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Ragusa Città del Pensiero

Scritto da UBERTO TOMMASI
  • Ragusa veduta
  • Circolo di conversazione
  • Giardini
  • Androne romanico
L’antico centro abitato svela i suoi segreti. Il portale di San Giorgio Vecchio. Visita all’archivio fotografico di Giuseppe Leone

Ancor oggi, ogni notte, le figure diafane di Federico II e dei suoi guerrieri arabi e svevi, s’incontrano per tornare a visitare le viuzze di Ibla, la parte antica di Ragusa, dialogando fra loro e passando le mani trasparenti sui ritratti in pietra, di amici e parenti, oppure dissertando, seduti sui gradini della cattedrale, di sacre geometrie, gnosi o d’alchimia.
Così ci piace pensare che li immaginino i Ragusani, grati a coloro che favorirono la nascita in Sicilia della più antica università d’Europa, da cui fu resa, all’Occidente imbarbarito, la conoscenza perduta dei filosofi e degli artisti del mondo greco e romano. Ed è così che noi, attratti dalla fama della città siciliana, ci troviamo a percorrere piazze e vicoli della mirabile rocca, sfiorando silenziosi ed ammirati la massa di mimi in pietra, come appaiono sotto le mensole dei palazzi, assorti nel loro racconto di equilibri plastici ed ancora ringhiere e poggioli in ferro battuto, angoli ed androni barocchi che si assommano a brandelli di architettura romanica sopravvissuta ai terremoti.

Uno di questi resti, il portale pre-gotico della chiesa di san Giorgio Vecchio, d’inaudita bellezza, ci appare improvviso, bianco in mezzo ad edifici grigi, con tutta la sua scenografia di animali e simbologie misteriose, sopra le quali troneggia un San Giorgio che colpisce con una lancia un demonio, antica simbologia di un Marte anatolico. Rimaniamo a lungo ad ammirare il monumento, immaginando come doveva essere il viso dello scultore che aveva realizzato tanta imponenza con la speranza che qualche visitatore, illuminato, un giorno avrebbe sostato davanti al suo messaggio criptato, comprendendolo. Poi, dopo aver compiuto i soliti riti giornalistici con le macchine fotografiche, continuiamo la passeggiata nella città marmorea rendendoci nuovamente passanti solitari come il protagonista del romanzo “Santa Lucia” di Vilém Mrstik. In fondo il passeggiare ricorda lo scorrere della vita. Entriamo, attirati dalle due file di alte palme, nel Giardino Ibleo, creato nel XIX secolo in uno spazio situato fra quattro chiese, S. Giacomo, S. Domenico, S.Teodoro (scomparsa), e S.Giorgio Vecchio. Il luogo, un’autentica piattaforma sacrale pare comunicare un qualcosa, disturbato dal cigolare in dialetti sconosciuti di alcuni turisti che, stanchi deambulano, trascinando i piedi, gravati dal peso di rassicuranti scorte di cibo.

Continuiamo a salire, superando chiese purtroppo sigillate, dedicate a Maddalena, la santa venerata dai Templari, o al Purgatorio, l’invenzione della società mercantile dell’anno mille che non si rassegnava che il suo denaro perdesse potere d’acquisto nell’al di là. A destra ci attira un’insegna dipinta sopra una cornice in muratura: “Circolo di Conversazione”, ai lati due sfingi egiziane ci fanno immaginare che quella sia stata la sede ottocentesca di un tempio massonico, della massoneria vera, quella che ispirandosi ai concetti di libertà lottò per secoli, unico faro contro i residui del feudalesimo. Ed ancora vicoli, chiese e piazze in salita che portano ai ruderi dell’antico castello. Dalla cui piazza d’armi ammiriamo la distesa di tetti dai quali emergono cupole orgogliose. Il pensiero di un filosofo di cui non ricordiamo il nome ci torna alla memoria: “...il pensiero bisogna bene che sia da qualche parte, che occupi un luogo, il pensiero deve avere una residenza, una città...Si pensa, quindi deve esistere una metropoli del pensiero...”. Ed Ibla, l’antica città, con le sua architettura è proprio un luogo che invita a riflettere.

Alla sera sediamo sulle gradinate di Santa Maria delle Scale, la chiesa che si trova tra la città nuova e quella vecchia. L’antico convento cistercense, in cui il numero tre ed i suoi multipli regolano l’architettura sacra, è chiuso ed è giocoforza proseguire fino allo studio di Giuseppe Leone, il grande fotografo, protagonista anonimo della cittadina siciliana. Entrati, l’artista della luce e delle ombre, ci permette di ammirare l’archivio in cui racchiude, come un autentico mago praghese dalla borsa di pelle di camaleonte, migliaia di immagini di architettura, arte e natura. Fra tutte rimaniamo colpiti dalle raffigurazioni di nudi, realisti parrebbe ed astratti secondo noi, come ogni interpretazione della realtà. La conversazione con Giuseppe è fitta come chi deve recuperare tempo perduto. Alla sera rientriamo all’Hotel Mediterraneo, accolti da un personale esperto nell’arte dell’accoglienza di cui i siciliani sono autentici guru.

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