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In Moto nella Terra del Ghiaccio e del Fuoco

Scritto da ADRIANO LOMBARDI
  • VEDUTA SU EGILSTADIR
  • LAGUNA BLU
  • GEYSIR
  • GUADO
IN ISLANDA


Siamo fermi in attesa di imbarcarci: al solito si è formata una lunga coda di auto e fuoristrada, oltre a qualche moto.
Il sole picchia: il termometro segna trenta gradi ed io sto seduto in terra all'ombra di una 4x4, per sfuggire ai raggi solari. Mi tengono compagnia Serjei e Balos, con le loro fide Yamaha XT 550.
No, non ci troviamo in Marocco: siamo in Norvegia, a Bergen, e dobbiamo imbarcarci tra poco destinazione Islanda. Partiti due giorni prima da casa, dopo avere percorso 1600 chilometri nel caotico traffico italo-tedesco, siamo giunti in cima alla Danimarca. Da qui ci siamo imbarcati, attraccando dopo quattro ore di navigazione a Cristiansand, Norvegia.
“Che facciamo adesso?” chiede Serjei.
“Io direi di cercare una concessionaria Yamaha: se non la troviamo qui siamo fritti” rispondo.
In Germania si è rotto il bullone del cavalletto della moto di Serjei: fino ad ora ha ovviato al problema appoggiandola a qualche palo o pianta, ma non possiamo certo andare in Islanda così, visto che là le piante pare non esistano.
Un’auto della polizia è ferma al semaforo: Serjei si avvicina e spiega il problema al poliziotto, e questi risponde: "Follow me!”
“Che ha detto?”
“Ha detto di seguirlo, andiamo!”
Accendiamo le moto e ci accodiamo all’auto, che lentamente svolta a destra e imbocca la via principale. Siamo in una graziosa cittadina di pescatori, ordinata e pulita, in perfetto stile scandinavo.
Il poliziotto alla guida controlla che lo stiamo seguendo. È indeciso e si consulta un paio di volte con il collega al fianco, finche s'immettono in una strada a senso vietato; allora accendono i lampeggianti e ci fanno gesto di seguirli, sino a che giungiamo davanti alla vetrina di un negozio di moto.
Qui ci salutano e mentre Serjei ed io entriamo, Balos resta di guardia alle moto; non troviamo il bullone, ma c'indirizzano presso un altro rivenditore.
È lì vicino, e poco dopo varchiamo la soglia del negozio. Il titolare ha una vite simile: Serjei smonta il cavalletto e, dopo mezz'ora di martellare e limare, ammira soddisfatto il suo lavoro.
"È un'opera d'arte!" esclamo io.
Serjei prova ad appoggiare la moto: "Può andare, è ancora storto ma almeno tiene."
"Che ne dite, ci fermiamo a mangiare qua o facciamo strada e pranziamo più tardi?" chiedo.
Decidiamo di viaggiare ancora un'oretta: siamo appena sbarcati e, complice la limpida mattinata, abbiamo voglia di macinare chilometri
È una giornata splendida; la strada si snoda attraverso foreste di conifere e betulle, costeggiando talvolta corsi d’acqua più o meno impetuosi.
Ci fermiamo a pranzare in un piccolo locale poi proseguiamo, sino a che giungiamo sulla riva di un fiume dove alcuni ragazzi praticano il rafting: stiamo lì a guardarli per un po’, stando svaccati nell’erba, sino a quando decidiamo che è meglio proseguire.
“Tanto abbiamo tempo”, è la frase che ci ripetiamo. Verso sera giungiamo in un grazioso villaggio posto sull’ansa di un fiordo. Cerchiamo un ristorante o un posto dove mangiare, ed io vado in avanscoperta in un promettente locale.
“Allora, cosa si mangia?” mi chiede Balos quando esco.
“Niente.”
“Come niente?”
“Avete visto che ore sono?”
“Bè, c’è ancora chiaro…” controlla l’orologio "Le dieci e mezza!”
“Già, le dieci e mezza. Ho dimenticato che a queste latitudini viene buio sempre più tardi, ma i locali fanno orario come da noi.”
“Proviamo a vedere in quell’altro, là in fondo alla strada”.
Entriamo in una specie di balera, e il gestore inizialmente ci dice che non è più possibile mangiare. Poi si lascia commuovere e ci consiglia di pazientare: preparerà qualcosa.
“Siamo salvi!” esclamo. Ci cucina una costata con contorno di cavolfiore e le immancabili patatine fritte, e per quella sera ci riempiamo la pancia.
Andiamo poi in un prato proprio sulla riva del fiordo dove piantiamo le tende, assieme ad una famiglia di olandesi, e vi trascorriamo la notte.
La mattina carichiamo i bagagli sulle moto. Io saluto la signora olandese che si è affacciata alla veranda della tenda, con la segreta speranza che ci offra una tazza del caffè di cui si sente il profumo: speranza che però va delusa.
“Hai scoreggiato tutta la notte, pretendi che ti offrano anche il caffè?” mi dice Serjei.
“Senti chi parla, vi si è spostata la tenda di un paio di metri dal russare che facevate!” rispondo.
“Guardate, adesso stanno preparando pane e marmellata!” sussurra Balos.
“Sarà meglio che partiamo e andiamo a cercarci un bar.”
Ci rimettiamo in viaggio. È un’altra stupenda giornata, l'aria è tersa e la temperatura piacevole. Percorriamo una cinquantina di chilometri tra un fiordo e l’altro, sino a che arriviamo ad un bivio: come sovente capita in Norvegia, dobbiamo traghettare per attraversare il fiordo.
Spegniamo le moto, restando in attesa del traghetto. Arrivano altre auto e camper che si mettono ordinatamente in fila, e da uno di questi ne scende un uomo con canna da pesca e retino. Prepara rapidamente l'attrezzatura e lancia l'amo: dopo pochi minuti tira a riva un bellissimo pesce. Rilancia, una rapida attesa e un'altra preda finisce nel suo retino.
"Hai visto quell'ucraino? Si sta preparando il pranzo!" commento.
"Nessuno ha portato la canna da pesca?" chiede Serjei.
Il pescatore del gruppo è Balos, che però non ha con se l'attrezzatura.
"Mi spiace, la canna da pesca non era prevista" risponde.
Il traghetto sta attraccando: l'ucraino ripone i suoi arnesi nel camper e si prepara ad imbarcarsi. Mi avvio per primo e salgo sulla piccola chiatta, seguito da Balos e Serjei.
La traversata dura venti minuti, sbarchiamo e proseguiamo il viaggio. Arriviamo a Bergen a mezzogiorno, giusto in tempo per l'imbarco.
Alle porte della città c'è un casello: un cartello riporta la tariffa da pagare, e cerco nelle tasche. Raggranello alcuni spiccioli e li getto nell'apposito cesto, prima di passare.
Balos si fruga nelle tasche ma è in difficoltà. Sta cercando nel marsupio quando dall'auto che ha accanto sporge una mano, che tiene alcune monete. La signora proprietaria della mano, sorridendo, gli fa cenno di approfittarne. Balos non se lo fa dire due volte: scende dalla moto e, dopo aver fatto un profondo inchino, le prende e le getta nel cesto.
" Da noi altro che regalarti le monete, ti avrebbero spinto fuori con l'auto perché intralciavi il casello!" gli grida allegramente Serjei mentre ripartiamo.
"Quantomeno, avrebbero fuso i claxon a forza di strombazzare" penso io.
Giungiamo al porto proprio mentre la "Norrona", la nave che ci porterà in Islanda, sta attraccando. Si apre il boccaporto e ne viene vomitata fuori una fiumana di auto, camper e moto. Attendiamo mezz'ora poi saliamo a bordo: ci fanno parcheggiare in un angolo e un marinaio ci consegna alcune corde.
"Come sarebbe, dobbiamo legarcele noi?" chiede Balos.
Serjei, esperto di funi e nodi, ha già fissato la sua.
" Meglio, così siamo sicuri di legarle senza sciupare nulla. Questi marinai non guardano troppo per il sottile e potrebbero rovinarci le cavalcature" risponde.
Prendiamo la nostra roba e andiamo di sopra. La nave è abbastanza disadorna, e dimostra ampiamente i suoi trent'anni d'età. Ci sono due bar, un negozietto e una profumeria, dove vendono articoli firmati a peso d'oro.
Abbiamo prenotato tre letti in una cabina collettiva da nove posti. Mettiamo giù la nostra roba e andiamo a farci un giro sul ponte, stando lì sino a che il traghetto salpa. Allora torniamo in cabina e scopriamo che siamo soli.
" Non c'è nessuno, abbiamo la cabina tutta per noi!" esulto.
Mettiamo i nostri bagagli sulle altre cuccette, così non li abbiamo in mezzo ai piedi, poi andiamo a fare un'altra perlustrazione della nave.
Verso sera torniamo in cabina, a dormire. Chiudo la porta, che non ha serratura, commentando:
"Bisognerebbe trovare il modo di bloccarla, tanto ci siamo solo noi."
"Aspetta, ci penso io!" risponde Serjei.
Prende la scaletta per accedere alle cuccette più alte, e la incastra tra la maniglia ed il muro.
"Ottimo, possiamo dormire tranquilli!" commenta Balos.
Andiamo a dormire ma in piena notte siamo svegliati da alcuni colpi picchiati alla porta:
"C'è qualcuno che vuole entrare!" esclama Balos.
Serjei sta gia togliendo la scaletta, che si è incastrata nella maniglia; finalmente riesce ad aprire la porta, ed entrano tre persone con relative valigie.
"Ma da dove arrivano questi?" penso. Poi capisco: la nave fa scalo alle isole Shetland, e carica passeggeri: questi tre vengono proprio da lì. Togliamo la nostra roba dalle cuccette dei nuovi compagni di stanza e torniamo a dormire.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, la nave approda alle isole Faroer e fa uno scalo di due ore. Noi ne approfittiamo per scendere a terra e visitarne la capitale Torshavn, una graziosa cittadina, caratteristica per le case con il tetto di erba.
"Guardate quei tetti, come faranno a tagliare l'erba?" si domanda Serjei. Effettivamente lo strato erboso è alto una trentina di centimetri.
"Probabilmente manderanno su un paio di capre" rispondo.
"Sempre molto pratico, il nostro Adriano!" commenta Balos.
Torniamo a bordo e nel tardo pomeriggio la nave salpa. La navigazione prosegue su un mare mosso, e la mattina successiva appare la costa Islandese.
Il traghetto s'infila in un fiordo lungo una quindicina di chilometri e lo percorre sino a che giunge a Seydisfjordur, poco più d'un villaggio, meta della traversata. Le operazioni di sbarco sono veloci, ed in capo a mezz'ora siamo pronti a metterci in viaggio.
Ci sono una decina di moto arrivate via terra come noi, altre invece sono giunte sin qui sul pianale di qualche pick up e i loro proprietari le stanno scaricando.
Tra i tanti spicca un tedesco, con una Harley Davidson tutta cromature e cuoio. La moto luccica da far star male, e mal s'intona con tutte quelle moto da enduro.
Il proprietario è vestito in pelle da capo a piedi: due trecce bionde gli scendono dal casco, e completa l'opera un pizzetto biondo.
Accendo la moto, imitato da Serjei e Balos. Ci avviamo, e lentamente usciamo dalla piccola cittadina. Splende il sole, ed il morale è alle stelle. Il termometro segna sei gradi ma non ci badiamo: vogliamo solo partire alla conquista dell'isola.
La strada sale a due-trecento metri di altitudine e il paesaggio è tipicamente alpino: l'unica vegetazione presente sono muschi e licheni, con numerosi ruscelli e pozze d'acqua dappertutto.
Giungiamo in cima al valico, e sotto di noi si apre uno scenario da favola: una piccola città è adagiata al centro di quello che può essere un lungo fiordo, oppure un lago. Dappertutto è verde, con prati e campi nei quali spiccano strane macchie bianche.
Scattiamo alcune foto, poi montiamo in sella e scendiamo a valle, arrivando poco dopo alla cittadina. Si chiama Egilsstadir, ed è una delle più grandi città islandesi.
Trovata una banca vi entriamo, con l'intenzione di cambiare un po’di soldi in valuta locale. Non appena dentro notiamo una stanza con dei giochi: qui i clienti possono lasciare i bambini mentre sistemano le loro incombenze. Su un tavolo c'è anche un bricco contenente caffè, tenuto sempre caldo e a disposizione di chi vuole approfittarne.
Usciamo dalla banca e andiamo in un locale a mangiare. Prendiamo baccalà fritto e riso, spendendo qualcosa come 25 euro a testa.
"Pensavo peggio" dico.
"Si, comunque non è poco per quello che abbiamo mangiato" risponde Serjei.
Alle 15 saliamo sulle moto e, dopo avere fatto il pieno, partiamo. Percorriamo pochi chilometri sulla strada principale, la N°1, poi deviamo per la prima pista.
Mentre eravamo sulla nave, guardando la carta stradale, avevo proposto:
"Questa e l'unica strada in condizioni decenti di tutta l'isola, e ne compie il periplo. Al 75% è asfaltata, mentre tutte le altre sono piste sterrate. Tutti quelli che vengono in Islanda la percorrono in senso antiorario, probabilmente per questioni di venti contrari. Noi che facciamo?"
La risposta di Serjei e Balos fu scontata: "In senso orario! A noi il vento non da fastidio, mica siamo in bicicletta!"
E così, quando la maggior parte dei nostri compagni di traversata si è diretta a Nord, noi siamo andati in direzione Sud.
La pista che stiamo percorrendo ora è formata da uno strato di ghiaia alto una decina di centimetri: le auto che la percorrono hanno scavato due solchi in corrispondenza delle ruote, solchi nei quali noi filiamo a 110-120 km/h tenendoci distanziati di un centinaio di metri l'uno dall'altro.
In lontananza intravedo alcune Jeep che procedono nel nostro stesso senso di marcia. Accelero, non voglio nessuno davanti.
E' un convoglio francese ed è composto da una decina di auto fuoristrada. L'ultimo della fila vede il faro della mia Tenerè che si avvicina, e si sposta di lato per farmi passare. Così facendo entra però nello strato di ghiaia, producendo una sventagliata di sassi che mi mitraglia.
"Qui mi spacca il fanale" penso. Invece ne esco indenne.
Cambio tattica: mi avvicino al secondo veicolo, tenendomi però ad una distanza di sicurezza. Il conducente mi vede e si sposta di lato, producendo la solita sventagliata di sassi iniziale.
Attendo qualche secondo poi mi getto all'attacco, superando anche la seconda 4X4. Con questo metodo ne sorpasso altre tre, sempre seguito dai miei compagni. Ma nel superare la quinta fuoristrada entro con le ruote nello strato di ghiaia: la moto sbanda vistosamente, e riesco a riprenderne il controllo solo alla fine del sorpasso.
Ad un certo punto arriviamo ad un bivio: le auto restanti s'infilano ordinatamente sulla pista di destra, ed io istintivamente prendo a sinistra.
"Almeno non avremo nessuno in mezzo ai piedi" penso.
E' chiaramente una strada poco usata e non so dove ci porterà, ma grosso modo la direzione è quella giusta. Oltretutto il paesaggio è a dir poco fantastico: siamo su una striscia di terra tra due fiordi, e all'orizzonte spiccano alcune montagne innevate. Dappertutto è verde, con pecore e capre al pascolo senza traccia di pastori.
Ci fermiamo a scattare alcune foto, e in quel mentre comincia a piovigginare.
"Ma se c'era il sole fino ad un istante fa!" esclama Balos.
"Sono solo due gocce, vedrai che smette subito" dico io ottimisticamente.
Arriviamo infine sulla N°1 e ci dirigiamo in direzione Reykjavik. La strada è sempre sterrata, ma adesso è larga e ben tenuta. Filiamo veloci per poi fermarci ogni poco a scattare fotografie, complice i paesaggi stupendi.
Giungiamo in un villaggio e decidiamo di fare la nostra prima spesa islandese. C'è un piccolo supermarket, e Balos ed io entriamo. All'ingresso c'è l'onnipresente bricco del caffè, e ci serviamo generosamente sotto gli sguardi curiosi delle commesse. Acquistiamo salmone, biscotti, pane e birra, che stipiamo nei bauletti delle moto.
Ci rimettiamo in viaggio ma dopo pochi chilometri il tempo cambia: il cielo diventa plumbeo, inizia a piovere e la temperatura si abbassa di parecchi gradi. Non sono più così ottimista sul bel tempo islandese.
Percorriamo una cinquantina di chilometri poi deviamo dalla strada principale. C'infiliamo su una mulattiera, le cui indicazioni promettono una veduta panoramica sul ghiacciaio più grande d'Europa, il Vatnajokull.
Ora piove a dirotto, e la mulattiera diventa quasi un torrente. E' un percorso da trial, lungo sedici chilometri, che dobbiamo percorrere in prima e seconda. Poco dopo entriamo nella nebbia e viaggiamo così sino alla sommità, dove arriviamo un'ora più tardi. Parcheggiamo le moto e diamo una rapida occhiata in giro, ma fatichiamo a vederci la punta degli stivali.
"Qui non c'è nulla da vedere con questa nebbia" dico, asciugandomi la faccia con una mano.
Torniamo a valle, sempre a velocità da funerale: ci fermiamo solo quando, nel prendere l'ennesima buca, mi si spalanca il bauletto e ne volano fuori le birre acquistate poco prima.
Torniamo sulla N°1 e riprendiamo la direzione Sud-Ovest: piove ancora, ma almeno non c'è più nebbia. Proseguiamo sino a che, ad un certo punto, avvertiamo un brusco abbassamento della temperatura. Siamo arrivati ad una laguna, e dalla nebbia che nel frattempo si è riformata emergono strane sagome: sono blocchi di ghiaccio.
"Ma guarda che roba, sfido che fa così freddo!" esclama Serjei.
"Non ci si vede un accidente, non possiamo nemmeno fare una foto" commenta Balos.
"Potremmo fermarci a dormire qui vicino, e tornare domani mattina con calma" propongo.
La proposta è approvata dalla maggioranza: sono ore che prendiamo acqua e freddo, e come primo giorno d'Islanda può bastare.
Ci rimettiamo in marcia, stando attenti a qualsiasi insegna indicante camere o qualcosa di simile.
Percorsi quaranta chilometri ne troviamo una: è una fattoria, ma quando parliamo con la proprietaria scopriamo che è tutto esaurito. La signora ci fa però accomodare in cucina, anche se siamo impiombati fradici, e si attacca al telefono.
Dopo qualche tentativo infruttuoso finalmente mi si rivolge, dicendo che a venti chilometri da qui c'è una camera libera. Ringrazio e partiamo subito.
Siamo scarsi di benzina, e quando vediamo un distributore ci fermiamo. Ci sono quattro persone che si scaldano le mani attorno ad un fuocherello, acceso sotto la pioggia ad una decina di metri dalle colonnine di benzina. Una Toyota con targa italiana è parcheggiata lì accanto, e ha una grossa chiazza di olio sotto il motore.
I quattro sono italiani, e sono rimasti in panne. Un uomo si stacca dal fuoco e si avvicina:
"Salve, vedo che siete di Brescia" dice.
"Si, veniamo dal Lago di Garda" risponde Balos.
"V'intendete di motori?" chiede l'uomo.
"Abbastanza" rispondo. Il tipo alza il cofano della Toyota, dicendo:
"E' uscito tutto l'olio, non so cosa sia successo. Ha fatto un rumoraccio e si è bloccata."
Allungo il collo e sbircio nel vano motore: si vede un moncherino metallico fuoriuscire dal basamento.
"Si è tranciata una biella, e ha sfondato il monoblocco" dico. "Sono cavoli amari."
"Immaginavo qualcosa di grave, stiamo aspettando il carro attrezzi" risponde l'uomo.
Nel frattempo Serjei sta tentando di fare benzina: è un distributore automatico e prende solo carte di credito. Sarà una cosa laboriosa, ma alla fine ce la facciamo: riempiamo i serbatoi e partiamo, arrivando poco dopo ad una specie di fattoria.
Sono le nove di sera e pioviggina, con una temperatura di sette-otto gradi. Ciò nonostante, un gruppetto di persone sguazza beato in una piscina. Invitano anche noi, che però decliniamo l'offerta.
La proprietaria ci accompagna alla nostra stanza: i letti hanno soltanto i materassi, e usiamo i nostri sacco a pelo. Il bagno e la cucina sono in comune con altri ospiti, e siccome non c’è nessuno ne approfittiamo.
La signora c'informa che abbiamo quattro ragazze come vicine di stanza, e questo ci rallegra:
“Gnari, abbiamo quattro gnocche!” esclama Serjei.
“Devono essere autostoppiste, hai notato gli zaini?” dice Balos.
“Magari sono brutte come l’orco, avete mai visto un’autostoppista carina?” osservo io.
Facciamo una spaghettata e, mentre stiamo cenando, arrivano le ragazze. Scambiamo qualche parola mentre mangiamo: sono tedesche, e stanno girando l'isola usando mezzi pubblici. Siccome in Islanda non esistono ferrovie, viaggiano prevalentemente in pullman.
Ci accordiamo per l'utilizzo del bagno l'indomani mattina, poi andiamo tutti a dormire.
La prima notte islandese trascorre bene, e ci risvegliamo con la segreta speranza di avere una mattina di sole. Sono il primo a mettere il naso fuori, e scopro che è una giornata orribile.
Soffia un vento freddo e ha smesso di piovere da poco, mentre la temperatura è di sei gradi.
Prepariamo i bagagli sulle moto, paghiamo il conto e partiamo.
Ritorniamo sui nostri passi per sessanta chilometri, sino a che giungiamo alla laguna dove ci siamo fermati la sera precedente. Il tempo è bruttissimo, ma almeno c'è una buona visibilità.
Lo spettacolo ci ripaga per quei centoventi chilometri fatti a vuoto: una lingua del ghiacciaio arriva sino al mare e sciogliendosi causa il distacco di enormi blocchi di ghiaccio, che stazionano in quella laguna. I blocchi hanno un colore azzurro intenso, alcuni sono neri, altri ancora bianchi.
C’è un silenzio irreale in quel posto, che viene rotto poco dopo dal rumore di un’imbarcazione.
È uno strano mezzo anfibio, e porta i turisti nella laguna a vedere quei mini iceberg da vicino.
“Avete visto quei gommoni anfibi? Con quelli ti portano in acqua, attorno al ghiaccio” dico agli altri.
Tutto quello che è turistico, di massa, è generalmente rifiutato dal gruppo. Anche stavolta va così: prendiamo le moto e ci spostiamo, aggirando l’insediamento di poche centinaia di metri.
Qui non c'è nessuno, e scattiamo diverse foto in completa tranquillità. Quando siamo stufi partiamo, direzione Reykjavik.
Tira un vento fortissimo, e mi chiedo come facciano quei poveri ciclisti che incontriamo a procedere controvento. Sono tesi nello sforzo, e tengono gli occhi socchiusi a causa delle gocce d’acqua che sferzano loro il volto.
Con tanta acqua, l’Islanda è anche il paese delle cascate. Giungiamo dopo un paio d’ore a quella di Dettyfoss, ed abbiamo la piacevole sorpresa di ritrovare il sole. Per i canoni islandesi è una cascata di media capacità, anche se ha una portata d’acqua imponente. Tutt’intorno c’è prato ben tenuto e diversi turisti ciondolano avanti e indietro, oppure si godono lo spettacolo standosene seduti sulle numerose panchine in legno.
Pranziamo in un self service lì vicino, e nel primo pomeriggio giungiamo a Reykjavik. Scattiamo diverse foto accanto al cartello della città, poi Balos chiede:
"Che facciamo adesso?"
"Potremmo andare a fare un giro in centro" rispondo.
"Cosa c'è d'interessante?" chiede Serjei.
"Beh, è la capitale, magari qualcosa di bello da vedere lo troviamo" dico.
Ci avviamo poco convinti. La nostra naturale ostilità per le città è cosa nota, e mi rendo conto che col passar del tempo si sta accentuando sempre più.
Le segnalazioni sono tutte in islandese e non si capisce una mazza. Giriamo a vuoto per venti minuti finchè all'ennesimo incrocio ci guardiamo: afferro al volo, giro la moto e mi dirigo verso Ovest.
Abbandonando la capitale la strada s'infila in una verdissima campagna: enormi campi si estendono a perdita d'occhio, punteggiati dal bianco delle pecore e dai balloni di erba lasciati a fermentare.
In Islanda è praticamente impossibile far seccare l'erba sino a trasformarla in fieno, poiché non ci sono giornate di sole sufficienti. Di conseguenza l'erba tagliata viene imballata ancora verde e avvolta subito ermeticamente nel cellofan. Col passare del tempo fermenta e diventa sfibrato, che sarà poi dato da mangiare agli animali nei mesi invernali.
Proseguiamo per una cinquantina di chilometri immersi nel verde, poi di colpo il paesaggio cambia.
Dapprima notiamo alcuni blocchi di lava solidificata sparsi nei campi: poi la strada giunge su un piccolo dosso, e ci si presenta una vasta pianura che dal verde rigoglioso di pochi chilometri prima passa ad un colore marrone scuro. È un’immensa distesa di blocchi di lava che si perdono a vista d’occhio, e la strada che l'attraversa sembra un lungo nastro grigio.
In lontananza s'intravedono due lunghe ciminiere cromate, che scaricano vapore acqueo nell'aria. Ci dirigiamo in quella direzione, arrivando poco dopo ad una strana costruzione: è uno stabilimento termale, costruito sopra un laghetto di un inusuale colore azzurro-bianco.
È una struttura con ampie vetrate, e al suo interno possiamo vedere numerose persone sguazzare beate nel laghetto. La temperatura dell'acqua è di quaranta gradi, e qua e là ampie boccate di vapore si levano dalla superficie.
Soffia un forte vento, e nonostante la bella giornata di sole ciò toglie ogni desiderio di spogliarci ed immergerci. Ci soffermiamo ad ammirare questo strano posto: incastonato tra rocce laviche fornisce di acqua calda la vicina cittadina, Grindavik, dove arriviamo pochi minuti più tardi.
Ci fermiamo in un supermarket ed acquistiamo salmone, birra e pane che, abbinati agli spaghetti portati da casa, rappresentano la nostra alimentazione serale.
Quando scoviamo un'area adibita a camping ci fermiamo immediatamente: è un bellissimo prato, pulito e con l'erba rasata. Una strana costruzione circolare troneggia al centro, fatta interamente in legno. E' il luogo dove cucinare e mangiare, al riparo dal fastidioso vento che non ha ancora smesso di soffiare un istante da quel pomeriggio.
Non c’è una reception: aspettiamo alcuni minuti per vedere se qualcuno viene a chiederci le generalità poi, non facendosi vivo nessuno, smontiamo i bagagli.
Normalmente io monto la mia tenda da solo ma stavolta, causa il forte vento, devo farmi aiutare. Serjei la tiene ferma mentre io la picchetto, poi insieme stendiamo il doppio telo che vorrebbe volarsene via.
Ceniamo con trippa, grana e salame, oltre all'immancabile salmone, poi andiamo a fare un giro a piedi. E' una piccola cittadina, e in mezz'ora la giriamo tutta. Il vento non ci da tregua così, quando vediamo l'insegna di una birreria, pensiamo bene di andare a bere qualcosa al coperto.
Da fuori si presenta come una vecchia casa diroccata, ma quando entriamo non abbiamo più dubbi:
"Speriamo che stia su almeno fino a che siamo dentro noi!" dice Balos.
Prendiamo una birra e due caffè e paghiamo l'equivalente di quindici Euro. Torniamo quindi alle tende e ci infiliamo nei sacchi a pelo. Il vento non accenna a calmarsi, e durante la notte mi sveglio infreddolito: maledicendo chi mi ha venduto il sacco a pelo devo rivestirmi, e usando la giacca come coperta torno a dormire.
Alla mattina, con non poche difficoltà, riusciamo a scaldarci un caffè decente; carichiamo poi le moto e partiamo. Splende il sole, anche se la temperatura è di sette gradi.
Dopo pochi chilometri finisce l'asfalto e ricomincia la pista. Il fondo è duro ma sopra c'è ghiaino sdrucciolevole, e le ruote vanno dove vogliono. Procediamo allegramente ma con grande attenzione: dobbiamo anticipare le curve, e di derapare neanche a parlarne. La ruota davanti risponde dopo qualche istante alla nostra pretesa di curvare, probabilmente anche perché l'avantreno è molto leggero a causa del gran peso che abbiamo dietro.
Siamo fuori dal mondo; la pista s'inerpica su una collina e poi se ne ridiscende, per tornare a risalire su quella successiva. In questo tratto non c'è un filo d'erba, solo lava solidificata sputata fuori da qualche vulcano chissà quando.
Giungiamo su un bellissimo fiordo e lo costeggiamo, ritrovando prati e piccoli corsi d'acqua. Gruppi di cavalli brucano beati, senza scomporsi al nostro passaggio. Sono sensazioni stupende, che mi fanno venire voglia di ritornare con più tempo a disposizione.
Superiamo un passo e ritroviamo l'asfalto. Il sole scompare improvvisamente, e nel giro di due chilometri inizia a piovigginare. La temperatura è calata improvvisamente e ci aspettiamo che inizi a nevicare.
Procediamo con grande prudenza sull'asfalto poiché la strada è tutta a curve: c'è un grosso tabellone digitale indicante l'ora e la data, oltre alla temperatura: 3 gradi. I miei guanti lasciano un po’ a desiderare e ho le dita intirizzite, e quando arriviamo ad un distributore con annesso bar facciamo mezz'ora di sosta per scaldarci.
Nel pomeriggio la temperatura sale di qualche grado, e sempre sotto una leggera pioggerella arriviamo sulla costa settentrionale dell'isola. Sappiamo che qui vive una colonia di foche e vogliamo andare a vederle.
Percorriamo una cinquantina di chilometri su quello che sembra un viottolo di campagna, stretto e con una striscia d'erba al centro. Procediamo a tratti nella nebbia, incrociando solo un paio di automobili. Quando un cartello in legno indica che siamo arrivati parcheggiamo le moto e ci avviamo a piedi.
Siamo nella baia di Osar: il mare dista da noi sei-settecento metri, e ci avviamo a piedi lungo i prati.
Quando arriviamo all'estremità del golfo vediamo le foche: ne contiamo otto e stanno in acqua, ma si tengono ad una distanza di sicurezza dalla riva. Poi, piano piano, prendono confidenza e si avvicinano sempre più, sino ad accompagnarci lungo la battigia sulla via del ritorno.
Risaliamo in sella e proseguiamo, giungendo pochi chilometri dopo ad un ostello: è l'unico nel raggio di un centinaio di chilometri, e per fortuna ha una camera libera.
Gli ostelli sono praticamente delle locande: la maggior parte non ha però i letti con lenzuola ma solo i materassi. Avendo il sacco a pelo, si può improvvisare dove dormire. Se si vogliono i letti completi bisogna prenotare con largo anticipo, prima ancora di partire da casa.
È necessario poi essere autosufficienti per quanto riguarda il mangiare, in quanto insieme alla camera viene anche concesso l'utilizzo della cucina ma senza viveri.
Il nostro ostello è caldo ed accogliente, anche se appare evidente che è una vecchia costruzione di campagna. Le volte delle porte sono molto basse, e per entrare nelle camere dobbiamo chinarci. Tutto fila liscio per un po’: facciamo la doccia, io preparo la spaghettata e quando abbiamo cenato e siamo a pancia piena ci ritiriamo nelle nostre camere. Solo che Balos (il più alto tra noi) si dimentica di chinarsi e si becca il muro in fronte.
Per cinque minuti Serjei ed io restiamo piegati in due dal ridere, poi riusciamo a ricomporci ed andiamo a dormire.
La mattina dopo, tanto per cambiare, piove. Ci prepariamo la colazione, infiliamo le tute impermeabili e partiamo.
Decidiamo di puntare di nuovo a Sud, con la speranza che il tempo migliori. Dopo quaranta chilometri ritroviamo l'asfalto e puntiamo di nuovo verso Nord, ma continua a piovere. Giungiamo ad una cittadina, Blonduos, e qui decidiamo: puntiamo su Geysir, poi prenderemo la pista dello Sprengisandur, mitico attraversamento dell'Islanda da Sud-Ovest a Nord-Est.
Poco dopo smette di piovere e questo è un gran sollievo, anche se il freddo si fa sentire. Un paio di volte dobbiamo fermarci: ci scaldiamo le mani tenendole sulle testate, poiché i nostri guanti non offrono una protezione sufficiente contro questo freddo.
Ora possiamo procedere più spediti: finisce l'asfalto ed inizia uno sterrato veloce, che percorriamo a 120 km/h. Buona parte della pista corre su un altopiano in un paesaggio fantastico: tutt'intorno è una cornice di monti, con laghetti e prati. All'orizzonte si stagliano numerose montagne a forma di cono, con la cima innevata.
La pista ora si stringe: abbiamo rallentato il ritmo quando due graziose pecorelle per un pelo non mi finiscono sotto la ruota davanti. Dopo una curva ci appare un cancello di legno, che ci sbarra la strada. Un cartello avvisa di richiuderlo, per non far fuggire le pecore. Noi diligentemente ubbidiamo e proseguiamo il viaggio.
Abbiamo percorso oltre cento chilometri e ce ne mancano ancora centosessanta per arrivare al prossimo insediamento turistico. Siamo in centro all'Islanda, su una pista scassatissima dove procediamo a cinquanta km/h. Non c'è traccia di essere umano da parecchie ore e ci stiamo ormai convincendo di essere gli unici esseri viventi quando, dopo una svolta, ci appaiono quattro ciclisti. Sono carichi come muli, e procedono zigzagando tra i sassi e le buche. Li superiamo lentamente, evitando di sgommare per non creare un polverone, poi riprendiamo il nostro ritmo.
Dopo altri chilometri, di lato allo sterrato, noto una manica a vento. C'è un'aviosuperficie, ossia una pista in terra battuta che viene utilizzata dagli aerei per i voli interni. Ve ne sono un centinaio nel centro dell'isola, sparse un po' dappertutto.
Nel primo pomeriggio ritroviamo l'asfalto, e dopo pochi chilometri arriviamo alle cascate di Gullfoss. Spettacolari come tutte le cascate islandesi, richiamano frotte di turisti. In un pub ci scaldiamo le budella con una zuppa di asparagi, piatto tipico islandese, e dopo una visita all'imponente massa d'acqua, ripartiamo per arrivare dopo pochi minuti a Geysir.
Questa località ha dato il nome allo stesso fenomeno in tutto il mondo: un getto d'acqua che, ad intervalli regolari, viene sparato in aria.
Qui vi sono varie pozze con questa caratteristica: la più grande non getta più dall'inizio del '900, quando i turisti dell'epoca la soffocarono coprendola con sassi e terra.
Quella in attività ora è più piccola, e ogni tre minuti circa lancia il suo getto fino ad un'altezza di venti metri.
È tornato a mostrarsi il sole, e fa subito caldo. Ci togliamo le tute impermeabili, visitiamo questa zona e, dopo esserci bevuti un caffè islandese ripartiamo. Percorriamo cinquecento metri, e ricomincia a piovere.
Stramaledicendo la variabilità delle condizioni meteo di quest'isola, ci rimettiamo le tute e proseguiamo.
Passa mezz'ora e la pioggia diventa diluvio. Continuiamo il nostro percorso in direzione della pista di Sprengisand, famoso itinerario che attraversa l'isola in diagonale. Arriviamo alla fine dell'asfalto: c'è un posto di ristoro con un distributore di carburante, e nel piazzale stazionano parecchie 4x4.
Un cartello avverte: il prossimo rifornimento è tra 245 chilometri. Facciamo il pieno, poi mi accingo ad entrare nel locale per pagare. La cassa è situata ben all'interno, e per arrivarci devo attraversare tutto il ristorante. La mia tuta è un rivolo unico, e lascio una scia d'acqua dove passo. Uscendo dal locale incontro qualche difficoltà: ho le mani intirizzite e fradice e non riesco a girare il pomolo della porta. Un poliziotto gentilmente mi toglie d'impaccio aprendola lui. Sarà questo il primo e unico tutore dell'ordine incontrato in Islanda.
Ripartiamo sotto il diluvio universale. Inizia lo sterrato e non vediamo un accidente: le buche sono piene d'acqua e le individuiamo quando ormai ci siamo dentro. La visiera si appanna e sono costretto ad alzarla, ma così facendo la pioggia mi acceca e devo riabbassarla. Dopo venti minuti di alza-abbassa il maltempo ci dà una tregua: continua a piovere ma con meno intensità.
Dobbiamo percorrere centoquaranta chilometri prima di arrivare al rifugio di Nydalur, l'unico posto riparato lungo i quasi trecento chilometri di questa pista. Se non piovesse non sarebbe un problema, pianteremmo la nostra tenda e faremmo la solita spaghettata, ma in queste condizioni…
È quasi buio, ma non capisco se perché il sole è tramontato o se per la bassa coltre di nubi che abbiamo sulla testa. In ogni caso cerchiamo di darci dentro, per arrivare al rifugio alla svelta.
Ad un tratto vedo un motociclista con una Honda XL fermo a lato della pista: mi accosto e gli chiedo se va tutto bene. In risposta alza il pollice: tutto OK. Lo saluto e riparto.
"Chissà cosa starà aspettando?" mi chiedo.
Poco più avanti raggiungiamo un’auto fuoristrada: la superiamo e procediamo spediti sino a quando, dopo pochi minuti, ci appare il primo guado.
In Islanda, tutte le piste interne non hanno ponti: bisogna guadare continuamente i corsi d'acqua, grandi o piccoli. Lo stesso fiume, che alla mattina ha una portata d'acqua limitata, spesso alla fine della giornata non è transitabile, a causa del ghiaccio che si è sciolto durante la giornata oppure per le continue piogge.
Durante i preparativi per questo viaggio avevo sentito pareri discordi: chi mi diceva che i guadi non sono un problema, altri invece che spesso i fiumi sono così pieni d'acqua da non poter essere attraversati.
Qualcuno consigliava di attraversare a piedi e di legarci poi mentre si guadava, qualcun altro di attendere il passaggio di uno dei numerosi 4X4 che transitano spesso e di caricarvi sopra le moto.
Il consiglio giusto me lo diede uno dei titolari della Gialdini Adventure di Brescia, Tony.
"Prenditi un paio di gambali alla pescatora, di quelli che arrivano fino all'inguine. Ti verranno utili quando dovrai entrare nel fiume per valutarne l'altezza dell'acqua, e per non bagnarti quando attraverserai. Oltretutto portano via poco posto."
È il momento: tiriamo fuori i nostri gambali e ci accingiamo ad infilarceli, quando arriva la 4X4 superata poco fa. Ne scende una coppia: sono italiani e hanno noleggiato l'auto.
"Fate conto di entrare in acqua?" ci chiede l'uomo. E' esitante, probabilmente non è molto pratico.
"O si guada, o si torna indietro" rispondo.
Indosso i gambali ed entro in acqua: è un guado da due soldi, il livello dell'acqua è di trenta centimetri e la corrente è debole. Scelgo il percorso più sicuro e mi posiziono: Serjei entra in acqua e attraversa senza problemi, seguito da Balos.
Guadano anche i due della fuoristrada, evidentemente rincuorati dal nostro attraversamento. Li risuperiamo poco dopo e continuiamo la marcia.
Neanche un chilometro dopo, nel bel mezzo di una doppia curva, il fondo cambia di colpo: da terra battuta diventa sabbia finissima, alta una spanna e con profondi solchi lasciati dalle 4X4 che ci hanno preceduti. Ci piombo dentro con il mio Tenerè: sbatto a destra e a sinistra, sto in piedi per miracolo ma riesco a non cadere.
Arriva Serjei e fa come me: sbatte a destra e a sinistra, ma cade. Giungono anche Balos e i due con la fuoristrada. Sono spaventati:
"Ti sei fatto male?" chiedono a Serjei che si è già rialzato.
"Tutto a posto" risponde lui. Interviene Balos:
"Non preoccupatevi, è normale. Lui fa sempre così quando ci sono estranei."
Noi ridacchiamo, ma loro non sembrano convinti. Serjei riaccende la moto e ripartiamo, salutandoli.
Superiamo altri due guadi, e arriviamo al rifugio che è quasi buio. È una costruzione di legno su due piani: al piano terra c'è la cucina e la camerata, al piano superiore un'altra camerata.
Dobbiamo toglierci tute, gambali, caschi ecc. il tutto grondante acqua e fango, e lasciarlo in anticamera. Una gentile ragazza ci accoglie e ci mostra le nostre brande e la cucina. Non appena due tedeschi avranno finito di cuocere la loro zuppa toccherà a noi.
Nel frattempo diamo un'occhiata in giro: i bagni sono esterni e ci sono un paio di tende piantate in un recinto, con accanto tre biciclette. Mentre stiamo commentando come sia bello viaggiare in bici su queste mulattiere arrivano i due italiano con la Jeep. Purtroppo per loro non hanno i sacco a pelo, e il gestore del rifugio può offrire solo le brande.
Nonostante Balos si sia premurosamente offerto di ospitare la ragazza nel suo sacco a pelo i due decidono di proseguire fino al primo paese, a centoventi chilometri di distanza. Non li invidio: li attendono almeno tre ore di viaggio con il buio, sta piovendo e non so quanti guadi troveranno ancora. Noi facciamo la nostra spaghettata e filiamo in branda.
Il mattino dopo sveglia alle sette: incredibile, splende un sole radioso!
Prepariamo la colazione, carichiamo le moto e prima delle otto siamo pronti a partire. Adesso c’è qualche nuvoletta, ma siamo ottimisti. C’infiliamo subito i gambali alla pescatora e partiamo. Percorriamo cinque chilometri, ed inizia a piovere.
Ormai rassegnati, indossiamo le tute impermeabili e proseguiamo. La pioggia ci rallenta la marcia, in quanto non riusciamo a vedere bene i dettagli della pista.
Superiamo un guado dopo l'altro: ormai mi sento abbastanza esperto da valutare con un'occhiata se attraversare deciso oppure fare una perlustrazione a piedi. Incontriamo alcune 4x4 ferme sul bordo del fiume: i guidatori (solitamente turisti) non si fidano a guadare e aspettano che qualcun altro lo faccia, per potere valutare l'altezza dell'acqua.
Proseguiamo in questo paesaggio lunare: non si vede un filo d'erba per chilometri, mentre la pista si inerpica su colline e altopiani rocciosi. Dappertutto ci sono sassi o gigantesche rocce: ci fermiamo a scattare alcune foto quando…arriva un autobus! Non crediamo ai nostri occhi ma è proprio un autobus. Su questa pista viene svolto un regolare servizio di linea: sono utilizzati pullman a quattro ruote motrici, e i passeggeri che vogliono attraversare l'isola devono sobbarcarsi quattro giorni di viaggio.
Ne incontriamo due, uno in senso contrario e dobbiamo saltare fuori di pista per farlo passare; il secondo me lo trovo davanti, e per diverse centinaia di metri non riesco a superarlo. Ad un certo punto la pista disegna una "esse", e saltando fuori pista e tagliando le due curve riesco a passare davanti, tra l'interesse dei viaggiatori.
Guardo i volti dietro i finestrini, entusiasti al nostro passaggio, e mi chiedo cosa li avrà spinti ad intraprendere un viaggio tanto disagevole. Poi ribalto la situazione e mi domando cosa staranno pensando di noi: infangati e carichi come muli, sotto la pioggia e con una temperatura di cinque gradi. Alzo la mano per salutare, e tiro via.
Un paio di volte rischio di cadere a causa del fango: le mie povere Trailmax mezze consumate non sono adatte a questi terreni. Se dovessi ritornare mi porterei gomme da enduro.
Nel primo pomeriggio cominciamo ad intravedere alcuni fili d'erba: stiamo arrivando alla fine della pista. Visitiamo una cascata che troviamo sul percorso, e giungiamo poi ad un distributore di benzina.
Qui tutti i distributori hanno anche un lavaggio; chiunque arrivi, anche chi non fa rifornimento, può prendere il tubo dell’acqua e lavarsi la macchina, o quantomeno togliervi il grosso della terra che si è accumulata. Noi ne approfittiamo: ci laviamo le tute togliendoci il fango di dosso, poi diamo una lavata veloce alle moto e ai bagagli.
Siamo arrivati al lago Mivatn, una delle zone più turistiche d'Islanda. È considerata una delle meraviglie del mondo, sia per il lago brulicante di uccelli che per l'attività geotermica che la caratterizza. Sarà perché continua a piovere, ma ci sfugge il motivo di tanto interesse.
Ci fermiamo nell'unica cittadina della zona, Rejkayahlid, che è sovrastata da un vulcano. C'è un forte odore di zolfo, ma siamo troppo occupati nella ricerca di un luogo dove mangiare qualcosa per farci caso. Troviamo subito un pub che fa al caso nostro ed entriamo.
Abbiamo imparato che per non farci dissanguare conviene mangiare nei bar, dove c'è sempre una zuppa e un piatto di carne, spendendo meno della metà che nei ristoranti. Siamo stupiti per l'uso che si fa della carta di credito: qui la usano tutti, anche per prendere un caffè al bar o per comprare un litro d'acqua minerale.
Ci siamo scaldati le ossa e abbiamo la pancia piena: usciamo dal pub, e ci guardiamo intorno:
“Che facciamo adesso? Sono solo le tre” dice Serjei.
Sto guardando la carta stradale: “Potremmo andare a fare un giretto. Se andiamo a Nord e risaliamo il dito, possiamo poi prendere questa pista che porta alle cascate Dettifoss” commento io.
Gli altri danno una breve occhiata alla mappa, poi saltiamo tutti in sella. Continua a piovigginare ma chi se ne frega, smetterà bene prima o poi…
Torniamo sui nostri passi per una trentina di chilometri fino alla cascata Godafoss, poi puntiamo decisamente verso Nord. Arriviamo a Husavik, citta dal cui porto partono le escursioni su battello per avvistare le balene. Noi non siano interessati, per ora ne abbiamo avuto abbastanza di nave.
Esce qualche raggio di sole e il panorama diventa stupendo. Ci fermiamo su di un valico per ammirare questa immensa pianura, costellata di corsi d'acqua e avente il mare come sfondo. Dappertutto è verde, con i soliti puntini bianchi delle balle di fieno avvolte nel cellofan, e un arcobaleno che sovrasta tutto.
Ridiscendiamo a valle su una veloce strada sterrata: è terra rossa e si forma una fanghiglia che si appiccica dappertutto e non viene più via. Ricomincia a piovere, e peggiora le cose.
Ad un tratto vedo un'immensa nube rossa che ci viene incontro: è un camion, che procede in direzione contraria, sollevando una montagna di fanghiglia.
Ci fermiamo: la strada è stretta e ci passiamo a malapena. Sto per girare la moto e scendere nella scarpata per sfuggire a quella che sembra una tempesta di fango, quando vedo che il camion si ferma ad un centinaio di metri da noi.
Lampeggia con i fanali, ci sta invitando a passare. Si è reso conto che ci avrebbe riempiti di fango dalla testa ai piedi e aspetta che noi transitiamo per rimettersi in movimento. Una gentilezza che apprezziamo, e ringraziamo l'autista salutandolo mentre lo incrociamo.
Lasciamo la strada principale per prendere una scassatissima pista, che ci porterà alle cascate Dettifoss. Vi arriviamo dopo quaranta minuti: parcheggiamo e ci avviamo a piedi.
Lo spettacolo è maestoso, al confronto quelle viste finora sono poco più che rigagnoli. È un canyon lungo diversi chilometri con una portata d'acqua impressionante, che forma due cascate nel giro di qualche centinaio di metri. È un acqua limacciosa, marrone, che trascina rami e fogliame; uno spettacolo veramente impressionante e ci fermiamo ad ammirarlo per un bel po’.
Balos ha un forte mal di testa da due giorni, e decidiamo di proseguire. Superiamo un pick up e dopo poco ritroviamo il motociclista con la Honda XL, fermo di lato alla strada. Adesso capisco: viaggia insieme a quelli del pick up, e ogni poco si ferma ad aspettarli.
Lo salutiamo e tiriamo dritto. Completiamo la pista arrivando a Rejkyahklid, la cittadina dove abbiamo pranzato. Ormai è sera ed una gentile signora dell'ufficio turistico c'indirizza da un'affittacamere. La proprietaria è una tassista: arriva dopo pochi minuti, ci consegna le chiavi e riparte con il suo taxi.
Noi ci accomodiamo: per prima cosa visito il bagno, e sono colpito dal forte odore di zolfo. Apro l'acqua in bagno per vedere se è calda, e a momenti mi ustiono la mano.
Facciamo tutti una doccia e alla fine puzziamo di zolfo peggio di satanasso. L'acqua è bollente, e scopriamo poi che arriva già calda dalla vicina centrale geotermica. Fortunatamente l'acqua fredda è inodore, e posso preparare la solita spaghettata senza odori strani. Abbiamo a disposizione un'ampia cucina, che dividiamo con altri turisti: nessun problema, prima mangiano loro e poi tocca a noi.
La mattina sveglia di buon'ora: alle sette siamo in piedi e prepariamo subito le moto. Ci aspetta la pista del vulcano Askia, una delle più dure del viaggio.
Pioviggina e fa molto freddo: il termometro segna tre gradi. Siamo imbacuccati fino alle orecchie quando partiamo, e dopo un paio di chilometri arriviamo ad un laghetto dalle acque sulfuree. Dalla sua superficie si alzano vapori, ed una fila ordinata di persone in accappatoio si prepara ad immergersi. Man mano entrano in acqua si tolgono l'accappatoio e lo buttano a riva, sguazzando poi felici. Mi viene freddo al solo pensarci: scattiamo alcune foto senza neanche toglierci i caschi e ripartiamo.
La strada sale su una collina e quando siamo alla sommità ci fermiamo. Un colle, completamente nero, si erge alla nostra destra mentre ai suoi piedi c’è un largo spiazzo di terreno giallo. In questo spiazzo vi sono numerosi mucchi di lava, simili a vulcani in miniatura, dai quali fuoriesce fumo e vapore in pressione. Lo spettacolo è affascinante: sembra di essere nell’anticamera dell’inferno.
Scendiamo e parcheggiamo. Ci avviamo a piedi, stando attenti a non bruciarci le suole degli stivali. C’è un’attività vulcanica in pieno fermento: i mucchi di lava, alti da mezzo metro ad un metro, continuano a sputare vapori sulfurei: sembrano pentole a pressione. Sbirciandovi dentro si vede del magma passare: evidentemente nel sottosuolo c’è una notevole attività vulcanica. Tenendoci a debita distanza ne approfittiamo per darci una scaldata, poi ci avviamo alle moto.
Stiamo mettendoci le tute quando sentiamo arrivare una moto da enduro: è un ragazzo su una KTM senza bagaglio, targata Italia.
Lo aspettiamo, guardandolo con interesse e pensando di scambiare quattro parole; quello parcheggia, si toglie il casco e si avvia a piedi passandoci accanto, senza degnarci di uno sguardo.
Giungono tre Jeep e da una ne scende una signora che lo rincorre, chiamandolo: "Tesoro hai freddo, vuoi la maglia pesante? Vuoi un caffè caldo?"
È evidente che la signora è la madre, ed il Kappa è arrivato dall'Italia sulla 4X4 per far giocare il ragazzo…
Non posso fare a meno di compatirlo e noi, che daremmo via la mano sinistra per quel caffè caldo, ci chiediamo:
"Ma siamo noi che non siamo regolari, o lo sono quei "motociclisti" arrivati sin qui dall'Italia e dalla Francia con le moto sui pianali delle Pick Up?"
È una piccola amarezza, ma passa subito.
"Pronti a partire?" chiede Balos.
"Nati pronti!" rispondiamo entusiasticamente. Accendiamo e via.
Percorriamo trenta chilometri e arriviamo ad un bivio: qui parte la pista dell'Askia. Un cartello indica: prossimo distributore tra 245 chilometri. Noi abbiamo il pieno e siamo tranquilli.
Iniziamo a percorrerla e scopriamo subito che è una pista molto accidentata: talvolta dobbiamo rallentare sino quasi a passo d'uomo, per non sfasciare le moto.
Il fondo è vario: si passa dalla ghiaia alle rocce, dal tolè ondulè (e dobbiamo filare ad almeno novanta km/h altrimenti ci si smontano le moto) alla sabbia alta venticinque cm, dove rischiamo d'impiantarci.
È un percorso molto ambito, e superiamo diverse 4X4. Ma è solo quando superiamo un ciclista solitario con carrellino monoruota attaccato dietro che riusciamo a stupirci: per fortuna c'è qualcuno meno a posto di noi!
Arriviamo al primo guado: è più alto e la corrente più forte di quelli incontrati nei giorni precedenti. Eseguo la solita perlustrazione a piedi e, trovato il punto più basso (30-40 cm), attraversiamo. Fortunatamente è largo solo una decina di metri, anche se la corrente è insidiosa.
Procediamo spediti per qualche chilometro, euforici per aver superato un'altra prova, quando giungiamo al secondo guado della mattinata. Un istante di silenzio, poi spegniamo le moto.
Questo non è un fiume, è un lago.
Ci sono alcune auto fuoristrada ferme su entrambe le sponde: appartengono a turisti, quasi tutti italiani, che le hanno noleggiate. Stanno aspettando che qualcuno entri in acqua per poterne valutare l'altezza. Io parcheggio e, seguito da sguardi interessati, entro a piedi nel fiume. Tra le due sponde c'è una distanza di almeno cinquanta metri, il più largo incontrato sino ad ora.
L'acqua è alta circa mezzo metro e la corrente non è forte. Il fondo è però formato da grossi ciottoli, e bisognerà procedere lentamente per evitare di impiantarsi contro uno di essi. Vorrebbe dire perdere l'equilibrio e cadere in acqua.
In uscita c'è una buca più profonda, dovremo stare attenti a non finirci dentro. Serjei parte: io mi posiziono in mezzo al corso d'acqua per aiutarlo, se ce ne fosse bisogno. Invece attraversa senza problemi: è solo quando sta per giungere sulla sponda opposta che la moto per un attimo sembra sparire in acqua, ma con una sfrizionata Serjei guadagna la riva. Poi attraversa Balos, che sta sghignazzando e si diverte un mondo.
Serjei prende il mio posto in mezzo all'acqua, io torno a riva e accendo la mia Tenerè. Le 4X4 sono pronte a guadare a loro volta, tranquillizzati dalla nostra attraversata.
Entro in acqua ma fatti pochi metri urto contro un sasso: per un istante temo di cadere, invece riesco a ripartire e attraverso senza più problemi.
Sentiamo un applauso venire dalle due rive: sono i "quattroruotisti", evidentemente lo spettacolo è stato di loro gradimento. Balos saluta con un inchino e partiamo.
È un guado dietro l'altro: ce ne sono di larghi, di stretti, di profondi e di superficiali. In uno, che sembrava roba da poco, scopro che l'acqua è alta ottanta cm: fortunatamente è largo solo quattro metri ed entrandovi di slancio risalgo sull'altra sponda, con l'acqua che mi lambisce il serbatoio.
Due ore dopo arriviamo al rifugio Askia. Si trova alla base dell'omonimo vulcano, e da qui abbiamo due possibilità: proseguire sulla pista e tornare in zona civile o inerpicarci sul lato posteriore del vulcano. Scegliamo quest'ultima alternativa: abbiamo otto chilometri di pista scavata in mezzo ad un mare di magma. Sono formazioni laviche alte due-tre metri, che il vulcano eruttò l'ultima volta alla fine del 1800, e il percorso è stato scavato al loro interno come un corridoio.
Continuiamo a salire di quota: la pioggia diventa nevischio, imbiancando gli ammassi di lava nera. Arriviamo ad uno spiazzo, dove possiamo parcheggiare. Cade una neve gelata e fa un freddo cane: togliamo solo i caschi e c'incamminiamo vestiti come siamo, con i gambali e le tute impermeabili. Potremmo salire in moto, infilandoci tra i paracarri che impediscono l'accesso alle auto, ma non vogliamo infastidire chi va a piedi.
Il percorso si snoda su un altopiano ed è delimitato da paline colorate poste ogni cinquanta metri. Dopo mezz'ora di cammino giungiamo in cima ad un gigantesco cono, nel cui interno si trova un laghetto azzurro con l'acqua che ha una temperatura di 40°. Sappiamo che con il bel tempo numerosi turisti discendono all'interno di questo cono e fanno il bagno nell'acqua calda del lago, ma la neve che cade ci fa passare questo già remoto desiderio, anche perché sarebbe una discesa pericolosa a causa del fondo viscido.
Decidiamo di incamminarci verso le moto, e nel viaggio di ritorno capiamo il perché delle paline colorate. Si è infatti alzata la nebbia, e senza i riferimenti sarebbe difficile trovare la direzione giusta.
Arriviamo alle moto bagnati e infreddoliti: ripercorriamo gli otto chilometri fatti all'andata e torniamo al rifugio. Qui chiediamo ai gestori se possiamo scaldarci una minestra utilizzando la loro cucina, ma questi ci fanno dei problemi: non siamo ospiti del loro campeggio (due tende in tutto), e quindi non c'è concesso.
Allora saltiamo in sella e partiamo. La pista prosegue, tra guadi e rocce che spuntano in mezzo alla strada. Superiamo alcune 4X4 che procedono lentamente: non vorrei proprio essere nei loro panni, anche se loro probabilmente stanno pensando lo stesso di noi.
Questi ultimi guadi sono facili: abbastanza bassi e con corrente debole. L'unico guaio sono i sassi, talvolta di consistenti dimensioni. Se ne accorge Balos: attraversiamo io e Serjei, parcheggiamo le moto poi ci piazziamo in mezzo per fotografarlo. Lui scende in acqua ma sul più bello urta contro un grosso ciottolo, fermandosi. Allora sfriziona leggermente, ma il sasso non si sposta. Sgomma decisamente ma la moto s'inclina e cadono insieme in acqua. Io scatto fotografie a raffica, gridandogli: "Bravo Balos, così!" mentre Serjei corre ad aiutarlo.
Sollevano la moto mentre io documento tutto: è rimasta sommersa per una trentina di secondi ma alla terza pedalata si accende, sputando acqua dalla marmitta. Grande XT 550!
Ormai siamo al termine della pista: non mi sento troppo bene, sto accusando il freddo e l'umidità di questi giorni. Spero solo di non ammalarmi, sarebbe un disastro.
Sbuchiamo su una strada, sterrata ma pur sempre una strada. Dopo qualche chilometro arriviamo in un villaggio, formato da quattro case, una chiesetta ed un pub. Sta piovendo, e parcheggiamo le moto cercando di ripararci contro la parete del locale.
Sbircio dalla finestra e vedo il bancone con sopra una grossa zuppiera fumante.
"Gnari, qui ci facciamo una sbobba bollente!" esclamo.
"Speriamo che abbiano anche una bistecca, oltre alla sbobba" ribatte Balos.
Ci sono due moto parcheggiate fuori: una Transalp linda e impeccabile (ma come farà, con questo fango?) e una vecchia Suzuki DR. Quest'ultima sembra la moto dei vichinghi: ha la sella rivestita con una pelle di pecora, naturalmente bagnata fradicia: pelle che arriva a coprire anche il serbatoio.
Al posto dei paramani ha due protezioni ricavate con un sacco immondizia nero e filo di ferro.
Nelle case islandesi solitamente, aperta la porta d'ingresso, ci si trova in un'anticamera che collega tramite un'altra porta con il resto della casa. Questo per impedire che si raffreddi la casa quando si entra.
Anche questo locale ha la sua brava anticamera. Entriamo, e ci accoglie una distesa d'indumenti stesi ad asciugare. Ci sono un paio di mutande, calzettoni, mutandoni lunghi e così via. Apriamo la seconda porta e ci troviamo in un'accogliente sala. C'è una coppia di motociclisti tedeschi che sta uscendo, impeccabili nelle loro tute nuove ed identiche tra di loro. Ad un tavolo è seduto un austriaco sulla cinquantina, alto almeno un metro e novanta: sta mangiando una zuppa di asparagi e ci saluta calorosamente. Sicuramente è il proprietario della Suzuki.
Noi ci sediamo e ordiniamo tre zuppe, che divoriamo in un attimo. E' bollente: ne mangio un'altra e mi sento subito meglio. Facciamo amicizia con l'austriaco, il quale ci racconta che gli hanno rubato i copriguanti impermeabili. Serjei insiste per offrirgli i suoi ma quello rifiuta commosso, e ci fa vedere che se la cava benissimo con i suoi paramani artigianali.
Dopo esserci zavorrati lo stomaco ci riinfiliamo le tute e ripartiamo, arrivando prima di sera ad una cittadina, Vopnafjordur, dove diamo una risciacquata a noi ed alle moto con i soliti spazzoloni, togliendo qualche chilo di fango che ci si è appiccicato.
Troviamo da dormire in una fattoria, gestita da un anziano contadino. Sarà questa l'unica occasione dove abbiamo trovato un ambiente sporco e maleodorante.
Dormiamo in camere separate, io in una e i due Sergi nell'altra. Come antifurto appendo il coperchio della pentola alla maniglia della porta, poiché l'anziano contadino ha una faccia che ricorda Jack lo squartatore.
La notte trascorre tranquilla: al mattino stranamente non piove, anche se il cielo è plumbeo. Ci rimettiamo in viaggio giungendo verso le undici a Egilsstadir, città da dove è partito il nostro viaggio. Il traghetto dista solo venti chilometri, ma siamo in anticipo di un giorno.
Andiamo a fare la spesa, facciamo manutenzione alle moto, ripariamo il finestrino di una 4X4 di italiani che avevamo già incontrato ad un guado, ci concediamo un pasto in un self service, ma alle 14 non sappiamo più cosa fare. Il percorso previsto l'abbiamo completato tutto, dò un'occhiata alla cartina e trovo una pista che fa per noi: sono un centinaio di chilometri e ci sono segnati sette guadi!
Gli occhi di tutti s'illuminano: balziamo in sella e via!
È una pista ghiaiosa che all'inizio ci fa tribolare un po’, poi però ci divertiamo come matti. I guadi risulteranno essere solo due, ma siamo ripagati dalla bellezza del paesaggio. Attraversiamo vallate verdissime, stile Irlanda, con pecore e mucche al pascolo. Oltretutto è spuntato il sole, e questo contribuisce a rendere più piacevole il percorso. Una ventina di gradi in più, e ci vengo ad abitare.
Ci fermiamo dopo avere attraversato un torrente, curiosando un po’ lungo la riva. Si avvicina una Subaru con due coppie a bordo, tutti sulla sessantina. Esitano, e ci chiedono se l'acqua è alta. Mostriamo loro che in realtà si tratta solo di venti centimetri, e abbastanza rincuorati guadano lentamente per poi proseguire nel loro percorso.
Noi completiamo il tragitto e torniamo ad Egilsstadir verso il tramonto. Il tempo è cambiato, la temperatura si è abbassata notevolmente e tira un vento rabbioso.
Troviamo alloggio in un hotel Edda: sono scuole, che a giugno vengono svuotate di tutto e adibite ad alberghi. Sono ordinate e pulitissime, la cucina è grande e ben attrezzata e sono anche economiche: spendiamo infatti 15€ a testa, contro i soliti 18-20€.
La mattina dopo sveglia alle otto: prepariamo le nostre cose e carichiamo in fretta le moto, cercando di non gelarci. Il vento non è calato e la temperatura è di quattro gradi, e comincia a piovere.
Percorriamo quasi tutti i venticinque chilometri che ci separano dall'imbarco viaggiando immersi nella nebbia, temendo anche che possa cominciare a nevicare.
Quando arriviamo a Seydisfjordur, porto d'imbarco, troviamo una lunga fila di auto e moto che aspettano di salire sul traghetto. Altri motociclisti si raccontano le impressioni avute e le relative esperienze. C'è anche il nostro amico austriaco, che sta facendo piazza pulita dei suoi paramani artigianali.
Ci sono un paio di moto sportive, oltre a qualche custom. Non sono più da vedere: sporche luride, piene di fango dappertutto. Sapendo quanto un biker tenga alla lucentezza della sua moto sono sconcertato: evidentemente costoro hanno una visione del loro cavallo d'acciaio ben diversa dalla maggior parte dei loro colleghi.
Aspettiamo un'ora sotto una pioggerellina gelida: nel frattempo passeggiamo e curiosiamo nel parco moto, senza toglierci nemmeno il casco. Poi finalmente cominciamo a salire sulla nave.
Siamo ben contenti d'imbarcarci: l'Islanda è stata un'avventura come nessun'altra, irripetibile, ma le avverse condizioni meteorologiche non ci fanno desiderare di fermarci un minuto di più.
Saliamo nella pancia del traghetto e gli addetti c'indicano dove legare le moto: ormai siamo pratici, non aspettiamo nessuno e ci arrangiamo. La mia Tenerè devo parcheggiarla sotto un'enorme ventola d'aerazione: la lego strettamente alla fiancata, chiudo tutti e tre i caschi col lucchetto legandoli al manubrio, poi saliamo nella nostra cabina.
Facciamo una doccia e ci cambiamo i vestiti: dovremo passare più di due giorni su questa nave e tanto vale stare in jeans e scarpe ginniche. Poi iniziamo il solito peregrinare: visitiamo il ristorante, il negozio di lusso, il minimarket. Non è cambiato nulla rispetto all'andata, e dopo un'ora stiamo iniziando il secondo giro. Vedo in giro un sacco di scatolette: ne prendo una e scopro che servono per il mal di mare, in caso di vomito.
"Ma guarda, all'andata non c'erano" penso.
Noto anche che i carrelli contenenti i vassoi del self service sono legati ai pilastrini, come per evitare che possano andare in giro. Sono due segnali che mi danno da pensare…
Verso mezzogiorno la nave salpa: stiamo un po’ sul ponte, poi andiamo a fare un giro al ristorante.
"Cosa dite, ci prenotiamo questa sera per il buffet?" propone Serjei. Già nel viaggio di andata ci facemmo un pensierino, ma lasciammo perdere visto il costo (30 euro).
"Quasi quasi…" rispondo io. In Islanda abbiamo speso meno del previsto, e possiamo anche permettercelo.
Decidiamo di aspettare: caso mai prenoteremo dopo pranzo. Nel frattempo prendiamo posto al self service.
Dopo mezz'ora di navigazione usciamo dal fiordo, e la nave comincia a ballare. Dapprima dolcemente, poi sempre più forte, sino a che alle diciassette decidiamo di andare in cabina.
Osservo un peschereccio in navigazione, poco lontano da noi: scompare nei flutti, non lo vedo per alcuni secondi poi riappare, per sparire di nuovo poco dopo.
Ci sdraiamo sulle cuccette: tento di leggere qualcosa, ma la nausea si fa sentire. Allora chiudo gli occhi e spengo la luce. Trascorriamo così alcune ore in uno stato di dormiveglia: ad un certo punto Balos accende la luce, sedendosi sul letto:
"Io prendo la pastiglia per la nausea, qualcuno la vuole?" chiede. Serjei ed io non siamo interessati, lui ne ingoia una e torna a spegnere la luce.
La nave ora salta come un cavallo selvaggio: la porta del bagno continua a sbattere, aprendosi e chiudendosi, mentre noi dobbiamo tenerci aggrappati ai bordi delle cuccette per non venire sbalzati giù. Balos corre a vomitare in bagno, poi torna a letto. Dopo un istante salta giù dal letto e torna in bagno gattonando. Perdo il conto delle volte che dà di stomaco: io sono impossibilitato ad aiutarlo, poiché ho trovato una posizione nella quale riesco a non star male. Qualunque cambiamento mi causa l'urto del vomito.
La notte trascorre tra salti della nave, porte che sbattono e noi che non possiamo muoverci dalle cuccette. Posso avvertire quando il traghetto si alza portato dall'onda, sempre di più, si ferma un istante per poi cadere pesantemente con un tonfo sordo. Ad un certo punto, dopo una botta più forte delle altre, penso: "Questa volta si è spaccata a metà!"
Invece la nave resiste, e proseguiamo la navigazione.
Mi sveglio alle sette: siamo fermi, non si balla più. Salto giù dalla cuccetta e mi vesto; Balos respira ancora, immerso in un sonno profondo. Si sveglia anche Serjei, e gli dico:
"Siamo alle Faroer, io scendo a terra."
"Aspetta, vengo anch'io." Si veste in un attimo e usciamo dalla cabina. Nei corridoi ci sono inservienti con mucchi di lenzuola sporche, che hanno appena cambiato in quelle cabine dove qualcuno è stato male a letto. Nell'atrio notiamo macchie inequivocabili: parecchie persone hanno avuto problemi questa notte…
Scendiamo a terra: non vedo l'ora di mettere qualcosa di solido sotto i piedi. Facciamo una passeggiata nella cittadina, che a quest'ora è deserta. Cerchiamo un bar, un posto dove bere un caffè, ma è tutto chiuso. Dopo un'ora torniamo a bordo, andiamo a vedere se Balos è ancora vivo poi facciamo colazione, commentando la nottata.
Ad un certo punto sentiamo un gruppo d'italiani discutere:
"Hai sentito? Alcuni camper hanno sbattuto l'uno contro l'altro nella stiva, e qualche moto è rimasta danneggiata durante la tempesta di questa notte."
Saltiamo in piedi: corriamo nella stiva e vediamo un gruppetto di gente che confabula. Le loro vetture si sono urtate e stanno compilando la constatazione amichevole. Un ragazzo sta controllando i danni al suoSuzuki GSXR: l'aveva legato malamente e ha sbattuto tutta notte contro la fiancata della nave, danneggiando la carena e rompendo il cupolino.
Andiamo a vedere le nostre moto e mi viene un colpo: non si sono mosse, ma la mia è inzuppata di acqua salata, che è entrata dalla ventola d'aerazione. Il mio casco, che era appeso capovolto, contiene una spanna d’acqua. La catena presenta già macchie di ruggine causate dal sale.
Stacco il casco e lo porto in cabina: passerò un paio d'ore sotto il phon nella toilette comune, per asciugarne l'imbottitura.
La nave salpa alle nove: Balos nel frattempo è emerso dalla cabina, e non ha un bell'aspetto. Non che noi stiamo molto meglio, ma almeno riusciamo a mangiare qualcosa a pranzo. Il mare è ancora agitato ma molto meno rispetto alla notte passata.
Andiamo a dormire saltando la cena, e quando la mattina ci svegliamo, un sole radioso ci accoglie.
La navigazione prosegue. Noi non sappiamo più come trascorrere il tempo: ispezioniamo le scialuppe di salvataggio, cercando di capire il funzionamento del verricello che dovrebbe calarle in mare. Ci piacerebbe scendere a curiosare in sala macchine ma non c'è consentito.
Seguiamo con il mio GPS la posizione della nave, ma solo per renderci conto che procediamo a 32 km/h.
Alle diciassette attracchiamo ad Hanstolm, Danimarca. Scendiamo a terra, e alla luce del sole posso controllare i danni causati dal sale alla mia moto: la catena è arrugginita e tutta la bulloneria è ossidata. Regoliamo e ingrassiamo le catene, ripristiniamo il livello dell'olio e alle diciotto siamo pronti a partire. Siamo freschi e riposati e viaggiamo sino all'una di notte, fermandoci a dormire in un campo nei pressi di Amburgo.
L'indomani divoriamo i 1250 chilometri che ci separano da casa in quattordici ore, senza portarne il peso.
E le moto? Durante l’inverno dovrò smontare la mia Tenerè, sostituendo la bulloneria e le parti ossidate. A parte questo hanno retto bene, nonostante i loro vent’anni, ed io comincio a pensare al viaggio dell'anno prossimo.

ADRIANO


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