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Mezquita, Falmenco Y Jamón. Pochi Giorni tra Cordoba e Sevilla

Scritto da eloisa ressiga vacchini
  • il piacere della tapa
  • attorno alla Mezquita
  • 1013 colonne
  • un 'samwis' mixto, che sarà?
“Escondida en su concha
vive la perla
y al fondo de los mares
bajan por ella…
No olvides nunca
que lo que mucho vale
mucho se busca”

(nascosta nella sua conchiglia vive la perla e fino sul fondo del mare alcuni si tuffano a cercarla… non dimenticare mai che ciò che vale molto lo si cerca per molto tempo).
È il testo di un flamenco e parla di mare, di gioie, di cose preziose, di ricerca, di luce, di fatica. L’Andalusia è flamenco, anche se a primo acchito parrebbe una banalità, parrebbe riduttivo. E invece la parola flamenco, ora che l’ho sfiorata, per me significa ottomani, gitani, spagnoli, calore, sudore, fatica, mondi sconosciuti, luci, fiori, patii, chitarre, bar, caldo. Molto caldo.

Mentre passeggio per le viuzze di Cordoba, immersa nel bianco della calce e dell’acciottolato, penso al caldo che fa. Siamo a giugno, a casa mia piove.
Le case di Cordoba sono piene di suoni: gente che canta, canarini a cui scoppia il petto e che saltellando continuano a cantare in piccole gabbie posate sui davanzali ornate di azulejos, piastrelle colorate che qui decorano tutto. Poi c’è il suono dell’acqua, miraggio nel caldo, che zampilla nelle fontane onnipresenti in ogni patio andaluso che si rispetti; attorno alle fontane par di sentire respirare le piante.
Le bungawilee sono enormi, spuntano dai muri all’improvviso con quel loro colore viola vivido e si tuffano dentro a vie e patii giocando con il bianco delle pareti, quasi a schernirlo della sua banalità.
Quanta musica.
C’e una radio; un canarino risponde, una chitarra fa eco ad entrambi. E poi, solo il rumore di una Fontana ed il silenzio della via laterale che decido di imboccare.
A Cordoba non ti perdi. È semplice: le vie accaldate sono quelle che tagliano il centro da sud a nord, dal fiume e dalla Mezquita su fino ai giardini Colòn. Non c’è traccia di ombra da sud a nord. Le vie ombreggiate sono quelle che portano da est a ovest, dalle mura cittadine alla Plaza della Corredera. Naturalmente camminando conviene risalire da sud a nord come un serpente, strisciando nell’ombra delle calles che percorrono i quartieri vecchi da est a ovest, sfuggendo al picchiare del sole impietoso delle vie dirette.
In fondo, le vie dirette non sono mai state le mie favorite. Preferisco arrivare piano piano alle cose, passando da vie laterali.
Sono ore che passeggio tra le vie, calando piano verso sud, avvicinandomi al fiume. Mi fermo spesso con la scusa di mangiare un boccone (sono partita da casa alle due di mattina e ora sono le 12, la fame non è un’opinione), provarmi una maglietta, chiacchierare con un negoziante o un barista della qualità del jamón o ancora bermi una birra. Ma il centro cittadino e il suo quartiere ebraico non sono molto grandi. So che presto arriverò al fiume, presto la vedrò apparire con le sue mura decorate, gialle, mostruose e possenti come muscoli di dinosauro. La Mezquita è là dietro.
Da anni la sogno, la accarezzo con il pensiero. Mi hanno raccontato di 1013 colonne visigote che giocano a trasformarsi in tronchi d’albero e che archi gialli e rossi creano un effetto di luci e forme ipnotiche. Voglio gustarmi l’approccio, mi voglio nascondere, annusare l’aria, sentire la sua presenza prima di vederla.
L’aumentare delle baracchine di venditori di scarpe da flamenco a pois, ventagli, monili, borse in cuoio mi fa capire che mi ci sto pericolosamente avvicinando. Cadrò tra le sue fauci all’improvviso. Mi preparo… sbircio dietro l’angolo…

Eccola. La mezquita.
L’entrata principale mi attende, mi invita. Resisto. L’entrata principale mi attende, mi invita. Resisto. Le vie dirette non sono sempre le migliori. Non oggi.
Penso a mio padre. A lui piaceva tanto l’idea di archi e ritmi di luci ed ombre che regolano questo capolavoro di architettura. Una delle ultime volte che mi ha raccontato della Mezquita è stato leggendomi un testo che aveva scritto sotto ad un sole greco, mentre le palme ed il vento gli scuotevano le idee nella testa. Ora quel testo è qui con me. Il mio babbo invece se l’è portato via il vento. Gli piacevano le camicie di lino leggere e le maglie a righe come i marinai; i sandali ed i pantaloni larghi che si divertiva a tirare su fin sopra la pancia per farci ridere quando eravamo piccole.

Prendo la via laterale che scende sulla destra delle mura. Le porte sono color dell’oro, piene di borchie regolari che fanno ballare la luce dorata su tutta la porta. Poi mano a mano che la strada scende, lo zoccolo si alza, e con un gioco di scale ballerine impone la potenza di un’orizzontale contro il cielo. Pare che all’entrata dell’Alhambra a Granada ci sia una scritta che dica: “Nessun altro conquistatore all’infuori di Dio”. Mi sembra una frase appropriata anche per la Mezquita. Eppure un conquistatore ci ha provato: la cattedrale barocca spunta da sopra il muro di cinta come una torta di crema in un campo di fiori in un giorno caldissimo.

Fa sempre più caldo. Mi arrendo, ma solo in parte: entro nel cortile, il patio degli aranci. Non credere Mezquita, non cederò oggi ai tuoi veli. Non così in fretta.
Sono sorpresa dal delicato gioco di geometrie, di livelli che si alzano ed abbassano con un ritmo vitale: quello dell’acqua e del sistema d’irrigazione del gran numero di aranci che spuntano dall’acciottolato. Il sistema di canali, quasi fossero le vene di un corpo umano, si snoda regolarmente da un arancio all’altro, portando la vita.
Il patio non è regolato da un unico asse di simmetria. Questo fatto lo rende un patio verticale per eccellenza. È diviso in tre parti. Il tre, l’uno, il cielo. L’armonia.

Un matrimonio. Le signore, civettuole quanto basta e truccate troppo corrono sui tacchi con eleganza mentre i tacchi litigano con passione tra i ciottoli subdoli e lisci dall’usura di mille scarpe fedeli. Le risa si fondono con le spiegazioni di una guida francese. Gli aranci sono da addebitare alla regina, e non al califfo ottomano. Lui amava le palme, ma ne aveva piantate solo tre.
Ci deve essere un motivo del perché le moschee non hanno mai riempito i loro patii scintillanti. Sarà per dare importanza alla fontana per le abluzioni al centro? Sarà per ricordare che siamo osservati e che non ci sono luoghi dove nascondersi alla propria coscienza in un luogo sacro? O sarà come diceva papà: “È là, nella corte della moschea, che possiamo contemplare la bellezza del cielo, preparando gli occhi alla luce tenue dell’interno” ? E chissà. La prossima volta che incontro un arabo glielo chiedo.

“È magia, un gioco tra l’occhio che crede vedere e il cervello che crede capire. (…) Questo inno al cielo si arricchisce di un virtuosismo che fa pensare a Bach, all’arte della fuga”. Leggo le parole di papà appoggiata a una colonna e mi gusto la magia. Sopra di me le 800 colonne rimaste intatte mi parlano di lui ma anche di Bach, e infine delle differenze di visione del mondo tra i cattolici e gli islamici. Mi parlano delle luci e delle ombre costruite da intelligenze grandi e fortunate. Mi accuccio per terra, per gustarmi il contatto con il suolo e alzare la testa tra gli alberi di pietra gialli e rossi.
Un poliziotto dalla voce troppo acuta e troppo alta gracchia e mi invita, nemmeno troppo gentilmente, a sedermi su un banco. Avrei voluto fargli notare che sono stati i viziati come lui ad introdurre le sedie nelle chiese, ma ne faccio a meno e me ne vado su di uno scomodo legno barocco.
Torno a guardare il cielo. Sono sicura. La moschea originale doveva essere buia. Le lampade a soffitto illuminavano colonne ed archi ma non il soffitto. La luce era concentrata nei due luoghi di preghiera: gli unici luoghi dove il soffitto fosse in pietra decorata di stucchi. Il resto doveva essere formato da semplici tavolati in legno. Un soffitto nero e 1013 alberi che invitano a perdersi, a crescere in quella foresta di poesia e di bellezza. doveva per forza essere così.
“Tutte le religioni indicano una via, guarda meglio”, mi dice il mio “zio” Roberto attraverso un sms in risposta al mio messaggio che gli comunicava la mia sorpresa a osservare quanto l’islam invece di arricchirsi di assi di simmetria orizzontali come l’occidente, privilegiasse l’asse verticale, il contatto cielo-terra. Certo che la direzione orizzontale c’è, ma è molto più discreta, gli rispondo.
La differenza è stupefacente passando davanti alla cattedrale barocca, dentro la quale perdersi non è ammesso. Lo sguardo è accompagnato all’altare, e non è possibile camminare o guardare in maniera libera. Le due culture qui fanno scintille. Pare di assistere a un combattimento tra luci e concetti opposti. Uno costruisce, l’altro “corregge” , quindi distrugge. Il risultato è un ballo frenetico.
Come per magia, però, poesia del bosco di pietra coronato da doppi archi ballerini vince su tutto. Resiste. Con la fierezza dello sguardo di una tigre e con il cipiglio di due baffi che non ammettono repliche. La visita della Mezquita costa 7,50 euro. Io ho preferito visitarla la sera e rimanere fino all’ora di chiusura sperando in un minuto di silenzio che non c’è stato.
Mi accorgo ora che ci sono due modi di percorrere questi spazi come ci sono due modi di percorrere la città di Cordoba: le vie dirette e sicure per chi vuole la sicurezza e le vie magiche dove è lecito perdersi, quelle diagonali, nell’ombra, dove gli archi si rivelano per quello che sono: rami di pietra che sostengono il cielo.

Ma siccome nei viaggi non c’è solo la fame intellettuale, torno a vagare per la città alla ricerca di un luogo dove comperare del prosciutto.
Ma mica uno qualunque: sto cercando il jabugo, o il bellota, insomma il pata negra. Amo questi maiali nutriti a castagne o ghiande e coccolati perché diano alla luce cosce così buone da fare andare in visibilio ogni papilla del mio palato.
Una signora ha dei pacchi. Paiono sporte da mercato. È uscita da quella via.
Un’altra. Sorride sotto al peso delle sporte. Ricambio il “buenos dias” e attraverso la porta da dove lei è appena uscita… meraviglia. Sono piombata in un mercato coperto. Il mercato di pesce fresco, insaccati, formaggi, frutta, verdura, olive e pane della Plaza de la Corredera. Mi piace molto guardare i pesci. Da un Baccalà il mio sguardo scorre sul nome dei signori che hanno il banco vicino: “Hermanos Soriano”. Dietro la cornice di legno un gatto mi osserva: il signor Soriano. Di felino non ha solo il nome ed i baffi. A dire il vero i prosciutti paiono il suo regno. Vedo il simbolo delle tre ghiande (simbolo del pata negra) e un cartello che dice “se envasa en vacìo”. Sotto vuoto? È il mio uomo. D’altronde i felini non mi hanno mai tradito.
Chiacchierando con il signor Soriano, che indaga sulla mia provenienza e il mio strano accento, lo osservo. Ha impugnato con maestria un coltello lungo e fine con cui accarezza la coscia di maiale grassa al punto giunto, rosso scura, ricavandone fette meravigliosamente perfette.
Una parte me la dovrà affettare a macchina, è arrivato all’osso. Mi va bene: due tagli, due sapori. Sorride mentre mette via l’osso. Se io fossi il gatto che è lui, scommetto che stasera quell’osso di jamón me lo spolperei con calma soriana.
Indovinando la mia golosità (peraltro non molto nascosta) si illumina e mi schizza una piantina della città. Il suo amico Don Manolo gestisce una taverna poco lontano. Però dica che la mando io eh, cerchi Don Manolo! Lo saluto e lo ringrazio. Che bell’incontro.
La taverna è molto bella. Si chiama Salinas. Don Manolo mi serve un piatto che credo ricorderò per molto tempo: arance a dadi cosparse di baccalà crudo affumicato o marinato, cipolle crude a fettine e olio d’oliva. Un sogno.

Il treno passa tra gli aranceti che riempiono la campagna tra Córboba e Seviglia, i campi di patate pieni di lavoratori piegati in due impegnati nella raccolta, camion con tele svolazzanti, girasoli, castelli e fortezze che spuntano da colline imbiancate da casette ardenti. Un giorno prenderò un’auto in affitto e percorrerò l’Andalusia con calma.
Il tassista mi lascia all’imbocco di una stradina pedonale affollata. La percorro felice, ammirando le decine di negozietti e la gente che passeggia trascinando i piedi sull’asfalto.
Piccola porta cigolante. Entro e il padrone mi accoglie con affetto in un patio chiuso e molto alto baciandomi sulla guancia. La mia stanza è piccolissima e l’edificio decadente. Sposto la tenda accanto al letto e guardo giù in Calle Eloy. Il tempo di rinfrescarmi e sono per strada.

La cattedrale di Siviglia non vale molto in fatto di qualità architettonica e il suo biglietto di entrata è straordinariamente caro per quello che offre: 7,50 euro per vedere una brutta portantina che si suppone contenga i resti di Colombo e del figlio e per salire sulla torre. Deludente.
Per le strade fotografo e sorrido a famiglie in ghingheri che portano in trionfo infanti agghindati di bianco per un battesimo, ammiro le tende appese sulle gronde dei palazzi più alti a coprire le vie pedonali regalando ombra e una sensazione di coccola, mangio un qualche dolcetto e mi fermo spesso in un bar o su una panchina di un parco per leggere un qualche capitolo del mio libro che parla di danza, flamenco, amori e tragedie quotidiane.

Siviglia mi ha accolto con sospetto. A momenti si apre, a momenti mi rifiuta. Le città sono capricciose, non avete mai avuto questa impressione? Io sì.
“A volte sì sono scontrose, o semplicemente han voglia di far la pipì”, Paolo Conte, uomo saggio. Bisogna lasciarsi ammansire, seguire i loro capricci e allora se gli va si lasciano scoprire, ricambiano uno sguardo. Mentre i negozi chiusi di mezzogiorno mi guardano con ostilità da dietro alle saracinesche chiuse ed io mi sento via via più sola, ecco una piazza, un palco fiorito in attesa della festività del Corpus Domini di domani ed una marea di gente che ride, beve, mangia e chiacchiera pigiando i corpi sudati in due bar dal soffitto molto basso reso ancora più basso dalla solita cortina di prosciutti appesi. Mi butto felice in quell’ammasso di odori e rumori ed ordino birra gelata con un paio di tapas. Vari cartelli raccontano la via crucis del locale che è pure il più antico bar della città. Poi riparto e le strade vuote a volte sembrano rianimarsi ma poi si richiudono su se stesse.

Nel mio unico giorno a Siviglia ho avuto a che fare con una città che mi teneva il broncio, quasi fosse offesa che avessi dedicato due intere giornate a Cordoba e una sola a lei, la gitana madre della Carmen di Bizet.
Carattere difficile.
Le ho promesso di tornare. Alla fine mi ha inzuppato con un temporale violento. Soddisfatta nel vedermi fracida finalmente si è calmata, ha chiuso le ostilità, ha lasciato uscire la luna e mi ha permesso di assistere ad uno spettacolo di flamenco illuminato dalla luce bianca della falce.

Trovo il locale che mi hanno consigliato per assistere ad un flamenco. Il flamenco mi attira ; la sua idea ha su di me l’effetto che ha il pifferaio di Hamelin sui bambini che si porta via.
Cartina alla mano vado alla ricerca della Casa de la Memoria e scopro un quartiere dalle vie strette come budelli, ricche di ristorantini pieni di vita, un museo sul flamenco e un bagno turco. Prenoto e compero un biglietto. Poi mi rilasso su di un sofà del bar del bagno turco con un the alla menta e ringrazio la pace ritrovata di una città sorridente in attesa di una danza magica.

Il mio viaggio ha avuto inizio con un libro e, terminato il libro, si è concluso con un ballo e un canto.
La ballerina a uno sguardo intenso ed un’eleganza selvaggia, rabbiosa. I musicisti sudano, concentrati su ritmi frenetici di tacchi e voci mentre sui muri tremolano i riflessi di candele immerse in vasi di acqua e fiori. La luna fa capolino tra le tende appese sulla gronda di questo patio cubico di case andaluse e lanterne arabe.
La danza e la musica riassumevano perfettamente le sensazioni e le emozioni di questi giorni: gli echi di battiti di mani, il tacatacatacata dei tacchi, le corde di una chitarra, il sudore e la fatica nella ricerca di un ritmo, di una architettura, della voce di mio padre, di una poesia, del duende.



Come, dove, quanto
In aereo da Begamo a Siviglia, poi intreno fino a Córdoba e ritorno. Infine, poco più di cento euro per dormire tre notti.
Trasporti:
Il volo Ryanair da Bergamo Orio al Serio a Siviglia è costato 115 euro. Dall’aeroporto si raggiunge in bus la stazione di Santa Justa (2 euro, 10 minuti). Il treno ad alta velocità completa il tragitto Siviglia-Cordoba in 45 minuti (biglietto 13,85 euro). Un po’ più lento l’espresso Cordoba-Siviglia: 1 ore e mezza (7,85 euro).

Alloggio: A Cordoba ho dormito nell’Hostal Luis de Gongola, Horno de la Trinidad 7: 30 euro la singola con bagno privato. Pulito, tranquillo, centrale, ragazze giovani e gentilissime alla reception. Un buon indirizzo. Mi è parso molto carino da fuori pure L’Hostal Andalusì, in pieno quartiere ebraico.

A Siviglia la mia base è stato l’Hostal Zahira, Calle San Eloy 43: 42 euro la singola con bagno. Pulito, tranquillo, un po’ trascurato. Non un cattivo indirizzo. Centralissimo.

Naturalmente in Spagna, regina è la tapa. Ho incontrato diversi posticini e taverne, ecco i nomi di quelle che mi son piaciute di più.

CORDOBA
Taverna Salinas, Tundidores 3 (piccola stradine vicino alla Plaza de la Corredera)
La strafamosa Casa Pepe de la juderia, Calle Romero 1, molto vicino alla Mezquita. Camerieri calorosi e festanti. Melanzane fritte con melassa sono la specialità. Curiosa esperienza ma fritto un po’ pesante. Ottime le croquetas.

Mi è parsa bella anche la Taverna Góngora, San Zoila, dietro Plaza Capuchinas e San Miguel. Purtroppo quando ci sono passata davanti ero più che sazia, ma l’interno era uno di quelli giusti ed era zeppo di gente del luogo. Sempre un ottimo segno.

SIVIGLIA
Taverna Sevillana El Patio, Calle San Eloy. Enorme scelta di ottime tapas e montagne di bocadillos (panini) accatastati gli uni sugli altri a formare colline di pane, prosciutto, tonno e una miriade di altre variazioni sul tema.

La Antigua bodeguita, Plaza del Salvador 6. Due budelli piccoli ed angusti in una casa medioevale che traboccano di prosciutti e camerieri indaffaratissimi che non smettono di correre. Qui si sta in piedi (se ci riesci visto che attorno alle due del pomeriggio tutta la città sembra riversarsi qui). Bellissimo ambiente.

Confiterìa La Campana, Calle Campano 1, all’angolo con Sierpes e Martin Villa. Bel locale tutto specchi e stucchi. Vale la visita ma i pasticcini… beh, non mi hanno entusiasmato.

Bello l’ambiente in Mesón del Moro, vicino alla Casa de la Memoria. Stradina stretta piena di bar a tapas e tavolini all’aperto. La sera dopo lo spettacolo di flamenco trovare un tavolo libero è dura. Non rinunciatevi.

Tra i trastullamenti: “teterías maroquínas”. Ce ne sono varie. A Cordoba e a Siviglia ci sono hammam (baños arabes) ancora perfettamente funzionanti. Non lo sapevo, ma avessi avuto il costume da bagno con me non mi sarei privata di una immersione termale con massaggio di aromaterapia nelle ore più calde della giornata. Sono locali bellissimi. A Cordoba c’è un bagno molto bello vicino alla Mezquita ed uno in Calle Carlos Rubio; a Siviglia in Calle Aire, dove trovate anche una “tetería” per un buon the marocchino di “yerba buena”, una sorta di menta-melissa.

Tra le musiche di flamenco migliori sicuramente il Camarón de la Isla e La niña de los peines.
Il mio libro romanzo facile facile da panchina nel parco: W.Jason, Duende. Viaggio alla ricerca del flamenco, Editore Neri Pozza, 2003
Il testo sulla Mezquita è tratto da: L.Vacchini, Capolavori, Umberto Allemandi &C, Torino, 2007

Flamenco
Ho scelto di rivolgermi alla Casa de la Memoria (Calle Ximenez Inciso 28). Un bel patio Andaluso e tre musicisti. Flamenco tradizionale senza fronzoli e nacchere, bella acustica, bel posto, bella esperienza. Ho trovato per un colpo di fortuna un posto allo spettacolo delle 22 e 30. Cercate di prenotare il giorno prima se potete, e premunitevi di arrivare davanti alla porta presto, verso le 22-22 e 15, o vi troverete in fondo alla fila. Il che significa entrare tardi e doversi accontentare delle sedie nelle ultime file. Non ci sta molta gente nel patio, ma non potere guardare i piedi della ballerina è un peccato (costo dello spettacolo 13 euro).
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