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A Barcelona No Lleuve Nunca!

Scritto da Annalisa Ferrari
  • Fagiolini in Boqueria
  • Sagrada familia
  • Parc Guell
  • Casa Battlò
La barista è stata categorica. A Barcellona non piove mai. Nunca!
Certo che mica avevamo bisogno di una barista della Rambla per saperlo. C’eravamo informate prima e siamo partite tranquille, anche a essere in febbraio, anche con quel venticello gelido di sabato mattina a Milano. Solo Mitì, malfidente, si era portata un ombrellino. Io e l’altra ci siamo portate una giacchetta leggera e magliette a maniche corte. Si sa mai.

Siamo scese che c’era un’aria micidiale, ma, si sa, eravamo fuori città, le piste aeree son senza protezione, era ancora presto, tirati su bene la sciarpa e sali che andiamo in centro. In centro era Piazza Catalunya, un bel freddo anche lì, ma per fortuna l’albergo era vicino, in una viuzza laterale, circondato da farmacia, bar naturista, caffé, souvenirs, e sexy shop. Insomma, tutto il necessario.
Depositiamo i bagagli, e incontriamo il nostro primo hidalgo, Felix. Che sia un hidalgo è chiaro, perché si vede benissimo che fa il portiere d’albergo solo per raccattare il necessario a raddrizzare lo sguardo, chiudere il vuoto tra le palette dei denti e farsi magari un trapiantino di capelli, mentre per l’altezza, be’, quella non c’è e amen. Comunque. Felix parla un pochito italiano, ci spiega dove andare e dove girare, noi abbiamo quattro foglietti di appunti e l’intenzione di sfruttare ogni minuto. Così, usciamo sulla Rambla.
La Rambla, e lo spiego per chi, come me allora, non sa cosa sia, è una strada a tre corsie. Di qua e di là le auto, in mezzo corsia gigante per i pedoni. La raggiungete se evitate le auto, ovviamente. Vai vai, e arrivate al mare. La Rambla (anzi, le Rambla, perché ce n’è di diverse, con diversi nomi) è il cuore vibrante e vivo della metropoli.
Magari ci voleva un cardiologo, sabato. Perché tra freddo, ariaccia, grigio, nuvole e qualche goccia, non è che vibrasse molto, quel giorno. Perciò siamo andate a veder vibrare il mare. Ma anche lì. Insomma. Due giovanotti solitari seduti sconsolati a guardare le onde grigiastre del fu paese do sol, gabbiani che strillavano come bambini sgozzati, e noi che ci siam messe a cercare un ristorante per la sera. Anzi, il ristorante. Quello di Hemingway, Fleming, e Einstein. Quello di Pelè, Montserrat Caballé e il principe delle Asturie. L’abbiamo trovato. Sotto i portici del Passeig Isabel II. Con un tizio baffuto e in carne fuori, a sbarrarci il passo con la pancia e a dirci che se andavamo la sera, presto, senza prenotazione, trovavamo posto di sicuro. Così, visto che le mie due compagne di viaggio si son rassicurate (lo stomaco sarebbe stato riempito), abbiamo superato un materasso gettato in un angolo dei portici, due trolley abbandonati in un altro, e abbiamo cominciato a fare le turiste.

Consultando gli sparsi foglietti a quadretti del block notes di Robi, siamo arrivati a Santa Maria del Mar. Che si chiama anche Mare de Deu de la Mer. Che probabilmente si chiama anche in qualche altro modo, ma per ora accontentatevi. Anche perché è bellissima. Grigia, nel grigio della mattina, senza tanti fronzoli, con mendicante in sneakers e bicchierino del gelato, e un prete lontano che celebra messa in un catalano così vicino al dialetto da essere comprensibile.
Fuori, su un lato, in uno dei frequenti contrasti di Barcellona, c’è un incredibile, modernissimo arco che vi passa sopra la testa e quasi tocca il muro laterale della chiesa. Se vi mettete a naso in su, siccome il cielo rimane grigio, potete vedere ardere una fiamma. Ricorda i morti che hanno difeso la libertà e la costituzione della Catalogna nell’assedio di Barcellona del 1714. Se tenete conto che l’assedio era quello di Filippo V, re di Spagna, che la lingua catalana era stata messa fuori legge, e che il re aveva fatto costruire un forte per controllare i sudditi infedeli, cominciate a capire che non siete davvero in Spagna, ma in un paese parallelo.
Dove ci perdiamo. Clamorosamente. Con due cartine in tre, con gli appunti, e con gli occhi puntati ai nomi delle strade, ci perdiamo. Insomma, volevamo andare di là e siamo andate di qua. Quando cominciamo a vedere facce strane, di sicuro non spagnole, quando sbattiamo contro un gruppo compatto di giovanottoni vestiti in modo trasandato e traballanti, quando ci troviamo in uno spiazzo di terra battuta rossa dove alcuni ragazzotti in mutandoni stanno giocando a calcio, e altri ragazzotti in giubbotti spelacchiati osservano di sguincio queste tre belle signore italiane che non sanno da che parte girarsi, ecco, allora ci viene il sospetto di aver superato quel limite tra la città turistica e il quartiere tenetevi-ben-strette-le-borse.
Perciò facciamo dietro front, cercando di fare le indifferenti, e decidiamo che la nostra prossima meta sarà il Palau de la musica Catalana. Tanto per ribadire che qui si è nello stato entro lo stato.
Siccome le visite sono solo guidate, a orari fissi, ci accodiamo a un gruppo. Siccome qui si dà per scontato che parli spagnolo, o catalano, o inglese, o ti arrangi, ci arrangiamo e seguiamo il gruppo catalano. Errore. Era meglio il castigliano. Castigliano uguale spagnolo. Catalano uguale misto di spagnolo e veneto stretto. Vi lascio immaginare. L’unica che ha capito era Robi, che è veneta.
Comunque.
Ci portano nella sala dei concerti che sembra piccola e tiene più di mille persone; che ha decorazioni, stucchi, il carro delle valchirie da un lato del soffitto, Beethoven e colonne classiche dall’altro, vetri decorati, colonnine trasparenti e una acustica perfetta; che ha soffitti e luci a forma di palme e fiori e colonne colorate fuori e vetri trasparenti a proteggere il dentro e il fuori dalle vibrazioni e dal rumore; che ha colonne colorate, chiare, primaverili, per farvi sentire dentro la natura e non dentro un palazzo; che ha poltroncine di legno biondo e velluto rosso dove ascoltate la musica di un organo che vi abbraccia da ogni parte.
Niente foto, non si può, anche se a me ne scappano due o tre prima di saperlo. Ma uscite convinti che, tanto, tutta questa strana bellezza non ve la dimenticherete di certo.

La sera, decidiamo di fidarci di Felix, l’unico che pare comprendere e parlare l’italiano e che ci dà retta. Felix è il portiere che ci ha accolto all’arrivo, e che è ancora qui. Dice di andare a mangiare sulla Rambla, in un posticino che sa lui, dove manda i clienti e tutti sono contenti. Bene. Ci facciamo spiegare. È sulla sinistra, al primo piano, sopra un Burghy: ci guarda, scuote la testa, rabbrividisce. Lo guardiamo, scuotiamo la testa, rabbrividiamo. Mica siamo tipi da Burghy, noi.
Così, dopo un po’ ci troviamo in un tavolino high tech, a consultare un costosissimo menu e a sorbire con eleganza qualche goccia della costosissima acqua minerale che ci è stata messa a disposizione. Costa come la Vichy, sa di Idrolitica. Comunque. Loro mangiano la paella, io qualcosa di verdura. Finito il piatto, decidiamo di lasciare sola l’allegra compagnia di tedescotti che ci sta di fianco, e quella di inglesi che ci sta di fronte, salutiamo la camerierina cinquantenne che indossa maglione di lana grezza a collo alto e paltò grigio lungo alle caviglie, superiamo la coppietta in maglietta a mezze maniche e infradito, ci chiudiamo i giubbotti imbottiti e scendiamo nella Rambla grigia e immusonita come il cielo. Una foto, giusto per dimostrare che ci siamo tuffate nella vita notturna di Barcellona, e andiamo a godere il tepore della nostra camera, dove un calorifero antidiluviano ma efficientissimo ha reso i nostri dodici metri quadrati caldi e soffocanti come una piccola sauna casalinga.
La mattina, dopo un’abbondantissima colazione e numerose tazze di caffè nero, le mie due compagne di viaggio caffè-dipendenti si fermano a un caffè e ne chiedono (altri) due. La barista, gentilissima, ci redarguisce perché non parliamo spagnolo (impara un poquito de español!, dos palabras de español!), ci serve e ribadisce: a Barcellona non piove nunca!
Siccome fidarsi è bene ma le gocce che cominciano a cadere sono molto molto reali, decidiamo per un percorso tutto al coperto: la Sagrada Familia e le case di Gaudì.
Andiamo a prendere il bus turistico, e aspettiamo mezz’oretta dietro a una fila di ottanta persone. Abbiamo un biglietto unico, in tre, per due giorni: il nostro Felix ci ha procurato pure quello. Vero che dopo la fregatura del ristorante dovremmo stare in guardia, ma intanto siamo lì, piazza Catalunya, due gocce, nuvole grigie, una spera di sole, un bus che parte pieno, tre gocce, eccetera.
Quando finalmente arriviamo anche noi al predellino del bus, Robi presenta il biglietto e si sente dire di no. In inglese. Ora, la nostra conoscenza dell’inglese è quella che è; l’unica che se la cava è Mitì, che sta dietro. Robi, che sta davanti e si sente dire “no company” al nostro biglietto triplo, esplode. Per tutta la piazza sentono il suo parere sugli spagnoli che organizzano i bus turistici, e ascoltano gli strilli sui portieri che fanno i biglietti dei bus turistici e sugli autisti che fanno no, no col ditino e rifiutano la ‘company’ di tre persone sul loro stramaledetto bus turistico.
Comunque.
Ci ritiriamo in buon ordine, accompagnate dalle maledizioni di Robi (Ecchecavolo! Siamo solo in tre! Che cavolo di compagnia siamo! Abbiamo pagato il biglietto!! Eh! Ma allora ditelo!!), che insegue bus e fortunati viaggiatori, ci allontaniamo di poco e solo allora Mitì spiega che l’autista ci aveva detto “Another company! Another company!”, intendendo che il nostro biglietto non andava bene per il suo bus verde, ma per un’altra ‘compagnia’, di bus arancioni. Che ferma venti metri più su. Che ha un bus fermo da almeno mezz’ora. Vuoto, senza fila. Sul quale saliamo, zitte zitte, per dirigerci finalmente alla Sagrada Familia.

Sulla Sagrada Familia non ho molto da dire.
Immaginatevi un bambino un po’ matto che ha a disposizione montagne di creta molle e duttile, e decide di costruire un castello come quelli che si fanno sulla spiaggia, con la sabbia bagnata che scivola tra i palmi delle mani chiuse e cola a formare guglie irregolari piene di rientranze e sporgenze e sempre più sottili.
Immaginatevi un uomo che decide di costruire in quel modo una chiesa con quattro facciate, e di raccontarci sopra la storia della religione e tutti i suoi pensieri rivolti al cielo, convinto di poterlo fare attraverso la natura, e i colori, e le foglie di un albero messo così in alto, sulla facciata, che nessuno lo vedrà mai e quindi perché affaticarsi tanto? Perché lo vedranno gli angeli, vi risponderebbe l’uomo-bambino un po’ matto, e andrebbe ad abitare nei cantieri della sua chiesa, per vedere che tutto vada come deve andare, anche se va a rilento, piano piano, e lui sa che non vedrà nulla di finito ma, dice, nessuna cattedrale è mai stata costruita da un architetto solo.
Immaginatevi un lavoro che dura da più di cent’anni, ed è solo a metà, e sta continuando, e dicono persino che prima o poi finirà. Un lavoro che per alcuni è talmente improbabile che ci hanno costruito tutto intorno, e se vorranno finirlo dovranno buttar giù palazzi e interi isolati. E intanto prosegue, piano piano, a otto euro alla volta, ché tanti sono i soldi che dovete pagare per entrare e che vanno tutti a finire lì, nel lavoro dell’architetto di Dio.

Di fianco alla Sagrada Famiglia c’è tutto un pullulare di bar e ristorantini per turisti. Noi ci siamo ficcati nel primo che ci ha offerto riparo. Barcellona-non-piove-mai aveva deciso di fare un’eccezione. C’è andata bene, comunque. A parte i prezzi non troppo a buon mercato; a parte il cestello di pane portato non richiesto e pagato più caro perché ci han portato il pane catalano, mica storie; a parte la crema catalana che sembrava il budino di mia zia Peppina; a parte la solita acqua al gusto di Idrolitina; ecco, a parte tutto, abbiam mangiato benino. Anche perché io mi sono lasciata tentare dagli unici due piatti di cui ho capito il contenuto: alici sott’olio e la famose “patatas bravas”, che già l’avevo capito che per esser “bravas” dovevano dimostrare un gran coraggio e lottare con tutte le loro forze per non essere mangiate. Ma io le ho mangiate. Tutte e quante, patate e alici e quelle due salsine (una rossa e una giallina) che le accompagnavano e che, giuro, non potevano essere evitate. Trattasi di salsine a effetto tracciante: nel senso che voi le mandate giù, insieme alle patate, e sentite distintamente il viaggio che fanno all’interno del vostro corpo. Ecco, ora son nell’esofago, che si infiamma, ora un po’ più giù, che brucia, sono alla bocca dello stomaco, che arde, e ora stan ballando la samba all’interno dello stomaco stesso, che chiede pietà e un innaffio di acqua, che anche se sa di Idrolitina chi se ne frega. Questo vi dice il vostro stomaco. Voi innaffiate e finite il piatto. Vi trattenete soltanto dal raccogliere con acconci pezzi di pane (catalano) ciò che rimane sul fondo, magari facendo un misto di rosso e giallino. Sì, vi trattenete, e abbandonate i rimasugli dell’incendio. Quando è troppo, è troppo.
Meno male che fuori piove come Dio comanda, così compensate il bruciore interno, potete risalire sul bus turistico, rintanarvi nel piano e decidere di scendere alla fermata numero cinque, Parc Guell, città giardino che sarà ideale percorrere sotto il diluvio (ma tanto saranno solo due gocce, a Barcellona non piove mai).

Così, abbiamo seguito bene bene le indicazioni: riprendere il bus turistico là dove ci aveva lasciati, e-sat-ta-men-te nello stesso punto. Ce l’abbiamo fatta. Ci siamo saliti. Meta: la fermata successiva alla Sagrada Familia, Parc Güell. L’autore è ancora il bambino matto della Familia. Perciò un po’ ce lo aspettavamo, il muro basso con pezzi di ceramica sulla sommità, i due padiglioni all’entrata, che non hanno una parete dritta nemmeno a pagarla, e nemmeno il tetto, ora che ci penso, e sono lì, con questi muri di pietre di un colore marrone chiaro, con tutte le loro cornici bianche che sembrano dipinte da un ragazzino, e le finestre scure, e alla fine sembra una casa con gli occhi che ti guarda, ti guarda…
Abbiamo passeggiato per il parco, ed è ritornato a piovere. Ci siamo rifugiate sotto il mercato coperto, dai soffitti decorati con soli e lune fatte di pietre, pietruzze, ceramiche spezzate e rimesse insieme, con le colonne che sembrano classiche, e poi ti accorgi che una è dritta ma quella dietro pencola da una parte, e spinte e controspinte, e allora, pioggia o no, vuoi vedere che cosa tengono su, quelle colonne, e sali le scale e arrivi in una piazza enorme, sabbiosa, fangosa, gocciolante. Tutto intorno, il muro che è muro ed è panca, e ondeggia, ed è colorato, ed è anche comodo, e in più raccoglie l’acqua piovana e la convoglia giù (perché Gaudì era un genio, lo sapeva che a Barcellona, qualche volta, piove, e bisogna approfittarne). Siamo scese che avevamo le giacche a vento da strizzare, perciò siamo entrate in uno dei padiglioni a far finta di comprare qualcosa. In realtà, volevamo comprare un ombrello. Niente da fare. Abbiamo dovuto scendere e farci qualche chilometro per tornare al bus, che ci è passato davanti a cinquecento metri dalla fermata. Abbiamo sventolato il biglietto con aria supplichevole e abbiamo fatto abbastanza pietà perché si fermasse e ci raccogliesse. Il bus era semivuoto. Dovendo scegliere tra il tetto (all’acqua) e la parte inferiore coperta, non abbiamo avuto dubbi e ci siamo rintanate in un angolo, cercando di non farci notare dalle altre due italiane sedute vicino, con i piedi appoggiati al sedile e al vetro.
Dal finestrino abbiamo visto: la gente in fila per entrare al Camp Nou, lo stadio; acqua; un pendio verde che era l’inizio del Montjuic, da ammirare dall’alto ma non ce l’abbiamo fatta a scendere; abbiamo rivisto il porto, e la statua di Colombo, tra le luci e le gocce, che ci indicava con aria autoritaria il ristorante dove avevamo deciso di mangiare la sera. Abbiamo votato: prima si va ad asciugarci un po’. Così, arrivate di nuovo in Piazza Catalunya, siamo corse in albergo, dove ci attendeva una sorpresa: invece di soffocarci dal caldo benedetto, stavolta il riscaldamento se lo erano dimenticato spento. Robi ha appeso il giubbotto allo schermo (al plasma) del televisore (spento), io mi sono messa ad asciugare il piumino con il phon del bagno, Mitì è scesa a chiedere di accendere il riscaldamento.
Una ola per Mitì, termosifone rovente dopo soli cinque minuti, asciugatura completata. Pronte per la cena. Meta: il ristorante “7 portes”, quello dove hanno mangiato Pelè, Ava Gardner, Bo Derek, Mary Pickford, eccetera eccetera.
Be’, sì, anche Himmler, ora non siate pignoli.

Ci siamo andate, alle “7 Portes”. Senza prenotazione. Ci siamo fidate del Ciccio baffuto. Anche se il giorno prima avevamo visto il locale pieno. Siamo entrate e ci siamo scontrate con il caposala. Piccolo, era piccolo, ma agguerrito. Niente italiano. Molto catalano. Capello rado, spinto indietro dal gel, abito nero, parlata velocissima, incomprensibile. Quando ha saputo che non avevamo prenotazione, ha cominciato a scuotere la testolina, a fare “tch, tch, tch”, a pensare “queste qui vengono nel mio ristorante senza prenotare, pellegrine…”. Quando gli abbiamo spiegato del Ciccio, e gli abbiamo chiesto di sederci ugualmente, ha tirato giù una filastrocca velocissima in cata-castigliano, della quale abbiamo capito soltanto che non era divino, lui, e che, quindi, i miracoli non li poteva fare, e che se faceva così con noi poi arrivavano le torme di turisti a invadere il suo ristorante, eccetera. Insomma, cinque minuti dopo eravamo sedute a un tavolo vicino all’entrata. Dato che il ristorante si chiama “Sette porte” e lì ce ne sono tre, non era una sistemazione ideale, ma ci siamo rincuorate quando la cameriera-sommelier ci ha portato liste e vini parlandoci in italiano. Così abbiamo scelto. Spinaci con uva passa e pinoli alla catalana per me che non avevo fame, due padellate di paella, calamari alla romana e grigliata di pesci della costa per le due buongustaie, sorbetto al limone per tutte, acqua, e anche vino ma ora non chiedete quale ché io sono astemia.
Calmata la prima fame di Mitì e Robi, siamo passate alle seconda e alla terza. Giuro: non ho mai visto nessuno mangiare così tanto.

Nel frattempo, abbiamo provato a chiedere dove si era seduto Einstein. Con la prima cameriera, ci è andata male, ha scosso la testa, ci ha fatto un bel sorriso e se ne è andata. Invece la seconda, peggio: ci ha guardato, ha lasciato cadere la mascella, ci ha riguardato, e ha borbottato “Anstin?”. Volevamo provare con Hemigway ma abbiamo rinunciato. Mi sono alzata a vedere chi si era seduto di fronte a noi, e sulla targhetta avvitata alle doghe di legno che coprono le pareti ho letto Pelè e Che Guevara. Sarei andata avanti a cercare, ma sembrava volessi annusare il piatto di ogni commensale presente, e mi sono riseduta.
Meno male che è passato di lì il Capo Gel, e abbiamo chiesto a lui. “Einstein?” scuote la testa, e poi manda la cameriera a prendere un elenco di alcune pagine: da un parte ci sono le targhette pronte, dall’altra, in rosso, quelle già avvitate. Scopriamo che Hemingway non è Hemingway ma la nipotina, che sono passati di lì Gabriel Garcia Marquez, Josephine Baker, Lauren Bacall, Marcello Mastroianni e così via fino a Yoko Ono. Ci dice il Capo che lui ha una foto con Pelè, e che se Einstein non c’è forse è perché non c’è ancora pronta la targhetta, perché le stanno rimettendo tutte a posto. Cioè, le stanno riavvitando tutte qui e là.
Fantastico, vai lì, ti siedi dove credi abbia posato il culo (con rispetto parlando) Federico Garcia Lorca, e invece lì c’era stato Himmler o Francesco Cossiga.
Totale, centosessantadue euro e rotti. Abbiamo lasciato la mancia.

Lunedì mattina c’era una spera di sole e uno sprazzo di cielo azzurro sopra il terrazzo.
E qui vi dico subito che non era una presa in giro o un’impressione, e che da allora in poi sole e caldo, e la finiamo qui con il bollettino meteorologico.
Finalmente vediamo la rambla popolata e popolosa, i banchetti di giornali, souvenir, magliette, gabbie, uccelli, fiori. Procediamo lente, un po’ distanziate, curiosiamo con lo sguardo, finché Sonia dice: è lì, ed entriamo.
“Lì” è la Boqeria, uno spazio grande con un gran cartello che spiega: Boqeria, Mercat, e poi si comincia a viaggiare nel caleidoscopio. Non sappiamo bene dove guardare: se le due signore piuttosto in carne che vendono carciofi a un euro e cinquanta e insalata scarola a un euro il chilo, oppure le noci che formano un tappeto compatto, da quadro astratto. Non sappiamo se fermarci alla tavolozza di frutta candita o davanti alla sfilata di cosciotti di paleta iberica che ci pendono davanti al naso. C’è un tizio che prende dei fagiolini, uno a uno, li riunisce, li pareggia e poi ci costruisce un tappetino. C’è qualcuno che fa la stessa cosa con le uova, i pomodorini, i confetti, i giuggioloni, i peperoni e, mammamia, le praline di cioccolato. Ci sono banchi di frutta accatastata con ordine e senso del ritmo e del colore, ci sono tuberi ordinati e strani frutti verdi. Ci sono testine di vitello, polli, almendra, datteri, noccioline, pistacchi, pebre negre, pebre rosa, pebre blanc, curcuma, curry london e un colorant alimentari da 8 euro al chilo, di un colore così arancione che speri sia lì solo per bellezza.

Al grido unanime di “non siamo un viaggio organizzato e facciamo quel cavolo che vogliamo”, decidiamo di rivedere Parc Güell sotto il sole.
Rifacciamo la strada fino al bus turistico, becchiamo stavolta, al primo colpo, quello giusto, e ci dividiamo: un po’ in alto, al sole e all’ariaccia, un po’ in basso, al chiuso e al coperto.
Che essendo in tre non era un gran dividersi, ma insomma, avete capito.
Io sto su: il collega di educazione tecnica mi ha detto di fotografare l’architettura anche moderna di Barcellona. Io, indecisa se abbia detto moderna o modernista, decido che melius est abundare e scatto a raffica. Scendiamo al volo alla fermata numero cinque, rifacciamo la strada del giorno precedente, e abbiamo davanti il Parco così come doveva averlo immaginato Gaudì. Sole, verde, saliscendi, esotismo, colori, pietre grezze, spazi, immaginazione, tradizione, innovazione, spettacolo, grotte, serpenti, soli e lune.
Vediamo finalmente la salamandra (o drago) che ieri gocciolava stremato acqua e oggi brilla di colori; risaliamo sulla piazza, dove la panca ondulata è oggi tutta occupata da turisti, venditori di grandi mollette ornate da vetri pesanti e colorati, e dove un solitario trombettista dalla pelle ramata sta suonando tranquillo.
Entriamo nella casa museo, dove Gaudì ha vissuto per circa vent’anni e che doveva essere il modello da mostrare ai futuri proprietari del centro residenziale. Fa un po’ effetto sapere che Gaudì dovette ipotecarla per problemi economici, e che poi passò di mano in mano, mentre il progetto di questa isolata città giardino venne abbandonato dopo la costruzione di due sole case (sulle 60 che avrebbero dovuto esserci).
Quando usciamo, è quasi naturale pensare che adesso è proprio ora di vedere le altre due case di Gaudì, e ci andiamo dopo pranzo, decidendo di visitare prima la Pedrera (casa Milà, ma davvero somiglia a una grande pietraia), e poi casa Battlò, che troveremo sulla strada del ritorno.

Sempre lui, sì, Gaudì.
Che ha trovato chi gli dava abbastanza soldi per costruire i suoi giochi. Sì, è più forte di me, non riesco a non pensare all’architetto signor Gaudì come a qualcuno che giocava col mondo, con le regole implacabili che hanno tutti i giochi, e con altre che lui ha scovato e rispettato, implacabilmente, fino alla morte.
Ma insomma, prima di morire, questo figlio di calderaio, diplomato alla scuola superiore di Architettura di Barcellona, è riuscito a trovare famiglie piene di soldi che volevano mettersi in mostra. Ecco, magari oggi uno si mette in mostra perché compra sette Porche o diciotto villoni in Sardegna o alle isole Mauritius. Ai tempi, uno si metteva in mostra perché ascoltava i deliri attenti e misurati e imprevedibili di un giovane architetto raccomandato da un conoscente. Me lo immagino, il riccone che vuole ben figurare, e quello che gli va vicino e gli sussurra nell’orecchio: “Dammi retta, conosco uno, si è laureato da poco, ma ha già lavorato, guarda, c’ha di quelle idee… Vuoi che parlino della tua casa? Fagliela fare a questo Gaudì, vedrai…”
Così, se ne escono fuori queste due abitazioni: la Pedrera e casa Batllò.
La Pedrera si chiama così perché, fin da lontano, assomiglia a un grande blocco di pietra porosa, scavato piano piano da qualcuno che ci ha ritagliato dentro finestre e balconi, pensando alle onde del mare. In realtà, ovviamente, è ben altro, ma sapere che sotto c’è una struttura in acciaio, che segue esattamente l’andamento del lotto di terreno dove è stata costruita, non tocca la sensazione di essere entrati dentro una forma della natura. E vi trovate a girare per un appartamento dove qualcuno ha pensato a tutto: a costruirvi un balcone che si affaccia sul corso più importante della città, e a ordinare finestre che non si aprono come pensereste voi (sbatti un vetro di qua e uno di là), ma che si alzano con un sistema di tiranti, cosicché, alla fine, davanti non avete più niente, niente vetri, niente intelaiatura, niente stipiti, solo cielo e città. E un corridoio che lascia entrare luce dappertutto, e stanze né troppo grandi, né troppo piccole, dove ci sta esattamente quello che vorreste e di cui avete bisogno, che sia una cucina ergonomica, o l’asse da stiro con la cesta per i panni, o la casa di bambola completa di cappelletta e prete inginocchiato a pregare.
Ti viene voglia di saperne di più, di questo signor Gaudì, e così viene spontaneo percorrere al contrario il Paseo de Gracia e di andare a casa Battlò. Sappiamo che siamo all’angolo della discordia, con tre case accostate, stili diversi avvicinati, a rubarsi il palcoscenico, senza che ci si mettesse d’accordo su cosa era meglio. Entriamo a casa Battlò, nonostante l’esorbitante prezzo del biglietto, e cominciamo a toccare il corrimano, le maniglie che sembrano fatte su misura per le nostre dita, e a gironzolare a naso in su per scoprire se ciò che esce dal soffitto sono gocce di pietra o seni di donna. E a cercare di capire perché il soffitto ha sfumature diverse, più chiare più scure, quasi fossimo sotto il mare e vedessimo cambiare il colore dell’acqua. Saliamo le scale condominiali, su e su dentro un cavedio che cambia di nuovo colore, perché Gaudì l’ha voluto tutto piastrellato, piastrelle chiare, quasi bianche, in fondo, per raccogliere più luce possibile, piastrelle azzurre e scure in alto, perché sopra di voi c’è il vetro e il cielo, piastrelle spezzate ad accarezzare gli angoli, perché tutto è morbido e rotondo, e finestre arrotondate, e legno a scaldare tutta quella luce. Quando arrivate alle soffitte, credete di aver finito, ma no. Perché anche lì Gaudì è andato a appoggiare il suo tocco: pareti che si fanno soffitti bianchi e curvi, uno dietro l’altro, che sembra di stare nel ventre di una balena, spazi per lavare, per asciugare, aperti per far girare l’aria e lasciar fuori ogni traccia di umidità o invecchiamento.
E tagli improvvisi nei soffitti, che nascondono luci.
Un buon modo di concludere questi pochi giorni.
Tags: Barcellona, Gaudì, Spagna, Sagrada Familia, Parc Guell
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