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100 Ore - Cronaca Semiseria di un Viaggio

Scritto da Ennio Cherubini
  • Diario di viaggio
Il viaggio prosegue. La meta è San Pietroburgo. Il percorso scelto ci farà esplorare le nuove piccole nazioni destinate a far parte della grande Europa. Lo spirito è lo stesso di “Quattro in Punto”. Una macchina, quattro amici curiosi, un mondo da scoprire. Quanti chilometri dovranno ancora percorrere?
Questa volta le ore trascorse in viaggio sono state cento.
Con questo abbiamo spiegato anche il titolo.

Buon viaggio


100 ore
Cronaca semiseria di un viaggio

DIARIO DUEMILAETRE


Mentre c’infiliamo dritti nella comoda D1 che ci porterà a BRNO e in seguito verso CRACOVIA, parliamo già con nostalgia della bella PRAGA, lontana ormai, alle nostre spalle.
Ci siamo arrivati ieri sera, al tramonto, dopo una bella passeggiata di 900 km, dall’Italia, attraversando l’Austria, la Germania, ed entrando nella Rep. Ceca. La partenza è stata stranamente puntuale, alle sei e trenta circa con le solite difficoltà a far entrare tutti i bagagli nel baule del nostro mezzo di trasporto, la mia “nuova” Fiat Multipla. Tutto liscio fino all’Austria dove, con nostro stupore, ci indicano di acquistare un bollino per poter utilizzare il tratto autostradale sul loro territorio. La cosa si ripeterà anche alla frontiera con la Rep. Ceca, che superiamo senza nessuna difficoltà. La forma “particolare” dell’auto comincia a destare un po’ di curiosità, e la cosa ci diverte. Scorrendo velocemente i chilometri che ci separano dalla nostra prima tappa, notiamo i cambiamenti continui della natura ai lati della strada, prima piatta e arida fino a diventare verde e rigogliosa, vivacizzata da colline coltivate e piccoli allevamenti d’animali allevati a cielo aperto. Il cielo coperto, ma non minaccioso, ci fa prevedere un imminente acquazzone, che non arriverà mai. Alcuni brontolii sospetti c’indicano che l’ora del pranzo è passata da un po’, e il nostro istinto animale ci porta a fiutare subito la preda più vicina. Da un ponte che supera una strada sottostante, notiamo alla sinistra una costruzione rustica con un parcheggio pieno d’automobili. Dai modelli e colori retrodatati dei mezzi e dalla forma a cascinale, pensiamo subito ad una specie d’agriturismo locale con cucina tipica, prosperose cameriere con lunghe trecce bionde che portano boccali di birra schiumanti e coscioni di manzo alla brace. Lasciamo subito la retta via per raggiungere “l’eden”, il luogo perfetto, il paradiso in terra. Solo arrivati di fronte al fabbricato ci accorgiamo che non si tratta di un luogo sacro della cucina, ma di un inferno delle macchine, meglio conosciuto come sfasciacarrozze o deposito d’automobili così vecchie da non poter essere utilizzate neanche dai locali “cechi”. La disposizione organizzata e il gran tetto di legno della costruzione avevano alimentato le nostre illusioni. La caccia continua verso un grazioso paesello su una collina dove, arrivati in cima, troviamo un locale perfetto alle nostre esigenze. Qui abbiamo il primo contatto con la lingua, per meglio dire con la scrittura incomprensibile del menù, che solo l’intervento di un ragazzo bilingue ci salverà dalla fame eterna. Dopo una mezzora ripartiamo per la nostra meta con i primi sonnellini di Simo. Ormai a poche decine di chilometri dalla capitale Thomas, nella veste di navigatore, ma intento nella conoscenza del territorio ceco su una delle tante guide, propone una nuova uscita dalla strada principale, verso Karlstegn. Qui dovrebbe sorgere, arroccato su una sporgenza rocciosa, il più famoso castello della nazione. La truppa accetta la deviazione e subito c’immergiamo nel verde delle colline, utilizzando una strada secondaria sinuosa e gradevole, che ci accompagna fino al paesello che supponiamo prenda il nome dal castello. Le brutte notizie, soprattutto per Thomas, arrivano quando scopriamo che dovremo raggiungerlo a piedi, parcheggiando vicino ad una lunga salita. Cominciamo l’arrampicata tra piccoli negozi e bar di tutti i tipi. Dal basso il castello ci appare maestoso e imponente, illuminato dal sole del tardo pomeriggio e tagliato dalle ombre delle colline circostanti. Affaticati raggiungiamo il portone d’ingresso che risulterà inesorabilmente chiuso. Dall’esterno ci godiamo l’edificio e il panorama circostante e ripartiamo non dopo aver bevuto un birrone con crocchette di patate (o di pane?). L’entrata a Praga è al suono di nuvole di De André e la città si mostra subito nella sua bellezza, incornicia da nuvole rosa colorate dal tramonto. Una lunga ricerca di un luogo adatto per la notte, ci porta ormai sfiniti in una pensione nei pressi del centro con parcheggio interno. L’aspetto dei proprietari, ricorda uno di quei film dove gli inquilini del motel, nella notte, sono sezionati a colpi di motosega dallo psicolabile di turno. La permanenza si rivelerà ottima e senza spargimenti di sangue, con un rapporto qualità prezzo buonissimo. Un’ora prima della mezzanotte ci ritroveremo seduti in un bel ristorante di fronte alla torre dell’orologio, ad abbuffarci tra piatti di carne e verdura. Dopo un giro nella Praga by night, non possiamo far altro che crollare sui nostri rispettivi giacigli.
La mattina arriva veloce e la città è illuminata da uno stupendo sole con un cielo azzurro da cartolina, punteggiato da nuvolette bianche. In un paio d’ore visitiamo il centro, le piazze principali, il magnifico ponte di Carlo IV (o V?), ma ogni vicolo, angolo, tetto, ci chiama per avere la nostra attenzione. Il tempo è finito e Thomas, destinato alla guida per oggi, ci richiama continuamente.
Mentre finisco di scrivere, abbiamo superato BRNO. Devo lasciare le vesti di scrittore per indossare quelle del miglior navigatore esistente dopo Colombo (o no?).



La Polonia, verde e poco coltivata, con piccole case dai tetti spioventi, strade rattoppate e distributori GPL ovunque. La nostra non è l’unica FIAT in circolazione, molte 126 ci affiancano nel lungo tragitto fino a Cracovia. Arriviamo con la solita luce del tramonto, senza avere nessuna mappa della città, iniziamo a seguire fedelmente il cartello Centrum, fino ad arrivarci ed iniziare la ricerca dell’Hotel, che possa ospitarci per due notti. La scelta è ampia e varia, da graziosi hotel in pieno centro, fino a costruzioni moderne situate oltre un maestoso ponte nella prima periferia della città. Ci sistemiamo in un IBIS e ne usciamo verso le ore 22.00. Arriviamo velocemente nel centro storico della vecchia città e la grandissima piazza ci lascia senza parole. Decine di locali affollati la incorniciano e chiese e palazzi la arricchiscono con particolari architettonici ricercati. Scopriamo che i ristoranti fuori della piazza rispettano l’orario di chiusura delle 11.00 e subito capiamo che la scelta si riduce ai pochi rimasti. Dopo una buona cena e un giro, ci facciamo riportare all’albergo da un taxi. Una buona dormita ci preparerà al prossimo giorno.


L’ora della sveglia arriva inesorabile e in poco tempo siamo in macchina per svolgere il programma della giornata: visita ai campi di concentramento di Auschwitz, a circa sessanta chilometri da Cracrovia. Un errore di valutazione ci fa percorrere una strada secondaria facendoci ritardare l’arrivo di un’ora e mezza. Dopo aver parcheggiato, c’incamminiamo verso l’entrata, dove acquistiamo per pochi “sloti” una piccola guida in italiano. Il flusso di gente non è da stadio, ma regolare e ben distribuito e si dirige verso l’entrata del campo, il cancello di ferro con la famosa scritta “il lavoro rendere liberi”. Grandi edifici a due piani, costruiti con mattoni a vista, sono disposti ordinatamente e creano viali che s’intersecano perpendi-colarmente. Decidiamo di seguire un percorso consigliato e scopriamo che ogni costruzione è stata adibita a museo. Le testimonianze cominciano a presentarsi in modo crudo. Il susseguirsi d’immagini e oggetti ci trascinano a bordo di una macchina del tempo che inizia il suo percorso all’indietro, in un passato non troppo remoto dove sono accaduti fatti difficili da attribuire a degli uomini, ma che sono ben visibili e catalogati. Interi corridoi con centinaia di fotografie che ritraggono visi d’uomini e donne scavati dalla fame e dalla paura, migliaia d’occhi puntati dritti verso un obiettivo che non dava nessuna risposta al loro destino. Montagne di valigie con scritto il nome dei rispettivi proprietari, sicuri di poterle recuperare insieme a tutti gli oggetti di una vita buttati dentro frettolosamente, che invece ritroviamo ammucchiati in altre stanze. Un’intera parete contiene montagne di capelli, alcuni acconciati a treccia, che scopriamo appartenere alle donne del lager e che erano destinati all’industria tessile tedesca. Il viaggio all’indietro continua e ad ogni tappa un pesante bagaglio è caricato sulle spalle della nostra coscienza fino a piegarla e costrigerci a sentire il bisogno d’aria fresca nei polmoni ed il calore del sole sulla pelle. Proseguiamo verso la fine del campo, dove un gran camino indica anche la fine degli abitanti involontari di questo villaggio del terrore. Con la macchina raggiungiamo a pochi chilometri di distanza il campo di Birkenao. Un lungo binario ci affianca e ci accompagna fino all’entrata della grande palazzina. All’interno di quest’area immensa circondata da alti muri di filo spinato e torrette di sorveglianza, sono allineate le baracche di legno o mattoni che già la nostra immaginazione disegnò davanti ai nostri occhi. Il calore del primo pomeriggio e la stanchezza decideranno per noi la fine di questo viaggio e l’inizio del rientro verso la città. Una fermata di ristoro in uno di quei posti dove gli abitanti del paesello fanno il pranzo della domenica, ci mette a dura prova. La scelta di alcune veloci pietanze per calmare la fame, appare difficilissima davanti ad un menù scritto unicamente nella lingua locale e solo la fortuna ci permetterà di mangiare alcune patate bollite, delle verza rosse e una minestra con una piccola pasta. Rientrati a Cracovia, dopo una doccia ristoratrice, ci ritroviamo in strada per una visita più approfondita delle bellezze della città, mentre il sole la colora d’arancio e la gente scende nelle vie per viverla nel momento migliore. Accostiamo la riva del fiume fino al castello e viriamo a sinistra verso il parco del centro dove un’esposizione di pannelli mostra in fotografie le meraviglie di un mondo troppo grande perché si possa conoscere tutto in una vita. Un giro nella bella piazza già affollata e ci rifugiamo in un ristorante dove proveremo l’arte culinaria polacca nella sua migliore forma. Come cenerentole mutanti, rientriamo a casa alla mezzanotte per il meritato riposo, in previsione della dura giornata in macchina di domani, verso la Lituania.



Finte auto della polizia disposte ai lati della strada. E’ l’unica cosa degna di essere segnalata in una giornata passata nel nostro guscio metallico impegnati a raggiungere la prossima tappa. L’obiettivo era raggiungere Kaunas, in Lituania, con la luce naturale, quindi divieto assoluto di fermate se non per bisogni fisiologici o rifornimenti vari. La giornata scorre piatta fino all’avvicinarsi della frontiera polacca-lituana dove la natura ai nostri lati si risveglia e attira la nostra attenzione con colline multicolori punteggiate da animali in bianco e nero liberi al pascolo. Qui, le cicogne, costruiscono i loro nidi, veri esempi d’architettura naturale, all’estremità dei pali dell’elettricità. Al primo rumore sospetto, i grandi volatili bianchi si rifugiano nel loro giaciglio di rami incrociati. I primi cartelli indicanti l’approssimarsi della dogana appaiono dopo le otto di sera. Scopriremo ben presto che tutto il tempo guadagnato lo perderemo qui in questa linea visibile solo nelle mappe. Militari strafottenti, controlli lenti e troppo rigidi per una nazione che vuole entrare in Europa. L’umore crolla alla vista di Kaunas, fredda, geometrica, desolata, mal illuminata.
Non sappiamo se è la vera faccia della città o se è l’ora tarda del lunedì sera a creare quest’atmosfera macabra. La scelta dell’hotel, un vecchio e glorioso palazzo con urgente bisogno di restauro, alimenta l’idea negativa verso tutto quello che ci circonda. Al mattino la situazione cambia e la città si prende la rivincita. Una zona pedonale vastissima con diversi piccoli cantieri, negozi e locali che si susseguono parallelamente ad una zona verde centrale. Belle ragazze ( belle ) sgambettano velocemente verso il rispettivo luogo di lavoro insieme con altre decine di persone che lentamente contribuiscono a risvegliare le vie e la piazza sorvegliata da un’imponente chiesa cattolica. Dopo la colazione partiamo verso la Lettonia, che raggiungiamo non dopo aver atteso quaranta minuti alla dogana. L’ennesimo cambio di scenografia è seguito da una trasformazione netta dei caratteri somatici degli abitanti, dove l’occhio azzurro, la pelle chiara e i capelli biondissimi sono ovunque. Una bella strada larga si srotola infilandosi tra le foreste verdi. Scopriamo subito che in questa nazione i limiti di velocità non sono teorici. Immediatamente veniamo fermati dalla polizia che, con una pistola laser, c’indica il numero a tre cifre raggiunto dalla nostra lancetta del contachilometri. Dopo una breve ramanzina, contrattiamo un “regalo”pari a dieci euro. Per l’intero attraversamento incontreremo decine di macchine della polizia e il ritmo del viaggio si abbasserà notevolmente. La frontiera con l’Estonia sarà un gioco da ragazzi e avremo subito l’impressione di entrare in una nazione più sviluppata, molto “nordica”. Pieghiamo subito verso un bel paesello turistico sul mare con la prospettiva di godercelo per tutto il tardo pomeriggio e la sera: Parnu, un piccolo golfo nella zona delle isole estoni. Ci rendiamo subito conto di averlo sottovalutato e dopo quasi due ore abbiamo la conferma che non c’è un letto libero in tutta la zona. Una bella cena in un locale tipico e una passeggiata sulla bellissima spiaggia di sabbia bianca ci consola, anche se saremo disturbati dall’arrivo di uno sciame di zanzare assetate di sangue. Fuggendo dal paesello saturo di turisti biondi e abbronzati, notiamo, immerso in un bel parco ad una decina di chilometri, un locale che offre anche la possibilità di pernottamento. Il gestore, finlandese vissuto a Ticino e vivente in loco, perfetto conoscitore della lingua italiana, ci accoglie con simpatia e passeremo una notte di riposo abbastanza tranquilla. Al mattino una colazione pantagruelica ci aspetta su enormi tavoli di legno e daremo da lavorare alle nostre mascelle. La partenza verso Tallin, capitale dell’Estonia, sarà caratterizzata da un veloce cambio della situazione atmosferica in peggio. In questa capitale si deciderà il nostro destino per proseguire il viaggio verso la Russia e la bella San Pietroburgo.



Tallin ci dà il benvenuto con un forte temporale che non ci vieta di andare alla ricerca di un tourist information e in seguito di una travel agency per sbrigare la documentazione necessaria per il passaggio in Russia. Ci sarà promesso il visto per il giorno dopo alle tredici e di conseguenza iniziamo a cercare la sistemazione per la notte. Con qualche informazione dell’agenzia turistica ed il nostro speciale istinto troviamo, a pochi chilometri ad est, un bell’albergo con sauna, piscina ed altri servizi ad un prezzo sicuramente conveniente. La truppa si sistema e noi uomini pensiamo di inaugurare subito la piccola piscina coperta, non senza alcuni inconvenienti. Inizialmente l’acqua è ghiacciata e avremo qualche difficoltà ad immergerci. In seguito Thomas è investito da un getto potentissimo partito improvvisamente da una bocchetta posta ad un lato dell’estremità. All’uscita, alcune zanzare strategicamente nascoste fino a questo momento, penseranno bene di lasciarci dei simpatici saluti a forma di bitorzoli. Quando riprendiamo la strada per ritornare nel centro storico della città, il sole avrà già preso il posto dei cumuli nuvolosi, mentre una leggera brezza rinfresca l’aria. Dopo aver fatto amicizia con la macchinetta del parchimetro iniziamo il viaggio alla scoperta di questa bella capitale sul mare. I segni architettonici medioevali sono ovunque e dalla bellissima piazza partono vie e vicoli con stupende abitazioni dal tetto a punta, molte appena restaurate. Grandi mura fortificate con torri dal tetto rosso ci spiegano che la città era un centro molto importante del nord Europa. Scegliamo per la cena un locale che offre i cibi e l’ambientazione del primo millennio posto all’interno di uno stupendo palazzo. Rifocillati e un po’ appesantiti da pietanze molto saporite con contorni di peperoni rossi, continuiamo il viaggio nella storia di Tallin. Trascinandoci per una strada a ciottoli che porta su una piccola collina arriviamo ad una grande cattedrale in stile moscovita. Da qui, grazie a due punti panoramici, abbiamo la possibilità di vedere questa meravigliosa città dall’alto dei suoi tetti. La stanchezza ci coglie prima della mezzanotte quando il cielo, per effetto delle notti bianche, a raggiunto il crepuscolo.



La sauna prevista per il primo mattino viene, come facilmente prevedibile, sostituita da un’abbondante colazione. Dopo un breve giro per negozi ed il ritiro del visto iniziamo gli ultimi duecento chilometri che ci dividono dal confine del territorio russo. Thomas prevede l’arrivo in frontiera per le sedici ma alle quindici e cinquanta ad alcuni di chilometri da Narva, città che segna il confine estone-russo, succede il peggio. Un fastidioso rumore proveniente dalla zona posteriore dell’auto non è letto come indicatore di un problema ma è scambiato come normale contatto con l’asfalto dissestato. Inevitabile l’ESPLOSIONE! La ruota posteriore destra scoppia, una miriade di coriandoli di gomma bruciata si sparge per diversi metri e l’intenso odore della combustione della gomma si diffonde nell’aria. Ci fermiamo e subito pensiamo al rischio scampato, gli uomini espongono il triangolo estraggono gli attrezzi e in pochi minuti, con maestria, il ruotino d’emergenza è collocato al posto della ruota “sfrangiata”. Quattro frecce accese, velocità moderata, preoccupazione ( chi più chi meno ) e si riparte fino al centro della città alla ricerca di un gommista. Il centro abitato, costituito da enormi palazzoni popolari eredità di una rivoluzione industriale traumatica, ci ricorda le periferie dimenticate delle grandi città. Riusciamo a raggiungere un autoservice e c’informano che sarà molto difficile trovare una gomma con le stesse caratteristiche della nostra. Un giovane del posto, che parla solo la lingua locale, sale con noi ed iniziamo insieme la ricerca tra tutti i gommisti della città. Dopo circa due ore avremo risolto il problema e potremo dirigerci verso la frontiera. Alla prima sbarra ancora in territorio estone, ci viene chiesto un fatidico biglietto di color verde ( non la carta verde, non valida in zona russa ) e ci viene data una mappa della città con indicato dove poterlo ritirare. Scopriremo che è solo un metodo per non creare caos nella zona limitrofa alla frontiera. Dovremo aspettare per due ore prima di ritornare con il prezioso biglietto e poter entrare. Sostiamo per un po’ su un ponte tra i due territori divisi da un fiume, con due grandi rocche antiche, vecchi bastioni di sorveglianza, sulle rispettive sponde. Iniziamo i controlli con le solite richieste e in breve tempo saremo in Russia. Ormai l’ora è tarda ma decidiamo di proseguire verso San Pietroburgo seguendo la grande strada rattoppata che si snoda in mezzo ad una foresta nebbiosa. Nel viaggio incontreremo pochissime automobili ed un paio di bus sgangherati. Siamo felici di aver superato la frontiera senza problemi, ma rimane un po’ di timore tipico di chi non sa cosa si troverà davanti. Verso le due, ora locale, entreremo trionfanti nella grande ( grandissima ) città e subito ci rendiamo conto di quanto potrà darci. Cominciamo la ricerca per la scelta dell’albergo utilizzando mappe e guide con qualche difficoltà per i prezzi molto alti e poca disponibilità nell’offerta. Nel giro di un’ora ci ritroveremo ad avere due passeggere profondamente dormienti sui sedili posteriori e una città deserta a nostra disposizione, nel poco tempo in cui i suoi abitanti ne abbandonano le strade e le piazze. Avremo la fortuna di assistere allo spettacolo dei ponti alzati per permettere il passaggio alle navi, al sorgere del sole nel pieno della notte, allo spegnimento delle luci artificiali che illuminano strade, vicoli e palazzi per lasciare posto alla luce naturale e permettere ai colori di giocare con l’acqua del fiume Neva e trasformare questa città costruita sul suo delta in uno spettacolo naturale imperdibile. Dopo una breve colazione, cominciamo a sentire i primi segni di una notte passata in bianco e decidiamo di sostarci a sud per gli ultimi tentativi. Finalmente l’hotel Poccnr ( Russia ) ci ospiterà per almeno quattro notti e le nostre valigie potranno riposare insieme al loro contenuto. Dopo aver dormito per qualche ora ci ritroviamo nel tardo pomeriggio e decidiamo di recarci in centro. Per fare questo utilizziamo l’efficientissima metropolitana sanpietroburghese, che con le sue infinite scale mobili che si spingono fino a sessanta metri di profondità, ci porterà in zona. Risaliti in superficie passeggiamo sulle rive del gran fiume dove si riflettono i maestosi palazzi e le infinite statue. Assistiamo involontariamente ad un rito propiziatorio di due sposi novelli che, dopo averne bevuto il contenuto, lanciano i calici da champagne contro una grande sfera in pietra, che disperderà i cocci nelle profonde acque. Dal numero di pezzi di vetro disseminati nelle vicinanze e dalle decine di bottiglie d’Asti Cinzano impilate a lato capiamo che il rito si ripete da diverso tempo. Raggiunta la prospettiva Bolschoy, cerchiamo sulla mappa di capire l’esatta posizione di un ristorante denominato Ivanohe, consigliato da una delle nostre guide. Una signora di bella presenza, con un inglese sicuro e dai modi gentili, ci chiede se abbiamo bisogno d’aiuto. C’informerà che il suddetto locale non esiste più e ce ne consiglierà un altro, il Pubblica, accompagnandoci personalmente. Per cortesia e gratitudine la invitiamo a sedersi al nostro tavolo. Si alzerà dopo un paio d’ore, con noi, dopo aver mangiato piatti scelti e bevuto vino francese, tra tavoli ricoperti da lunghe tovaglie bianche, pareti e tende rosse, luci basse e musica lounge. Tra salmone e filetti il conto sarà una sberla e Helena si guarderà bene dal richiedere la sua parte d’obolo. Salutata all’ingresso del metrò, nascerà in noi il sospetto che la graziosa signora non sarà stata altro che la titolare del locale, oppure una furba russa in cerca di quattro sprovveduti turisti che le possono offrire la cena in uno dei migliori ristoranti della città. L’unico pezzo di scambio sarà una cartolina con scritto di suo pugno altri cinque locali degni della nostra attenzione. Come una sacra reliquia, il pezzo di carta sarà custodito e visionato ad ogni esigenza.



La giornata del sabato sarà dedicata alla visita del gigantesco museo chiamato Ermitage, tra sculture e dipinti, stanze riccamente arredate e scaloni in marmo biforcuti. All’uscita, dopo circa tre ore, saremo distrutti con i piedi gonfi e le gambe di legno. Decidiamo di regalarci un giro turistico della città, trasportati da uno dei battelli che propongono questo servizio. Nell’attesa di imbarcarci una giovane ragazza, filiforme ed elegante, dalle movenze da modella attirerà la nostra attenzione per una sua particolare qualità fisica a tal punto da eleggerla Miss Capezzolo 2003. La bella russa è accompagnata da tre persone dall’aspetto meno entusiasmante, che si riveleranno italiani. Il più anziano cercherà il contatto con noi poco dopo, mentre navighiamo spiegandoci alcune curiosità della città da lui ben conosciuta per motivi di lavoro, mentre il figlio trentenne continuerà a guardare in alto verso i tetti dei palazzi ed il terzo a guardare in basso nel tentativo di intrufolarsi tra le pieghe della canottiera indossata dalla giovane. Per la cena, lavati e stirati, sceglieremo il Mouses, simpatico ristorante con pareti tipo emmenthal con simpatici topi che si affacciano dai muri, molto Disney ma dal servizio e dalla cucina impeccabili. Finiremo la sera in un bar per la classica Vodka.



Il giorno seguente, continuiamo imperterriti il programma culturale e ci rechiamo alla fortezza Pietro e Paolo, primo insediamento della città, costruito trecento anni fa su un isolotto al centro del fiume come bastione di controllo al passaggio delle navi. Al centro sorge la cattedrale dove sono sepolti i Romanov, discendenti dello zar, con Pietro il grande. Le mura sono sempre state utilizzate come prigioni ed anno ospitato anche Dostoiesky. All’interno di uno dei vari art shop troviamo un libro scritto in russo ma ben illustrato, che parla dell’architetto bresciano Quarenghi, creatore insieme al Rossi di vari palazzi e opere della città, al servizio di Caterina seconda. Ci spostiamo in metrò e scendiamo a metà della prospettiva Nevsky, gran viale dai larghi marciapiedi, lungo più di quattro chilometri intervallati da stupendi palazzi, ponti e negozi d’ogni genere. Circa ad un terzo di un canale, sorge una bella cattedrale dalle forme tipicamente moscovite, che non mancheremo di visitare. Proprio dietro troveremo un simpatico mercatino a cielo aperto, dove acquisteremo i primi souvenir. La sera, dopo aver cercato invano uno dei nostri preziosi ristoranti presi dalla bibbia culinaria scolpita sul nostro cartoncino a forma rettangolare, ripieghiamo verso un elegante locale con all’entrata una particolare statua di bronzo. Sarà una fregatura che pagheremo con un conto rovente.




Il lunedì, ultimo giorno che vivremo interamente a San Pietroburgo, è dedicato al cazzeggio e allo shopping. Scopriremo una magnifica libreria distribuita sui tre piani di un palazzo dalle forme tipicamente liberty. Nelle vicinanze, negozi d’alimentari offrono vodka in bottiglia di marche diverse, caviale e pesce secco affumicato. Negozi d’abbigliamento globalizzati si alternano con altri di musica e software, tutto rigorosamente masterizzato e piratato, venduti alla luce del sole da commessi competenti. Notiamo come il telefono cellulare è anche qui l’oggetto del desiderio collettivo da come sono affollati i nuovi servizi commerciali che li espongono. In strada sfilano le bellezze locali, alte, magre e rigorosamente dagli occhi azzurri, che non mancano di affrontare direttamente lo sguardo allupato del turista che tenta di passare inosservato. Carichi di borse e ricordi, ritorniamo all’hotel sudici e sudati, pronti per la lucidatura serale. Per festeggiare l’ultima sera e salutare degnamente questa bella città, ritorneremo a cenare al mitico Publica.



Le solite operazioni di routine apriranno la giornata; lasceremo l’hotel a metà mattina. Invece che da ovest, direzione d’entrata in Russia dall’Estonia, percorriamo una grande strada verso sud, con l’intenzione di entrare direttamente in Lettonia un errore di lettura delle mappe stradali ci porterà ad una serie d’imprevisti inaspettati. Ci ritroveremo ad una frontiera minore, dove non è permesso il passaggio di mezzi e persone della comunità europea, senza soldo e con un goccio di benzina, dopo aver percorso trenta chilometri di strada non asfaltata. La fortuna ci aiuterà in extremis facendoci arrivare all’unico distributore della zona, venti minuti prima della chiusura. I titolari ci presteranno un paio di litri per raggiungere la vicina banca e ritornare per fare il pieno. Nell’attesa avremo il tempo di vedere con attenzione il paese in cui ci troviamo, disperso tra i boschi del sud di questa zona della Russia. Dallo stato delle abitazioni e da quello dei suoi abitanti capiamo la povertà e la mancanza dei servizi fondamentali per una vita dignitosa. Per poter recuperare il tempo perso saremo costretti a tagliare per una scorciatoia d’altri trenta chilometri sterrati. Arriveremo in frontiera reduci da un rally di quasi sessanta chilometri, con la macchina ricoperta di polvere e insetti. Il passaggio sarà lento e perderemo altre due ore, non dopo essere stati controllati accuratamente. Subito affronteremo la dogana del territorio Lettone, non meno facile e dopo alcune ore quella Lituana. Esausti, quando ormai il cielo è oscurato e migliaia di stelle hanno preso il loro posto, decidiamo di fermarci per una cena leggera. Un piccolo baracchino ci cucinerà spiedini con cipolle che si riveleranno poco digeribili. La stanchezza ci porterà in un bel motel alle porte di Kaunas.



Dopo una bella colazione a base di torta di formaggio, uova al tegamino con pancetta peperoni e cipolle, partiamo verso la Polonia. La frontiera non ci darà problemi e proseguiremo senza interruzioni per la maggior parte della giornata. Nelle vicinanze di Wroclow, a centocinquanta chilometri dal confine ceco, deviamo per un piccolo paese dove sosteremo in un locale segnalatoci da un indigeno incontrato al bancomat. In questa zona la lingua inglese è merce rara, ma ci salva l’unico menù tradotto. La temperatura si è abbassata notevolmente, sia per l’arrivo della sera, sia per l’avvicinarsi di una perturbazione minacciosa. Consumiamo la solita cena dietetica aprendo con una zuppa di cipolle con crostini e, a seguire, bistecca di porco al burro, ricoperta dello stesso vegetale e, contornata da patate lesse. Mentre sorseggiamo un caffé lungo e tiriamo un sigaro italiano una coppia d’amici, inizia una partita a carambola. È l’occasione per ripassare le regole di questo passatempo serale del tempo passato. Il solito motel alla “psyco” ci ospiterà per la notte.



Carichiamo i bagagli per percorrere gli ultimi chilometri che ci separano da Praga, dove ricominceremo a fare i turisti per almeno due giorni. Alla vista di un gran centro commerciale, ancora in terra Polacca, decidiamo di sostare per poter spendere gli ultimi soldi nazionali. Ne usciamo con un paio di magliette, alcune bibite, cioccolata e, da segnalare un sacco di dixi giganti lunghi circa otto centimetri, che assaggeremo in macchina appena ripartiti. La dogana scorrerà veloce e ci ritroveremo nella repubblica Ceca attenti a non perdere di vista il cartello indicante E 67-Praha. La fortuna ci assiste e troviamo un albergo con due magnifiche mansarde con vista sui tetti della città. Anche la macchina avrà il suo meritato riposo in un sicuro garage sotterraneo. Dopo un paio d’ore ci ritroviamo per il consueto giro serale abbinato alla ricerca del ristorante dove consumare la meritata cena. La scelta cade su l’Universal, un bel locale stile anni cinquanta con delle simpatiche cameriere, a due passi dalla famosa birreria dell’orologio. Non mancherà un simpatico diversivo per ravvivare la serata, infatti, due ladruncoli sprovveduti, mischiati ai normali clienti seduti a consumare gli ottimi piatti, tentano di tastare all’interno della borsa appesa alla sedia. Un errore di coordinate farà infilare la mano del mariuolo nella tasca al fianco dei pantaloni di Thomas, attirando subito l’attenzione di tutti. Nel tempo necessario per renderci conto di cosa stava accadendo, i nostri “amici” erano già scomparsi fuggendo frettolosamente dal locale. Termineremo la serata fantasticando sui vari modi eroici in cui avremmo potuto sventare l’eventuale rapina.


Questa nuova giornata, dedicata al turismo Culturale con la C maiuscola, sarà una delle più dure che i posteri potranno ricordare. Concentrare in poche ore la visita di una città come Praga, percorrendola quasi esclusivamente a piedi, per poter godere ogni particolare sarà un giusto calvario per le nostre gambe, abituate a quasi due giorni di forzata inattività. Partiamo dal ricco quartiere ebraico, con i suoi magnifici palazzi e negozi di moda, per poter visitare il famoso cimitero con migliaia di lapidi ammucchiate così vicine da sembrare vogliano sorreggersi a vicenda. Proseguiamo la visita all’interno di una magnifica sinagoga spagnola, fortemente ispirate dall’influenza mussulmana. Un paio di chilometri in rapida salita ci porterà alla cattedrale sulla collina dove sorge il palazzo residenza del presidente ceco. L’interno maestoso, le stupende cromie delle vetrate, la temperatura fresca e asciutta ci accompagneranno nella visita di questo stupendo esempio d’architettura gotica. Nella discesa verso il centro città avremo la possibilità di scorgere panorami mozzafiato sui suoi tetti, ponti e piazze. Approfittando di un numeroso gruppo di turisti, presi nell’inseguimento della guida dall’alto pennacchio, c’infileremo a scrocco nella sopravvalutata “via dell’oro”, un tempo forse residenza degli alchimisti, ora sede di piccoli negozi d’artigianato. Passeggiando in un parco sulle rive della Moldava, avremo la possibilità di notare i pochi segni ancora presenti della piena che ha sommerso questa parte della città. I segni della stanchezza saranno presenti per tutta la sera, anche durante la cena in un bel locale moderno, l’H2O, anche questo a pochi metri dalla birreria dell’orologio.



Come da tradizione l’ultimo giorno è libero e decidiamo di ritrovarci alle quattordici sotto la torre dell’orologio astronomico. Utilizziamo questo tempo per acquistare gli ultimi souvenir, compreso un simpatico manufatto in argilla rappresentante il Golem. Questo personaggio è il protagonista di una leggenda ebraica molto famosa da queste parti, ben raccontata ed illustrata in un libro comprato da Thomas il giorno prima. Decidiamo di regalare il goffo personaggio ai nostri compagni di viaggio come ricordo delle belle vacanze passate insieme. Purtroppo una mossa maldestra farà cadere la borsa che lo contiene e spazzare in tre cocci il rarissimo pezzo. Immaginandoci sventure apocalittiche, affogheremo i dispiaceri sui tavolini esterni di un’ottima pizzeria con forno a legna. Sconvolti ma non rassegnati, torneremo ad acquistare gli ultimi due esemplari più una piccola riproduzione, insieme ad una potente colla per unire i pezzi del malaugurato infranto. Da segnalare nella mattinata, grazie al racconto della compagna presente al fatto, lo strappo in pubblico della maglietta indossata da Thomas, vittima di un attacco di nervi provocato dal collo troppo stretto. L’ultima sera a Praga la passeremo in un ottimo ristorante messicano, “la cantina “, non lontano dal ponte di Carlo v e vicino al Royal Casinò, dove giocheremo alcune decine d’euro con risultati ben diversi.



Eccoci all’ultimo giorno, da trascorrere tutto in movimento per attraversare l’Europa verso l’amato paesello. Spendiamo le ore a ripercorrere il viaggio, le città incontrate, approfittando della memoria ancora ben stimolata dai momenti vissuti. Il senso di soddisfazione aleggia nell’abitacolo e nasce già la voglia di rivedere le immagini di questo lungo viaggio. Questo diario ci aiuterà a ricordare, quando la routine e il tempo stenderanno sottili veli, uno sopra l’altro, uniformando le forme e cancellando quasi cento ore di viaggio passate insieme, attraversando quindici frontiere in diciotto giorni. Resterà qualcosa in ognuno di noi, qualcosa che metteremo nel nostro cassetto segreto, insieme alle cose belle che ci piacerà raccontare.


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