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Chatillon - un Paese da Scoprire

Scritto da Marica Forcellini
  • Il portone della casa parrocchiale
  • I resti del ponte romano
Châtillon
Un paese da scoprire

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust)! I nuovi occhi che ci serviranno per questo viaggio alla scoperta di Châtillon (549 m s.l.m.), delle ricchezze storiche e ambientali che si celano nel suo vasto territorio disteso sui due versanti della Dora Baltea. Il borgo, ospitato in un’ampia e luminosa conca, si svela subito con i suoi castelli circondati da parchi secolari, la sua chiesa, i suoi palazzi decorati da preziosi portoni e ringhiere in ferro battuto, i suoi arditi ponti, i suoi villaggi raccolti attorno a piccole cappelle, torri e caseforti, villaggi disseminati lungo i fianchi del Monte Zerbion e del Monte Barbeston, “i due numi tutelari del bacino di Châtillon”. Infinite testimonianze, grandi e piccole, che ci narrano una lunga storia che ebbe a iniziare già in epoca pre-romana. Reperti protostorici sono, infatti, stati rinvenuti a Néran, nei pressi del Castello di Ussel e nella collina di Saint-Clair. In periodo romano, Châtillon fu un centro assai importante: da qui passava la strada consolare delle Gallie della quale restano, oltre al ponte sul torrente Marmore, il torrente che dai piedi del Monte Cervino scende sino a Châtillon terminando inesorabilmente il suo scorrere nel fiume Dora Baltea, alcune sostruzioni ai piedi del castello Gamba e in località San Valentino. Nel Medioevo fu il centro della Signoria omonima, sottoposta alla giurisdizione della potente e nobile famiglia degli Challant, e divenne il centro più importante della Regione, dopo Aosta, costituendo luogo obbligato di transito e di pedaggio. La “città” di Châtillon (come reca scritto il Coutumier, raccolta di leggi e di usi che regolarono la vita dell’antico Ducato di Aosta sino al 1773, i borghi racchiusi da mura e muniti di porte avevano il diritto al titolo di “città”) era circondata da mura nelle quali si aprivano quattro porte: la Porta Marmorea all’imbocco del ponte sul torrente Marmore, la Porta Senal a sud, la Porta Tollen a nord e la Porta Ivrea verso Saint-Vincent. Oggi di queste mura purtroppo non rimane più nulla…
Ma la storia di Châtillon è anche la storia delle sue industrie legata soprattutto allo sfruttamento delle miniere di ferro di Ussel e della Valmeriana. Sin dal 1346 un certo Hugonin vi forgiava dei piccoli cannoni, forse la prima fabbrica di cannoni degli antichi Stati di Savoia, per la duchessa del Monferrato e per il Castello di Lanzo. All’inizio del XVII secolo, pare esistessero già, oltre alla fonderia di Chameran, una forgia in Via Tournafol e un’altra a Conoz. Furono prima i Mutta (mastri minatori bergamaschi), poi Pantaléon Bich di Châtillon, e soprattutto i Gervasone (originari della val Brembana) a dare impulso all’attività metallurgica e a trasformare Châtillon, nel corso del 1700, in una piccola città industriale. Successiva, ma comunque non meno antica e importante, fu la tradizione manifatturiera e tessile. Lo sviluppo e la prosperità di Châtillon si devono quindi a personaggi che ebbero massimo rilievo non solo nello sviluppo economico, ma anche nella storia civile della “città”. Pantaléon Bich in veste di sindaco realizzò l’attuale piazza Duc e il municipio che vi si affacciava (ora non più visibile); ai Gervasone si deve invece la costruzione dell’odierno municipio e del palazzo gemello che lo affianca, oggi profondamente trasformato, di cui rimane però integra la facciata. Ma molti altri furono i personaggi illustri nati e vissuti a Châtillon che andremo a scoprire passo dopo passo, nel nostro vagabondare fra queste contrade. In ogni tempo l’abitato di Châtillon fu centro di passaggi e di commercio, sede di fiere e di mercati. Attraverso il colle del Théodule, e quindi percorrendo tutta la Valtournenche, sin dal Basso Medioevo i Vallesani portavano il loro bestiame, sovente scambiato con l’assai apprezzato vino valdostano, alle fiere di Aosta e di Châtillon. Nel XIX secolo, grazie alle fiere che vi si organizzavano in primavera e in autunno, il borgo era animato, per parecchi giorni, da gente proveniente da tutta la regione con notevole vantaggio del commercio locale e degli albergatori. Châtillon beneficiò, inoltre, del passaggio dei primi alpinisti che di qui transitarono per ammirare e raggiungere le montagne valdostane, soprattutto il Cervino. La Valtournenche era ancora priva di strade e sino alla fine del 1800, non si poteva che salire a piedi o a dorso di mulo, un cammino lungo e pericoloso su vecchie mulattiere per intraprendere il quale una sosta nel borgo di Châtillon era quasi indispensabile. Ecco quindi nascere nuovi alberghi, “parecchie cantine ed osterie – camere e appartamenti mobiliati per la stagione estiva”, con “Vetture per St. Vincent-Fons Salutis e Valtournanche. Guide, portatori e cavalcature”, la cui clientela era per l’appunto costituita in gran parte da alpinisti in sosta prima di affrontare la salita al Cervino. Questo tratto di Valle d’Aosta però non è fatto solamente di storia: sentieri leggeri permettono di scoprire angoli segreti di splendida natura, di panorami mozzafiato, di silenzi profondi, interrotti talvolta da qualche motore agricolo o dal suono discreto delle campane, e di montagne accessibili a molti, con scenari stupendi e carichi di sensazioni. Châtillon, infatti, è da sempre punto di partenza ideale per le ascese al Monte Zerbion (2722 metri) e al Monte Barbeston (2483 metri) che a sud si affaccia nei territori protetti del Parco Naturale Regionale del Monte Avic. E allora avanti, alla scoperta di questo mondo sconosciuto a coloro che rapidi percorrono l’autostrada… In una civiltà invasa dai motori e dalla velocità regaliamoci invece il piacere di andare a piedi, di camminare nel paesaggio, dove storia e ambiente convivono in armonia e ogni elemento ha una sua storia da raccontare.

1 - Tra gli edifici storici del Borgo di Châtillon
Via Emile Chanoux, ci conduce alla scoperta di un borgo ricco di testimonianze storiche e religiose; è un susseguirsi di edifici gli uni stretti agli altri, di antiche dimore oggi profondamente trasformate, ma che recano ancora numerose tracce di un nobile e illustre passato. Portali in pietra, ringhiere in ferro battuto, lunette che sovrastano i portoni d’accesso con date e monogrammi arricchiscono i palazzi un tempo appartenuti alle famiglie dell’aristocrazia. Ma orsù dunque, iniziamo la nostra esplorazione e superiamo, aiutati da un po’ di immaginazione, l’antica Porta Ivrea che si apriva nella cinta muraria, oggi completamente scomparsa. Oltre a svolgere l’importante funzione di collegamento interno, Via Chanoux, che attraversava il borgo per tutta la sua lunghezza, era luogo di passaggio obbligato per merci e persone che risalivano la Valle d’Aosta transitando lungo il Grand Chemin (o Chemin Royal) e lo rimase sino agli anni ’60 quando furono realizzate la circonvallazione (1964-1968) e l’autostrada (1968-1969). Quanti balconi abbattuti da camion e TIR… che, oggi sembra quasi impensabile, dopo l’apertura dei tunnel del Monte Bianco (1965) e del Gran San Bernardo (1964) viaggiavano fra queste case in entrambi i sensi! Lungo la stessa via aveva luogo il mercato settimanale di assai antica istituzione: lo storico Jean Baptiste de Tillier cita un documento risalente addirittura al 1409! La via, in epoca attuale, è invece animata, a giugno, in occasione delle festa patronale, e a dicembre, da un brulichio di curiosi che visitano il Petit Marché du Bourg, un’esposizione, con vendita, di oggetti di artigianato, antiquariato e prodotti alimentari. L’ultima domenica di ottobre vede invece svolgersi la “Sagra del miele e dei suoi derivati”: Châtillon, infatti, fa parte dell’Associazione Nazionale Italiana le Città del Miele, un’iniziativa che ha come obiettivo la tutela e la valorizzazione dei mieli artigianali italiani. La salita sfiora alcuni bei portali in pietra e ci conduce al palazzo appartenuto a Guglielmo Gervasone (oggi sede dell’USL), nipote del leggendario Bartolomeo, riconoscibile per la tinta rosa e gli stucchi che decorano la facciata. Di fronte, le mura del convento dei Cappuccini racchiudono secoli di una storia che ebbe a iniziare nel lontano 1626 quando il barone Paul-Emmanuel di Challant con atto del 22 marzo 1626, cedette all’ordine una casa perché vi fondasse un convento. Nel 1633, dopo lavori di sistemazione e di adeguamento, vi si insediarono i primi frati cappuccini. Annessa alla casa trasformata poi in convento c’era una cappella dedicata a san Grato, il potente taumaturgo cui si ricorreva in occasione di malattie, guerre e carestie. Giudicata troppo piccola, la cappella fu completamente riedificata fra il 1635 e il 1642 e dedicata a san Francesco d’Assisi. La Rivoluzione Francese portò alla soppressione di molte istituzioni monastiche e nel 1802, dopo i conventi di Aosta e di Morgex, fu la volta anche di quello di Châtillon: i frati furono cacciati e l’edificio utilizzato come magazzino per le truppe. Dopo varie traversie e utilizzi (scuola, lazzaretto, magazzino, latteria, caserma), nel 1895 il vescovo di Aosta, Mons. Joseph-Auguste Duc, acquistò l’edificio dal Comune e il convento ospita ancora oggi l’unica comunità di Cappuccini in Valle d’Aosta. In alcuni locali annessi al convento, per lascito testamentario di Jean Louis Rigollet, nel 1865 fu istituto un asilo infantile, tenuto dalle suore di San Giuseppe, per “provvedere all’educazione religiosa, morale e civile dei fanciulli di ambo i sessi, dai 3 ai 6 anni”; l’asilo fu attivo sino al mese di gennaio del 1960 quando venne inaugurato quello attuale, sito in Via Tollen, che porta ancora il nome di Asilo Rigollet. Poco lontano dal convento, si trovava l’ospizio di San Teodulo, amministrato dai religiosi del Gran San Bernardo, che, fondato nel 1165, rimase aperto fino al 1752 quando fu definitivamente soppresso. L’ospizio, la cui presenza conferma quanto il paese fosse frequentato, era nato per offrire riparo a pellegrini e viandanti, ma non possedeva che due o tre letti. Sulla piazzetta intitolata ai Caduti per la Patria, si affacciava lo storico Hôtel de l’Ange ricordato in numerose guide turistiche di fine 1800: “buona cucina e camere pulite”. Sul lato opposto, dove oggi ha sede la biblioteca Monsignor Duc, doveva trovarsi l’abitazione dei nobili Scala e di Charles Bich (1802–1881). L’edificio fu poi adibito a caserma della Guardia alla Frontiera (Caserma Menabrea), un corpo militare utilizzato da Mussolini durante la seconda guerra mondiale per proteggere la frontiera italiana dai paesi confinanti. Sulla via, un edificio (al n. 82), oggi ristrutturato, ospitava l’albergo Lion d’Or. Quasi in cima alla salita (al n. 74), la residenza fatta costruire nel 1760 da Pantaléon Bich, “la più sontuosa del Borgo”, che nel 1800 ebbe l’onore di ricevere e alloggiare Napoleone con il suo seguito! L’edificio, in anni più recenti, divenne Casa dalle suore della Congregazione di San Giuseppe, la prima casa aperta dalla Congregazione fuori Aosta. Ma eccoci finalmente in Piazza Duc, o meglio Place Abbé Prosper Duc, martire della Resistenza (1915-1945) la cui casa natale si affaccia sulla stessa piazza. Lunga e travagliata la storia di questa piazza! Nel 1771, il Consiglio comunale, ritenendo che, soprattutto il giorno di mercato, la merce esposta, il passaggio di persone e di carri e la presenza della fontana utilizzata sia per l’abbeveraggio degli animali sia per uso domestico, creassero confusione e costituissero pericolo, decise di realizzare una piazza dove trasferire la fontana del borgo, costruire la casa comunale e la scuola (fon- data a Châtillon per volere testamentario di Jean Claude Brunod nativo di Châtillon con atto del 12 novembre 1713). Al Consigliere Pantaléon Bich fu affidato l’incarico di acquistare alcune case, incendiate nel mese precedente, da demolire per creare uno slargo. Nel 1777 la piazza, da adibire anche a sede del mercato settimanale, fu ultimata, così come la casa comunale; la scuola venne invece terminata nel 1782. Nel 1855, l’edificio comunale fu destinato a caserma dei Carabiniers Royal e poi demolito nel 1965. Il 7 giugno 1925, nella piazza fu eretto un monumento in bronzo, forgiato con gli obici tolti al nemico nella guerra 1915-1918, opera dello scultore Ettore Betta. Durante l’occupazione fascista, la statua fu fusa e il bronzo utilizzato per la fabbricazione di armi. Ritrovati gli stampi originali, il monu mento, ricostruito e risistemato nella piazza, fu inaugurato il 5 novembre del 1967. Nella piazza si affaccia pure l’edificio che ospita la locale sezione CAI e il Corps Philharmonique de Châtillon, il più antico corpo musicale della Valle d’Aosta. Fu, infatti, fondato nel 1780 con l’appellativo di Musique, e la sua attività, nonostante le vicende belliche che contrassegnarono la storia regionale e mondiale, non subì mai alcuna interruzione! Suo presidente per ben quaranta anni, dal 1966 al 2007, e oggi vicepresidente, un illustre cittadino di Châtillon, il senatore Cesare Dujany.
Il cammino prosegue lungo Via Chanoux che ora si fa pianeggiante: altri balconi e altri portali! Una diramazione sulla destra, Vicolo del mulino, conduce a un edificio su cui spicca un affresco a carattere religioso. A sinistra, la forgia Torreano conserva ancora i meccanismi per la produzione di energia idraulica. Ma ecco il municipio, un edificio a tre piani con portico al piano terreno, realizzato verso il 1850. A fianco, da un lato, il palazzo gemello, già Hôtel delle Alpi, dall’altro l’Hôtel Londres, il più antico, degli alberghi di Châtillon. Edificato nel 1854 da Pietro Gervasone “in posizione pittoresca sul grande ponte, a immensa altezza sopra il torrente di Valtournenche”, fu il più frequentato dai turisti italiani e stranieri. Tra gli alpinisti celebri che vi risedettero ricordiamo l’inglese Edouard Whymper, il conquistatore del Cervino (14 luglio 1865), che vi soggiornò tra il 28 e il 29 agosto 1861: in suo ricordo, un altorilievo posto su un balcone del cortile interno. Infine una curiosità: lungo la via del paese, tra il 1921 e il 1928, era in servizio una filovia che collegava il borgo con le stazioni ferroviarie di Châtillon e di Saint-Vincent. Le vetture, che potevano trasportare 25 persone, erano state acquistate a Desenzano del Garda da una società costituita dagli abitanti di Châtillon. La gola incisa dal Marmore, antico confine fra le Signorie di Châtillon e di Cly, chiude questo interessante itinerario alla scoperta di un borgo assai poco conosciuto e visitato, ma certo ricco di testimonianze storiche e di antiche suggestioni.

2 - Le sorprese del Borgo di Chameran
Al ritiro dei ghiacciai, che in era Quaternaria avevano ricoperto per intero il territorio valdostano, si manifestarono gli effetti che l’azione erosiva, svolta dal loro lento scorrere, aveva operato sul suolo. La massa glaciale che fluiva attraverso l’attuale solco della Dora Baltea aveva prodotto un’escavazione maggiore della valle principale rispetto alle valli tributarie, formando alti gradini rocciosi da dove i torrenti laterali scendevano verso la Dora Baltea con imponenti cascate. Con il tempo, i corsi d’acqua incisero questi gradini formando gole strette e profonde come quella scolpita dalle acque del torrente Marmore. La forra di Châtillon ha sempre costituito grave ostacolo alle vie che risalivano la Valle d’Aosta. Ma quando, sconfitti definitivamente i Salassi da Augusto nel 24 a.C., la Valle d’Aosta divenne territorio romano, per facilitare il transito di legioni e di mercanti, i Romani intrapresero la costruzione di una strada che da Eporedia (Ivrea) conduceva alle Gallie percorrendo interamente la valle centrale e attraversando i valichi del Summus Poeninus (Gran San Bernardo) e dell’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo): la “Strada consolare delle Gallie”. Lungo questa strada, e soprattutto in corrispondenza con lo sbocco delle valli laterali più importanti, nacquero degli insediamenti, dei “siti di ponte” che costituivano luoghi di passaggio obbligato, attrezzati con stazioni di servizio per la sosta dei viaggiatori e con punti di controllo per l’esazione di pedaggi e gabelle. Marmore … il nome del torrente sembra appunto derivare da Pons Marmoreus, il ponte con unica arcata a tutto sesto, rivestito di lastre di “marmo bianco”, costruito a Châtillon per superare il torrente che scende dalla Valtournenche. Nel XVIII secolo, Pantaléon Bich, basandosi sulle testimonianze degli anziani del paese, ne fece questa descrizione: “Nel corso del Medioevo, questo monumento si mostrava degno della munificenza romana. Era costruito in tufo e rivestito di lastre di marmo bianco. Sopra l’arcata vi era un portico con cinque archi e un ambiente superiore con un tetto che copriva completamente il ponte”. Della struttura originaria oggi restano solo gli spalloni che poggiano sulle alte sponde rocciose e un’unica fila di conci sospesa a circa 40 metri d’altezza sulle acque del torrente. Secondo lo storico valdostano Jean Baptiste de Tillier (1678-1744), infatti, il ponte fu gravemente danneggiato durante l’invasione francese del 1691. In seguito, per oltre 60 anni, l’unico mezzo di collegamento fra le sponde opposte del Marmore non fu che un semplice ponte di legno dove veniva imposto un doppio pedaggio: a levante per il signore di Chatillon e a ponente per quello di Cly. Nel 1754 venne finalmente costruito un ponte in pietra che giungeva dinanzi alla cappella della Madonna delle Grazie. Sul luogo in principio non esisteva che un semplice oratorio, denominato “Oratorio del ponte”; nel 1643, per volontà del nobile Alessandro Beffa “mercante borghese” di Châtillon, fu sostituito da una cappella. Nel 1820 l’edificio fu ingrandito e poco dopo elevato anche il campanile sulla cui cima l’8 settembre del 1881 fu collocata la statua della Vergine. L’8 settembre di ogni anno, gli abitanti di Chameran festeggiano il loro patrono con alcune messe nella cappella, con la benedizione dei bambini e, alla sera, con una suggestiva processione a lume di flambeau (fiaccola). Ma lasciamoci anche il ponte “moderno”, realizzato “ancora più ardito” nel 1766, alle spalle e iniziamo l’esplorazione della contrada di Chameran! Sulla destra, “situato in bellissima posizione sul torrente Marmore all’imbocco di Valtournenche” si trovava l’Hôtel Ristorante del Nord, “locale appositamente costruito con camere eleganti e ben mobiliate” nella seconda metà dell’Ottocento e anch’esso frequentato da escursionisti e alpinisti. Sulla sinistra, si affaccia l’antica villa del Conte Luda di Cortemiglia che ha subito diversi cambi di destinazione: acquistata dal- l’Amministrazione Regionale negli anni ’60, è stata adibita a succursale delle scuole elementari e delle scuole superiori nonché a biblioteca. Dall’ottobre del 1999 ospita la Comunità Montana Monte Cervino e, nella cantina, la Crotte des Vignérons, sede della locale Associazione viticultori fondata nel 1972. Sul lato opposto di Via Martiri della Libertà, ecco l’imponente “Casa della Provvidenza”. Il nome deriva da Les soeurs de la Providence, suore francesi espulse durante la Rivoluzione Francese che vissero e lavorarono in questa casa sino al 1920 allorché rientrarono in patria. Lo stabile, acquistato dalla “Direzione della Cooperativa di Consumo di Aosta”, fu poi affidato alle Suore di San Giuseppe. Dopo aver ospitato giovani lavoratrici immigrate che prestavano la loro opera presso una nuova fabbrica sorta in paese, la Soie de Châtillon, verso il 1930 vi fu istituito l’”Asilo Nido di Châtillon” che ospitava i bambini, dai 2 ai 6 anni, figli delle giovani operaie che nel frattempo si erano formate una famiglia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, furono accolti bambini orfani, abbandonati o bisognosi di assistenza. Dal 1951 l’istituto accolse le studentesse delle Scuole Medie e dal 1980 persone anziane bisognose di cure e assistenza. Oggi, le suore di San Giuseppe vi continuano la loro opera di assistenza grazie alla dedizione del personale laico, alle offerte delle ospiti e alla generosità del paese. La strada (Via Menabrea) inizia poi a salire e sulla destra, superato un arco in pietra e mattoni, un largo sentiero permette di scendere nella gola dove si ergono le rovine della Fabrique Royale d’Acier, la “Ferriera del sig. Gervasone Francesco”. Suggestiva la descrizione che ne fece Edouard Aubert (1814-1888) che visitò la Valle d’Aosta verso la metà del 1800: “La notte, quando i fuochi sono in piena attività, quando martelli giganteschi battono il ferro rosso facendo scaturire a ogni colpo fasci di scintille, quando gli operai, come neri fantasmi, corrono e si agitano in mezzo a onde di luce che illuminano finestre e porte, lo spettatore, dal ponte che traversa la gola e domina la fonderia, può, senza grandi sforzi di immaginazione, credersi trasportato davanti alle caverne infernali e sognare di assistere alle danze dei demoni”. Una delle ultime e più importanti forniture fu effettuata da Adolfo Gervasone per la costruzione della Mole Antonelliana, innalzata a Torino tra il 1863 e il 1889. Ma il viaggio di scoperta prosegue e all’imbocco di Via Hugonin (mastro fabbro), la casa natale di uno dei più grandi pittori valdostani: Italo Mus (1892-1967) che dipinse circa 2000 quadri ottenendo il primo successo al Salone dei Giovani Pittori a Roma nel 1910, dove espose insieme a Picasso, Cocteau, Dufy e Chagall. Una grande targa di bronzo ricorda il maestro e “le tele che hanno reso eterna l’anima della Valle d’Aosta”. Poco più avanti sulla destra, Via Monte Cervino: nei tempi passati rappresentava una delle tre strade mulattiere, “la più facile e la più frequentata”, utilizzata per risalire la Valtournenche e percorsa. Una meridiana in via Monte Cervino quindi da pionieri inglesi e non che tentavano di raggiungere e conquistare la Grande Becca, ovvero il Cervino! Poco oltre, sullo stesso lato, tre archi consentono l’ingresso in un cortile nel quale si affacciava una fabbrica di pasta, attiva all’inizio del 1900, le cui macchine erano azionate dalle acque del ru de Chameran, il cui canale abbiamo visto attraversare poco prima Via Menabrea.
Usciti dal borgo, un sottopasso permette di superare la strada statale n. 26 della Valle d’Aosta e la strada regionale n. 46 di Breuil-Cervinia e di accedere all’abitato di Cret-de-Breil dove, dopo alcune centinaia di metri, una deviazione sulla sinistra conduce all’entrata principale del castello Baron Gamba, poco distante dalla scuola alberghiera regionale, dal palazzetto dello sport, dedicato al dott. Amedeo Bortoletto, e dello stadio Ernesto Brunod. Per volere del barone Charles Maurice Gamba, che aveva sposato Angelique Passerin d’Entrèves figlia del Conte Christin, agli inizi del ‘900 fu edificato il castello su progetto dell’ingegnere Carlo Saroldi. L’edificio è immerso in un grande parco: piacevole è camminare lungo le sue stradine di ghiaia fra faggi, tigli, ippocastani, cedri, tassi, aceri, pini neri e strobi, fra i quali emergono tre piante dichiarate monumentali (una sequoia, un cipresso calvo e un’acacia spinosa). La maggior parte degli alberi fu piantata all’inizio del secolo scorso durante la costruzione del castello, alcuni alberi però hanno origine più antica. Nel castello, recentemente ristrutturato insieme alle belle scuderie, sono esposte opere della collezione d’arte contemporanea di proprietà regionale: dipinti e sculture di artisti famosi del Novecento italiano accanto a opere legate ai movimenti artistici degli ultimi 20-25 anni. Dall’alto del Creutson, il promontorio roccioso sul quale fu edificato, il castello domina il corso della Dora Baltea, dalla stretta di Montjovet in su, verso Aosta, sino gli abbaglianti ghiacciai del Ruitor, un panorama davvero straordinario! Ma le sorprese non finiscono qui. Proprio sotto il castello, la vecchia strada statale per Aosta attraversa la rupe des Sarrasins, dove la tradizione vuole si sia svolto, poco prima dell’anno 1000, un aspro combattimento tra abitanti del luogo e bande saracene. Più oltre, il plateau di Ventoux, con il cimitero di Châtillon e il pré de la bataille (prato della battaglia), così chiamato a ricordo di uno scontro avvenuto fra l’avanguardia dell’armata repubblicana francese e la retroguardia dell’armata austro-piemontese (1799). Quante storie celate fra queste case…, un mondo che vale la pena scoprire, percorrendo passo dopo passo le antiche vie che ancora ci parlano di avvenimenti storici, di piccoli e grandi monumenti e dei piccoli grandi uomini che li hanno costruiti!

3 - Fra le antiche mura della chiesa parrocchiale di San Pietro
Imponente da piazza Duc, la chiesa parrocchiale che domina non solo l’intero borgo, ma tutta la porzione di Valle d’Aosta posta alla confluenza con la Valtournenche. Dalla piazza, una larga scalinata e poi una stradina, che sfiora tetti e comignoli, salgono verso la chiesa parrocchiale di Châtillon. Tre epigrafi romane, con iscrizioni sepolcrali databili al I -II secolo d.C., inserite nel muro dell’ultima scalinata, raccontano come sul luogo ove sorge la chiesa doveva probabilmente esistere un tempio dedicato ad Augusto.
Dal piazzale antistante la parrocchiale, il panorama si apre immenso! Dal fondovalle la vista si alza verso i monti che sovrastano . La chiesa parrocchiale di San Pietro gli abitati di Châtillon e di Saint-Vincent, dal Monte-Zerbion al Monte Barbeston e poi ancora oltre, da una parte, al disopra del col de Joux, le cime della valle di Champoluc, dall’altra i monti che sovrastano la città di Aosta, un panorama da lasciare veramente con il fiato sospeso! Ma veniamo alla chiesa e alla sua storia assai lunga e ricca di avvenimenti! Nonostante sia di assai antica fondazione, il primo documento che menziona la chiesa risale solo alla fine del XII secolo. Molto diverso era l’edificio originario da quello che si presenta oggi ai nostri occhi. L’antico edificio era orientato lungo l’asse est-ovest, secondo le consuetudini liturgiche medievali che volevano che il fedele rivolgesse ad orientem le sue preghiere, nella direzione cioè in cui sorge il sole, simbolo di Cristo, Luce che illumina il mondo. La chiesa, che si presentava a navata unica con ingresso sotto il campanile e presbiterio costituito dall’attuale cappella del Sacro Cuore, subì molte trasformazioni nel corso del XVII e XIX secolo. Poi, nel 1900, essendo divenuta insufficiente ad accogliere tutti i fedeli del borgo, si iniziò a pensare a una nuova chiesa, più grande. Grazie al coraggio e all’iniziativa del canonico Basile Ruffier, l’allora parroco di Châtillon che seppe mettere insieme la somma per intraprendere e portare a termine l’impresa, all’interessamento del conte Hector Passerin d’Entrèves, del vescovo di Aosta Joseph Auguste Duc e dell’ingegnere Carlo Saroldi, che progettò l’edificio, il 26 maggio del 1902, ebbero inizio i lavori. L’edificio antico fu interamente demolito a . Il lavori di costruzione della nuova chiesa . Particolare del portone della casa parrocchiale eccezione del campanile e del presbiterio. La nuova chiesa, posta in direzione nord-sud con la facciata rivolta verso il borgo sottostante, fu quindi consacrata da Mons. Joseph-Auguste Duc il 27 agosto 1905 con la partecipazione di tutta la popolazione di Châtillon che, con le proprie offerte, aveva contributo concretamente alla costruzione del nuovo edificio.
Ma varchiamo il portone che si apre nell’ampia e sobria facciata dove due alte nicchie custodiscono le statue dei santi Pietro e Paolo, realizzate dallo scultore vicentino Adriano Marzan e benedette il 29 giugno 2001. Solenne l’interno a tre navate suddivise da archi sostenuti da 16 colonne in granito rosa di Baveno (Novara). Sulla base di ognuna di esse si può leggere il nome del “padrino”; per diventare padrino di una colonna occorreva versare la somma di 1200 livres! Sulla sinistra, una scala a chiocciola in ferro battuto sale alla cantoria dove troneggia il grande organo realizzato nel 1909 dalla ditta Carlo Vegezzi Bossi di Torino e restaurato nel 1998 su iniziativa del Lyons Club Monte Cervino e con l’appoggio dell’attuale parroco don Paolo Chasseur. Ecco poi gli altari di Sant’Antonio, l’altare della Madonna con l’urna di Santa Teresa del Bambin Gesù, la statua di San Giovanni Bosco e l’altare del Rosario dominato dallo stemma nobiliare della famiglia Passerin. In cima alla navata, il fonte battesimale datato 1789. L’altare maggiore in marmi policromi fu donato alla chiesa, nel 1791, dal canonico Jean-Jacques Linty, parroco di Châtillon dal 1746 al 1793; nello stesso anno furono montate le balaustre in marmo che separano il coro dalla navata. Nel coro, a sinistra dell’altare maggiore, si apre una cappella laterale che un tempo accoglieva la famiglia D’Entrèves durante le funzioni religiose; nel 1987 vi è stato allestito un piccolo museo parrocchiale dove sono esposti gli oggetti di maggior pregio della chiesa parrocchiale e delle cappelle di pertinenza. Scendendo lungo la navata destra, si incontrano l’altare di San Giuseppe, sovrastato dallo stemma della famiglia Gamba, e l’altare di Santa Barbara. Ecco poi la cappella del Sacro Cuore, l’antico presbiterio, alla quale si accede con una ripida scalinata; con la costruzione della nuova chiesa, infatti, il pavimento fu abbassato di circa 1,60 metri! A lato della chiesa, il campanile sul quale si apre l’antico portone con architrave in pietra lavorata che reca incisa la data 1607 e il monogramma di Cristo. Sul piazzale, dedicato al vescovo di Aosta, Mons. Joseph-Auguste Duc, originario di Châtillon (1835-1822), si affaccia anche la casa parrocchiale e il collegio Gervasone. Nel mese di giugno del 1927, il signor Adolfo figlio di Pietro Gervasone, nato e residente a Châtillon, dispose delle proprie sostanze per pubblico testamento, nominando erede universale di tutti i suoi beni, mobili e immobili, l’Ente Morale denominato Asilo Rigollet “con l’obbligo -per detto Ente - di erigere in Châtillon, entro cinque anni dal mio decesso, una casa di ricovero temporaneo per convalescenti e malaticci poveri di Châtillon e di Pontey, denominato “Sanatorio Adolfo Gervasone”. Negli anni successivi gli esecutori testamentari diedero inizio alla costruzione del “Gervasone” e dopo varie vicissitudini, soprattutto di ordine finanziario, l’edificio fu utilizzato dal Comune come colonia di vacanza per gli allievi delle scuole italiane all’estero. Negli anni della guerra venne occupato, come altri stabili, dalle truppe tedesche e fasciste. Nel 1947, su richiesta del Consiglio Comunale di Châtillon, vi fu istituita la prima Scuola Media decentrata da Aosta: nel 1948 primo preside fu nominato il professore Amato Pio Aymonod, la prima segretaria la signorina Maria Teresa Franco. Con la costruzione delle Scuole Medie, avvenuta negli anni ‘60 nell’attuale sede, il “Gervasone” fu destinato a collegio per i ragazzi della Scuola Media della comunità e affidato in gestione ai Canonici del Gran San Bernardo. Negli anni ‘70, il fabbricato, fu completamente rinnovato e, nel 1996, ceduto dal Comune di Châtillon all’Amministrazione Regionale che ne ha conservato la destinazione d’uso.

4 - Un castello e il suo parco: il castello Passerin d’Entrèves
Sull’altura che sovrasta il borgo e la chiesa si erge il castello che “per quanto alla vista non presenti l’aspetto di un maniero medioevale è invece uno dei castelli più antichi della Valle”! Dal piazzale della chiesa si delinea, stretta tra il collegio Gervasone e la casa parrocchiale, una stradina che corre parallela alle tumultuose acque del Ruisseau de la Bourgade: nel 1368 Ibleto di Challand, signore di Châtillon, vendette, per la somma di mille “Luigi d’oro” il terreno per la costruzione del canale irriguo che, derivata l’acqua dal Marmore, doveva poi ripartirla nella comunità di Châtillon. Il canale, uno dei principali del paese, fu utilizzato per soddisfare le necessità agricole, ma sopratutto per azionare le macchine delle numerose industrie locali, dalla frazione di Conoz in giù, verso il borgo e oltre, sino alla Soie de Châtillon! Sulla destra ecco le mura di recinzione del castello Passerin d’Entrèves. Un piccolo cancello di legno verde introduce al castello e al parco che lo circonda, ma attenzione il castello non è visitabile poiché ancora abitato, in alcuni periodi dell’anno, dagli eredi dei Passerin d’Entrèves (rispettiamo quindi la proprietà privata). Quello di Châtillon è l’unico castello valdostano che è sempre stato trasmesso di generazione in generazione per via ereditaria, senza mai essere ne comprato ne venduto! Forse perché l’anello doro, rinvenuto un giorno nell’orto, lo ha sempre protetto da assedi e guerre. Un’antica profezia afferma, infatti, che tra i castelli degli Challant avrà maggior fortuna “quello dell’anello”, identificabile, secondo l’interpretazione che ne è stata fatta, proprio con il castello degli Challant a Châtillon. La famiglia Challant aveva uno stemma bianco e rosso attraversato da una banda nera, sulla quale vi era un simbolo diverso per ogni diverso ramo: il distintivo del ramo di Châtillon è un anello dorato!
Sul sito, sin da epoca romana, doveva elevarsi una fortezza che diede il nome al borgo sottostante: Castrum, Castellionis, Castellio, Châtillon. I Signori De Castellione, famiglia estinta attorno all’anno mille prima ancora dell’avvento degli Challant, avevano sistemato ad abitazione l’antica fortezza demolita poi verso il 1200 da Goffredo di Challant. Il ramo della famiglia Challant-Châtillon si estinse però intorno al 1361-1364 e il feudo ritornò sotto la giurisdizione diretta del conte di Savoia. Nel 1366 Ibleto di Challant riacquistò il castello e da allora costituì una delle residenze preferite della famiglia, tanto che vi erano conservati i suoi preziosi archivi donati nel 1970 all’Archivio Storico Regionale di Aosta. Nel 1409, avendo ricevuto in eredità il castello dal padre Ibleto, Giovanni di Challant lo restaurò trasformandolo in una delle residenze più care a suo fratello Francesco, primo conte di Challant. Nel 1442 alla morte senza eredi maschi di Francesco di Challant, il castello fu lasciato in eredità alla figlia Caterina, nonostante la consuetudine vietasse la trasmissione di feudi e castelli alle donne. Tale decisione fu impugnata dai membri della famiglia Challant dei rami Challant-Fénis e Challant-Aymavilles; nel 1456 Giacomo di Challand-Aymavilles, ottenuta dal Duca di Savoia l’investitura del feudo, diede avvio all’assedio del castello di Châtillon nel quale si era asserragliata la cugina Caterina. A nulla valse la costruzione di un profondo fossato e di un mura di cinta! Caterina, dopo aver appreso la notizia della morte del marito Pietro di Introd, si arrese cedendo il castello e ritirandosi nel convento delle Canonichesse di Sant’Agostino di Aosta. Nel 1717, per volere della contessa Paolina Solaro di Govone, sposa di Giorgio Francesco di Challant, furono sistemati i giardini, costruita la terrazza di contenimento e realizzato l’attuale salone d’onore, decorato da stucchi, con un grande scalone a due rampe. Nel 1755 una forte scossa di terremoto fece tremare tutta la Valle d’Aosta e il castello fu gravemente danneggiato. Il costo delle riparazioni fu così alto che il conte, Carlo Francesco Ottavio, dovette ricorrere a un prestito! I lavori eseguiti modificarono notevolmente il maniero: da castello di foggia medievale l’edificio fu trasformato in palazzotto signorile. Tra il 1773 e il 1793 furono intrapresi nuovi interventi di ristrutturazione e di abbellimento dei vani interni. Nel 1802 vi morì, a otto anni, Giulio Giacinto di Challant: si estingueva così la più illustre dinastia valdostana. La madre di Giulio Giacinto, Gabriella Canalis di Cumiana, sposò in seconde nozze, nel 1814, il colonnello Amedeo Passerin d’Entrèves che, nel 1846, trasmise ai suoi parenti tutta l’eredità degli Challant! Il conte Cristino Passerin d’Entrèves (18301896) fece costruire, accanto al castello, un rustico con gli alloggi per i custodi e le stalle, demolendo l’antica torre esagonale che sorgeva a ovest del complesso utilizzata per manovrare il ponte levatoio già smantellato nel corso delle trasformazioni settecentesche. Fece inoltre alzare la cinta muraria che ancora oggi delimita il magnifico parco dove pini neri centenari, tigli, faggi, aceri, rovere, noci nostrani e neri, ippocastani, ciliegi, betulle, robinie, olmi, ecc. fanno bella mostra di se. Superato il cancello d’ingresso, ecco il bel viale di accesso fiancheggiato da due filari di tigli e di faggi (Allée des tilleuls et des hêtres) fatto realizzare dalla contessa Paolina Solaro per accedere al castello dall’ingresso posto in fondo alla proprietà, in Via Tollen, con bei calessi settecenteschi anziché percorrere su scomode portantine la mulattiera che passava davanti alla chiesa. Sulla destra, su un piccolo terrazzamento, si erge un secolare faggio rosso. A margine, un cancello chiude l’entrata di un giardino alla francese, l’unico esempio rimasto in Valle d’Aosta, fatto disegnare e realizzare dalla contessa Paolina. Ma scendiamo lungo il viale lasciandoci avvolgere da antiche atmosfere! Grazie a un’intesa tra l’Amministrazione Regionale e l’attuale proprietaria del castello, la nobildonna Claudia dei Conti Passerin d’Entrèves, sono state dichiarate monumentali 32 piante del parco. La maggior parte degli alberi, oggi più grandi e imponenti, fu piantata all’inizio del XVIII secolo da Paolina di Challant in sostituzione di quelli abbattuti e destinati a focatico durante le invasioni francesi del 1691 e del 1704. Altre piante furono messe a dimora per rimpiazzare quelle morte oppure, secondo antica tradizione, in occasione della nascita di ogni nuovo componente della famiglia Passerin d’Entrèves. Camminando lungo il viale, davanti a ogni pianta monumentale si possono leggere, su apposite targhe, il nome botanico, la circonferenza, il diametro, l’altezza e l’età. Alcune panchine invitano poi alla sosta e al rilassamento, quale posto migliore, infatti, per ritemprare lo spirito e godere del silenzio e della bellezza di questo parco. Un’importante pagina di storia e di natura quindi, da non perdere assolutamente!

5 - Alle pendici del Monte Barbeston, fra castelli e cristalli
Oggi ci aspetta una passeggiata assai lunga che però è possibile effettuare, con qualche variante, anche in automobile pur se camminare permette di osservare, gustare e assaporare in modo più ampio e profondo tutto ciò che si incontra sul cammino. L’itinerario, molto interessante e ricco di spunti, prende avvio da piazza Duc; dopo un breve tratto l’itinerario scende lungo Via Ponte romano dove, sino a non molti anni fa, era attivo un opificio laniero, fondato nel 1858 da Felice Guglielminetti per la produzione di tessuti di lana (draps) e filati, le cui macchine erano alimentate da una centralina idroelettrica azionata dalle acque del Ruisseau de la Bourgade. Stretta tra due file di case, la vecchia strada medievale fu percorsa “dai più illustri personaggi della storia e da tutte le truppe che hanno attraversato la valle”. Siamo sulla strada consolare delle Gallie e su quella che divenne poi la Via Francigena, ovvero la strada percorsa dai pellegrini provenienti dalla Francia e diretti a Roma o agli imbarchi pugliesi per la Terra Santa. Invece di scendere sino al ponte della Madonna delle Grazie, svoltiamo a sinistra discendendo una ripida scalinata: Via Tornafol. Questo nome risale al medioevo. Tornafol o tornafolle, era il cancello girevole, posto anticamente davanti alla porta del borgo, con funzione soprattutto difensiva. La scalinata si immette quindi sulla strada asfaltata che costeggia sulla sinistra l’Istituto Don Bosco dove, dal 1948, i Salesiani operano con i giovani valdostani, e non solo, perché possano crescere “onesti cittadini e buoni cristiani” con corsi di formazione professionale e laboratori di meccanica e di falegnameria. In fondo alla strada, il sottopasso dell’autostrada ci permette di proseguire lungo Via della Stazione. Sulla sinistra, l’Istituto Professionale Regionale Alberghiero (I.P.R.A.) è ospitato in tre palazzine un tempo annesse alla Soie de Châtillon; in esse risiedevano, infatti, i dirigenti della fabbrica con le loro famiglie. La Soie de Châtillon, stabilimento per la produzione di seta artificiale, fu installata a Châtillon nel 1919 nei pressi della stazione ferroviaria. Due anni dopo la fabbrica era in piena attività e il successo fu così grande che nel 1925 nuovi stabilimenti furono aperti a Ivrea, Vercelli e addirittura oltre oceano. Nel 1928, infatti, fu aperta una succursale in America, l’American Châtillon Corporation, con tecnici e tecnologie tutte tsateillonentse. La pubblicità della Châtillon, sul cui marchio figurava l’immagine del castello di Ussel, arrivò persino sugli schermi televisivi ai tempi del mitico Carosello! La concorrenza con paesi a tecnologia più avanzata e con le sete orientali a prezzi più competitivi portò però la fabbrica alla chiusura definitiva nel 1983. Ma passiamo oltre e raggiungiamo, in fondo alla discesa, la stazione ferroviaria: l’inaugurazione ufficiale della linea ferroviaria Ivrea - Aosta si tenne ad Aosta il 4 luglio 1886 con cerimonia solenne e grandi festeggiamenti. Di fronte alla stazione, su una collina, si erge la bianca cappella di Saint-Clair e i resti di un antico muro appartenuto al castello des Rives. La tradizione popolare vuole che nel medioevo sulla collina di Saint-Clair doveva elevarsi una casaforte appartenente all’ordine dei templari: era forse il castello des Rives? La cappella, che vanta origini antichissime, era dedicata a santa Maria o a Notre Dame du Châtelard. Ormai in rovina, fu ricostruita nel 1663 per volontà di Alessandro Beffa e intitolata a Saint-Clair. Nuovamente in pessime condizioni, fu riedificata nel 1878 a spese di Mons. Joseph-Auguste Duc e benedetta dal parroco di Châtillon, Basile Ruffier, il 14 ottobre 1879. Come da antica tradizione, il lunedì di Pasqua, i fedeli procedono lentamente, tra canti e preghiere, verso la cappella incapace ad accoglierli tutti tra suoi banchi. Alla base della collina, si distendeva un agglomerato di case, il Bourg des Rives, totalmente distrutto da una grande inondazione della Dora Baltea in epoca medioevale.
Superato l’accesso all’area Bertina e sottopassata la linea ferroviaria, si tralascia la deviazione per Ussel e si prosegue dritti attraversando prima il Marmore e poi la Dora Baltea. Molti gli appassionati che si gettano nell’avventurosa discesa delle sue acque. A Châtillon, in localitâ Perolle, ha sede il Rafting Adventure Châtillon che permette a tutti, grandi e bambini, di avvicinarsi a questa disciplina, “un’occasione per imparare a conoscere la Dora, in un susseguirsi di onde e di emozioni”.
Poco oltre la centrale idroelettrica di Saint- Clair realizzata nel 1950, ecco il sentiero per Ussel (sentiero n. 1), ripristinato dopo gli smottamenti verificatisi durante il grande evento alluvionale che ha sconvolto la Valle d’Aosta nell’ottobre del 2000. Inizia la salita e inizia la fatica! Dopo circa 30 minuti, il sentiero raggiunge il ponticello sul torrente Pessey e un oratorio dedicato alla Madonna, in prossimità delle prime case dell’abitato di Ussel. La cappella di San Rocco a Crétaz. La mulattiera che sale a Taxard (594 m). In realtà si tratta di due nuclei ben distinti, Taxard, il primo che incontriamo, e Cretaz, quello più a monte che abbraccia la cappella intitolata a san Rocco e che, per le sue caratteristiche architettoniche, sembra essere il più antico. Di fronte all’abitato, su un mammellone roccioso, il castello di Ussel edificato, verso la metà del XIV secolo, da Ebalo II di Challant, signore di Ussel e di Saint-Marcel, a controllo dell’imbocco della Valtournenche e del fondovalle della Dora Baltea. Il possente edificio, a forma di parallelepipedo, rappresenta il primo esempio di castello valdostano monoblocco e costituisce l’ultima fase evolutiva del castello medievale. Nel 1846, con l’estinzione degli Challant, tutti i possedimenti furono ereditati dalla famiglia Passerin d’Entrèves. Nel 1994, il barone Marcel Bich (1914-1994), famoso industriale originario di Châtillon divenuto celebre per le sue penne (Bic!), lo lasciò alla Regione che ne intraprese il restauro. Aperto al pubblico nel 1998, è sede assai suggestiva di mostre ed eventi. Quante leggende e racconti aleggiano fra queste mura! Nella tradizione valdostana, oltre che per la presenza del diavolo, il maniero è ricordato per la crudeltà dei suoi signori. L’ultimo signore di Ussel, Francesco di Challant, fu così odiato che i contadini vollero vendicarsi ricorrendo a un espediente semplice, ma assai efficace. Il sentiero che saliva al castello fu cosparso di lumache: il cavallo dell’oppressore, iniziata la salita scivolò su quel viscido tappeto, impennandosi impaurito e l’odiato cavaliere cadde, precipitando di roccia in roccia, nelle acque della Dora Baltea! Ma riprendiamo il nostro cammino! Il sentiero, immerso in un bosco di castagni e querce disseminato di massi erratici, risale il versante sempre ben segnato, anche se più volte tagliato dalla strada asfaltata. Dopo circa 1 ora raggiunge la radura che ospita le case di Bellecombe (1002 m) e la piccola cappella di Sant’Anna, edificata nel lontano 1679; sulla facciata le immagini affrescate della santa titolare, della Madonna e dei santi Pietro e Grato. Ogni anno nel mese di agosto, il percorso Châtillon- Bellecombe è invaso da una quantità di marciatori che partecipano alla Martze a pià, competizione assai gradita dagli amanti della corsa in montagna e da coloro che comunque amano camminare nella natura. La zona, ricoperta di fitte foreste, pur conservando ancora oggi un aspetto selvaggio, era già conosciuta nell’antichità per la presenza di numerose miniere. Scavi di un certo rilievo furono eseguiti verso la metà del XIX secolo da alcuni industriali della bassa valle tra i quali spicca il nome della Ditta Gervasone! La zona di Bellecombe è invece oggi assai nota ai collezionisti di tutta Europa per la presenza di cristalli di vesuviana, epidoto e granato. Tutti gli atlanti di minerali e rocce segnalano questo patrimonio naturale, purtroppo, gravemente depauperato nei decenni scorsi. Per scoprire i cristalli, sempre più rari, si faceva ricorso non solo a scalpello e mazzetta, ma anche alla dinamite! A vietarne completamente la raccolta fu poi promulgata una legge regionale a tutela dell’ambiente. Il villaggio di Bellecombe è punto di partenza di numerosi itinerari escursionistici. Il più impegnativo raggiunge, dopo circa 4 ore, i 2482 metri del Monte Barbeston che, come da tradizione, il 14 agosto di ogni anno è meta di numerosi pellegrini: sulla cima si eleva una statua della Madonna qui collocata nel 1974, in occasione dell’imminente Anno Santo. Dalla vetta lo sguardo spazia sul Monte Rosa e sul Cervino da una parte, sul Monte Avic e sullo spartiacque con la valle di Champorcher dall’altra, infilandosi poi nel solco vallivo della Bassa Valle d’Aosta e giungendo fino alla Serra d’Ivrea, al Lago di Viverone e alla lontana pianura. Un’altra escursione assai interessante conduce invece in Valmeriana (sentiero n. 3, 3.15 ore), la zona situata a cavallo tra i comuni di Pontey e di Chambave, dove, da tempo immemorabile, erano sfruttati filoni di ferro. Lungo il percorso, non lontano da Bellecombe, veniva lavorata la pietra ollare, con la quale si realizzavano pesanti macine, lavorate in loco ed esportate poi in tutta la vicina pianura. Oggi sono ancora visibili, lungo il percorso, numerose macine sparse qua e là, ormai ricoperte dalla vegetazione o ancora attaccate alla roccia. La tradizione popolare vuole che i boschi tra Bellecombe e la Valmeriana siano popolati da gnomi servizievoli e laboriosi, chiamati Tsandzon: chissà se sarete così fortunati da incontrarne uno!

6 - Sulla vecchia mulattiera per Promiod
“Tre strade si offrivano per entrare nella valle di Valtornenche”, scriveva Edouard Aubert! Noi percorreremo quella che, sfiorata la chiesa parrocchiale e il castello, raggiunge il villaggio di Conoz, in circa 17 minuti, e poi quello di Promiod (sentiero n. 6, 2.45 ore): la ravése. Una sterrata costeggia il muro di cinta del castello Passerin d’Entrèves e prosegue in piano lambendo la recinzione del vecchio cimitero recentemente smantellato. Un tempo gli abitanti di Châtillon, com’era usanza, erano seppelliti in un piccolo cimitero che circondava la chiesa. La necessità di un cimitero più spazioso portò, nel 1783, a un esame dei terreni vicini; particolarmente adatto ne risultò uno, posto sopra alla chiesa, di proprietà del conte Francesco Maurizio di Challant (1749-1796), detto Champs de Cort. La proposta incontrò però la resistenza del conte e la questione rimase a lungo irrisolta. Solo nel 1853 il nuovo cimitero poté finalmente essere benedetto dal vescovo di Aosta, Mons. André Jourdain, e utilizzato, seppur per un breve periodo. Nel 1925 iniziarono, infatti, i lavori per la costruzione dell’attuale cimitero di Ventoux.
Lunga però è ancora la strada, per cui in cammino! La mulattiera, inizia a salire fra i vigneti che sovrastano l’imbocco della galleria della circonvallazione. Un ponticello e alcuni ruderi raccontano di quando a Conoz, agli inizi del XVIII secolo, era attiva una fonderia di ferro. Nel 1737, dopo un accordo stipulato fra Giovanni Faucherie e il conte Félix-Joseph de Challant proprietario di notevoli filoni di rame, si aggiunsero, una fabbrica di ottone e, nel 1743, una manifattura di fili di ferro e poi una fabbrica per canne di fucile.
Ma eccoci a Conoz (603 m), villaggio adagiato sulla collina che si allunga verso Saint-Vincent. Interessanti le tre torri a base quadrangolare situate rispettivamente a est, a sud e a nord dell’abitato. Furono edificate, probabilmente all’inizio del XVII secolo, dalla nobile famiglia dei Barmaz di Conoz estintasi alla fine di quel secolo. Una leggenda narra della grande ricchezza delle ultime superstiti della famiglia Barmaz, tre anziane sorelle nubili, ciascuna delle quali si era fatta costruire una torre. Dovendo spartirsi in parti eguali le monete d’oro ereditate dopo la scomparsa dei genitori, per evitare la noia e la perdita di tempo di tale calcolo, decisero di ritirarne ciascuna la quantità contenuta in una hémine, antica unità di misura che corrispondeva a circa 22 litri!
Raggiunta la parte alta del villaggio, si imbocca la mulattiera che entra in un bel bosco di roverelle. Il tracciato ha conservato le caratteristiche tipiche delle importanti vie di collegamento: larghezza media di circa due metri e mezzo e fondo a tratti sistemato con pietre conficcate nel terreno. Proseguendo, ecco il ru des Gagneurs, la cui costruzione risale al 1330, con il suo bel sentiero di servizio. Captata l’acqua dal Marmore, a valle dell’abitato di Antey-Saint-André, il ru attraversa tutta la collina di Châtillon e irriga parte del territorio di Biègne, nel comune di Saint-Vincent. Cammina, cammina eccoci sulla strada asfaltata per Isseuries. Nel 1922, alcuni massi precipitati sulla linea ferroviaria, all’altezza della frazione di Breil, destarono l’interesse di alcuni passeggeri del treno provenienti da Carrara, che, come è noto, in fatto di marmi la sanno assai lunga: si trattava di ottimo marmo verde. Negli anni seguenti furono aperte numerose cave di marmo verde, fra queste quella Isseuries dove, ancora oggi, viene estratto ed esportato in tutto il mondo il “Verde di Chatillon”, un serpentino di colore verde, con vene bluastre e striature più chiare.
La mulattiera riprende il suo andare, ma a ogni passo… una scoperta: alzando lo sguardo, quasi radicate nella parete rocciosa che sovrasta il percorso, le arcate e i piloni di sostegno, alti anche decine di metri, di un’antica conduttura d’acqua: il ru du pan perdu. Costruito nel secolo XIV, grazie alla saggezza dei Seigneurs de Challant, derivava le sue acque dal Marmore, non lontano da Antey e portava l’acqua alla collina di Châtillon, a monte del ru des Gagneurs, fino al confine con Saint-Vincent e, secondo la tradizione, anche oltre. La tradizione popolare vuole artefici di questa ardita opera i Saraceni, che scorazzarono in Valle d’Aosta poco prima dell’anno mille, e nel custode del ru il suo distruttore. Si narra, infatti, che il custode, il cui compito era quello di percorrere ogni giorno il ru per individuare eventuali danni, da qualche tempo aveva notato un serpente che sguazzava nell’acqua del canale. Un giorno, scagliando una pietra, l’uomo riuscì a colpire a morte il serpente. Subito una profonda crepa si aprì ai suoi piedi. A nulla valsero i suoi tentativi di tamponare la falla e l’acqua, fuoriuscendo, trascinò con sé parte del canale. Sconvolto da tale disastro, il custode si lanciò nel vuoto seguendo la sorte del ru!
Quando il bosco a tratti si apre, il panorama appare immenso: dal fondovalle principale, dove sorge l’abitato di Châtillon, la vista si allarga sulla media valle del Cervino, con l’ampia terrazza di Torgnon sovrastata dal- la Becca d’Aver e dal Mont Meabé, e sul promontorio di Saint-Evence. Ma la bella mulattiera continua a salire, il bosco progressivamente si dirada e lascia spazio ai pascoli che preannunciano la vicinanza di un insediamento. Ecco, infatti, il villaggio di Promiod (1492 m) adagiato su una soleggiata terrazza ai piedi del vallone che conduce al col Portola. Fra piccoli orti, fontane e vecchie case, la mulattiera raggiunge la cappella dedicata ai santi Antonio abate e Bartolomeo. L’edifico religioso, di cui non si conosce la data esatta di fondazione, fu probabilmente ricostruito nel corso del XVIII secolo: il trave del tetto è, infatti, datato 1750. Documenti d’archivio riferiscono che nel 1693 gli abitanti del villaggio si lamentavano del parroco di Châtillon che non saliva mai a celebrare la messa, per questo chiesero e ottennero una rettoria che fu stabilita nel 1762. Primo rettore fu nominato il sacerdote Hugues Gal, che oltre a celebrare le funzioni religiose nella cappella, aveva anche il compito di condurre la scuola, eretta nel villaggio per volontà del parroco di Châtillon, Mathieu Dauphin che, scomparso nel 1818, aveva fondato anche le scuole di Bellecombe e di Nissod. La rettoria, soppressa poi nel 1793 per mancanza di fondi, fu ricostituita per opera di Aimé Messelod di Châtillon e del canonico Ruffier nel 1909. Per alcuni decenni, fu poi affidata ai parroci di La Magdeleine. Un piccolo sagrato in pietra precede la cappella, la cui facciata è arricchita da una nicchia che accoglie la statua lignea di sant’Antonio. Sul lato sud si alza il campanile con la cuspide ottagonale e una meridiana sulla facciata meridionale. Bello vagare nel groviglio di viuzze del villaggio un tempo assai popolato: nel 1782 vi risiedevano ben cento famiglie! Osservando con attenzione le case, costruite quasi interamente in pietra, possiamo notare, sugli architravi delle porte, date, sigle e crocette incise per implorare la protezione celeste sugli abitanti. Con la costruzione della strada consorziale di fondovalle nel 1891 e soprattutto con la realizzazione, nel 1959, della carrozzabile che da Antey-Saint-André sale a La Magdeleine, la nostra mulattiera perse la sua funzione di collegamento ed è oggi frequentata perlopiù da escursionisti che giudicano Promiod punto di partenza per interessanti esplorazioni. Classica la salita al Monte Tantané (2734 m), ma soprattutto al Monte Zerbion (2722 m), solenne piramide che sovrasta e protegge gli abitati di Châtillon e di Saint-Vincent. È un monte, quasi una costante nel panorama di questo tratto di Valle d’Aosta, che, pur non eccellendo per altitudine, per la gente di queste valli riveste particolare importanza e significato. Nella letteratura turistica di fine 1800 relativa alla Valle d’Aosta, non c’è autore che non indichi nell’ascensione allo Zerbion “une ascension à recommender” (un’ascensione da raccomandare)! “Facile senza pericolo, e con un panorama che non ha eguali nella Valle”. Dalla sua vetta si può, infatti, ammirare un panorama straordinario, a 360 gradi, che abbraccia tutti i grandi monti della Valle! Verso nord, il monte Cervino e la valle di Valtournenche, a nord-est, il gruppo del Rosa e la valle di Ayas, a sud, la valle del- la Dora Baltea e la pianura del Canavese, a sud-ovest, il gruppo del Gran Paradiso, la Grivola, l’Emilius, la Becca di Nona e altre ancora, a ovest, la vallata principale verso Aosta fino a Pierre Taillée, sulla strada di Courmayeur, e a nord-ovest, il gruppo del Bianco. Una gita a dir poco sorprendente: raramente così modesta fatica è ripagata da un panorama così vasto! Sovrasta la vetta, una maestosa statua della Madonna, opera dello scultore Bistolfi di Torino, eretta nel 1931-32, per un voto fatto dalle donne di Saint-Vincent nel corso della prima guerra mondiale; avevano, infatti, promesso di realizzare tale opera se al termine del conflitto gli uomini del paese fossero tornati a casa sani e salvi! Ogni anno, il 29 luglio, la funzione liturgica che viene celebrata in vetta raccoglie una moltitudine di fedeli provenienti da Châtillon, Saint-Vincent, La Magdeleine, Brusson, Ayas e da altri paesi della Valle d’Aosta.

7 - Lungo un’antica via d’acqua: il ru de la Plaine o di Saint-Vincent
La scarsità di piogge e le periodiche siccità, così dannose per l’economia valdostana, furono tra le principali motivazioni che indussero gli antichi abitanti della Valle a costruire, tra il XIII e il XIV secolo, un’imponente rete di canali utilizzata principalmente per l’irrigazione, i ru appunto! Si può dire, senza tema di smentite, che la rete di canali posseduta ai quei tempi dalla Valle d’Aosta era tra le più perfette che esistessero su tutto l’arco alpino. Alcuni canali captavano l’acqua nei pressi dei ghiacciai e la portavano con percorsi spesso spettacolari, aggrappati alle pareti rocciose, sino ai campi assolati dell’adret, l’arido versante a solatio. Il Marmore ha sempre avuto grande importanza per la vita del borgo di Châtillon. Tramite i ru, serviva, infatti, le industrie e distribuiva le sue acque rendendo fertili non solo i territori di Châtillon, ma anche quelli limitrofi di Chambave (ru Chandianaz, ru Marseiller) e di Saint-Vincent (ru du Pan Perdu, ru des Gagneurs, ru de la Plaine). Il ru de la Plaine, realizzato su concessione di Pietro di Châtillon del 17 febbraio 1325, capta le sue acque dal torrente Marmore a sud di Antey-Saint-André e, dopo aver attraversato la parte alta del territorio comunale di Châtillon, raggiunge il territorio di Saint-Vincent dove, attraversato il torrente Cillian, in corrispondenza dei resti del ponte romano, si perde nelle campagne a sud di Champ- de-Vigne. Per la sua costruzione, sviluppandosi quasi interamente nel comune di Châtillon, fu stabilito che Châtillon avrebbe concesso a Saint-Vincent l’uso del terreno a condizione che i proprietari interessati potessero usufruire dell’acqua per l’irrigazione dei propri fondi in qualsiasi momento, senza pagamento alcuno e senza obbligo di corvées, ossia di prestazioni di lavoro; tutte le spese erano a carico degli utenti di Saint- Vincent che dovevano sottostare anche alle égances, ossia a orari prestabiliti per l’utilizzo dell’acqua. Ma veniamo al nostro itinerario, una piacevole passeggiata quasi in piano che si sviluppa fra i territori comunali di Châtillon e di Saint-Vincent (sentiero n. 111); alla splendida esposizione verso sud, che ne permette la percorrenza in tutte le stagioni dell’anno, si unisce una costante e spettacolare vista sulla vallata centrale. Dal villaggio di Conoz (603 m), si sale verso le ultime case dove un sentiero si stacca sulla destra addentrandosi in un bosco di roverelle e procedendo in costa fianco a fianco con il ru de la Plaine: un tempo a cielo aperto il canale si presenta oggi intubato per una migliore e meno onerosa manutenzione. Una suggestiva passerella in legno aggrappata alla roccia permette di superare le ripide pareti che sovrastano le case del villaggio di Merlin, protette dalla bianca cappella, dedicata a san Giuseppe, che si defila nitida nel verde dei prati. Vistosi grappoli rosa di frassinella (Dictamus albus), di cui una legge regionale vieta la raccolta e il danneggiamento, e piantine di Alyssum Argenteum dai piccoli fiori gialli, colorano le rocce. L’itinerario si snoda quindi fra prati, frutteti e vigneti portandosi verso la piccola piana che accoglie le case di La Sounère. Una strada asfaltata conduce in breve a Pissin-Dessus; lungo la stradina che attraversa il villaggio è un susseguirsi di pregevoli casa tradizionali che proteggono il prezioso torchio settecentesco restaurato nel 1977. Attraversato l’agglomerato, ancora boschi, prati e vigne intensamente coltivate con bei muretti in pietra frapposti a spigolosi roccioni. La stradina raggiunge in breve una verde e fresca forra: un ponte in legno si affaccia su una piccola cascatella la cui acqua discende dal ru des Gagneurs: L’itinerario raggiunge quindi l’alveo del torrente Grand-Valey, linea di confine tra i comune di Châtillon e di Saint-Vincent, che nasce a circa duemila metri di quota dal profondo canalone di scarico del Monte Zerbion denominato Roteus. Le larghe sponde, profondamente erose, rivelano come il torrente, alimentato solamente da acque meteoriche, sia soggetto a occasionali e furiose piene. Le vigne e i prati attraversati, fin giù al borgo di Saint-Vincent e oltre, si distendono, infatti, sul materiale eroso dalle pendici del Monte Zerbion e accumulato nei secoli dal “torrentello”, che con poca acqua è capace di muovere grandiose colate detritiche. “In particolari periodi dell’anno questo rigagnolo si ingrossa notevolmente e nella sua folle corsa trascina con sé notevoli quantità di pietre. Il rumore viene amplificato nelle strette gole di Trean e la popolazione che risiede in zona identifica questi rumori con la titanica lotta combattuta tra il bene e il male”. Sulle sponde del Grand-Valey, giù in basso di fronte al Grand Hôtel Billia, sorge la Torre di Néran, un complesso di antichi fabbricati, fra i quali emerge un’alta torre a pianta quadrata che per le sue caratteristiche potrebbe risalire al XII secolo. Ma proseguiamo e, raggiunto e attraversato il villaggio di Ecrivin, eccoci sulla strada regionale del col di Joux: nei pressi dell’ampio parcheggio delle celeberrime Fons Salutis, una gradevole e panoramica discesa conduce nel centro della cittadina di Saint- Vincent, non distante dall’antica e preziosa chiesa parrocchiale. Per il ritorno si può seguire lo stesso tracciato o utilizzare il servizio di navette che collegano Châtillon e Saint-Vincent. Un interessante e suggestivo itinerario dell’acqua quindi, fra storici e indispensabili ru, imprevedibili e impetuosi torrenti, salutari e benefiche acque termali.

8 - Fra villaggi e cappelle attraverso la soleggiata collina di Châtillon
Un itinerario di circa tre chilometri si snoda attraverso l’assolata collina di Châtillon sfiorando preziose e dimenticate cappelle, vecchie e silenziose borgate e offrendo spettacolari vedute sulla valle della Dora Baltea. L’itinerario prende avvio da piazza Duc imboccando poi Via Tollen, l’antico Chemin derriere Ville. La via corre in piano costeggiando, sulla destra, l’ampio piazzale che ha preso il posto delle vecchie scuole elementari. Le “Scuole Comunali Principe di Piemonte”, inaugurate nella primavera del 1933, sono, infatti, state demolite nel gennaio del 2003 e gli alunni, il cui numero si era notevolmente ridotto negli ultimi anni, trasferiti in alcuni locali delle scuole medie. Poco oltre, di fronte all’asilo Rigollet, un edificio rustico (casa Vittaz): l’antica scuderia del castello Passerin d’Entrèves. Imbocchiamo Via Tour de Grange. La strada prende il nome da una torre che sorgeva a est della Porta Tollen, su un cocuzzolo all’incrocio delle strade per Conoz e per Chavod. La torre, appartenente alla nobile famiglia Grange o Desgranges, fu purtroppo demolita molti anni or sono. Ma iniziamo la salita verso la collina. Tralasciata la diramazione per Conoz sulla destra, la strada risale il pendio disseminato di antiche costruzioni e villaggi. Ecco infatti Merlin (597 m) e, subito oltre, le case di Chavod tra le quali spicca, per il suo bel loggiato a sei colonne, un edificio fatto costruire nel XVII secolo dalla nobile famiglia dei Brunod. Nel palazzo di Chavod aveva sede il tribunale del mandamento di Châtillon, la greffe. I Brunod ricoprirono, infatti, all’inizio del XVIII secolo la carica di castellano giudice o greffier della baronia di Châtillon. Furono inoltre anche gestori della locale gabella del sale, tassa istituita in Valle d’Aosta dal Duca di Savoia nel 1560. Prodotto essenziale per il consumo e la conservazione della carne, indispensabile in un paese di allevatori come la Valle d’Aosta, il sale è sempre stato un prodotto assai prezioso e oggetto quindi delle truffe più svariate. Spesso, infatti, era venduto addirittura mescolato con terra, sabbia o pietre! Nel 1753 i Brunod furono denunciati dall’avvocato Pierre-Joseph Flandin per una disonesta gestione del banc à sel (il banco del sale) di Châtillon. Il processo, che si protrasse sino al 1765, rovinò completamente la famiglia! Ma la strada continua raggiungendo gli abitati di Cret-Blanc, Crétadona e La Sounére, che ospita le scuole elementari e materna, di Pissin Dessus (632 m) e poi quello di Albard (659 m) con la sua cappella dedicata ai santi Fabiano e Sebastiano. Poco oltre, una stradina si intrufola fra gli edifici di La Tour e di Lo Cret (710 m). Sulla destra della ripida, ma breve salita, una torre a pianta quadrangolare con tetto a falda unica è stretta fra edifici di epoche diverse. Raggiunte le case di Lo Cret, ai piedi di un presunto tumulo protostorico ricoperto di vigne, si erge la torre appartenuta alla famiglia Decré d’Emarèse, un edificio di quattro piani con numerose aperture realizzate in epoche diverse. Adibita a scuola elementare, fu danneggiata durante un bombardamento nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo le case di Closel-Dessus e Dessous, ecco finalmente Domianaz (749 m). All’ingresso del villaggio la cappella, dedicata a san Rocco e alla Madonna di Loreto, fondata da Antoine Rinet di Pantaléon con testamento del 1630. Claude François Bich (Châtillon 1817-1888) in un manoscritto conservato presso l’archivio parrocchiale racconta che, Rinet supplicò il Creatore, la Vergine e san Rocco di salvare la sua famiglia e i suoi domestici dalla peste promettendo di erigere a sue spese, entro due anni, una cappella nel villaggio di Domianaz. Secondo la tradizione tutti gli abitanti di Domianaz morirono di peste, tranne Rinet, la sua famiglia e i suoi domestici. Una stradina in piano, da cui si staccano numerose diramazioni, attraversa per intero il villaggio: osservando con attenzione si possono notare numerose finestre a chiglia rovesciata e aperture ad arco. Sopra Domianaz, si distendeva il villaggio, oggi scomparso, di Tréyan dove la tradizione vuole vivesse Poguel de Grinda, un uomo grande e grosso, sempre disposto a dare una mano a chi ne aveva bisogno caricandosi in spalla tronchi d’albero e fasci di fieno senza compiere fatica alcuna. Uomo molto forte, ma anche molto dolce e mansueto, per questo era detto anche Pékelin che in patois significa agnellino. Ogni anno i contadini dovevano versare un tributo in grano (decima) ai signori di Challant. Il conte Giacomo, osservando con stupore l’uomo che senza fatica aveva sollevato tutto il grano delle decime versate in una sola volta, lo scelse come suo campione. A quel tempo, i nobili per risolvere le loro controversie. solevano talvolta far scendere in campo i rispettivi campioni perché si affrontassero in singolar tenzone. A tale sistema ricorsero i signori di Issogne e di Arnad, per risolvere un’antica controversia. Il barone di Arnad chiamò dalla Francia un lottatore gigantesco di nome Jean Lestournel. Giacomo di Challant fece invece ricorso a Poguel. Il giorno della prova, presso il castello di Issogne, i due campioni diedero avvio allo scontro! Poguel non tradì le attese e il conte Giacomo, grazie al suo campione, risolse a proprio favore la controversia. Per gratitudine e perché il suo campione fosse per sempre ricordato, fece affrescare, su una delle facciate del castello di Issogne che si affaccia nel cortile con la celebre fontana del melograno, lo spettacolare combattimento: solamente gli sprovveduti asseriscono che l’affresco rappresenti invece la lotta tra Ercole e Anteo!
Da Domianaz si può proseguire in macchina lungo la stretta strada asfaltata che con numerosi tornanti sfila fra macchie di vegetazione e di boschi. A piedi invece, bisogna imboccare, in corrispondenza del tornante, subito oltre le case di Domianaz, il ripido sentiero (sentiero n. 7) che, sfiorata una cava di marmo verde ormai non più attiva, in circa 1,00 ora raggiunge il villaggio di Nissod (1383 m) immerso fra distese di pascoli. Al centro dell’abitato, uno dei villaggi più alti della collina di Châtillon, la cappella dedicata a san Bernardo, a Notre Dame de Tout Pouvoir e alla traslazione della Santa Croce. Sulla facciata, interamente affrescata da Gabriel Girardi, appare la figura di san Bernardo da Mentone, patrono degli sciatori e degli alpinisti, sullo sfondo del colle del Gran San Bernardo con l’ospizio da lui fondato nel 962. Queste contrade ospitano nel mese di luglio una gara podistica non competitiva aperta a tutti con percorso di 6,12 o 30 km denominata “Balconata Monte Zerbion”.
Nissod, come Promiod, è punto di partenza per la salita al Monte Zerbion ”un po’ erta però fin da principio”! Ma coloro che salgono verso la vetta, devono farlo con gli occhi di chi ama la montagna, un amore che non si esprime solo nel conquistare la cima, ma anche semplicemente nel percorrere gli antichi sentieri che su di essa s’inerpicano, per godere dei panorami immensi che sa offrire ritemprando anima e corpo. Lo sguardo da quassù si perde nello spettacolo della natura fra cime, boschi e verdi pascoli accesi nel periodo estivo da splendide fioriture e animati da mandrie e animali selvatici. In questo territorio è stata recentemente creata un’oasi di protezione della fauna: nel corso del 2006 le aquile si sono impadronite nuovamente di questi cieli nidificando sulle dirupate falde del Monte Zerbion! Netta appare, sul versante opposto della Dora Baltea, la nicchia di distacco della grande paleofrana di Rodoz staccatasi, nel periodo del definitivo scioglimento dei ghiacciai quaternari, dalle pendici del Mont Avi (1122 m), non distante dalle case di Bellecombe sulla destra orografica della Dora Baltea. La frana ostruì completamente il corso della Dora causando la formazione di un grande lago che dalla stretta gola di Montjovet si estendeva per una ventina di km fin oltre Aosta. In epoca successiva il fronte del bacino cedette e le acque scolarono verso la pianura scavandosi un letto tra i detriti alluvionali che nel frattempo avevano riempito il solco scavato dai ghiacciai. Molte le leggende nate sulle sponde di quel lago meraviglioso. Si racconta, infatti, che un giorno alcuni stranieri, trovate delle pepite nella cascata che alimentava il lago, cominciarono a scavare coinvolgendo ben presto nella febbre dell’oro anche gli abitanti del luogo. Per cercare il prezioso metallo fu scavato, attorno alla cascata, un gran numero di pozzi e gallerie finché, in una sera di primavera, la parete, ormai ridotta a un enorme colabrodo, cedette sotto la spinta dell’acqua: un’enorme frana riempì il lago seppellendo gli avidi abitanti delle sue rive. Storie, leggende e vedute grandiose! Un bel viaggio davvero, da non dimenticare e da portare nel cuore per sempre insieme ai borghi e luoghi che speriamo abbiano saputo conquistarvi con la loro bellezza e la loro storia!
Tags: Châtillon, Valle d'Aosta
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