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Racconto di una Vacanza Agrituristica

Scritto da Lorenzo Puccinelli Sannini
  • Agriturismo
Racconto di una vacanza agrituristica

In effetti mia moglie ed io, fin da quando eravamo fidanzati, siamo sempre andati in vacanza al mare. Quest'anno però, motivi di lavoro ed anche, ahimé, di budget ci hanno impedito di prendere le ferie prima della seconda metà di settembre e ci hanno suggerito di esplorare sistemazioni il più possibile economiche. Rinunciando a priori alle nostre amate spiagge della Sardegna, stavo pensando alla riviera adriatica, quando mia moglie ha stabilito che dopo il 15 di settembre al mare non ci si va più. Il rischio di incappare nel brutto tempo secondo lei è troppo elevato. A questo punto ci siamo guardati un po' perplessi: la montagna in autunno era ovviamente fuori discussione. Le città d'arte ? Ma se in città ci viviamo tutto l'anno! E poi con le nostre disponibilità economiche dove avremmo potuto alloggiare a Roma o a Venezia? Forse all'ostello della gioventù.

Mentre accarezzavo distrattamente i tasti del computer mi è saltato all'occhio il termine “agriturismo” e mi sono ricordato di alcuni nostri amici che ci avevano detto di essere stati molto bene in un agriturismo nel Veneto.

Mia moglie, ah a proposito si chiama Michela, sul Veneto sembrava nutrire qualche dubbio: la Toscana la attirava assai di più. A Firenze e Siena per la verità c'eravamo già stati, sia pure di sfuggita; quindi abbiamo deciso di cercare una qualche località nel nord della regione. Cartina alla mano il nostro indice ha iniziato a spostarsi in su e in giù fra le province di Lucca, Pisa, Livorno e Pistoia fino a che, come in una seduta spiritica, si è fermato su di un paese mai sentito: Pescia.

Perchè proprio Pescia ci siamo chiesti? Forse perchè sembrava situata in posizione molto centrale. In altre parole intorno c'era molta campagna, le cime degli Appennini erano vicine, le spiagge della Versilia anche ed a pochi chilometri c'erano luoghi interessanti come Pisa, Lucca e la stessa Firenze che avrebbero potuto soddisfare gli interessi storico-artistici di Michela. Detto fatto abbiamo cliccato sul sito “Comune di Pescia” per apprendere che il paese, di circa diecimila anime, aveva origini medioevali, vantava numerosi edifici ed opere di notevole pregio artistico, era un importante centro di coltivazione del fiore reciso, includeva la frazione di Collodi patria di Pinocchio ed era situato presso le pendici collinari ricche di olivi dell' appennino pistoiese.

Ad occhio e croce abbiamo deciso che come punto di riferimento poteva andare. Da lì avremmo potuto fare delle belle escursioni nei dintorni.
Abbiamo cliccato quindi sulla voce “agriturismi” e naturalmente ne sono venuti fuori una ventina. Quale scegliere? Abbiamo iniziato ad esaminarli ad uno ad uno e la mia attenzione è stata attratta da un sito che esibiva in bella mostra una spaziosa piscina. Mia moglie però mi ha ricordato che probabilmente nella seconda metà di settembre sarebbe piovuto (alla faccia dell'ottimismo ho pensato, ma ovviamente non ho proferito parola) e che quindi era molto più importante cercare una sistemazione che offrisse un confortevole alloggio.

Alla fine abbiamo individuato un esercizio con alcuni appartamenti che almeno in fotografia sembravano veramente piacevoli. Il prezzo appariva adeguato, ma erano solo appartamenti in affitto e non veniva offerta né cena né prima colazione. L' ho fatto notare a mia moglie che non è parsa però per nulla turbata. Ha sentenziato che di giorno saremmo comunque stati in giro, che per cena se non avessimo avuto voglia di cucinare potevamo sempre andare in pizzeria ed ha concluso, con uno sguardo vagamente allusivo, che da tanto tempo non facevamo colazione a letto. Abbiamo quindi inviato una mail chiedendo di poter prenotare dal 15 al 22 di settembre l'appartamento “il Granaio” che era quello più economico. Ci è stato risposto che era disponibile solo “Il Pozzo”. Era un po' più caro ma pazienza la cifra ci è sembrata comunque più che ragionevole. Incrociando le dita abbiamo confermato la nostra prenotazione ed il giorno seguente inviato la caparra. Ormai era andata.

La mattina di sabato 15 settembre la nostra “Polo” stava percorrendo l' A1 in direzione di Firenze. Il traffico era assai sostenuto ma fortunatamente i TIR non erano molto numerosi.
Ci siamo fermati in una piazzola di sosta per consumare i panini portati da casa e poi, giunti a Firenze Nord, abbiamo imboccato la A11 Firenze-Mare.
Verso le quattro siamo usciti, come da istruzioni, alla stazione di Chiesina Uzzanese ed abbiamo proseguito lungo la statale per Pescia. Sulla cartina allegata al sito la strada per raggiungere il nostro agriturismo appariva chiara e difatti, poco dopo, attraversata la periferia di Pescia, eravamo a destinazione.

Ci hanno accolti due giovani più o meno nostri coetanei. Erano sposati da poco e da pochi anni avevano iniziato l'attività. L'appartamento a noi destinato ci è piaciuto subito: era pulito e arredato modernamente ma alcuni dettagli, sapientemente conservati, dimostravano la sua antica origine.
Dopo aver disfatto le valigie, dietro indicazione dei titolari siamo andati a far la spesa in un supermercato “Esselunga” distante poco più di ottocento metri. Quello di Pescia deve essere il centro Esselunga più bello d'Italia; una parte infatti è stata ricavata dalla ristrutturazione degli antichi capannoni in legno della vecchia tranvia Lucca-Pescia.

Tornati nel nostro appartamento, ci accingevamo ad iniziare i preparativi per una succulenta cena, quando ci hanno raggiunto i titolari per offrirci una bottiglia del vino rosso da loro stessi prodotto. Questi sono fra i pochi, ho pensato, che l'agriturismo lo fanno davvero.
Abbiamo approfittato per chieder loro notizie su Pescia e i dintorni e sulle eventuali mete turistiche da visitare. I nostri ospiti, Vincenzo lui e, guarda caso, Michela lei come mia moglie, dopo averci fornito le indicazioni richieste, ci hanno accompagnato a visitare la tenuta. Un vigneto di circa un ettaro, un vasto oliveto e numerosi campi di erba medica, tutto terreno raccolto intorno alla antica Villa padronale. Dopo cena abbiamo provato a guardare un po' di televisione ma ben presto l'attrazione del bel letto matrimoniale che ci attendeva, ha avuto la meglio.

Domenica 16.
Da tanto non dormivamo così bene, forse grazie al silenzio pressoché assoluto. Ci siamo svegliati al cinguettio degli uccellini sentendoci vispi come loro. Una veloce colazione a base di pane toscano e miele di fattoria e poi via alla scoperta di Pescia.
Parcheggiata la “Polo” in piazza Mazzini, centro nevralgico della cittadina e purtroppo anche il suo quasi unico posteggio, abbiamo ammirato da fuori il Palazzo del Vicario, oggi Palazzo Comunale, risalente al XIV secolo e poi il cosidetto Palagio o Palazzo del Podestà sede dell'odierna Gipsoteca “Libero Andreotti”. Ritornati in piazza, per la verità circondata da edifici rinascimentali e barocchi assai belli, abbiamo attraversato il fiume Pescia transitando a piedi lungo il ponte del Duomo e dopo poche centinaia di metri siamo giunti alla antica Pieve di S. Maria oggi assurta al rango di Cattedrale e sede Vescovile.

Al ritorno siamo passati davanti all'ospedale il cui nucleo originale risale al settecento e siamo entrati nella Chiesa di S. Francesco ammirando al suo interno una pala di Bonaventura Berlinghieri, pittore lucchese del '200, rappresentante S. Francesco e sei episodi della vita del santo.
Saziato così l'appetito artistico di mia moglie, siamo risaliti in macchina ed in pochi minuti abbiamo raggiunto il paesetto di Uzzano, appollaiato sul crinale della collina. Dal sagrato della chiesa di Uzzano il panorama sulla vallata di Pescia è veramente fantastico: sullo sfondo si erge il colle di Montecarlo dove andremo prima che abbia fine la nostra breve vacanza per acquistare una bottiglia di vino DOC e qualche paio di scarpe a prezzi imbattibili come ci hanno indicato Vincenzo e Michela.

Nel primo pomeriggio siamo ripartiti in macchina diretti nella “Svizzera Pesciatina”. E' noto comunemente con questo appellativo assai impegnativo, il territorio collinare che si estende a settentrione di Pescia il cui vero nome è Valleriana. Si tratta di una zona ricca di piccoli borghi o “castella”, antichi centri di natura rurale, del tutto sconosciuti ai più, ma ricchi di fascino storico e
di antiche tradizioni contadine. Sotto il profilo gastronomico, è proprio da queste parti che provengono i celeberrimi “fagioli di Sorana” coltivati lungo il greto del Pescia e venduti nei negozi specializzati ai pochi eletti che se ne possono permettere il prezzo. A condizioni economiche più abbordabili tuttavia, in Valleriana è facile assaggiare un ottimo cinghiale con le olive ed i famosi necci di farina di castagno ricoperti di ricotta.
Verso sera, ormai stanchi dopo aver visitato Sorana, Castelvecchio Pontito, Calamecca, Lanciole e Crespole, Michela ed io siamo tornati a casa e non avendo voglia di metterci ai fornelli, su indicazione del nostro padron di casa siamo andati a cena in un ristorante situato a Monte a Pescia. Questo minuscolo borgo, distante circa quattro chilometri dal nostro agriturismo, è situato in cima ad un colle sovrastante la vallata di Pescia ed offre al visitatore un panorama splendido. Abbiamo cenato all'aperto sulla terrazza del locale, unico ed omonimo ristorante del paesetto, gustando il cibo saporito ed ammirando il paesaggio che affogava lentamente nella luce tenue del tramonto.

Lunedì 17.
Dirigendoci di buon mattino verso Lucca, abbiamo fatto una breve deviazione per visitare il paese di Collodi, patria di Pinocchio. A dire il vero non avendo ancora figli, più che ripercorrere nel parco tematico la storia del burattino, ci interessava visitare lo storico giardino di Villa Garzoni. Il borgo di Collodi, visto da lontano, ha un aspetto molto particolare: una cascata di case che dall'alto della collina termina a ridosso della Villa stessa. Il giardino barocco della villa, realizzato nel '600, è uno dei pochi in Europa ad aver mantenuto la sua struttura originale, arricchita nel secolo successivo da numerose statue ed importanti fontane. Sicuramente il tutto meritava la visita. Abbiamo poi proseguito per Lucca e venti minuti dopo siamo entrati da Porta Elisa e siamo andati a parcheggiare nel nuovo parking sotterraneo della ex caserma Mazzini. Vincenzo ci aveva detto: "Lucca è una città da visitare, anzi, da vivere a piedi. Ma prima è necessario fare il giro delle mura in bicicletta così da averne una visione d'insieme".

Ligi alle indicazioni ricevute ci siamo quindi recati a Porta S. Maria dove abbiamo noleggiato due belle biciclette. In circa mezz'ora ci siamo fatti l'intero giro della cinta muraria sfiorando dall'alto con lo sguardo l'intera città.
Credo che Lucca sia l'unica città d'Italia ad avere una cinta muraria costruita nel '500 e terminata alla metà del '600, completamente integra ed interamente percorribile. I lucchesi sono proprio fortunati; escono di casa ed hanno a disposizione un circuito pedonale e/o ciclabile di quattro chilometri con vista storico-panoramica.

Riconsegnate le bici, siamo passati davanti alla chiesa di S. Frediano di cui abbiamo ammirato il bellissimo mosaico del '200 che ricopre la parte alta della facciata e poi siamo entrati in piazza dell' Anfiteatro dove, seduti ad un tavolino all'aperto e gustando una fetta di torta, ci siamo sforzati di rivedere con gli occhi della mente le arcate romane sottostanti le attuali abitazioni.
Finita la torta ci siamo fermati in Fillungo, la strada principale che attraversa il centro storico della città, da “Di Simo” dove ci siamo fatti un caffè con panna. Mentre sei seduto ad un tavolino di Di Simo non ti stupiresti affatto se improvvisamente entrasse Giacomo Puccini per bersi una cioccolata.
Mentre percorrevamo il Fillungo diretti verso piazza S. Michele, ho notato con crescente preoccupazione che il passo di mia moglie andava sempre più rallentando mentre le sue soste di fronte alle ricche vetrine dei negozi si facevano sempre più prolungate. Sono corso ai ripari dicendole che rischiavamo di fare tardi per la visita al complesso museale della Cattedrale.

Dopo aver dato una troppo fugace occhiata alla chiesa di S. Michele, eccezionale esempio di architettura romanica del secolo undecimo, ed aver attraversato a passo di carica piazza Napoleone col suo Palazzo Ducale e piazza del Giglio col teatro omonimo, siamo sbucati in piazza S. Martino: un'altra fugacissima occhiata alla Cattedrale e poi eccoci dentro il museo.
Il museo della Cattedrale ospita una vasta collezione delle opere d'arte che hanno fatto parte dell' arredo della cattedrale nei secoli: statue, oreficerie, paramenti sacri, codici e messali.
Di particolare interesse il corredo usato per “vestire” il Volto Santo, comprendente la veste di velluto ricamata in oro, i calzari d'argento, la grande corona ed il collare entrambi d'oro.
Il Volto Santo è un crocifisso ligneo conservato nel Duomo di S. Martino risalente al sec. XI, forse copia di un esemplare del sec. VIII di origine siriaca. E pensare che tre giorni prima della nostra visita, il 14 di settembre si era svolta la cerimonia della vestizione: l'avevamo persa per un soffio.
Dal museo siamo passati alla sacrestia della Cattedrale per ammirare il celebre monumento funebre di Ilaria del Carretto, seconda moglie del signore di Lucca Paolo Guinigi.
La triste storia della bella ma sfortunata Ilaria, morta giovanissima dando alla luce la sua figlioletta anch'essa spentasi quasi subito, si dice abbia fatto piangere legioni di visitatrici. Anche Michela, a giudicare dal luccichio degli occhi, non mi sembrava del tutto immune da questo spirituale contagio. Io, per darmi un contegno, mi sono concentrato sugli aspetti storico-artistici dell' opera, apprendendo che il monumento funebre venne scolpito nel 1406 da un allora sconosciuto Jacopo della Quercia il quale proprio grazie ad esso divenne famoso. Il capo di Ilaria è appoggiato su un cuscino, gli occhi sono chiusi come se dormisse, la veste raffinata corrisponde probabilmente a quella effettivamente indossata sul letto di morte, ai suoi piedi giace un cane simbolo di fedeltà coniugale.
L' opera risulta un punto di incontro tra il gusto tardo-gotico francese presente nel panneggio della veste a pieghe sottili e parallele ed il sorgente gusto rinascimentale fiorentino rivelato dalla dolcezza della figura e dalla levigatezza del volto.
Ancora leggermente commossi, siamo usciti dalla sacrestia e ci siamo messi alla ricerca della Torre Guinigi. Naturalmente abbiamo sbagliato strada e passando per caso davanti al portale della chiesa di S. Giovanni (non stupitevi, Lucca è nota come la città dalle cento chiese) ho visto che tutti i giorni alle 19,15 vi si tenevano dei concerti di musica classica in particolare dedicati ai brani più famosi delle opere di Puccini. Mia moglie è un' appassionata di pittura e scultura, io invece amo profondamente la musica. Non potevamo però fermarci quella sera, un bel pesce fresco ci aspettava per essere cotto alla griglia, ma mi sono ripromesso di tornare.
Alla fine abbiamo trovato l'agognata Torre e dopo dieci minuti e 230 gradini ci siamo ritrovati a rimirare in mezzo a quattro lecci e con la lingua di fuori il meraviglioso spettacolo di Lucca circondata dalle sue mura.
Siamo tornati all'agriturismo in tempo per accendere la griglia per il nostro pesce, ma proprio mentre soffiavo sul carbone, mi sono sentito apostrofare da dietro in un italiano un po' approssimativo: "Avere tu signore poco di sale, grazie? >>. Era la signora dell'appartamento accanto al nostro che già il giorno prima avevamo salutato a gesti perchè Vincenzo mi aveva detto
che erano danesi.
Morale della favola, malgrado qualche difficoltà linguistica, neanche un'ora dopo stavamo cenando allegramente con Kirsten e Jens Moller venuti a Pescia in macchina da Vejle.
I nostri nuovi amici ci hanno detto che era il decimo anno che venivano a Pescia e che soggiornavano nello stesso agriturismo dal momento della sua apertura. Come le altre volte, si apprestavano l'indomani a raggiungere le Cinque Terre. Avevamo sentito parlare di questo splendido tratto di costa ligure ma non c'eravamo mai stati, per cui abbiamo accettato molto volentieri il loro invito ad andarci insieme.

Martedì 18.
Siamo partiti verso le nove con la nostra “Polo”. Fortunatamente i Moller, magrolini com'erano, sul sedile posteriore ci stavano benissimo. Il viaggio fra l'altro è stato breve; poco più di un ora dopo eravamo già parcheggiati davanti alla stazione ferroviaria di La Spezia. Jens e Kirsten ci avevano spiegato che i modi migliori per visitare le Cinque Terre d'estate erano due: o giungendo dal mare con il battello preso a Lerici o addirittura a Viareggio, oppure con il treno locale che partendo ogni ora da Spezia fermava in ciascuno dei cinque paesi. Nella seconda metà di settembre però il servizio via mare era ormai sospeso e quindi non rimaneva che il treno.
A questo punto comunque ci eravamo completamente affidati alla ormai collaudata esperienza dei nostri amici e quindi abbiamo preso allegramente il treno dopo aver acquistato il biglietto cumulativo che includeva anche il pedaggio valido per i percorsi pedonali. Questa faccenda dei sentieri pedonali a pagamento mi sembrava un po' strana ma, a sera, dopo averne percorsi alcuni, avevo capito la ragione per cui in fondo era giusto pagare. La giornata era splendida ed il sole caldissimo. Michela rimpiangeva di non aver portato il costume, ma, al mio disinteressato suggerimento di rimanere in mutandine e reggiseno, c'è mancato poco che mi incenerisse con uno sguardo. Valle a capire le donne !
La nostra meta era Vernazza, in quanto secondo Jens, Monterosso non era all'altezza delle altre località. Effettivamente Vernazza era un sogno. Siamo scesi lungo le sue tortuose viuzze ed arrivati al mare calmissimo, non abbiamo resistito alla tentazione ed abbiamo noleggiato una barchetta a remi doppiando verso ovest punta Lina e respirando a pieni polmoni il profumo del mare. Sono sicuro che Michela, se non ci fossero stati i Moller, un pensierino al mio suggerimento di prima ce l'avrebbe fatto.
Tornati a riva abbiamo ripreso il treno e siamo scesi alla stazione di Corniglia, arrampicandoci poi su per la collina fino in paese. Da lassù la vista è indescrivibile. A questo punto saranno state le emozioni, la remata o tutt'e due le cose, abbiamo concordemente deciso di avere un certo appetito.
Non mi ricordo il nome del locale dove abbiamo consumato il nostro rapido snack, forse perché la qualità era scadente ma il costo notevole. Comunque rifocillati, abbiamo iniziato il nostro ritorno a piedi. Non mi è possibile descrivere la bellezza del paesaggio sia marino che costiero da noi ammirato quel pomeriggio. Siamo arrivati dopo circa un' ora e mezzo di cammino a Manarola che secondo me è bella quasi quanto Vernazza e poi abbiamo percorso la famosa “via dell'Amore” fino a Riomaggiore.

Durante il cammino, Jens e Kirsten che evidentemente conoscono l'Italia meglio della maggior parte degli italiani, ci raccontavano che il Parco Nazionale delle Cinque Terre è stato proclamato dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità, che una fitta rete di sentieri collega i cinque paesi alle soprastanti frazioni e che percorrendo questi sentieri si va alla scoperta dei vigneti terrazzati,
tra i profumi delle piante aromatiche, gli ombrelli delle euforbie e le sugherete con la possibilità di ripercorrere il cammino dei pellegrini visitando i santuari appollaiati lungo i dirupi scoscesi.
Mentre ascoltavo aggiungevo mentalmente un' altro nodo al fazzoletto: dovevamo tornare, non solo per Lucca ma anche per le 5 Terre.
Il solito treno ci ha poi riportato a Spezia dove ci attendeva la nostra “Polo”, fedele ed affidabile compagna. E invece di affidabile nella vita non c'è proprio niente. Mancava poco meno di un chilometro all'agriturismo che la nostra tanto amata macchinina comincia a fare strani rumori ed a perdere colpi; fortunatamente siamo riusciti comunque ad arrivare a destinazione.
Michela ed io ci sentivamo demoralizzati perché avevamo pensato di tornare a visitare Firenze il giorno dopo ed ora il guasto dell'auto ci metteva in difficoltà. Neanche i nostri nuovi amici danesi ci potevano aiutare perché erano invitati a pranzo da dei loro conoscenti a S. Marcello sulla montagna pistoiese.
Vincenzo, vedendo la nostra espressione afflitta, ci ha chiesto spiegazioni e poi ci ha detto: "Scusate, ma dov'è il problema ? Per la riparazione dell'auto ci penso io; domani mattina la faccio venire a prendere da un mio amico meccanico che ha l'officina qua vicino. Per quanto riguarda Firenze potete benissimo andarci in treno. Anzi io consiglio sempre i miei ospiti di raggiungere Firenze in treno e di lasciare l'auto a casa: la stazione di Pescia dista 700 metri dall'agriturismo e quella di Firenze si trova in pieno centro storico. Con la ferrovia arrivate a destinazione in meno di un'ora e risparmiate i soldi, tanti, del parcheggio". Siamo andati a letto col sorriso sulle labbra sognando Palazzo Vecchio e S. Maria del Fiore.

Mercoledi 19.
Il treno delle nove e qualcosa ci ha portati comodamente a Firenze intorno alle dieci. La giornata era bella e ventilata, ideale per girare a piedi la città. Durante la nostra visita precedente invece aveva piovuto tutto il giorno per cui ci eravamo dedicati ai musei ed alle gallerie visitando le Cappelle Medicee, il Museo dell'Accademia e gli Uffizi. Questa volta volevamo approfittare del bel tempo per ammirare le bellezze della città dall'esterno, se così si può dire. Abbiamo iniziato da S. Maria Novella per poi raggiungere, attraverso vicoli stretti e tortuosi, Palazzo Strozzi. Poi, superata piazza della Repubblica, siamo arrivati in piazza del Duomo. Il battistero ce lo siamo gustato piano piano, prima di dentro poi di fuori, soffermandoci ovviamente in doveroso raccoglimento davanti alla famosa porta del Ghiberti. In S. Maria del Fiore siamo saliti ad osservare da vicino gli affreschi della cupola ed infine abbiamo scalato il campanile di Giotto ed ammirato da lassù il panorama unico di tutto il centro di Firenze. A questo punto era arrivata l'ora di metter qualche cosa sotto i denti, per cui abbiamo seguito nuovamente i dotti consigli del nostro amico Jens che ci aveva detto: "non siate prevedibili come quasi tutti i turisti andando a farvi spennare nella solita trattoria toscana per mangiare una “chianina” che magari è stata appena importata dall'ex Iugoslavia: la fiorentina ce la faremo sulla griglia quando sarete di ritorno stasera, annaffiata con l'ottimo vino di Vincenzo; voi distinguetevi dalla massa facendo qualche assaggio in due dei locali più genuinamente storici della città". Ci siamo quindi diretti verso via Tornabuoni.
Sul lato sinistro della strada guardando verso l'angolo di palazzo Strozzi, si apre un negozio che è una via di mezzo fra un bar ed una elegante drogheria. Procacci, questo il nome del locale aperto verso la fine dell' 800, è il luogo dove si trovano i migliori panini tartufati del mondo. Sono piccoli, morbidi, delicati ed emanano un profumo da svenimento; ovviamente se vi piace il tartufo. A Michela ed a me il tartufo piace molto, per cui abbiamo fatto come con le ciliege che una tira l'altra; ce ne siamo mangiati cinque a testa degustando contemporaneamente un ottimo bicchiere di Sherry.
Sempre seguendo le indicazioni di Jens ci siamo poi spostati in piazza della Signoria e ci siamo accomodati all'ultimo tavolino libero di Rivoire. Anche Rivoire risale alla seconda metà del secolo diciannovesimo e da allora si è sempre distinto come uno dei migliori produttori artigianali di cioccolata di tutta Italia. Mentre ci sorbivamo una favolosa tazza di cioccolata con panna i nostri occhi vagavano trasognati dalla fontana di Nettuno al Palazzo Vecchio, dal David, sia pure in copia, alla Loggia dei Lanzi.
Rifocillati a dovere nel corpo e nell'anima, abbiamo seguito dall'esterno il famoso corridoio vasariano e percorrendo prima il cortile degli Uffizi e poi attraversando Ponte Vecchio, siamo giunti a Palazzo Pitti. Pensavate che avremmo rinunciato alla passeggiata nel giardino di Boboli? Beh vi sbagliavate! Però non ve la descriverò perché non ne sono capace.
Per concludere degnamente la nostra giornata fiorentina Michela ha optato per una rapida visita alla Galleria Palatina ed agli Appartamenti Reali: d'altra parte eravamo già lì, come potevo rifiutarmi. Dopo Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Rubens e molti altri ed ancora 14 magnifiche sale allestite con mobili, arredi ed opere d'arte dal Cinquecento all' Ottocento, siamo usciti da Palazzo Pitti in preda alla sindrome di Stendhal e barcollando ci siamo diretti verso la stazione.
Di ritorno all'agriturismo abbiamo trovato Jens alle prese con due belle fiorentine pronte per la griglia e, miracolo dei miracoli, la nostra macchinina rimessa a nuovo che sonnecchiava tranquilla
nel posteggio.

Giovedi 20.

Jens e Kirsten ci avevano intimato la sveglia alle sei per il già concordato giro nella bassa Garfagnana. Noi ci siamo fermamente opposti a questi orari da caserma sostenendo che quando eravamo in ferie al massimo ci potevamo alzare alle otto. Come sempre succede fra persone dabbene abbiamo raggiunto un compromesso per le sette.
Alle otto eravamo già in macchina e mezz'ora dopo parcheggiavamo di fianco ad uno dei ponti più strani ma anche più belli che abbia mai visto. Jens, ovvero la nostra guida turistica ormai ufficializzata, ci ha informati che il Ponte della Maddalena che unisce le due sponde del Serchio più o meno all'altezza di Borgo a Mozzano, era stato costruito ai tempi di Matilde di Canossa, vale a dire verso il 1100, per poi assumere il suo aspetto attuale grazie all'interessamento di Castruccio Castracani nel corso della prima metà del secolo quattordicesimo. Il ponte ha il classico aspetto medioevale a schiena d'asino, solo che l'arcata centrale, più alta ed ampia, risulta del tutto asimmetrica rispetto alle altre. Il suo secondo nome, con cui è meglio conosciuto, è “Ponte del Diavolo”, appellativo che deriva da una leggenda che racconta come il capo muratore incaricato della costruzione e che si trovava in ritardo rispetto ai tempi di completamento dell'opera, chiedesse l'aiuto del Diavolo appunto. Questi gli avrebbe assicurato il suo appoggio in cambio dell'anima del primo passante che lo avesse attraversato. Il muratore, pentito, fece attraversare per primo un maiale ed al Diavolo, così gabbato, non rimase altra scelta che inabissarsi nelle acque del Serchio.
Io non sono per niente superstizioso, ma per rispetto nei confronti della mia guida, detti la precedenza a Jens su per la salita del ponte.
Da Borgo a Mozzano abbiamo proseguito per Barga, capoluogo della bassa Garfagnana.
L'antico Castello di Barga, appollaiato su di uno sperone roccioso, è posto al centro di una vasta area delimitata dai contrafforti dell' appennino Tosco-Emiliano e dalla catena delle Alpi Apuane che la separano dalle spiagge della Versilia. La struttura urbanistica è quella del tipico borgo medioevale, protetto all'esterno da una cerchia di mura e caratterizzato all'interno da un dedalo di viuzze strette e tortuose. Gli edifici attuali più significativi risalgono all'incirca ad un periodo storico che si estende dal '500 al '700.
Noi abbiamo percorso via del Pretorio e siamo saliti fino al Duomo che con la sua mole imponente domina i tetti del borgo. Da lassù la vista spazia liberamente sulle verdi colline della valle del Serchio e più lontano sui candidi marmi delle Apuane.
Il Duomo è uno splendido esempio di architettura romanica. E' costruito in blocchi chiari di alberese, un calcare che muta di tonalità al mutare dell'intensità della luce, ricavati dalle cave locali.
La facciata deriva dalla fiancata dell'originaria chiesa molto più piccola costruita intorno all'anno Mille. Il Duomo attuale è stato edificato in periodi successivi che vanno dal secolo XI al XVI.
Le finestre, alquanto strette, conferivano all'ambiente interno un'atmosfera di suggestiva religiosità, mentre i nostri sguardi si spostavano dalle due bellissime acquasantiere, alle cappelle laterali fino all'imponente statua in legno posta dietro l'altar maggiore e raffigurante S. Cristoforo, il Santo Patrono.
Dal Duomo siamo passati al Palazzo Pretorio, sede del Museo Civico, dove, fra l'altro, abbiamo potuto visitare l'antica sala delle udienze e, sotto, le vecchie prigioni.
Ripresa la macchina ci siamo diretti a valle ed abbiamo fatto una rapidissima sosta a Castelvecchio Pascoli per un doveroso omaggio alla casa dove visse i suoi ultimi anni e morì il grande poeta.
Nella casa museo gli arredi e gli ambienti sono identici a quelli presenti al momento della morte del Pascoli.
Ormai era quasi ora di pranzo e quindi ci siamo inerpicati velocemente verso Monteperpoli dove ci attendeva il ristorante Bonini. A vederne l'entrata vi verrebbe voglia d'andarvene ma di fronte ad un bel vassoio di antipasti toscani comincerete a cambiare idea per poi addivenire ad una ferma intenzione di restare il più possibile a degustare le tagliatelle ai funghi porcini della Garfagnana e poi il filetto al lardo: il tutto annaffiato da una bella bottiglia di “Greo” delle colline Lucchesi.
Alla faccia del mio amico danese, che per oggi era l'autista di turno.
Alla fine del lauto pranzo ci siamo accorti di essere in ritardo per il nostro prossimo appuntamento, per cui Jens si è diretto verso Fornovalasco aggredendo quelle stradine strette e tortuose col piglio di uno Schumacher alla ricerca del suo settimo titolo mondiale. Se passate dal centro del paese e vi capita di vedere quattro galline che si stanno ancora segnando, sono quelle che hanno evitato la nostra ruota anteriore destra per pochi micron. Miracolosamente senza spargimento di sangue, siamo arrivati alla Grotta del Vento alle quindici, appena in tempo per la partenza del secondo itinerario.
La Grotta del Vento deve il suo nome alla violenta corrente d'aria che la percorre, dovuta alla presenza di due ingressi posti ad altitudini assai differenti (600 e 1400 mt.). La temperatura dell'aria all'interno della grotta rimane costante durante tutto l'anno (circa 11 gradi), per cui durante l'inverno si crea una corrente dal basso in alto, durante l'estate dall'alto verso il basso. Nel corso delle visite questa corrente d'aria viene bloccata mediante la chiusura di una porta blindata.
La grotta si può considerare una delle più complete d' Europa poiché presenta una ricchissima varietà di elementi geologici.
Noi avevamo prenotato l'itinerario numero due, quello di due ore, che ci era parso il più completo.
Indossati quindi i caschi di protezione, ci siamo inoltrati seguendo la nostra guida nelle profondità della montagna.
Le gallerie si alternavano alle caverne, i sifoni ai laghetti.
Abbiamo percorso affascinati la “Galleria Principale” ricca di concrezioni e raggiunto il “Lago dei Cristalli”in cui si riflette un candido colonnato formato dall'unione di stalattiti e stalagmiti. Siamo
poi penetrati nella fantastica “Sala del Ciondolo” piena di drappeggi e colate policrome e quindi nella “Sala del Crollo” dove le concrezioni naturali sembrano sculture fatte dall'uomo. Più avanti
il sentiero ci ha condotto, attraverso la “Sala dei Monumenti” la “Galleria dei Drappeggi” e la “Sala dei 30 metri” su fino al “Valico” oltre il quale si apre l'orlo del “Baratro dei Giganti” ove ha inizio il secondo itinerario.
Siamo scesi per una ripida e tortuosa scalinata nella “Sala delle Voci” in cui si creano effetti acustici particolari, per poi proseguire chinati fino al “Salone dell'Acheronte” punto di incontro di tre piccoli corsi d'acqua sotterranei e dove il fango produce effetti plastici che ricordano montagne e valli. Abbiamo proseguito seguendo il corso del fiume sotterraneo, l'Acheronte, fino alla “Sala del Cupolone” dove ha inizio il lago-sifone oltre il quale il fiume si perde nel mistero.
Verso le cinque, un po' stanchi ma con gli occhi ancora pieni di tutte quelle meraviglie sotterranee, siamo riemersi alla luce del sole e ci siamo diretti lungo la via del ritorno verso la nostra ultima meta: l' Eremo di Calomini.
La tradizione vuole che nel luogo dove tutt'oggi sgorga dalle rocce un rivolo d'acqua purissima, ad una pastorella di Calomini si rivelasse l'immagine della Madonna.
L'Eremo è costituito da una chiesa, adorna di un colonnato, addossata alla parete del monte, mentre la sacrestia e buona parte del convento sono scavati nella roccia. Sicuramente è quest'ultima la parte originaria del luogo di culto, probabilmente risalente all'anno mille e fa veramente effetto pensare che la sacrestia, oggi arredata con splendidi mobili seicenteschi scolpiti in noce e castagno, sia stata ricavata dalla viva roccia a colpi di scalpello.
Pieni di misticismo siamo infine tornati in quel di Pescia ed abbiamo concordamente deciso che il giorno seguente, l' ultimo della nostra vacanza, l' avremmo trascorso riposandoci nel nostro
agriturismo.

Venerdì 21
Dopo una notte trascorsa come due marmotte, Michela ed io ci siamo svegliati verso le dieci.
Aperta la finestra ci siamo accorti che era l' ennesima bellissima giornata, calda e piena di sole.
Fatta una rapidissima e frugale colazione abbiamo deciso di visitare finalmente l'agriturismo, dato che fino ad allora c'eravamo limitati a soggiornare, peraltro molto piacevolmente, nel nostro appartamento. Soprattutto ci interessava vedere il giardino, il parco ed anche la facciata della Villa padronale di cui dalle nostre finestre vedevamo solo il retro.
Siamo entrati quindi da un cancellino che porta all'ingresso principale della Villa e mentre ammiravamo le splendide trenta conche di limoni che conferiscono al giardino quella tipica impronta toscana, ci è venuto incontro il padre di Vincenzo che è il proprietario dell'intera tenuta e che avevamo avuto modo di conoscere qualche sera prima. Il Signor Lorenzo, questo il suo nome,
si è offerto gentilmente di farci da guida nel visitare la proprietà.
Abbiamo iniziato dalla villa stessa. "Questo edificio" ci ha raccontato il padre di Vincenzo,
"venne costruito dai miei antenati nella prima metà del settecento e successivamente ampliato intorno al 1860 con l'aggiunta del terzo piano e della casa colonica collegata alle scuderie. La
colonica ristrutturata dove state voi, che fa parte della villetta posta dietro alla Villa principale, risalente ai primi del '600, venne invece acquistata da mia nonna ed aggiunta alla proprietà nei primi anni del novecento".
Seguendo il Signor Lorenzo su per l'ampia scalinata esterna, siamo entrati nel piano nobile dello edificio, abitato attualmente dai proprietari.
Dalle pareti del grande salone di entrata ci guardavano con aria severa alcuni antenati della famiglia; di fronte all'ingresso uno specchio a parete rifletteva uno splendido divano “Chesterfield” corredato dalle sue due poltrone. A destra della sala si apriva un'ampia biblioteca con le pareti coperte da antichi scaffali pieni di libri di tutte le epoche, e nell'angolo, fra due scaffalature, troneggiava una monumentale ottocentesca scrivania.
A sinistra del salone invece, si accedeva al salotto utilizzato quotidianamente, anche questo impreziosito da numerosi pezzi antichi fra i quali spiccava un mobile bar finemente istoriato con scene di caccia ed un grande camino stile impero. I divani fortunatamente, perlomeno a mio modo di vedere, erano di stile classico ma di epoca contemporanea e quindi assai comodi.
Il Signor Lorenzo ci stava dicendo che lui e sua moglie spesso invitavano gli ospiti dell'agriturismo, quelli a loro più simpatici ovviamente, a bere qualcosa la sera prima della partenza, ricevendoli proprio in quel salotto.
Ridiscesi in giardino, abbiamo fatto il giro del parco che isola la Villa dalla provinciale Lucchese ed abbiamo appreso che il medesimo era stato disegnato nella seconda metà dell'ottocento dal bisnonno dell'attuale proprietario e che quindi i lecci, i cedri del Libano, i platani, gli ippocastani e tutte le altre specie arboree che vi si trovano hanno quasi centocinquanta anni.
Mentre seguendo la nostra guida ci dirigevamo verso la cantina, abbiamo chiesto quali fossero i prodotti di fattoria, oltre naturalmente al vino che avevamo già abbondantemente apprezzato.
"Oltre al vino ci ha risposto il Signor Lorenzo produciamo olio, miele, limoncello proveniente dai nostri limoni non trattati chimicamente e Vin Santo, poco purtroppo, perchè i caratelli rimasti non sono molti e d'altra parte se si vuole ottenere un Vin Santo “vero” bisogna utilizzare solo caratelli centenari che abbiano avuto il tempo di sviluppare al loro interno una “madre” adeguata".
Abbiamo poi visitato la vecchia cantina, mentre la nostra guida ci illustrava i metodi di lavorazione rimasti immutati nel tempo.
Alla fine, mentre mi stavo chiedendo quanto avrei dovuto pagare per l'interessante e dettagliatissima visita guidata, sento il Signor Lorenzo che dice: "Se non avete impegni dopo cena, insieme a Michela e Vincenzo, vi aspettiamo per un bicchierino". E vai!, eravamo nel novero di quelli simpatici.
Dopo una spaghettata ci siamo dedicati finalmente ai bagni di sole ed alle rinfrescatine in piscina.
Vista al computer la piscina circolare fuori terra mi era parsa buona per i bambini, invece mi sono reso conto che anche un adulto ci può fare un bel bagno a condizione, naturalmente, che
non voglia battere il record mondiale dei cento metri stile libero. Quel pomeriggio ci siamo veramente rilassati prendendo la tintarella comodamente sdraiati sulle nostre poltrone basculanti, poi, verso le sette (i danesi cenano ad ore impossibili), siamo andati con Jens e Kirsten da “Laura ed Ersilio”, un ristorante raggiungibile facilmente a piedi,
dove, a prezzi ragionevoli, abbiamo mangiato dell' ottimo pesce.
La serata l'abbiamo conclusa in gloria, centellinando in Villa un, anzi vari, bicchierini del miglior Vin Santo che abbia mai assaggiato. Insieme ai nostri amici danesi naturalmente; pare che loro ormai siano di casa. E ci credo, dato che vengono nello stesso agriturismo da anni.
Ed ora siamo giunti al capolinea, la nostra breve vacanza è finita. Sono le dieci di un sabato mattina che si sta annuvolando: forse anche il tempo si rattrista per la nostra partenza.
Salutiamo Vincenzo e Michela ringraziandoli per la loro disponibilità. Jens e Kirsten li abbiamo già salutati ieri sera, oggi andavano a fare un giro nel Chianti.
Ricordatevi la nostra e-mail ci dice Vincenzo "e se mai vi venisse voglia di tornare e magari voleste soggiornare in uno degli appartamenti più antichi, quelli dove davvero si respira l'atmosfera del passato, prenotate per tempo".
Michela ed io ci guardiamo mentre la “Polo” si dirige verso l'autostrada e ci diciamo all'unisono:
"Ma la Sardegna !?". "Senti" prosegue Michela "faremo così: una settimana al mare invece di quindici giorni e poi per la seconda settimana torniamo qui; c'è rimasto così tanto da vedere"
OK, penso io, così riusciamo anche a risparmiare!
Bene amici miei; questo è il racconto della nostra ultima vacanza.
Se l'estate prossima decidete di venire a Pescia anche voi, magari ci incontriamo.
Un caloroso ciao dal vostro aff.mo

Vincenzo
Tags: italia,toscana,pescia,vacanze,agriturismo,pinocchio
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