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Dieci Metri Sopra il Mare

Scritto da Paola Colli
È in noi che i paesaggi hanno paesaggio.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo (F. Pessoa)

Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. (M. Proust)

Se ‘assaggio’ Cavo, al pari della celebrata madeleine proustiana, affiorano ricordi di una tale vastità che non sarà facile poter condividere: quelli coscienti, che si possono richiamare a piacimento, e quelli involontari, follemente profondi, che attraversano e percorrono tutte le distanze emotive e ci donano l’insperata felicità del salto nel passato.
Non vorrei infliggervi le mie foto in bianco e nero ma vi trovo di tutto: dalla spensieratezza della mia infanzia vissuta in barca alla ricerca del bello e del ‘sano’ della maturità; dall’orgoglio dei geni alla sospensione ideale nello spazio-tempo tipico delle vacanze; dai profumi che ho respirato alla saggia filosofia del ‘vivere alla giornata’ che apprezzo e spero di aver ereditato ….
E se preparo un budino al cioccolato è inevitabile il richiamo alla raffica di budini che preparava mia nonna paterna - rimasti in ognuno di noi, e non penso solo al ricordo (!) - che mi convinsero di poter contare su un metabolismo fenomenale e che fortunatamente ad una certa età decisi di non mettere più alla prova altrimenti starei scrivendo il diario di Bridget Jones...
E quel pittoresco pentolone portato in giro, per strada, dal cuoco ambulante di polpi?
Non riuscirei a dire se fosse per la mia sensibilità verso quegli esseri tentacolari (dotati di tentacoli, non certo attraenti!) o per le gocce di sudore che, in quella sorta di suffumigio salmastro, cadevano copiose nel pentolone, quasi fossero l’ ingrediente speciale della ricetta, a convincermi per anni di poter fare a meno di mangiare non solo il polpo ma tutto ciò che potesse anche lontanamente provenire dal mare. Eppure andavo a pesca con mio padre, ed era una pesca miracolosa… sì, ma per i pesci…
Sono ‘risvegli’ di situazioni, che, per quanto elementari, hanno costituito la base su cui costruire convincimenti, principi di un’ esistenza, una filosofia di vita…
Del resto bastava guardarmi allo specchio, con quella cuffia da mare, in plastica - sul cui colore già improbabile vi erano inserite delle coloratissime margheritone - che mi calzavano in testa perché “tanto di moda”, per convincermi facilmente che ‘non Tutto ciò che è trendy fa figa!’.
E a quale saggezza ha potuto condurmi il ‘barcone’....
A Cavo, angolo di verde a Nord-Est dell’Isola d’Elba, dove anche i cavernicoli erano riusciti a sbarcare…, vi è stato un periodo in cui i passeggeri che avessero l’ardire di andarvi dovevano calarsi (nel vero senso della parola) dalla nave su di un barcone-spoletta che aspettava al largo. Mi ero persuasa che quel gioco perverso, che non permetteva sgarri sulla tempistica ondata/presa, rappresentasse un modo per testare i fisici, una crudele selezione darwiniana, difficile capire se nei confronti degli assistenti o dei passeggeri. La tanta e varia umanità, di cui non ci si può certo annoiare, andava dagli uomini prestanti che ostentavano sicurezza nel buttarsi fingendo fino all’ultimo di non aver bisogno di aiuto salvo poi attaccarsi a qualunque appiglio..., al ‘trasporto’ delle corpulenti matrone imbudellate in vestiti aderenti per le quali in un sol colpo si riusciva a dubitare e del principio di Archimede e di quello della fisica in generale.
Il mio turno di bambina prevedeva di essere agguantata sotto le braccia, tenuta in sospeso sopra il barcone ondulante in attesa che qualcuno, date le direttive di sedersi secondo una stima approssimativa dei pesi e dei posti e tenuto conto del rollìo barcone/nave, fosse libero per ricevermi. E intanto un piccolo dramma si consumava … no, meglio, IO mi consumavo. Come abbiano potuto farmi indossare quella stupenda ma troppo vaporosa gonnellina a volant ancora me lo chiedo e soprattutto, allora mi chiedevo, come rimediare al brutale svelarsi del mistero delle mutande … ma quando pensi di aver toccato il fondo della vergogna ecco che il detto ‘al peggio non c’è mai limite’ diviene concreto. Da quelle braccia forti che ti accolgono non prevedi possa arrivare il peggio del peggio …e SLAMP: l’effetto carciofo, da slancio!. Con la gonna in faccia e le mutande urbi et orbi si costruiscono assiomi per la vita futura del tipo “chissenefrega di quello che si vede, l’importante è che mi abbiano tolto d’impaccio!”. Nonostante tutto sono cresciuta molto morigerata in fatto di costumi…o forse semplicemente non mi sono mai trovata in grossi impacci!
E come non menzionare quelle radicate consuetudini del popolo ospitante - ovviamente nonni e padre compresi - dalla battuta sempre pronta, magari anche cruda, pungente e dal moccolo ridondante, quella imprecazione o, per essere precisi, quella serie di bestemmie declamate al nanosecondo che, al momento giusto, viene ritenuta migliore di tanti discorsi, quasi un arricchimento del lessico.
Capisco, è difficile non trovare chi non abbia almeno una volta ceduto alle lusinghe di una bella parolaccia. Però, in Toscana, la parolaccia - garantisco - è diversa. E anche fuori dalla Toscana gli eredi non tradiscono la tradizione! Si diviene medium inconsapevoli, prede della reincarnazione moderna di qualche avo, con abilità ignote si alternano nuovi e desueti modi vernacolari di infierire per alcuni dei quali sarebbe opportuno allegare un dizionario o i sottotitoli in sovrimpressione. In quel molle rappacificamento con il mondo e di inoffensivo ritorno al presente ti rendi conto che la vita ha continuato anche senza di te; le auto non hanno mai smesso di circolare; i passanti di camminare; … raggelante lo stupore di chi ti conosce. Forse hai distrutto l’immagine di una vita, di donna pacata dalla ferrea educazione e formazione, ma scientificamente è stato il trionfo del codice genetico!! Sono soddisfazioni.
Ricordo anche gli scherzi vissuti, come soggetti attivi o passivi, dagli elementi maschili della mia famiglia. Talmente belli , divertenti, trascinanti quando venivano raccontati da farmi pensare più di una volta che sarebbe stato bello cambiare sesso. Ma anche lì sono venuta fuori abbastanza tradizionalista…
Ho passato anche una fase ‘napoleonica’, non in un manicomio, ma da esiliata, quando consideravo Il Cavo privo di attrattive, non bastasse la natura lussureggiante e quello stile unico, inconfondibile, offerto dalle baie incantevoli e dalle isole prospicienti, Palmaiola e Cerboli.
Cavo, nell’ipotetica forma a mò di pesce si colloca all’estremo della pinna superiore. È quindi il paese più prossimo al continente, in un'insenatura chiusa da un promontorio chiamato ‘capo Castello’ e guardata, alle spalle, da monte Grosso.
È una consolante realtà sapere che da Piombino, in pochi minuti di navigazione direttamente con l’aliscafo o con il traghetto passando per Rio Marina, lo si possa raggiungere.
L’Elba è l’isola del nostro immaginario collettivo: toccata da un setoso e camaleontico Mar Tirreno e ombreggiata da un rigoglio di boschi e profumata macchia mediterranea, dai paesaggi e atmosfere che vorresti conservare sotto vetro; è di una tale ‘scandalosa’ bellezza che, leggenda vuole, sia una delle perle sfilatesi dalla collana di Venere.
Con la sua superficie di oltre duecento chilometri quadrati è la terza isola italiana.
Dal 1996 fa parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano: è il più grande parco marino d’Europa, ed è compreso nel perimetro di Pelagos, il santuario internazionale per la tutela dei cetacei. È anche un porto migratore; vi si riproduce il raro gabbiano corso che si riconosce per il becco rosso corallo, scelto come simbolo dell’Arcipelago.
È un’isola che deve molto del suo paesaggio e della sua storia alla sua particolare posizione geografica, decisamente strategica, ed al suo patrimonio mineralogico.
L’incontro tra i diversi popoli e civiltà del Mediterraneo che, attratti dalla sua anima dura, nel tempo, si sono dati appuntamento su quest’isola, fino al significativo passaggio di Napoleone Bonaparte, determina la sua unicità culturale.
Non si può non rimanere sedotti dagli scenari offerti dalle isole. Sarà per il fascino di riuscire a conciliare l’inconciliabile: il mare che unisce e separa, la libertà e la reclusione. O, per la prova da superare (come nelle isole omeriche), il luogo che ‘va raggiunto’, a volte con difficoltà, ricambiata con la pregiata bellezza, con i ritmi scanditi dalla volontà del mare, con l’ insolita lontananza dalla normalità …in breve, con la Isolanità.
O forse è il richiamo del sangue. Il mio albero genealogico parla chiaro: il caso ha voluto che all’Elba ci nascessero i miei avi. Quindi è il ritorno alle mie radici.
Sono generazioni e generazioni della mia linea paterna che lì hanno vissuto, concentrati nell’area orientale dell’Isola, quella dall’aspetto più selvaggio e aspro, dolce ma severo, ferrigno.
Dalle ultime cinque ci accoglie Il Cavo: il nostro Mare, da sempre; la nostra casa al mare, da sempre. Distante cinquanta metri dal mare, è un villino dei primi del ‘900, quando imperava lo stile liberty, fatto costruire dal bisnonno Giacinto – secondo leggende familiari, anche grazie alla sua fortuna al gioco – e appartiene a quella schiera di costruzioni che, a partire da fine ‘800, ‘colonizzarono’ il Cavo ma prima di tutto, quei ‘ dieci metri sopra il mare ’ è l’epicentro dei miei ricordi elbani.
Dieci metri sono anche la soglia di riferimento per i meteorologi per misurare la velocità del vento. I venti possono benedire o maledire il mare che, grazie al suo promontorio, il Cavo riesce ad ‘addomesticare’ consentendo da sempre una facilità di approdo da cui poter trarre e vantare una storia millenaria.
Il riparo, la vicinanza al continente e le fonti sorgive hanno fatto di Cavo un punto di riferimento importante per il passaggio alla/dalla costa toscana ed un posto abitato da sempre.
Diversi documenti e reperti di primitive forme di civiltà legate allo sfruttamento del ferro, alcuni ritrovati in zona ‘costa dei barbari’, ci testimoniano che Cavo era addirittura abitato prima ancora che l’Elba fosse un’isola! (ci sono! Forse quei ‘turisti’ che lasciano in giro i resti dei loro picnic credono che in futuro la loro immondizia possa essere considerata un prezioso reperto di antiche forme di … ’inciviltà!)
È qui che si respira l’antica, vera, anima dell’Elba, quella da cui deriva il suo primo nome: Aethalia, scintille, sprigionate dai forni di riduzione del ferro, talmente numerosi che ai naviganti greci appariva come “terra di fumo e faville”.
È qui che si può ammirare uno dei fenomeni meno noti dell’Elba: le spiagge nere. Tra queste Ortano, Topinetti, Cala Seregola, cala del Telegrafo, ….
Cavo ha visto crescere me ed io ho visto crescere Cavo. Tra i due, nonostante non mi possa lamentare ;-), sicuramente è ‘lui’ ad avere più richiamo…anche se è un richiamo relativamente recente. Infatti la zona orientale è quella che turisticamente è decollata più tardi. La massiccia presenza di minerali - ne sono stati trovati 150 tipi diversi tra cui la pirite, la più conosciuta per la perfetta geometricità dei suoi cristalli, o la magnetite, che perturba l’ago delle bussole, o l’ilvaite (che esiste solo all’Elba) - e quindi di miniere e di cave, ha inciso sul paesaggio ma, nello stesso tempo, l’ha conservato dagli assalti del turismo di massa. Il paesaggio che risulta è affascinante proprio per la sua morfologia urbana che è rimasta sostanzialmente intatta.
L’ultima miniera fu chiusa nel 1986, e solo da allora l’antica economia mineraria ha ceduto il passo al terziario e il turismo è divenuto un fenomeno importante sotto il profilo economico.
Un passato ‘ferrigno’ ancora rintracciabile nel colore sanguigno della terra, nello scintillio degli arenili e delle case costruite con i sassi di miniera, impastati nella miscela di sabbia, irite ed ematite.
Come dire un passato antichissimo ma turisticamente moderno.
Eppure già agli inizi del secolo gode di un primo turismo di elite in quanto viene scelto come luogo di villeggiatura da personaggi eccelsi: oltre all’ ”immancabile” Garibaldi che vi sostò prima di prendere il largo verso la sua amata Caprera, a Rossellini, lo scultore, che ha scolpito la statua della Madonna dei marinai innalzata sull’altare della chiesa di S. Giuseppe; Coppedè, l’architetto, che eresse il mausoleo funebre della famiglia Tonietti; Marinetti, figura simbolo del futurismo o Georges Simenon, tra i più prolifici scrittori del XX secolo. Persino un papa, Gregorio XI. E fu la prima e unica volta, nel 1376, che un Pontefice ha messo piede all’Isola. Tra l’altro nelle peggiori condizioni di mare al punto che alcune navi della sua flotta affondarono davanti al golfo di Cavo.
Molti i ritrovamenti subacquei davanti al suo porto, segno di un intenso traffico mercantile. Per questo Cavo fu bramato anche dai nobili patrizi romani che vi costruirono, a Capo Castello, una magnifica villa con vista sul mare, non solo come luogo di “otium” ma probabilmente anche a sovrintendere le attività economiche della zona.
Capo Castello si trova a ovest del Cavo ed è il promontorio che separa la spiaggia del Frugoso da cala delle Alghe. Da esso si ha uno spettacolare scorcio panoramico sul paese; di fronte, sul lato nord, si trova il suggestivo isolotto dei Topi.
Purtroppo il sito non è visitabile poiché all’interno di una proprietà privata, per quanto, lasci ben poco da visitare, compromesso com’è dalla costruzione di villette, l'apertura di una strada e l'assenza di scavi sistematici. Anche le costruzioni di pertinenza ad essa come il quartiere delle servitù dei ricchi patrizi su Capo Mattea (promontorio che insieme a capo Castello cinge cala dell'Alga) e la cisterna di colle del Lentisco, che garantiva l'approvvigionamento idrico alla villa, sono incorporate negli edifici moderni pertanto non rimangono tracce.
È sconfortante leggerne la magnificenza nelle descrizioni minuziose nei vari documenti.
E forse la vecchia denominazione di Cavo - ‘Faleria’ - si deve proprio alla diversa interpretazione di quei ruderi in cui alcuni studiosi vi videro i resti appunto di quella leggendaria città romana.
L’attuale denominazione che appare in documenti del XVI sec. può essere originato da CAPUT à Capo o da CAVUS à Insenatura.
Nell’800 si ha il suo vero e proprio popolamento grazie ad una formidabile ondata migratoria di gruppi di diversa provenienza richiamati dalle miniere e cave di calcare, una situata al suo imbocco e l’altra a Cerboli, e di pescatori meridionali attirati dal pescoso mare, una risorsa ignorata dai nativi.
Il Cavo è scelto come ‘regno’ dalla ricca Famiglia Tonietti, concessionaria delle miniere. Fanno costruire la Villa e il Castello Bellariva costruito nel tipico stile revival ottocentesco e, alla sommità del Colle Lentisco, la cappella funeraria, unico esempio di arte liberty all’Elba. Sono questi i gioielli che arricchiscono e caratterizzano architettonicamente il Cavo.
A metà del ‘900 Il Cavo appare come una campagna di 150 anime dove si coltivano i vigneti prevalentemente di proprietà della famiglia Tonietti; vi sono due stabilimenti per l’inscatolamento del pesce (uno si trovava all’ingresso, in località ancora oggi chiamata ‘Le Salate’ e l’altro vicino all’attuale ristorante Nada Mas) eppure è il polo siderurgico più importante d’Italia.
Qui, da turista per caso, dove mi dimentico di osservare perchè credo di conoscere ogni sasso, dove godo del ‘lusso’ del luogo affettivo, quello dei ricordi, vivo la segreta speranza che l’immutevole vinca sul mutevole in una sfida al destino con la propria mortalità. Lo status quo rappacifica, concilia con il proprio passato.
E destare la propria curiosità su luoghi attraversati mille e mille volte, significa convertire l’abitudine nella trascinante euforia dell’esplorare, significa consentire a quella vecchia carta da parati, lì da anni, di potersi rivelare e parlare di sé ….
Mi parla di “solastalgia” neologismo coniato dai nostri tempi per indicare la nostalgia di un luogo scomparso o cambiato.
È ciò che provo mentre passeggio lungomare recentemente valorizzato da tre terrazze con colonnine doriche che infondono uno stile classico, austero, vagamente dannunziano purtroppo non adeguatamente corrisposto dalla spiaggia - disastrosamente - ripascimentata con pietre minerarie e materiale edilizio, che ne hanno modificato la naturale linea costiera o mentre leggo le impressioni su Cavo tracciate nel diario di bordo scritto da Georges Simenon il quale vi fa tappa durante una crociera nel mediterraneo e vi resta per dieci giorni. Grazie all’autore del famoso Commissario Maigret compio un sorprendente viaggio nel tempo appartenuto ai miei nonni e a mio padre.
Da quel soggiorno e quella convivenza con l’equipaggio elbano nasce una mirabile descrizione, mai favolistica, del posto, delle persone e della filosofia che li guida: ne evidenzia i tratti fatalistici, la solidarietà, la dignità e l’onestà; nella mancanza di una coscienza di classe e della percezione della crisi economica trae l’essenza della civiltà mediterranea in contrapposizione a quella atlantica.
Racconta di scrivere in un “posto bizzarro”, seduto su uno scoglio e di fronte …nel buco che funge da baia, scorgo in un unico quadro, una delle più belle proprietà che si possono immaginare. È una maestosa costruzione, su una roccia che si spinge nel mare, e tutt’intorno, per magia, si è creato un parco fitto dove tutte le essenze del Mediterraneo si incontrano”.
È la descrizione di villa Bellariva.
Lo sorprende che sia uno dei centri minerari più importanti d’Italia: nulla gli evocava il concetto di miniera. Fortunatamente non ha di fronte a sé rotaie, cieli anneriti dalle ciminiere, case tristi, terreni di scarico!.
L’affresco del Cavo di allora è un dono inaspettato. Scopro un Cavo silenzioso, di poche anime, con un porto minuscolo che può accogliere solo il battello di Simenon e due barche da pesca, con le vigne che si confondono nel mare, senza un ordine nelle colture né nella disposizione delle case, dal profumo di fichi maturi che ognuno può cogliere lungo i sentieri.
È un pugno nello stomaco. Un grido interiore, lacerante. Percepisco quasi un lutto di quel cielo troppo blu sopra quel mare troppo intenso, di quei paesaggi genuini, saturi di un’atmosfera da risveglio dei sensi, di solidarietà tra le persone, …
È il perdurante conflitto rousseauniano tra l’intrinseca bontà (bellezza) della natura e la meschinità dell’essere umano che, ottuso e miope, guasta quella perfezione.
Ma è lo stesso Simenon che mi mette in guardia dal giudicare troppo aspramente i tempi, il progresso, e mi sussurra che la solidarietà, la sana filosofia di vita, la tranquillità, unite ai panorami mozzafiato abitano ancora qui.
E mi accorgo che il turista che arrivi dal mare ancora scorge una vista deliziosa di un borgo incastonato nella ruspante eleganza delle verdi colline che bevono nell’azzurro del mare. E mentre seguo i contorni del paesaggio mi coglie quel senso di stupore e meraviglia per le cose note e familiari che è all’origine della filosofia. La possibilità di viverlo mi sembra che possa ricompensare alla cacciata dall’Eden…!
E passeggiare lungomare mi restituisce la commovente bellezza di un paesaggio ancora intatto, dove è ancora facile sciogliersi nella contemplazione dell’infinito del mare aperto, spezzato – come quinte naturali – dalle due isole, Palmaiola, che accoglie il faro, e Cerboli (zona di protezione speciale di Bioitaly per gli endemismi vegetali ed animali che ospita). Il silenzio sembra parlarti, ti avvolge, interrotto solo dai gridi striduli dei gabbiani, sfumato da un’atmosfera leggera, impalpabile. Non puoi concepire che il tempo possa trascorrere, che sia trascorso…allora Cavo mi appare come sotto incantesimo, cristallizzato nell’atmosfera e rivela che nonostante gli anni può ancora essere descritto in modo sublime, sempre che il sublime sia tecnicamente descrivibile o comprensibile. Quel sublime che ci umilia per la sua vastità e contemporaneamente ci strappa alla mediocrità, alla banalità; ci svela indirettamente qualcosa di noi stessi, e nel ricordarci la nostra fragilità e precarietà incoraggia a porci domande sulla nostra esistenza.
E se negli anni a quelle case disposte disordinatamente se ne sono aggiunte altre, senz’anima, Cavo è ancora un tesoro tutto da custodire, una natura ancora generosa sulla quale domina, maestosa, la cappella, monumento-simbolo del Cavo.
Questa si erge solenne a 112 metri sul monte Lentisco. Un tempo meta per la gita di Pasquetta rimane un’ottima passeggiata da fare. Vi si giunge facilmente da Cavo, in circa mezz'ora, seguendo una larga strada sterrata in leggera salita, sotto una lussureggiante coperta di lecci e pini. Per quanto non segnalato da cartelli indicatori, basti tener presente che questo tratto è uno degli estremi del GTE (Grande Traversata Elbana - Per approfittare delle tante possibilità escursionistiche consiglio di consultare il sito).
La si vede da lontano, slanciata in verticalità, quasi a suggerire la struttura di un faro e come tale spiccare dal manto verde della vegetazione. Nel percorrere il sentiero la sua visione improvvisa è fonte di disagio e inquietante sarà per quella sua struttura imponente o per i mostri raffigurati o per il ricordo lasciato da mio fratello che fingeva di volermi buttare dentro le tombe vuote…
La vegetazione intorno è rigogliosa, talmente fitta e inestricabile che sembra inghiottire il mausoleo, esaurisce tutto il campionario tipico della macchia mediterranea su cui spicca ovviamente il lentisco che dà il nome alla località, ma anche lecci, i maestosi ginepri, l'elegante mirto, le odorose ginestre e alcuni pini neri marsicani, abbastanza rari all'Elba.
Il mausoleo fu commissionato dalla famiglia Tonietti a testimoniare il fulgore della casata. Non verrà assegnata la concessione cimiteriale pertanto non sarà mai destinato a tomba di famiglia. Iniziato nel 1904 e terminato due anni dopo dal progettista Adolfo Coppedè, fratello del più celebre Gino.
La cappella è visitabile nel rispetto di una struttura decisamente fatiscente: il pavimento è divelto, lascia scoperchiate le quattro fosse per le sepolture, mentre le pareti sono senza intonaco e abbondantemente devastate da scritte vandaliche. La cappella è a due piani; al piano superiore si accede tramite una scala a chiocciola in ferro battuto, di bella fattura, breve e angusta, ormai arrugginita e pericolante. Se fosse ancora possibile salirvi potreste ammirare da lassù uno scenario vastissimo che spazia sul versante occidentale.
I materiali sono in gran parte elbani, ma alcuni importati dal continente, come il marmo bianco e la pietra serena che creano nel complesso un accostamento cromatico gradevole: il biancore delle decorazioni risalta sul rossastro del bugnato di pietre irregolarmente squadrate.
Ricorre il tema delle civette ad ali aperte; sui due prospetti laterali le prue rostrate di due navi in pietra sembrano staccarsi dal mausoleo. Sopra la biancheggiante cupola culmina una coppa, quasi a ricalcare la forma di un'antica lanterna di un faro.
E a dispetto di un inevitabile progresso e di un turismo che si è andato sviluppando, con il suo carico di invadenza non se ne avvertono gli spiacevoli effetti e puoi accorgerti di come la valle sia ancora pervasa da profumi misti tra cui puoi divertirti a selezionare quelli più intensi il giorno o la sera, come il pitosforo di cui sono pieni i giardini privati o di come al crepuscolo il panorama lungomare trasmetta ancora quella placida serenità al visitatore di passaggio.
E restare incantato di fronte a quelle insenature che ne hanno dato il nome ‘Cavo’ o restare ipnotizzato di fronte al ritmico lampeggiare del faro che non ha perso il suo fascino romantico. Si dice che Palmaiola sia stato luogo del martirio di santa Anastasia; sicuramente è stata covo del pirata Barbarossa. Ancora, è stata l’isola isolata del farista che per 30 anni ha vissuto da autarchico una vita scandita dall’andirivieni dei traghetti, dall’accensione e spegnimento della lanterna, dalle operazioni di pulizia e manutenzione del faro, dai ritmi necessitati della natura, dalle mareggiate di ponente o di scirocco…
O riuscire ad ammirare il cielo stellato, visibile, perché la notte non è ancora inquinata dall’eccesso di luci.
O godere del mare. Sempre uguale, eppure diverso, capriccioso e imprevedibile, caldo ed accogliente. Il suo trasformarsi: il mare del mattino presto o quello della sera al crepuscolo. Il rumore della risacca, colonna sonora delle estati, insieme alle cicale.
O soddisfare sia gli amanti dello scoglio, della sabbia o della ghiaia. A Cavo, ci sono ben cinque spiagge. Guardando dal mare, alla sinistra del porto, la spiaggia di S.Bennato, dove sorgeva forse la più antica chiesa cristiana dell’isola, il cui nome sembra possa essere una storpiatura di Menna o Mennate, martire egiziano perito nel 295, il cui culto era diffusissimo in Oriente e qui giunto prima ancora del messaggio cristiano.
Dietro villa Bellariva, la cala delle Alghe, di fronte all’isolotto dei Topi, la spiaggia di Frugoso. Per non parlare poi di tutte le spiagge che si possono vedere se si ha voglia di camminare lungo i sentieri rocciosi o si ha la fortuna di possedere una barca.
Posso dire che la mia coscienza ecologica e la mia quota-parte di elbanità hanno fatto pace!
Sono molte più anime di allora, circa 500 e il porto conta 250 posti barca, ma l’ospitalità, quella filosofia di vita, quella solidarietà che avevano colpito l’autore di Maigret resistono ancora e si possono elogiare gli abitanti che nonostante una presenza sempre più massiccia di turisti, soprattutto in certi, critici, periodi dell’anno, hanno saputo adattarsi e sfruttare la risorsa senza subire la contaminazione del turismo mantenendo un certo equilibrio tra tradizione e innovazione.
Nei caratteristici ristorantini (ne conto almeno otto) che si snodano lungo l’unica strada che passa in mezzo al paese, che dai pini e dalle alghe della spiaggia di Frugoso diviene sentiero che si inerpica fino a raggiungere Capo Castello, puoi ancora gustare i piatti tipici, dal gurguglione, tutto di verdure, al baccalà e il polpo o lo stoccafisso alla riese, in cui sono nitidi i sapori forti del peperoncino e della cipolla; la sburrita, una zuppa di baccalà molto gustosa.
Convivono la cucina di mare e quella di terra come le attrazioni più raffinate (sono presenti due scuole di vela, ad es.) convivono in armonia con i piaceri più semplici della vita.
L’uva, il vino è l’altra grande risorsa dell’'Elba. Sui terrazzamenti particolari, a fioriera, le popolazioni hanno coltivato vitigni autoctoni fino all'arrivo di Napoleone, che ne ha importati di nuovi dalla Francia, e prodotto vini di qualità. Tra i più rinomati l’Ansonica, il vinsanto e l’Aleatico, dolce vino liquoroso da dessert usato nell’”ubriacatura” della tipica "schiaccia Briaca", nata dalla ‘fusione’ della cucina araba e spagnola.
Insomma, se non fossi riuscita nell’intento di descrivere le particolarità naturali avrò almeno sparso il seme della voluttà enogastronomica…
Tra tutte le stagioni sicuramente è in primavera che la natura garantisce la sua perfezione estetica e climatica. Quando onde di papaveri rossi – in gergo, le ‘pupattolaie’, dove pupattola corrisponde a bambola e probabilmente i petali rossi stropicciati ne ricordano il vestito - fluttuano sui verdi tappeti di macchia mediterranea che, come il migliore degli accostamenti in natura, vanno a tuffarsi nel blu del mare, limpido e trasparente come un cristallo puro.
Ora siete pronti per partire.
All’arrivo vi consiglio di abbandonare la frenesia e la fretta della città per cominciare a guardarvi intorno. Quello che vi apparirà come un normale sasso è in realtà un minerale dalla storia geologica vecchia di 400-500 milioni di anni, quella località turistica che state visitando è stata un’importante base logistica e vi scorreranno davanti pirati che lo distrussero nel corso del primo millennio e vascelli di ogni epoca, da quelli etruschi a quelli greci, da quelli romani a quelli saraceni, da quelli pisani a quelli spagnoli. Fino ad arrivare a quelli francesi, inglesi, tedeschi, sempre più veloci, sempre più moderni. Quelle strutture ormai scheletriche divenute archeologia industriale vi racconteranno che gli Elbani sono soprattutto minatori (lo sfruttamento del sottosuolo è durato 4000 anni); del duro lavoro delle miniere, di quanti vi morirono e di un vero e proprio modo di concepire la vita; nel loro stagliarsi netto sulla costa, ritte su quel mare trasparente ricorderemo la quotidiana lotta dei tanti minatori che hanno fatto la vera storia dell’Isola conquistata mille volte per il suo cuore di ferro in quel corpo di rara bellezza.
Anche se oggettivamente l’Elba, Cavo che ne è parte, è di una bellezza inesprimibile tanto è smisurata, e non può non sedurre, sono altrettanto consapevole “alla Pessoa” che se riuscirò a trasmettervi la “voglia” di Cavo, la bellezza del luogo, è perché così io lo vedo: la bellezza è negli occhi di chi guarda. E non percepisco provvigioni dalla pro-loco! Il mio è un lirismo megalomane…
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