitz.
Era tardi. Judit ed io decidemmo di prendere la via del ritorno, in direzione sud-ovest. Giunti alla fermata del tram che ci avrebbe portato a casa, e attaccati dal freddo pungente dell’aria secca di Vienna, osservammo l’insegna di un cafè poco distante. Senza dire parola, imitando gli anglosassoni e sorridendo lievemente ci domandammo a vicenda: “tea time?”.
Il tram da lì sarebbe passato altre tre volte fino a mezzanotte. Così prendemmo un altro tè, un’altra camomilla.

Il giorno dopo traversammo il confine austro-ungherese tramite un’autostrada che collega le parti settentrionali dei due paesi e che è denominata A4 in territorio austriaco ed M1 in quello ungherese.
Dall’Austria ci portavamo l’idea che ci eravamo fatti dell’altezzosa Vienna, il ricordo del contrasto nitido e classico tra i colori delle facciate dei palazzi e le loro finestre in legno e vetro, quello dei manifesti razzisti nelle metropolitane e dei volti delle persone incontrate.
Oltre alle borse, in Ungheria portavamo il desiderio di rivedere la capitale austriaca, magari di primavera o d’estate, quando l’angolazione della Terra è tale da scaldare anche questa città, precisa e pulita come una donna in cerca di marito.
Superato il Lago di Neusiedl passammo all’Ungheria dal valico di Hegyeshalom, in prossimità dell’angolo di confine Austro-Slovacco-Ungherese, poco a sud di Bratislava, la piccola e dolce capitale slovacca.
Il confine austro-ungherese non esisteva più, era morto poco più di due settimane prima sotto i colpi dell’estensione ad est del Trattato di Schengen. Da quel giorno l’UE dava il via alla libera circolazione dà e per l’Ungheria.
Quando giungemmo al confine, il valico di Hegyeshalom era deserto, privo di guardie e filo spinato, di segnali stradali, barriere e della coda di veicoli tipica di ogni posto di frontiera. La vernice delle strutture sembrava essere ancora fresca, il manto stradale era nuovo, appena rifatto.
L’autobus rallentò leggermente per addentrarsi nel passaggio obbligato di un casello oramai spento. Riprese la sua corsa immediatamente dopo, proprio quando ci accorgemmo del passaggio dall’austriaco all’ungherese non solo nei segnali stradali, nelle pubblicità a bordo strada e nei nomi dei ristoranti e dei motel, ma anche nel gestore telefonico dei nostri telefoni cellulari.
Era l’ultima mattina del 2007 e la passammo ad ammirare i paesaggi collinari e montani dell’Ungheria nord-occidentale, inebriandoci del sapore della nebbia che ci avvolgeva ogni qual volta ci fermavamo.

Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008
Tags: Danubio,Vienna,Austria,Budapest,Ungheria,Slovacchia,Bratislava,diario,viaggio,inverno,avventura,racconti,europa,europa centrale,est
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