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Il Fiore della Siberia

Scritto da marco melino
  • Dal treno
  • Lago Baikaal
  • Villaggio Siberiano
  • Dal treno ancora
“IL FIORE della SIBERIA”
TRANSIBERIANA 2001
....scrivendo emozioni
Diario di un viaggio attraverso la Russia
1-21 Agosto 2001
Equipaggio:
1. Marco Melino (protagonista)
2. Alessandro M. (detto Radio)
3. Gianluigi L.
4. Giuseppe L.

Come ogni racconto che si rispetti, inizio dal principio ovvero dal viaggio in auto fino all’aeroporto della Malpensa, accompagnati dallo zio di Gigi.
Ma volete sapere cosa sto realmente facendo in questo preciso momento??
Ebbene scrivo il diario di viaggio dal vagone della Transiberiana 1a tappa da Mosca a Sverldrovsck -ora Ekaterinburg (Urali)- è il 7 agosto 2001 ore 13.56 di Mosca, comodamente rilassato sul lettino alto dello scompartimento a narrare, perchè non ho null’altro da fare. Alessandro, detto “Radio” consulta la guida di Mosca, mentre Gigi e Beppe, che sono in un’altra carrozza, dormono. Ci vediamo alle 15 per pranzare nel vagone ristorante.
Il comodo oscillare del treno mi ha fatto dormire per 13 ore filate, ci voleva proprio dopo le notti folli di Mosca.
Una musica diffusa di canti popolari russi, che sembrano quelli di un film in bianco e nero dell’immediato dopoguerra, ci accompagna nel rilassante paesaggio degli Urali.
Qui fuori non c’è nulla: solo betulle e pini, qualche villaggio di cadenti baracche in legno che sembrano disabitate. I colori sono intensi e saturi, tipico del clima piovoso continentale, le nuvole grigie e minacciose, ma non troppo, corrono basse lungo tutto l’orizzonte in un moto frenetico e frattale; lo sguardo volge oltre l’infinito, la natura è prettamente incontaminata, ci accompagna soltanto una sgangherata linea elettrica con i tralicci in legno ancora del dopoguerra.
Ogni tanto guardando fuori dal finestrino, incrocio lo sguardo con qualche operaio che lavora sui binari e che si scosta per fare passare il treno: un occhiata, mille avventure ignote che sfilano con il passare del treno, due vite distanti, ignote con mille destini che si sfiorano solo per un secondo, per sempre e mai più.
Qui sul treno tutti dormono o comunque sono chiusi dentro gli scompartimenti nella propria timida riservatezza.
Ci stiamo avvicinando agli Urali, siamo partiti ieri 6 agosto alle 16.34. Meritato riposo!!
Le fatiche di ieri sono state estenuanti.
Infatti a Mosca per ottenere i biglietti della Transiberiana, è successo di tutto!
Dalle 10.30 usciamo alle 12.30 con tutti i biglietti in mano. Non sembra vero dopo i casini dei giorni scorsi! Il treno è alle 14.20.
Andiamo a mangiare una pizza da “Sbarro” al solito centro commerciale, poi uno yogurt al “Danone point”, corsa frenetica a ritirare i bagagli all’hotel Rossia e corsa in taxi (ovvero autostop a pagamento), fino alla stazione indicataci dall’agenzia. Sono le 13.30 [abbiocchetto sul treno, zzzzzzzzzzzzzzzz] e constatiamo, che è la stazione sbagliata; chiedere qualcosa ai controllori è assurdo, l’inglese non lo sanno e iniziano così a urlare in russo che sembra che ti vogliono spennare!
Corsa disperata all’altra stazione e qui troviamo finalmente il treno che parte alle 14.10.
Saliamo dopo un accurato controllo delle inflessibili e severe controllore donne russe.
E’ fatta !!!
Siamo sul treno della Transiberiana.
I nostri sforzi sono stati premiati.
Saliamo negli stretti corridoi del treno con zaini enormi, cercando il nostro posto e …..oopss, …sorpresa !!! Sono già occupati. Ci mettiamo a litigare animatamente in russo e italiano, con sfumature di inglese bastardo. La rabbia e il nervosismo sono alti, ma si frammentano con stanchezza e impotenza burocratica; siamo pronti a tutto, ma vediamo che gli okkupanti hanno gli stessi nostri numeri di biglietto [riposo + merenda sul treno+ il treno si ferma in una stazione intermedia. Ci accolgono povere vecchiette con stivali sporchi e un velo sui capelli, per vendere i prodotti –sporchi- dei loro miseri orti, lattuga, lamponi, pomodori, sedano, o qualche bottiglia di acqua. La povertà e la tristezza di questi desolati villaggi è sconcertante. Gente triste, che ha perso il sorriso, che aspetta il treno per poter vendere qualcosa con cui campa, gente che mormora a noi frasi che vogliono dire chissà cosa…..].
Fortunatamente prima di salire abbiamo conosciuto un romano con un’amica, Tanja, che parla italiano. Capiamo che dobbiamo scendere dal treno; fuori dal treno si formano gruppetti di disperati che non possono partire perché non c’è posto. Tra loro ci siamo pure noi, pur avendo i biglietti. Tutti urlano, litigano, non si capisce niente, ma alla fine regna quello stato di rassegnazione mista a incomprensione, mi sembra, per chi ha visto SchinderList, di essere un polacco ebreo col destino nelle mani di un’altra incomprensione. Mi sembra di salire sul treno per i campi di concentramento.
Tanja si da da fare, perde la giornata, ma ci aiuta fino in fondo, fino alla vittoria contro la terribile burocrazia russa.
Prendi i passaporti e i biglietti, fila di qui, controfila di là, cambia stazione, vieni cacciato dai poliziotti perché non puoi depositare gli zaini, vai dal direttore, rifà la fila e finalmente ci fanno i biglietti per un altro treno, quello delle 16.34.
Tornando alla narrazione in tempo reale…
Il treno si ferma all’ultima stazione prima di Ekaterinburg, scendiamo.
E’ un villaggio di poveracci che campano vendendo pesci secchi e bibite sgasate ai passeggeri del treno. Mi sembra di girare un documentario dell’Istituto Luce: ci sono vecchi storpi e bambini tristi. Anche i cagnolini ci osservano con pupille desolate e sconfitte. Un bambino vuole che lo fotografo con i suoi amici. Quello è stato l’unico sorriso che ho visto sugli Urali. Gli allungo un 100 rubli, ma la capotreno mi dice di darne solo 10 !! Qui si accontentano veramente di poco.
Oggi è l’8/8/01 ore 21 circa. Mi diverto a fare corsi e ricorsi più o meno storici, riallacciandomi al racconto intrapreso, poi torno a narrare il presente; tutto questo perché non ho avuto tempo prima per farlo e ora sono costretto a rincorrermi nella narrazione.
Sono nella stanza 812 dell’hotel Sverldrovsck ovvero sono a Ekaterinburg, più che stanza è una cella, i letti non li hanno manco rifatti, la luce non funziona, la televisione è come quella che avevamo quando avevo 3 anni, e il cesso è sporco e puzza. Ora sto seduto in canottiera, dopo una calda doccia e scrivo osservando il paesaggio dalla finestra: ciminiera, verde sparso, palazzi sullo sfondo e cinguettio di uccelli che lenisce il rumore delle poche automobili.
L’arrivo in questa città dopo la tappa sugli Urali è stata peggio di quello che ci aspettavamo.
Il treno ha fermato praticamente in mezzo a uno scalo merci: siamo scesi tutti come vacche da macello, attraversando binari attenti a non finire sotto qualche treno in transito noncurante dei passeggeri.
Caos totale.
Gente che va e che viene, ma da dove? Qui non c’è nulla per andare o per venire, esistono solo miriadi di baracchine che vendono un po’ di tutto, roba vecchissima, scaduta, etichette scolorite. Voci incomprensibili si mescolano a canzoni popolari altrettanto incomprensibili diffuse dagli altoparlanti della stazione stile anni ‘30, lamenti di chi ha ancora la voglia di lamentarsi.
E’ un enorme formicolaio di disperati, storpi, affamati, gente che campa non si sa come.
L’acqua della doccia mi ha lasciato addosso un odore di “fogna di Calcutta”, bohhh, rimedio con il talco assorbi odori.
Per sciacquare i denti, visti i precedenti, ho comprato acqua al supermarket, ma sa di cloro!!!
Trovato lo squallido albergo dal quale narro, dopo la solita coda esprimendosi reciprocamente con inglesi incompatibili, raggiungiamo le stanze-lager.
Tentiamo di tornare in stazione per fare il biglietto ai due “profughi” che hanno ancora cambiato idea e vogliono venire a Novosibirsk (Gigi e Beppe), ma ci dicono di tornare un altro giorno! Qui è così, altro che Italia.
Vaghiamo per le vie buie di Ekaternburg, non c’è nessuno e niente.
I lampioni esistono, ma per risparmiare li tengono spenti, creando così questo clima irreale, quasi metafisico di una città non propria della sua luce.
Ombre nere compaiono e scompaiono tra le sagome del nero delle vie: è gente normale, come noi, solo che la percezione della penombra provoca ovvie attenzioni e paure.
Si aggrega al gruppo un giovane ubriacone che non riusciamo a scollarci di dosso. Cerchiamo disperatamente un posto per mangiare. Vediamo delle insegne colorate invitanti. Il fuso orario ci ha fregati: è già l’una di notte. Entriamo in questo risto-casinò dopo essere stati accuratamente perquisiti con metal detector. L’interno è composto da locali lusso-squallidi: ovvero vogliono fare i sofisticati e lussuosi in questo paese, ma il tutto risulta terribilmente Kitsch un po’ come nelle peggiori scenografie dei locali di Derrick per intendersi: un vuoto, non pieno, non vissuto, spazi generati per caso, riempiti, ma senza anima. Il ristorante ha dei tavoli separati da tendine in pizzo stampato plastificato che penzolano dal soffitto fino a un metro da terra quasi a creare una certa riservata non intimità tra i tavoli. Tra le tendine si scorge un orchestra che suona musiche russe (le note non hanno confini però!) e dei personaggi mafiosissimi al tavolo vicino che ballano oscenamente in compagnia di qualche prostituta. Il tutto fa da companatico alle nostre zuppe che ci vengono servite fredde e che io solo avanzo (mangiatevi una specie di minestrone con dentro riso, wuster erba cipollina, il tutto freddissimo!) oltre a una specie di hamburger (ovvero i resti dei giorni precedenti accuratamente tritati) con patate fritte (non mi sembrava vero, ma erano veramente patate fritte!).
Il giorno appresso, cioè oggi, abbiamo visitato la città: non c’è niente di significativo, tranne la metrò che è la più bella e pulita che ho visto finora, tutta in marmo. Vaghiamo per il centro cercando posti per mangiare decentemente, infine ci facciamo un panino al salmone in riva al fiume lasciando per terra tutta la sporcizia per tutelare l’ambiente ovvero mantenere il lurciume che avevamo trovato all’inizio. La città non ha granchè da offrire, visitiamo l’università degli urali che sembra l’interno del vecchio mercato di piazza Repubblica di Varese, e infine ci rilassiamo su una panchina per andare a mangiar qualcosa al McPeack, una sorta di McDonald’s russo, unico posto decente, si fa per dire, per mangiare un surrogato di pizza o un hamburger. Verso sera usciamo e ci troviamo sotto il monumento di Lenin (un tale col pizzetto che aveva fatto la rivoluzione), centro della città. Andiamo a bere una birra in uno dei tanti chioschi all’aperto dove qualcuno osa pure abbozzare qualche passo di danza in mezzo al locale. Qui gustiamo la miglior pizza del mondo: focaccione unto e condito con Ketchup della peggior specie: bleahhhh!!!
La serata prosegue alla discoteca Eldorado, sempre dopo accurate perquisizioni entro nella discoteca che più mi ha affascinato: finalmente un posto con gente normale; ci buttiamo in pista e sulle note di Nek “Se una regola c’è” cantando a squarciagola con le timide e attonite reazioni dei circondanti, ci facciamo notare non so se in bene o in male.
Per la prima volta capita l’opposto: una ragazza (di nome Galina!!!!) mi invita a bere qualcosa, ma rifiuto perché avevo già “adocchiato” ben altro. Veramente non si sapeva dove volgere lo sguardo, poi su una canzone latina, prendo la preda prescelta, la avvicino ballando credendomi Milton, e poi come un ricco petroliere arabo mi accingo a offrire al bar praticamente tutto quello che si voleva, visto che qui i prezzi erano talmente accessibili.
Passo tutta la serata-notte in compagnia di Julia, poi scoperta ballerina classica professionista al teatro della città, con la quale si riusciva ad abbozzare qualche frase in inglese, mentre sui vuoti conversativi, ……..si abbozzava qualcosa d’altro, poi verso le sei faccio ritorno in taxi, con Radio, all’albergo.
DRIIIINNNNNNNNNN!!!!!! Sveglia !!! sono già le 8 !
L’ultimo giorno a Ekaterinburg passa per farlo passare: saliamo su un tram e andiamo fino al capolinea. Ho sonno: ho dormito solo due ore perché ci siamo dovuti alzare per andare a fare i biglietti a Gigi e Bepe per Novosibirsk.
Cerchiamo di tirare sera vagando come zombi senza meta. Ogni tanto senza proferire parola ci guardiamo in faccia e capiamo già cosa si intende fare. Il gruppo è compatto e tutto fila a meraviglia. A parte il collaudato Radio, con Gigi e Beppe c’è ottima intesa.
Vaghiamo sul tram senza fare il biglietto (che costa appena 300 lire) finchè un atletico controllore 75enne ci “sgama” tutti tranne me: è un anziano vecchietto che si appende sui rinforzi del tram e si mette a fare flessioni alla sua veneranda età che nemmeno noi sappiamo fare! E’ il bigliettaio.
Andiamo in “stanzia” (stazione) con un po’ di tempo di anticipo.
La sala di aspetto è come la descrive Dante nel limbo dell’inferno: buio semiopaco, un mare di gente di ogni miseria piena di bagagli, stile Calcutta che attende attonita e impotente l’arrivo del binario del treno, in un maledetto sottopasso lercio e putrido di urla, piscia e pianti di ogni dialetto russo. Dopo un’ora di ritardo arriva il treno, si parte finalmente! Ristorantino in carrozza e poi subito a letto.
Novosibirsk sembra decisamente una città più ordinata, pulita e organizzata. Troviamo subito l’albergo e poi usciamo per un sopralluogo. Al fast food conosciamo due ragazze che ci portano in una discoteca locale dove anche qui si balla fino all’alba, stavolta con il condimento di una discreta “storta” a base di vodka, Avana Club, birra e whisky.
Caso vuole che anche qui conosco un’altra Julia, poi, sotto l’effetto della vodka, tutto il resto della discoteca.
Il bello di questi posti è che ti puoi sedere a un tavolo di ragazze che spettegolano tra loro, introdurti nella conversazione in modo naturale, ballare con chi vuoi, senza dover affrontare le paranoie che ti riserverebbero in Italia (miracoli dell’Alcool).
Julia, tra rimpianti e ringraziamenti, se ne torna a casa da marito e figli, mentre noi ……..boh, mi ritrovo a dormire in albergo insomma.
Il mattino dopo, o meglio il pomeriggio, si vaga per il centro cittadino che non ha niente da offrire pur essendo una città di 1,4 milioni di abitanti.
Cammina cammina ci infiliamo a vedere una partita di calcio della squadra locale.
Per cena, mentre Gigi e Beppe preferiscono gustarsi un panino al salmone fatto in proprio, io e radio decidiamo di andare a cenare al fiume; qui c’è un concerto con numerose persone e bancarelle che, per nostra sventura, vendono tutte la solita cosa: birra.
La cenetta a base di pesce fluviale, viene così sostituita da una piadina vuota, unico cibo in tutta quella fiera!!
La serata prosegue tutti in una discoteca dove, a tempo di record, conosciamo Irina e Katia. A tempo di guinness, beviamo uno champagne in loro compagnia (chiamarlo champagne era un insulto a qualunque enologo, ma contente loro, il portafogli non ha praticamente pianto considerato il prezzo da lemonsoda al circolo del paese); a me faceva talmente schifo, che per non berlo, l’ho versato addosso ad Irene stile Shumacher che vince il gran premio!
Qui facciamo pure la conoscenza semi bellicosa di due tipi locali piuttosto ubriachi che volevano importunare le nostre nuove conoscenze: un paio di sguardi minacciosi e poi usciamo dal locale, dove, con più calma, apprendiamo che si trattava di due noti esponenti della mafia russa. Da qui finiamo in un locale, tale Golden Gate, in macchina con Irene che guida a destra perché la macchina è giapponese e sul cruscotto tiene una specie di piuma di struzzo portafortuna comprata a Llorret de Mar in Spagna.
L’ultimo giorno a Novosibirsk passa in compagnia di Irene e Katia che ci fanno da guida per la città, anche se noi eravamo interessati a ben altro!
Ci rechiamo a casa di Katia: palazzone di periferia stile Scampia, con atrio e scale che sembravano essere state appena bombardate e scritte sui muri ovunque; l’ascensore preferiamo cautamente non prenderlo, così ci arranchiamo a piedi lungo le tortuose e tetre scale del palazzo staliniano.
L’appartamento di Katia è una topaia: la cucina è qualcosa di indescrivibile, praticamente un metro quadro attrezzato come un campeggio, gli altri locali sono disseminati di costumi scenici di vario tipo, dalle divise militari alle orecchie da topo.
Qui, brindando con bicchieri sporchi, recuperati dal lavandino, degustiamo il tanto decantato Asti Martini, da me comprato poco prima a una cifra proibitiva per la gente del posto tanto che mentre passeggiavo lo sguardo dei passanti si fissava minacciosamente sulla bottiglia!
Poi facciamo un giro per la città, completamente immedesimati nel genius loci del posto, nella mentalità e nelle abitudini locali; rifornimento di benzina (qui costa un po’ meno) e poi visita completa .
Sono orgogliose e felici di mostrarci la strada principale, i negozi famosi, i monumenti come se fossero chissà quale attrattiva. Fingiamo di essere interessati alla banca, agli appartamenti della mafia russa, a una chiesetta grande come mezza cappella del S.Monte che è il centro della Siberia, o la passeggiata lungo il fiume con tanto di spiaggia sporca e frequentata da zingari e ubriachi, credo sia stato il meglio che quella città potesse offrire.
Inorridito da tale lurdume, povertà, desolazione, non potevo però non notare l’allegria e la felicità che gli occhi di Irene distribuivano a chi la circondava. Ogni aiuola, ogni fiore, ogni cosa per me anche banale, la rendeva contenta e felice come un bambino che riceve il tanto atteso regalo di Natale. Qui non hanno niente, nemmeno da mangiare, eppure un misero e comune fiore bianco colto in un’aiuola maltenuta, ha illuminato e profumato di immensa felicità gli occhi, sempre allegri, di Irene come se avesse colto quel fiore per la prima volta in vita sua! Perfino una scatola di fiammiferi rappresentante un maialino (dei tre porcellini) l’ha resa felice e allegra. Tutta questa felicità, voglia di vita in un posto desolato e sperduto come questo senza nulla da fare, mi ha fatto capire quanto siamo ricchi noi, che possiamo praticamente permetterci tutto, ma che alla fine siamo poveri nel non notare certe finezze che la vita ci offre e che invece non sappiamo vedere con i giusti occhi della semplicità.( Che menata di paternale!!)
Giunge la sera del 12 agosto e ci congediamo anche da Gigi e Beppe che si fermano altri due giorni a Novosibirsk per poi tornare a Mosca.
L’addio a Irene e Katia, dopo l’aperitivo con formaggio, è il classico addio “western”, ultimo saluto, poi voltiamo le spalle e ce ne andiamo…..per sempre….senza voltarci indietro.
Stavolta il treno è puntuale e tutto fila liscio, anche se il mio vicino di letto lascia sul tavolino un pesce secco scuoiato assai puzzolente che ci tiene compagnia per tutta la notte.
Al ristorante del treno si unisce un giovane ragazzo con altri suoi amici già ubriachi e messi piuttosto male: sono militari russi che tornano a casa dalle proprie famiglie dopo la guerra in Cecenia. Gentilmente, ma con insistenza, siamo costretti a brindare a colpi di birra e vodka in nome della fine della guerra.
La loro felicità è invece rappresentata dall’alcool; rituale russo per bere la vodka e poi sparare: bicchiere di vodka colmo in un colpo solo, succo di mela e sigaretta! Boh, contenti loro proviamo anche noi un paio di volte fino a quando non riusciamo finalmente a tornare nelle cuccette e a seminarli.
Irkutsk pensavamo fosse la più bella delle città lungo la tratta della transiberiana, la Parigi Siberiana: praticamente è una grande baraccopoli caotica e polverosa dove convergono in una mistura ambigua la razza asiatica con quella caucasica.
Corriamo subito a prendere il bus per il lago Baikal che dista 68 Km.
La sala di aspetto del terminal bus assimila emblematicamente il genius loci del posto: salone buio pieno di gente che vocifera mille emblemi incomprensibili, puzza di alito d’aglio (qui i vecchi lo usano al posto delle cicche!) e di cibarie malsane ovunque.
Siamo in coda per il biglietto in questo fetore dantesco, e, ogni tanto qualche vecchio ci sorpassa con prepotenza lamentando rimproveri incomprensibili.
Lo sgangherato pullman stile minatori boliviani, danzando a folle velocità tra dossi e curve che fanno sobbalzare gli occupanti, ingranando e grattando marce, tra puzza di gasolio, ci porta finalmente al tanto atteso bacino lacuale, il più grande al mondo!.
La prima cosa che si nota del lago Baikal è che è triste. Un gigante triste, un’immensa massa d’acqua costretta a restare lassù in Siberia, terra di nessuno. I pochi villaggi di baracche in legno e strade sterrate che circondano il posto di arrivo del pullman sembrano disabitate. Qualche cane, qualche sidecar, e i pochi coraggiosi turisti che giungono fin quassù. Ad accoglierci sono le solite bancarelle più un sacco di pesce secco cotto al vapore al momento, che emana un tanfo acido e nauseabondo.
Torniamo in città, dove con una rapida passeggiata, praticamente già la visitiamo, non nella sua interezza, ma nella sua concretezza.
L’ultimo giorno a Irkutsk trascorre vagando con più o meno criterio per strade già viste, cercando qualche carabattola da acquistare.
In una vecchia chiesa ortodossa conosciamo due custodi, Irina e Mila, con le quali andiamo poi al pub la sera fino a tirare l’ora di prendere il treno, il treno più lungo, il mitico “Rossia”, il Vladivostok-Mosca e ritorno: 74 ore di viaggio fino a Vladivostok.
Il treno che prendiamo è la vera Transiberiana, anche se fa il tratto opposto al Rossia. Arriva il 16-08-2001 ore 5.00 di Irkutsk con due ore di ritardo (mezzanotte di Mosca, dato che nelle stazioni vige l’orario della capitale), bè su 5000 Km sì, può capitare. La vita all’interno del treno è come in una piccola città, città della Siberia però. Ognuno sta chiuso nella propria cabina ed esce solo per i bisogni. Un sottofondo di tristi melodie popolari russe che sembrano uscire dal magnetofono del nonno, accompagnano lo scorrere del paesaggio che si variega tra praterie immense, boschi di pini e betulle, e villaggi di baracche in legno che sembrano disabitate. La solita cappa di nuvoloni minacciosi e bassi ci fa compagnia fin da Mosca, anche se non piove. Ogni tanto qualche scroscio di pioggia innaffia i finestrini, e l’ululato del vento mi fa sentire nella vera Siberia invernale.
Saltuariamente qualche finestrino del treno veniva rotto, o da qualche vandalo fuori, o addirittura da qualcuno interno al treno che buttava le bottiglie vuote fuori dal finestrino rischiando di colpire qualcuno. I compagni di cuccetta sono una coppia di sposini, lui va a Bikin a fare il militare. Sono le 22:18 ora Irkutsk (in Italia sono le 15:18) +1 ora dove siamo ora e cioè in un punto sperduto della taiga.
Il treno sembra che debba deragliare da un momento all’altro! È come viaggiare su un carrozzone di buoi che corre lungo una strada in discesa piena di sassi e buche! Colpi, contraccolpi, botte assestanti, boh vediamo se ce la faremo a raggiungere Vladivostok! Buona notte pensando a chi è a lontano rispetto a dove sono io.
La notte è stata lunga e agonizzante. Il treno è fermo per chissà quale motivo nella steppa. Il ritardo accumulato è di 5 ore.
Io mi alzo perché non riesco a dormire con il treno fermo, nel corridoio non c’è nessuno e ammiro il buio paesaggio esterno dell’umido mattino delle ore 7.00 che si riduce al ramo di un albero che mi tiene compagnia nel nervosismo del treno fermo per parecchio tempo.
Finalmente il treno riparte e io riprendo a dormire.
Quel ramo d’albero non lo rivedrò mai più in vita mia!!
Il morale della “truppa” è a terra. Si pensa a un ammutinamento generale, ma siamo nella fredda notte Siberiana: solo sto treno ci può portare fuori da qui. Si va a dormire che sono le 5 del mattino, con l’aggiunta di due vetri rotti da qualche sassata tirata da fuori.
Il treno viaggia ora con 12 ore di ritardo, il morale della truppa è ai minimi storici, si teme di non arrivare a Vladivostok in tempo per prendere l'aereo di ritorno: se ciò dovesse accadere, scadrebbe pure il visto e non oso pensare alle conseguenze che ciò comporterebbe, considerando che ci troviamo a 10.000 Km di distanza da Mosca, unica città nella quale avevamo il permesso di soggiornare!! Comunque il treno mantiene il ritardo di 12 ore per tutta la giornata. Noi possiamo arrivare con un bonus massimo di 25 ore. Radio al ristorante “sclera” e vuole prendere a sassate il treno, dopo che abbiamo constatato che il ritardo era salito a 16 ore! Ma probabilmente c’era un errore sul tabellino degli orari! Mi vedo già internato in un gulag siberiano con dubbio ritorno via ambasciata.
L’ultimo tratto presenta un treno particolarmente vuoto, il sole del sud della penisola si fa sentire, in lontananza si scorgono le colline della Manciuria cinese dietro Harbin, costeggiamo il fiume Amur, ormai ci siamo.
Il DJ del treno in nostro onore mette una sfilza di canzoni italiane anni ‘70-‘80 annoverando nel repertorio Pupo, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, Celentano e Albano e Romina.
Sulle note di “Su di noi” … nemmeno una nuvola, accompagno con lo sguardo il paesaggio che si fa un po’ più variopinto, con quella soddisfazione prematura di chi ce l’ha ormai fatta.
Alle 14.30 andiamo a “pranzocenare”, tipica attività da transiberiana e ottima dieta fisica ed economica per me, consistente in un unico pasto al giorno a base di una specie di purè, 1 etto di bistecca e un po’ di pane con salsa chili per riempire. Purtroppo oggi, mancando “solo” nove ore all’arrivo, il ristorante rimane chiuso. Dieta totale; mi consolo con i tanti Thè Lipton serviti nella mitica brocca che si prendono per passare il tempo.
Vladivostock - finalmente!!
L’ultima tappa, la più attesa, la più meritata, la più sofferta.
Si arriva verso sera ore 22.30, dopo aver costeggiato tutta la penisola a ridosso della Corea; non sembra vero, eppure ci troviamo a pochi chilometri dalla Cina e dalla Corea (punto minimo 20 Km!) e proprio di fronte al Giappone, e tutto questo, dopo aver fatto un viaggio in treno, viaggio di parecchi giorni, si intende.
Il benvenuto di Vladivostock ci è dato da un enorme schermo della Samsung che trasmette 24 ore al giorno MTV, posto al centro della piazza centrale, che rende il clima, contornato dai soliti mendichi, storpi, ubriachi, un estratto surreale stile Blade Runner: un coacervo e una coesistenza tra estrema miseria e ultratecnologia giapponese che vigila e si impone. Se a Varese dovessero mettere uno schermo cosi, sarebbe rivoluzione, qui nessuno protesta, tutti si sopportano la musica e le immagini del megaschermo notte e giorno.
Altra caratteristica di Vladivostock è, oltre alle strade più scassate del mondo, che tutti hanno un auto giapponese, e quindi con guida a destra, nonostante il senso di marcia si ha come da noi in Italia.
Girovagando per trovare un Hotel-bettolaccia, tanto per fare una doccia (erano 4 giorni che non ci si lavava degnamente!!), troviamo una pizzeria, la pizza più buona di tutta la Russia, forse per la dieta forzata dal lungo viaggio!
Il locale stava, chiudendo, ma le gentil donzelle che lo gestivano, vedendo i due italiani che bramavano alle pizze, come due cani randagi, due naufraghi, due mendichi del deserto, ci hanno servito gentilmente prolungando il loro orario di lavoro di 30 minuti.
Con il solito taxi (primo autista di passaggio su macchina sgangherata), troviamo a fatica il nostro Hotel, meglio identificato come un insieme di baracche prefabbricate da terremotati, poste al porto, di fianco ai binari del treno: Hotel Venezia fu!
Finalmente la doccia !!!!
La voglia di conficcarsi a letto è molta, ma è ora di andare a visitare la Vladi by night; passando per i bui binari (unica strada per uscire da quel posto), salendo su un soprapassaggio degno dei migliori film sugli stupri, arriviamo in centro e ci facciamo consigliare qualche bel posto.
Purtroppo il primo locale che ci viene consigliato, si scopre essere un bordello!
Usciamo annoverando mille scuse alle “gentil-donzelle” che ci avevano assegnato e ci infiliamo in un taxi che ci porta in una “discoteca senza prostitute”, cosa rara in questa città portuale.
La discoteca è parecchio fuori Vladivostock, le macchine parcheggiate fuori ci fanno subito capire che, anche se è il posto più “in” della città, è anche il posto con più mafiosi della regione: enormi fuoristrada neri con vetri neri, Mercedes neri con vetri neri.
All’entrata ci blindano: un gruppo di vigilantes, con manganelli, manette, metal detector, si impone e critica le mie Nike, che non possono entrare nel locale.
Discuto con il capo sicurezza per un bel pezzo, anche perché ritornare da lì sarebbe stato un bel viaggetto, dopo di chè esce il direttore, che mosso da compassione, e per evitare i soliti italiani rompipalle, decide di farci entrare, anche perché almeno riempiva e soprattutto riqualificava il locale.
Lo squallore “Khitsc” era notevole: pista tonda con sfondo di luci di Manhattan, tavolini con omaccioni silenziosi che osservavano poche ragazze che ballavano sole.
Qui se ci proviamo con qualcuna ci fanno fuori: l’impressione era questa!
Boh, ci facciamo una birra e poi balliamo un po’, con prudenza.
Parte un lento, Radio si butta con una ragazza del tavolo vicino, io, “scazzato” rimango al tavolo, anche se, tempo 3 minuti, dal fondo della sala, si alza una splendida ragazza che viene verso di me. Andrà sicuramente al bar, posto proprio dietro di me, penso! Invece viene da me e mi invita a ballare il lento! Boh, altri posti !!
All’uscita del locale ci imbattiamo in una rissa, poi saliti su un taxi facciamo ritorno in centro. Sono le 7 del mattino, ma non è ancora sufficientemente chiaro per fare le foto.
Andiamo in un centro telefoni e proviamo a chiamare a casa; dopo vari tentativi ci riesco: qui il sole sta sorgendo, in Italia era appena tramontato (9 ore di fuso).
Facciamo un giro per il porto, anche nelle zone dove non si potrebbe; la mitica flotta navale del Pacifico la vediamo ridotta a un paio di barcarole malconce.
Il cambio della guardia sul sottomarino da museo della seconda mondiale, è l’unico evento degno di nota; vaghiamo ancora per le stradine in collina, fino ad arrivare alla spiaggia che si affaccia sul Mar del Giappone: l’acqua è torbida e solo pochi fanno il bagno. Il poco di spiaggia è sporco e triste: manca di vitalità.
Costeggiando la spiaggia, dove un gruppo di audaci faceva uno stage di Full-contact, arriviamo a una specie di centro balneare dimesso; da qui per ritornare in città dobbiamo prendere una scalinata in ferro alta 40 m, ovviamente tutta sgangherata, che si inerpicava su per la scogliera.
La visita a Vladivostock procede tranquilla, con la sola eccezione che siamo stati assaliti da un Rottvailer che però è stato fermato in tempo dal padrone.
Visitiamo la stazione dei 100 anni della Transiberiana, e poi contrattiamo il prezzo con il taxi per l’accompagnamento in aeroporto.
Salutiamo i mari dell’estremo oriente, con quella nostalgia di chi non tornerà più, e di chi sa che, raggiunto l’obbiettivo, la vacanza è praticamente finita.
Ora la parte più difficile: il ritorno in aereo Vladivostock – Mosca con la famigerata compagnia “Aeroflot”, incubo di ogni viaggiatore, per il numero elevato di incidenti dovuti ai mezzi (vedi Tupolev o altri ) ampiamente obsoleti e manchi di manutenzione.
Il viaggio fino all’aeroporto è lungo e c’è pure coda, tant’è che temo, nonostante l’anticipo, di non farcela.
L’aeroporto è un grosso baraccone, il ceck-in una saletta malmessa, e la sala partenze peggio.
Il viaggio, nonostante le previsioni, è stato meglio del previsto, eccezion fatta per la vecchietta che ha gentilmente “bleahhhhh” vicino a me e che è rimasta semi-morente nell’indifferenza di tutti i presenti. Con sprezzo e disgusto le hostess, le hanno pure imposto il riordino della sgradevole situazione creata, nonostante il pallore della vecchietta indicasse che era quasi giunta la sua ora.
Dopo oltre 9 ore di volo arriviamo a Mosca, anche se praticamente è come se non fossimo partiti perché abbiamo recuperato 7 fusi, quindi a Mosca è ancora il primo pomeriggio.
Scopriamo che ci hanno aperto gli zaini e si sono fregati il mio sapone liquido antibatterico comprato a Irkutsck, alcune cassette di musica e il rasoio di Radio.
Va bè, pace.
Torniamo all’hotel Rossia con la prosopopea di chi ritorna nella propria città e sa come muoversi e cosa fare, con la gogliardia del conquistadores che fa ritorno a casa con i trofei di guerra, beh, con la soddisfazione di chi è tornato, anche se casa vera è ancora molto lontana, il fatto di tornare in un posto conosciuto e più vicino, sicuramente rende più sicuri.
Ormai Mosca era già ampiamente conquistata.
Alle 15.30 avevamo appuntamento davanti a S.Basilio con Gigi e Beppe, ma, chiedendo alla reception, li abbiamo ribeccati in albergo.
Siamo di nuovo in Europa!!
L’ultimo giorno a Mosca è dedicato alle spese sulla vecchia Aarbat, e ad altre cose tralasciate: nuova Arbaat, vecchia, ultimo saluto alla piazza Rossa e poi notte fino ad esaurimento girovagando per tutti i locali del centro, anche se, essendo un giorno infrasettimanale, non c’era gran che’, sicchè si fa ritorno in hotel abbastanza presto (le cinque).
Finalmente mi concedo poche ore di sonno dall’arrivo a Vladivostock…………..sognando un bel piatto di spaghetti!!!!

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Sono tornato a fare la Transiberiana nel 2005 con deviazione in Mongolia e in Cina a Pechino (scelta consigliata)
Le città, e i posti visitati nel 2004 sono notevolmente migliorati rispetto al 2001.
Tags: russia, siberia, transiberiana, treno, avventura
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