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Odissea di un'Idea

Scritto da Elena Visconti
  • Pellegrino di notte
  • Croce di ferro
  • Le mesetas
  • Pellegrinando
13 agosto
Sono le 2:00. Tra quattro ore passerà il taxi per portarci al treno. Siamo tutti qui, nell’appartamento di Milano di Cecco e Carlo. L’ho detestato, un tempo, questo alloggio: sapevo mi avrebbe allontanata da Carlo. In accordo con me stessa, decretai ci saremmo mollati proprio quando lui decise di venire a vivere qui col Cecco, dopo quattro anni che stavamo insieme… Certo, meglio col Cecco che con, che so io, Samantha, però… Ma ora che Carlo è di là a ronfare col Ceccolino e Samuele, questo è diventato il dormitorio dei pellegrini. Mancano l’Ilenia, ci raggiungerà domattina in stazione, e Matteo e Jacopo già in viaggio verso Saint Jean Pied de Port; passeranno da Nizza, loro due. Allora non ci siamo proprio tutti, qui. Ma Samuele se la sta russando davvero alla grande, di là, in camera da letto. Pertanto mi piace, adesso, quest’alloggio. Come mi era oltremodo piaciuto la sera in cui qui ci si radunò per la prima Giunta del Pellegrino. Nonostante i rinculi ematopoietici dei miei tentennamenti (parto o non parto? Lo faccio o non lo faccio, questo viaggio?) ho scelto di sì. Il meglio che ora mi posso aspettare è di evitare il peggio. Stasera ho deciso di dormire sul divano: era preventivabile non sarei riuscita a prendere sonno facilmente. Anzi, era decisamente prevedibile che non sarei proprio riuscita a chiudere occhio, la notte prima della partenza. La tensione è difatti alle stelle, nervosismo e fastidio ancora prima di salpare per Compostela: con Carlo (come volevasi dimostrare) ho immediatamente discusso; s’è risentito perché mi sono rifiutata di caricarmi dietro le tonnellate di bendaggi che lui, il dottorino responsabile dei medicamenti, ha comprato per noi tutti; ciò perché, non ritenendolo affidabile, me le ero già comprate da me, le fasciature. Chi fa da sé fa per tre! Invece lui ha rifornito eccome i rifornimenti, con quella quantità di rotoli ci si potrebbe avvolgere su tutti e sette tipo mummie! Ovviamente, Carlo s’è offeso e a me non resta che sperare mi basteranno le mie garze. Mi auguro insomma di non dover pagare per il contrappasso di troppa sfiducia. In seguito è stata la volta del Cecco: non trovando la sua collanina buddista (ognuno ha i feticci che si merita, «col cazzo che parto senza, è un bruttissimo segno!») ha cominciato a fare una gran parapiglia di tutta la casa. Sfinito, s’è per un istante accasciato sulla poltrona a gambe larghe, ma subito è schizzato in piedi come se i cuscini avessero preso fuoco e ha completamente disfatto lo zaino apprestato con dovizia di particolari (pure le boccette degli oli essenziali s’è voluto portare dietro, quel folle!) duplicando la gazzarra con imprecazioni in sanscrito (che credo equivalgano alle bestemmie pei pellegrini più ortodossi): nel giro di una manciata di minuti, nell’appartamento dei pellegrini pareva fossero passati i Lanzichenecchi! Cominciamo bene… In preda a quella nevrite, il Cecco ha lasciato tutti a bocca aperta: ho addirittura temuto per lui un’embolia! Cominciamo bene! Carlo ha vanamente tentato d’acquietarne i bollenti spiriti nient’altro conseguendo che l’effetto di rimpinguare l’ira funesta dell’incollerito che, ad un certo punto, ha pure principiato a prendere a zampate il sacco a pelo! Il tutto mentre io e Samuele sgranavamo gli occhi da seduti che si era sul divano: pareva d’essere al cinema. E ci veniva da ridere, un po’, per la sceneggiata partenopea. Che cinema! Ci si guardava in tralice coi sogghigni trattenuti come a volerci dire: cominciamo proprio bene! Mentre noi due ci si teneva d’occhio a colpi di sbirciate marginali, lo sfogo d’anime sovraccaricate continuava trovando sfiato negli estrosi comportamenti di chi in fin dei conti sapeva bene quello che stava per fare, ossia arrivare a piedi a Santiago de Compostela. Per parte mia, mi torcevo nello sforzo di mantenere in sospeso tutte le questioni non risolte con la pazienza sconsolata delle persone troppo nervose e il nervosismo ultrasonico delle persone poco pazienti. L’unico a non manifestare alcun indizio di trambusto né presagi d’agitazione (fatta eccezione per la lievissima increspatura nel ventaglietto di rughe all’angolo della tempia sinistra, ma poteva anche essere una strizzata d’occhio infinitesimale) è stato Samuele. Lui sì che comincia bene, con un come se non fosse che domani si sarà sulla via di un’avventura davvero singolare. Ritengo pertanto d’aver fatto la meglio cosa a dar preferenza all’opzione divano: sono così potuta uscire sul balcone a farmi uno spinello senza disturbare nessuno. Mi fumo una canna (ma i pellegrini se le fumano, le canne?) libando alla mia dipartita e alla prima volta in cui scrivo di lui in sua presenza. Prosit! Lui è qui, lo è fisicamente, mentre lo trasformo in parole. Ora sì che sono confusa: chi sta russando di là con il Cecco e Carlo? Samuele o, che so io, il suo bizzarro ego alter (che per ovvie ragioni di chiarezza narrativa mi toccherà battezzare altrimenti)? Chi dei due? Non avevo pensato alla difficoltà in cui s’inciampa se fantasia e realtà s’intersecano sul tragitto nello stesso punto in cui si trova lo scrittore tartagliante che non sa come slegare il crocicchio con fantasia e realtà incrociatesi nello stesso punto (tipo qui e ora e nel mio caso con Samuele di là che dorme). Non se lo potrebbe immaginare neppure se fosse desto che tendo gli orecchi verso di lui per sorvegliarlo come Monet con la sua cattedrale, i suoi covoni e le sue ninfee. O come Cézanne con la sua montagna. È neorealismo, questo: una dottrina del pedinamento! Il dilemma resta, però: fantasia o realtà? Di chi mi sarei invaghita? Non è affatto semplice indurre la realtà a combaciare con l’idea che ce ne si fa di volta in volta. Sembra che però tutti ci riescano benissimo... Staremo a vedere. Abbiamo un sacco di chilometri da percorrere insieme: verrà il momento in cui avrò la risposta a tutte le mie domande. Alla fine oltre 1800 chilometri. E molto di più.
Ore 15:00
Dovreste vedere le nuvole che ci sono qui, tra Parigi e Bayonne. Sono loro, oggi, la realtà. E un po’ mi preoccupano, come se il velarsi del cielo fosse uno delle grandi minacce del mio destino. Le nuvole: fiocchi di cotone o brandelli di cielo? Sembrano scampoli, qui, tra Parigi e Bayonne. Siamo sul TGV e ci sfrecciamo sotto. Probabilmente il firmamento è stato fatto a brandelli perché la comicità di questa storia è, come in ogni storia, un’ironia del destino. Centrerà di certo quella zecca dell’ironia della sorte se ora è vero, ed è vero, che sto scrivendo mentre lui gioca al Sudoku. Ora, qui, saettante sotto gli empirei tra Parigi e Bayonne, mi va di parlare dell’ironia come farei della musica. Come la musica, la si potrebbe difatti fraintendere: che razza d’ironia sarebbe, sennò? Una cosa arida sarebbe, una pedanteria; un mezzo classico, o dialettico. Eppure, scherno del fato, non c’è fraintendimento possibile, qui: quello che sta giocando al Sudoku è senza dubbio il dolce Samuele. Ho sempre ritenuto la tangibilità cosa volgare, secca e spoglia; da indorare. Un romanzo, ad esempio, dovrebbe essere scritto per far passare un’ora lieta! Non credo esistano limiti a quanto si possa far sembrare pregiata la vita guarnendola a colpi di fantasia. Perciò mi piace scrivere. Ma qui, ora, non occorre abbellire: perché creare invenzioni in un mondo già straordinario? Non c’è aridità sotto questi cieli e le due effettività a cui attendo, sogno e realtà, hanno per me uguale importanza. Cercherò d’essere sincera. In questo consiste la mia originalità: ho da scegliere e ho da perdere, in ambo i casi. Immaginazione e oggettività. Due forze: un angelo e un demonio. Lo chiamerò Michele, l’alter ego, ho deciso. Samuele o Michele? Non confondetevi, se ci riuscite. Almeno voi... Attenti però: è tutto sempre diverso da come sembra, tutto ha una doppia faccia. In ciò consistono, probabilmente, la mia tragedia e la mia commedia. È una commedia d’equivoci. Gioca al Sudoku. Ha smesso. Col mento s’è appoggiato sul braccio che lo sorregge al finestrino mentre osserva le nuvole che vanno. Sarà astigmatico, oppure sa benissimo che così di profilo gli si incide tra il sopraciglio e lo zigomo un trapezio di tenebra che meglio fa risaltare il suo sguardo da predatore pigro. Ecco che cambia posizione. S’è seduto in terra. Mi nascondo dietro gli occhiali scuri: è giunto il momento per la voce narrante d’occultarsi per più agilmente spiare il personaggio che le si è ritagliato dinnanzi e che neppure lo sospetta, d’essere il suo personaggio. Deve stare attenta, la scrittrice: ha smarrito i suoi Dior (glieli hanno grattati, a dirla tutta) e le lenti dei nuovi occhiali da sole (gentil dono della cara mamma) potrebbero tradirla. Forse, per la prima volta, mi rendo conto che se si desidera mantenere un segreto si dovrebbe celarlo innanzi tutto a se stessi; pur sapendolo lì, almeno finché non indispensabile, non gli si dovrebbe permettere d’affiorare alla coscienza in una forma alla quale sia possibile conferire un nome. Mentre il mio segreto ne ha addirittura due, di nomi! Cominciamo davvero bene! Poche righe sono bastate a farlo appisolare. Ora non corro rischi: sogno o realtà, Samuele o Michele, adesso non importa proprio se è vero che posso scrivere di lui guardandolo sonnecchiare. Semplicemente mi godo il sommo privilegio della compresenza. Gli ciondola la testa. Dovreste vederlo, quant’è bello. Bello, poi… Bello è pruriginoso per quanto riduttivo. Gli dondola la testa. Tossisce: ecco la sua tossetta nervosa. Sono letteralmente rapita dal moto ondoso della sua voce che fluisce nel mio orecchio a raffiche di colpetti di raucedine. Deglutisce. Ha il cappuccio della felpa blu calzato in testa: lo troverei altrettanto incantevole se fossi un’estranea e passassi per caso di qui, per il vagone bar dove la comitiva è accampata, e lo vedessi a terra raggomitolato come un fagiolo col cappuccio? Non so. Forse sarebbe preferibile assistere a tutto questo come se con esso non avessi altro rapporto se non di vederlo. Il solo enigma sarebbe allora quello dell’esteriorità delle cose percepite nel loro reciproco avvolgersi, la mutua dipendenza nella loro autonomia. Invece no, ne sono coinvolta, mi sento coinvolta, tutta avviluppata: lo vedo e mi devo fermare a contemplarlo perché le mie pupille gli si aggrappano addosso, le narici mi si dilatano e ne risucchiano l’odore, i pori mi si espandono e ne assorbono le esalazioni e i padiglioni auricolari mi si stendono interamente per intercettarne i segnali. Insomma, paio Ezechiele Lupo con Cappuccetto Rosso! Cappuccetto Blu sonnecchia e io resto tutta tesa, in attesa. Lo scruto perimetrandone la cartografia dell’epidermide, mi paro, lo riguardo, mi lascio compromettere, e infine lo scrivo. È speranza, questa, e mi fa star bene. Quindi no, non preferirei essere un’estranea e solo passare. Sarebbe insostenibile passargli accanto e dover andare, come succede tra passanti. La speranza mi fa star bene, mi arreca il sapore lontano e nostalgico di non essere reale. Ciò che esiste vive, è vero. Ma ciò che non esiste promette; e ciò che promette fa pensare; e pensare è vivere, no? Lo osservo mentre dorme e m’inebrio di sensazioni pensate. Ops! Ha per un istante aperto gli occhi! Ha un’aria nient’affatto innocente: ricambia il mio sguardo con un’intensità che mi fa quasi dolere le pupille, come ci leggesse dentro incidendo e strappando. Ho rischiato grosso: smascherata e indifesa dal primo giorno! Per fortuna non è possibile abbia notato nessuno dei fili da me scaltramente intessuti tra lo sgabellino sul quale sono appollaiata e il cippo al quale è poggiato. Sono però costretta a chiudere il taccuino. Non voglio s’accorga del cuore che mi batte contro le costole. Ritorno tra le nubi.
Ore 20:00
Non siamo ancora arrivati nemmeno a Bayonne. Il tempo passa ma in modo strano, come nei sogni: mentre si sogna si ha come l’impressione di aver sempre sognato; poi, quando ci si sveglia, ci si rende conto di quanto breve sia invece stato il sogno; talmente breve che a volte nemmeno ce ne si ricorda. Quanta strada… Quanti chilometri… Non m’importa: ho deciso di seguirlo. Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che apra la porta per renderci liberi. Lui è arrivato come un fantasma e mi ha liberata dalla mia prigione. E io allora lo seguo, senza dubbi né riserve. Mi piace immaginare che per me sola lui sia stato creato. Soltanto il vederlo vivere è un balsamo per il mio cuore. È la mia creatura, il mio vero sangue. A lui il potere di guidare, a me di seguire. A lui di agire, a me di scrivere. Ecco, ecco come farei un romanzo: non lo farei affatto! Non sono capace di escogitare dal nulla, mi manca la fantasticheria. Io so soltanto del mio protagonista, che è una conoscenza antica. Mi occuperò di lui, mediterò sul suo temperamento, questa sarà la mia principale opera: sono nata per lui. Studierò la gente che incontrerà, i luoghi che attraverserà, l’aria che respirerà, le sue abitudini e i più insignificanti passatempi a cui dedicherà i ritagli delle sue giornate. “Che tu obbedisca dunque a colui che ti guiderà, anche se ti dovesse dare un ordine omicida, blasfemo o insensato! Giura un’obbedienza totale alla tua guida!” GIURO! Risulterei quindi sommamente sacrilega se in un momento come questo desiderassi dell’altro. Tuttavia non posso continuare a sognare: Samuele mi sta chiamando. Mi ha fatto cenno di seguirlo. Dobbiamo scendere dal treno. Siamo arrivati a Bayonne. Giuro che non lo perderò di vista!
14 agosto
“Oggi prima tappa. Oltre 25 chilometri. Dai 150 metri di quota di Saint Jean ai 1200 sfiorati dai Pirenei. Dopo una notte sotto le stelle. Anzi, sotto la pioggia! Non c’era posto per dormire. Ma stiamo tutti benissimo. È meraviglioso. Tutto”: un sms, un invia a molti, a mamma e papà, zii e cugini, amici e conoscenti, non ho fatto distinzioni, volevo che tutti partecipassero in eguale misura alla mia gioia. Con un invia a molti mi sono giocata la ricarica di tre settimane. Fa nulla, coloro che mi hanno pregata di dar loro mie notizie dovevano sapere che è tutto incantevole. Che in quel tutto, poi, ognuno legga ciò che preferisce. A voi do qualche informazione in più: siamo a Roncisvalle, prima vera meta del Cammino Giacopeo. La tappa è iniziata in territorio francese, a Saint Jean Pied de Port, dove siamo arrivati intorno alle 22:00. Una sfilata di maschere e una banda di musicisti in una baraonda di rosso verde e bianco (i colori del Paese Basco francese) affollavano la via principale del borgo. Una volta riunitici con Matteo e Jacopo, la compagnia ha definitivamente preso corpo in un cammeo da saga alla Tolkien. Saint Jean è sempre stato, fin dall’Evo Medio, un importante centro di accoglienza per i pellegrini che qui sostano prima d’imbattersi nella “pericolosa (a quel tempo) traversata pirenaica”, dice la guida. Le parentesi ci hanno subitamente rincuorati: “non a caso Saint Jean ha la porta di San Giacomo”, l’enorme arco posto al limitare della cittadella ai basamenti del quale ci siamo dati appuntamento. L’indomani avremmo dovuto insomma valicare le mura dell’altrimenti detta Porte d’Espagne ripercorrendo quella che in passato fu la via preferita dagli invasori romani, dagli eserciti di Carlo Magno e di Napoleone. Studiando la volta tutti e sette col naso all’insù, vinti dal pensiero filosofico che non si sa mai dove si andrà a finire e consci del fatto che chi l’oltrepassava non avrebbe più potuto far marcia indietro, ci siamo sentiti… impietriti. Crepano tutti, avrebbe detto il filosofo francese Jacques Derrida nei pressi di un qualsiasi varco. Quindi ci siamo sentiti… morire. O meglio: perire. Dal latino pereo, anche nel francese périr il verbo conserva qualcosa del per, del passaggio del limite. E la morte… la morte è il più strano tra i confini: (il più) slabbrato e sfrangiato, impedisce il passaggio non per l’ergersi d’una barriera che blocca il cammino bensì per la non identificabilità della linea da oltrepassare. Nessun passo può varcare la frontiera della morte. O meglio: si tratta di un passo impossibile, di un pas che è il segno di un non, di una negazione. Mentre noi, quella porta, la valicheremo eccome! Un po’ come in caso di morte, però, il resto rimane non garantito né garantibile metodologicamente: ciò spiega il timore provato, credo. Sembrerebbe un’aporia, però. Ma non lo è: l’aporia è l’impraticabilità, il non-passaggio; per la via dell’a-poros non si passa. Mentre noi, quella porta, la valicheremo eccome! Pertanto, il disgusto aporetico che ci ha assaliti ho modo di ritenere dipendesse piuttosto dal non sapere dove andare: impossibilità, impotenza, passività. Disorientamento, ecco. L’eroe di questa odissea sarà proprio colui che saprà sopportare l’aporia e pensare secondo l’aporia. Sarà l’eroe di un pensiero che non sa dove andare ma che sa dove sostare, trattenendosi presso un confine che, intaccato nella sua capacità di definizione, diverrà il luogo evenemenziale della probabilità che qualcosa accada, succeda, passi, venga incontro. Il pensiero del nuovo eroe pertanto sarebbe più appropriato definirlo Esercizio di Pensiero. O Bipensiero: sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante e pronunciare le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale nell’atto di rivendicarla; dimenticare tutto ciò che è necessario dimenticare e, se necessario, essere pronti a richiamarlo alla memoria per dimenticarlo di nuovo; ma soprattutto saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso! Questa è la sua estrema sottigliezza: essere pienamente consapevole nell’indurre l’inconsapevolezza e farsi poi inconsapevole della pratica ipnotica posta in atto. Un bel da farsi per il nostro eroe, che sarebbe meglio battezzare Soggetto di Frontiera. Il Soggetto di Frontiera è uno Strano Straniero: non s’accontenta mai della propria isola e sempre desidera d’oltrepassare il nihil ulterius familiarizzando con l’incognito. Ovunque si muoverà, prenderà dimestichezza col mistero; la sua condizione di pellegrino lo arricchirà del privilegio conoscitivo della soglia che gli permetterà di recuperare il sole dell’ombra, l’umanissima morte e l’assoluta vulnerabilità che allora potrà disporsi ad accettare come caratteristica definitoria della propria irripetibile individualità. Per questo giungerà al sapere di sé, delle cose del mondo e dell’Altro, depotenziandosi, deregalizzandosi e detronizzandosi in un processo di sofferenza che sarà la guarigione dalla malattia del potere! Ok… Farnetico. Questa è filosofia spicciola. Il resto andrà vissuto. Così, noi sette futuri Soggetti di Frontiera, decisi ad affrontare il nihil ulterius, ci siamo smossi alla ricerca di un letto, alla peggio di un tetto; e siamo finiti col dormire per terra, all’aperto: alle 23:00 gli albergues sono pieni, e chiusi. Prima lezione del buon pellegrino: non arrivare troppo tardi all’ostello! Raggiungere Roncisvalle a piedi (che alcuni evitano considerandolo un prologo) è un’avventura altresì affascinante. Un tantino impegnativa come prima tappa, il dislivello è maggiore rispetto a tutte le successive, ma lo sforzo ne vale la pena. L’attraversata pirenaica fa entrare in Spagna con lo stesso sguardo che fu dei pellegrini d’un tempo, quelli che sul serio dovevano fronteggiare pericoli mortali. Non disponevano di scarpe ultratecnologiche, zaini rinforzati e bibitoni energetici, loro! Per noi, al massimo, qualche vescica. Le mie prime ampollas sono già comparse. Sul tallone sinistro. È come portare a fior di pelle il brivido della breccia ardente apertasi su un mondo che fino ad oggi mi era sconosciuto. È stata dura... Più che dura direi… lunga. La Spagna non si serve di litoti: ci si è difatti immediatamente mostrata nel suo lato più complesso, lontana da ogni centro d’ozio umanistico; la sua non è mancanza, bensì eccesso di forma: nera, nobile e cruenta. La prima tappa, dicevo: interminabile. Ho fatto fatica. Che sgambata! Non sarebbe stato allora meno pregiudizievole, nati e avvezzi a respirare soltanto qualche metro sopra il livello del mare, se ci fossimo trattenuti almeno un giorno in un luogo di media altezza prima di scaraventarci per queste regioni estreme (Coelho e la sua guida Petrus ci avevano messo sei giorni!)? Forse sì, tuttavia non abbiamo vacillato. Né ci fermeremo a Roncisvalle (sebbene v’è da riconoscere che, posto che il mondo abbia un senso, a Roncisvalle si esprime in maniera più saggia che altrove). Ecco, lo intuivo: non devo essere un granché come scrittrice se è vero che non trovo le parole per rubare alla giornata di oggi le sensazioni esperite. La mia inattitudine alla scrittura trae origine dalla preclusa possibilità di significare in modo completo le quinte dei monti azzurro-ardesia e gli erbosi pendii scaldati dal sole e il placido incanto di cui è ricolma l’aria. Qui risplende l’azzurra luce dell’entusiasmo! Cos’hai dunque provato oggi? Sospetto me lo chiedereste. Ho sentito tanto di tutto di cui non riesco a dire perché è troppo, il tanto di tutto. La totalità non è linguisticamente contenibile. Nel linguaggio c’è sempre il problema di ciò che resta fuori: il non-detto, il non-scritto, il non-riferibile, il non-trascrivibile. Non basta dire delle salite infinite che s’impennavano trascinandoci in cima, su, sempre più su. Tutto qui? Temo potreste obiettarlo: il più alto grado della ragione è dunque il constatare questo smottamento del terreno sotto i piedi, il chiamare pomposamente Interrogazione uno stato di stupore continuo, Ricerca un percorso in circolo, Essere quel che non è mai completamente? No, quello sarebbe solo il rimpianto di non-essere-tutto. Invece qui, che è-tutto, non c’è rimpianto. Ma guardate là! Il verde morente dell’immensità svanisce nell’eterno sotto larghe strisce di nebbia, tra i veli cremisi e i teneri bagliori del sole estivo che indugia nel tramonto. Nessun labbro saprebbe dire come, o quando, il tremulo riverbero del dì si tramuta, in un cangiare madreperlaceo, nella notte. Laggiù da voi, in pianura, non c’è confusione tra la notte e il dì; qui invece le immagini del mattino e della notte traggono in inganno; in un ineffabile gioco di colori pallidi e opalini come lo splendore della selenite che si stende su ogni cosa, qui è il chiarore lunare anche durante il giorno: il buio non cala se non a notte fonda e perdura sino a mattino inoltrato. Una semiluce spettrale regna nel bosco di pinastri, là in fondo, e fa brillare come neve la superficie di questo mondo. I colori sembrano essere stati emanati da un fondo primordiale, esalati al posto giusto come una patina. Ho la netta impressione che se questo tramonto d’agosto non finisse mai io sarei la creatura più felice del mondo. Solitamente, a domande circa la felicità avrei ribattuto: cercare domani sul dizionario! Oggi rispondo: se si riesce a sentire fino in fondo che vale la pena di conservare la propria condizione anche quando non ne sortisce alcun effetto pratico, allora è la felicità. La felicità non ha alcun rapporto con la statistica. Anche se le parole giuste non riesco a trovarle, ora so che esiste un luogo in cui io potrò dire di essere stata felice: Roncisvalle. Quello che è qui è un per sempre: è bene intenderlo chiaro sin d’ora. Nota a margine, dunque. Illusoria foresta invernale nel silenzio, sii pertanto il nostro ricovero estivo in quest’ora felice! Irta di cespugli e ripida, la terra scende e al margine della lontananza fluttuano i resti del giorno. Non avrei riconosciuto questo fluire se fossi stata ancora giù, in pianura, in città, a casa: è il fine scorrere silente attraverso l’orificio della clessidra il severo fragile oggetto che orna la dimora di noi eremiti. Bando alle iperbole trasognanti, sono gli effetti degli stupefacenti, ero entusiasta mentre camminavo: a muovermi era l’entusiasmo verso un’idea. Ci sarete di certo passati anche voi: quando si ama, ad esempio, e dal profondo dell’anima si crede in quell’amore, ci si sente più forti del mondo, nulla pare poter vincere quella fede. Così è stato: sono stata guidata dall’entusiasmo fino alla meta. Energica, ho seminato tutti; credevano mi fossi doppata. Una doppata, ecco come mi sentivo: sei pasticche energizzanti avranno questo effetto su chiunque? Quando l’arrampicata si cabrava riuscivo a starle dietro anche se le gambe mi traballavano. Ho camminato sempre in testa; l’ego mi si rigonfia, è ovvio, la prestazione fisica è stata eccellente. L’energia di oggi non l’avevo mai sentita, davvero: una forza elementare, primordiale; una forza tellurica mai avuta prima. Mai nella mia vita o me ne ricorderei, no? Non ve lo so spiegare, non a parole, proprio non sono un granché come scrittrice. Pazienza. Anzi no, ritento: avevo i muscoli carichi d’energia elettrica; mi muovevo ma era come se non lo facessi, con gli mp3 di Samuele ordinati nella mia sferzante playlist che mi carburava nelle orecchie. Desideravo d’essere inondata, dentro e fuori, dal sole immenso che brillava imponendomi continue elevazioni, sempre più su, per toccarlo. Intorno era la pace nervosa del mondo delle montagne, un mondo a cui sembra mancare ancora molto per crescere e crearsi, un mondo consapevole del fatto che deve salire ancora. E Samuele, che in passato mi aveva sempre camminato davanti (come scordare il trekk ai Corni di Canzo, appresso alle sue natiche) oggi era sempre dietro, alle mie spalle e spompo; non aveva mangiato a sufficienza, forse; è uno corporeo, ha bisogno di ben altro carburante. A me, che invece vorrei essere eterea, bastano l’entusiasmo e la musica. Samuele mi ha sempre marciato davanti ma oggi no. Poi lo aspettavo, certo: arrivava, lo chiamavo, ci si ritrovava, si ripartiva e nuovamente lo seminavo con la medesima vigoria dell’inizio, fresca come appena desta e dopo sole quattro ore di sonno all’aria aperta! Così per oltre 25 chilometri. Per la prima volta nella mia vita ho camminato per più di 25 chilometri.
Ore 18:30
Ed è la prima volta che gli dormirò accanto. Mi sono appena voltata e me lo sono trovato davanti a spruzzarsi il deodorante. Ha un buon odore. Anche dopo sette ore di cammino. Mi chiede che ore sono. «Che fai?» Gli mostro il taccuino. Salta sul letto e mi fa vedere il suo: «lo riconosci?» Certo, gliel’ho regalato io. E cominciamo a scrivere, ognuno sulla propria agenda.
«Sai, ho comprato quella senza date, ‘sta volta» gli dico.
«Cazzata. Sei la solita sega» mi risponde, ma mi sorride allegro dagli occhi rotondi.
Lascio si diverta. Mi piace quando lo vedo divertito. Lascio mi sorrida: che mi sorrida pure così, con quel suo sorriso col quale ti dice che la metà delle cose che dici sono poco intelligenti (più che altro perché perlomeno la metà delle cose che si dicono sono poco intelligenti). Quindi è un sorriso poco intelligente: lievemente inclina la testa, le cornee gli si bagnano, il niveo dei denti ne rischiara l’espressione severa, le labbra inerti accentuano l’increspatura all’angolo della bocca che si fa più profonda, e non ha più maschere. Tuttavia, quel suo sorriso un po’ ironico gli arriccia il viso con un curioso effetto che invita alla vigilanza. Ma è proprio quando fa quel sorriso che si capisce che lui è una di quelle persone che, volere o no, si devono amare. Se anche dovesse insospettire con la sua negligenza, il dispetto è uno stimolo in più ad affezionarsi a lui. Allora sorrido anche io, è incantevole stizzirsi e ciò nonostante (essere costretti ad) amare! È splendido non poter altro fare che amare, no? Sto scrivendo che sono sulla mia branda, in cima sul materasso destro di due letti a castello messi vicini. Lui sul sinistro. In alto. Stanotte dormiremo vicini. In alto. È capitato: siamo arrivati al rifugio che la sfattanza imperava sovrana. Mi sarebbe dovuta toccare una cuccia in basso, contigua ad un panzone di non so quale nazionalità; spagnolo credo. Ho la fobia di dormire in basso. Ho l’ossessione che il letto sopra mi caschi addosso spiaccicandomi. Mi piglia un tale senso di claustrofobia che ad ogni cigolio è un sobbalzo d’extrasistole. Figuriamoci con accanto Sancho Panza (che qui nei paraggi sia sepolto il re Sancho il Forte non fa mica differenza)! Come fare? Impossibile pensare di non riposarsi bene. Vero è anche che mi dovrò abituare, sarà così per tre settimane. Dovrò sapermi adattare, cosa che tendenzialmente aborrisco: sto facendo per lui qualcosa che detesto. Significa essere innamorati? Così ho accettato il giaciglio che mi spettava, sebbene decisamente a malincuore. Ma non appena levato lo zaino, Samuele mi ha chiamata indicandomi un altro ragazzo: uno spagnolo incrociato lungo la tappa (in principio aveva fatto il gradasso sorpassandoci baldanzoso; poi lo abbiamo ritrovato esanime svaccato sul prato di un pendio) mi propone uno scambio di letti. Oblazione allettante visto che il letto che a lui sarebbe dovuto toccare era proprio quello in alto alla destra di Samuele! E mi si offriva di sostituirlo con la rete in basso alla sinistra di Sancho. Tzé, in barba al destino! Qua si accoglie ogni piccolo favore degli dèi con grande gioia, come si trattasse di un episodio da rimembrare per il resto della vita! Se gli dèi hanno voluto che il panzone a me competente fosse amico degli spagnoli laggiù tutti in basso, «fai cambio no?» mi ha esortato Samuele, ma certo che sì! In sostanza, è così che è andata. Ora sto scrivendo di lui accanto a me che scrive con lui accanto a me che scrivo: chissà che sta scrivendo, la curiosità mi zampilla nelle vene al posto del sangue, sono tutta uno schiumare! Quasi quasi gli strappo il blocchetto dalle mani! S’è appena voltato dandomi la schiena. Avrà percepito la minaccia? Allora ritorno a parlare del mio cammino. Della tappa. Della fatica. Dell’esuberanza che presumibilmente ho assorbito ieri sera, sotto filigrane di luna: la campagna era immersa in un’aria grigio argenteo. Era tutta l’energia delle galassie, quella. Saint Jean, ieri notte, era una sinergia rara e i Pirenei un’eccellente cassa di risonanza. C’era pure la festa basca, tutti ubriachi hanno cantato e ballato fino alle 4:00! Alle 3:00 ha iniziato a piovere. Ma le ore prima sotto gli astri devono avermi inebriata quanto basta. La canna che ci siamo fumati insieme sulla collinetta retrostante il dormitorio era illuminata dal fondovalle che brillava alla luce vivida della luna il cui algido calore penetrava con getti a lancia dagli abeti dietro di noi. Sopra, la Via Lattea esibiva l’immenso itinerario da percorrere: in un altro momento, una simile immensità mi avrebbe fatto provare l’angoscia della mia piccolezza; invece lì solo pensai al fatto che forse, la vita lassù, sarebbe stata davvero bella. Quello che vedevo era… «proprio carino» ho sospirato espirando fumo. La vallata dei Pirenei, ravvivata dalla musica e da quel bagliore spettrale, dava la sensazione di qualcosa di primitivo dimenticato dal genere umano.
«Carino lo dici? Non è un po’ poco?» ha obiettato lui.
«Proprio, dico…»
«Ah, dici proprio. Allora sì. Ho capito. È PROPRIO carino!»
Chissà se la pace sul volto dell’immensità che ci osservava era da intendersi come un invito o una minaccia… Boh. Comunque lui, adesso, sta scarabocchiando piccolo piccolo e fitto fitto, in matita. Scrive o disegna. I suoi disegni sono peraltro di qualità finissima, a quanto ho potuto vedere. Ma chissà che scrive! Istintivamente soffro, sento la gelosia dei miei scritti che vorrebbero esser scritti come scrive lui. Lo covo con gli occhi mentre scribacchia e ho la sensazione che quell’uomo stia lottando con qualcosa di oscuro, un groviglio di linee, una riga che deve domare come fosse una corda sospesa sul vuoto. Perciò scrive in matita?
«Perché scrivi sempre in matita? Se scrivi in penna è più sicuro. Non puoi cancellare».
«Cazzate. Sei ‘na sega, come al solito».
Gli angoli della bocca sotto la bella curva dei baffi sono di nuovo tesi nell’ormai ben noto, sottile e critico sorriso. Pure io sorrido e ritorno al mio cammino. Chissà cosa scriverei io se io non ci fossi, ossia se mi dovessi inventare il Cammino di sana pianta? Se tra il foglio e il ribollire delle parole non ci fosse in mezzo lo scomodo diaframma della mia persona, cosa scriverei? Forse io stessa sono la gabbia che limita le mie possibilità po(i)etiche. Sta di fatto che per ora nulla è come me lo immaginavo. Roncisvalle è il sogno dove si legano due mondi distinti, parimenti carichi di storia e leggenda: la peregrinazione giacopea e il ciclo epico dei Franchi. Insomma, questi sono terreni sacri, bagnati dal sangue di cavalieri che, nonostante le spade affilate, non sono stati in grado di sconfiggere le tenebre. Ma il loro sacrificio non è stato vano e, dopo secoli, ci si ritrova ancora qui per offrire loro omaggi e tributi. L’olifante non lo abbiamo udito (probabilmente perché, una volta intravista la stele di Alto de Ibañeta, neanche sotto tortura avremmo deviato per spingerci fin là) ma pare davvero un’allucinazione da saga epica. Scusate nuovamente un istante: «non è possibile scrivere così!» Lo urlo al Cecco che ci si è appena avvicinato per dirci che «oh: gli ho lasciato nel cesso degli stronzi che ci possono giocare a shangai!» Il pathos della narrazione, che vagheggiava d’essere convincente, è stato infranto: come si fa a scrivere così! Però mi dico anche: il Cecco va ammirato proprio per quel suo inestinguibile sforzo di dire la cosa effettiva anziché quella gradita. Ci ha appena incoraggiati a scrivere di lui e della sua cagata: «vediamo come mi ci fate entrare, nelle vostre storie!» Così, sdraiati l’uno accanto all’altra, io e Samuele abbiamo iniziato l’agone ribollendo di vivacità repressa. Ignari si sfida l’indomito scrittore la cui fantasia non conosce limiti! E ci azzecca pure, a questo punto, il Cecco con le sue cagate, tanto non sarei riuscita a rendere grazia, solo con le parole, al COME mi sono sentita oggi. Come? Seriamente determinata a mettercela tutta per preservare la mia contentezza. Il mio unico desiderio, ora, è di ricominciare quella felicità, ammesso che la felicità si possa ricominciare. Poi, dai, il Cecco è veramente uno spasso di ragazzo. Credo ci sarà da divertirsi con lui e Jacopo, che mi pare altrettanto sagoma. Abbiamo legato subito, io e Jacopo. Oggi, per la via, eravamo amici di vecchia data, come se da sempre ci si conoscesse pur conoscendoci da una manciata d’ore. Ma che fa? Samuele s’è spostato nuovamente sdraiandosi con la testa dove si dovrebbero tenere i piedi; quando si muove pare un toro. Ci diamo le spalle, adesso, ribaltati schiena contro fondoschiena. Siamo in un hospital del XVI secolo. A me pare una scuderia in desuetudine, tipo una ex stalla gigante. Gli altri sostengono sia una chiesa sconsacrata. L’antro è ampio, ottanta i posti letto; inoltre ci sono pellegrini accampati ovunque, quindi saremo un centinaio e più. L’architettura è imponente, coi mattoni scuri a vista e soffuse luci tremolanti dai grossi candelieri che pendono dai soffitti. Scatto una foto col mio fido cellulare perché l’hic et nunc si merita proprio un semper. Ibi et olim: fotoclic! Non me lo vorrei dimenticare, come mi sento adesso e qui. Peccato che noi due, qui e così, complici silenti, non ci posso fotografare. Speriamo quindi di non scordarmelo, questo momento, anche senza foto. Tanto vale: le foto non sono mai uguali a quello che si vede. Scattare foto equivale ad abbattere quello che non si sopporta: il tempo! Certo una fotografia manterrebbe dischiusi gli istanti che la pressione del tempo richiude dissipandone la muta ma… non sarebbe giusto. QUI È IL TEMPO. Siamo in tantissimi, c’è tantissima gente tutt’intorno a me. Lui tossisce e mi ricorda che c’è anche lui, proprio lui e proprio qui tra la tanta gente, con la sua tosse nervosa. Scrive. Anche il signore con la testa a cono sotto di me scrive. Anche Matteo e Jacopo scrivono. Scrivono davvero in tanti. Il block notes va di moda tra i pellegrini. Ora capisco PERCHÉ: perché chi controlla il passato controlla il futuro; e chi il presente il passato. Ed è semplicissimo: basta conseguire una serie (in)finita di vittorie sulla propria memoria. Lo chiamerei controllo della realtà. Prendo di nuovo la penna e scrivo: non capisco il COME ma capisco il PERCHÉ. Poco male, no? Una domanda ha già ricevuto risposta. In questo dormitorio così suggestivo meta della prima tappa si è all’inizio, si prende confidenza con gli usi e i costumi del pellegrino, si entra in sintonia col Cammino, ci si consacra viandanti. Qui è la Benedizione. Qui è il Battesimo. Qui è la Nascita. Scrivere è la cosa più opportuna da farsi, qui. Non scippare dagherrotipi: la memoria è vera finché non la si fissa in una forma. Meglio lasciar fluire sulla carta le emozioni augurandosi di trovare compagni nella marcia, guide nelle difficoltà, sollievo nella fatica, difesa nel pericolo, alberghi nel cammino, ombra nel calore, luce nell’oscurità, conforto nello scoraggiamento e fermezza nei propositi per giungere al termine, arricchiti di grazia e virtù; e per tornare illesi alle nostre case pieni di salute, di perenne allegria e pace. Il momento è intenso: accomuna chi è qui per fede e chi per sport. Chi per l’amore e chi per la morte.
15 agosto
Siamo a Zubiri. A Zubiri ci si arriva attraversando il Ponte della Rabbia: si narra che al bestiame venissero fatti fare tre giri attorno al pilone centrale della piazzetta che apre la cittadella appunto per proteggerlo da quella malattia. Ma non funziona! Per più di tre volte ci sono girata attorno e sono ancora furente! Saremmo voluti (o dovuti?) arrivare fino a Larrasoaña ma ci siamo fermati 6 chilometri prima; allora abbiamo fatto “solo” 21 chilometri. Samuele è evidentemente infastidito. Vuole fare di più. Oltre alla forza, la sua persona emana un senso di sicurezza e un’intelligenza soffusa d’ironia (e cosa c’è di più eccitante del maschio che esibisce un poderoso senso ironico!). Le sue convinzioni appaiono ferme, seppur in sé non abbia nulla di quella ristrettezza mentale tipica del fanatico. La sua voce sempre pare ribadire, ad ogni passo: tutto ciò è inevitabile e noi lo porremo in pratica senza esitazione! E se ci si ferma: non saranno certo queste le azioni che compiremo quando la vita sarà da considerarsi veramente degna d’essere vissuta! Quindi sì, dovrei cercare d’essere più obiettiva: un po’ fanatico lo è. Difatti avrebbe voluto camminare ancora, oggi. In onestà, ci siamo dovuti fermare e me ne sento in parte responsabile. Coi piedi in questo stato non sarei stata in grado di proseguire. Non sono una vacca: ho solo due zampe. Anche la guida lo dice: “in caso di stanchezza si può decidere di passare la notte a Zubiri, dove si trova un rifugio spartano”. Eccoci finiti dunque al rifugio spartano di Zubiri. La tettoia di lamiera che poggia su quattro pali di legno un po’ traballanti gli conferisce l’aspetto di una fortezza per galeotti: pare una trappola per cicloni, un’esca messa lì per attirare le trombe d’aria dai remoti oceani tropicali offrendosi già come relitto ideale alla furia degli uragani. Fortuna che siamo lontani dall’oceano!
Ore 18:00
Tra tendinite, pubalgia e ampollas siamo proprio messi male; tutti, non solo io. Soprattutto e pure io (che ieri avrei spaccato il culo ai passeri) capitolo con la carne stanca e sbrindellata; il dolore m’immobilizza. Passo… trafittura. Passo… stilettata. Maledico me stessa per non aver letto attentamente le istruzioni dei Compeed: “applicare Compeed sulla pelle pulita e asciutta” (pulita… si dorme e ci si lava in camerate da cento persone, oppure all’aria sparsi! Asciutta… il sacco a pelo crea tipo un effetto serra e ci si risveglia in umido con patate! Per non parlare degli effetti delle costosissime calze da trekking, che dovrebbero essere traspiranti. Appunto: dovrebbero). “Importante: lasciare Compeed applicato finché non si stacca da solo”. Cos’ho fatto io appena a Roncisvalle? Strap netto e convinto, ho asportato tutto, derma compreso. Nella Navarra pedemontana, sempre in zona pirenaica, passando in mezzo a boschi di abeti roveri e pini, mi sono fatta una vaga idea del Cammino Medievale: una tortura medievale! Chissà i pellegrini d’un tempo, sprovvisti delle calze 15 € a paio, che pizze avevano al posto dei piedi! È una prova fisica, altro che di testa! Samuele ha torto. I piedi mi rammentano che la testa è chiusa in un cranio d’ossa occipitali e parietali, i suoi poteri non potrebbero che essere limitati. Dalle ossa. Dalla carne. Il corpo è un’uniforme! Il corpo è milizia armata! Il corpo è azione violenta! Il corpo è rivendicazione di potere! Il corpo è in guerra! Il corpo s’afferma come soggetto! Il corpo è un fine e non un mezzo! Il corpo significa! Comunica! Grida! Contesta! Sovverte! Crollo sulla carne, come una vescica che da turgida si sgonfia afflosciandosi al contatto con l’ago letale. Rimane il vuoto, poi. E il bruciore, certo. Fiacca così, mi sono sentita triste. Definiamolo il calo ponderale della fase post partum; sì, definiamolo così visto che non sono molto brava con le parole. Ho pianto come un neonato appena sfornato, come avessi esperito per la prima volta i dolori dell’essere messi al mondo. Si stava così bene, nella placenta… In effetti, per la prima volta ho fatto esperienza del drenaggio delle vesciche: non solo vanno forate, bensì si dice essere d’uopo farci passare un filo attraverso e lasciarlo lì fino al sopraggiungere della secchezza. Sennò le bolle non si essiccano, non se il giorno successivo si dovrà camminare ancora. L’avanscoperta della pratica masochista non è stata piacevole. La definirei alla Coelho: l’Esercizio della Crudeltà! Ogni volta che un pensiero dannoso attraversa la mente (gelosia, autocommiserazione, pene d’amore, invidia, odio, rimorso, indecisione, vigliaccheria) è bene comportarsi trasmutare il dolore spirituale in dolore fisico. Così si scopre il male che il dolore spirituale può fare. Anticamente si usava uno spillone d’oro, oggi bastano ago e filo. Basta poco per sentire male. Gli altri sono stati estremamente solidali pur dovendomi sopportare petulante: premuroso il Ceccolino, dolce Matteo, attento Jacopo, concorde la Ile. Carlo l’unico assente. Ma poveretto, lo assolvo, distrutto com’era dall’infiammazione che gli ha irrigidito il ginocchio destro. Samuele è stato presente, costantemente, coi consigli e con gli sguardi; con le mani ha messo la sua forza a mia disposizione per alleviare le mie fatiche, avrebbe perfino voluto portarmi lo zaino (che glielo lasciassi era da escludere). «Oh ma come sei!» Come sono? Anche oggi mi risulta complicato trovare le parole per dire dei sentimenti di oggi. Stavolta però non solo per una questione d’inadeguatezza morfologica bensì perché il Cecco, Jacopo e Matteo hanno appena intavolato un ricco buffet a base di queso y chorizo annaffiato con ben cinque litri di vin tinto («avvicinatevi, avvicinatevi! Non ve lo diamo per due euro, non ve lo diamo per un euro, ve lo diamo e basta!») e hanno coinvolto l’intera allegra combriccola degli spagnoli, quelli di Roncisvalle, coloro ai quali devo la notte accanto a Samuele. Anche loro (verosimilmente l’imputato è quel trippone di Sancho) si sono dovuti arrestare qui, al rifugio spartano di Zubiri, meta obbligata dei pellegrini sfiancati. Deboli sì ma insindacabilmente spassosi! Gli stessi gioviali spagnoli ai quali devo la notte incantata a Roncisvalle hanno da poco attizzato un porro, quindi ora siamo tutti qui, al grezzo rifugio di Zubiri, ubriachi e stra(s)fatti, sbronzi e fumati. Che caciaroni, gli italiani! Che caciaroni, gli spagnoli! Messi insieme abbiamo dato vita ad una gran cagnara, che mi rende quasi gravoso il solo coordinare soggetto e predicato. Ho quantomeno la conferma che anche i pellegrini si fanno le canne e che al ricovero di Zubiri ci si diverte molto di più che a Larrasoaña. Fermatevi a Zubiri, quindi! Una volta appurato che i pellegrini si fanno gli spinelli, Jacopo mi ha spacciata per Miss Porro: grasse risate in abbondanza. Poco male, mi sento minormente peccatrice per la canna fumata nel primo pomeriggio: avevo bisogno di rilassarmi, mi erano incommensurabilmente girate le palle per le bolle ai piedi. Santo cielo, sto facendo il Cammino di Santiago: cosa credevo potesse accadere ai miei piedi, una french? Poi me la sono dovuta vedere coi capelli: le treccine che mi ero annodata durante il viaggio in treno si erano tramutate in un mirabolante shitzu. Santo cielo, sto facendo il Cammino di Santiago: dove credevo di pernottare, in hotel cinque stelle con idromassaggio bagno turco e parrucchiere? Vedi un po’ che pretese! È proprio vero che quando si è giovani si pensano un mucchio di sciocchezze. Dal momento che mi erano rigirate le palle per la doccia gelata fatta con le palle girate perché mi erano girate per le fiacche e i capelli, mi sono in ultimo infilata nel sacco a pelo lasciando che quel poco di stoicismo che avevo dentro andasse a farsi fottere. Sta di fatto che ora tutto ritorna ad apparirmi, come dire in assenza di lemmi… bello. Ah che fastidio! Folkloristico da talmente è variopinto! Eppure prima ero insoddisfatta (prevalentemente per l’acconciatura). Sono approdata qui che ero triste. Mi sono fatta una doccia brinata; dopo lo scalpo, ho rischiato la sciolta; ho lavato e steso i panni che ero avvilita; lo sono stata fino a pochi minuti prima del party. Ero davvero affranta, anche dopo aver marciato con lui per tutta la tappa. Lui ha recuperato la sua energia (era allora davvero solo colpa dello scarso sostentamento pre prestazione. È il suo primo insegnamento, questo. Il mio è che i Compeed non si strappano. Seconda e terza regola del buon pellegrino). Oggi mi camminava davanti: eccolo Samuele, l’ho riconosciuto. Poi si fermava e mi aspettava. Nonostante ciò non mi riusciva d’essere altrimenti che… mesta. Pur gradendone la prossimità sudorosa, avrei desiderato provare un’emozione, almeno per cortesia, e invece niente. Sotto quel brivido di pelle che modulava ogni mio respiro in lusinghieri ansiti, restavo freddamente presente registrando gli eventi con silenziosi promemoria a margine. Quindi non ho nulla di eclatante da scrivere della tappa con lui. La cosa in sé, kantianamente parlando, mi ha indisposta. A voi no, dopo tanto encomio delle di lui prestanze? Anche adesso, a ripensarci, mi prende come un rigurgito d’ansia, un singulto improvviso che mi riempie la gola di un sapore corrosivo. Ciò non è bello: la memoria di qualcosa che si diceva “amore” non dovrebbe tornar su con un rutto al chorizo! Prendo di nuovo la penna e scrivo: capisco il COME ma non capisco il PERCHÉ. Avrei preferito camminare da sola; le vorrei fare tutte da sola, le tappe, senza stimoli trainanti né natiche persuasive che m’invoglino a seguitare. Ci vorrei arrivare da sola, insomma, alla Cattedrale. Solo così, forse, allora, potrò dirmi pronta a fare ritorno, da sola, per stare bene da sola, senza incentivi né chiappe. Al rientro non vorrei fosse più una questione di “fattore C”, per me. È un diritto anche mio a cose ovvie e scontate per chiunque (ossia esistere, essere amata o perlomeno volermi un po’ di bene da sola). Eppure non mi riesce d’ignorare questa impressione scomoda di non essere stata altro che uno schermo di pelle teso contro la vita, oggi, nonostante l’effettiva condivisione d’andatura con lui. Mi ha raccontato la storia di un film, sulla via: Il cavaliere elettrico. Gli era piaciuto e lo aveva fatto piangere. Poi, terminata la cronaca, si aspettava gli dicessi qualcosa: non qualsiasi cosa bensì qualcosa di interessante, di avvincente, mentre io volevo solo stare zitta. Ho sentito di non aver nulla da dirgli, come con un estraneo. E quando l’ho implorato di guardarmi negli occhi coi suoi dolci occhi, non ho più visto occhi bruni basette nere e gote abbronzate ma solo una confusa apparenza, più amorfia che forma. Quell’amorfo lui che mi marciava vicino non parlava tanto per conversare; di tutto faceva per evitare d’offrire all’interlocutrice occasioni di ribattere o soggiungere. La lezione che ha tenuto, con le ampie spalle rivolte a tutta la compagnia dispersa tra i boschi, ha avuto un tono troppo oggettivo, poco sociale, troppo poco discorsivo. Come un estraneo. Alla fine dell’esposizione ha abbassato la voce e messo un punto. Punto. Data la sua insistenza pedagogica, non mi restava che incassare la ramanzina, come una scolaretta. Mi è proprio parso d’essere stata addomesticata, come il cavallo del film. Nel mio silenzio c’era di certo molta caparbietà puerile e la pausa fra noi è durata parecchio. Col mio silenzio volevo dare a lui spazio da riempire. Quello spazio è rimasto vuoto. Io, poi, non sono mai stata molto brava a rivolgermi ad un ragazzo che m’interessa; ma con lui ho provato addirittura un senso di frustrazione disperante: mi è capitato perfino di bramare un suggeritore nascosto dietro un cespuglio! Ed è strano, lascia straniti quando ci si accorge di sentirsi a proprio agio più con una persona della quale si è al corrente da un giorno piuttosto che con l’altra che si sa da anni! Non dovrebbe essere così, a rigor di logica. A tratti, l’ho sentito avulso: questa è la cosa che deve avermi più intristita; non era affatto così che mi ero immaginata la tappa con lui. Con Samuele ritenevo si fosse giunti alla disinvoltura comunicativa di chi ha appreso ad ascoltarsi, naturalmente, nel corso del tempo. Invece, mi sono sentita tipo ad un’interrogazione, come mi si stesse esortando a dimostrare quanto valgo, dubitando dunque del fatto che io valga qualcosa. E allora, quando le calze hanno svelato lo scempio dei miei piedi, è stato come mi si dicesse: bocciata! Non ce la farai! Non vai bene! Insomma, per una giovane donna afflitta dall’inestetismo supremo (lo scontento della propria persona) quale limbo migliore c’è di un monologo che la esclude per principio? Però, alla fine, mi sono detta: guardati attorno, sei sovrastata dalla rigogliosa vegetazione attraverso le cui fronde il sole fa addirittura fatica a filtrare, i paesini sono tutti puliti, curati e ordinati, fieri e austeri e le frecce gialle segnano benissimo il Cammino, in Navarra non c’è davvero il rischio di perdersi. Sorridi! In un bel sogno non dovrebbero girare le palle, no? Certo nei sogni non si rischia l’ipertrofia né un bell’inizio d’atassia locomotoria, però non dovrebbero roteare dove la realtà è un sogno e dove il sogno è reale, cioè qui al rifugio spartano di Zubiri dove c’è solo gioia! Ma guardateli tutti, in faccia dico; fissateli dritti negli occhi e fissateveli in testa! Solo letizia e speranza, in ogni volto, in ogni papilla, in ogni lemma, in ogni respiro. Non c’è traccia di preoccupazioni, di timori, d’angosce. Ovunque mi giro, tutto intorno, come i centimetri, è la festosità. Ovunque rivolgo lo sguardo non posso che contemplare con sempre più vivida attenzione cose che avevo soltanto sfiorato; cose da assaporare e assorbire come nuove, con sensibilità giovanile. Sono diventata una specie di sismografo umano in grado di rilevare vibrazioni. Ho i nervi che mi fanno male da tanto sono ricettivi. Adesso sono seduta poggiata ad un muretto a scrivere dei giovani pellegrini sbronzi che stanno cantando gli Ska-P, ¡LE-GA-LI-SACIÓN! Sono tutti felici. ¡RE-SI-STEN-CIA! Per parte mia, quindi, qui, non mi posso comportare come fossi a casa, giù, in pianura, ossia come una piagnucolona. A dirla tutta: neppure ci riuscirei, qui, a Zubiri, dove gli dormirò accanto, anche stanotte. È capitato di nuovo: ho gettato lo zaino sul letto, sempre a castello, sempre in alto; e lui ha fatto lo stesso col suo, sbattuto sulla rete accanto alla mia. Uno zaino su un letto: basta davvero poco, alle volte, a coronare una chimera. La mia chimera: coricarsi esausti e recepire per osmosi il calore del corpo sdraiato accanto al proprio; stare distesi nel mutismo a sorvegliarsi il cuore che pesta nel silenzio prescritto dal regolamento di tutti gli alberghi dei pellegrini dopo le 22:00; pulsare ostinati per un sentimento adeguato alla palpitazione; aprire gli occhi nel buio della notte stupefatti per l’accaloramento, increduli che una singola creatura lo possa emanare come se dal fuoco fosse stata forgiata, e scoprire che quella creatura ci dorme accanto; aprire gli occhi e meravigliarsi che non c’è nessun contatto eppure ci si sente in procinto d’esplodere d’allegrezza. Il tutto semplicemente perché se ne percepisce la sagoma rannicchiata nell’ombra, un’ombra che si vorrebbe carezzare ma poi ALT, ferma la mano, non si può. Le ombre non si possono ghermire. Non resta che respirarne il calore. La sua ombra è calda. Ieri notte non ho chiuso occhio. Credo stessero anche battendo un tappeto. Cosa poco probabile. Infatti non vera: era il mio palpito che avvertivo fuori di me, lontano, all’aperto, proprio come se stessero pestando un drappo con un battipanni. Se avessi dormito accanto a Sancho, allora, mi sarei di sicuro riposata di più. Ah che bollore Samuele… Lo si può palpare talmente è spesso. Arde come il rum; e come il rum, specie verso la fine, ha un qualcosa di fulminante. Certamente si raccomanda un po’ di discrezione nell’uso, ma meglio un sorso sostanzioso una volta sola che tutto il giorno un brodo lungo. Invece non sarà per una volta soltanto, nel mio caso che sono stata proprio fortunata: anche stanotte potrò tangerlo con le mie fragili mani. Magari fosse fatto d’argilla! Morale della parabola (chiamatemi pure Fedro, Messia mi pare cosa azzardata): la fortuna è una scintilla divina e calpestare l’ombra di un uomo è un fatto davvero seducente. Così mi è tornato il sorriso. «Ti sono girate le palle?» mi ha chiesto mentre si stendevano le mutande; non ho risposto, solo ho grugnito e ho storto la bocca. «Inutile. A che ti serve? Tanto le fiacche mica ti passano». Crudo come una carota alla julienne, mi ha detto le cose come stanno: le cose stanno così. Però lo ha detto dolcemente. È stato dolce, con le mutande in mano. Ha ragione. Inutile tentare di consolarmi. Non c’è proprio da essere consolati, qui. Ce la si deve sbrigare da soli, col dolore. Il mio dolore resta mio, il tuo tuo, il suo suo. Volevo crescere? Volevo un’occasione per imparare? Volevo migliorarmi? Affronterò ogni bolla su carne pulsante, qualsiasi sentenza e ogni stigmate. Nel frattempo, nelle ore trascorse dal suo verdetto al bivacco tra i pellegrini, tutti si sono presi bene. Anche Samuele. Un momento: no, non posso crederci! Non credo ai miei occhi! Si diceva fosse uno introverso, invece… È davvero lui quello là che intrattiene la tavolata sproloquiando in inglese con la faccia compiaciuta? Stento a riconoscerlo. Lo stomaco appena appena concavo, l’ombelico aspirato, il ventre leggermente convesso, i fianchi pieni e le cosce solide e lunghe: sì, è lui. Agita la mano, sorride, si volta, non dimentica nessuno per farsi vedere da tutti. Non si dimentica neanche di me. Viene verso di me. Mi porta un bicchiere di vino. Si siede qui, alla mia sinistra, mi chiede se mi diverto. Ci sono altre ragazze, alcune tutt’altro che poco avvenenti. Ennesimo magistero: le pellegrine gnocche pullulano! Meno i pellegrini, ahimè. Tuttavia mi va di credere che adesso, qui, lui non abbia occhi che per me (anche se la morettina dal grosso seno è proprio carina). Li abbassa sfiorandomi la testa e stringe le palpebre coprendosi le iridi fluorescenti e dinamiche: sta per sorridere. Sorride. Mi guarda sorridendo per dieci secondi. Ricorre spesso a lunghi sorrisi, oggi. Dà fondo alla provvista della settimana! «Và che le ragazze con le tette grosse sono stupide» mi dice sorridendo. Dev’essersi accorto che la scruto con l’invidia di chi nasce destinata a piccole mammelle. Piego la testa e noto un piccolo neo sopra il mio fianco destro. È grazioso, in quel punto. Studio altre parti del mio corpo presa dalla curiosità un po’ viziosa delle bambine. Paio una fanciulla che d’un tratto scopre la pubertà. In non più di due occasioni mi sono applicata nel convincermi che, con la quantità di perversioni del gusto e della psiche maschili, dovrà prima o poi rientrare nella dialettica delle combinazioni che qualcuno s’invaghisca anche di me. Tante volte mi sono invece chiesta che cosa si prova ad avere la bellezza, e le tette grosse: mai saprò cosa si prova a perderla, ciò mi è noto, né ad avere da vecchia il petto all’ombelico. Nondimeno non perdo il sorriso per l’invidia del bel faccino o della gran tetta perché mi va di credere che adesso, qui, quello fosse un suo complimento per me, che sono intelligente! L’esistenza dovrebbe essere tutta così: te ne stai fermo in un posto che ti piace e aspetti che qualcuno ti faccia un apprezzamento, che ti faccia divertire elargendoti (sia pure per brevi istanti) l’illusione di vivere in armonia col placido mare di teste sconosciute che si orientano nella tua stessa direzione (tipo con le teste di cazzo di tutti quei pellegrini avvinazzati). Non vorrei avere usato la parola sbagliata, dirò meglio: mi sento in armonia con la disarmonia degli altri, di me stessa e del mondo!
«Mi diverto. Sì. Sono soddisfatta».
«Brava».
«Tu?»
«Sì. Soddisfatto».
«Bravo».
Ora sì che ho la sensazione d’aver passato l’esame. Mi chiamano. Vado e, ve lo prometto, torno prima che posso.
Ore 20:30
Le labbra mi bruciano per il troppo chorizo mangiato. Condisce i piatti come se il suo sapore dovesse contenere tutti i sapori portati all’estremo, sapori che non so più distinguere né, di conseguenza, nominare. Non ho mangiato solo chorizo eppure ho in bocca solo il sapore del chorizo, che mi fa ardere il palato con vampe di fuoco. Risalendo attraverso gli altri sapori gustati nella mia vita, m’imbatto nel gusto opposto eppure equivalente che è quello del latte, il primo gusto che contiene in sé ogni gusto: come il chorizo. Tagliuzzo e sminuzzo non solo il chorizo bensì tutti gli orologi che stanno impertinentemente rosicchiando questo ferragosto. È toccato anche a me avere cinque minuti di gloria: Jacopo e il Cecco mi avevano chiamata per fare da traduttrice e coinvolgere gli spagnoli in un match a… Licantropi (è notte, tutti dormono: si sveglia il Druido che decide chi proteggere e appone il suo sigillo, poi si radunano i Licantropi che decidono chi uccidere, infine si desta la Strega che decide chi salvare; giunge il giorno e, sveglia, si gioca! Oddio, come lo traduco?). Ho insomma fatto ridere tutti (simpatica o ridicola?). Mi sono voltata alla ricerca dei suoi occhi di liquirizia: hanno una larga pupilla, iridescente e guizzante; sono occhi a cui nulla sfugge, tipo quelli di un nativo della foresta dedito alla caccia e alla raccolta. La sua materia grezza, senza uno sguardo del genere, avrebbe l’assoluta indifferenza dei selvaggi. Invece sempre allarga il petto e, con un gesto marziale e insieme quotidiano, getta sui presenti una di quelle occhiate che si estendono come reti buttate a mare. I tonni come me generalmente abboccano. Anche poco fa ha fatto così, con me: mi ha pettinata, mi ha spazzolata con gli occhi. Poco male, no? E per un attimo siamo rimasti a guardarci lievemente sospesi, come se nessuno dei due sapesse stabilire chi era fuori e chi dentro l’acquario dei pesci rari. Io, la triglia, fuori di certo. Però lui ha riso, fulminandomi un colpo d’occhio a voltaggio non eccessivamente alto, quanto basta per squagliarmi nella sensazione d’essere stata giudicata ok. I suoi occhioni rotondi mi hanno detto della sua soddisfazione. Ho avuto la sua approvazione. Me ne sono allora tornata qui, alla mia postazione, al fortino del narratore-cornice (che sono convinta si rivelerà incapace di comprendere le ambiguità di questa storia che però vuole fortissimamente seguitare a raccontare. Continuo?). Tra gli schiamazzi e le risa, un tripudio d’orgoglio, mi sono sentita fieramente una figa mentre lui mi seguiva con gli occhi. È tornato da me, sempre più alticcio, e nuovamente ci si è appartati. Mentre gli altri giocavano, anche noi ci siamo baloccati. Abbiamo iniziato a fantasticare sui membri della comitiva spagnola: come in ogni gruppo, anche in quello c’è il leader carismatico (che ci prova con la popposa), lo sfigato broccolone (che ci prova con tutte) e il taciturno imperscrutabile (che non ci prova con nessuna ma tutte lo vorrebbero perché lui cela un mistero); in breve, le tre autorità minime di cui si necessita per ogni storia che si rispetti. Una sorta di abbecedario narrativo. Non appena ho accennato ad andarmene, volevo continuare a scrivere la mia storia, «no! Dove vai? Dai, stai qui con me a giocare ai film» mi ha bloccata. Come dirgli di no? E abbiamo continuato a popolare la pianura con la nostra fantasia. Solo ora ho potuto riprendere a scrivere. Eccolo Samuele il dolce, il tenero, il premuroso. Quando questo pomeriggio mi sono appisolata dopo il primo spinello (quello per smaltire la stizza, ribadisco che il Ponte della Rabbia è una cazzata) ero imbestialita. Mi sono ficcata nel sacco a pelo mentre Samuele scriveva sul suo taccuino come se non fosse che, ancora una volta, lo avevo accanto che scriveva. E mi sono appisolata. Destata dai fracassi della compagnia in festa per il ferragosto, ho sentito che lo chiamavano: «allora, vieni o no? Che aspetti?» Un gesto da parte sua, suppongo: «ah. Svegliala dai, che viene anche lei!» Stava aspettando me: ho aperto gli occhi e lui era fermo, così, per la perpetuità struggente d’un battito di ciglia a guardarmi dalla distanza d’un braccio d’uomo. Eccolo Samuele il dolce, il tenero, il premuroso. Mi è stato accanto mentre dormivo. Allegoria della novella: l’amore esiste completo ed eterno in un attimo, o non esiste affatto. Vorrei avere una foto di quell’attimo: vorrei potermelo ricordare per rammentarmi che non me lo sono inventato. Eccolo, il sogno: nella mia fantasia, per mesi prima di partire, è stato così. È esattamente così che avevo immaginato l’attimo d’amore con lui. Le vesciche mi complicheranno il sogno di realtà che sto vivendo? Chi può dirlo. Sogno o realtà? Samuele o Michele? E domani? Comunque andrà il domani, adesso mi fa davvero bene vederlo così spensierato. Sono felice se lui è felice. E se tra queste valli, tra questi boschi e pei sentieri di queste colline lo vedrò sempre così, com’è qui, adesso, al rifugio spartano di Zubiri, raggiante, io lo sarò altrettanto. Samuele, te ne prego, non ti dimenticare di queste vallate. Michele, forse, preferirebbe comportarsi da obliatore attivo piuttosto che da rammentatore solerte: s’è persuaso di dovere dimenticanza alla sua dignità; si proclama filosofo, dice d’aver rinunciato a tutto, anche alla gloria. Quindi Samuele, ti scongiuro, non smettere di riecheggiarti chi sei veramente. Così lascio anche questo giorno, confessando che vorrei per Samuele un Undicesimo Comandamento: NON CAMBIARE.
16 agosto
Al rifugio di Zubiri le finestre non avevano tende. La luce dei lampioni s’introduceva prepotente ad illuminare i nostri corpi distesi, immobili ed esanimi. Sulle vetrate, come un ricamo, si dispiegavano grandi segni di fuoco; e noi dormienti, disarmati, entravamo improvvisamente nella fascia luminosa dell’alogenia al neon mostrandoci di colpo visibili, chiari e netti come in pieno giorno. Il suo corpo intrigante distraeva i miei occhi dal sonno. Oh come sono stanchi i miei poveri occhi… Ho bisogno di chiuderli. Malgrado ciò, i suoi spostamenti notturni e il suo respiro trattenuto dalla carne gelosa mi riposano e mi ristorano come la notte refrigera gli arbusti prosciugati dal sole della calura d’agosto. Anche se non riesco a chiudere occhio mi nutre, il bel demone; e al mattino di rugiada mi bagna. Quando la sveglia suona, inopportuna, usurpa coi suoi rintocchi il mio breve sonno intriso di lui e del suo fumante corpo assopito sotto le luci artificiali dell’allucinazione infranta puntualmente alle 5:30. A Zubiri, come fossimo stati solo noi due in quella camerata, sentivo respirare solo lui, che frusciava come fra piccole cortine. Come se avessi spento la luce della stanza per contemplarne il viso sotto la flebile luce tremolante della strada, ho avuto per la prima volta il sentore che lui non sia reale: piuttosto una visione, uno spiritello, un essere notturno che scompare con le prime luci dell’alba; una di quelle creazioni che non appartengono a questo mondo e che se ci scendono un attimo è solo per farti sentire che non le puoi avere. Difatti, puntualmente, alle 5:30 Samuele riguardosamente svanisce gorgogliando fragorosi sbadigli. Lo ritrovo nervoso, al risveglio, con una piega dura all’angolo della bocca e tremanti bagliori in fondo agli occhi. Si alza, saltella, piega la testa a destra e a sinistra e scioglie le braccia come un pugile appena salito sul ring. Siamo a Cizur Menor ora, la guida dice a quindici minuti da Pamplona (che splendido, l’assaggio di quella città); ma noi, a piedi, questo pomeriggio sotto “il rabattone” (come lo ha battezzato il Cecco) abbiamo impiegato ore, e probabilmente rimesso ore di vita! La tappa è stata inutilmente allungata a 25 chilometri, l’ultimo in picchiata ascensionale ai 40 gradi delle ore 14:00, il tutto solo per evitare di sostare in una città che, al contrario, meritava. Dichiaro che l’idea di proseguire fino a Cizur Menor l’ho avuta io (rea con-fessa) e mi mangio le mani (per non dire dell’altro, i pellegrini dovrebbero evitare le trivialità). Però anche il resto della ciurma ne era ingolosita, volevamo tutti fermarci qui, al rifugio dell’Ordine di Malta, che fa molto Templare. Anche il sello fa molto Templare. I Templari eccitano la nostra immaginazione: fondata da nove paladini che avevano deciso di non far ritorno dalle Crociate, la Confraternita diffuse la propria influenza in brevissimo tempo per tutta Europa. Fu una vera e propria rivoluzione di costumi. Un’unica causa: proteggere i pellegrini in marcia per Gerusalemme. Nel corso di due secoli, i Templari accumularono moltissime ricchezze e altrettanta fiducia: furono tante le donazioni di gratitudine; i nobili e i sovrani affidavano loro i propri valori per viaggiare con un solo documento che bastava a comprovarne l’esistenza; una sorta di certificato che equivale alle credenziali, credo, lettere di credito che si utilizzano ancora oggi. Purtroppo però, un venerdì 13, il 13 ottobre 1307, il Vaticano e i maggiori Stati europei avviarono una delle più tremende operazioni poliziesche della Storia: i più importanti capi dell’Ordine furono catturati e imprigionati con l’accusa d’officiare cerimonie segrete, di adorare il demonio, d’essere blasfemi contro Cristo e di celebrare riti orgiastici praticando la sodomia con gli adepti. L’Ordine del Tempio fu insomma spazzato via, i suoi beni vennero confiscati (e chissà chi se li prese) e i membri della Confraternita si sparsero per il mondo. Poco male, visto che i re di Spagna impegnati nella Riconquista ospitarono i Cavalieri in fuga affinché li aiutassero contro i Mori. Così si formarono i vari Ordini spagnoli, tra i quali l’Ordine di San Giacomo responsabile della sorveglianza del Cammino. Bella storia, no? Quindi dormiremo in una chiesa templare. Questa volta è proprio una chiesa, non ci sono dubbi, alle 19:00 ci cacciano che c’è la messa! Una decina di materassi sbattuti in terra, grigiastro e umidiccio, rondini che svolazzano e cagano: “Maria Isabel accoglie in un bel rifugio” (bello… pieno!) “e anche la chiesa dopo la messa si attrezza ad ospitare i pellegrini, offrendo oltre ai materassi” (qual gentil concessione) “anche il fresco delle sue mura”. Fresco? Freddo! Mi permetto di suggerire un’errata corrige alla provvida guida. L’atmosfera è quantunque singolare. Questa, invece, è stata la terza tappa: il devasto. Siamo devastati. Tutti. Da Trinidad de Arre fino a Cizur ho camminato col Cecco, che avevo ragione a definire uno ragazzamente spassoso!
«Che rabattone! Fa più caldo che nel culo del diavolo!»
«Cecco, non mi sento più le ginocchia!»
«Se fai così vai in scioltezza, dai! Fai così» mi suggeriva mostrandomi modi alquanto improponibili d’avanzare, tali da fargli assumere le sembianze di un mollusco privo d’ogni resistenza ossea.
I meglio modi per aggravare le infiammazioni, direi. Un tempo, il mio scheletro mi avrebbe confortata. Oggi avrei desiderato d’essere invertebrata. Non voglio pensare a come saremo ridotti domani, dopo aver attraversato Pamplona come amebe smidollate! Mentre Jacopo e Matteo si sono fermati a fare qualche foto alla città e la Ile in piscina, noi due abbiamo mantenuto il passo celere apposta per assicurarci i posti letto all’Ordine di Malta, volevamo quelli in chiesa. Samuele era con Carlo: l’infiammazione alla rotula lo ha definitivamente bloccato sul sentiero lungo il quale ha provvidenzialmente incontrato un’infermiera che gli ha iniettato dritto in vena dell’antiflogistico; o ci sarebbe rimasto, sul sentiero. Povero Carlo: anche a lui come a noialtri tutti si dovrà somministrare dell’ACTH per contenere il collasso catabolico dei tessuti. Oggi era proprio il continuo saliscendi degli antichi tracciati, tra fitti boschi e paesini rimasti fermi ad altri tempi, quali non saprei dirlo. Sono cittadelle per le cui strade s’incontrano sempre le stesse facce: i volti delle loro abitudini comunicano anche a chi, come noi, pur senza essere mai stato da queste parti, capisce che sono le solite facce, lineamenti che le vetrine delle botteghe o gli specchi nei bar hanno visto ispessirsi o afflosciarsi, espressioni che sera dopo sera si sono sgualcite o gonfiate. Tutti si danno del tu, parlano mezzo in dialetto, è gente abituata a vedersi tutti i giorni da chissà quanti anni, ogni discorso che fanno è la continuazione di vecchi discorsi. Qua non siamo nel tempo che siamo. Non so neppure se siamo nel XXI secolo, sembra Frittole! Sali e scendi, siamo giunti a Trinidad de Arre a scaglioni: io col Cecco, Jacopo con Samuele. Poi Matteo a darci notizie su Carlo: «l’ho lasciato là, col culo all’aria» che, detta così, non ci è suonata un granché. Della Ile manco l’ombra. Un po’ ci si è preoccupati, soprattutto per Carlo: insomma, come comportarsi al cospetto dei primi imprevisti casi d’atassia? Nessuno di noi sette, per giunta, ne sa di scoutismo né di Baden Powell. Si è dunque optato per confidare in Carlo, nel fatto che Carlo è studente di medicina (seppur all’Nesimo anno fuori corso); infatti non ha chiesto aiuto né ha proferito parola (un po’ come agli esami). In un certo senso lo capisco, anche lui vorrebbe farcela da solo. Nonostante ciò, localizzato il suo puntino malfermo all’orizzonte, gli sono corsa appresso chiedendogli di concedermi di portargli lo zaino: quasi s’incazzava (era scontato non avrebbe approvato, figurarsi l’aiuto di una ragazza e figurarsi il mio)! Ecco cosa si guadagna ad essere gentili! Effettivamente, il mio voleva semplicemente essere un gesto di cortesia; uno di quei gesti che, si sa, hanno valore puramente formale. E quindi? Quindi, per il piacere puramente egoistico di sentirmi utile, mi sono dovuta accontentare di fargli preparare dalla signora stordita della gastronomia dove ci si era rifocillati mentre lo si aspettava un bocadillo con le sardinillas. L’ha gradito, almeno quello. Carlo, lo capisco, si vuole sperimentare mettendosi alla prova fino a livelli impensabili prima perché rispetto all’adesso di adesso tutto ciò che era prima è relativo, soprattutto il dolore fisico e le distanze. Finito l’effetto dell’antidolorifico, Samuele ha disposto di stare con lui; noialtri si è ripartiti, io e il Cecco marciando sostenuti col precipuo incarico d’arrivare quanto prima al rifugio: era davvero indispensabile trovare dei materassi. Io, al ventiquattresimo chilometro, praticamente correvo, in salita, sempre per il piacere puramente egoistico di sentirmi utile. E per accaparrarmi il miglior posto letto. Così io e Samuele, anche stanotte, saremo vicini. Se è vero che è di rigore andare fino in fondo, allora è d’obbligo dire la schietta verità, non illudendomi né illudendovi. Ergo: ho fatto in modo fosse ancora così mentre lui non c’era. Mi sono detta: tanto sbattimento sarà pure valso qualcosa, no? Me lo merito un premio, no? Ergo: ne ho approfittato per prendergli il posto vicino al mio, o per prendermi il posto vicino al suo. Il risultato non cambia. Niente di romantico né di provvidenziale: badare a prevedere le conseguenze m’è semplicemente parso doveroso. Come dite? Uno psicoreato? Orbene mi confesserò, siamo apposta in una chiesa. Il punto è che oggi ci sono stati momenti in cui la coscienza di me s’è annullata per poi riapparire dopo una parentesi di vuoto. E non c’era modo di sapere se quegli intervalli fossero durati ore, minuti o pochi secondi. Sto inaugurando un polpettone col tempo, che non capisco più se passa o no. Entrare a Pamplona, ad esempio, è stato destabilizzante: dopo tutti questi giorni senza città… ma tutti quanti? Non me ne rendo conto. Non ho sempre vissuto così? Vabbé, dopo tutti questi giorni è ad ogni modo risultato balordo immettersi in una cittadina con più di duecento abitanti: i primi accenni di traffico, la freccia che continuava sui marciapiedi e sui pali dei semafori, l’asfalto, un perfetto ambiente urbano nel quale ci si è ritrovati come catapultati vestiti da pellegrini e col balordone, tipo in un baccanale. Mascherati, ecco, tipo a carnevale, con le pernacchie che ci facevano le marmitte e i bus di linea che vomitavano gente. Uno strano effetto. Pagliaccesco. Quello di Pamplona è il tempo della città, il tempo della pianura, il tempo di una normalità dalla quale il pellegrino non può che farsi sfiorare; non ha tempo per quel tempo, se non altro perché deve incalzare o non troverà un tetto! Ciò credo valga solo in agosto; e in agosto certamente siamo, pei 45 gradi all’ombra non ho dubbi! Per sveltire: cambio di tempo verbale, anche il racconto deve sforzarsi di starci dietro. Presente: arriviamo trafelati all’Ordine di Malta, sento Carlo telefonicamente, mi dice che lui e Samuele sono on the road; mi dice che non ce l’ha fatta a portare 13 chili di zaino e che allora glieli sta portando Samuele. Ah come mi piacciono gli uomini che danno senza bisogno che si domandi loro nulla! Un momento però: Samuele sta portando due zaini? Samuele s’è caricato 30 chili di roba sul groppone e sul ginocchio che gli faceva male? Lo ribadisce sempre, lui: «la qualità di una persona si riconosce se aiuta la gente in difficoltà». Lo visualizzo che s’arrampica lungo la salita sotto il solleone; allora sbatto la zavorra sui letti, perdo la cognizione del dolore della fatica e della stanchezza; testualmente, volo da lui. Nessun gesto di cortesia formale questa volta. Per rallentare: cambio di tempo verbale. Imperfetto: le calze le sentivo fradice, erano irrorate di sangue; non mi sarei pertanto potuta permettere il lusso d’una galanteria di convenzione. Sapevo che tornare indietro avrebbe comportato la recrudescenza delle mie condizioni fisiche, ma che avrei potuto fare? Davvero mi sarei potuta andare a fare la doccia, o una canna, per poi appisolarmi all’ombra d’un faggio sapendolo on the road con 30 chili sulla schiena a claudicare sotto 45 gradi dopo 25 chilometri e con un solo bocadillo nello stomaco? Giuro che se fosse toccato ad un altro mi sarei fatta la doccia, poi attizzata un porro e pure assopita all’ombra del faggio. Lo garantisco! Non sono una granché altruista. E il mio gesto nient’altro ha dimostrato che l’egoismo del mio amore.
«La vita è così dura per tutti» ha tentato di dissuadermi il Cecco dapprima con pacatezza, «lascia che se la sbrighino tra loro»: lui è un sostenitore dei vantaggi dell’accomodamento, di una vita tranquilla senza seccature per nessuno, qualcosa come un sonno felice in mezzo alle inevitabili porcherie dell’esistenza.
Ma «bisogna aiutare gli altri se si vuol essere degni di aiuto!»
«No, nessun aiuto per certi sbagli! È con queste debolezze che la società va a rotoli» si è infervorato poi, e non ottenendo alcun effetto ha sbraitato: «tu non andare! Non farmi incazzare più di quanto hanno già fatto quei due cretini che vogliono a tutti i costi fare gli eroi! Avrebbero benissimo potuto prendere il pullman. O un taxi. Nessuno ha richiesto loro una prova di coraggio. Hanno obbedito ad ordini non dati! Hanno scelto di dare sfoggio della loro bravura quando sarebbe bastato mostrarsi intelligenti. Tu non andare!»
«Cecco, devo andare. Tu... tu non capisci, tu non sai!»
Allora lui, freddamente, con uno di quegli eroismi ignorati da tutti ma che invece risolvono le volgari tragedie dell’esistenza, ha sancito: «sventurata la terra che non ha eroi!»
«No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi» ho replicato io: gli esseri umani hanno in fin dei conti tutti il diavolo nei polpacci.
Mi sono rifiutata di spiegarmi meglio, perfino soddisfatta di quelle allusioni salaci che ero la sola a capire. Questo viaggio sta facendo venire a galla (proprio sulla pelle dico) ogni nostra caratteristica: in una gran pompa aspirante di vocazioni, quel che ognuno ha dentro in qualche modo salta fuori. Il Cecco, a volerlo prendere come campione, è un burro di ragazzo, zuccherino e soffice come il pan di spagna, vitale e divertente, sensato e stimolante. Carlo un orgoglioso recidivo; il fatto che abbia accettato di cedere lo zaino a Samuele, altezzoso com’è, mi fa pensare che il suo dolore fosse seriamente oneroso. Samuele è il titano che esagera ogni manifestazione; il suo ardimento lo porta avanti con cocciutaggine, la stessa tracotante irremovibilità che lo induce a comportarsi come un mulo da soma; pervicace, si concede con tutto il possente corpo; il resto lo comprime giù, il ciuco, senza capire che tutti abbiamo bisogno di tutti, e di tutto. Quante volte l’ho sentito ripetermi che bisogna tenersi dentro ogni cosa: «non bisogna mostrare a nessuno quello che pensi, lo capisci o no? Col cervelletto che ti ritrovi non ce la fai proprio a capire che non bisogna mostrare la gola? Pensa alle tartarughe, alla loro corazza: così si deve fare. Si deve diventare forti, così nessuno può farci più male!» Gliel’ho messo in bocca troppe volte, il credo autotelico dell’autodifesa. L’ho creato troppo pieno di sé: troppo pieno, troppo perfetto per essere mancante. Gli manca l’imperfezione. Ma così non è reale! Eppure, a proposito di Samuele, oggi qualcosa non m’ha convinta del tutto. Lo conosco bene e da tanto tempo, so come fa. Ho il sospetto non fosse lui quello, non è da lui incaparbirsi così. Samuele è sì uno tosto, ma è più smussato di quel colosso dal corpo intatto che questi giorni paiono non averlo riguardato affatto: che fosse Michele? Carlo è un cartoccio, i piedi di Jacopo non si possono guardare, il Cecco e Matteo paiono zoppi dalla nascita (per l’appunto, chi va con loro impara a zoppicare) e dell’Ilenia si sono praticamente perdute le tracce (ho ragioni per credere sia ancora in piscina); io, poi, entro ufficialmente a far parte della fascia protetta dei lebbrosi: conto oltre otto vesciche, alcune delle quali completamente spalancate sulla carne incendiata, finestre sul sangue le dimensioni di alcune delle quali non sono più la mia realtà bensì un fenomeno… da baraccone; m’è saltato fuori anche un male penetrante al ginocchio sinistro che mi lascia malfida per quanto è sinistro (non farò mica la fine di Carlo, giù le mutande col sedere al vento e l’infermiera che mi fa l’iniezione! E se mi capita un infermiere?)! Pure a Samuele dolevano la coscia e il ginocchio ma a quel Michele lì no, lui niente! Non sente niente. È chiaro: non appena tocca una superficie piatta s’addormenta come fulminato; ciò risulterebbe bastevole a rammentarne l’umanità. È uno molto umano, e generoso (se non altro perché ogni talento s’accompagna spesso alla generosità). Dare lo mette di buon umore, lo incita a dare ancora, come col gioco d’azzardo. Solo che per lui l’eccitazione sta tutta nella possibilità di perdere. Una perdita dopo l’altra. La caduta cieca, spericolata! Michele non è malvagio, è solo un tantino egocentrico, imprudente, sconsiderato e interamente rapito dal suo sé: prima di tutto mettersi alla prova, confermarsi d’essere forte, sempre, oltre ogni margine. Ma in cosa consiste esattamente la forza? Adesso come adesso, il concetto mi sfugge (cercare sul vocabolario). Michele è convinto che l’anima, non solo il corpo, si debba fortificare: per soffrire! Ma non dovrebbe essere che ci si fortifica soffrendo per poi… ? Beh, insomma, quale migliore occasione d’oggi, per quel guerriero arrogante di Michele? ¡Ultreia! E io… io non mi sono comportata differentemente da lui, seppur per divergenti cagioni. In cosa consiste esattamente la saggezza? Adesso come adesso, il concetto mi sfugge (cercare sul vocabolario). E l’amore? Cercare sul vocabolario: prima cosa da fare non appena a casa! Il Cammino mi ribadisce, in conclusione, un’innamorata scriteriata. A tratti nondimeno patetica, tipo Norma Desmond in Viale del tramonto: spero solo di non olezzare di tubero! La verità è che nient’altro avrei voluto fare che accorrere in suo sussidio, Samuele o Michele che fosse. Presente: il Cecco mi strilla dietro, stringo il nodo del foulard al ginocchio, digrigno i denti e perdo il senno; ridiscendendo, incrocio Matteo e Jacopo che mi osservano straniti, “questa è pazza” evidentemente pensano; corro in decadenza, che ben altro richiede dell’allegro frenare del puntare i piedi; in sostanza, mi lascio precipitare col rischio d’inciampare e rotolare giù come una palla; tento la mossa del mollusco ma sento un crack al ginocchio destro; è un rumore sgradevole, come quando si rompono gli ossicini del pollo; fischia il pneumotorace; un senso vischioso dentro le calze mi dà un enorme fastidio e l’idea del sangue rappreso la nausea; mi lacrimano i piedi e mi bruciano gli occhi. Finalmente ne scorgo la sagoma in lontananza: trascina le falcate madido di sudore, cinereo. Un suo primo piano lo avrebbe restituito quantunque grigio (flashforward: probabile prova fosse Michele, la sua istintiva preferenza per le foto in bianco e nero dice molto di lui. Questo manca all’ego alter di Samuele: il colore, l’apertura). Imperfetto: gli occhi cerchiati d’entrambi ci tradivano palesemente estenuati; eppure un beffardo sogghigno di trionfo gli sciabordava tronfio dal profondo del petto ritmicamente scosso dal cardiopalma che gli gonfiava le costole. Non sei Superman, cazzo! Avrei voluto schiaffeggiarlo ma… che la volessi io, l’attillata tutina col mantello? E poi era così compiaciuto che… sarò felice se lo vedrò felice avevo detto, no? So cosa stava facendo: esagerava i limiti della sua sopportazione e posponeva i suoi traguardi. Altruismo o egocentrismo? Buonsenso o grande stupidità? Nuance o foschia? Samuele o Michele? Non lo so. In ogni caso e per parte mia, un’altra domanda riceve risposta: per nessun motivo al mondo si dovrebbe desiderare un aumento del proprio dolore. Se c’è pena si dovrebbe desiderare una sola cosa: che finisca. Davanti al dolore non ci sono eroi. No, davanti al dolore non ci sono eroi.
Ore 20:00
Mi avevano per caso presa per una che abbandona i compagni? Ebbene, ero tornata al momento giusto. Attenzione!
«Perché sei venuta?»
«Per aiutarti, scemo che non sei altro».
«Tanto manca poco».
Con un mezzo sorriso ha però completato il suo pensiero e, inaspettatamente, mi ha ceduto lo zaino di Carlo. Così, alla fine, non ce la faceva davvero più. Ad impresa conclusa era tornato in sé. Ad ognuno di quei profondi e muti ansimi era sceso d’un passo nel baratro e finalmente, con un gesto melodrammatico che gli è venuto spontaneo e con completa coscienza della propria sincerità, s’è lasciato cadere sulla panchina col capo tra le mani. Era arreso: non gli restava che fidare nell’aiuto altrui. Sempre su quella panchina, più tardi, poco fa, mentre ci si fumava una sigaretta insieme: «questa tappa ti sarà sicuramente piaciuta, neh?» gli ho chiesto con fare provocatorio. Ha fatto il cenno che sì e il gesto dell’ok con un ghigno di sbieco che nulla aveva da spartire col suo solito sorriso. Piuttosto sembrava una maschera, anche se amabile, poggiata sull’ironia della mia osservazione. C’era in quel sorriso una soddisfazione sadica. Ha sorriso come un boia che entra nella cella d’un condannato la mattina dell’esecuzione. Un sorriso che, se al condannato fosse dato di sopravvivere, finirebbe per trovare quasi simpatico. Quindi aveva un sorriso da boia. Facendo una smorfia, gliel’ho fatto afflosciare sul volto come uno straccio bagnato. Adesso che la messa è finita, è spiattellato sul materasso dandomi il posteriore (che nel suo caso non è poi un brutto dare); non ha più un centigrammo di resistenza in corpo. Fuori sta per scrosciare un temporale. Il fronte temporalesco è incagliato tra le cime delle montagne. Un tuono l’ha risvegliato. S’è svegliato, l’asino. «Voglio fare un aquilone» dice con una voce metallica, tipo quella che esce da uno di quegli apparecchi elettrici fatti solo per parlare dal dentro al fuori. Pur conservando l’alterigia d’aristocratico e la fine eleganza della sua razza impoverita, in brevi istanti di vertigine pare essere turbinata in quello stravagante cervello una qualche idea stramba. «Voglio far volare un aquilone» dice infatti con una faccia che ha talmente cambiato espressione che sembra esserci un’altra persona seduta sul letto vicino al mio. Mi mette un piede in faccia e se ne va. Ma dove va? Lo seguo inoltrarsi nel campo qui davanti. S’è per un attimo addirittura dovuto poggiare alla staccionata. È proprio stanco. Ha socchiuso gli occhi lasciandosi inebriare in un’unica inspirazione da tutta la sensualità della stupida idea che è salita ad infiammargli il viso. Alzo gli occhi. Gli squarci dei fulmini distorcono la torre della chiesa: il contorno della croce sembra un uomo con le ali. Un angelo. Devo strizzare gli occhi per far sì che la croce ritorni ad essere quello che è. Ha detto di voler fare un aquilone: mi pare una cazzata ma lo lascio fare. Lascio si diverta. Ha ancora qualche energia, forse. No, non è umano. Per questo non sorride. Per questo non mi sorride.
17 agosto
Siamo a Villamayor de Monjardín. Tripudio d’ammirazione: 54 chilometri??!! No, vi argino immediatamente: da Cizur Menor siamo tornati a Pamplona, come i gamberi (l’ho detto di aver avuto una pessima idea). Quantomeno abbiamo vinto l’attrito dei vertebrati: non abbiamo più un’intelaiatura ossea ad irrigidirci i movimenti! Siamo crostacei ora, con una resistente corazza (fatta eccezione per il povero Cecco che si è dovuto comprare le fasce rinforzate per le ginocchia). Al buio delle 6:30 del mattino (perché alle 6:30 è inderogabilmente mattina ma qui è buio pesto) siamo arrivati alla stazione dei bus di Pamplona e abbiamo preso il pullman per Estella. In poco più di venti giorni è impensabile fare per intieri gli 800 chilometri e oltre del Cammino. La guida vociferava male circa le ultime tappe della Navarra (“tutte lungo la strada statale”) e buona parte della ciurma non vedeva l’ora di salire su quattro ruote. La disposizione presa ieri a cena soggiunse agile come uno sprazzo di luce nei nostri cervelli, tipo una folata di vento fresco in un arido deserto di superomistiche intenzioni. Ognuno ebbe modo d’esprimere le proprie preferenze (con tutte le banali considerazioni che vagano pei cervelli come la polvere negli appartamenti): siamo in regime democratico, qua. Questo viaggio somiglia sempre più ad una collana di perle di vetro sfaccettato messe in scala: l’istante più grosso andava messo al centro. Nel mezzo, insomma, il bus calzava a pennello! Come? Non siamo neanche a metà strada? Vabbé, non mettiamoli sempre, i puntini sulle i! C’era un vento pazzesco: allora abbiamo volato su Zariquiegui, Alto del Perdón (donde se cruza el camino del viento con el de las estrellas, mai viste così tante pale eoliche), Uterga, Óbanos, Eunate e pure Puente la Reina. A Puente la Reina tutti i Cammini per Santiago si unificano: che peccato, ci siamo persi il ponte romanico sul río Arga, il ponte dei ponti, il ponte sul quale i pellegrini si sentono davvero pellegrini, il Ponte dei Pellegrini! Saremo sempre pellegrini a metà. È la nostra condanna. Siamo dei miserandi peccatori! Non contenti, abbiamo sorvolato Mañeru, Cirauqui, Lorca e Villatuerta. L’autore della prima guida della Rotta Giacobea, Picaud, la guida della guide, descriveva Estella come “un luogo fertile e dal pane squisito, con vino, carne e pesce ottimi. Il suo fiume, l’Ega, ha l’acqua dolce, sana e molto buona”. Ad assaggiarla, coi tempi che corrono, ci sarebbe venuta la salmonella. Ci siamo dunque fermati a far colazione in un bar vicino alla stazione e, a turno, siamo tutti corsi in bagno in preda a travolgenti attacchi di cacarella. A Estella tirava insomma aria di dissenteria. Quindi ce ne siamo andati subito. Camminando 9 chilometri, da Estella ci siamo spinti fino a qui. Prima, abbiamo visitato il Monastero di Irache, ci siamo fermati alla fonte del vino (ci saremmo riempiti le borracce, corrotti scimuniti che non siamo altro, se non fosse venuto giù goccia a goccia!) e dopo Azqueta e la Fuente de los Moros siamo giunti a Villamayor. L’ultima tappa in Navarra: “lunghi e affascinanti spazi di solitudine”. Se anche non ci fossero stati me li sarei presi. I miei piedi: sviscerati. Ho abbandonato gli scarponi confidando nelle vetuste Converse che mi hanno concesso un po’ di sollievo. Eppure ho il presentimento sia solo momentaneo. Anche oggi mi sono spaventata nello sbendarmi: le piaghe dell’arduo itinerario sono sempre più tumide, la flogosi più cocente e io più irritata. Il mignolo del piede destro mi preoccupa. Si sta gonfiando a dismisura. Come se non bastasse, non accortami di quel diavolo di sgabello piazzato lì da non so chi (chi cazzo ha messo lì quel cazzo di sgabello?!) ci ho pestato contro il piede nudo. Implodo di dolore ma non lo do a vedere. Faccio come se non fosse che ho peggiorato la mia situazione; ma sono decisamente angustiata perché so bene dell’impraticabilità del come se non fosse. I miei umori neri ora derivavano in gran parte da questo accidente, che mantengo inconfessato con la vergogna di una ragazza madre costretta a nascondere il suo stato. Mi sembra un incidente ridicolo, qualcosa che mi diminuisce e a causa del quale verrei presa in giro. Che brutto scherzo! Nessuna fortuna davvero! Esserci caduta quando pensavo che non mi potesse succedere dell’altro... Eppure so delle circostanze (s)favorevoli: la fatalità ti dà una mano di carte e tu giochi con le carte che ti sono state date; non devi piagnucolare, non ti devi lamentare. Da qualche giorno a questa parte, era davvero questa la mia filosofia! Perché allora non riesco ad evitare questi tuffi nella sfiga? Non è che mi piace il difficile… mi capita! Inizio a capirci qualcosa in più anche del dolore: c’è solo un numero di volte che puoi ripetere che non fa male prima che cominci a farti male più del male. Ho capito anche che, nei momenti di crisi, non si combatte tanto contro un nemico esterno quanto contro il proprio corpo. Sono stanca: stanotte ho dormito poco e male. In quella chiesa era buio pesto, le palpebre mi lappolavano ma lui non lo vedevo; anzi, non lo recepivo. Il suo corpo, perduto nell’oscurità delle cortine di cemento, era buttato sul materasso tipo uno straccio umano, come sgualcito e svuotato da trent’anni di vizio; pareva un angolo di cimitero quel suo giaciglio. Sì, sul suo letto era distesa una forma grigia nella quale si distingueva solo una macchia livida (che doveva essere il viso). Lo sentivo respirare pesantemente nella caligine di quel tempio ma non lo avvertivo, epidermicamente dico. Allora, con le mani, ho palpato nient’altro che la mia solitudine. Faceva freddo. La danza del terrore si era scatenata intorno alle 20:30. In meno di dieci minuti, la mezzaluna che pendeva al centro del cielo era stata imbavagliata da una coltre di nubi gonfie che cavalcando avevano invaso la pianura. Alle 23:00, fragori di tuoni e sbuffi di saette hanno sancito la fine primo tempo dei balli di una lunga notte di pioggia. Alle 2:00 sono stata destata da un botto così forte che credevo fosse esplosa un’autocisterna sulla statale. Sepolta nel letto, mi sono messa ad ascoltare il temporale. Il tetto della chiesuola era una grancassa sotto quegli schianti. Se chiudevo gli occhi mi sembrava d’essere nella stiva di un transatlantico, con gli infissi che scricchiolavano da tutte le parti. Oppure dentro un tamburo di latta. Le gocce di pioggia dovevano pesare come il mercurio. Tutti quegli sbalzi mi hanno fatto pensare che nell’ordine perfetto dell’universo si fosse aperto uno squarcio irreparabile. Ho tastato con mano la mia segregazione, l’isolamento dei miei piedi pulsanti nei quali rimbombavano i rintocchi cardiaci dal petto che aveva avviato una sinfonia di singulti silenti, per non svegliarlo. “Silenzio!” mi sembrò difatti di udire ad un tratto. Rimasi annichilita e gettai un’occhiata in tralice verso quello che avvertii essere il corpo di un morto. Nella pesante assenza di rumori che cadde su di noi, il silenzio del nulla, quella mi sembrò invero la rigidità di un cadavere disteso! Il gelo della salma mi aveva ripreso: nonostante la sorda paura della malattia che si era impossessata di me, m’imposi di smettere di singhiozzare. Non volevo disturbare neanche il Cecco, vicino a me dall’altra parte. Non volevo scocciare nessuno. Mi sono sentita condannata alla solitudine e allora ho pianto in silenzio. Non ho frignato come un neonato né erano i capricci di una ragazzina; ho proprio pianto, erano proprio lacrime: piangere significa entrare in contatto con la realtà di un occhio, percepire due gonfi lucciconi ingrossarsi lentamente come se dalle stesse papille provenissero, come se fosse proprio il bulbo oculare a sciogliersi per poi colare lungo le guance mentre altre due stille salmastre si riformano ai lati degli occhi. Gocce che si fanno incessantemente rigenerandosi. Piangere equivale all’esperienza della cecità, in qualche modo. Difatti non mi era dato di vedere nulla. Anche stamattina ho pianto: ho fatto i capricci, non volevo separarmi dalle mie adorate infradito. Poi, mentre tentavo di medicarmi e bendarmi nel nero livido di una torcia che non illuminava niente, ho pianto di rabbia; e ho imprecato, in chiesa. Ad un tratto un’eco. Non ero l’unica: Carlo, d’ora in poi, tutte le mattine prima di mettersi on the road si dovrà fare una puntura. Al ficcarsi dell’ago nella polpa si udì una maledizione che riecheggiò nell’antro sacro. Era lui. Ci credo se poi la Provvidenza non ci aiuta! Ero di fretta: alle 7:30 sarebbe partito il pullman e io non ho ancora imparato uno dei primi dettami basilari del valente peregrino, ossia riavvolgere il sacco a pelo in meno di un minuto. Pochi veterani sono in grado di farlo con due mosse sicure. È un’abilità rara e molto invidiata per la quale occorre un’attitudine innata di cui io sono decisamente sprovvista. Uno dopo l’altro, gli altri sono usciti come granchi dopo il passaggio della risacca e se ne sono andati tutti, uno dopo l’altro. A me è montato il panico. Mi sono precipitata fuori: nel cielo livido era stampato un vaso sanguigno, non pioveva più e i passeri sui cipressi cominciavano a cinguettare timidamente; “hai visto che nottata?” mi è sembrato di udire, “ma è passata, e adesso si ricomincia a vivere!” La notte aveva scavato tanti ruscelli che versavano fango sulla strada. Sul selciato, l’ombra della chiesa sembrava quella di un bunker avvolto dalla bruma. Decisa a partire, ho fatto per mettere un piede nel fango quand’ecco un’altra ombra; fumava una sigaretta, la teneva all’angolo della bocca e inclinava la testa per non farsi andare il fumo nel naso. Di chi era? Perimetrandola ho capito quant’è complicato identificare esattamente le cose dalle ombre che proiettano. Non ci avevo mai pensato. Alcune travi dritte parevano curve, pietre spigolose si riflettevano con forme rotonde, e anche lui era lì, presente eppure assente. Identico a se stesso eppure differente. Ha spento la sigaretta e mi ha guardato: era la sua ombra che si proiettava per terra; era l’ombra d’un gigante, talmente grossa da non sembrar vera. Lui aveva un’espressione indecifrabile, tipo quella di un uomo che non ha molto da perdere e che non sa cosa sia la paura. Come può del resto entrare la paura in una simile struttura da colosso? «Muoviti» mi ha detto. L’ho seguito guardandomi intorno per vedere se lasciava tracce. C’era solo la cicca della sua sigaretta, che però poteva essere stata fumata da qualcun altro. Non invano egli doveva essere rimasto lì, fermo come un masso, radicato al suolo; certo per uno scopo, ma quale? Mi era sembrato volesse prendere tempo per decidere qualcosa, o che non se ne volesse andare da quel luogo. Oppure mi stava aspettando? Ho preferito credere mi stesse aspettando. Desideravo che qualcuno mi aspettasse: è così che succede con gli angeli custodi, no? Ti danno una mano solo se sanno esattamente cosa desideri. E pare che Samuele sappia sempre quali siano i miei desideri: mi ha fatto sentire protetta. Mi ha fatto sentire come ogni uomo dovrebbe far sentire una donna. Quasi sicuramente durante la notte ho pianto anche per il nero livido del domani in cui a tutto questo dovrò rinunciare, abiurando il dormirgli accanto. Ho la sensazione di non poter più dormire senza il suo corpo in prossimità del mio. Comunque sia, stanotte si dormirà spaiati. Nel nuovo eremo i letti a castello non sono ammassati perché le camere sono di “soli” otto posti letto. Dormirò sotto di lui (detta così, potrebbe anche sembrare una cosa avvincente). Mi toccherà d’affrontare la paura del sotto, per forza, domattina sennò non riuscirò a medicarmi i piedi che abbisognano di cure meticolose: mi dovrò alzare una mezz’oretta prima degli altri che vorrei importunare il meno possibile. E se il letto sopra dovesse cascare, vorrà dire che lui mi cadrà addosso, 90 chili d’ottima creazione, e io ne morirò. Rinunciando al suo corpo disteso vicino al mio morirei comunque. Il risultato non cambia: se dormirgli accanto l’annovererei tra le ragioni per cui vale la pena di vivere, il contrario tra quelle per cui no, no? A questo dovrò rinunciare, nell’immediata sintesi di un futuro acrilico: ad una ragione di vita. A questo dovrò avvezzarmi, dunque, ad una ragione per non vivere? Non mi pare cosa invariabilmente gradevole. Prendo di nuovo la penna e scrivo: non capisco il COME e non capisco il PERCHÉ! Me lo dovrà motivare questo viaggio, e dovrà essere persuasivo o non mi darò pace. Detto fra noi, nemmeno so come farò ad arrivare a Santiago conciata come sono; non mi resta che aspettare e stare a vedere. Non si può sapere nulla, perciò non si ha manco il diritto di preventivare il peggio, anche perché il peggio del quando mi spruzzo l’acqua ossigenata sui piedi scuoiati non me lo riesco davvero a figurare. Piuttosto intuisco cosa proverebbe una braciola di maiale se sentisse, e allora mi chiedo PERCHÉ porco mondo ho deciso di fare questo viaggio? PERCHÉ?! Perché questo viaggio è sorprendente. So perfettamente cosa rispondermi: alle soglie d’ogni umana comprensione e al di là di qualsiasi immaginazione non v’è un istante in cui io non riceva la conferma del fatto che questo viaggio è sorprendente, e che ho fatto la cosa migliore che potessi fare, ho fatto la cosa giusta. Questa è la cosa giusta. La più giusta tra le giuste cose che potessi fare! Non è detto esserci La Cosa Giusta, una sola intendo. Potrebbero esserci due cose giuste. Potrebbero essercene cento o non essercene affatto. Ma di sicuro c’è La Cosa Più Giusta, una tra le cose più complesse al mondo, quella che in musica si direbbe tono. L’unico modo per trovarla è sapere quale sia La Più Sbagliata, ossia non fare questo viaggio. Pertanto ritengo d’essere nel giusto a definirmi, nella semplicità del suono e nell’inconsistenza della parola, felice. Ora sono sdraiata a scrivere sul grano reciso di un campo che non la finisce mai di scollinare. Sono sbragata nel giallo orientale delle tinte della Provenza. Sembra la Provenza, qua. L’infinito è intorno a me con le sue colline sinuose che mi seducono ammiccanti come fossero le coperte del sonno della terra, dove tutto si tace (fatta eccezione per le fastidiosissime mosche). È il posto adatto per l’Esercizio dell’Ascolto, questo: avvicino l’orecchio al suolo e ascolto il sordo rumore della terra. A poco a poco i suoni si separano: lì il leggero fruscio delle foglie, là voci lontane, su le ali di un uccello, qui… Qui le mosche. Guardando le mosche che mi si appoggiano addosso capisco che devo scrivere del vero invece che catturare il mondo illeggibile e senza centro del senza-io. Non sono una ghost-writer. Devo tenere presente le mosche. Le mosche mi danno l’imboccata: non è un sogno, è tutto reale. Sono realmente qui, così, ora, bocconi, con le formiche che mi zampettano sulla pelle (ne avrò ammazzata una trentina). Lui… non lo so dov’è lui. Credo a riposare, in camera. Non è salubre quella camera (l’ottava cama è stata occupata da un misterioso viejo che sa di stantio) e, per quanto si ama una persona, non si ha mai voglia d’infettarsi! Non ne sento la mancanza. Ci sono arrivata, sapete? Preferisco camminare da sola con gli mp3 nelle orecchie, adoro il connubio del paesaggio con le note degli Audioslave. Like a stone. Non mi piace camminare in comitiva o, peggio, in coppia. Anche se mi dovessi accoppiare con lui non lo gradirei quanto la ritmata marcia solitaria. La mia principale caratteristica, quella che questo viaggio fa di me emergere prepotentemente: l’arrogante indipendenza. E la solitudine alla quale questa autarchia mi costringe. Ma a questo tipo di solitudine non mi sento condannata perchè la voglio. Ne ho bisogno. La preferisco anche se a volte mi sento proprio sola. Mi sento ma non lo sono (per quanto l’essere e il sentirsi spesso si equivalgano in una sconcertante sinonimia): guardo meglio e mi scopro accerchiata dagli insetti, mosche formichine lumachine bavose e… che insetti sono questi? Non sono insetti! Sono escrementi pecorini! Bene, anche sdraiata sulla merda preferisco starmene qua piuttosto che là a dipendere da qualcuno che non è in mio potere. Lo sarebbe se fosse solo un mio personaggio; ma ahimè vive vegeta e germoglia rigoglioso (anche) senza rifocillarlo, senza il mio nutrimento. Indipende da me. Poco male: pure io voglio forgiarmi emancipata! So bene che da un momento all’altro potrebbe sbucare fuori un pellegrino, che mi vedrebbe sdraiata sugli stronzini di pecora, e io vedrei lui che ¡buen camino! mi direbbe, e io ricambierei. Lo accetto, lo tollero, lo accolgo. Ma preferisco procedere per i cavoli miei, ascoltando i suggerimenti della mia mente e gli imperativi del mio corpo. È forse la fase adolescenziale, questa, quella in cui il corpo muta e lo si deve assistere per conoscersi. È la fase narcisistica dell’Io che si richiude per meglio disporsi all’apertura della crescita. È lo stade du miroir. Di coscienza non sono mal provvista e so pure che l’indolenza che mi mantiene fedele a questo stato d’animo in gran parte deriva dalle emozioni che da lui conseguono, tipo l’ansiosa attesa del momento in cui lo rivedrò. Mi passerà accanto? Dormiremo vicini? Dove dormirà? Chissà se mi parlerà! Mi guarderà? In coscienza, che rimanga fra noi, so di discendere fortemente da questo fiasco d’innamoramento fanciullesco e dai teneri appagamenti che il suo segreto mi dona; e persino dalle delusioni che se ne traggono. Concludendo, metto il cappello nuovo e lui non se accorge; è uno strazio stargli seduta vicina quando lui si mette a fissarmi a quel modo, senza vedermi. Può far benissimo a meno di me. Ma io, IO, come posso fare a meno di lui? Impossibile! Se lui non fosse con me sul Cammino so bene che addirittura questo infinito manto di grano mi risulterebbe desolato e qualsiasi leccornia insapore. Sono cose d’adolescente. Ma crescerò. Ora cammino sola con la sua musica nelle mie orecchie. Ma anche la musica cambierà, o mi taglierò le orecchie! Trovo la scena quasi felliniana, anzi fellinesca (alla Zampanò insomma: “non ho bisogno di nessuno, io! Io voglio star solo!”) coi volti degli attori che si stampano nitidi sui toni del contesto, la spuma bianca delle onde, l’orizzonte ferrigno e la musica di Nino Rota che calca il pedale della commozione. Mica male, no? Questo momento tutto mio tra i campi di grano lo dedico alle mie amiche Gaia e Serena.
Ore 18:00
Siamo a Villamayor, dunque, dicevo. Siamo dei traditori: abbiamo snobbato il rifugio gestito da una connazionale per quello delle “olandesine”, come le chiama Matteo. Olandesine, poi… due valchirie! L’accoglienza è però davvero calorosa. Il posto merita, lo riconosco, eccetto il clima d’indottrinamento cattolico che mi va un po’ stretto e l’arrivo di (non crederete ai vostri occhi) Marco Maccarini! Pensa un po’… Vai ad immaginartelo… Venire fin qui per incontrare… Maccarini! Detta così suona proprio d’assurdità. È un’assurdità, di fatto: mica Jim Jarmusch, Woody Allen o il Papa! Che la poesia venga però infranta dall’avvento di un volto della cultura massmediatica italiana fa specie. La rapsodia di un paradiso perduto s’è sgretolata sotto le scarpe griffate del sopradetto italico che ha una strafiga per dolce consorte e un fagiano imbalsamato appeso allo zaino. Santo cielo, fa pure un po’ senso! Uffa… non ci voglio più tornare, in Italia. Uffa… non ci voglio più tornare, alla mia vita di sempre. Mi sono decisamente intristita perché, come le mosche, Maccarini è giunto fastidioso a farmi presente che tutto finirà prima ancora che sarò desta. E con quella gnocca alle calcagna, poi! Spicca come una gallinella del paradiso in un pollaio infestato dall’aviaria! Giuro che se qualcuno dei miei soci s’azzarda a proporre loro di licantropare faccio sparire il fagiano! O tiro il collo alla gallina. Ah… Ero sul trampolino d’una felicità possibile quand’ecco sopraggiungere lui: peggio pure della sveglia! È insomma sempre più tardi di quanto non si pensi, o speri.
Ore 19:30
Siamo in viaggio da cinque giorni; i cinque giorni sono diventati cinque settimane; le cinque settimane cinque mesi. Mi pare d’essere lontana da casa da cinque anni tanto che il cerebro mi è divenuto via via una centrale incontrollabile di ricordi che si affollano da ogni parte; se non li mettessi di volta in volta per iscritto si dissiperebbero! Eppur mi chiedo: sono già trascorsi cinque giorni? Presto tutto si sarà concluso. Presto tutto ritornerà com’era prima. Anzi no, non come prima: tra quindici giorni non avrò che questo inchiostro a disposizione, versato a fiotti come lacrime. La china pazzesca della mia avventura precipita verso un’inevitabile chiusa. L’arrivo di Maccarini, diavolo, mi ha avvilita. Ero rimasta a Rota e Fellini, io! Se non fosse morto, sarebbe stato lecito attendersi Mastroianni! È stata inadeguata un po’ per tutti, ‘sta comparsata. L’unica entusiasta pare l’Ilenia: attacca bottone con chiunque, lei, in qualsiasi lingua e in qualsivoglia situazione. Parla un inglese pietoso, lo spagnolo se lo mastica e non si capisce nulla, il suo francese è peggio che maccheronico ma se ne frega. Aveva voglia di parlare col bel tedesco conosciuto a Roncisvalle (sebbene avesse mostrato più interesse per Matteo) che si è fermato qui a prendersi una birra (poi è ripartito, lui)? Ebbene lo ha fatto! Così con Maccarini (in maniera altrettanto maccaronica). Così si dovrebbe fare! Tutto ciò che vediamo è, per principio almeno, alla nostra portata, alla portata del nostro sguardo, segnato sulla mappa dell’IO VEDO. Non dovrebbe suonare stonato agire come se si potesse tutto ciò che si vede. E lei lo fa, non stona. È una tosta stonata, la Ile. Mi piace. Appare moderata e ragionevole in tutto: una di quelle donnine con la testa ordinata come un giardino alla francese, dove ci si muove senza sorprese però ci si trova sempre un certo fascino. Non si perde mai d’animo, piuttosto si ferma a rinfrescarsi le idee in piscina o a raccogliere le more con l’aria della ragazza diligente che ce la mette tutta in ogni cosa che fa. Tornando al pennuto impagliato: Carlo è infastidito dall’arrivo del vip catalizzatore d’attenzione; però gli razzola attorno nel tentativo di carpirne i segreti dell’acconciatura (o d’irretirne la bella comare). Matteo si augura di seminarlo quanto prima mentre il Cecco e Jacopo, che fondamentalmente se ne infischiano presi come sono dalle loro trovate, non riescono a distogliere lo sguardo dal trash del fagiano. E Samuele? Boh, se ne è andato a scrivere altrove. Sono certa che anche Michele si sarebbe comportato così. Inizio a trovare punti di convergenza tra i due, che s’avvicinano sempre più: uno imita l’andatura ineguale dell’altro, l’altro le inflessioni idiomatiche dell’uno; si strofinano la testa col medesimo andirivieni, dalla fronte alla nuca e viceversa in un intrigante viavai: poggiano il palmo della mano sulla cervice mentre gittate connettivali dipartono dalla superficie interna del derma bloccandosi all’aponeurosi. Così succede con ambedue. A volerne accostare i volti, gli archi dei sopracigli combaciano; gli angoli degli occhi finiscono nello stesso punto. A volerne girare i visi premendo sopraciglio contro sopraciglio, le tempie le guance e gli zigomi aderiscono. Si somigliano proprio, quei due.
18 agosto
Siamo a Torres del Río, un borgo medievale che nasconde i tesori di un’antica chiesa costruita, si pensa, proprio dai Templari. Ha difatti tutte le proprietà delle chiese templari: le cappelle con la cupola rotonda tipica dei tempi giudaici di Salomone, le pareti ottagonali delle moschee arabe e le navate caratteristiche delle chiese cristiane. I Templari avrebbero desiderato dissipare le guerre per fede, impegnandosi a riunire i maggiori monoteismi. La Fede è una. Fallirono, è noto. Ma qua ancora vigono i loro comandamenti: “voi non agirete mai secondo i vostri desideri: se voi vorrete andare nella terra che è al di qua del mare, vi si manderà di là. E se voi vorrete dormire, vi si farà vegliare; e se talvolta voi vorrete vegliare, vi si comanderà di andare a riposare nel vostro letto”. Del resto, è nei momenti avversi che si prendono le decisioni più giuste, o no? Comunque: dopo 12 chilometri da Villamayor, con la sola compagnia dei campi coltivati, delle colline che si perdono in orizzonti inesauribili e del silenzio, completamente fuori dal tempo (che ci ha del tutto abbandonati, visto che mi lamentavo dubitando di lui) siamo arrivati a Los Arcos. Ci sarà una gran festa, lì, stasera. Ci si sarebbe potuti fermare, no? NO. Dall’Ilenia, che ieri sera si è ampiamente trattenuta a parlare con Maccarini, abbiamo saputo che il fagiano con la sua fagianella erano diretti lì, per la festa. Di conseguenza, noi saremmo andati oltre Los Arcos: sono fin troppo barocche le decorazioni della sua chiesa, la chiesa di Santa Maria. Ci siamo mangiati delle briosc, abbiamo comprato qualche feticcio, ci siamo riforniti d’acqua e medicamenti e siamo ripartiti. Definitivamente seminato il pericolo-Maccarini, ne sono comparsi altri: il paesaggio è mutato, sono iniziati i saliscendi tra i vigneti e le distanze si sono fatte del tutto ingannevoli; dopo altri 8 chilometri, la salita che impedisce di scorgere più in là Torres del Río è sbucata fuori alla maniera di un’illusione. Allora ci siamo fermati, il tratto rompepiernas incuteva un certo sbigottimento, soprattutto ai 50 grandi del primo pomeriggio. Abbiamo optato per Casa Mari: l’hospitalera Mari è davvero gentile, un po’ fuori di testa ma sul serio ospitale. Disponiamo di un dormitorio di otto posti letto tutto per noi, che siamo in sette e siamo arrivati per primi; io e lui siamo ancora spaiati e sempre più lontani. Però ritorno in cima, non ho superato la prova, ieri notte ho dormito di cacca; sotto di me il Ceccolino. Insomma: oggi non siamo riusciti a fare più di 22 chilometri. A remarci contro anche il clima torrido. Mi sa si dovrà partire prima, al mattino, se prosegue ‘sta canicola. E i miei piedi… Ah, i miei poveri piccoli piedi… Penso e sottoscrivo “ah” senza speranza, all’aria: ah… Faccio il gesto dell’incalcolabile. Ad udirmi, questo “ah” mi esce dalla gola come un malato che si alza dal letto. Ogni giorno è peggio. Davvero. Me li guardano tutti, i miei miserrimi piedi. Nel piglio altrui un misto di disgusto e ammirazione, di repulsione e attrazione; e la domanda, talvolta taciuta altre no, è sempre la stessa: «come fai ad andare avanti?» Mi è stato chiesto perfino perché, una volta. Mando un mms a mia madre con la foto dei miei piedi: bell’idea! La faccio preoccupare, mi risponde che sono matta e mi ordina di prendere il pullman. Non le do mai retta, figuriamoci se le obbedisco da qui, a tutti questi chilometri di distanza e da un tempo che non è quello che sta vivendo lei, rimasta nel XXI secolo. Anche oggi ho camminato, dalle 6:00 alle 13:00, per la ricompensa: le mie adorate ciabattine! Pare non si possa fare a meno di cercare una ricompensa, un fine pratico. Siamo tutti in cerca di ricompense: seguiamo il Cammino di Santiago solo perché desideriamo d’essere ricompensati del sacrificio. Chissà quale saranno le nostre ricompense? Non rammento chi ritenesse la vita una diuturna lotta contro la fame o il freddo, contro la mancanza di sonno, contro l’acidità di stomaco o il mal di denti. Forse Orwell. Ad ogni modo, anche contro il mal di piedi dico io, che non sono Orwell ma che comunque e come lui provo una sorta di stupore al cospetto dell’inutilità biologica del dolore e del tradimento del corpo, che regolarmente s’immobilizza in un’accidia mortale tutte le volte in cui gli viene richiesto uno sforzo. Poi è ovvio: se il dolore tutto intiero non ha occasione d’emettere almeno una lacrima, un polverio di piccole violenze irrita, come le mosche. Credo la Spagna ne vanti il primato indiscusso, in quanto a quantitativo di specie. Invano tento il riposo sulla panchina di un parco giochi: mosche ovunque. Mi captano ferita e non mi danno tregua. Mi faccio furba e avvolgo i piedi nella sciarpina beige (altrimenti aggettivabile come: la sciarpina tuttofare). È appena passato Samuele a dorso nudo (altrimenti sostantivabile come: il miraggio. O l’abbaglio, sono analogici), la maglietta in testa e la Recherche in mano. Eh già: gran buona cosa è la letteratura. Un uomo con un buon libro non è mai solo. Eh già: gran bell’uomo con un gran bel libro in mano! Ma Samuele è sempre stato così muscoloso? Sono obbligata a soffermarmi sul suo corpo, a riflettere sul suo corpo, su come è fatto, quanto è alto, quanto sono lunghe e ben tornite le sue gambe: si sollevano dalla regione retromalleolare sagomando la losanga poplitea, l’avvolgono e si incontrano nella regione genitale che si spiana verso la femorale che avvolge la coscia lateralmente fino alla posteriore glutea. Risalendo la regione sacrale, scorre il triangolo anale ed è scivolando lungo l’iliaca che si giunge al punto forte dell’ammirevole anatomia: le anche tratteggiano il giro vita, che si stringe attraverso la regione inguinale precipitando nella radura soprapubica; le ossa pelviche magnificamente ne delineano la topografia, la cui planimetria la si potrebbe estendere se si risalisse la regione ombelicale piuttosto che discendere la pudenale. Il triangolo urogenitale è l’origine del mondo, zona inaccessibile! Ma dai tesori addominali racchiusi nell’epigastrico centro non si rimarrà comunque delusi (seppur solo a volersi spingere fin dietro la fossa ascellare, dopo aver valicato le regioni sottomammarie, si potrà intravedere lo splendore del dorso culminare nella fossetta nucale che a quel punto verrà automatico voler toccare con mano, come con le sculture di Wildt, per accompagnarne coi polpastrelli il percorso soprascapolare che gira per le regioni acromiale e deltoidea incalzandosi fino alle clavicole e al triangolo deltoideopettorale, un triangolo non da meno). Giunti infine nella regione sternale ci si potrà riposare, di sicuro provati e consapevoli che ancora molta strada la si dovrà fare perché è ben spallato e le braccia… santo cielo arrivo a visualizzarne le braccia e ho come un tremito! La regione branchiale è tutta da visitare, non se ne perda neppure un millimetro, vada anche per la fossa ascellare! Tuttavia la sosta è consigliata altrove, meglio la cubitale. I colli branchiali anteriori, i laterali e i mediali risulteranno dolci e ben sagomati ma un’altra fermata sarà comunque apprezzata prima dell’ultima avventura nell’avanbraccio. La più densa. Ora la capisco tutta, la voglia che mi è venuta di camminare. Eppure Samuele non lo rammentavo tanto nerboruto. Da lontano, mi domanda dove sono gli altri. In paese, suppongo. E se ne va. Meglio così. Non vorrei più trovarmi nella situazione imbarazzante in cui sono incappata ieri, dopo l’arrivo di Maccarini. Ieri gli eventi si susseguirono così, come perline fatte passare lungo il solito spago della solita collana: mi raggiunse che ero seduta sul muretto della piazzetta di Villamayor. Lì, afferrai il coraggio di chiedergli cosa avesse scritto a proposito del sopravvento dell’imbalsamato.
«Di come l’arrivo di una persona più o meno dignitosamente nota muti per forza di cose l’atteggiamento dei presenti che, per reazione, cercano di darsi un tono» mi disse, «e la tua storia di cosa parla, invece?»
«È una storia» gli dissi.
Ci scambiammo uno di quei lunghi sguardi coi quali pare ci si saggi prudentemente prima d’affrontare un rischio; uno di quegli esami profondi che durano un secondo ma che sono completi e definitivi.
Mi domandò quindi dei personaggi, volle sapere del maschio: «c’è un protagonista maschile?» feci cenno che sì, «descrivimelo. Lo voglio conoscere».
Nessuno avrebbe trovato qualcosa di male dove tutt’al più c’era soltanto un po’ di curiosità!
Quindi, con gli occhi d’acciaio acuti e penetranti azzardò: «come si chiama?»
Avrei potuto mentirgli, Tommaso avrei potuto dirgli. Ma lui scrutava il mio volto ruga per ruga con la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes! Era impossibile raccontargli una bugia: lui ha un’abilità del tutto insolita nel beccare le bugie. Dice che puzzano, ne sente il tanfo. E sì che io sono un’artista della balla, ne sparo di stratosferiche senza che nessuno se ne accorga mai. Ma con lui non ce la faccio, sento i suoi occhi neri che scavano dentro di me alla ricerca della verità e mi freme la mandibola.
Lo covai allora con uno sguardo da donna gravida che ha voglia di mangiarsi qualcosa di malsano: gli dissi la verità, «sono indecisa fra due nomi».
Perduto nella lontananza azzurrina delle vallate, ad un tratto mi parve a mille miglia di distanza dalla conversazione: con l’ombra d’un sorriso, sembrava difatti seguire un pensiero nascosto sorto subitamente in lui.
Improvvisamente si rivoltò verso di me, gli occhi torbidi erano diventati tipo quelli d’un gatto, fosforescenti, con pagliuzze dorate dentro, e «quali?»
Era troppo, «chiedi troppo!»
Se ne rese conto, fece marcia indietro, «è figlio unico?»
«No. Ha una sorella».
«Maggiore o minore?»
Non l’ho specificato. Ve lo dico ora, se v’interessa: maggiore. A lui, per depistarlo, ho detto minore. Ma era una balla di poco conto.
«Che lavoro fa?»
Non ho precisato neanche questo, non ho ben capito quale sia la sua mansione, è un benestante.
«Quanti anni ha? È alto o basso? È moro? Dove abita?»
Poco ci mancava, insomma, che mi chiedesse l’indirizzo e il numero di telefono! Quante domande! Ai dettagli fisici non ho dedicato molta attenzione! Ho piuttosto insistito sull’abilità con la quale è stato capace di ritagliarsi il ruolo di spicco che si è meritato, di lui questo mi ha affascinata, mica altro!
Lui batté le palpebre bistrate, «vabbé dai, come sei vaga: chi meglio di te lo conoscerà! Lo avrai bene in testa, no?»
Eccome se ce l’ho in testa: è in pratica diventato un pensiero obnubilante! Attesi l’attimo in cui il laccio del suo sguardo s’allentò, quindi cercai di liquidarne l’indiscrezione con qualche frugale informazione, per lo più sperando di metterlo a tacere. Invece no: volle sapere pure dei suoi amici. Ha amici? Ne ha uno in particolare? Ne ha molti e chiaramente uno in particolare, come tutti, che domande!
«Ha un’espressione caratteristica di cui si serve, tipo te con sollucchero?»
Non te lo posso mica dire, cretino! Non potevo mica dirglielo. Le sue domande continuavano ad incrociarsi, miste alla malignità di un’eccessiva indiscrezione e temperate solamente da una malcelata ammirazione. Perché tutte quelle domande? «Perché tutte queste domande?»
«Non so cosa fare».
«Io ci tengo, a questa storia. Non mi va la si strumentalizzi per passare il tempo».
«Ma no, dai… M’interessa».
Credo d’averlo guardato sorridendo, sì, ma con un aria talmente strana che lui non osò più chiedere nulla, forse per paura d’una risposta troppo chiara. Immensamente lusingata dall’interessamento del mio protagonista, non lo potevo in ogni caso accontentare: il vis-à-vis tra il personaggio incallito che aveva l’aria d’aver intuito d’essere lui, il pezzo grosso, e la scrittrice impacciata messa con le spalle al muro (s’è fregata con le proprie mani nel farlo tanto arguto) merita l’eterno di un altro per sempre di cui mai mi vorrò dimenticare. Un altro baleno di sempiterno. Imbarazzante ma sempiterno. Ci vorrebbe una foto, di quell’hic et nunc et semper, di noi due sul muretto a Villamayor mentre disperatamente tentavo di salvaguardare la segretezza del mio manoscritto. «Tanto domani te lo richiedo» promise infine il bambinone ficcanaso. Così ho scoperto che Samuele l’ho fatto troppo curioso ed eccessivamente tenace. Non credevo d’aver tanto esagerato, d’aver calcato la mano così. Non lo credevo così. Ho quasi paura delle sue promesse. Per fortuna, ieri, Matteo ci interruppe. Per fortuna, stamattina, Samuele pare essersi svegliato con un umore pessimo.
«Che hai?» toccava a me di ficcare il naso nei suoi reconditi meandri cerebrali.
«Dopo cinque giorni ho finito le cazzate da dire».
«Puoi fare di meglio…»
«Dici?»
«Ne sono convinta!»
O meglio: di Samuele lo sono. Michele, all'opposto, è sul serio di poche parole. Inutile mettergliele in bocca, la tiene sempre chiusa! Allora ho afferrato sigarette accendino cartine fumo penna e taccuino pronta ad andarmene ma «dai! Stai qui che tagliamo la frutta per la sangria!» Non volevo bere la sangria: si dice essere la bevanda dell’oblio. E di Samuele che mi diceva di non andarmene, di restare con lui a giocare ai film, a Zubiri, non me ne voglio obliare. Quello là che mi ha chiesto di restare era Michele davvero! Solo lui poteva desiderare della sangria. Come dire di no a Michele? Così: «no, vado» e me ne sono andata. Queste le uniche parole che ci siamo scambiati oggi, intorno alle 14:30. Ed eccomi finita qui, al parco, in solinga. Quello che è passato prima era Michele, allora? Ecco perché ho il terrore che mi raggiunga e ricominci a chiedere: quando si chiede ci si aspetta una risposta. Invece arriva il Cecco: «mi scappa da cagare», lui sì che sa sempre cosa dire, «vado al cesso!» Buon per lui. Poi giunge Carlo trascinandosi: «Ele, pensa che stavo dormendo e mi sono svegliato dal dolore al ginocchio. Dici sarà così fino alla fine?» Mi fa tenerezza. Sì, mi sa che sarà così fino alla fine. Poi perviene Jacopo, s’appende agli anelli delle altalene e comincia a piroettare, come se di fatica non se ne facesse abbastanza. Qua, oggi, non si sta in pace come là, ieri, tra i campi di grano. Ho il panico che, da un momento all’altro, arrivi anche lui con le sue domande.
19 agosto
Ero sdraiata supina, sulla panchina, esattamente dove ci eravamo lasciati, coi piedi avvolti nello sciarpino e un braccio a coprirmi gli occhi. Stavo per appisolarmi quando un’ombra velò il calore. Scostai il braccio e lo vidi lì, in piedi, a raffreddare il sole. Era sufficiente che sottilmente ondeggiasse perché dei lampi accecanti m’inondassero con improvvise recrudescenze di luce. A fatica avrei potuto discernerlo dal suo ego alter. Contro quel chiarore, la sua materia appariva anzi ancor più oscura; soltanto gli orli erano incorniciati da un barlume color zafferano. Una linea fine, appena ondulata dalla spalla al fianco, lo disegnava dai gomiti fino ai piedi. Ne ho seguito il percorso come fosse il profilo d’una creatura mitica dalle carni fulve illuminate dal chiarore dorato del sole, rotondità sulle quali le fiamme del giorno mettevano riflessi di sangue. Arriva sempre in silenzio, lui, impercettibile come un’ombra. E poi s’impone con la pesantezza d’una bestia d’oro, sanguigna e incosciente come un istinto. Fa così: appare. Altrettanto rapidamente, poi, scompare. Come risucchiato dalla terra. Pertanto mi venne da pensare fosse arrivato attraverso l’aria. Così, del resto, mi comparve la sera in cui m’innamorai di lui, come un’impressione. Mi sono innamorata di un’impressione, a conti fatti: m’è (ap)parso; è proprio la parola giusta per l’impressione strampalata che provai quella sera mio malgrado! Non è in verità lecito che io parli di parole giuste a proposito di noi due. Le parole giuste non si pronunceranno mai, su di noi. Nondimeno sono convinta dell’esistenza, da qualche parte, di un luogo in cui noi due potremo incontrarci e parlarci. È proprio vero: alle volte non si desidera tanto d’essere amati, quanto capiti. Comunque, così i fatti si susseguirono: mi salutò con virile serenità, piegato coi fianchi tesi a mostrare le reni solide, il petto duro da guerriero e i muscoli forti sotto la grana satinata della spessa pelle.
«Dove sei stato?»
«A parlare con Manuel, là, in fondo alla via, dove c’è il bar. Mi ha raccontato un sacco di storie interessanti. E la tua storia? Hai scritto oggi?»
«Sì».
«Cos’è successo? Qualcosa d’importante?»
Beh, il personaggio ha interrogato la scrittrice, l’ha stanata: direi di sì! Non gliel’ho dissi, è scontato.
«Come si chiama allora? Più o meno di sette lettere?»
Più o meno di sette lettere? Perché sette? Chicco ne avrebbe cinque. Andrea e Mattia sei. Federico otto. Alessandro dieci. Lui sette. Voleva gli dicessi sette? Voleva gli dicessi il suo nome? Invece l’ho deviato con un più di sette. Ma solo a gesti. Io non lo so ancora, come battezzarlo: un nome è una determinazione, l’inserimento in un mondo noto e consueto. Mentre il bene interiore che mi arreca il suo nome, il nome da dare al mio amore, dev’essere preservato da siffatte determinazioni e collocazioni. Se solo ci avessero presentati, anni fa, allora mi sarei fatta ripetere quel nome finché compreso. Glielo avrei provato addosso come un abito. Nessuno ci ha mai presentati, però. Dire quel nome sarebbe come col proprio nome: una cosa che per un sacco di tempo non si nota ma quando accade non ci si può trattenere dal ripeterselo un sacco di volte chiedendosi perché non si è trovato strano avere proprio quel nome. Se ammettessi il suo nome ad alta voce passerei il resto della vita a ribattermelo affetta da un’inguaribile ecolalia; come Eco, l’amante respinta. Lui, provetto Narciso, non la finiva d’incalzare. Così quel gioco cominciò a stufarmi. Lui, viceversa, si divertiva. Avrei dovuto lasciarlo fare? No! Io, veramente, non me ne rallegravo più per niente. Ritornarono Carlo, il Cecco e Jacopo; e lui ne fece un gioco di società, lì in quel parco giochi per bambini: indovina il nome maschile con più di sette lettere! Sergio! Marcello! Compro una vocale! Giro la ruota! Quando i bambini s’ostinano, peggio per loro! «Stai esagerando. Smettila o va a finire che m’arrabbio sul serio» intimai. Non cessò. Si divertiva troppo. Io affatto. Mi alzai e me ne andai seccata. Covai malanimo per il resto del pomeriggio. A fine giornata sbottai di rivalsa. In certe faccende, se non ci si vendica immediatamente non ci si vendica più. La mia fragilità no, non gliela concederò! La mia debolezza no, non gliela concederò! Non finirò con l’amarlo in accordo con me stessa! Sono le 7:00 e io sono ancora a Torres del Río. Oggi non posso camminare. Non mi è davvero possibile, oggi. Neanche con le Converse, responsabili dello sfregamento che mi ha infettato il mignolo (per di più pestato contro quel maledetto sgabello). Ci siamo: sono infetta. Paio avere due alluci alle estremità del piede destro. Mentre facevo colazione, poco fa, una signora francese mi ha detto: «il faut l’acepter». Che replicarle? Aveva ragione. Così stanno le cose. Se è vero che “peccato” viene da pecus, ossia piede difettoso, piede incapace di camminare, ebbene sono una peccatrice a tutti gli effetti. È la nuda verità. Che peccato… Pare che l’unico modo per correggere il peccato sia quello di andare avanti adattandosi alle nuove circostanze. Ebbene, alle 9:30 parte il pullman per Logroño, dove incontrerò gli altri che si sono incamminati intorno alle 6:00. Lo accetto. È una prova anche questa: se stai cadendo da una grande altezza, afferrare una fune non è un gesto da codardo; se torni in superficie dopo essere affondato nell’acqua, non è da vili riempirsi i polmoni d’aria; sono istinti ai quali è impossibile sottrarsi. Da sola dovrò arrivare a Logroño, orientarmi in una città, con lo zaino in spalla e le infradito che lasciano completamente scoperto l’orrore dei miei piedi; dovrò cercare l’ostello; con la cartina alla mano chiederò informazioni; poi andrò a comprarmi il balsamo per i capelli e qualcosa da mettere sotto i denti; magari, visto che le cose stanno così, farò pure un salto in ospedale. Questa però non sarà una prova fisica, bensì di vita. Sono un po’ spaventata, sono sempre stata una gran fifona! Gli altri mi hanno teneramente salutata e abbracciata; tutti tranne lui, ovvio, che però è rimasto con me più degli altri. Pareva gli venisse normale, più naturale insomma, accettare d’attendere dieci minuti in più come non avesse importanza alcuna cosa vi fosse alla fine di quel lasso di tempo e oltre la rompepiernas. Era ancora buio quando, seduti sulle panchine all’ingresso dell’ostello, uno alla destra l’altra alla sinistra, in silenzio (solo risuonava nella quiete l’eco delle parole del giorno prima), ci siamo fumati le nostre consuete sigarette d’inizio giornata. Nonostante mi sembra siano passati mesi dai Pirenei, non è difficile ricordarmelo in cima alla prima vertiginosa arrampicata, quella dopo la porta di San Giacomo, quando fradicio di sudore e col fiato corto s’accese una sigaretta: «oh, che ci vuoi fare? Altrimenti che vizio sarebbe?» Credo addirittura cesserei d’amarlo se dovesse un dì smettere di fumare. Naaa, non smetterà mai di fumare. Comunque, tra noi vibravano detti e non-detti. È stato il momento degli scaltri sottintesi, quello; dei veli sollevati dai lemmi come svolazzerebbe una gonnella; delle malizie e delle arditezze, abili e coperte; di tutte le ipocrisie più spudorate; delle frasi che mostrano immagini svestite con espressioni camuffate, che fanno passare nella mente la rapida visione di tutto ciò che non si può dire; gli attimi d’una specie d’amore sottile e misterioso come un filo che tiene uniti, un filo di metallo che si fa catena; una specie d’impuro contatto nato da evocazioni simultanee, torbide e sensuali come un abbraccio. In definitiva (non vorrei ammorbarvi) quello fu il nostro abbraccio; un abbraccio nella mia immaginazione ma pur sempre un abbraccio che potrà realizzarsi da un momento all’altro. L’atmosfera era greve, come se un sogno si fosse dileguato o un’apparizione svanita. È così che funziona con le apparizioni: appaiono e poi scompaiono, puff; solo si lasciano dietro una tinta di gravità alla quale ci si può anche abituare, volendo, purché rimanga entro certi limiti. Oltre quei limiti si fa fardello. La mia ernia crurale potrebbe risentirne seriamente! I rapporti vagamente tesi che si sono consolidati tra noi sono di natura extrasociale, non impegnano a nulla, come se noi due non si fosse affatto esseri pubblici che necessitano di parlarsi. Quindi non ci siamo detti una parola. Non è affatto facile amarlo così, in silenzio e nonostante tutto, sempre senza parole. Come fa, lui? Come fa a non sentire il suono aspro, quasi un fruscio, proveniente dalla lesione fresca di quel punto così molle del lobo del mio polmone che ieri ha smesso di respirare? Non sono più in grado di respirare a pieni polmoni; anche se apro il petto e inspiro profondamente mai mi riempio completamente d’aria. Come fai a non sentire niente? Perché sei così ottuso, così impermeabile? Perché ti ostini a credere che io sia forte quando in realtà mi sto bucando da tutte le parti? Fischio! È dunque per me iniziata una nuova fase, qui, sul Cammino: la fase di dipendenza. L’ho capito col distacco. Ciò che faccio ha come fine ultimo lo stato d’animo di quell’uomo, che sempre inquadro col mio cannocchiale immaginario. L’idea di lui mi suggestiona al punto di mirare il binocolo solo nella sua direzione per controllare l’effetto della mia frase scritta nel suo sguardo, nella piega delle sue labbra, nella sigaretta che accende, negli spostamenti che le sue membra fanno, nelle gambe che s’accavallano o si distendono. Ed è una fase che la mia coscienza non approva: la ventura delle mie vacanze al cospetto del tribunale della ragione non potrebbe minimamente pretendere di trovare convalide al considerare le commozioni e le tensioni dell’animo, le soddisfazioni e le delusioni che mi vengono, solo ed esclusivamente in rapporto alle relazioni che ho con lui, come se quelle relazioni fossero il vero e proprio valore di questo mio soggiorno estivo; invece vivo per esse e faccio dipendere il mio umore dai loro risultati. Non è cosa invariabilmente congeniale (e non solo in vacanza) avere una simile soggezione affettiva: se si dovesse consolidare a livello neurale diverrebbe ossessione. Anzi, patologia! A sigaretta bruciata, lui s’è voltato col suo solito «ciao» scarno, s’è incamminato col suo passo dondolante, il cappuccio calcato sulla testa, le cuffie nelle orecchie e le mani in tasca; e se n’è andato senza più rigirarsi. Di fronte gli si parava una striscia dritta come un righello che si stemperava in un impasto color del piombo, a sinistra i campi di terra zuppa e a destra l’aria satura d’acqua. Così è scomparso nella rompepiernas. «Michele!» mi parve allora provenire dalle lontananze. Lui non rispose perché non sentiva, ma qualcuno l’aveva certamente chiamato. Quindi non era di Samuele l’ombra temporeggiante che fumava sulla soglia della partenza!? L’Esercizio delle Ombre non era servito a niente. Di chi era? Era una carezza, quel nome: un piccolo nome familiare che ad un tratto mi è sembrato adatto alle bocche di tutti. Solo a dirlo ci si delizia facendosi benevoli nell’ardore di una febbre di curiosità: «Michele» ho quindi sussurrato, come desiderando udire il suono che quel nome ha a pronunciarlo. Non poteva sentirmi. «Samuele» l’ho chiamato. Inutile, se n’era andato. So che neanche Samuele sarebbe rimasto con me, è legittimo sbrigarsela da soli qui, adesso. Ma di Samuele, me ne sono davvero resa conto solo stamattina (pur avendolo risentito in quel ciao), da un po’ non c’è traccia. In quel lui che tiene testa allo spirito della fatica in maniera del tutto differente dalla mia, Samuele stento a ritrovarlo: non bastano più le occhiate di sghembo con quegli occhi neri che, sicuri, ti rivolge; né il tono privo di ricerca dell’effetto col quale ti risponde. Samuele: che fine hai fatto? Mi devo essere persa qualche cosa. Michele ha avuto la meglio? Quand’è accaduto? Ne sono responsabile? Ne sono imputabile? Credo di sì. Mi ha ferita, ieri, l’esagerato di Michele. Voleva a tutti i costi che chiamassi così il mio personaggio: pensava al nome “Michele”, lui. Non accettava di potersi chiamare altrimenti. Ma io non l’avevo mai detto ad alta voce, quel nome. Perciò il suo giochetto degenerò in un vento di demenza che soffiò su di noi in un crescendo di brutalità: io fui trasportata dal desiderio d’irriverenza verso ciò che ritenevo rispettabile e dalla gioia di umiliarlo in una brusca dilatazione dei miei bisogni di dominio. E lui, preso dalla brama di possedere per distruggere, fu spinto dalla voglia rabbiosa di mettersi a quattro zampe, di grugnire e mordere. Con la bell’invenzione dell’irresponsabilità, si dice che in alcuni casi patologici non ci sono criminali, ma solo malati. Ebbene noi siamo dei poveri dementi. A cena, lo trattai veramente male, da bestia come una bestia. «Mangia un po’ di pasta, dai» seguitava ad insistere, «devi magiare!» Ricominciai ad innervosirmi: lui stuzzicava ferite aperte! «Và che non fa mica bene saltare i pasti!» Ma a me, una robaccia acida mi brulicava nell’intestino, come se mi fossi bevuta una boccia di varechina. Mi veniva da vomitare. La mia trachea era avvolta da spire di filo spinato. Avevo la sensazione che un tappo mi stesse per saltare nello stomaco, esattamente come quando s’agita il prosecco, solo che invece del vino era idrofobia repressa a spumeggiare. Sarebbe stato meglio non replicare, non mi conveniva proprio d’aprir bocca. Lo so bene che prima di rispondere impulsivamente sarebbe preferibile, che so io, toccare un oggetto e scaricarci sopra tutta la propria ira. Ma ahimè la mia natura è di rispondere d’istinto: ho la natura di un istrice, io, sollevo gli aculei quando il predatore s’avvicina. Inoltre, la concentrazione impiegata per non sclerale fino a quel momento era del tutto esaurita. Sbottai.
«Fatti i cazzi tuoi!»
Non era una voce quella, era veleno.
«Era solo un consiglio», la sua voce era soltanto una voce, «volevo solo consigliarti una linea di condotta che…»
«Non serve».
Lui alzò gli occhi, che avevano ancora uno sguardo di sasso, e li mise sulle mie guance, che avevano ancora una tinta cupa. Gli lanciai una di quelle occhiate che hanno la precipua intenzione di procurare alla spina dorsale l’effetto di una smagliatura nei collant. Avvertii la rabbia propagarmisi per tutto il corpo come una tossina; e un grumo d’odio piantarmisi dentro le membrane oculari come una scheggia affilata. Una vocina saggia mi suggeriva di smetterla, ma… Insomma, succede a chiunque di fare degli sbagli, no? Beh, in quel frangente a me ne salì uno su per la schiena. Allora gli puntai un dito uncinato in faccia: «fatti i cazzi tuoi! In tutti i sensi te li devi fare!» Se li è sempre fatti, tendenzialmente. Ero riuscita ad ottenere non se li facesse del tutto e… cosa ho combinato? Santo cielo, nel nome della mia storia… per il segreto del mio amore… Cosa sarei disposta a fare per della carta scritta! Cattiva. Sono diventata cattiva. Non ci tengo a fare la cattiva, tranne quando mi è proprio indispensabile. Però mi rammarico di sprecare la mia crudeltà su così miseri soggetti. Volevo fosse Michele a pagare ma ha pagato Samuele, a quanto pare, perché Michele è più potente, a quanto pare. Il mio demone mi ha tentato in più maniere: con una promessa, con una minaccia e, infine, con l’esasperazione del mio lato più fragile. Complimenti, non ho resistito neanche ventiquattrore! Sono stata cattiva come mai prima: non lo posso provare, ma dovreste credermi. Per la prima volta nella vita, odio zampillava nelle mie iridi. Non posso provare niente, se non che ho una bella collezione di lividi e cicatrici per tutto il corpo: allora devo raccontarvi cos’è successo prima di cena. Nel tardo pomeriggio, infastidita dal suo comportamento puerile, avevo preso il mio personaggio e ne avevo fatto carta straccia affinché non cadesse nelle mani di Michele, che tutto dissipano. Ho strappato il mio passato per non lasciarlo nelle mani del mio rivale. Non volevo eliminare Samuele: volevo solo strappare al mio passato un segreto da annettere al mio futuro. Invece, queste pagine finora così fittamente intessute di sensazioni piacevoli ad un tratto mi si sono presentate squarciate da voragini senza fondo: la pretesa di restituire la pienezza vitale ha così rivelato il vuoto che c’è sotto. Provo a saltare la lacuna girando facciata, un voltafaccia insomma, per riprendere la storia agganciandomi al lembo di prosa che viene dopo. Il dopo-ieri è sfrangiato come il margine dei fogli strappati. Oggi non mi ritrovo: i personaggi sono cambiati, gli ambienti anche, il clima perfino, si gela! Non capisco di cosa parlo, scrivo nomi di persone che non so chi sono. Flashback: dopo lo strappo prima di cena Michele avrebbe voluto schiaffeggiarmi.
«Non lo faccio perché per menare ci vuole la cattiveria».
«Siamo alle minacce fisiche, adesso? Cos’è, non sei abbastanza incazzato?»
«Lo sono eccome. Non ti meno perché ti farei davvero male!»
Disse proprio così: si piantò in fondo alle scale a braccia conserte, con aria feroce fece un passo sul pianerottolo aprendo le grosse dita come tenaglie e disse così, con voce pastosa e brutale. “Credevi di avermi in tua mano? Ti sbagliavi!” “Prigioniero con me? Mio prigioniero? La mia prigione!” Da una sillaba all’altra il tono si fece brusco da secco, intimidatorio da brusco, minaccioso da intimidatorio. Fece un altro passo avanti alla maniera dei pugili, il suo corpo era pesante nelle ossa, levò la mano che non credevo d’amare e le braccia fecero per colpire secco. Allora io abbozzai la mossa di chi si becca un ceffone e sotto la pelle mi comparve un colore cupo. Le dita di quella mano arrestata ad una mezzaluna dalla mia guancia arrossata di bruciore s’erano ritorte su se stesse come serpentelli feriti. Una nullità come me, secondo lui non vale neanche la pena di menarla: solo a sfiorarmi mi sarei buttata in terra come certi scarafaggi che quando li si tocca fanno finta d’esser morti. Allora le mani se le infilò in tasca alla ricerca delle sigarette. Io dovetti plasmare la precisione della mia ricettività adattandola all’immagine speculare che l’avversario mi rimandava: “senti tanto male ma non ti ha colpita” dovetti ripetermi. La pagina che state leggendo dovrebbe quindi rendere un contatto violento, sebbene mancato: non è facile. Insomma, se mi avesse picchiata sarebbe stato più semplice: io avrei potuto recitare la parte della vittima e lui sarebbe stato lo stronzo. A precedere la mia odiosa cattiveria fu invece un colpo sordo di risposte feroci, la corposità dell’agire sconsiderato d’un altrui corpo sul mio. Fu comunque una violenza. Le sensazioni che la rilettura mi evoca sono povere in confronto alle realmente vissute: non hanno nulla della sensazione di cui avrei bisogno per dire del manesco distacco.
«Ti meraviglieresti se capissi quanti guai posso farti passare» sibilò lui non soddisfatto mentre estraeva con grande lentezza le sigarette dalla tasca.
«Non lo nego» ribattei con un tono tra lo scandalizzato e il colpevole.
«Sai perché non l’ho fatto?» e strappò l’involucro del pacchetto, ma gli tremarono un po’ le dita: non era una voce quella, era veleno.
«Sì»: la mia voce era soltanto una voce.
«Ah sì? Perché?» e si chinò di nuovo su di me come un cane da caccia.
Tutta la rabbia che avevo in corpo avrebbe potuto infiammare ogni fibra del mio essere e... e all'opposto s’era spenta, era bastato guardarlo negli occhi e… e non c’era più, come se avessero tolto un tappo e la mia furia, tipo un gas, fosse sfiatata fuori. Rimanevano solo la nausea e una terribile stanchezza. Allora mi abbassai di scatto, ancora; saltai di fianco quando il fischio dell’invisibile manganello sospirò nell’aria rafferma. Eravamo giunti al punto in cui qualsiasi manganello si sarebbe messo in funzione. Provai a rispondere, volevo rimetterlo al posto suo, quel cicisbeo, ma… dov’era la mia rabbia? Bruciata insieme al coraggio. La pietra che mi otturava la gola si sciolse e come lava calda cominciò a colarmi nel petto. “Non ti metterai mica a piangere adesso!?” Mi misi una mano sulla bocca e ricacciai le lacrime da dove erano venute. Estraneo mi fu il mondo quando, alla fine, ci si separò con spinta furiosa: con uno sguardo di sasso negli occhi, lui si mise in bocca la sigaretta, l’accese e se ne andò; io mi rialzai puntellandomi alla ringhiera pietrificata dal sospetto di non poter più stabilire rapporti con nessuno né con niente, come fossi stata cancellata dal mondo. Lì sì che mi sentii come Sue, la donna invisibile dei Fantastici Quattro. Per meglio farvi un’idea di come a volte bastino un gesto o una parola a far crollare una casa, pensate ad un tagliacarte: il suo uso è tattile, auditivo, visivo e mentale. Totale e invasivo. Avanza nella materialità della carta accedendo ad una sostanza incorporea, tipo l’anima: fende l’anima. Come il vento freddo che adesso, allora, spira dagli strappi della carta. Sì, c’è anche il dolore dell’anima: è il sibilare di un aliante nel cervello. Fa come un taglierino: penetrando dal basso, risale d’impeto aprendo un taglio verticale e netto in una scorrevole successione di fendenti che investono le fibre falciate da un crepitio simile a quello della carta. Ha il suono di una lacerazione soffocata ma con note più cupe. Il margine dei fogli si frastaglia in un tessuto filamentoso. Un truciolo sottile si distacca. È un’amputazione. Apre un varco a filo di pelle. Rendo l’idea? Non pensavo sarei stata iniziata a simili dettami durante quello che credevo fosse un cammino d’amore. Invece ho appreso che l’avversario, ogni avversario, scende in campo solo quando sa di poterci colpire nel punto in cui il nostro orgoglio ci ha illuso d’essere invincibili, nel nostro punto debole, che cerchiamo di proteggere perché lo crediamo il punto forte. E veniamo di sicuro sconfitti se accade quello che non dovrebbe accadere, ossia quello che è accaduto a me: ho concesso al nemico la scelta della maniera di lottare. Qual’è l’unica cosa che sconfigge un pellegrino? Una delle sue mani, una delle due. Come coi piedi: se se ne guasta uno, l’indomani anche l’altro sarà fuori uso. Una delle due mani tradisce sempre. È la parte cattiva che alberga in ognuno di noi. Non ci si dovrebbe dimenticare che chiunque leva la spada ora con la mano d’un angelo ora con quella d’un demonio. E pensare che, al contrario, io confidavo totalmente tanto nelle mie due mani quanto nei miei due piedi! Sui piedi m’ero già ravveduta, sulle mani non ancora. Per una presunta scrittrice, è però più doloroso delle piaghe ai piedi. Così io e lui ci siamo messi sul piede di guerra: è una mischia la nostra, non un agone né un buon combattimento. Sarà un’agonia fintantoché non vi saranno vincitore e vinto. Continueremo a combatterci all’ultimo sangue pur sapendo che nessuno è più quello che dice d’essere. Ognuno deve fare la sua parte fino in fondo. E io che parte dovrei fare? Io, finché mi sarà possibile, non lascerò a lui l’ultima parola. È bene non rendergli le cose facili: non gli permetterò più di dettar regola; gli vieterò d’avere l’ultima parola. Continuerò a recitare il ruolo della scrittrice: lunghi fogli si srotoleranno fuori dalla mia tastiera e con la rapidità d’una mitragliatrice lo ricoprirò di freddi caratteri tipografici. Più mi darà addosso più terrò duro gustando la gioia amara dell’eroismo della mia passione irragionevole: ciò mi renderà ancor più passionale ai miei stessi occhi! Le nostre meschine affinità le vorrei dimenticare, però. Cattivi: non credevo fosse così semplice diventare cattivi. Tutta questa cattiveria ci si ritorcerà contro, mi è perfino salita la febbre, ieri sera. Immersa in una sindone di sudore, credevo d’evaporare. Cinque minuti dopo battevo i denti per il freddo, ero convinta di surgelare. Pulsavo fin nei capelli, mi sembrava fossero fili elettrici. Voltavo la testa così lentamente che mi sentivo una scimmia da laboratorio sotto oppio. Forse era solo l’infezione, non so. Nonostante il mio piede sia ridotto ad un carnaio, un ammasso di pus e sangue, una palettata di ciccia marcia buttata là, in fondo ad una gamba, con le pustole che ricoprono l’intero dito toccandosi l’un l’altra in una poltiglia informe nella quale non si distingue più alcun lineamento; nonostante il mignolo sia completamente inghiottito dal gonfiore di quella purulenza, le vesciche aperte come buchi neri e quelle avvizzite come la muffa della terra; nonostante la crosta rossastra sull’altro piede buono a nulla invade totalmente il tallone stiracchiandosi come il ghigno orrendo di una maschera grottesca; nonostante insomma paio in procinto di decompormi, a ridosso della necrosi come se il veleno dei rigagnoli mi avesse presa dal fermento che sale dalle carogne avvelenandomi e risalendomi fino al volto paonazzo, il termometro del dolorometro insinua che no, che non è solo l’infezione. Non si sa esattamente se il contagio sia più temibile all’inizio oppure verso la fine della malattia. Lo scoprirò. So però che c’è una regola nel Cammino di Santiago, l’unica vera Legge: una volta iniziato, il Cammino potrà essere interrotto solo per una malattia. Posso interromperlo: ora io posso. Ho passato una notte agitata, il sonno era un flusso intermittente e ingorgato. Sentivo la pressione del raffreddore nel seno frontale, l’ugola irritata mi doleva, l’aria a fatica filtrava nel canale a ciò destinato dalla natura insinuandosi in me asciutta, ostacolata da continui sforzi di tosse. Ho più e più volte rigirato la testa sul guanciale per la soffocante arsura che non mi faceva respirare. Perciò adesso tirare avanti, ossia dilatare il più possibile un presente che non ha futuro, mi sembra un istinto incontrollabile, tipo quello dei polmoni che continuano ad inspirare aria finché ce n’é. Eppure, da ieri sera mi pare d’asfissiare. Mi sono buscata una bella costipazione: ho motivo di credere non si tratti né d’una semplice infreddatura né dell’ammorbamento del dito, bensì della sua spietatezza in risposta alla mia. La notte è stata luttuosa, talmente tenebrosa che indifferiva tenere gli occhi aperti o chiusi. Servirebbero pupille dilatate come quelle dei gatti per vedere sempre ciò che vogliamo vedere. Per i miei scopi, mi sarei dovuta levare dalla mente la luce del giorno con tutte le sue gaie immagini e tramutarmi in una creatura dell’oscurità. In un vampiro. Ma i miei sono occhi diurni; se anche vi fosse stata una lampada accesa non sarebbe cambiato nulla: quella stupida notte che era scesa così dolorosamente mi aveva fatto perdere il controllo; nonostante tutto, avrei comunque voluto vedere lui, solo lui, sempre lui nel buio della mia notte: sotto il pungolo degli schiaffi, lui è il mio vizio, il bisogno di cui non mi riesce di fare a meno. Devo assolutamente andare all’ospedale. Mi sento malissimo. So bene di che si tratta: di un male atroce, spasmodico, che picchia qui, all’altezza dello sterno, ma al quale non si può cedere perché prima viene la necessità di recuperare il respiro. Un male preciso come le regole dell’aritmetica. Da sola, la sofferenza fisica non sempre basta: l’essere umano è capace di tenere testa al dolore; per tutti, però, esiste qualcosa d’intollerabile, qualcosa a cui non si vuole neanche pensare. Non pensavo sarei giunta a rinnegarlo. L’amavo e non avrei voluto bistrattarlo. Oggi il sole è scomparso: lui ha svoltato per la rompepiernas e l’alba s’è alzata nella miseria d’un giorno color torba la cui brutta nuvolaglia promette solo pioggia. Dalle creste a Sud-Est soffia un vento d’aria sconosciuta che, fredda e penetrante nelle ossa quasi provenisse da ignote e gelide regioni, ha sovvertito le temperature introducendo un nuovo regime. Ho freddo. Fa freddo. Me la sono presa con Michele che ha deriso Samuele che allora ho stracciato così Michele non avrebbe più potuto chiedermi di lui. Ho soppresso uno e oltraggiato l’altro. Michele avrebbe voluto farmi male, del male fisico. Ci è riuscito, lo ha fatto! Ieri sera ero a letto febbricitante e lo sentivo ridere al piano di sotto. Per più di un’ora quell’insolenza mi ha schiaffeggiata rispondendo come un’eco beffarda ad ogni mio colpo di tosse. Avvertendomi tanto umile, lui ha preteso un trionfo titanico. L’istinto che possiede d’avvilirmi s’è fatto furore. Non gli basta di distruggere le cose: lui vuole sporcarle. Le sue mani lasciano tracce ignobili ovunque si posano, e anche i suoi piedi orme cave. Lui non toglie: confisca! Confisca la gioia di vivere! E io, istupidita, nonostante le lotte della ragione sono precipitata nella follia del delirio piretico tremando davanti alla sua onnipotenza statuaria come al di sotto dell’ignoto del vasto cielo! Mi sono prestata al suo gioco col vago ricordo dei santi che si facevano divorare dai pidocchi, e lui s’è goduto lo spettacolo dell’infamia ridendo al piano di sotto mentre io ero stata chiusa in camera, con le porte chiuse. Lui aveva confiscata tutta l’aria: mi aveva messa sotto vuoto! Poche cose hanno avuto il potere di ferirmi tanto: io che patisco e lui che ride, un accordo davvero disgraziato. Una randellata sul cranio, negli orecchi un ronzio cupo, un rombo: ecco il suono del poi dello strappo che, inesorabile, procede nella capacità che solo Michele ha di destare in me l’avversione più feroce e l’attrazione più oscura. Se mi avesse dato un pugno dritto nello stomaco mi avrebbe inflitto meno dolore. Doveva picchiarmi come diceva di voler fare! L’errore è mio: avrei dovuto mantenerlo nell’astratta condizione dei pronomi, così sarebbe stato disponibile ad ogni attributo e ad ogni azione, e non ne avrei perso il controllo. Il suo fottuto nome invece ha rimpiazzato quello al quale avevo giurato fedeltà: GIURO avevo detto! Come? Usare il proprio potere decisionale non vuol dire rompere un giuramento? Ma Samuele non c’è più! Ho deciso di stracciarlo, non ci sono attenuanti! L’ho cancellato in un’istantanea smagnetizzazione dei circuiti, sbriciolato, dissolto, non è più ricomponibile, è una duna di sabbia soffiata via dal vento. Del resto è così che succede nei romanzi coi personaggi dei quali ci si vorrebbe sbarazzare, no? Samuele non c’è più e con lui anche una parte di me non è più qui. Ho subito un’amputazione: mi hanno tagliato una mano. Samuele è estinto e Michele pagherà: scomparirà anche lui. GIURO che sbrindellerò anche lui! Lo creo e poi lo distruggo! Triturerò i suoi incongrui quinterni, le frasi i morfemi i fonemi che lo riguarderanno zampilleranno via senza potersi più ricomporre in un discorso compiuto. Ne farò un balbuziente, lo ridurrò in fotoni, vibrazioni ondulatorie, spettri polarizzati! Lo sbriciolerò in molecole cosicché, come un atomo, potrà filtrare attraverso il cemento armato del mio orgoglio e… non lasciarmi mai… MA NO! Lo degraderò in una vorticosa entropia e lo scaglierò nella galassia! E dal cumulo delle galassie lo fionderò ancor più in là, nel punto in cui lo spazio-tempo non è ancora, nel non-essere, nel mai-stato-né-prima-né-poi! Si perderà così nella negatività, ridotto ad un niente, proprio come si merita: né più né meno. Zero! Lui sparirà e io riavrò un esemplare non difettoso del libro che ho cominciato. Solo ciò che si ama muore, il resto soltanto svanisce. Non lo amo. Sparirà con facilità. Però Samuele lo amavo moltissimo. E allora, qui dentro, ora, ho un vuoto incolmabile, non è quantificabile. Sono in lutto, qui, adesso. Mi sono messa i vestiti neri. Più che Sue, ora sembro Cat Woman.
Ore 9:40
In pochi giorni, il sogno è divenuto incubo e tutte le mie più terrificanti paure si sono reificate: sono sul pullman perché inabile al cammino. La statale si srotola in mezzo ai campi come una striscia di liquirizia. Gli alberi che la costeggiano sono tutti piegati da una parte. I lunghi striscioni pubblicitari appesi sotto i ponti pedonali sbattono come vele lasche. Ciò che più temevo è accaduto. Questa è la quinta di una pesadilla. Spero non sia uno di quegli incubi a puntate che appena ci si addormenta ricominciano! Le cose potrebbero andare peggio? Sì, certo. Le cose possono sempre peggiorare. Però a me pare che peggio di così non potrebbe andare: non riesco neanche a camminare! E potrebbe pure andare più peggio, tipo che non mi riprenderò e sarò costretta a tornarmene a casa con la coda fra le gambe e il fallimento stampato in fronte tipo stigmate. Vi sto raccontando la verità, mannaggia a me e al momento in cui ho deciso che sarei stata sincera. Pertanto un po’ pure me ne compiaccio. Mi passo il fazzoletto dietro le lenti per forbirmi gli occhi ma non mi è ben chiaro cosa vi sia da asciugare, se sudore pioggia o lacrime. Una volta a Logroño, prima di qualsiasi altra cosa dovrò trovare un posto nascosto dove appartarmi, per piangere. Qua pare sia vietato, in pubblico, regolamento interno, altrimenti dove si andrebbe a finire? C’è di positivo che, delle circostanze (s)favorevoli, ora che Samuele non c’è più talmente poco mi frega di tutto che perfino l’arrivare a Santiago ha perso d’importanza.
Ore 19:00
Siamo tutti giunti a Logroño. Abbiamo definitivamente abbandonato la Navarra per La Rioja e miei piedi sono categoricamente mal messi. È ufficiale: lo ha detto il dottore! Logroño è una città ricca di storia e, esorta la guida, “perdetevi nel suo nucleo antico, tra la rúa Vieja e la rúa Mayor!” Perdetevi nelle sue periferie e, aggiungo io, avrete paura! Sono entrata in città percorrendo il Ponte di Pietra sul grande río Ebro oltrepassato il quale ho avuto il barlume che ogni lotta stesse cessando in me: oltre quel ponte, un’ondata di vita nuova mi ha travolta investendo le mie idee e le mie convinzioni. Mentre percorrevo i viali, poi, il rumore del traffico mi martellava nelle orecchie un nuovo nome, i fumi dei motori mi facevano danzare davanti agli occhi le braccia sagomate e le spalle rotonde dell’inedita ombra che mi terrà in potere; ben presto sarò disposta a privarmi di tutto per averla un’ora soltanto. L’itinerario che ho intrapreso per amore di Samuele mi ha portata così lontano da lui che l’ho perso di vista; lui non mi guida più: per le vie di Logroño è stato evidente, l’ho accettato. Non mi resta che affidarmi alla sua immagine specularmente opposta. Non sono ancora per niente sicura dell’identificazione: sarà un falso Samuele o era Samuele ad essere un falso Michele? Non lo so ma chi se ne frega. Sono già stata sconfitta e ho certamente paura d’esserlo ancora; ho ottenuto qualcosa e ho ovviamente il timore di perderlo di nuovo; ma ho deciso di correre il rischio, inutile opporre resistenza. Così mi sono abbandonata all’avida pubertà d’adolescente che s’agita ardente in quella che ho però percepito essere la dignità di una donna matura. Di un’adulta. Da adulta, difatti, mi sono saputa orientare; ho trovato l’albergue in collaborazione con due inglesi; parlando esperanto me la sono cavata egregiamente. In seguito, avvertito un bisogno incoercibile di percorrere tutti i viali di questa città e di prendere immediato possesso di tutte le cose sognate, mi sono andata a comprare la crema ristrutturante per i capelli. Ciò che fino a stamattina credevo fosse una tortura mi si è rivelato un piacere: il piacere di camminare. Quando potevo camminare, l’atto di camminare non esisteva: esisteva solo il mio desiderio di arrivare. Ora che non m’importa d’arrivare, desidero di camminare. Un acquazzone aveva affollato di una fiumana di persone i passaggi sotto i portici; la gente camminava lentamente: passeggiava; c’era ressa davanti alle vetrate delle botteghe: i colori sgargianti delle vetrine imbiancate dai riflessi delle luci, gli ori delle gioiellerie, i cristalli delle confetterie, le sete dei negozi d’abbigliamento brillavano nella chiassosa confusione metropolitana. Quando i passanti mi incrociavano, cercavo di assumere un’aria disinvolta pensando potessero leggere la mia storia nel movimento delle mie gambe. Quando i pedoni mi sfioravano, dapprima gettavano qualche occhiata al mio volto per poi precipitarsi ai piedi: non erano stupiti del fatto che fossi una pellegrina, ma che fossi una pellegrina malconcia. Per sfuggire alla loro indiscrezione, mi sono parata davanti al nitore del vetro di una cartoleria a contemplare un’esposizione di fermacarte: sfere di vetro dentro le quali ondeggiavano paesaggi fioriti o innevati; e mi è venuto il guizzo di soggiornare là dentro, in una di quelle bolle; o di comprarne una per infrangerla: se non si rompesse mai nulla, i negozianti dovrebbero chiudere bottega! Tutte le cose sono fatte per essere rotte. Anche le cose belle. Nel frattempo la pioggia era diventata un fine polverio; tornata allo scoperto, ne ho avvertito la frescura sui piedi e ho pensato ai miei compagni in campagna. Stracci di nuvole color fuliggine trotterellavano in cielo e il vento che s’ingolfava soffiava in faccia un’umidità da cantina. La campagna doveva essere parecchio sgradevole con un tempo del genere. Ho ripreso a bighellonare: senza dubbio avevo una meta verso la quale i miei piedi andavano da soli, seppur il percorso venisse complicato da continue deviazioni. Loro sapevano la meta (anche se ho impiegato un’ora per arrivarci quando avrei potuto metterci cinque minuti): l’ospedale. Insomma, ho parlato in spagnolo, inglese, francese, italiano, tutto mischiato; ho incontrato tanta gente gentile. La signora Mari per esempio, stamattina, mi ha confermato che gli hospitaleros sono sempre molto disponibili, alle volte ti coccolano proprio come un figlio (un’unica anomalia: il viejo dell’hospital di Logroño! Ci tratta tipo bestiame: tu dentro tu fuori, tu sì tu no). Incredibile come questa gente ti dia il meglio di sé senza pretendere ricompense. Viceversa io, che ho sempre detto della liceità della ricompensa, non appena mi sono preoccupata solo della mia ricompensa il Cammino mi ha costretta a tornare alla realtà attraverso processi dolorosi. Qui c’è tanto amore. Tanta speme. Quindi mi sono fatta coraggio e sono entrata in ospedale: della relatività delle mete, lì mi hanno detto di rivolgermi all’ostello. Dall’ostello mi hanno spedita all’ambulatorio. In ambulatorio ho sfoderato il magnetico E111 e uno spagnolo provetto; ho sostanzialmente proferito un sacco di fregnacce ma mi sono divertita. Insomma, giunto un certo orario tutta Logroño sapeva delle vicissitudini dei miei piedi. Sono persino entrata in tre negozi di articoli sportivi a provare scarpe su scarpe: i gestori mi osservavano interdetti perché sapevano che non avrei comprato niente, sul mio piede destro nessuna calzatura sarebbe calzata (e, ironia della sorte, avevo due paia di scarpe in spalla). Altro che Cenerentola: paio un hobbit (senza esclusione di peli)! E, come un hobbit, non ho avuto paura. Anche se sola e dolorante in una città sconosciuta e straniera, non ho avuto paura! Questa la definirei la tappa dell’età adulta, della maturità. Da stamattina sono molto cresciuta. Non ve lo nascondo: ho sofferto tanto. Pertanto e alla fine ho cercato una chiesa: ho scelto la chiesa gotica di Santa María la Redonda, dal 1959 è Cattedrale. Solo nelle cattedrali, o nei pressi di una cattedrale, si può pensare che Dio non ci sia del tutto ma nel momento in cui lo si vorrebbe dire qualcosa trattiene, e ciò può significare molto. Inoltre aveva cominciato a diluviare stille di ghiaccio. Pioveva, e la pioggia avrebbe resa fertile la terra; quell’acqua sarebbe tornata in cielo solo dopo aver dissetato un seme, fatto crescere un albero e sbocciare un fiore. Pioveva sempre più forte eppure mi pareva cosa buona e giusta rammentandomi delle campagne riarse: l’acqua torrentizia versava sulla terra la forza dei cieli. Però avevo bisogno di un riparo, e di piangere: di piangere al riparo. All'interno della Cattedrale di Logroño l’aria era satura d’incenso che, fuoriuscendo in grigi vapori dai due turiboli ai lati dell'altare, si stendeva come una nebbia soffocante sugli odori più delicati delle persone che erano state lì. Ho versato lacrime mai piante lì dentro, lacrime nuove del tutto differenti dai capricci di Zubiri e dal lutto di Cizur. Pietosamente, ho pregato pietà verso tutti coloro che scorgono solo cattiveria nei propri atti e che si considerano colpevoli per tutte le ingiustizie del mondo; e per coloro che hanno paura d’impugnare una penna o un pennello perché pensano che qualcuno l’ha già fatto meglio di loro; e per coloro che l’hanno invece fatto trasformando la loro ispirazione in una meschina forma d’orgoglio nel sentirsi migliori o diversi dagli altri. Insomma, ho chiesto d’aver pietà di me: lui mi possiede col dispotismo religioso di un dio di collera. Le mie preghiere assunsero i balbettii e l’umiltà di una creatura maledetta oppressa dal fango della propria origine nel peccato. In me, desideri umani e aspirazioni spirituali si confusero salendo dal fondo oscuro del mio essere come provenissero dalle radici della mia stessa vita. Mi sono abbandonata alla forza dell’amore e della fede, la cui duplice leva certamente innalza il mondo. Fu dunque un pianto liberatorio. Una sorta di evacuazione dell’anima nelle gocce del vagito di un adulto. Nel cantuccio di quella chiesa, con le ginocchia gelate dal marmo, ho ritrovato le gioie di un tempo, gli spasmi dei muscoli e il vacillare delizioso dell’intelligenza: quella era la soddisfazione degli oscuri bisogni del mio essere. Così ho pianto tanto e in santa pace: Halleluyah! Gli altri sono arrivati nel pomeriggio, tutti malconci, chi più chi meno. Carlo mi ha raggiunta all’ambulatorio per farsi visitare il ginocchio. Che dileggio la sorte di lui, che vuole fare l’ortopedico, arriva a Logroño e come prima cosa cerca un ortopedico o il Cammino non lo finisce. Il Cecco si fa di medicinali d’ogni sorta come fossero cioccolatini: «me ne sono già sparati tre. Dici che un quarto mi renderebbe insensibile tipo un lichene?» continua a chiederci. È un buon manager di se stesso (nel senso che fa solo di testa sua) quindi nessuno lo consiglia mai: indeciso sull’assunzione di un’ulteriore compressa, allora si compra una birra. E pare Robocop, coi supporti metallici alle ginocchia (se si fosse in marcia verso Oz, lui sarebbe l’Uomo di latta). Jacopo ha focacce al posto dei piedi (ma si ostina a camminare in sandali). La Ile sta perdendo le unghie, Matteo è già stufo e Michele perennemente insoddisfatto. Per tutti, in principio e infine, è una Comunione ogni mattina: un pastiglione di antidolorifico, o un antinfiammatorio. Un disastro, sembrerebbe. A volte lo è. Ma nessuno si perde d’animo. La voglia di ridere non finisce mai. Certo, quando le cose vanno così male da sembrare assurde non si può più prenderle di petto: bisogna ridere o schiattare! Ennesimo e forse più importante insegnamento del Cammino, il COME sarei quasi tentata di dire. Come? Ridendo! Perché disperare? Quando tutto sembra perduto, Dio si manifesta! I grandi disordini conducono per forza di cose a grandi devozioni: siamo certi che la Provvidenza avrà di nuovo i suoi momenti. Ieri sera, mentre Carlo mi medicava le bolle (vi risparmio i dettagli, me ne sarete grati) singhiozzavo e gemevo, sgominata. Adesso mi sento una vincente. Come si fa a scoraggiarsi? I miei compagni sono tutti gentili e premurosi: Matteo ha preparato il catino per il pediluvio (acqua e sale, nuovamente evito i dettagli): «è ottima l’acqua salata per questi piccoli mali» mi ha detto ignaro dei miei grandi mali, «sta’ tranquilla, ne avrai altre, di botte! Ma finché non c’è nulla di rotto, non vale lamentarsi!» Carlo mi ha bendato i piedi con cura e devozione (e con le sue garze! Le mie le ho quasi finite). Jacopo e il Cecco hanno cercato ovunque parole di conforto, le grattano dai muri! E l’Ilenia mi ha cucinato le pesche ripiene. Prima di partire mi hanno salutata calorosamente; durante la mattina separati mi hanno più volte telefonato per sapere come stavo, dov’ero, che facevo. Insomma: sono la mia famiglia, qui. Insomma: so di non essere sola. Ma da sola ce la devo fare. Le mie amiche mi mancano tanto. Perfino mamma papà e il cane Ciccio (non credevo per quanto puzza e grufola). Mi sembra d’essere via da una vita. Questa è l’esperienza più singolare che io abbia mai vissuto. Un’esperienza del genere, ecco, l’auguro un po’ a tutti. È un sogno. Un incubo. Felicità. Dolore. Riso. Pianto. Coraggio. Paura. Vittoria. Sconfitta. Amore. Odio. Anche Michele mi ha aiutata, alla sua maniera: mi ha tagliato le Converse di modo che il dito possa uscirne. Un espediente poco ortodosso ma l’unico del quale mi posso servire, almeno finché il gonfiore sarà tale. Magari, così, domani riuscirò nuovamente a deambulare. Ora non desidero altro che i miei piedi guariscano un po’ per riprendere il Cammino.
21 agosto
Me lo sono proprio goduta, il Ponte di Pietra di Logroño. Io e la mia passione per i ponti… Ho rivissuto attimi remoti, su quel ponte. Dal Ponte delle Catene a Budapest, quest’inverno, anni luce. La convinzione che avevo lì non ce l’ho più. L’unica determinazione di cui dispongo ora la impiego per arrivare alla fine. Come tutti, del resto, qui. È nuovamente tempo di tagliare il Cammino: La Rioja non promette nulla di buono e allora, volo pindarico, da Logroño siamo balzati a Burgos, così, in un dì, saltando Nájera, Santo Domingo de la Calzada, Belorado, San Juan de Ortega e Agés. Che nomi esotici, quasi mi rammarico d’averli glissati; e nel guardare i pellegrini che camminavano fuori dal finestrino mi sono sentita in colpa. Abbiamo preso per buoni i suggerimenti della guida e, ieri, abbiamo sostato in una delle città più importanti del Cammino: Burgos, patria del grande condottiero El Cid Campeador Rodrigo de Vivar, sepolto nella Cattedrale con la sua Doña Imena. “La Cattedrale è bellissima” (lo dice la guida; io non mi sarei servita di quell’aggettivo, riduttivo anche con l’issimo) ma: basta con le metropoli! Sono invivibili, per noi pellegrini: un casino pazzesco, turisti di tutti i generi, l’albergue in centro strapieno, l’altro dall’altra parte (5 i chilometri per attraversare la città passando pure per la zona industriale, io trascinando le infradito da spiaggia tipo villaggio Valtur all inclusive con le scarpe ancora sul groppone). Come la gente mi covava i piedi, a Logroño e a Burgos, superfluo che lo descriva. Prevalentemente con schifo. Una volta raggiunto l’altro ostello, anche lì non c’erano camas disponibili; ci hanno concesso un tetto ma non un letto e allora abbiamo dormito sul pavimento disposti come sardine tra il distributore delle merendine e quello delle bibite, avvolti come salami nei sacchi a pelo, le vertebre in attrito col pavimento e le ossa del bacino livide. Nonostante ciò io non lo sono più, a terra. Sono maturata: sono un’adulta. Sono nata a Roncisvalle e cresciuta a Logroño, e oggi sono riuscita a camminare come il primo giorno, per quasi 30 chilometri, spavalda e di buon passo, deciso e sostenuto; decisa e sostenuta sono arrivata fino a qui, ad Hontanas. Del resto sono qui per questo, no? Per camminare. Ho camminato con le Converse impostore tagliate di modo che il mio mignolino non venisse soffocato dalla morsa di scarpe che si strascicano dietro dieci dei miei anni di vita; così vecchierelle, me lo sarei dovuta immaginare che avrebbero potuto gabbarmi. Ho permesso a Michele di affettarle e, ho deciso, le lascerò a Finisterre. Oggi, per la prima volta nella mia vita, 29 chilometri. Oggi, per la prima volta nella mia vita, le mesetas. Altipiani, in italiano. L’italiano non rende bene; un grande italiano potrebbe farlo: “infiniti spazi e profondissima quiete”. Distese dall’aspetto desertico, tavolati comodamente ondulati, coperte di frumento, lande di grano, sovrumani mari biondi. Meglio. Giallo e blu i colori al potere. L’abbraccio furtivo della terra col cielo l’evento preponderante. Il senso di libertà l’emozione indiscussa. La pienezza sensoriale, la copiosità, l’abbondante sovrabbondare della minuziosità della vita che è la rapsodia. Me l’ero promessa, la rapsodia. Eccola. Ho fatto fatica, ma questa è la perfezione. L’ho raggiunta. Questa è stata la tappa perfetta. Non posso dire di più se non che mi sono sentita a tal punto ricolma d’umiltà e passione da tremare. Mi sono nuovamente sentita felice, ma di una differente forma di felicità (che è come la giustizia, non è detto ve ne sia un solo genere). Era quella forma di felicità della quale avevo disperatamente bisogno: senza di lui. Era l’allegria struggente delle felicità troppo grandi, che non sono durature, mai, pervenuta dall’improvviso sentimento di aver raggiunto un equilibrio interiore mai esperito prima, non così. Perfetto in un attimo e, pertanto, me ne sono resa conto, perituro. Adesso che sono maturata ho capito come fa l’equilibrio: fa come la felicità e come l’amore, stati d’animo nei quali (in quanto stati) si può (so)stare più o meno a lungo dopo essere passati attraverso i loro contrari, oltre la semplice comprensione. Solo così questo mondo lo si può accettare, accogliendolo con gioia e facendone parte. Ho sempre fatto dipendere la mia contentezza dal come fossi, dal dove fossi, dal con chi fossi. Oggi niente di tutto ciò: oggi un inedito senso di distensione, come avessi avuto il potere d’estendermi e toccare con la punta delle dita i confini di un mondo nuovo. Non c’era limite a tale potere: era un’onnipotenza impotente. L’insegnamento delle mesetas: non c’è nessuna superpotenza che possa permettere d’afferrare per trattenere o recingere. Una toccata e fuga è l’esistenza. Come le paglierine oblunghe magre dita del grano carezzavano il cielo sopra. Che cos’era? Era la libertà, che è ben più possente della felicità. Com’è stato facile! È bastato arrendersi e tutto è venuto da sé, tipo il compimento di un evento prestabilito al quale è inutile ribellarsi; tipo il nuotatore quando si scontra con la corrente che lo spinge all’indietro ma, a dispetto degli sforzi più disperati, all’improvviso si decide di girarsi e, invece d’opporle resistenza, s’abbandona ad essa. Annegherà? Non è detto. Ci vuole fede. Quindi è la Fede. Un simile processo dovrebbe essere automatico, istintivo. Sebbene stordisca con tutte le possibilità d’isolamento e disfatta che inevitabilmente implica, pure sovraccarica di vitalità e compiacenza. Sospiri che non potevo trattenere mi venivano alle labbra; spasimando mi ripetevo: «sono libera». Così mi sono sentita trasportata in quella precoce situazione, che era un’altra origine, la scaturigine di un sogno fresco al quale ho assistito con occhi differenti. La mia realtà è stata trasferita in una distanza spazio-temporale talmente completa, fino all’annullamento del luogo in cui mi trovavo e perfino dell’epoca, da coincidere col sogno. Non era indispensabile io scegliessi. Non occorrevano aut aut. Era il tutto, così, perfetto, in un attimo. Tra un paese e l’altro non s’è incontrata anima viva. La suggestione era incredibile: il vento sussurrava nelle orecchie di non avere paura, di fidarsi e andare avanti anche senza nulla all’orizzonte. L’ultima meseta, in un’ora e un quarto circa, porta proprio ad Hontanas, che si materializza ai piedi del pellegrino come d’incanto, sotto la linea del tramonto. In questo caso, a proposito di Hontanas, la guida ha ragione: “una fata morgana”. La lezione dei miraggi? Prendere atto di tutto ciò che contiene la piccola parola “vedere”: la visione non è una certa modalità del pensiero, o di presenza al sé; è all’opposto il mezzo che ci è dato per risultare assenti a sé medesimi. Nell’estrema libertà della vista, io posso essere tutto perché sono tutto ciò che vedo trasferendomi in esso. Questa credo sia l’ortodossia a cui giunge il provvido pellegrino: ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare almeno per un attimo. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa. Nella visione è la libertà fanciullesca di un incosciente, la momentanea perdita della velenosa capacità di pensare. Sì, alle volte è così: la capacità di pensare, anziché essere la nostra salvezza, è la nostra dannazione. Una temporanea condizione d’ortodossia è invece la salvezza, la redenzione. Non potrei davvero sentirmi ancora a terra dopo la prima tappa mesetica, con quella sensazione di libertà e (im)potenza, felicemente libera e (im)potente nel mondo, che è tutto nelle mie mani, se lo voglio me lo posso prendere e tenermelo tutto chiuso in un pugno, posso assaporarlo per poi lasciarlo andar via, mentre cielo e terra si fondono senza contorni, come in una delle bolas de nieve di Álvaro Cunqueiro. Non ci si potrebbe sentire a terra, e anche se così giù ci si dovesse percepire davvero basterebbe rigirare il paesaggio per ottenere l’effetto delle bolas de nieve: spiazzati, si assisterebbe da un momento all’altro ad una fusione liquida, e allora il cielo diverrebbe terra e la terra cielo. Cosa? Un mondo alla rovescia, dite? Sì, ed è l’unico che abbiamo. Non capite? Finalmente ho camminato per aria, nel cielo, come da mesi sognavo di fare! Da mesi sognavo di volare perché da mesi vagheggiavo le mesetas. L’incubo s’è riconvertito in sogno e il sogno in realtà. Davanti a noi solo il sentiero, nell’orizzonte, come già si fosse all’oceano. Che sia quello il nostro destino, l’oceano? Il gruppo prosegue bene, con la disinvoltura data dall’abitudine, come i poveri vanno al monte di pietà. Jacopo era in testa, stracarico e preso benissimo (proprio lui che diffidava delle mesetas, le voleva saltare, ho impiegato una settimana a convincerlo). Ad un certo punto ci siamo ricongiunti e lui mi ha detto grazie, grazie delle mesetas, e mi ha ricompensata raccontandomi dell’immane difficoltà di dover dire alla propria madre, appena prima di partire, che quello che lei credeva essere il migliore amico di suo figlio non era (solo) il suo migliore amico. Al padre non l’ha ancora detto. Da poco lui stesso lo ha accettato, pur sapendolo dacché bambino. Visto? Come sulle mesetas: perché ribellarsi? Ah le mesetas… Crocevia di storie. Luogo di confessioni. So cosa vuol dire sentirsi diversi, alle volte si è ghettizzati: soffro di disturbi alimentari da cinque anni. Forse ne ho sempre sofferto, dacché bambina. Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, mi viene sempre voglia di diventare vegetariana. Solo ora che sono sottopeso (lo smagrimento qui è inevitabile) mi sento bella. Per dimostrare che la mia condizione non mi impedisce di fare una vita apparentemente normale faccio sforzi sovrumani. Il bisogno incondizionato di controllare quello che mi circonda attraverso il mio corpo permane e anzi si accentua man mano che vivo. Mi sento sempre osservata come fossi il maialino allo spiedo del quale si controlla la cottura. E, detto fra noi, fra me e Jacopo intendo, non di rado mi accade di disprezzare gli altri per i loro comportamenti: trovo volgare mangiare, fare l’amore, sollazzarsi. Ogni volta che ingrasso un po’ disprezzo le persone che mangiano, che scopano, che se la godono. Poi però mi ripeto che ho il diritto di avere quello che hanno gli altri; ma è solo una teoria che non applico a me stessa. Mi sono in definitiva creata il mio dramma personale e uno stile di vita che non mi concedono di vivere tranquilla in situazioni che non richiedono sofferenza. Sono prigioniera di me stessa: questo, alla fine, non è peggio di una dipendenza dall’Altro che, talvolta, lascia un po’ più di respiro? Temo la vita a tal punto? A chi spiegare questa fatica senza che mi vengano date risposte logiche sì, ma fuori della mia logica? A Jacopo! Mi sono concessa, in accordo con me stessa, di avere un interlocutore, qui, sulle mesetas: nella mia continua masturbazione orale e solipsistica, non è cosa rara non permettere a nessuno di farmi da interlocutore per la paura di poterlo perdere, d’essere abbandonata e di rivivere tutte le frustrazioni già vissute. Con Jacopo invece no, non è andata così: un amore male interrotto per lui, uno non corrisposto per me, depressione per tutti e due, un rapporto complicato coi genitori lui, la separazione dei miei, insicurezza e scarsa autostima per ambedue e in abbondanza. Non dovremo più permetterci di dipendere da un altrui gesto: ce lo siamo promesso così, parole nel silenzio, lungo le mesetas (nella consapevolezza della labilità delle promesse e dell’indispensabilità dell’Altro) poco prima d’essere raggiunti proprio da Michele, che ci ha superati senza parole. Quello che mi era sembrato il ripercuotersi irregolare dei nostri passi contro le accidentate rocce calcaree del sentiero era in realtà lo sferragliare dei passi di Michele dietro di noi. Lui, ora, per me, è inconvertibilmente Michele. Anche gli altri lo chiamano così. Hontanas è comparsa ai suoi piedi, inchinandosi al suo cospetto, chiunque lo farebbe. E Michele è rimasto là, in piedi eretto, in alto, su una roccia, tipo un marinaio naufragato su uno scoglio. Mossi dal vento, i fiori gli hanno dato il benvenuto. Vederli fremere alle carezze della brezza è stata una sensazione squisita, mentre il sole calante maculava ora una foglia ora l’altra spruzzandole bonario dei suoi pulviscoli d’oro. Michele, a lui mi dovrò abituare insomma, mi è apparso un po’ invecchiato, lì e così: l’età sembra averlo ispessito senza però inciderlo di nessuna ruga. Ho rimirato il suo vasto corpo e mi sono domandata se è all’alta terrazza del suo petto che mi aggrappai da bambina. Volgeva il capo di là e di qua, tra iris e ciuffi di lillà che si curvavano in un cenno di saluto; con gli occhi socchiusi e le narici che accoglievano il profumo delizioso dell’infinita frescura floreale, inalava boccate d’aria: era l’ora in cui ogni fiore si accende dei riverberi del rosso e dell’arancione, ardente di luce propria nella dolce purezza dei tramonti di tarda estate. I tramonti estivi hanno il colore del sangue. Devo riconoscere che il potere dei suoi occhi non ha subito alcun danno dalla scomparsa del povero Samuele: infatti gli è bastato alzare il lungo braccio per farci arrestare, con un gesto che avrebbe messo a tacere un’intera foresta; con quel movimento ingiurioso si sarebbe perfino potuto accattivare l’infida alleanza delle forze del male; e delle profonde tenebre del cuore. Ancora ha contemplato coi suoi occhioni bovini il rigoglioso ondeggiare, gli steli erano in succhio, le gemme quasi scoppiavano dal loro involucro e il calar del sole ci danzava attorno con grandi fuochi d’artificio profumati di vaniglia; ha detto «fermiamoci qui», e ha inviato a quel paesaggio il tiepido sole del suo sorriso, grazie al quale milioni d’altri fiori, in tutto il loro splendore, sarebbero sbocciati da un lato all’altro di quelle lande se lui non si fosse immediatamente rabbuiato. I sorrisi di Michele fanno come la felicità, l’equilibrio e l’amore: sono perfetti nella durata d’un guizzo. Hontanas stava lì, in un prezioso e variopinto tappeto intessuto con miriadi di flaconi d'intense fragranze. Era la sorpresa di un magnifico scenario aperto da un paesaggio intimamente unito entro una grandiosa inquadratura di pace. Anche gli zoppi sono giunti solleciti, pure Carlo e l’Ilenia. Carlo fa quasi tenerezza (so s’indiavolerebbe, a leggerlo): col berretto duro sull’occipite, è sceso lemme lemme per la viottola inghiaiata e ci ha ritrovati già spaparanzati al bar a tracannare cerveza. Si è fermato, ha sbattuto in terra zaino e bordone, si è tolto il cappello e la sua testa, nonostante la barbetta riccia in crescita il viso paonazzo e le guance accese, sembrava quasi piccola in proporzione alla persona alta, sebbene leggermente ricurva, e alla mole di mani e piedi. Si è arrestato così e ha detto: «allora, com’è?» E l’Ilenia, anche lei mi fa tenerezza: s’è presa una sbandata per Michele; al mattino parte lestissima alle calcagna del suo bello che immancabilmente, con noncuranza, la semina; lei armeggia ma non gli sta dietro, con le sue racchettine che muove veloci come stesse remando, tic tac tic tac tic tac, accelera ma è tutto inutile. Poi scorge le more e tutto ciò che in lei v’è d’infantile esplode: allora si ferma a raccoglierle, così ce le preparerà a colazione. Matteo è un po’ più celere di loro, ma anche meno morigerato: oggi è arrivato correndo e sbraitando col bastone in aria, tre volte più alto di lui. Mulinava il bordone e soffiava come un bue; sembrava in procinto di tirare un giavellotto! Che ce lo volesse veramente tirare dietro per averlo convinto a fare questo viaggio da pazzi? Borbotta sempre, Matteo; come una pentola a pressione, andrà fatto sfiatare prima d’aprirlo. In ogni caso bravi, bravi ragazzi: sono fiera di voi tutti! Che bel gruppo, che bella compagnia! Visto che sono alla ricerca della verità della parola giusta, “amici” non è la parola giusta per dire di loro. Anche oggi non c’erano amici, solo compagni. È però vero che la compagnia di questi compagni è più piacevole di altre. Come coi compagni occasionali, insomma, dai quali nulla ci si attende e senza aspettativa d’alcuna sorta ci si ben dispone pure a perderli. I compagni non feriscono.
Ore 21:00
- Come in una licantropata, cala la notte sulla pianura. Tra cielo e terra è rimasta solo una strisciolina color salmone. Prima di coricarmi vorrei spendere ancora qualche giusta parola per le mesetas. Avvolte nel buio sono ancora più seducenti. L’altopiano ci si sdraia davanti pigro, sbadiglia comodamente adagiato sotto un morbido piumone di nubi cariche d’acqua, loro ci proteggeranno dal caldo torrido della meseta d’agosto. Tutto il male non viene per nuocere, anche le nuvole che coperchiano gli altipiani. Vorrei correre, ora, come oggi pomeriggio, che non ho resistito alla tentazione di mettermi a salterellare per la prateria. Con 9 chili di zaino sulle spalle e i lasciti di dolori non ancora del tutto assorbiti, mi sarò certamente compromessa un tendine, o fottuta un legamento, ma chi se ne importa, ho corso per le mesetas! Che è come dire d’aver corso in un quadro dipinto con una certa disinvoltura a spavalde macchie di colore schiacciate direttamente sulla tela dal tubetto e non ancora asciutte. Mi sono inzaccherata. Allora m’è venuto il magone (una rarità!) e le lacrime hanno cominciato a colare come in una fusione che non la smetteva più di colare; come nella chiesa di Logroño. Erano lacrime diverse quelle piante lì, però, di magma. Quelle di oggi, più leggere, erano lacrime di gioia. Non c’è da stupirsi se poi un po’ ancora piango di tristezza (si piange di gioia o di pena, mica per altro), sono ancora in lutto. Michele è tremendo. Samuele mi manca. Non avrò pace finché non scoprirò cosa realmente (nella realtà voglio dire) gli è accaduto. Di Samuele resta l’algida tremebonda bellezza del suo alter ego, bello (…) da far battere i denti. È ingordo come una ghirba, santo cielo quanto mangia! In un sol boccone è capace di divorarsi un armento, le foglie che fremono sotto il sole, le messi mature, i vigneti dorati, le alte erbe in cui le vacche sprofondano fino al ventre; tutto trangugia in un abisso; fa sparire corsi d’acqua, cave di gesso, mulini a vento; passa simile ad un’invasione, ad una di quelle nuvole di cavallette il cui volo incendiario distrugge un’intera provincia; è una calamità; brucia la terra su cui posa i piedi, prateria dopo prateria, coi suoi modi imponenti e senza nemmeno accorgersene, noncurante, come se stesse sgranocchiando delle praline tra un pasto e l’altro; come fossero cose prive d’importanza, quelle che lui distrugge, null’altro che stupidi dolciumi; ingurgita con aria sdegnosa, senza neppure aprir bocca: non vale la pena d’aprir bocca, secondo lui. Consuma tutto come un grande fuoco eppur gli resta sempre un vuoto ozioso nello stomaco a dargli i crampi della fame. Non ho mai sentito in modo così intenso la forza del suo stomaco. Ha sempre fame. S’è pappato tutto Samuele e nei suoi occhi gonfi non v’è più traccia della delicatezza delle ombre. Perciò io vado avanti, cammino sempre davanti, non ho più ombre da pestare. M’intrattengo ogni tanto con Jacopo e il Cecco ma continuo a preferire il cammino solo e pensoso. Davvero, adesso, non c’è più nessuno per il quale camminare, accanto al quale camminare, o dietro. Allora vado avanti. Cammino davanti. Preferisco non vedere chi ho alle spalle, e vado veloce. Questo è il mio personalissimo Esercizio della Velocità: procedo al doppio della velocità con cui solevo andare prima. Sennò lui riguadagna il distacco. L’altra sera, ad esempio, s’andava di tapa in tapa per le vie di Logroño sorseggiando Rioja d’ottima annata, «il miglior estintore al mondo contro rodimenti di culo e affini» seguitava a giubilare il Cecco. La gente era in festa, i tavoli riempivano le vie, nei locali a malapena rischiarati da luci soffuse i banconi erano gremiti da gente seduta su sgabelli mentre monitor al plasma trasmettevano tetre notizie di cronaca dal resto del globo. Tuttavia, per gli abitanti di quella città pare che, por la noche, il resto del mondo svanisca: nessuna minaccia di guerra, né disoccupazione e crimini mortali, nessuna calamità naturale. E in quel clima di pace metastorica lui era dietro di me, che insolitamente procedevo alla metà della velocità con cui vado ora; mi ha raggiunta, mi ha poggiato delicatamente una mano sulla spalla, una scossa tipo quella di un elettrostimolatore ha attraversato la mia schiena, in apnea mi sono voltata e «stai meglio?» mi ha chiesto teneramente. È una cosa struggente ricordare che le mani possono raccontare tanto. Quindi mi sono detta, incredula ma fiduciosa: Samuele è tornato! Nel pomeriggio era addirittura venuto a prendermi in ambulatorio e io gli avevo perfino concesso di portarmi lo zaino fino all’ostello! Lì mi avrebbe poi tagliato le scarpe, «tanto non ho niente da fare» non si sarebbe risparmiato di precisare, ma quella era una cosa che diceva sempre anche Samuele. Pare davvero che, di tanto in tanto, Michele lo erutti. Sembrano rutti al retrogusto di Samuele, i suoi. Ieri sera, a Burgos, ha voluto gli poggiassi il piede tumefatto sulla gamba per osservarlo da vicino, senza ribrezzo. Poi ha preso del ghiaccio e l’ha per un po’ premuto sul mio dito. Nel passarmi il ghiaccio, le sue dita gelate hanno sfiorato le mie. Subito le ho lasciate andare, così come s’abbandona un sogno quando ci si sveglia col sole in faccia. «Cosa fai domani? Hai deciso?» mi ha domandato con un’occhiata per la quale neppure c’era da chiedersi se la pace sul volto che mi osservava fosse da intendersi come un invito o una provocazione perché c’era solo mestizia, la stessa che gli aveva velato la voce a Logroño. Che rimanga fra noi, ma mi sono sentita con un piede nella magia, in quella magia simpatica che consiste nel trasferirsi col pensiero nell’interiorità di un altro. «Cammino» gli ho risposto e lui mi ha sorriso. Con quel sorriso, il sorriso di Samuele. “Allora è proprio tornato!” L’ho guardato dritto negli occhi, lui ha sbattuto le ciglia ma nient’altro s’è mosso; anche le palpebre erano immobili sopra le iridi contratte. Ho visto due pupille ferme come capocchie di spilli. Tristi. Non ho mai pensato alla tristezza delle capocchie degli spilli. Allora ho avvertito una trafittura. Anche nel pomeriggio, dopo la visita nella Cattedrale di Burgos, aveva voluto sapere se me la sarei sentita di camminare rivolgendomi qualche parola così, per la prima volta dopo un’intera giornata.
Mentre con uno sguardo circolare abbracciava l’orizzonte mi aveva chiesto: «te la senti di camminare domani?»
«Sì, credo di sì, anche se tutto quel male non vorrei più provarlo. Uffa (subito ho frignato) le cose non dovevano andare così».
«Se le cose fossero andate come dovevano, secondo te, io sarei qui?» e gli occhi gli erano piombati di peso sulle gote di un volto che non avevo mai osservato.
Decisamente stavo vivendo uno dei commiati più inaspettati di quest’avventura: quel qualcuno col quale avevo stabilito un legame tanto intenso e che avrei voluto mi conducesse fino alla meta (e pure oltre) mi abbandonava in mezzo ad una strada. Ancora. Ero piuttosto io a dovergli rispondere consigliandolo sul come fare, o sul perché: avrei dovuto fargli da guida ma non sapevo neppure come condurla, una simile missione. Perciò ho subito distolto lo sguardo. Lui mi si era detto come se gli avessi cavato dal cuore qualcosa che, affiorando, gli aveva fatto ancora male. È per quel male remoto che adesso nessun male gli fa male. Non ho mai visto occhi così pesanti. Proprio a me lo chiedi, perché le cose non vanno come dovrebbero? Questo mi stavano dicendo, imploranti, gli occhi ai quali avrei dovuto prestare maggior attenzione. È vero: talvolta, ad un certo sguardo di traverso lanciato senza intenzione di guardare, quei globi tondi e sporgenti si coprono dolorosamente d’un velo e si fanno grigi. I suoi occhioni neri diventano perlacei; si sbiadiscono; assumono un colore incerto, tipo quello di una montagna lontana, nella foschia. Tipo la tinta della nebbia. Proprio quelle iridi nebulose erano venute a me, a me che lo volevo qui convinto questa fosse la sua retta via, a dire che lui è fisicamente qui ma che qui non vorrebbe essere. Qui c’è il suo corpo: la sua anima è altrove. Di nuovo senza parole: sono senza parole. Anche per lui le cose non sarebbero dovute andare così. Perdonami, chiunque tu sia: t’ho creduto più saldo di quanto non fossi; se t’avessi guardato sul serio negli occhi, per vederci te e non me riflessa, avrei capito che pure tu ti stai bucando da tutte le parti, anche se la tua pelle non lo dà a vedere. La tua pelle mi ha ingannata: la vorrei anche io, una pelle tanto splendida! Invece ho il naso spellato, l’acne, una peluria sopra il labbro superiore e pure un herpes. Però, le tumefazioni che lui mi ha mostrato neanche un corpo nudo e marcito potrebbe svelarle. Caro agrodolce fragile chiunque tu sia… A Burgos, sdraiati sul prato davanti alla Cattedrale, ho capito. Ho capito che il passato non lo si può cambiare, non è come coi nomi; è piuttosto come il verme solitario: per quanto ci si sforzi a svuotasi le trippe in tutti i gabinetti, le latrine, i vasi e le fosse di questi accampamenti, o semplicemente tra i cespugli, se ne sta dentro di noi arrotolato e non perde gli anelli. A quelle parole ho avuto l’impressione di chi scivola pur riuscendo a tenersi dritto, che è poi in fin dei conti la stessa impressione della sera in cui m’innamorai di Samuele. Allora ho capito che per noi due non ci sarà nessun abbraccio al cospetto di nessuna cattedrale. La mia ragione d’essere è per lui un ripiego. E pure peggio: per Michele le cose vanno irrevocabilmente come non sarebbero dovute andare. Dev’essere terribile. Tutto ciò che è stato obbligato a vivere dacché la sua fidanzata lo ha lasciato non sarebbe dovuto essere. Invece è stato: è stato un errore nel sistema. Nel sorriso malinconico di quel rimpianto ho intravisto nuovamente la morbidezza dei tratti di Samuele, ma poi ho capito. Ho capito che Samuele non è mai esistito. Michele è sempre e solo esistito. Malridotto dal fallimento, sempre rabbioso, nasconde tutto dietro la convessità della fronte ostentando la sua miseria nel bel mondo con la grinta di un uomo pronto a violentare la fortuna. Così combatte coi fantasmi di un passato che invece lo tiene prigioniero rendendolo immutabilmente quello che è: Michele è condannato ad essere Michele. Non è mai stato altro e sempre lo sarà. Ammiro ciò che più lo caratterizza, ossia lo speciale contegno verso la sofferenza: sopporta come un uomo smarrito. Quasi certamente non mi sono accorta del suo dolore per l’immensa pazienza con cui combatte. La sua nobiltà è racchiusa tutta nella sua ragione. Invano la sua passione di spirito protesta lanciando rimproveri. Allora gliel’ho detto, che il personaggio di cui mi ha chiesto, il personaggio nel nome del quale abbiamo litigato, è svanito nel nulla. «Quando?» Non ho saputo rispondere. «Dove?» Non ho saputo rispondere. «È morto» solo gli ho detto. Non mi è sembrato particolarmente dispiaciuto. Ora che ho compreso l’inesistenza di quel personaggio, mi sento meno afflitta. Nell’assumermi il ruolo di guida forse riuscirò a trovare il mio cammino. A Burgos mi sono dunque pacificata con Michele, che mi ha commossa come solo Samuele sapeva fare. Dopo quell’episodio, anche il suo silenzio mi riesce di considerarlo con maggior rispetto. Cosa provo per lui non ve lo so dire. Non a parole. Del dolore assiduo certamente, insistente, che contiene un elemento disonorante, come ogni dolore, perché rappresenta una tale scossa del sistema nervoso da spremere lacrime amare. Quindi Michele decisamente mi irrita, eppur mi commuove. Una qualche relazione c’è, quindi, con quel grosso corpo di spessa carne, anche se d’ostilità. Non vi basta? Volete sapere se amo quegli occhi languidi che impallidiscono come dietro un’organza? Non ve lo so dire. M’incantano fino al midollo, questo sì. Amo la tenerezza che è dentro di loro, quel quark che s’opacizza quando lacrimano nel pensare a lei; mi permettono di farmi un’idea degli occhi che non posso vedere, ossia i miei, quando s’inumidiscono ricordando Samuele. Forse l’impressione che ho avuto davanti alla Cattedrale di Burgos è la stessa che ho avuto con Samuele la sera in cui m’innamorai di lui. Tuttavia la parola “amore” riferita a Michele non è quella giusta davvero. Credo inoltre che, dopo tante ripetizioni allitteranti, la parola in sé neppure ci abbia guadagnato un granché: mi è venuta voglia di non servirmene più, le sue sillabe mi suonano quasi ripugnanti e ad esse si unisce come l’idea del latte cagliato. Servirebbe anzi un vocabolo che mantenga intatta l’ambiguità di cui il mio sentimento si nutre: innocenza e carnalità. “Eros” no, nasce tra due persone, è un “tra”. “Agape” sarebbe la parola adatta, allora: amore che divora chi ama. Non è di sicuro un comodo rifugio, ma è l’amore totale che sbrana chi lo prova perché fa sì che tutto il resto perda d’importanza. Dilaga in ogni cosa, riempie tutte le fessure vuote, vanifica qualsiasi tentativo di polverizzazione. Non è tuttavia possibile parlarne: bisogna viverlo. Io ne ho uccisa una grande particola, ho scartocciato l’entusiasmo che provavo per un’idea, ho mortificato il mio impeto d’amore. Naturalmente, l’entusiasmo si manifesta in tutto il suo enorme potere solo nei primi anni di vita, quando si è giovani. All’inizio, insomma. Difatti non sono più riuscita a camminare come sui Pirenei. L’entusiasmo man mano svanisce per le inevitabili sconfitte alle quali, avanzando, si è sottoposti. Ce lo si lascia sfuggire dalle dita colpevolizzando il mondo, o gli altri, per il tedio che sopraggiunge invecchiando. Quando ho perso le staffe con Michele, ad esempio, fu anche perché percepii il suo entusiasmo fluire via come il sangue da polsi tagliati. Vidi quel ragazzone un tempo così forte e pieno di vita spengersi: nel suo intimo si smorzava, attimo dopo attimo. Non lo accettavo. Non accettavo che lui declinasse il mio invito a farmi da guida, ciò l’avrebbe reso immortale. Le nostre reciproche aggressività hanno ferito gran parte dei nostri entusiasmi. Adesso, per Michele, non potrei che provare un quid di gelatinoso e sgusciante che poco s’armonizza col tipo d’amore che dicevo di provare per Samuele. Quindi in definitiva no: non “amo” Michele. Non è mica una vittoria, questa; o è una vittoria fittizia, una vittoria di Pirro: l’imperio dell’amore mica potrà essere imbavagliato; l’amore represso mica potrà svanire così. Non posso dire che da Burgos in poi non l’amerò più. Questa è l’unica cosa che posso dire: non posso dire. L’agape vive nella tenebra, e di tenebra si ciba; nel segreto profondo tenterà di riattuarsi, sfrontato, sfondando la castità, e ricomparirà sia pure sotto forma mutata, irriconoscibile. Quale sarà la maschera al di sotto della quale riapparirà non ve lo posso davvero dire, adesso. Non insistete! Tornando ad Hontanas e alla meson-albergue El Puntido, che è un vero benessere (l’Ilenia se lo meritava, avreste dovuto vedere come si rianimava con la lavadora e la secadora): siamo stati davvero bene, qui. Comida casera, habitaciones confortables, docce calde. Anzi arroventate: abbiamo fatto la doccia insieme! Cioè: lui si è lavato nel box doccia accanto al mio in un sensuale gioco d’ombre e contorni. Stava nudo con tranquilla audacia, certo dell’onnipotenza della sua carne come un animale nato per vivere senza nulla addosso. Quel corpo, che è da sempre il suo ma io… io non lo sapevo… così indolente e potenziato, messo orrendamente in risalto dalla malattia e reso così doppiamente corpo, non lo si potrebbe non amare, neanche dopo Burgos. Quindi in definitiva sì: “amo” Michele. È impossibile non amare quel corpo. La Ile ne sa qualcosa. Un tenero sentimento sta sbocciando in lei, che da quando ha scoperto il piacere della melità delle sue natiche cammina spedita e senza indugi. Una fortuna, per lei! Fortuna anche per me, che da quando mi sono un po’ ravveduta non combatto più arditamente come prima per scroccare il posto letto accanto al suo; o me la dovrei vedere con lei che fa di tutto, davvero di tutto, per dormirgli accanto. Ah… Quante storie per un uomo! Come se non si sapesse che, quando due donne si trovano insieme, la prima idea che viene loro è quella di rubarsi gli uomini! Comunque sia, il meno fortunato pare essere proprio il bel Michele. Non posso che sorriderne, sorriderne di cuore nel vedere lui un po’ impacciato alle prese col corteggiamento di lei, ben differente dal mio perché tutt’altro che mantenuto tra le righe. Lo infastidirà, col tempo, sono certa anche di questo come lo sono stata del fatto che anche lei si sarebbe infatuata di lui. È difficile amarlo. Ma altrettanto lo è non amarlo. Nel frattempo il cielo s’è rischiarato e la valle si sta empiendo delle ombre notturne. Le tenebre entrano a vista d’occhio nella camerata e il crepuscolo incupisce rapidamente; è un crepuscolo difficile da distinguere da quello di uno o due giorni fa, o di un’intera settimana fa. Il giorno, anche questo giorno, è stato spezzettato e reso così dilettevole proprio perché letteralmente sbriciolato tra le mani. Cala la notte come durante una partita a Licantropi, e a me pare sia già mattino. Pare veramente una partita a Licantropi, quando fa notte e immediatamente dopo s’alza il dì e ci si sveglia, in pochi minuti (e per fortuna! Una licantropata che duri più di qualche minuto non la sopporterei davvero). Santo cielo, ma che sta succedendo? Che succede al tempo? La contrarietà del tempo la si potrebbe vincere con un calendario alla mano; tuttavia non mi riesce di calcolare il vissuto né in giorni né in settimane (sarà perché ho l’agenda senza date? Aveva ragione Samuele, allora): mi sembra che la più breve unità di misura di cui mi è consentito disporre sia l’anno. Dove c’è molto spazio per forza di cose ci deve essere molto tempo, e qui c’è moltissimo spazio. Pure troppo! E tutta questa gente, tipo la gente qui ad Hontanas, immersa nelle mesetas, ha tantissimo tempo! Qui, tra le mesetas, ci sono solo anni. Qui si calcola in grande stile! Sul Cammino le giornate volano; però se si presta loro più attenzione vanno adagio, talmente tanto che a volte, il pomeriggio, non si sa come ammazzarlo. Da qui a Santiago quante ore ci sono? A piedi intendo. E col pensiero? Col pensiero nemmeno un secondo. “Libertà” è la parola che ho adottato solo sentendone il più ampio significato ma senza formularne mentalmente le sillabe. Il tempo è libero, fa quello che vuole. Quindi non mi devo stupire se un’ondata d’agitazione m’investe facendomi sospirare col petto tremante: ah… Regna una pace sovrana, qui: la vallata si apre allargandosi verso l’immensità della pianura frastagliata da isole d’ombra nel lago immobile del chiarore lunare. Ah… Lavadora y secadora, l’Ilenia aveva ragione: qui il benessere è totale. Dormiremo in un’oasi tra le mesetas. In un miraggio. «Pregio!» dice il Ceccolino. Spengono le luci. Buona notte.
22 agosto
Siamo a Boadilla del Camino. Ci stiamo spingendo verso León. I miei piedi sono quasi guariti, sebbene non sottovaluterei la plasticità di quel quasi: non torneranno quelli di prima fino a che non sarò io a tornare. Sia ieri che oggi abbiamo camminato per circa 30 chilometri, però svegliandoci prima: ieri alle 3:00 (tanto il giaciglio non era un granché), oggi alle 4:00. Piccole variazioni sul tema per evitare quella che il Cecco direbbe “la caldazza”. Volevamo inoltre la prova che le stelle realmente illuminano il Cammino, siamo pur sempre un bel gruppo d’agnostici, lo spirito critico non ci abbandona mai. Ahinoi ieri ha piovuto, quindi non lo sapremmo dire, se è vero. Infagottati nelle mantelle impermeabili con tanto di cappuccio levato, i più alti fra noi parevano Templari (sopra la cotta di maglia, i Sommi Sacerdoti Michele e Carlo indossavano il mantello con la croce rossa ricamata al centro); noialtri cavalieri più minuti tentavamo d’emularli finendo però con l’assumere le sembianze di buffi hobbit in viaggio per la Contea. Avremmo preferito una notte stellata, ma non è stato sgradevole lasciarsi baciare il viso dalle gocce di pioggia, forse perché a differenza degli hobbit sapevamo d’essere attesi da un posto accogliente, un bicchiere di vino e un letto dove riposare invece che dagli innumerevoli tentativi d’addormentarsi nel fango con le fasciature bagnate, fertile terreno di orrende infezioni! La nostra Contea, la Castilla, si sta rivelando uno schianto, mozza il fiato e ne vale la pena di tutta questa pena. Tuttavia, ora mi sento un po’… triste. Sarà la stanchezza, sarà la nostalgia o la solitudine, questo umore è comprensibile. Pure le sue altalene. Come se di per sé esse non bastassero, abbiamo appena finito di giocare al solito gioco di ruolo di cui Matteo e Jacopo sono i promotori, una licantropata anticipata, e io ODIO (anticipare) i giochi di società! Durante la partita, tutti pensavano talmente intensamente alla strategia da adottare che i muscoli delle loro facce formavano piccoli nodi sotto le pelli bruciacchiate dal sole. Michele è stato il migliore, è davvero bravo, vince di continuo. S’è sparsa voce sia un baro. Del resto, quando gioca a carte, lui lo ripete sempre che «la tecnica migliore per un baro è toccare il fondo». Però nessuno degli avversari capisce mai cosa intende. Quindi vince barando. Io, viceversa, non ho fatto una gran figura. Avevo la testa imbottita di gommapiuma. Ho riflettuto, davvero mi sono spremuta le meningi! Ma i pensieri mi si muovevano nel cervello con una certa timidezza, come se ad osservarli vi fossero occhi ironici e cattivi. Sono una ragazza timida e insicura, e lui non ha mancato di farlo notare con inusitata crudezza: dice che sono una povera deficiente, una specie di ritardata retroattiva. Non me lo concede proprio mai, d’essere quella che sono. Non me l’accorda proprio mai, la mia imperfezione. Non la tollera. Non mi tollera e non si risparmia nel farmelo notare. E io, che dire, reagisco male, soffrendo. Non credo potrei dire di questo mio stato d’animo ricorrendo a metafore tipo il bruciore di una freccia, perché non so cosa si prova ad essere penetrati da una freccia. Però me lo posso immaginare: avvertirsi indifesi e senza riparo in presenza di qualcosa che ci raggiunge da spazi estranei. L’ascolto sempre con un’ansia che mi paralizza, senza potermi ribellare; ogni sua dura parola mi colpisce con una violenza terribile; ogni sua parola è una piccola ferita, per me, ogni volta. Che ci posso fare? Le cattive opinioni di Michele m’infilzano perché per me contano. Le mie su di lui, poi, si modificano senza posa (il che accade solo per gli esseri che ci toccano da vicino mentre gli altri ci contentiamo di giudicarli alla bell’e meglio e una volta per tutte). Per me lui conta, anche se neppure mi tocca. Mai si dovrebbero rinchiudere causali da dirsi proprie in corpi altrui! Altro statuto del pellegrino. Anzi: legge di vita! Se solo la meta non fosse Santiago bensì, ad esempio, Oz, allora, magari, riuscirei a trovare solamente in me gli stimoli per giungerci con contentezza: chiederei un cuore nuovo! Oppure del coraggio, e con quel coraggio mi spingerei a Finisterre, dove salirei sulla scogliera a urlare: basta!!! Voglio arrivare fin dove devo arrivare e poi voglio tornare indietro. Per la prima volta mi capita di volere il ritorno. Per questo mi sento triste.
Ore 16:00
Siamo a Boadilla del Camino, dicevo prima che la malinconia m’assalisse. Anche oggi 30 chilometri, raccontavo prima che la mestizia di me s’impossessasse. Sveglia alle 4:00, fino all’alba abbiamo camminato nel buio: non è un’impresa indifferente, si procede brancolando, sbilenchi e claudicanti. Ed è più facile perdersi perché le frecce non si vedono. Oggi non ha piovuto, ma quando la notte ha mostrato le sue intenzioni d’andarsene una striscia di nebbia densa come ovatta s’è adagiata tra i filari dei pioppi. Quindi, ad eccezion fatta per le cime degli alberi che sembravano i pennoni di navi fantasma, le stelle-guida non le abbiamo viste. E come ieri abbiamo sbagliato strada, tre volte. Ogni giorno insomma si brancica in un andirivieni di albe e tramonti. Quando s’avanza così presto è rallegrante osservare il graduale albeggiare e l’apparire del giorno, col sorgere delle cose che s’accendono in vampe torbide e fumiganti o serene, dipende dalle condizioni atmosferiche. È uno di quei momenti di cui nella vita metropolitana, la vita che io dico di pianura, raramente si gode, se non altro perché solitamente si dorme. Oppure c’è la nebbia. O si è nel traffico. Oppure in metropolitana. L’alba che si sospende sui contorni frastagliati della vegetazione apre un nuovo giorno, nuovo nel senso del tempo in cui ancora i giorni erano nuovi, ossia come il primo giorno in cui gli uomini compresero il concetto di giorno. Sono tornati gli splendidi periodi di fine estate, di fronte ai quali difficilmente riesco a nascondere il mio sincero rammarico: un accoramento dell’anima e dei miei giovani muscoli per l’imminente perdita di questo magnifico tempo. Gli altri sono convinti io sia una lunatica cronica; e questo il poema di una lunatica. In verità, non vorrei che se si aprisse a caso una pagina di questo diario (serbato e serbato in ogni momento col timore venisse perduto, o letto, o non aggiornato) ci si imbattesse esclusivamente nell’elegia della luna, nella lamentazione; ma anche in un giorno che è valso la pena di scrivere, in un giorno da ricordare. Leggerlo per scoprire che non avevo qualcosa di cui scrivere sarebbe atroce. Fortunatamente non è così, e io non sono lunatica: è che il meccanico susseguirsi delle stagioni, il muoversi verso l’autunno, l’andare avanti per arrivare alla fine, mi convincono che quello che è, lo è perché è stato quello che è stato. Primavera, estate, autunno, inverno… E ancora primavera! Mi sento ingabbiata in questa sequenza. Su di noi è tesa la mano del fato, non importa affatto quel che facciamo perché ciò che sarà è già stato fissato. Lascio che sia? È un lasciare che sia molto scivoloso: quindi, mi sembra che le cose mi stiano sfuggendo di mano. In definitiva: ieri, tra le dune, ho assaporato la libertà come non mi accadeva dagli anni della prima infanzia e nel giro di ventiquattrore lo spazio intorno a me è tornato a rinchiudersi in un blocco. Attenzione però: non è solo tristezza, come potrebbe? Al mattino le nuvole si filano al gusto fragola, albeggia, da dietro le colline spunta il bel sole e intere distese di girasoli baluginano, poi subito si voltano e chinano il capo; e la luna si sbiadisce per non sottrarre al sole l’attenzione del giorno (però rimane lì, non si muove). È la cosmologia: tutti i giorni è a portata di mano, tutta intorno sferica come una bolla di sapone; è un microcosmo e noi stiamo vivendo in una bolla di sapone! Come farò a non sentirne la mancanza? Se ci penso mi faccio triste. Certo, ci sono anche e sempre le nuvole, al mattino presto rosa come lo zucchero filato, quello rosa. Ma non c’è nuvola senza speranza di sole. Solo mi dispiace che sia così complicato, e che anche noi esseri umani lo siamo. Complicati, ognuno a suo modo. Ognuno con le proprie ragioni e leggi. Ogni microcosmo lo è: complicato. Adesso le nuvole sembrano i batuffoli di cotone che usavo la sera per struccarmi: è il cielo di un mondo incantato. Mi ci muovo dentro. Spesso abbandono il sentiero battuto, attraverso la cornice, entro nella tela e cammino nel quadro. È come camminare in un quadro: di Van Gogh se le emozioni sono dirompenti; di Millet se la più pacata serenità pervade; di Segantini se la malinconia strugge. È comunque sempre e come camminare in un quadro. Oggi ho camminato bene, un po’ dolorante in principio ma oramai ho capito che all’inizio le cose paiono insormontabili, poi si smussano. Ci si abitua. Ci si abitua a tutto. Tutto si supera. Sempre. Quel tesoro di Jacopo mi ha scattato un servizio fotografico mentre correvo per la meseta. Al diavolo, mi ci volevano delle belle foto! Avrò fotografie di me che pazziavo tra i campi che parevano dune. Oggi sembrava per davvero il deserto. Quelle istantanee arricchiranno il mio dossier personale. Magari fra cinquant’anni non saprò distinguerle dai dagherrotipi del safari, però sono contenta d’essere stata immortalata lì e così. Anche questo nuovo rifugio è una sorgente nel deserto apparsa proprio quando le speranze di giungere ad un ristoro andavano smarrendosi. Dietro ad ogni duna c’era… un’altra duna. Così per sei interminabili ore. Ad un certo punto, un pastore che portava al pascolo le sue pecore ha sollevato un polverone che ha sfumato il paesaggio che ancor più ci è sembrato una visione magica. Avevamo le traveggole? Ad una mezzora da Boadilla abbiamo cominciato ad avvertire un rumore di cascata; ma siccome intorno si vedevano solo campi bruciati dal sole, pensavamo d’mmaginare lo sciabordio come ci eravamo sognati le pecore. Però, mano a mano che s’avanzava, lo sciacquio aumentava fino a non lasciare più alcun dubbio sul fatto che fosse dovuto ad una caduta d’acqua vera. «Una bella opera della natura!» ha esclamato Jacopo. Ecco difatti l’albergue y restaurante y casa rural En el camino, un’oasi nel bel mezzo d’una spianata riarsa, immersa in un verde rigoglioso e sovrastata dall’arcobaleno creato dall’effetto delle gocce d’acqua della… piscina! Sì, c’è anche la piscina (Carlo e Jacopo mi ci hanno pure sbattuta dentro facendomi pestare l’unico dito dei piedi rimastomi illeso)! Dovreste vedere l’Ilenia quanto è presa bene sdraiata a tostarsi sul bordo vasca, altro che Valtur! I ragazzi sono andati a coricarsi: si sono ingozzati di carne e legumi, il Cecco e Jacopo si sono finalmente mangiati la sopa de ajo (non oso immaginare le fiatelle) e ora dormono tutti, chi spiattellato sul prato chi nel dormitorio. Michele è entrato in coma dopo essersi trangugiato tutto ciò che di commestibile vi fosse e gorgheggia come una tortora, qui nel dormitorio dove mi sono rintanata anche io per via delle solite mosche, e dei 45 gradi all’ombra. Tutti e due siamo nel letto in cima ma distaccati, le nostre reti non sono accostate. Quantomeno ci siamo riavvicinati rispetto alle notti precedenti. Lui ha comunque preferito non mettersi nel posto accanto al mio, benché libero. Mi sa che allora puzzo di tubero. L’odore del dolore sa di tubero: sì, perché ho scoperto che anche il dolore ha un odore; è pungente come i feromoni degli insetti e rimane attaccato a chi soffre (e a ciò che circonda chi soffre) per un sacco di tempo. Anche Michele puzza di tubero. Ecco perché gli è venuta l’ossessione di puzzare e ce lo chiede sempre: «puzzo?» Solo una settimana è passata da Roncisvalle e Zubiri ma un mese, lo assicuro, se n’è andato. Anzi no, un anno, o simili cambiamenti non li si riuscirebbe a motivare. Ieri sera, in un contesto di discorso che è superfluo specificare, mi ha definita sua conoscente. Beh, in effetti io e Michele ci siamo appena incontrati, no? Ok. E sia. Poco male, ho un nuovo ruolo, un’altra parte da interpretare. Ok. E sia. Se non c’è amicizia tra noi, come potrebbe esserci dell’amore? Eros senza Philos se la cava male. Da conoscente, dico difatti che lui non sta facendo mica una gran figura: una mossa da gambero pure per lui, che ora sta russando veramente forte! Neppure riesco a scrivere, non sento i miei pensieri! Samuele non lo faceva. Non lo ha fatto né a Roncisvalle né a Zubiri né a Cizur. In verità, la notte a Cizur neppure mi parve d’averlo accanto. Guardo Michele: è rannicchiato su un fianco, ha fatto un gomitolo del suo grande corpo mettendosi a esse. Anche Samuele si posizionava così. Me lo ricorda spesso, non c’è niente da fare. Michele ce l’ho sempre davanti agli occhi e non riesco a scordarmi di Samuele. Non è facile, cavolo. Non è come dirlo, e neppure come scriverlo. Samuele era un fantasma, me lo continuo a ripetere. Ecco l’ecolalia, la mia condanna. Eppure, a me era veramente sembrato che fosse vero. Aveva un aspetto talmente reale! Alla forza dei miei desideri ho sempre fatto corrispondere oggetti concreti perché solo delle COSE che sentivo mie potevano diventare cose MIE. Sono molto possessiva, di contino mi rapporto con la fisicità, non con un’idea affettiva che si sostituisce all’atto di toccare e vedere! Come mi è potuto succedere? Eppure, mai un fantasma mi è parso tanto vero da permettere ad un’idea d’ingannarmi così. Poi è svanito, senza preavviso, nel nulla… dei campi a Cizur Menor! Ecco! Lì accadde, nei pressi di Pamplona. Quello fu il campo che se l’inghiottì. Là, in quel punto preciso, l’Amore fu assassinato! Ecco perché sono qui: è la mia penitenza. Là, in quel punto preciso, lo vidi per l’ultima volta. Ora ricordo! È un lampo nella testa, una sorta d’insight: là lo abbandonai, sotto il cielo plumbeo di quell’imminente tempesta, in piedi ritto con le braccia spalancate e il volto rivolto al cielo. Pareva il Cristo Redentore sul Corcovado deciso ad accogliere il temporale. O ad esserne torturato. I temporali… A volte mi è capitato di pensarli ridicoli, superflui, un gran baccano per nulla. Che senso ha scaricarsi a quel modo, con tutto quel rotolio di tuoni? Adesso lo so, ecco la lezione di un temporale: mentre scroscia l’universo succedono cose alle quali non si fa caso per il bombardoso conato di vomito celeste. Ci si mette al riparo perché ad affrontarlo di petto, con parimenti impeto orgiastico, è pericoloso. Una volta sotto coperta, però, ci si perde lo spettacolo. La sera a Cizur, l’orizzonte s’era offuscato di vapori grigiastri mentre una violentissima corrente spingeva davanti a sé goccioline cariche di pioggia. I nostri abiti sbattevano al vento schioccando come bandiere. Decidemmo pertanto di metterci al riparo, la messa era finita. Lui uscì di nuovo e accadde così che lo vidi addentrarsi nel podere adiacente la chiesa dell’Ordine di Malta; lo osservai rimpicciolirsi finché divenne un pulviscolo; scrutai quel puntino arrestarsi al centro del grano reciso; e incurvarsi assumendo prima le sembianze di un punto di domanda poi di un’aquila: nonostante i tentativi d’autocontrollo, i suoi piedi non toccavano terra; allargò le braccia, chiuse gli occhi e, col volto al cielo in burrasca, attese la tempesta che avrebbe fatto volare via il suo aquilone. Aveva detto di voler far volare un aquilone. Aveva parlato di quel progetto con gli occhi umidi, mescolando nei suoi discorsi proponimenti e ricordi, amarezza e speranza, fiori e uccelli. Io non badai a quella che pensai essere una sciocchezza. Lo lasciai fare e restai in chiesa. Lo lasciai fare, credevo fosse quello stolto di Michele. Ora so che era Samuele, l’aquilone era lui. Era lui l’Angelo della Croce: quando sulla torre della chiesa vidi apparire quell’angelo volli negarlo. Ho rifiutato quella visione, ne ho negato lo straordinario, mi sono rifiutata di pregare, ho pensato fosse una stupidaggine. Una preghiera, invece, da lui: portami via. Venne esaudito. Prendimi e portami via. Ha implorato il cielo, poi il grano, poi la pioggia e i fulmini. Ha pregato tanto. Sarebbe stato troppo stupido, per uno come lui, morite diversamente. Sarebbe stato stupido, per uno come lui, lasciarsi morire. Dopo 100 chilometri è stato accolto. Per queste vie si dice accada così, è leggenda: si viene esauditi dopo i primi 100 chilometri.
Ore 20:00
Non mi passava tra le mani un quotidiano da… Ne trovo uno, qui a Boadilla. È vecchio, datato 17 agosto. Leggo che la sera prima, a Cizur Menor ci fu un terribile incidente. Fu causato da quella bufera. Morì una ragazza. Rileggo l’articolo mentre un brivido di freddo mi scende dal capo alle spalle; poi risale. Ho la pelle d’oca sulla pelle d’oca. Il trafiletto è scritto alla brava, con frasi concitate e un eccesso di parole eccentriche e di associazioni barocche. Dice proprio di una tragedia. La lettura definitivamente risveglia in me tutto quello a cui, da qualche tempo, mi rifiutavo di pensare. Ci fu una tragedia eppure, leggendone, mi sento in pace: ho l’ultima immagine di Samuele, là e così, in posizione sacrificale; un imponente e magnifico Dioniso; il mio Dioniso. Me lo potrò ricordare, là e così, in croce, prima di svanire nella grigia campitura del grano dipinto a tempesta. Il flashback si fa sempre più preciso e dettagliato, come ho fatto a dimenticare? Quando rientrò, il suo cuore insisteva sì, ma con ritmo differente da quello della musica tribale del miocardio; ciò gli conferiva un sordo senso di tormento. Era sconvolto. Ho trascurato quel suono, come ho fatto! Mi conforta il fatto d’essere in grado di dimenticare. Meno quello di ricordare. Io che l’avevo creato, lo avevo convinto a diventare protagonista, a vivere da eroe. Del resto, questo ci insegnano i Classici. Lui ha voluto fare l’eroe, il giorno della tappa verso Cizur. Ma il vero eroe fa ritorno, mentre Samuele non tornerà. Michele sì. Lui è il solo protagonista. È quello il suo vero nome. Sette lettere. Ah… Come mi piacerebbe essere quel genere di donna che con un soffio ripulisce un uomo... Invece io sono quel genere di femmina che, soffiando, fa sparire un uomo. Boadilla è la tappa della rimembranza e io, come scrittrice, ho fallito. Non ho tenuto conto del fatto che ogni mia mossa di cancellazione avrebbe provocato una pioggia di nuovi avvenimenti che avrebbero complicato la situazione sfuggitami di mano e che dovrò cancellare a loro volta. Un vero scrittore calcola bene ogni mossa per ottenere il massimo di cancellazione col minimo di complicazione. Nelle orecchie, adesso, Too much love will kill you dei Queen. Un po’ penosa… Nella mia playlist non la metterei. Mi sono fatta prestare il lettore mp3 da Carlo: chissà, però, magari, così, la musica cambierà.
24 agosto
Da Boadilla a piedi per 6 chilometri fino a Frómista. La stazione di Frómista, benché una stazione fantasma, aveva lo stesso odore che hanno tutte le stazioni, ossia d’attesa. Sentendo di nuovo lo stridore metallico dei freni sulle rotaie, ci siamo messi col naso all’insù per tentare di decifrare i misteri della Via Lattea sopra di noi, lei ci aveva condotti là. Impossibilitati nella comprensione, siamo saliti sul treno e morta lì. Il treno ci ha scarrozzati alla stazione di Palencia (dove gli altri si sono rimpinzati di churros), un po’ più attuale della precedente, che pareva nel far west. Alla stazione di Palencia ci siamo resi conto che i nostri non sono fagotti qualsiasi da poter consegnare al deposito bagagli o da poter abbandonare nella sala d’aspetto: nei nostri zaini c’è la nostra casa, tutti i nostri ricambi, il letto, le coperte, le medicine, i denari, tutto. Quindi ognuno si è gelosamente disteso sopra la propria dimora. Saltando Carrión de los Condes, Terradillos de Templarios, El Burgo Ranero, Reliegos e Mansilla de las Mulas, siamo felinamente balzati fino a León. Abbiamo saltato un altro dei tratti più brutti e meno stimolanti del Cammino: “il sentiero è un interminabile rettilineo parallelo alla strada statale P980, tutta d’asfalto. Il paesaggio è assolutamente piatto, senza punti di riferimento, dall’orizzonte ininterrotto dove la meta sembra non arrivare mai”. Queste le parole della guida. E allora si è optato per il treno. Con dispiacere perché, se è vero (ed è proprio vero) che il Cammino è metafora esistenziale, la vita spesso si presenta come un barboso rettilineo lungo la statale, o senza punti di riferimento né mete. Sarebbe stato un altro tosto test. Ci sentiamo un po’ disonesti, ecco, tipo i furbi della vita quotidiana, quelli che sfrecciano sulla corsia d’emergenza, o che superano sulla destra, o che passano col rosso. I mettinculo, li direi, che non sempre hanno quello che si meritano, ossia di prendersela nel culo. Ci allevia la coscienza di non avere abbastanza tempo. Però anche nella vita è così, si sbaglia a ritenere d’avere tempo illimitato a disposizione, a credersi immortali come dèi. Una fregatura, il tempo, su tutti i fronti. Qui è la solita storia: ogni secondo misura circa 200 metri e bisogna percorrerlo, a piedi, strisciando. L’ora seguente non la si riesce nemmeno a vedere tanto è distante. È lontana almeno 5 chilometri. Ragioniamo ormai come fossimo automobili, qui. Solo che non abbiamo quattro ruote. E stiamo finendo la benzina: con tutto quello che ci frulla in testa, ci siamo scordati di fare il pieno e ora rischiamo di ritrovarci in panne lontani da ogni centro abitato in orari in cui i distributori sono chiusi! Siamo però riusciti ad arrivare a Puente y Hospital de Orbigo, 35 chilometri dopo León. Ancora avanzo con le Converse tagliate e il dito che mi gratta in terra. Jacopo lo chiama “il rampone”. Io preferirei “rampino”, dovrebbe essere un mignolo; almeno ne significherebbe lo sgonfiamento, una riduzione della turgidità del mio ditino che invece è ancora un ditone. Però duole meno, devo riconoscerlo. Ho ufficialmente finito le bende. Me ne servono ancora. Dovrò ricomprarmele. È la legge del taglione, dente per dente (o dito per dito): me lo sentivo avrebbe azionato. È stata una tappa divertente, quella di oggi: la tappa dell’apertura, diciamola così. Mi sono infatti concessa al gruppo che, per un cospicuo tratto, è inceduto compatto cantando a squarciagola, tipo in gita parrocchiale. «Senza armatura, senza paura, senza calzari, senza denari, senza la brocca, senza pagnotta, senza la mappa, senza la pappa!» È in fin dei conti piacevole la compagnia, ogni tanto, mentre si cammina, soprattutto quando non si finisce mai di camminare e si è stufi della stessa musica. O meglio, della playlist di Carlo che è proprio pessima! Meglio le voci degli amici, oggi, pure per me. Tranne di Carlo, poraccio, sempre là in fondo, dietro di noi, un puntino sciancato e senza musica! È un ragazzo tutto schiena e collo, una figura allungata col cappello di paglia sfrangiato in testa. Quindi sembra più un trattino che un punto. O un punto e virgola. Lo abbiamo soprannominato El Viejo (personaggio mitico partorito tra le ghignate a Villamayor, otto le camas, l’ottava occupata da un viejo misterioso ripresentatosi a Logroño nelle vesti del temibile viejo hospitalero, un vero e proprio gerarca nazista!). Questi sono così divenuti gli inediti protagonisti delle nostre licantropate (ci ho quasi preso gusto): il Druido è diventato El Viejo e la Strega, da Puta (che non ci pareva carino ripetere di continuo e ad alta voce tra gli spagnoli, siamo pur sempre pellegrini!) è diventata Suor Consuelo, omaggio alla gentil benedettina che ci ha accolti a León. Comunque, ora siamo tutti qui: il nome della località è dovuto al famoso ponte sul río Órbigo, testimone di numerose battaglie tra Svevi e Visigoti e, in seguito, tra i soldati di Alfonso III e i Mori. Questo río deve essere stato un fiume impetuoso che ruggiva e scalciava in cerca delle profondità della terra. Ora è solo un canale, lo si può traversare a piedi. Credo che l’alveo sia così grande perché tutto quel sangue potesse scorrere senza inondare la cittadina. Il fascino di un ponte tanto sproporzionato in confronto al rivoletto che sormonta mi ha incuriosita, mi sono documentata: non furono i Visigoti né le urla di Alfonso III e nemmeno le Crociate a farne la fama, altresì una vicenda di amore e morte. Nel 1434, il nobile cavaliere leonense Suero de Quiñones s’innamorò perdutamente di una ragazza (della quale si è scordato il nome) che però non voleva saperne di lui e lo rifiutò. Cosa lo spinse a guerreggiare contro trecento paladini giunti da tutta Europa? Un affetto infangato! Ferito nell’amor proprio, si promise che avrebbe compiuto la più grande impresa della sua vita cosicché la fanciulla non si sarebbe mai più potuta scordar di lui. Infatti ci si è dimenticati di lei, tiè! Suero cercò per mesi un’idea alla quale consacrare il suo amore rigettato e, sentendo parlare dei crimini commessi dai banditi ai danni dei pellegrini e dei cavalieri che combattevano tra loro invece che difenderli, decise di sfidare tutti quei paladini per dimostrare che era lui il più audace (e lei la povera deficiente che lo aveva rimbalzato, tiè!); poi avrebbe costretto gli sconfitti a giurare che, da quel momento in poi, si sarebbero occupati solo dei pellegrini indifesi. Perciò questo valico è conosciuto pure come Passo d’Onore. Suero e i suoi amici combattevano di giorno e la notte facevano festa. A tendere il naso, si sente ancora l’odore degli arrosti che la sera cocevano sul ponte Orbigo per far baldoria. I duelli avvenivano proprio su questo ponte, così non c’era via di scampo. La fama di Suero crebbe e i contendenti si moltiplicarono a tal punto che si cominciò a combattere anche la notte accendendo dei falò. Chi lo avrebbe battuto avrebbe goduto di una fama eterna. Quegli scemi inseguivano la gloria, Suero l’amore: nessuno lo avrebbe pertanto piegato. Cosa ne fu di lui? Mi sembra che sia andato a Santiago a deporre nel reliquiario una collana d’oro, quella che ancora oggi adorna il busto di San Giacomo. Ah, del suo amore volevate sapere? Boh, la Storia è stata scritta da uomini ai quali non fregava un granché delle beghe amorose. Probabilmente lei continuò ad infischiarsene e lui ammattì, la fiamma della follia amorosa deve avergli bruciato il cerebro. Garantisco però che questo ponte è proprio una meraviglia. Mi piacciono i ponti. Si sa, ormai, del mio debole per i ponti, i viadotti, i cavalcavia, per tutto ciò che in una qualsivoglia maniera unisce, relaziona, attua un tra-mite. Questo ponte qui, poi, mi piace proprio tanto: non è altisonante anche se nobile e impressionante; al suo magnificente cospetto sto scrivendo. Il nome del posto è dovuto anche al fatto che qui, anticamente, c’era un hospital specializzato nell’accoglienza dei pellegrini malati. Allora, per tutte queste ragioni (che non sono poche), abbiamo fatto bene a fermarci qui, all’albergue San Miguel. Abbiamo nuovamente patito un po’ di freddo, dopo il solleone di Boadilla. Le previsioni ci hanno azzeccato e il Nord della Spagna è stato invaso da un’ondata d’aria invernale. Pare che a Roncisvalle sia perfino nevicato. Incredibile! Che sia stata la mia invettiva contro la ripetitività delle stagioni? Mi piace crederlo, credere d’essere stata esaudita nel momento in cui ho espresso il mio desiderio a seguito della reminiscenza di Cizur e della leggenda dei primi 100 chilometri. Temevo che per il ritardo non sarei stata ascoltata e invece è arrivato l’inverno! Nel complesso, allora, si può perfino dire che non c’è mese senza neve, qui, dove i mesi equivalgono agli anni. In definitiva, ci sono giorni d’estate e giorni d’inverno, giorni di primavera e giorni d’autunno, ma vere e proprie stagioni non ci sono, a rigore, quassù. Roncisvalle innevata… lo dicevo che qui succedono cose assurde! Ecco perché alcuni lo chiamano lo Strano Cammino. Oggi, però, sono tornati i 40 gradi, il cielo s’è completamente ripulito e i versanti hanno ripreso il loro verdeggiare. Oggi abbiamo camminato sotto “il rabattone”, un po’ ci mancava. Chi lo avrebbe detto? Madidi e sfiancati dal sole che arrostiva i neuroni, ci siamo trainati finché il profilo di questo luogo ameno ci è apparso: ecco un benzinaio! Allora abbiamo attraversato il ponte e siamo arrivati… nel Medioevo! Data documentata: 24 agosto 1505 (gli agi del nostro eremo ribadiscono che l’età moderna è da poco iniziata). Sono seduta sulle rive del fiume Orbigo con le rondini che svolazzano da ogni parte per cibarsi e abbeverarsi. Il terreno intorno azzurreggia di campanule e uno scrosciante isolamento regna con indiscussa sovranità su questo bel luogo. Gli altri sono andati a fare la spesa per la cena di stasera, il Cecco ha voglia di cucinare, poi si fermeranno a bere della sidra. Alla schiuma della birra io prediligo questa del fiume, più fuggente. Preferisco ascoltare il rumore idillico e loquace delle cascatelle, monotono e pur intimamente mutevole, piuttosto che la sua voce. Fatta eccezione per la tappa di oggi, progressivamente tendo ad isolarmi sempre più pur di non innamorarmi di lui. Tuttavia non mi viene da piangere sulle rive del fiume Orbigo. Forse perché invece delle mosche ci sono le rondini, che si mangiano tutti i fastidiosissimi insetti spagnoli! Certo le rondini non mi tengono una gran compagnia, meno che meno mi si poggiano sulle spalle, non sono mica San Francesco (chissà come faceva, doveva essere veramente un Santo lui, a pellegrinare in sandali di cuoio! A me, invece, dopo essere stata Miss Porro mi eleggeranno Miss Compeed 1505)! In ogni caso, non è detto si debba parlare con gli uccelli per dire d’avere dentro la Santa Fiamma della Follia! Tutti noi l’abbiamo dentro, brucia. Pur di non innamorarmi di lui, dicevo infatti: arduo, visto che l’ostello si chiama San Miguel, sono dieci giorni che tracanniamo cerveza San Miguel, ne abbiamo visto anche la fabbrica (ci manca giusto il pallone aerostatico, tipo quello della Duff dei Simpson), sui tavolini sulle sedie e sui posacenere dei bar c’è sempre e solo la scritta San Miguel; allora ho fatto bene a chiamarlo Michele. Come? Ah già, quello è il suo vero nome, non sono stata io ad averlo battezzato così, non è un mio personaggio. Beh, allora il nome non è azzeccato; oppure chi glielo ha dato pensava all’angelo vendicatore perché Michele è tutto fuorché un santo! È un demonio. Se fossimo nel XXI secolo i concetti di inferno peccato e demonio non avrebbero significato, non per chi dotato di una certa intelligenza. Ma in questo tempo, quello spiritello né buono né cattivo ha forza e potere sulle cose materiali: libero e ribelle, è un angelo caduto dalle sembianze umane apparentemente ben disposto a patti o scambi di favori. S’è difatti un po’ smollato, oggi, anche con me; sarà la tendinite che lo indebolisce. L’albergue San Miguel è gestito da un pintor che ha fatto il Cammino sedici volte, o meglio, ha sedici Compostele. Il pintor mette a disposizione dei pellegrini colori tavolozze e pennelli; e le pareti al piano di sotto sono foderate dei loro dipinti. Al piano di sopra, dove ci sono le camere, no: pareti su nude e giù stracariche riflettono il bisogno di concentrare tutti i segni in una specie di fitta scrittura attorno alla quale c’è il vuoto dove trovare risposo. La distribuzione degli spazi interni è quantunque fantasiosa e le comodità che questo eremo offre sono intinte d’originalità: antiche credenze, ampie vetrate, colori sgargianti, tappezzerie variopinte, drappi orientali e profumi esotici. Un arredo di finissima scelta, anche se in una baraonda d’epoche. Pure noi abbiamo dato il nostro contributo, un tocco personale di tenera goffaggine e vistosità pacchiana alle profusioni dell’arredo: abbiamo pitturato un quadro. Il pintor ci ha detto: «quando conclusi il mio primo pellegrinaggio» (traduco) «dipinsi un quadro immenso nel quale volevo rievocare tutto quello che mi era successo. Questo è il Cammino delle Persone Comuni. Se lo desiderate, se ve la sentite, potete fare la stessa cosa». Nel nostro dipinto abbiamo dunque tentato di racchiudere le nostre esperienze. Le idee e il disegno sono di Michele e noialtri ci abbiamo messo mano qua e là. Io ho dipinto l’ombra del pellegrino e ho profilato tutto di bianco, con contorni che delimitano eppure si sfrangiano. Come i bordi delle ombre. Effetto espressionistico garantito! È insomma il prodotto di persone comuni. Sarebbe un’ingiustizia se solo agli artisti, quelli veri, venisse concesso di dipingere, o di scrivere, no? Vale anche per la conoscenza: se solo gli istruiti e gli intelligentoni potessero accedervi sarebbe un bel guaio. Osservo il prodotto finito: emozioni dirompenti. Colori irruenti. You’ll never walk alone la scritta al neon che il Cecco ha fatto lampeggiare sotto la concha, che sembra la coda di un pavone (o del fagiano di Maccarini, fate voi che lo guardate).
Ore 19:00
Nell’impastare la carne trita sulla farina intrisa d’uova, le braccia sode del Cecco si coprono di una spolverata bianca, come Roncisvalle. Ad ogni su e giù del busto sul ripiano di marmo, i bermuda da dietro si sollevano di qualche millimetro mostrandone l’incavo tra il polpaccio e il bicipite femorale, dove la sua pelle è più bianca perché non scottata dal sole. È a strisce, il Cecco: la sua abbronzatura riporta tutti i segni delle fasciature. «Un dipinto di quel livello rallegrerebbe una catacomba! Altro che Gioconde e Picassi dei miei…» dice brandendo un bicchierino di grappa che solleva in direzione dello squarcio di parete bianca dove, secondo lui, il nostro quadro starebbe bene. Non si poteva non brindare di certo, «strabene!» Lo osservo e concepisco che tutti i personaggi, non solo quello principale, andrebbero pedinati con devozione: prendono corpo poco a poco nell’accumularsi di particolari minuziosi e di gesti precisi, di battute e brandelli di conversazioni. Jacopo assaggia dalla pentola col cucchiaio di legno e Matteo aggiunge una manciata di bergamotto. Altri pellegrini entrano ed escono, arriva sempre un nuovo personaggio, oggi ad esempio è un ciclista; non si sa mai in quanti si è in queste cucine, inutile contarci, siamo sempre in tanti ad andare e venire. Il conto non torna mai anche perché nomi diversi potrebbero appartenere al medesimo personaggio, che si può chiamare col nome di battesimo o col nomignolo, col soprannome o col cognome, oppure con appellativi di vario genere. Osservo il Cecco e realizzo che ciò che davvero conta in una descrizione sono i dettagli fisici, tipo le sue unghie rosicchiate; o la lanugine sulle gote di Matteo e la calvizie di Jacopo; pure gli utensili che si maneggiano, come l’Ilenia fa col batticarne, con lo scotitoio per il crescione o l’arricciaburro. Voglio dire: l’arricciaburro non potrebbe determinare il carattere di chi lo impiega, il suo destino? Carlo sta sgranando i ceci. E questa cucina sembra fatta apposta perché tutte queste persone vi si ritrovino, ognuna intenta a cucinare qualcosa per conto proprio. Manca solo Michele che sta ultimando il quadro. Rimasti soli a dipingere, poco fa, mi ha chiesto se mi diverto.
«Sì» gli ho risposto, «tu?»
«Sì».
Tutto qui. Sempre pochissime, le parole tra noi. Raramente si arriva alle quattro di una chiacchierata. La sua voce s’è ridotta al tono silenzioso di un nessuno fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche. Il nostro dialogo è ormai costruito sul vuoto, battuta dopo battuta. Intervalli di vuoto aperti tra una battuta e l’altra. Eppure pare che in ogni parola ci si possa racchiudere un mondo; e che, se non ci fossero lacci emostatici, si potrebbe essere inondati dalle parole se tra noi si cominciasse a dialogare. Tra noi, purtroppo, non c’è dialogo: lunghi paragrafi senza dialoghi conferiscono alla pagina uno spessore di piombo fitto e opaco in cui solo si può passare inosservati. È l’inadeguatezza del tempo, del tempo a disposizione per dialogare: non c’è tempo per noi. Noi, poi… io non sono il noi di nessuno, è questo che gli dico tutte le volte che lo guardo. È questo che mi dice tutte le volte che mi guarda: non c’è nessun NOI. Non era esattamente così con Samuele: Samuele era una storia completamente diversa, con lui era lecito dire di aver portato avanti le cose senza neanche un errore; non ritardai a mettermi sulle sue tracce, seppi tirarlo dalla mia parte; combinammo il colpo insieme, io e lui, senza che lui sospettasse niente. Pareva avessimo tempo infinito a disposizione, noi due. Ci credo: era tutto finto! Michele mi ha posto la stessa domanda che mi aveva fatto Samuele a Zubiri, solo che lì era l’inizio ed eravamo entusiasti. Oggi mesti. Nonostante tutto ciò, ho comunque avvertito “tra” “noi” una tenerezza che andava al di là dei sensi, un sentimento puro d’affetto inquieto, geloso del passato e con sogni di redenzione, il bisogno di un perdono che tutti e due vorremmo ricevere. Ci siamo abituati alla nostra dannazione quotidiana, io alla mia e lui alla sua; tentiamo di riscattarci con slanci di fede, ogni tanto, con umiltà; e con ingenuità offriamo al cielo la sofferenza espiatrice dell’abominevole tormento che ambedue sopportiamo: fantastichiamo un amore eterno, lui e io, sempre lo stesso. Poco prima del tramonto è arrivata una comitiva di ciclisti, ci hanno confermato la magia bianca a Roncisvalle e ceneranno con noi. C’è un ciclista niente male. Ovviamente non lo avvicino, non c’è il tempo, anzi, la voglia d’incarnare l’amore, qui. Jacopo sostiene il contrario (infatti col farmacista di Los Arcos fu petulante) ma lui è uno estremamente energico e godereccio. Però l’ho detto lo stesso: «quel ciclista lì è PROPRIO carino!» L’ho detto a Jacopo (che inizialmente era d’accordo poi ha ritrattato, non abbiamo gli stessi gusti fatta eccezione per il farmacista di Los Arcos, eravamo due gatte in calore) ma ho fatto in modo che anche Michele sentisse. Cosa stavo facendo? Non avrò mica tentato di farlo ingelosire! Sono divertita da me medesima. Divertita e basta. Il Cammino mi ha insegnato un’altra cosa: il buffo è l’unico modo autentico di raccontare una storia infelice.
Ore 21:30
La combriccola sta giocando a carte. Io meglio che scrivo visto che ieri, a León, non l’ho fatto. Non ho fatto in tempo: non ho resistito, lo ammetto, sono andata a fare shopping! Ve lo volevo nascondere ma… mi sono comprata una felpa e un paio di pantaloni! Non potevo più sopportare d’essere vestita allo stesso modo. Non vivo questa debolezza come un fiasco; accetto piuttosto la mia natura di fashion victim. Una delle mie caratteristiche definitorie: lo shopping compulsivo! I miei istinti di prudenza e avarizia sono stati spazzati via in un pomeriggio; in un pomeriggio avrei impegnato il mio avvenire! Io e la Ile eravamo come due folletti colorati possedute da un demone cretino: cacciando urletti di sollucchero, tiravamo fuori dai ripiani gonnelle, felpine e magliette, davamo a tutto appena un’occhiata e ricacciavamo i vestiti appallottolati tra le pile ordinate. In profumeria, poi, coi prodotti in esposizione, ci siamo pure truccate: un po’ di ombretto, del lucidalabbra, una riga di matita nera sugli occhi, un filo di mascara. Ah… che sensazione distensiva! Mi truccavo dal mio tredicesimo compleanno e non ne potevo più d’essere acqua e sapone! Siamo rientrate all’ostello che sembravamo due baldracche: lei ha esagerato coi glitter, io col rossetto. Mancava giusto la terza grazia: Jacopo! Che difatti ha brancato la matita per gli occhi (non ho resistito, ho comprato pure quella!) e s’è fatto un maquillaje pesto da sembrare davvero un transessuale dopo una notte di pazzie! Sfarfallava le ciglia qua e là con due gocce d’inchiostro al posto degli occhi. Per l’eccitazione, ci siamo messi a strillare come tre cavalle imbizzarrite. Così abbiamo svegliato gli altri quattro rompendo il loro riposino pomeridiano, e non solo. Tutti basiti: il Cecco continuava a ripetere «non ci credo! Che scena trash!» Matteo s’è tirato la cerniera del sacco a pelo fin sopra la testa, non saprei dire se per la vergogna o la stizza. Carlo ha preteso di riavere immediatamente indietro il suo lettore mp3, mai udito tanto assertivo, apodittico anzi, e se l’è pompato nelle orecchie per non doverci stare a sentire. E Michele, disgustato, non mi ha più rivolto la parola, almeno fino al «ti diverti?» di qualche ora fa. Solo a me, però. Credo ce l’abbia con me. Come dargli torto, ho lasciato che la parte migliore di lui si dileguasse nel vento! Poco male, però: da tempo pregavo insistentemente d’essere rovinata da qualcuno, così, per essere alla moda, sono un’inguaribile fashion victim! Era una cosa che mi mancava. Quindi ho fatto shopping: una panacea! Mantengo il mio ruolo pagando, comprando a prezzo altissimo perfino i sorrisi; spesso derubata, ricevo molto meno di quello per cui pago (anche se ci sono las rentas): sono divorata dalla compulsione, non posso fare a meno di soffrirne! Ma in fin dei conti andar per negozi a León non è cosa da tutti i giorni: abbiamo fatto bene a fermarci qui. Ci eravamo imposti di evitare le città; avevamo ipotizzato la sosta a Reliegos dove il rifugio è costruito sotto il campanile: ne eravamo attratti come orsi dal miele. Però giravano voci sia gestito da un prete che impone il silenzio assoluto, e a noi non va affatto di far silenzio, non ci va proprio di star zitti. Quindi siamo finiti nel chiasso di León attirati dai capricci inesplicabili e dai gusti perversi che di continuo risorgono dalla sazietà dei nostri organismi. Senza troppe storie, abbiamo disposto dei nostri corpi come si voleva, volubili. E abbiamo fatto la cosa più giusta: León è una città stupenda. Assolutamente da visitare la cattedrale di Santa María la Regla, è tutta orientata verso Gerusalemme e profuma d’esotico. C’è anche un’immagine di San Giacomo pellegrino: và pure a fare compere, mi ha detto, tanto domani sarai di nuovo pellegrina! Il vanto della Cattedrale: le vetrate, che sprigionano un amalgama di luce e colori decisamente appassionante. Mi sono commossa, infatti. Mi commuovo sempre, qui, in queste cattedrali, che paiono cesellate nella carta, tipo un origami. Questi luoghi, in verità, sono tutti struggenti. O forse si è tutti psicologicamente un po’ provati. “Se potete” consiglia la guida, “dormite nel monastero delle benedettine, più spartano del nuovo rifugio ma con un calore nell’accoglienza da non perdere”. Le abbiamo dato retta, come al solito (soprattutto perché quando suggerisce “rifugi spartani” non delude). Infatti abbiamo fatto bene: Suor Consuelo ci ha accolti garbatamente dicendoci: «entrate pure, hijos, avete camminato per anni per ritrovare la strada di casa». Succedono cose strane, qui: ieri sera, ad esempio, ero fuori dal monastero-albergue con Jacopo a fumare il consueto spinello pre-ypnos (“il gighello”, un chiodo fisso, ahimè, per me); il Cecco ci aveva appena lasciati in preda ad un attacco di cagotto (“la sciolta” direbbe lui, un chiodo fisso per il bel Cecco); chiusi tra le alte mura del cortile, sembravamo dei carcerati nell’ora d’aria, si parlava del più e del meno; Jacopo mi stava dicendo del terrore del sospetto d’aver bevuto alla Fonte del Diavolo quando, ad un tratto, dal nulla, un turbine di vento della durata di pochi secondi, unduettre, ha sollevato una folata di sabbia, sabbia da non si sa dove, all’improvviso, assolutamente inattesa. A tromba d'aria risoltasi, abbiamo sputacchiato la sabbia che ci era finita in bocca e ci siamo rimirati sconcertati; Jacopo s’è persuaso gli sarebbe successo qualcosa di spiacevole (di lì a poco gli sarebbe arrivato un sms del suo ex, quello per cui troppo ha patito, dopo mesi e mesi di mutismo) e siamo schizzati nelle nostre camere. Siamo andati a letto presi malissimo! Succedono cose veramente assurde, qui: il tempo si gonfia; il senso dell’orientamento e la percezione reale delle distanze vengono meno; tutto si relativizza; o si dilata; è assurdo. Io non lo so quando (quando?) né se (se!) potrò rivivere quello che vivo qui. Chilometri su chilometri. Fatica e ancora fatica. Dolore, abbondante, indiscriminatamente, per tutti. Tendinite. Pubalgie. Strappi. Per tutti. Ulcerazioni e fistole. Anche per Michele, che oggi era azzoppato. Sarà felice, il masochista, di provare (altro) dolore, seppur continui a definirsi insoddisfatto dell’esperienza perché troppo poco snervante. E perché non è stato testimone di alcun miracolo. La Rotta Giacobea è solo uno dei quattro Cammini, il Cammino di Spade: può portare il potere, che però non è sufficiente. Avrebbe dovuto fare il Cammino di Gerusalemme, allora, che è il Cammino del Graal: quello dà la capacità di compiere miracoli. Quello sarebbe stato il retto cammino, per lui. La sua retta via. È qui per sbaglio. Qua, gli unici prodigi si danno negli squarci di cielo azzurro in pomeriggi nuvolosi. Non l’ha accettato, lui, che questi miracoli non cambiano le leggi della natura; e continua a ripetersi che il male non fa male. Indifferente, indisponente, noncurante, risponde con le più impercettibili scrollate di spalle che io abbia mai visto. Non è equipaggiato della dote di stabilire rapporti personali coi luoghi, resta sempre un po’ a mezz’aria, con un piede qui e l’altro non si sa dove. A volte prepotente altre feroce, procede spietato come un cieco che non vede nulla, come un sordo che non sente niente e come un muto che non parla mai. Non si volta nemmeno se lo chiamo; anzi, fa peggio di così: quando per un attimo la mia voce gli fa volgere il capo, subito riporta lo sguardo davanti a sé. Hey! Dico a te! Sei sordo? Sei muto? E lui insiste a dondolarsi al passo del suo cavallo nero. Si dondola con esclamazioni da pappagallo e affettati languori da uomo che non ha mai provato una sensazione. Forse solo l’olfatto gli resta, dilata di continuo le narici. Secondo lui, nella vita è tutta una questione di odori. Di lui ho insomma capito che è negligente. Del Cecco che è una dolcezza di ragazzo, a me davvero indispensabile lungo questi sentieri. Mentre nella vita normale, sembra addirittura arcigno per la troppa riservatezza. Là il suo interesse per me è intermittente, segue la malagevolezza dei giorni di pianura e gli alti e bassi dei suoi umori di città. Anche con Jacopo ho instaurato un rapporto di reciproco sostegno emotivo: ci si tira su a vicenda, attenti l’uno agli umori dell’altra; siamo molto affini, ci accumunano le stesse patologiche ipertrofie e le medesime afflizioni. Jacopo incarna la realizzata fusione del principio maschile e di quello femminile: protettivo come un uomo, è dotato di un’introspezione e di una sensibilità da donna. È l’amica che qui non ho, lui; è praticamente la mia amichetta lungo questi sentieri. Pensa un po’ se fin qui dovevo arrivare per realizzare il desiderio di avere un amico gay! Un altro desiderio realizzato, quindi. Si viene davvero ascoltati, allora, qui, se si prega dal cuore. Jacopo è una stella cadente, qui, per me, che sono una solitaria, e non solo perché l’amore rende solitari: sono una che sta bene da sola, alla quale piace stare da sola; veramente sto trascorrendo i miei migliori momenti qui da sola, completamente e volutamente. Di me ho capito anche ciò che andrebbe spianato: il perfezionismo. La mia pignoleria va smussata. Se non riesci a camminare come vorresti, vai più piano. Arriverai comunque, anche se non per prima. Se non riesci a camminare del tutto, prendi il bus e arriverai anche prima degli altri, in altro modo ma arriverai! Il faut l’acepter. Oggi sono un po’ pentita, lo ammetto, e non solo perché lo zaino pesava più del solito (causa contrappeso vestiario): sono pentita di aver voluto fare quella capatina nella normalità. Il fardello si è aggravato, mi ci vuole giusto un callo sulle scapole e poi il capolavoro che sono sarà completato.
25 agosto
Sono le 7:00 del mattino. Da poco è sorto il sole. Siamo in cammino verso Astorga ma io mi sono dovuta fermare. La pubalgia non è sostenibile. La sciatalgia è inclemente. Mi partono fasci di crampi che dalle piante dei piedi si dipanano fin dentro nel… Non posso dirlo, i pellegrini sono gente delicata. Sono indiavolata ma non sarò scurrile. Ad ogni falcata il mio dolore, il mio arrovellamento, l’ira e la collera mi violentano, convogliati in ogni passo. Ho una rabbia a non potermi sfogare, sento proprio che la bile mi affoga! Mi sono fermata e mi sono distesa su un prato decisa a calmarmi, inspira, espira, inspira, espira. Ah… se solo mi fossi impratichita nell’Esercizio del Soffio! “Espelli l’aria dai polmoni svuotandoli quanto più ti è possibile. Comincia ad inspirare lentamente portando le braccia verso l’alto. Mentre inspiri, concentrati sul fatto che Amore Pace Armonia stanno fluendo dentro di te. Godi dell’armonia interiore ed esterna”… ma quale armonia! Per non sentire i crampi ho dovuto mettere la musica altissima! L’ho fatto anche per non essere aggredita dal silenzio, che oggi fa male. Sento che giungerò ad un punto in cui il male si farà insopportabile, ma dovrò sopportarlo. Una bella contraddizione: ho contato e ricontato, ci ho pensato girandomi i pollici, picchiettando punta d’indice contro punta d’indice, massaggiandomi le tempie, ma non mi è venuta in mente nessuna alternativa al pensiero ossessivo del male. L’inguine, l’ernia, il ginocchio, il piede, contrazioni muscolari alla schiena, spasmi ai glutei, cosa? Sono innamorata, ecco tutto il mio male? Chi lo dice? Cosa?! Il mio amore è l’afflizione per la quale soltanto il suo amore è la cura?! Non è vero, chi lo dice?! Mi porto sulle spalle 10 chili di collera, ecco perché pesa così tanto! A gravare è il fardello di un segreto che non voglio condividere nonostante la Legge dei Cieli sostenga che non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. Mi riconfermo peccatrice. C’è una droga che si chiama scopolamina, un siero della verità che qualche volta fa parlare senza accorgersene. Non è d’effetto sicuro ma certe volte funziona, come l’ipnotismo. A me di certo quella droga non l’hanno data. Ma se qualcuno dei miei compagni me la propinasse, una volta al corrente del mio segreto d’amore lo direbbe di certo una cosa ridicola. È ridicolo! Se sapessero, la parola “ridicolo” piomberebbe su di me come una coltellata, ogni ora. Mi s’infilzerebbe al posto della bretella dello zaino, tra la clavicola e il collo, capite? È un segreto che lega me a lui ma non lui a me! Non posso battermi per l’uomo che amo! Tutti scoppierebbero a ridere se sapessero. Non ho mai sentito in maniera così pesante la miseria del mio amore: la parte più seria del mio cuore mi è finita sotto i piedi. Sono ridicola. Le braccia e le spalle me le sento arrotolate come una corda. Cammino senza suole. Vorrei mi venisse amputata la gamba sinistra, e anche il piede destro. Così non li sentirei più. Chi osa dire che c’è dell’altro, che non è solo questo?! Non resisto: tutta questa sofferenza porca puttana non la merito faccio anche l’impudica chissenefrega visto che sono appollaiata su un prato non so dove tutta ampollata dispersa a 16 chilometri da Astorga nessun centro abitato solo campi e boschi e io come cazzo faccio ad arrivare ad Astorga che mi si dica piuttosto come fare qui in mezzo ai bricchi! Vaffanculo, stamattina sono la pellegrina più sboccata del mondo. Non ho voglia di camminare ancora. Non a queste condizioni! Voglio fermarmi. Voglio stare tranquilla. Voglio dormire almeno fino alle 8:00 e voglio riposarmi. Voglio star bene! Nemmeno me lo ricordo come si sta, se e quando si sta bene. Cosa vuol dire star bene? Stare senza tendinite vesciche e pubalgie? No, non solo: vuol dire stare col cuore a posto, nel petto, e non sotto le dita dei piedi! Ad ogni passo lo calpesto. Fa troppo male. Eppure mi devo alzare. Devo andare avanti. Coi tendini che tirano e si strappano. Passo strappo passo strappo. La mattina presto si cammina al buio intabarrati dietro ai baveri dei pastrani con un’aria cadaverica, tipo mummie estratte dai sarcofagi. Non ve lo potete immaginare quanto detesto quel momento della giornata, con quella diavolo di minuscola torcia che illumina un cerchio del diametro d’un centimetro davanti ai miei piedi: non scorgo buchi e massi, prendo storte, pesto il dito, ma che è! Una congiura? Il gruppo continua a sfilare fiaccole, ad agitare fiammelle, ondeggiando e perdendosi nelle tenebre come un gregge portato di notte al macello. Ma che è! La crociata degli straccioni? L’armata Brancaleone! Vogliamo ignorarne gli antecedenti? No! La sveglia: destarsi significa ritrovare uno a uno tutti i nostri guai. Dopo la suoneria del cellulare di Carlo (che butterebbe giù dalle brande un plotone) è la volta di quella della Ile, altro vibrante apparecchio uccidi-silenzio; a seguire l’altrettanto fremente peto di Jacopo, le caste imprecazioni di Matteo, gli sbadigli ridondanti del Cecco e i grugniti animaleschi di Michele. Ed è la luce: una pugnalata alle retine. Ci rinveniamo tra i procioni, le occhiaie toccano terra, qualcuno dice sempre con voce gaia «buongiorno!» desiderando d’arrecare subito un suono naturale all’ottimismo per contribuire a dissipare il male. Ma non è un caso se quell’augurio ha quotidianamente poca fortuna: nessuno risponde mai. I saluti che ci scambiamo ogni mattina sono ormai muti inchini, rigidi fino a non farsi notare, nei quali pare piuttosto ci si dica: “non ti vergogni? Credi che i miei problemi siano meno importanti dei tuoi?” La medicazione: le bende di ieri appiccicate alla carne d’oggi; non si sa mai cosa preferire, se lo strattone netto o un meticoloso atto da certosino; due dolenze differenti: ogni giorno si parte dovendo scegliere tra il minore dei mali; peccato che sono allo stesso livello, sulla scala del dolorometro; quindi c’è poco da scegliere; non si sceglie: si fa un piede in un modo e l’altro nell’altro. Le forbicine che non tagliano più, la colla residua dei cerotti sulla pelle cotta, i fili che escono dalle vesciche come canali d’irrigazione, le basuras dei bagni comuni che all'istante assumono le sembianze di scatole d’immondizie dell’anima, dove i pellegrini vuotano i loro peccati in un misto porporino di sangue e Betadine. Puzza di nanna, un corposo olezzo di bestia umana misto al disinfettante. E c’è a chi va pure peggio, tipo a Carlo che si deve fare l’iniezione al ginocchio! Taccio le condizioni dei miei piedi. Anzi no! Bende fili nastri adesivi Betadine e Compeed, tutto semplicemente cucito e impastoiato, da cima a fondo, nella cosalità d’un patchwork! La colazione: fame da muflone tibetano, bar tutti chiusi fino alle 10:00, giù due barrette di muesli a piombo, colla anche in bocca, bolo bloccato nel duodeno, risciacquo con bibitone energetico gusto arancia irrancidita, alito da paura; e poi viiiia, al buio, verso nuovi orizzonti (sempre che non si caschi prima in un fosso)! Mi sono sforzata d’udire la parola degli dèi digitata dalla loro macchina da scrivere segreta, ma… quali creature possono davvero esistere, e in quale angolo dell’universo, interessate a controllare tutta la contabilità dei moribondi che s’aggirano da queste parti, coi debiti su una colonna e i crediti sull’altra? Tutti che pretendono la loro ricompensa! Coi costi che hanno i cerotti per le fiacche, poi! Qui non c’è nessun dio, non c’è provvidenza! Qui è la Sopravvivenza! Come nella giungla: la responsabilità è ridotta all’osso, nessuna alleanza né arene in cui misurarsi, nessuna gara logorante per arrivare un gradino più in alto nella scala sociale. Non ci sono scale sociali tra i pellegrini, c’è solo il dolorometro. E un unico match: sopravvivere al male. Il più forte? Il meno debole, quello che non si fa cogliere in flagrante delitto di sfinitezza psicofisica, che schiva le difficoltà e aggira l’ostacolo. Fino a pochi giorni fa pensavo che le persone intelligenti si sistemano, e che gli altri colano a picco. È quella la legge sociale, mi dicevo. Credevo che il più forte fosse quello con un dizionario in mano. Invece la forza non è altro che il risultato della debolezza altrui. Che non mi si venga a parlar d’amore!
Ore 14:00
Mi sono da poco ricongiunta ai miei compagni: ritrovare Jacopo e il Cecco è stato un toccasana. Nonostante sia stata messa in gioco la mia sopravvivenza, la sopravvivenza individuale, non è incongruo parlare di solidarietà: ci si fa strada con le unghie e coi denti ma pure si stabilisce una comunanza, un’intesa. Mi sento già meglio. Per quell’onerosa soma, ho appena rispedito a casa una piccola parte di me, che rientrerò fatta a pezzettini: da Astorga un pacco con i pantaloni e la felpa vecchi; e gli scarponi. Disperata, li ho riprovati. Dopo 5 chilometri li ho dovuti levare. Impraticabili. Anche le Converse lo sono divenute: si sono squarciate, il piede destro mi esce quasi tutto, la suola è inesistente, non c’è plantare. Stamattina ho capito che non sarei arrivata a Santiago con le Converse. In verità sono le Converse che hanno rischiato di non arrivare a Santiago, comunque: stamattina, che praticamente ho camminato sulle calze, ho visto le prime stelline di Campustellae. Loro devono avermi illuminata la retta via: arriva ad Astorga e vatti a comprare un paio di scarpe decenti! Tutti gli altri se ne sono andati davanti stranamente compatti e io, bradipo lento, mi sono trovata sola, sola d’una solitudine alla quale sono stata destinata. O condannata. Non mi è piaciuto quel genere di solitudine. Vi ho ritrovato solo l’uggia e il vuoto che avevo dentro. Ho pianto. È stato un piagnisteo. Una lamentazione continua. Che altro potevo fare? Mi sembrava la cosa più giusta da fare: frignare! Ma non di quella lagnanza che su di me ebbe il sopravvento a Zubiri, ero così giovane a quei tempi, temevo ancora che qualche piccola vescica avrebbe potuto complicarmi l’avvenire! Ero un’ingenua, e quelli furono i capricci di una sempliciotta. Stamane no: stamane lacrimavo di consapevolezza. Sarà il dolore fisico che mentalmente non riesco più a gestire, ma a me viene sempre e solo da piangere. Sarà anche… insomma… qualcuno da qualche parte, stamattina, ci aveva visto giusto: sarà la sua indifferenza, totale, che mi sta spezzettando. Arriverò a casa un pezzo alla volta per la noncuranza con la quale sempre mi si rivolge, ammesso mi si rivolga. Quando mi sono decisa a rimettermi per strada, verso le 8:30, non riuscivo a stare in piedi. Ero tutta un formicolio, un sacco di pelle col ripieno di formiche. Nell’osso della caviglia destra sentivo invece dei cocci di vetro, nella sinistra degli artigli. Ora so anche cosa prova un fachiro: spilli ovunque e fitte dappertutto. “Basta stringere i denti” ho pensato, “bisogna che parli alle formiche e dica loro cosa fare”: ho ordinato a tutte le formiche di convergere nelle gambe, per mantenermi in piedi anche se le gambe mi sembravano appartenere a qualcun altro, salvo che il dolore lo sentivo io. Bella fregatura! Il brivido aumentava ad ogni falcata, mi saliva dalle gambe fino al petto e alla testa. Poi, dalle spalle, ridiscendeva irradiandosi per il torace con ondate incandescenti. Allora mi fermavo; ma ogni volta che lo facevo divampava anche il sentore che non sarei riuscita a ripartire. Ad un certo punto, come un albero squassato da un gran vento, ho vacillato così forte che poco ci mancava che mi abbattessi sulle ginocchia con uno scricchiolio di tutte le ossa. Altro che formiche: ho dovuto chiamare in mio aiuto tutte le cose che mi sono care perché le gambe pencolanti mi sorreggessero. E mi sono ritrovata con le mani tese in un gesto di disperazione: non ne potevo più, mi sentivo sfinita, ero precipitata nel buio insieme alla mia ragione. Ad un tratto, ho avvertito il rumore roco della terra che crocchiava sotto i miei piedi: come un piccolo germoglio in lotta per vincere la presa del suolo, mi sono slanciata verso quella cosa, lassù. Lassù in cima c’è qualcosa, no? Ci deve essere. Lottando contro la forza che mi voleva atterrata, sforzo dopo sforzo, mi sono ritrovata eretta. Il corpo si era irrigidito, i muscoli si erano tirati, la trazione ha continuato ad aumentare fino a divenire insopportabile. Allora ho aperto gli occhi e… ero un albero! Lì ho lanciato un grido. Con slancio straordinario ho cercato il cielo: che mi prendesse e mi portasse via! Prendimi e portami via… che non veda più… che non senta più… Non sono stata esaudita, io. Perciò, col fumo dal naso, tutta la mia umanità sofferente s’è librata in un grido. Tanto non c’era nessuno che mi potesse udire. Dopo quel grido, ho pensato, non avrei più gridato: da lì in poi le mie urla sarebbero morte nel mio cuore. Non ho ancora smaltito tutta la stizza, sono anzi talmente rabbiosa da prendermela pure con la Provvidenza (almeno Le restituisco la maiuscola): non mi ascolta, mi volta il culo. Come fa Michele prima di dormire. Di me non si curano. O si curano male. O si curano ma io adesso non posso capire come. Alla maniera di Samuele, mi hanno piantata in asso. O magari no, sono dietro di me, solo che io non posso girare la testa o perderei l’equilibrio. Devo fare da sola. Devo ottenerla da sola, la mia Reconquista. Vero è anche che le mie parole non rendono grazia alla completezza dei sentimenti che quotidianamente vengono a galla sulla mia pelle, non c’è mica solo il dolore. Non c’è niente di condannabile nell’offrire il dolore delle proprie penitenze, ma sarebbe bene che oltre ai dolori si offrissero anche le gioie, no? Solo che il dolore è sempre prioritario, non c’è nulla di più fascinoso di un’estenuante lotta col dolore. È anzi proprio la capacità di raggiungere qualcosa di estremamente difficile che dà l’esaltazione necessaria per ripartire. Quindi sono furente ma pure esaltata. Continuano i paesaggi meravigliosi, le città vitali e tinteggiate, i paeselli briosi e colorati, tutto è ordinato, pulito e… antico. L’aria profuma d’antico. Pare sempre d’entrare in un negozio d’antiquariato. Poi ci sono la cucina saporita e fragrante (anche se a volte troppo speziata) e l’ottima compagnia che, ben assortita, è spassosissima; ce n’è da vendere, qui, di ben-essere, intorno sopra e sotto. Però non ve lo posso negare: comincio ad essere stanca. Seriamente. Non è la stanchezza della tappa da 30 o della notte insonne. Sono… stufa. Mi sovvengono così le parole di Samuele: l’idea di fare questa esperienza è stata sua, sapete? Voleva capire la differenza che c’è, se c’è, tra il sentirsi stanchi e l’essere stufi. Aveva sempre grandi idee, quel ragazzone. Chissà lui, a questo punto, cosa penserebbe a proposito. Chissà… Eccola, la stanchezza che soggiunge. Era preventivabile. La stanchezza fisica era preventivabile. Solo non pensavo mi sarei potuta stancare mentalmente, ossia stufare. Non è noia, non mi sto affatto annoiando; c’è troppo brio per tediarsi, qui; si assiste a troppe cose singolari per scocciarsi, qui; se ne vedono delle belle e delle brutte, di tutti i colori e le combinazioni: qua è un caleidoscopio! Il procedimento da seguire è caleidoscopico: le rivelazioni delle costruzioni rigorose sono labili e perentorie, al minimo picchiettare d’unghia sulle pareti del tubo si scombinano tutti i tasselli che convergono poi in un altro insieme da apprendere. Mi gira la testa, mi viene un po’ il vomito; allora, ecco: è nausea. Ho l’impressione d’essere sulla strada da troppo tempo, d’essere addirittura diventata più vecchia. Sto invecchiando precocemente: come se fossi stata giovane troppo a lungo, tutt’a un tratto avverto di dover invecchiare, quasi di voler allungare la vecchiaia a cominciarla prima! Che sia un processo metabolico? Non so, ma credo sia proprio questo quel genere di stanchezza che provano gli anziani. Mi rimiro negli specchi, oppure nelle vetrate delle botteghe, e scorgo i lineamenti immobili delle zitelle che nessuno ha conosciuto giovani. E se sforzo un sorriso, risulta secco e avvizzito, sembra possa andare in polvere a toccarlo! Tra le prime cose da fare una volta a casa: andare dal dentista! La passione esclusiva che mi divora ora è una di quelle che prova chi non ha avuto giovinezza. La nonna Rachele me lo diceva sempre, di voler morire perché era stufa. Le sue vecchie passioni, il vino e l’Opera, erano passioni da vecchia. Ora so che la morte è stata davvero liberatoria, per lei che era stufa. Quindi, Samuele, la differenza ritengo modestamente sia questa: se ti senti stanco riesci ad andare avanti; se sei stufo no. È forse l’unico caso molesto in cui la divergenza tra il sentirsi e l’essere fa la differenza. Ogni sera un nuovo letto, un nuovo materasso (se tutto va bene) e un altro cuscino (se c’è); altre docce e altri sanitari; altre stoviglie o altri ristori; e nuovi volti. Ogni mattina gli odori e i rumori degli alloggi s’affollano per dirci addio: ogni giorno è un addio perché tutto quello che conosciamo subito lo perdiamo; quindi ogni giorno è un addio per sempre, dalle cucine, dalle stanze, dai gestori, dai bagni, dai rifugi, dai paesi, addio! È un tremendo senso di concretezza che porta sempre con sé anche il senso della perdita, la vertigine della dissoluzione. Ogni giorno è veramente un altro giorno, quotidianamente diverso pur facendo sempre la stessa cosa: diversità nell’identità, deterioramento nell’eternità. Garantisco che, a lungo andare, la cosa spiazza. La nonna Rachele approverebbe. La cognizione del tempo la si perde del tutto. Come la nonna, che aveva l’Alzheimer. Quant’è che non vedo i miei genitori? Tre mesi, vero? O un anno? Vabbé, per tirare le somme: il fisico è stanco e la mente stufa. E invece no! Troppo presto! La mente ADESSO deve intervenire, ORA si deve attivare propositiva! È a questo punto che occorre colpire il servile principio dell’indolenza nel centro, nel nervo vitale della sua resistenza, colpirlo a morte e distruggerlo, vendicando il passato e instaurando un nuovo dominio (lo dicevo che ero esaltata: é il delirio)! Se riesco a cavarmela bene, avrò più fortuna che giudizio, questo è certo. Dunque mi sono comprata un nuovo paio di scarpe: più ultra dell’ultratecnologico, sempre oltre! E ammortizzate. Mi taccio sul prezzo. Quanto mi costa ‘sto viaggio? Più del previsto! Ma mi sembra di rinascere, volo a mezz’aria! Accomodanti e arieggiate, confido fiduciosa nelle mie nuove tennis da trekk estivo. “Quando vi mandai senza borsa, senza bisaccia e senza calzari, vi è forse mancato qualcosa?” Sì! La borsa, la bisaccia e i calzari ultratecnologici! Mi sento Hermes, eppure ci sono momenti in cui sul serio vorrei… vorrei tornare. Prima devo arrivare a Santiago. Anzi no: devo arrivare fino alla fine. Arrivo all’Atlantico e torno a casa, promesso. È giunto così anche il momento d’inchiodare il momento in cui mi passa la voglia d’andare fino a là! Io, però, non so… non lo so se ce la faccio. Vorrei… vorrei qualcuno che mi aprisse le braccia, ho un momento di terribile… sconforto. Io… io non so se ce la faccio. Mi fa troppo male. Non la tendinite. Né la pubalgia. Anche, certo. Ma l’indifferenza, la sua indifferenza. Quella più di tutto. Il distacco, la distanza che credevo non avrei sentito in nessuna stanza condivisa con lui. Il suo disinteresse, l’impassibilità. Ho ancora i crampi. Oggi li ho avuti tutto il giorno. Allo stomaco oltre che nelle gambe. E poi nei piedi. I piedi mi pulsano. Lo capite dove mi è finito il cuore? Sotto i piedi. Non dovrebbe capitare a nessuno mai di dover calpestare il proprio cuore.
Ore 21:00
Alla fine ci siamo fermati a 21 chilometri, 5 dopo Astorga. Gli ultimi 5 fatti sola con la Ile, che mi ha confidato d’aver molto patito per amore, in passato. Non me ne stupisco nemmeno più, pare sia cosa ovvia, naturale perfino. Fra tutti i modi che l’uomo ha escogitato per farsi del male, il peggiore è di sicuro l’Amore: ci si ritrova sempre a soffrire per qualcuno che non ci ama, o che ci ha abbandonato; per qualcuno che non ci vuole, che non ci vuole lasciare o che ci lascia; se siamo soli è perché nessuno ci vuole; se siamo in coppia ci sentiamo schiavi. Una cosa terribile, insomma. Dopo avermi raccontato la sua storia, l’Ilenia mi ha chiesto qualche informazione su Michele. Beh, visto che è cosa ovvia, «anche lui ha molto patito per amore» le ho detto, l’ha lasciato chi lui non avrebbe mai voluto lo lasciasse. Lui non l’avrebbe mai lasciata, per niente al mondo. Ovvio, no? Che dirle di più? Mica lo conosco! Lei trova che lui sia… tenero! Un orsacchiottone lo ha definito! Sì, ho annuito io, “un grizzly” ho pensato. Il fiore dell’amore rifiorisce dunque in lei dopo anni d’abitudine al disgusto degli uomini: al solo nominarlo, le venivano improvvisi rossori, un’agitazione la lasciava tutta tremante, un bisogno di ridere e insieme di piangere in un’inquieta verginità percorsa da strani desideri le causava un grande turbamento. Tipiche bizzarrie da ragazzina sentimentale… Una volta compiuti i 5 chilometri di pene d’amore, siamo giunte a Murias de Rechivaldo, dove ci attendevano gli altri che avevano già deciso sul da farsi. Io sarei andata avanti, avrei camminato ancora, coi piedi alati! Ma memore del fatto che, tempo fa, furono gli altri a doversi arrestare per causa mia, non protestai né opposi resistenza. 21 chilometri sono una tappa relax, ormai, per noi. Quando con Carlo e Samuele si era andati fino a Turbigo e poi si era tornati indietro, Turbigo A/R per allenarsi, in giugno, 20 chilometri ci erano parsi un’oscenità, uno sproposito. E non avevamo nemmeno lo zaino, non avevamo proprio nessuna zavorra, tanto meno giorni su giorni di chilometri su chilometri e trascorsi di notti sul pavimento né cerotti bende infiammazioni e siringhe, non avevamo ricordi alle spalle alle gambe ai piedi alla testa. Oggi, data documentata 25 agosto 1405, 21 chilometri si presentano una tappa relax. Siamo finiti a Murias de Rechivaldo, 5 chilometri dopo Astorga. Un paesino di, fatemele contare, dieci persone a voler abbondare. Il paesaggio inizia a mutare: ad un soffio già si vedono i Montes de León e gli oltre 2.188 metri del Veleno, che per buona sorte non ci compete. L’albergue non è male; gli interni lasciano un po’ a desiderare, l’aria è chiusa da pesanti tendaggi che paiono nascondere qualcosa di poco gradito; le stoffe attutiscono ogni rumore, regna un silenzio raccolto; ma c’è un bel cortile e fin dal vestibolo si sente profumo di violette. Il rifugio chiude Murias oltre le cui frontiere ha inizio un sentiero che pare un serpente che taglia in due nette metà la prateria; il fondo non lo si vede. Per questo abbiamo deciso di fermarci qui, non sapendo che ci aspetta là. C’era il rischio di toccare il fondo. Visto attraverso gli archi della loggia, il paesaggio duro e brullo fa l’effetto di un arazzo incorniciato. Ci sarebbe voluta troppa energia per decidere di attraversare una cornice. Se il dipinto è ad olio, poi… Troppo denso per oggi. Già arrivare ad Astorga è stato sgradevole. Quantomeno per me. Questa è stata la prima tappa in cui l’isolamento mi è pesato, non era stato perseguito e neppure smaniato. Ad un certo punto mi sono persa: ho addirittura perso la freccia gialla! Giuro non lo avrei mai detto possibile, ce ne sono ovunque. Qua però non è come in Navarra. Qua, a quanto pare, ci si può smarrire. Allora ho rovistato sul terreno friabile per trovare delle impronte da seguire: tipo bracco, mi sono messa alla ricerca delle orme del Puma e le ho seguite. Ho seguito le sue orme come fossero ancora quelle di Samuele, che però non indossava le scarpe da tennis bensì gli scarponi. Fino ad oggi, a parte la claudicanza, avevo sempre camminato dritto; poi, ad un tratto, mi sono fatta insicura. Stamattina prendevo una direzione, poi tornavo rapidamente sui miei passi inforcandone un’altra, frattanto ridevo di me stessa, poi piangevo. Quando mi sono decisa a pedinare le tracce lasciate dalle sue scarpe davvero mi veniva da ridere, poi ho pianto: ho capito che c’è gente decisamente più attratta da quello che è ambiguo piuttosto che da ciò che è sicuro, più da un’orma sulla sabbia che dall’animale che l’ha lasciata. Certuni vedono le cose come sono e si chiedono perché. Certi altri sognano cose mai esistite e si chiedono perché no. Questi ultimi sono i sognatori. Bene: io sono una di loro. Sto pertanto facendo una cosa molto importante: alimento i miei sogni. Come si può smettere di sognare? I sogni nutrono l’anima, come il cibo il corpo. E io sono una bulimica, una ninfomane alimentare. In gioventù, i sogni esplodono nel pieno del loro vigore: da giovani si ha più coraggio, forse, ma non si è ancora in grado di battersi bene. Da grandi sì perché si apprende che i sogni svaniscono; e che i desideri vengono frustrati. Però, combattere un combattimento voluto dal cuore resta pur sempre un buon combattimento. Un po’ come la Reconquista che si batté su queste lande: a voler prescindere dalla ragione, da chi avesse ragione, entrambe le parti hanno combattuto un buon combattimento. Sarà dunque il cuore a dire basta, a dire svegliati! Fatta eccezione per Matteo che è in rivolta, anche gli altri combattono bene, compatti, come fossero un corpo solo. In fila indiana: il potere decisionale è nelle mani del Cecco e di Carlo. Jacopo è uno accomodante e va sempre dove lo porta lo stomaco. Banalmente, se c’è da bere e mangiare pesante, garantito che lo si troverà ai primi posti. Poi rutterà e scorrengerà come un gaiser, una prece per il malcapitato a cui toccherà la branda nei pressi della sua! La potenza deliberatoria della Ile è da parecchio che non ha su di lei medesima alcuna voce in capitolo (sul gruppo non ne ha mai avuta); più o meno da Burgos, ossia da quando gli ha dormito accanto e allora si capisce l’effetto che fa. Michele è narcotizzante! Quindi lei lo scorta in fattanza, qualsiasi cosa lui faccia. Quello che fa lui non ve lo so dire, per lo più segue lobotomizzato il Cecco e Carlo come se la voluntas non l’avesse del tutto, gli va bene tutto, si fa andare bene tutto. Esegue, per lo più. Una sorta di automa. «Va bene. Per me va bene. Va bene tutto. A me va bene tutto». Ecco cosa dice sempre automan. Una badilata di merda fumante in testa? Va bene! Eh già: gli uomini che si ritengono saggi appaiono indecisi proprio al momento di comandare e ribelli al momento di servire. Credono sia una vergogna impartire ordini e un disonore riceverli. Così è lui, il qualunquista. Quello che pensa e prova, poi, resta un mistero. Ammesso (e non concesso) che un lobotomizzato pensi e provi alcunché. Mi chiedo fino a quando seguiterà a farsi trascinare dalla vicenda. Si dovrà voler prendere una rivincita, prima o poi, dopo aver seguito gli avvenimenti con passività per pagine e pagine, quasi rassegnato al corso delle cose nel quale pare essere stato coinvolto suo malgrado. E pensare che s’era gettato nell’azione così pieno di slancio avventuroso… e poi? La sua funzione s’è presto ridotta a quella di chi registra situazioni decise da altri, subisce arbitri, si trova coinvolto in eventi che sfuggono al suo controllo. A ché gli serve un ruolo di protagonista così ridotto? È ridicolo: quando un uomo non sente niente è sempre ridicolo! Questa la mia compagnia: così, i cinque si sono da poco ubriacati di bocadillos de lomo e vinaccio; Morfeo li sta cullando, cionchi come sono qualcuno vomiterà. Io, che ad Astorga mi ero mangiata una briosc al cioccolato GIGANTE e oggi un gelato MASTODONTICO, non mi sarei autorizzata di strafare. Le mie s(tr)ane abitudini alimentari le conservo sempre. Ognuno ha le tradizioni che si merita, oltre che le contraddizioni. E allora me ne sto qui, a scrivere. Scrivo della noia, non l’avevo approfondita perché liquidata: ogni tanto c’è anche lei. Tipo che i pomeriggi non li si sa più come ammazzare, ma un modo lo si deve trovare prima che siano loro ad ammazzare noi. In media verso le 14:00 si giunge al rifugio del caso; alle 15:00, dopo essersi lavati, aver fatto e steso il bucato, essersi fumati una canna e aver pranzato, arrivano le 16:00, ossia pomeriggio inoltrato. Sì, all’improvviso, prima che ci si possa pensare. Però, poi, il pomeriggio avanzato lo si deve fare progredire fino a sera: si devono tirare le 17:00 (ossia il playtime), poi le 18:00 (l’aperitivo), poi le 19:00 (un bicchierino di sidra e un’altra cannetta, magari, perché no?), poi le 20:00 (ora di cena) e via dicendo fino all’ora dell’ultimo spinello, ma solo per gli aficionados. Ore 22:30: black out. Così è, a voler calcolare un po’ all’ingrosso come un’ora si riduce all’altra. Ognuno certamente ci mette del proprio, in base alle sue inclinazioni: il narcolettico Carlo dorme, la Ile prende il sole dopo una toelettatura di tre ore, il Cecco e Jacopo eccedono con la cerveza e finiscono col raggiungere Carlo, Matteo scassa col playtime, giocherebbe a Licantropi dalle 15:00 alle 22:00 e pure oltre, con le torce sotto i sacchi a pelo! Porello, alla fine della fiera si ritrova sempre a farsi dei solitari. Io fumo e scrivo e Michele legge, poi sonnecchia; prima scarabocchiava anche lui, ma è da Villamayor che non lo vedo più col taccuino in mano. Da Maccarini. In verità, Michele non ce l’ha più. Era di Samuele, l’avevo regalato a lui. Insomma, Michele non ha nulla di raro, cazzeggia come tutti. La verità è che la monotonia ha smorzato le nostre singolarità. Non è proprio noia, dicevo, è piuttosto la ripetizione seriale a cui è ad esempio sottoposto il malato costretto a letto per una lunga serie di giorni, quando è sempre il medesimo giorno che si ripete. Spero non mi si fraintenda, dopo aver paragonato quest’avventura ad una lunga convalescenza. Quello che volevo dire è che questo è un presente immobile: è l’eternità! Fa così, l’eternità? Un presente senza dimensioni nel quale ti si reca il brodino di pollo in perpetuo? In onestà, qua non è sempre la solita minestra: anche le papille gustative del malato subiscono quotidianamente inusitate variazioni e il brodino a volte sembra caviale a volte… mostarda, bleah! Dai, non è noia. E poi risulterebbe di certo stravagante parlare di noia a proposito dell’eternità; e sarebbe di certo meglio evitare le stravaganze, specialmente convivendo coi protagonisti di questa storia per i quali vorrei l’eternità. Tuttavia, converrete con me che non è facile sostenere l’eternità. Bisognerebbe essere (come) Dio. Non degli dèi, quelli inframmezzavano l’eterno con le scappatelle fra i mortali. Bisognerebbe proprio essere (come) Dio! E noi non ce l’abbiamo, la pazienza di Dio. E poi, diciamo le cose come stanno: qui si muore! In quel “si” ci si dovrebbe più spesso includere. Nel “si” come lo si usa di solito, come io stessa spesso me ne servo, non è sempre chiaro se colui che parla si includa o meno, nell’anonimato del “si”. Per parte mia, è bene lo si sappia, mi includo. Eppure si seguita a portar con sé il desiderio spasmodico dell’eternità nonostante molto presto ci si annienterà nel letamaio dei nuovi germi. Le piante, le bestie, gli uomini, le stelle, i mondi, tutto si anima, poi muore per trasformarsi (santo cielo, lo dicevo che l’invecchiamento incalza). Però l’uomo è l’unico che, pur sapendo d’avere i giorni contati, fa della vita una lotta degna di un essere eterno: la sua vanità, allora, io la direi dignità umana. Giunte insomma le 22:00 (per alcuni una liberazione, tipo Matteo che s’addormenta di sasso) arriva la notte. “Il sonno peso” direbbero il Cecco e Jacopo che, terminologicamente parlando, hanno fatto comunella: sono alla ricerca di una neolingua, la lingua del bipensiero! E in neolingua, la nostra bizzarra compagnia è ufficialmente divenuta “la compagnia del gighello”! Per me, la notte è la meta più impegnativa delle ventiquattrore tutte. Non di rado rimango desta, almeno fino alle 24:00. Altre due ore d’eterno… che du’ palle! Sarà il non giusto calore del sangue che m’impedisce di dormire, oppure l’energia necessaria al sonno compromessa dal tenore di vita esclusivamente verticale a cui mi sono assuefatta, che ne so! So che poi, quando mi appisolo, le ore del sonno sono comunque animate da sogni mutevoli o troppo vivaci che, immancabilmente, continuerò da sveglia, inguaribile sognatrice che non sono altro! Inoltre la sveglia suona che è ancora notte. Quindi non è proprio tedio, perché l’articolazione e la suddivisione rendono tanto i giorni quanto le nottate di sicuro meno noiosi rispetto a quella che potrebbe essere una nebulosa e uniforme progressione delle ore in pianura. Scontato dire che dormire accanto a Samuele era tutt’altra cosa. Non importa quanto a lungo si vive, se poco o per sempre, perché quando la notte scende porta quantunque con sé le apprensioni che avevamo fin da bambini; quanto più scende il buio tanto più ci si sente a disagio, come in una partita a Licantropi (e in quel “si” m’includo). Nelle mie notti da ragazzina, Samuele mi teneva compagnia. Ora mi manca al punto da tenermi desta.
26 agosto
Ieri pomeriggio stavo scrivendo quand’ecco soggiungere Matteo ad interrompere la mia masturbazione solitaria: «uffa… qui si cammina e basta!» È proprio stufo. Voleva almeno fare una licantropata, dice che il gioco favorisce la costruzione di rapporti più stretti e confidenziali; ma gli altri preferivano dormire. Anche ora sono stata interrotta: non posso proprio starmene qui a scribacchiare, gli altri reclamano la mia presenza per licantropare (minimo sette giocatori). Gli altri: strana espressione se riferita ad un’esperienza che credevo avrei fatto da sola, nel senso che davvero credevo ci saremmo sparsi per strada incontrandoci magari ogni tanto, o magari solo a Santiago. Insomma, ognuno ha i propri tempi di risposta e reazione, no? Quindi ritenevo lecito sparpagliarsi. Effettivamente, con le mie pizze ai piedi, me la devo vedere da sola, chi altro se non me se la potrebbe vedere col mio corpo? E Carlo col suo ginocchio. E il Cecco con tutte le sue (dis)articolazioni, i suoi problemi gastrointestinali e i suoi funghi (non che sia uno pauroso, al contrario, ma da qualche tempo s’è gettato in uno stato d’irritabilità simile all’ipocondria da persuadersi perfino d’aver contratto un virus ignoto causa delle strane screziature che ha sulla pelle). E Jacopo con la sua unghia nera e le sue ossessioni. E Matteo col suo calo motivazionale. E l’Ilenia coi suoi ritmi e la sua cotta. E Michele col suo passato, con la sua coscia e con l’Ilenia. Ognuno se la deve sbrigare da sé col proprio sé: si tratta di una cosa molto personale, da serbare per sé. Non è lecito giudicare le altrui sensazioni. Sono altrui, mica le proprie. Però, poi, a tappa conclusa, il desiderio di riunirci è più forte di qualsiasi altra aspettativa. Se la sera non avessimo la certezza di ritrovarci internos non sarebbe la stessa cosa. Quando avevo scritto una mail alla responsabile lombarda della Confraternita di San Giacomo per avere informazioni a proposito delle credenziali, mi aveva replicato che la norma (secondo lei ci sono delle prescrizioni sul Cammino, manco fosse un campo estivo di Lupetti e Giovani Marmotte) prevede che un gruppo di più di tre persone si porti la tenda (ci mancava giusto il fardello delle tende) oppure che percorra la via della costa. Capite? Ci voleva dirottare sulla costa! “Solo lì si può sperare di trovare posto” (ignobile fandonia. Fatelo il Cammino, ad agosto, anche in quattordici, se vi passa per la testa. Fatelo, vi dico io). “Riguardo all’andare in gruppo” aggiungeva non soddisfatta, “perché farlo perdendo così un’esperienza ben più grande, e cioè l’incontro con la Provvidenza?” Fammi capire: la Provvidenza si cura di te solo se sei solo? A me non pare. Di certo, se ti senti solo, di te se ne sbatte. Appurato! Che razza di Provvidenza sarebbe una provvidenza selettiva? “Potreste andare a Roma (arieccola che ci depista!) o fare un altro cammino, meno sicuro (pure!), dove può aver senso portarsi gli amici”. Dunque quello che stiamo facendo non avrebbe senso? No, perché “la condizione necessaria del pellegrinaggio è percorrerlo da soli (lei lo metteva anche in grassetto). Non si è pellegrini se non si ha fede sufficiente a rompere con le proprie certezze di casa. Gli amici costituiscono una zavorra”. Non farebbe piacere ai miei amici (sì, sono amici, tutti e sei!) sentirsi dare della zavorra. Non farebbe piacere a nessun amico. Allora mi va di difendere la categoria (pur essendo stata definita conoscente proprio da un amico). Mi va di difendere la categoria anche se può essere che a quella categoria io non in ogni caso appartenga (l’amicizia è come l’amore, non è detto sia transitiva). Nessuno di noi s’è portato dietro qualcuno, solo qualcosa, ossia lo zaino. Pensa che peso portarsi qualcuno nello zaino! E di una provvidenza che fa i casting non ce ne si farebbe comunque nulla o dove starebbe di casa la pietas? E la caritas? E tutto il resto di quelle cose bislacche di cui i credenti praticanti si riempiono la bocca? Nessuno ha il diritto, e nemmeno il dovere, di legiferare sul Cammino, che è un cammino esistenziale, esattamente come nessuno ha il diritto di legiferare sul come si debba vivere la vita che è stata assegnata. Tutto questo insistere sui nomi battesimali, sul primo sacramento insomma, mi ha fatto capire che i nomi battesimali hanno una sola valenza: nessuno può morire al posto di un altro. Di conseguenza, nessuno può vivere al posto di un altro. Ciascuno può propriamente dire “la mia vita” per sottolinearne, nonostante l’assegnabilità universale della parola “vita”, l’insostituibilità. Niente è più sostituibile e niente lo è di meno del sintagma “la mia vita”. Nessuno può assumersi il vivere di un altro. Ci si deve assumere la propria responsabilità dinanzi alla vita. Nella misura in cui la vita è, essa è sempre la vita di qualcuno. Nel morire si fa chiaro che la vita è costituita ontologicamente dal carattere dell’“esser-sempre-mio” dell’esistenza. È proprio una questione di proprietà privata. Sorprendente però, sia pure in senso sgradevole, che godano di venerazione proprio quelle norme che concordano perfettamente con gli interessi dei potenti! Noi, invece, siamo solo dei pellegrini. Lo siamo da sempre. Sempre lo saremo. Dei ricercatori direbbe il Cecco. Tutti noi abbiamo rotto con le certezze di casa; e non è stato affatto complesso visto che neanche a casa ne avevamo! Per noi sette c’è sempre stato posto. E se non c’era, siamo stati ben accolti. E (talvolta) aiutati dalla Provvidenza, che non è selettiva. Il Cammino non va concepito in maniera monolitica. Il Cammino non lo si può invero concepire. Perché non vederlo come tentativo d’avvicinamento all’Altro, chiunque esso sia? All’Altro che magari appartiene al nostro stesso gruppo ma del quale abbiamo paura perchè lo vediamo quasi come un nemico? Per esempio, Jacopo non mi aveva fatto una buona impressione la prima volta che lo avevo visto, un mese prima di partire. Poi ho voluto perfino cambiargli nome, lui ne sarà entusiasta, perché lo ambisco tra i miei personaggi! Mi piace troppo. Vorrei fosse una mia invenzione, per vantarmene. E Michele, di lui sono fiera, di lui me ne vanto: è il bello, il brutto, il buono e il cattivo insieme in un prodigio d’articolazioni fisionomiche. È la democrazia delle voci della ritrattistica. È un capolavoro! Dove l’avrei trovato un simile personaggio se non qui, lungo queste strade, tra queste pagine, nella mia testa e nella lotta con Samuele? E se non è per Fede che ci siamo imbattuti in questa avventura, è per Amore. Per Fede nell’Amore. Per quanto mi riguarda almeno, è stato così, purtroppo o per fortuna: sono partita solo per amore. Anzi: questa è la più grande prova d’amore di tutta la mia vita. A me sembra che basti, che sia ok. Gli altri sei, per me, sono una sorpresa continua. Io stessa, la lunatica, la ciclotimica ciclopica, la borderline, la misantropa, l’agorafobica, l’anoressica, la bulimica, l’iperfagica, ho scoperto il piacere. E ho bisogno dei miei amici come un pellegrino dell’acqua. Da ognuno di loro assorbo qualcosa di cui mi sento mancante: da Carlo la testardaggine e l’orgoglio, dal Cecco la dolcezza e l’allegria, da Jacopo la curiosità e la sottigliezza, da Matteo l’organizzazione e la zoppicante stabilità, dall’Ilenia il buonumore e la serenità d’animo, da Michele la robustezza e la determinazione. Certo, quando c’era Samuele era un’altra cosa: grazie a lui m’inzuppavo d’amore, ossia d’energia ed entusiasmo. Mi rivolgevo al mondo in onestà, alla ricerca di qualcosa che meritasse le quantità d’Amore che sapevo di avere dentro, e ad ogni cosa dicevo: ti amo. Ora mi devo accontentare dell’idea dell’amore, d’amare il fatto d’amare. L’amore in sé è l’oggetto del mio amore. Amo amare l’amore come l’amore ama amare. Amo me stessa innamorata. Amo me stessa: il mio traguardo l’ho raggiunto. Allora ha fatto bene a piantarmi qui da sola: bravo Samuele, hai fatto bene, ovunque tu sia. Che dirti? Grazie. E pensare che c’è stato un momento in cui ho creduto che senza di lui non ce l’avrei fatta. C’è stato un momento in cui si pensava che l’Ilenia avrebbe preso il primo volo per Milano: «se sarà sempre così, me ne torno a casa» ci aveva detto dopo la sfacchinata di Cizur Menor. C’è stato un momento in cui si pensava che Carlo non sarebbe più riuscito a camminare (nonostante non lo si sarebbe mai sentito dire il contrario). C’è stato un momento in cui perfino il Cecco ha dato fuori di matto, a Burgos: «vaffanculo a loro! Se domani vogliono fare 30 chilometri io non ce la faccio! Cazzo, non ce la faccio!» E gliel’ho visto negli occhi, il sussulto della paura di non farcela, mentre si faceva scricchiolare le giunture delle dita ripetendo ininterrottamente «Dio mio… Dio mio!» Fu il grido della sua impotenza quello, il grido del suo peccato, contro il quale era senza forza. C’è stato un momento in cui ho pensato che io stessa non ce l’avrei fatta; anche gli altri l’avranno pensato, di me. Eppure non ci siamo voluti dividere neanche a Burgos, ovvero dove e quando di occasioni per farlo ce ne sarebbero state eccome: si divergeva, le condizioni psicofisiche erano divergenti, ognuno avrebbe voluto prendere strade dissimili. Se non l’abbiamo fatto è perché ci veniva il groppo alla gola al solo pensarlo. Resteremo insieme fino alla fine. Di questo sono certa. Poi, ognuno riprenderà le vecchie abitudini, ci si separerà, magari per sempre magari no. Sta di fatto che, con tutti questi ponti che ci legano, se adesso uno s’intristisce interviene l’altro con una battuta o l’altro con una carezza; se uno sta male interviene l’altro con le bende o l’altro coi cerotti; se uno ha paura interviene l’altro coi consigli o l’altro coi rimproveri. E se ce la si fa tutti, tutti si avanza inesorabili. E se non ce la si fa tutti, tutti aspettano tutti. Questo è Amore, no? Ogni giorno, per ognuno di noi, viene messa a disposizione una vasta gamma di gesti, parole, sguardi, attenzioni, baci e carezze senza la quale non si riuscirebbe a prendere sonno in queste camerate rumorose e maleodoranti dove ci si sente ineluttabilmente isolati, condannati all’isolamento. Probabilmente è per questo che a me, ancora e come agli inizi, immensamente gioverebbe dormirgli accanto. Siamo finiti a El Acebo (nella neolingua, “i calabresi”).
27 agosto
Ieri è andata così: da Murias siamo arrivati a Santa Catalina de Somosa; poi a El Ganso, dove c’è la chiesa di San Esteban. Piccola e senza particolari raffinatezze architettoniche, la predico essere la più bella chiesetta vista durante quest’avventura. La sua torre campanaria svetta verso il cielo: perciò ho provato di intravedere di nuovo l’angelo che mi era apparso al posto della croce della chiesa di Cizur; ho strabuzzato gli occhi ma niente, non ho conseguito l’effetto desiderato. Siccome non ho fatto altro che concepire l’amore come sofferenza e sacrifico, quell’angelo è stato crocefisso a Cizur e non tornerà. Allora siamo andati oltre, fino a Rabanal del Camino. E ancora oltre, fino a El Acebo, dopo 32 chilometri, dopo Rabanal del Camino e la Cruz de hierro e dopo una discesa a picco nella valle: siamo saliti dai 1.012 metri di Santa Catalina da Somoza (1.030 a El Ganso) ai 1.504 metri della Croce di ferro, sul monte Irago. 1.500 metri… Per curiosità, ho preso come assaggio un profondo respiro di quell’aria ignota. Era fresca. Fresca e basta. Era priva di profumo, di contenuto, di umidità. Entrava con facilità nell’anima e all’anima non imponeva nulla. Come l’acqua, che dà tutto eppur sa di niente. Squisita (fatta eccezione per l’olezzo di merda di vacca, è chiaro). Poi la discesa vertiginosa: braccia in alto e adrenalina a mille! No, non eravamo al luna-park. Eravamo a El Acebo. E io avevo bisogno d’averlo vicino per la notte. Una notte di dolcezza sa compensare le torture di un’intera settimana! L’urgenza s’era fatta impellente: era un’emergenza. Il dormitorio era piccolo, sebbene vi fossero dentro circa trenta posti letto, tutti ammassati. Ciò che soprattutto mi faceva star male era l’aria soffocante, densa, surriscaldata, in cui persisteva un odore violento, l’odore del retroscena mescolato al puzzo della sporcizia ammucchiata negli angoli bui e della biancheria poco pulita di tutte quelle comparse. Era l’odore di tutte le persone che avevano dormito in quel pubblico alloggio lasciando un po’ del proprio sentore; quel sentore umano che sommandosi a quello di tutti i predecessori formava un lezzo confuso, dolciastro e insopportabile, quasi identico in tutti questi luoghi ma lì ancora più acido. Stagnava in sostanza l’effluvio odioso e squallido delle stanze d’albergo d’infima categoria, senza stelle; l’esalazione del fango sulle stelle direi quindi, dalle tende, dai materassi, dai muri. Del sangue, addirittura, sul giaciglio di Michele: anche quella macchia scarlatta, nel suo graduale stingere verso il rosa, diceva del numero degli uomini che ci erano passati sopra. A scavalcarla veniva una paura sorda, come l’improvviso timore di schiacciare qualcosa di vivo, tipo un membro nudo disteso. Era proprio un’emergenza! Per cena siamo dunque scappati finendo a casa di un vegetariano taoista che ci ha vezzeggiati di spezie e sesamo e coccolati con fiumi di vino liquoroso che sapeva di frutti di bosco. Il Cecco aveva sul volto l’espressione del sollucchero. Vederlo similmente pago mi ha fatto bene ma non m’è bastato. Aprire gli occhi, durante la notte, e rivedere Samuele raggomitolato col sacco a pelo puerilmente appallottolato in un abbraccio, come con un orsacchiotto di pezza (o con la persona amata) sarebbe stato l’ideale, la cosmica sospensione del respiro di cui avevo bisogno per riossigenarmi. 1.500 metri d’altitudine non sono semplici da gestire, a livello polmonare intendo. Arrivati al nuovo ostello, più fetido che mai, ho fatto di tutto per far sì che le cose andassero come avrei voluto. Modulare la retta combinazione di circostanze in modo da imporre alle cose d’andare come volevo era la sola cosa da fare; non la migliore, l’unica. Non c’erano letti matrimoniali liberi ma, quantomeno, avrei potuto fare in modo d’evitare di dormire in basso, per di più vicino ad un attempato culone che russava in aramaico: ciò mi parve sul serio il minimo! Al confronto, la memoria di quel ciccione di Sancho era un unguento, e ho detto tutto! Allora m’accontentai, oramai ho imparato a farlo, compiacendomi della solita branda in alto, arraffata con un escamotage proprio perché, al di là dello schifo per il sederone, avevo intravisto Michele poggiare il suo bel culetto sulla rete al fianco di quella. In alto. Sono stata costretta dalle coincidenze circostanziali a farlo, non si creda il contrario! Solo per evitare il vecchio chiappone ho pigolato come un micino, gnè gnè gnè lì non ci voglio dormire! E Carlo, che a volte mi fa da papà, s’è sacrificato con benevolenza facendo cambio di branda, tanto lui è narcolettico. Ripensando al mio oggetto d’amore, ho risolto che il mio amore ha per oggetto un essere disteso vicino a me, racchiuso in un corpo perfetto. Il vecchiardo, allora, proprio non s’addiceva. I nostri letti non erano uniti ma mi contentai perché sapevo che il sonno avrebbe realizzato, in una certa misura, l’impossibilità del mio amore. Il suo io non potrà scappare via, mi sono detta, come quando si cammina o come quando si conversa, attraverso i varchi dei pensieri inconfessati o degli sguardi ritratti. Solo mentre dorme posso trattenerlo sotto il mio sguardo e avere quell’impressione di possederlo intero che non ho mai quando è sveglio. Non chiedevo tanto. Chiedevo solo che con la fine della giornata, quel “tutto finito” non comportasse necessariamente che non vi fossero più commozioni né altre richieste di sforzi ai muscoli cardiaci. Ho motivo di credere che perfino lui me lo avrebbe concesso se avesse saputo, impietosito. Il Cammino è stato estremamente severo nei confronti dei miei sentimenti. Ma di errori non se ne commettono quando ci si racconta: si scrive, si somma, tutt’al più si aggiunge. Mai si toglie. E la partita va avanti, sulla pagina, registrata come da un commercialista. Il Cammino non è ancora finito; molto ancora c’è da fare e vedere; molto altro da scrivere, da disfare e ricostruire. Ne sarà valsa la pena. Comunque. Anche di questo sono certa. Un’altra certezza. Ne ho più qui che a casa! Quando stanotte ho aperto gli occhi e l’ho visto, lì, così, accucciato su se stesso come un fagiolo, ho capito che ne è valsa la pena e che tutta la pena ne varrà, anche domani. Anche fra un mese. Anche fra un anno. Anche fra cent’anni di solitudine. Dischiudere le palpebre e vedere la sua skiagrafia tratteggiarsi dinnanzi a me, ai confini tra visibile e invisibile, accorgendomi che in quell’ombra, di notte, ogni notte e ogni qual volta Michele s’addormenta rivive Samuele, è l’abbandono ad affetti cui la mia coscienza oppone scomode resistenze durante il dì. Di notte quei due si ricongiungono. Siamo alla fine. Mancano davvero pochi chilometri. Un tempo mi sarebbero sembrati molti, ma quel tempo non è più. È tempo di accelerare. E allora, da El Acebo, stamattina, siamo arrivati a Ponferrada, 16 chilometri. Abbiamo attraversato la città a piedi, costeggiandone l’altura sormontata dal Castello dei Templari e guadando il río Sil dal Ponte di Ferro che battezza la città. Suonavano le campane i cui rintocchi echeggiavano tra le mura dell’antico castello ripetendosi all’infinito. Tutti abbiamo chinato il capo, pensavamo che di lì a poco sarebbero sbucati fuori dei Templari. Invece no, c’era un matrimonio: è uscita la sposa, tutti hanno iniziato a lanciare il riso gridando «evviva!» «Com’è bella! Che bel vestito!» mormoravano alcune comari fuori dalle loro botteghe. “Stiamo assistendo alla manifestazione di Eros” ho pensato io.
«Chissà se si amano veramente» ha pensato Michele, a voce alta però.
«È chiaro che si amano» ho detto, «ci si sposa per altri motivi?»
«Boh, io non ne so niente. Né mi riguarda».
Poi, in pullman, ci siamo spinti oltre Villafranca del Bierzo, dove nel XII secolo un papa aveva risolto il problema delle montagne col soffio magico del Portale del Perdono (insignificante mirare all’indulgenza destinata ai pellegrini moribondi che si fermavano qui per passare sotto la Puerta del Perdón e ricevere l’esonero dall’arrivare a Santiago: noi, a Santiago, ci arriveremo eccome!). Saltando Columbrianos, Fuentes nuevas, Camponaraya e Cacabelos, siamo scesi a Pereje. Da quaggiù mi rendo conto di non avervi raccontato dei punti più alti della Rotta Giacobea, che visti dall’alto paiono molto più facili che non visti dal basso. Quindi è un bene che ve li restituisca dal basso, più scoscesi. Il paesaggio era spopolato, pareva un mondo in cui il genere umano era scomparso e le cose non sapevano che dire della sua assenza: Foncebadón pareva un accampamento fantasma affacciato su un precipizio, in procinto di cadere; le baracche di pietra avevano i tetti d’ardesia distrutti dal marciume delle travi di sostegno eppure ostentavano una solidità originaria; nella piazzetta c’era una piccola croce di legno; era insomma un bel posto, perciò mi domandai cosa avesse spinto la gente che un tempo viveva lì ad andarsene. Forse avevano semplicemente sentito la necessità di cambiare. L’aria tersa della montagna rendeva ancora più ignoto l’aspetto di quel luogo smascheratamene disabitato. Dopo mezzora la Cruz: un alto palo di legno lì dai tempi dell’invasione di Cesare eretto in omaggio a Mercurio con in cima una semplice croce, di ferro; isolata su un pilone scivoloso come un palo della cuccagna, è talmente in cima che non la si arriva a toccare; congiunge cielo e terra. Ma non è ancora il punto più alto, lo è solo simbolicamente: due chilometri dopo, a Manjarín, si sfiorano i 1.520 metri; una strana e pittoresca insegna è lì a dire delle distanze, in sintesi: 10 chilometri e sarai in Galizia; 9453 e arriverai al Machupichu; 2475 a Roma; 5000 a Gerusalemme; 222 a Santiago; 295 a Finisterre. Dai 1.517 metri siamo scesi ai 1.156 di El Acebo. Ci siamo svegliati e siamo scesi ancora, fino ai 540 di Ponferrada. Le ginocchia ci si sono srotolate. E ora siamo a Pereje: a voler precedere i bilanci, il peggiore dei rifugi in cui siamo stati e staremo. Sporco e fetente. Appestato. Trasandato e diroccato. La camerata è mal illuminata, così non si distinguano gli stucchi scrostati e i pizzi dei tendaggi a brandelli. La toiletta è unta di grasso e il soffitto è macchiato di schizzi d’acqua insaponata. C’è un odore talmente cattivo, tipo di lavanda inacidita, che se si respira a fondo si rischia di venire a mancare. È un puzzo orrendo, ha qualcosa a che fare con… un misto di escrementi umani e cessetti chimici. Il fetore è compatto come un muro, umano e chimico contemporaneamente. Lasciando il cesso per la cucina la situazione purtroppo non migliora: una luce di cantina livida sotto il basso soffitto entra dai vetri sporchi; in una scaffalatura che ingombra l’intera stanza sono ammucchiati oggetti d’ogni risma, una sorta di guazzabuglio di merci in liquidazione che mi fa pensare alla bottega di un rigattiere; l’indescrivibile confusione di piatti lerci e stoviglie sbreccate, rotte e ammonticchiate nel lavello, di coppe e boccali inzaccherati e coperti dalla polvere, rende tutto irriconoscibile nell’odore di ferraglia, di stracci e di cartoni umidi che sale da quel ciarpame. Tra l’adiposa fanghiglia e il puzzo mefitico di quest’asilo precocemente invecchiato (dalle grondaie sfondate pencolano gocce di un liquido putrescente) abbiamo trovato pure un trancio di pizza ammuffito dimenticato nel frigorifero del cucinotto dal muro corroso, e mucchi di spazzatura nell’ingombro dei secchi imbottiti di muschio. L’albergatrice è la più antipatica e scazzata degli albergatori incrociati, pure di più dei “calabresi”! In neolingua: Misery! Domani ci aspetta il Cebreiro. Ci dobbiamo riposare. Tra gli scarafaggi riusciremo a farlo? Credo di sì, già fatto a Murias. Comunque è qui, a Pereje, che continuo a scrivere della fine, quattro case e cinque abitanti, l’ostello odora di piscio di gatto e quella bisbetica dell’hospitalera non mi fa usare internet perché deve guardarsi i siti porno! Sono le 16:00 e allora sto qui a scrivere della fine all’ombra del pergolato fatiscente: è incredibile che il sole abbia scelto di venire qui a sonnecchiare! Mentre il sole va nascondendosi dietro la montagna penso che i suoi raggi, tra poco, illumineranno la Croce di ferro. Invece qua, le rampicanti secche battono sul muro mosse dal vento. La corda sulla quale sono stesi i panni ad asciugare geme. La fitta polvere fa pensare ad un cantiere in demolizione, o al dietro le quinte di un teatro in disuso, con la navata sventrata ingombra di telai, scenari dalle pitture scolorite e cataste di macerie. E i nostri abiti ad asciugare paiono i panni laceri ciondolanti dalle travi di un magazzino di vecchi stracci. I gradini sbilenchi, la ringhiera di ferro lucidata dallo strofinio delle mani, l’intonaco scorticato, da tutta questa miseria insomma mi sovviene una casa di tolleranza messa crudamente in luce dall’ora smorta di questo pomeriggio di fine agosto. Dall’alto, un raggio di sole taglia come una sbarra d’oro il buio della volta e io me ne sto qui seduta sul muretto con lui nei paraggi, al tavolino a pochi metri da me che fa un solitario. Ecco come passa il tempo lui: lo ammazza giocando a carte. Non c’è nessun altro. Siamo solo noi due all’ombra del pergolato fatiscente di Pereje. Eppure ho la sensazione vi sia qualcun altro, un terzo individuo invisibile. Sbirciare Michele mi fa strano perché mi viene in mente il viaggio in treno. Non è cambiato nulla, allora? Sono passati anni interi e non è cambiato niente? No se continuo a scrivere di lui e lui nemmeno lo sospetta. Sì se lo sospetta. Sì o no, mai come qui, adesso, sotto il bersò decrepito di Pereje, ho sentito tanto ardente la pretesa di strillarglielo in faccia: brutto deficiente di un cretino, scrivo di te che sei la cosa (perdonami “la cosa”) più completa di cui io abbia mai scritto, ottuso d’un fesso che mi hai fatto esperire l’incompletezza del termine bello! La mia passione calligrafica per lui m’è entrata dentro come quelle frecce che non si possono più strappar via. Di notte, l’ho capito ieri notte, Samuele e Michele si ricongiungono. Ma se si osserva con attenzione anche durante il dì, ogni tanto, il coito è visibile. Lo avevate capito, voi? Come adesso, qui, a Pereje. È il coito, qui, a Pereje; quel terzo uomo è Samuele, che da dentro di me esce per entrare in lui; e viceversa; è il coire dei due che entrano ed escono nella e dalla medesima materia. Non sarò di certo io a dirvelo che, durante il coito, si potrebbero gridare cose che abitualmente si preferirebbe trattenere. E allora, lui, non è più né l’uno né l’altro, se è vero, e credo che le cose stiano davvero così, che è tutti e due. Insieme. Mescolati e confusi in un orgasmo. Una tensione spasmodica che rende infattibile ogni contenimento: questo è lui. Le mie grida non riesco più davvero a tenerle per me. Un nuovo terzo lui: “want a perfect body, want a perfect soul” mi suggeriscono i Radiohead in Creep. Da quel lui devo prendere commiato al più presto, e presto vuol dire subito, altrimenti finirei con l’alzarmi, con l’incamminarmi verso quel tavolino arrugginito e col picchiare i pugni sul deschetto facendo cadere in terra tutte le carte; e di sicuro lui col levare la testa e fare quella faccia, la faccia da tortora che fa sempre quando disapprova (sposta il mento in avanti e distorce il labbro inferiore); e infine io con lo schiaffeggiarlo, per tutto il fiele amaro che mi ha fatto ribollire nel pancreas! Per lo stracotto di bile sul serio vorrei prenderlo a sberle: piantala coi solitari, idiota! Non lo capisci che non sono matta? Sei tu che mi fai ammattire! Se assecondassi il mio volere, lui diventerebbe cattivo, farebbe qualcosa di perfido perché fa così quando lo si prende in contropiede; e io finirei con l’odiarlo. Ma non lo capisci, buzzurro, che ti odio? Come fai a non capire che ti amo! Devo scappare. Non voglio odiarlo. Devo allontanarmi da quel lui al quale non darò un terzo nome o si farebbe proprio una gran confusione. Lo lascio Michele. Samuele è rimasto a Cizur Menor. E qui lascio Michele, che certo me ne vorrà, non è proprio un bel posto. Però il nostro cammino sta per finire, e siccome la realtà è molto più vicina a pergolati fatiscenti come questo piuttosto che ai bucolici scorci di paesaggio visti durante questo magico viaggio, è meglio che la nostra ultima conversazione si svolga qui. Poggio la penna e chiudo il taccuino (datemi giusto il tempo di finire di scrivere di quello che sto per fare), mi alzo e, senza voltarmi, me ne vado. Un addio a chiunque lui sia (diventato) e un ti ho amato (senza virgolette) gettato lì, così, in balia del vento. Al passato e coi capelli al vento. Non mi volterò. Che il vento faccia di tutto questo ciò che preferisce, come ha fatto con Samuele.
Ore 17:30
È passata circa un’ora. Ora sono a letto. Sì, mi sono alzata e sì, me ne sono andata passandogli accanto per lasciargli le sigarette e l’accendino. Chiaramente lui non mi ha degnata di uno sguardo, come fossi invisibile non ha neanche alzato la testa. Come non fossi affatto. Avevo una collera e uno sdegno a non potermi sfogare che sentivo proprio la bile che mi affogava! A me un affronto? A una giovane della mia sorte? L’ho odiato. Poco ci è mancato che, furibonda, veramente pestassi i pugni sul tavolino. Tuttavia sono riuscita nel disperato intento di mantenermi morigerata, non c’è orgasmo che tenga per me. Dignità? Non so. In che cosa consiste la dignità? Adesso come adesso, il concetto mi sfugge (cercare sul vocabolario). Me ne sono andata via senza voltarmi, coi capelli e un ti ho amato (al passato senza virgolette) in balia del vento. Magari vi fossero state delle virgolette ad apostrofarne, minimizzandola, la portata! Il vento s’è preso il mio amore e se l’è portato via (non è uno difficile, il vento. Si piglia tutto ciò che gli si dà). Non era mica la prima volta, nessuna novità. La novità che vi dirò è che poi sono tornata indietro, tanto con la consegna del “ti amo” al passato dell’etere delle vallate del leonense non correvo rischi. Oppure perché mi sono resa conto che, anche tornando indietro, sarebbe stato comunque troppo tardi per tornare indietro. Sono stata sul punto di dirgli che, forse, sarebbe un bene se tentassimo di lasciarci tutto alle spalle, tranne che l’un l’altra. Ma più odi qualcuno e più dirgli che l’ami è difficile. Nel tumultuoso torrente di parole che mi saliva alla gola non sono riuscita a dire niente. Ad un pelo dal cogliere l’occasione per pronunciarmi ho scoperto, non senza umiliazione, che non avrei detto nulla. Che altro dire? Che avrei potuto dirgli? “Devo rivelarti un segreto che ho custodito per tanti anni… è una lunga storia… Se ancora non vuoi sapere, non ascoltarmi. Se invece insisti, non farlo perché sei curioso, non sarebbe una ragione sufficiente”. Questo avrei potuto dire, tanto non avrebbe insistito. Inoltre, conoscendo la mia tendenza a divagare, ad inframmezzare ogni discorso di parentesi, non sarei mai giunta a comunicargli l’essenziale. Infatti «ciao» gli ho detto con voce tranquilla, desiderando di darmi un suono naturale. Il ciao, invece, è venuto fuori a fatica. Con fatica, perché è faticoso parlare con lui. È snervante anche solo allacciare una banale conversazione con lui che metodicamente dà la sensazione di non essere interessato, non sta a sentire, addirittura sembra neppure abbia voglia di star lì a parlare (con me, nella fattispecie): a parlare di cosa? Di cosa vogliamo parlare? Sembra chiedermelo ogni volta che ci troviamo soli; me lo chiede con fare istigatore. I nostri vis-à-vis sono stancanti, lui se ne esce sempre con domande che non c’entrano niente con quello di cui si stava parlando a confermare che non ti stava ascoltando per niente, tipo pochi minuti fa: «secondo te come si chiamano i cittadini di Tokyo?» Ha cambiato argomento e, per esperienza, sapevo che sarebbe stato inutile insistere. Domanda disarmante. Lui lo è. Io sono disarmata: ha concluso dandomi della pellegrina gonza. Siamo alla frutta.
«Come dovrebbe essere allora, sù dimmi, una pellegrina che è ok?»
«Senza spille sullo zaino di sicuro».
Avrei voluto emettere un urlo col quale sferzargli la faccia come con una frustata. Ma mi sono trattenuta; solo ho esagerato il tono flautato della voce e, con un gesto da marchesa che sta per camminare su una buccia di banana, semplicemente ho detto: «me ne torno in camera». E sono ritornata al dormitorio pestilenziale. «Quanto ti manca alla fine?» mi chiede in tempo reale, è appena rientrato anche lui. Perché, come, dove, quando, quanto… Quante domande, sempre domande! Perché, come, dove, quando e quanto non lo so. Alla fine 251 chilometri. Non so altro. Così stanno le cose, ora: pure io mi sto sdoppiando. Una parte di me mi odia, l’altra mi ama; una mi tormenta con l’incubo della sanzione persecutoria di una bellezza di cui, a questo punto, mi ritengo completamente sprovvista; di certo se fossi bella non risulterei gonza, no? Quella stessa parte di me, adesso, vorrebbe convincermi anche del fatto di non essere neppure abbastanza sagace, né arguta e sveglia, né furba e pronta a sufficienza, per lui che invece, d’ora in poi, dopo l’apparizione avuta sotto il pergolato fatiscente, raccoglierà in sé il meglio (nonché il peggio, è chiaro; è il rovescio della medaglia) di quei due! Mentre io mi sento una schiappa, a voler tirare le somme, lui si eleva. E io mi abbasso a simili pensieri. Ascesi e catabasi. Siamo sempre più lontani. Malata e stupida! Santo cielo, mi sento la miseria in persona. Pessima! Il fatto è semplice: non rimangono altro che la pietà o una scrollata di spalle. Un dilemma inizia qui, dove la natura è stata crudele al punto di spezzare l’armonia della mia intiera persona. Mentre lui (a perfect body, a perfect soul) lega uno spirito nobile desideroso di vivere, quello del caro Samuele, ad un corpo assolutamente idoneo alla vita, quello del crudo Michele. Non sto dicendo che quel terzo lui sia realmente perfetto, per carità! Il dubbio che i concetti “uomo” e “perfetto” possano non andare d’accordo rimane eccome. Ma così l’ho sentito poco fa, capite? Perfetto. Sono cose che si collegano con altre impressioni e memorie, capite? E rimangono dentro, nelle orecchie. Sebbene nella testa dolente mi pare d’avere il reattore di un aereo, lo sento ripetermi come un disco rotto: conoscente deficiente gonza. Nei padiglioni auricolari mi rimbomba don don gonza don don deficiente don don conoscente. Tanto, se anche mi avesse detta amica, non l’avrei gradito, non sarebbe comunque stata la circoscrizione che avrei sentito a me più consona. E poi, un rapporto d’amicizia vale solo se c’è parità, parità di sentimenti. “Imbranata, sciocca, sempliciotta”: non meritandosi attenzioni da lui, la parte più smunta di me mi vorrebbe lesionare tartassandomi con l’ipotetico del “e se fossi?” “Ma se non fossi, se non fossi quella che sono?” Per fortuna interviene la parte che m’ama: ma vaffanculo! Se non fossi quella che sono, se fossi dissimile da quella che sono, più che verosimilmente, anzi logicamente, non sarei io; allora pure tutto questo risulterebbe una sterile invenzione e perderebbe di significato. Neanche quel terzo lui che m’è parso così idoneo sotto il pergolato esisterebbe se non fosse per me, che sono esattamente così! Senza Eco che ha ripetuto instancabile il suo nome, Narciso sarebbe solo un segaiolo morto da pirla! Lui morirebbe annegato nell’anonimato, senza di me! Sono le 18:00: è il playtime inoltrato. È ora di… licantropare! Pertanto sono indispensabile. Non mi posso nullificare. Devo agli altri molti favori e molte licantropate. Accetto e mi distolgo dalle sudate carte. A lui non ho chiesto né detto nulla ma da lui ho presa licenza; davvero non ho più nulla da dirgli. Titubo sul fatto che una parte di me, quella che mi odia e che l’ama, continuerà a nutrire le false speranze di sempre; e che non accetterà il procinto della fine. Figurarsi La Fine! Senza quelle speranze che la pungolano non saprebbe come fare. Lei deve amarlo a tutti i costi! Da una parte l’autodenigrazione della colpevolizzazione, dall’altra l’illusione vana. Sono due pensieri che nel mio cervello ci stanno stretti come lottatori di sumo in una cabina telefonica. Ma non perché il mio cervello è troppo piccolo… Non posso scegliere a simili condizioni: non c’è l’opzione “minore dei mali”! Avere scelta comporta tre possibilità: con una non si ha scelta; con due è il dubbio; con tre il potere di scegliere. Tre è il numero perfetto. Ci deve essere un’alternativa ad una simile aporia. Ci deve essere una terza via. Ho 250 chilometri di tempo per trovarla.
28 agosto
Siamo arrivati in Galizia, a O Cebreiro per la precisione: tappa fondamentale del Cammino, terza per importanza dopo Santiago e la Cruz de hierro. Caratteristica la presenza delle pallozas, le antiche case dei pastori della zona costruite in pietre e paglia il cui fascino è però un po’ deturpato dai bar dai ristoranti e dalle botteghe di souvenir che le hanno (in parte) rimpiazzate. Resta gradevole nella sua estrema semplicità la chiesa preromanica di Santa María la Real: piccina, rettangolare e a tre navate, conserva il Caliz del Milagro che racconta uno dei miracoli più importanti della storia del Cammino i cui due protagonisti, un contadino ricco di fede e un prete incredulo, sono seppelliti uno accanto all’altro sempre qui, nei pressi di questa chiesetta. Come verso la Croce di ferro, anche sulla via per O Cebreiro me la sono giocata con lui. Anzi, ci sono arrivata con lui, lassù. Poi, uno dopo l’altro, tutti gli altri. Capita spesso d’arrivare insieme, noi due, o l’una appena dopo l’altro. Lui ha un fisico nerboruto e muscoloso, io le ali ai piedi e una volontà di marmo (wow! Anche i glutei mi si stanno marmorizzando!); allora siamo quelli che viaggiano più spediti. I più veloci tra gli storpi! I più forti. I miei piedini stanno bene, non bene come quindici giorni fa ma s’è quasi tutto seccato. Non lacrimare sangue è cosa sommamente gradita, lo assicuro. Il mignolo è tornato ad essere un mignolo, anche se blu. Tipo quello dei puffi. Resta la pubalgia, ma per quella credo non vi sia rimedio. Non posso nemmeno più farmi di anestetici o mi si forerebbe pure lo stomaco (che è già un giocatore di baseball che punta dritto all’ultima base)! Prego pertanto mi si conceda un po’ di tregua, ogni tanto. Se non dovesse essere, pazienza, non ci sono problemi. Non c’è soluzione perché non c’è alcun problema. Stringerò i denti: ho imparato a farlo talmente bene che nulla potrebbe trapelare dalle mie labbra. Ho studiato come fare proprio per evitare il rischio che, in alcune occasioni, il cuore mi balzasse fuori dalla bocca. Non vomitare il cuore è cosa altrettanto gradita. Mi sono in definitiva fatta forte anch’io: lego la benda più stretta e stringo i denti. Fortunatamente, sulla via per la Croce di ferro non ho avuto disturbi di alcun genere, nessun acciacco. Non mi sono molto trattenuta sui dettagli di quella tappa, vero? Beh, ce la siamo giocata così, io e lui, come in Formula 1: avanti lui, appena dietro io; mi semina ma poi si ferma, a Foncebadón; lo raggiungo; «che fai? Continui?» mi chiede; faccio cenno di sì; poco dopo mi volto e vedo che anche lui è ripartito, è appena dietro di me; riesce a superarmi, non perché io decelero bensì perché lui accelera; gronda come un rubinetto; mi passa la bottiglia; bevo; dall’infossato ansimare si evince che stiamo fumando come delle ciminiere; cesserei d’amarlo se smettesse di fumare, quindi (poco) male. Eccola là in cima, la verga che s’erge fiera, e la croce. La valle è piatta e mesta, sotto. Più in alto di così non si arriverà, non in questo viaggio. È il massimo. È l’acme del climax. Sono contenta d’averlo ottenuto con lui. Gli dico «bravo», mi tira una pacca sulla spalla ma non ricompensa il mio sguardo. Ripago io la sua pacca e… e questi siamo in definitiva io e lui, insieme, ci riconosco: ovvero l’impossibilità d’avvicinarci più d’una pacca, di comunicarci più d’un bravo. Dietro a quel bravo, poi, tutte le mie stima e ammirazione perché, al di là del bene e del male, era esattamente così che avrei voluto vederlo camminare. Non come un ciecosordomuto. Né come un mulo. Tra il mio rispetto per lui e lui c’è sempre quel muro, ahimè, il muro che ci divide, l’incapacità di camminare insieme, l’uno al fianco dell’altra. Possiamo stare solo così: io davanti e lui dietro o viceversa. Inesorabilmente ci si approssima alla fine. La Galizia si porta via il resto: Navarra, La Rioja, Castilla y León. Pochi giorni ancora ed esauriremo anche la Galizia. Pochi giorni e saremo a casa. Non me ne capacito. Non riesco a credere che tutto si sia stemperato così, consumandosi, come la farina nel setaccio: sembrava eccedente ma poi, in una sfarfallata di ciglia, è finita. E l’impasto è ancora troppo poco denso. Come mai? Non sarò una gran cuoca. Oppure mi sbagliavo nel confidare in inesauribili quantità di farina. Ci sono le dosi da rispettare. Il vento soffia: tira sempre un gran vento, qui, che si porta dietro tutto recapitandolo non si sa dove. Anche le interminabili giornate volano. E io non riesco a risolvere in una sintesi l’irrisolvibile contraddizione di giornate vissute fin dentro il midollo che evaporano. Non me lo so spiegare. Oppure esigo spiegazioni e, allo stesso tempo, non le voglio ascoltare. Dalle 5:00 alle 23:00 (se non addirittura dalle 4:00 alle 24:00) senza sosta, giornate intiere, corpose e carnali, si susseguono; giornate che fanno assaporare l’essere vivi e che entrano dentro come un’iniezione sottocutanea, poi circolano per l’organismo. Sono giornate sottocutanee queste. Eppure (tras)corrono esattamente come quelle di laggiù, in pianura, a casa. Il Cammino sta per finire e io sono felicissima. Tale mi sento, veramente, con l’issimo. Benedico quel non so chi ha dettato per me questo viaggio; verosimilmente fatto per caso: allora ringrazio la Casualità. Sono tristissima. Tale mi sento, veramente, con l’issimo. La fine della mia storia parla di addii che neppure vorrei ipotizzare, di distacchi al fiele, di strappi e lacerazioni che bruciano come la carne maciullata dopo 30 chilometri di sfregamento. È un macello questa fine. Alla Cruz de hierro siamo arrivati insieme e allora decido che, noi due divisi, l’uno davanti all’altra o viceversa, lì rimarremo. Per parte mia, mi piace tanto l’idea di rimanere in tutti quei luoghi ove gli elementi di un essere si logorano come un abito liso, in tutti i sinistri crocevia tra ciò che esiste eternamente, ciò che fu e ciò che sarà. Pertanto lascio pezzi di me ovunque in una sorta di cerimonia della svestizione. Dalla Cruz de hierro ha ufficialmente inizio la nostra separazione. I ricordi che mi porterò dentro mi riscalderanno il prossimo inverno, lo so. Ne faccio tesoro eppur non mi rincuoro del tutto. Si dice le cose dolorose siano spesso elettromagnetiche. Invece non ne sono niente elettrizzata. Oggi, verso O Cebreiro, una morsa mi stringeva la bocca dello stomaco, mi mancava il fiato, mi venivano le vertigini; la salita tirava da impazzire; ho sputato fuori tutta l’aria che avevo in corpo e col diaframma contratto ho cercato d’inspirare nuovamente, ma non ci sono riuscita: ho emesso un verso che sembrava il gorgo d’un lavandino otturato; allora mi sono dovuta fermare a bere; quando sono ripartita mi ha sorpreso la pubalgia, puntuale e prevedibile il giorno seguente la Cruz de hierro; la gamba s’è irrigidita, non riuscivo a piegarla, zoppicavo e mugugnavo, com’era possibile non fossi ancora svenuta? Com’era possibile camminare ancora, così? Come facevo a reggermi in piedi? Tutto fattibile, invece. Avanzavo. E vi dirò di più: non si trattava di un ordinario deambulare: mi sentivo bene, pregna, paga, adempiuta. Oggi è andata esattamente così: istante dopo istante si sperava che, al dosso successivo, la via s’appiattisse; ma non succedeva. Altro salitone intransigente per arrivare ad uno dei luoghi più carichi di spiritualità di tutto il Cammino. “L’arrivarci costa il suo tributo di sforzi e pazienza! Ma la fatica, come al solito, è ricompensata”. Il nome del posto trae origine da alcuni insediamenti romani; ma si dice anche derivi dallo storpiamento di febbraio, il mese in cui avvenne quel qualcosa d’importante, quel miracolo. Anticamente era il passo più difficile dell’intera Rotta, ora no ma di certo la salita è la più ripida. “La salita, in principio robusta, si addolcisce e, seppur sempre in lieve ascesa, si erge sulla valle sottostante: la vista è davvero bella”. La guida si serve sempre di quella fastidiosissima qualifica non sprecandosi mai più di tanto. In casi come questo dovrebbe. In questo caso, inoltre, neppure la dice tutta: nessuna delicata ascesa! La guida non è la Bibbia, insomma. Dai 700 metri di Las Herrerías, la parte più verde e rigogliosa dell’intero itinerario, siamo giunti ai 917 di La Faba, prati e pascoli sotto; poi ai 1.148 di Laguna de Castilla, l’ultimo paese del León. O Cebreiro non lo si vedeva ancora ma lo si intuiva. Il monte Irago era alle nostre spalle, ridotto ad un lontano ricordo. Poi ecco la pietra che segnala il limite provinciale e regionale: ecco la Galizia. O Cebreiro DOVEVA essere dietro l’angolo o saremmo venuti meno! Non lo era. Quindi salire al Cebreiro è stato come imparare ad andare in bicicletta: sali, spingi i pedali, cadi. Si va, si cade, si va, si cade, e così via finché s’impara a sfruttare lo slancio della caduta trasformandolo in ulteriore spinta. È stato insomma il momento in cui il Cammino ci ha fatto camminare: diventati Suoi strumenti, Lui ci faceva avanzare. Abbiamo imparato che è sempre stato Lui a regolare il nostro passo verso i luoghi che racchiudono i segreti del passato e del futuro, che contengono il tempo avvolto su se stesso come un nastro di raso. O una pellicola. Così abbiamo inteso che il lungo cammino che ci ha portati al Cebreiro sarà in ogni caso meno lungo di quello da fare una volta raggiunti i confini del mondo abitato, ai confini del tempo delle nostre vite. Una volta in cima ho visto il mare di nuvole dal quale ero emersa e, molto al di sopra della mia testa, un altro mare di nubi. La cima della vetta era schiacciata fra questi due mari. Tra loro anche un individuo, seduto sul muretto accanto alla croce con gli occhi fissi davanti a sé: senza guardare né in basso né ai lati, aveva il piglio di chi si prepara a saltare al di là d’un precipizio. Aveva un’espressione, non saprei nemmeno come definirla, triste e ostinata; fiera. Ecco. Fiero, aveva sfidato la montagna ed era arrivato fin lassù. Non era un alpinista: era un pagliaccio. E che fatica doveva aver fatto con quelle scarpe rotte! Perché fare uno sforzo simile? Ovvio: per raccogliere un fiorellino raro da donare alla donna amata. Io e quel pagliaccio avevamo molto in comune: anche lui era stato trattato come un pezzente, era stato deriso; eppure avrebbe rischiato la vita per uno stupido fiore. Sì: io e lui eravamo tristi e fieri, due eroi incompresi. Per un attimo ho pensato fosse una visione, poi ne ho riconosciuti la carnagione di buon tono e il pigmento. Era Michele. Ho pensato di spingerlo giù dal muretto, ma ho avuto paura di farlo fuori; e anche di lasciarlo andar via. Lungo l’ascesa avevo insolitamente desiderato d’averlo vicino per raccontargli del miracolo, per condividere con lui l’unica cosa che anche lui vagheggiava. Anche lui s’aspettava d’incontrare un angelo. Ma lui mi aveva seminata, ci aveva seminati tutti. Non appena mi ha avvertita (sfiatavo come una locomotiva), ha strappato gli occhi vasti e veloci dalla valle, s’è posato sulla croce e infine mi ha sbirciata piuttosto spaventato. Non si può mai sapere bene che cosa ha sulla coscienza o di che ha paura un tipo del genere. Guardandosi attorno con aria preoccupata ha scoperto che eravamo soli. Di colpo, io ho sentito tutta la stanchezza di quest’interminabile periodo di prove, di lotte e di lezioni come una morsa borchiata allo stomaco. Avrei volentieri vomitato, ma ho premuto i denti e l’ho guardato che mi guardava: aveva gli occhi d’un colore che non s’incontra mai, tutt’al più lo si legge nei libri.
«Non mi sento inchiodata su quella croce. Tanto meno ti vedo lì. Quella croce è vuota e così resterà» ho allora solo lasciato fuoriuscire tipo un rigurgito, d’un fiato.
Lui ha alzato gli angoli della bocca come per sorridermi ma subito s’è arrestato, perché ha cambiato idea oppure perché sorride solo così. Il sorriso del suo ego alter, ormai, è divinità lontana.
Tornando a proiettarsi mentalmente sull’altra sponda, ha detto «ho paura» con una voce pacata e assorta così dolce da stupire in un uomo grande e grosso come lui che mi ha fatto pensare ad un altro uomo grande e grosso come lui. «Ho una paura fottuta» ha ribadito come ad averci pensato sopra.
«Anche io. Ho paura della disperazione, ho paura della morte, ho paura di finire nel nulla» ho replicato raccontandogli molto di più di quanto avrei voluto: era colpa di quegli occhi.
«Ho percorso tutti questi chilometri per scoprire cose che già sapevo» ha continuato mentre toglieva di tasca un pacchetto di sigarette che ha aperto mettendosene in bocca una senza toccarla con le dita, «solo che erano difficili da accettare».
«È un bene che tu abbia recuperato il termine difficile», solitamente non se ne serviva, per lui nulla pareva essere difficile.
«Abbiamo fatto tanta fatica, e rischiato molto, per sapere ben poco».
Quello che diceva era impregnato di nebbia, come i suoi baffi di goccioline di sudore raffermo; forse perciò le sue parole suonavano più sagge di quel che erano; oppure erano sagge e basta.
«Sei talmente forte che potresti uccidere senza volerlo. Sarebbe ora che ti rendessi conto della forza che hai, no?»
Un sorriso impercettibile gli era di nuovo affiorato sulle labbra strette attorno al filtro che succhiava con malavoglia, come fosse smodatamente piccolo da tenere in bocca o fra le dita.
«Troppo tardi» ha sancito lui riappropriandosi del suo destino d’uomo, «non sapevo cosa farmene della felicità. Allora l’ho gettata via».
Aveva parlato prima osservando la croce spoglia e poi rivoltandosi alle montagne, libero d’andare dovunque fra quelle cime sopra la sua testa e sotto i suoi piedi.
«Lo sai che qui è avvenuto un miracolo?»
«Quale?» mi ha chiesto incurante.
«Il miracolo di trasformare le cose che fai in quello in cui credi».
Mi ha sbirciata scettico. Sì, lo so, anche io ho sempre pensato valesse il viceversa: eppure gliel’ho detto come veramente credessi nei miracoli, nelle cose impossibili che l’uomo è capace d’ottenere nel corso della vita. Del resto, quelle alte vette sembravano essere lì apposta per sfidare l’uomo, e che l’uomo esisteva soltanto per accettare l’onore di una sfida come quella. Insomma, verrà il giorno in cui saremo ancora orgogliosi di noi stessi! Ciò volevo dirgli. Lui ha alzato gli angoli della bocca come per sorridermi, ma subito s’è arrestato perché sorride solo così. Poi è arrivato Jacopo e, in fila, l’uno dopo l’altro ad intervalli regolari d’un quarto d’ora, il Cecco, Matteo, la Ile e Carlo. A Santiago 153 chilometri: le lunghezze si riducono, i tempi si contraggono. Abbiamo sbagliato qualcosa nella programmazione della secadora, probabilmente, perché tutto s’è ritirato. Il Cecco non smette un istante di farmi notare quanto si sono ristretti i miei pantaloni: «madonna che trash, ti si vedono le mutande con le ciliegie!» Che la piantasse di guardarmi il culo, allora! Da qui in poi, ogni 500 metri, è la diligente segnalazione della distanza da Santiago (giusto per far montare l’orgoglio, o l’ansia): the final countdown. Nelle orecchie, però, Carrie degli Europe. ¡Qué lástima! Non l’avrei messa, nella mia playlist. Ascolto ancora gli mp3 di Carlo perché la mia musica mi suona stonata.
Ore 17:30
Siamo a 1.300 metri. Stanotte dormiremo a 1.300 metri sopra il livello del mare in un luogo magico avviluppato nella nebbia. L’edificio in cui pernotteremo non ha nulla di sorprendente: è un parallelepipedo di mattoni senz’arte né parte. Eppure ha un’aria solenne, come se in questo luogo fatidico si deciderà il nostro destino. È la solennità della semplicità, probabilmente, antipodica rispetto alla baroccheggiante del pomposo rococò e all’imponente dell’autorevole gotico. “La memoria di questo luogo vi rimarrà nel cuore”: mi fido della guida. Però, per scrupolo, ho inciso il mio nome sulla panchina fuori dall’albergue (umidissimo, per giunta). Ho pensato che, così, anche la memoria di me sarebbe rimasta nel cuore di questo luogo. Un promemoria, ecco. Ho inciso il mio nome sulla panchina all’entrata dell’albergue mentre lui mi copriva da sguardi che non avrebbero approvato; e dopo che lui aveva fatto lo stesso col suo e io con gli sguardi eventualmente disaccordi. Chini l’uno sull’altra, i nostri respiri si sono confusi e i miei capelli sciolti gli si sono riversati sulle mani. I nostri due nomi rimarranno dunque qui, l’uno accanto all’altro, graffiti tatuati sulla panca del rifugio di O Cebreiro. Volevo un NOI VICINI. Era l’unico modo per averlo. Mi rifiuto di portare avanti i nostri due nomi uniti come i cavalli di Isabella la Cattolica si rifiutarono di proseguire oltre Pereje. Oltre Pereje i miei sentimenti non andranno e noi due rimarremo seduti su quella panchina avvolta nella nebbia. D’ora in poi solo terrò d’occhio la nebbia della Galizia aspettando che diradi, come il gatto fa col topo; per il resto, gli occhi mi serviranno né più né meno che se fossi sepolta a diverse miglia di profondità sotto un mucchio di bambagia. Questo significa essere ciechi? Dover soppesare nella mano ogni parola, ogni intonazione, ogni fiato? Cercare sinonimi che, alla fine, suonano tutti come una cattiva poesia? Cecità: cercare sul vocabolario. Sarà la bambagia, non so, ma ho un morso allo stomaco, simile ad un pugno; ho il fiato corto; non respiro; le vertigini; il formicolio alle mani; svenimenti e perdita d’equilibrio. Atassia. Come stamattina: non ce la facevo più; fanculo, mi sono fermata. Jacopo mi ha aspettata al recinto dei porci per esortarmi: «dai!» Questo per dirvi l’unica cosa che mi sento di dirvi: dai! Non abbiate paura. Ce la si fa sempre. Forse, in cuor vostro, lo sapevate già. Sì che lo sapevate! Ciascuno di noi sa già tutto prim’ancora che gliene si parli e i racconti migliori sono proprio quelli che vi dicono ciò che già sapete. Certo le cose avrebbero potuto andare meglio, per me. Anche per voi, magari. Ogni cosa può migliorare. Mi sento un’eletta per l’esperienza vissuta. E una perseguitata anche, angariata ingiustamente per un sentimento che non meritava d’essere strapazzato così. Mi chiedo, vi chiedo: che me ne farò di tutto questo amore una volta a casa? Non so, ma ho imparato un’altra lezione da questa storia: che l’amore non richiede d’essere ricambiato fintanto che ce n’è abbastanza intorno. Avrò abbastanza amore per tutti e due? In quanto a mano scrivente (e non a professione), sono io la scrittrice. Sono dunque io l’esperta del cuore: se ami abbastanza non hai bisogno d’essere amato a tua volta. Questa è bella, neh! Ma credo davvero che l’amore si possa misurare? Che si misuri a volume, come la cerveza? Che se uno ne porta una cassa l’altro può venire a mani vuote? A mani vuote, a cuore vuoto? Non so. Lo scoprirò. Eppure, vi ripeto: allo specchio, al mattino, col naso ustionato dal sole, i capelli arruffati, baffi e sopraciglia in crescita esponenziale (è l’anarchia!) e una fiatella da lama (aglio e cipolla li mettono anche nel caffelatte, qua) mi trovo bella, sana e forte. C’è dell’amore anche per me: questo conta davvero. Che poi le parole d’amore, che sono sempre le stesse, prendano il sapore delle bocche da cui escono e quindi, in questo caso, sanno d’aglio e cipolla, non stiamo a puntualizzarlo. No, dai! Domani, boh, chissà… Le cose sono più semplici di quanto sembrano, solo che lo si capisce quando si arriva in cima. Dalla cima tutto pare d’una semplicità terrificante tanto da sentirsi degli idioti ad aver pensato fosse cosa difficile. Lo si capisce solo alla fine: non potrebbe essere altrimenti, o valuteremmo male le nostre capacità. Perciò le vette si devono guardare dal basso. Ma una volta risolto, ogni problema non è più tale. Tutto ciò è un po’ una fregatura, concordo, e l’avvenire rimane un mistero. Beh, se il passato è passato e il futuro non è ancora arrivato, è corretto pensare che tutto quello che conta sia qui, adesso. Pertanto, di tanto in tanto, vorrei ancora dirvi quanto è bello (…) vedere tutti questi posti, paesaggi sconfinati, cieli che paiono d’acqua, paesi che mai avrei pensato potessero esistere nel XXI secolo; nel XXI secolo, di una grande metropoli si può comprare solo un pezzo: ma un paesetto tipo questi lo si può comprare tutto, imballato in una scatola col nastro! Vorrei raccontarvi ancora del senso di libertà e onnipotenza che perdura muovendomi verso un futuro inconcepibile d’orizzonti impalpabili. Vorrei farmi fotografare ancora (egocentrica!) mentre corro tra i campi per farvi vedere come sono stata felice correndo tra i campi. E a lui, che se le cose fossero andate diversamente non sarebbe stato qui, vorrei dire che neanche io sarei stata qui se lui non fosse stato qui. Sono qui per sbaglio anche io. Quindi non potrei sbagliare nell’insistere a voler raccontare perché racconto un errore. Non posso comunque continuare a scrivere, gli altri mi staranno cercando per il playtime. Vorrei solo avere la certezza che anche voi siate riusciti a sentire l’energia che qui desta fiducia anche quando pare che di motivi per essere fiduciosi non ve ne siano affatto. Ma guardate là che tramonto mozzafiato! Le tonalità cromatiche sfumano l’una nell’altra, dal nero al blu al viola fino all’arancione della valle lontana; il sole galleggia avvolto da bianche nubi mentre trionfa la notte, che s’impossessa di una gran fetta della volta celeste; lassù cominciano a strizzare l’occhio tante stelline lontane; e laggiù giace la pianura ancora bagnata dagli ultimi raggi di luce. Tra poco arriverà la luna come una sposa dal lungo velo. Vorrei travasare la speranza che ho dentro in un’ampolla di cristallo per portarvela a casa e farvi una trasfusione, col mio sangue, nelle vostre vene. Vorrei una fiala di cristallo invece che queste pagine. Se l’avessi m’impegnerei a non infrangerla durante gli ultimi chilometri che mi restano da percorrere. Come una promessa: continuerò a scrivere. In qualche modo, anche se talmente labirintico che la mia mente fatica a procedere, il bisogno che ho di amare e di raccontare storie (un garbuglio di carte sul tavolo, in poche parole) sono collegati. È un bel banco di prova per le mie meningi, come le licantropate. Metto la macchina del pensiero a tutta birra e mi abbandono al piacere di mille congetture.
Ore 21:30
Mentre spasimavo pei sapori astrali dei miei vorrei, il Cecco pel pulpo a la gallega. Quindi tutti ad ingozzarci di pulpo a la gallega (che in verità era un pulpo al chorizo)! Indigesto è stato soprattutto il continuo complimentarsi di Michele, in comunella con Matteo, con la fascinosa camarera, fattualmente un cesso ma con una voce da sirena, dicevano. In Michele sopravvivono le passioni di Samuele, e pure le sue ossessioni: anche Samuele era fissato con le cameriere. Ad ogni glorificazione corrispondeva una mia sensazione sgradevole, qualcosa di simile ad una colica allo stomaco. Ho cercato di convincermi fosse solo una questione di digestione, l’avevo già avvertita con la paella qualche giorno prima, non potevo sbagliarmi. Avevo una nausea tremenda e un ventre duro come un pallone da basket. Invece era tensione: il polipo s’insinuava negli anfratti del mio apparto digerente allungando i suoi tentacoli elettrici fin dentro lo stomaco, poi tentava di risalire scalandomi il duodeno. «Che voce, che fascino, che carisma!» E continuavano ad ordinare pulpo su pulpo. Dentro mi zampillava acido cloridrico puro, avrei urlato così forte da farmi saltare una coronaria! Invece ho di nuovo ingoiato bile orticante. La sola cosa che potevo fare era di vomitarle il suo cazzo di polpo nel cesso. A rigurgito concluso, m’è rimasto in bocca il riflusso dei miei vorrei. Saranno stati tutti quei miei vorrei a farci venire in mente la notte di San Lorenzo? Sta di fatto che dopo ci siamo messi tutti col naso all’insù a guardare il cielo. Qualcuno dice d’aver visto una stella cadente. Io no. Pazienza, tanto non ci credo: la semplicità del fanciullo convinto che le stelle siano buchi nel firmamento dai quali traspare la luce eterna la preferisco mille volte a tutte le vacue ciarle della scienza dell’universo. Il regno dei cieli è per chi assomiglia ai bambini, mica per i pomposi scienziati! I miei vorrei probabilmente rimarranno tali: condizionali. I desideri sono il cinematografo degli indigenti, una variazione sul tema delle stelle cadenti. Ma mica è detto che i desideri divenuti realtà rendano felici perché é piacevole anche solo desiderare. L’ho pensato mentre con Jacopo e Michele ci si fumava una sigaretta, sempre col naso all’insù: ogni sigaretta può essere accesa con quella precedente. Quindi, purché vi sia sempre una sigaretta accesa, c’è anche la promessa di una successiva: l’estremità infuocata di una sigaretta è il seme della continuità; se il cielo è sempre illuminato da una sigaretta c’è sempre speranza. Una sigaretta è la candela della speranza. Per i non fumatori (anche se qui non c’è ancora la legge che vieta di fumare nei locali pubblici) vale uguale: basta usare le fiaccole. Intanto la notte ha invaso tutto, portando con sé i terrori dell’uomo.
29 agosto
Siamo a Samos, 10 chilometri dopo Triacastela, un abitato rurale sorto dove molto tempo fa un grande re, Alfonso X, aveva sognato d’ergere una città immensa. Ci siamo fermati 33 chilometri dopo i nostri nomi incisi vicini sulla panchina del rifugio di O Cebreiro: ho scelto proprio un bel posto dove lasciarci, un luogo festoso e leggero eppure arcigno sotto il cielo cupo di terre settentrionali e sopra ampie vallate coi pascoli attraversati da viottoli verdeggianti che s’arrampicano e poi ridiscendono gli irti pendii tra lo scampanare degli armenti. Non ho mai ascoltato così tante vacche tutte insieme! Quel suono metallico è pacifico, ingenuamente musicale; chiaro e indisturbato, se ne sta a frullare nell’aria vuota e rarefatta dell’alta montagna. Credo staremo in pace, lì, in quel luogo, noi due. Finalmente avremo un po’ di pace. Di quiete. Il percorso di oggi è stato un botta e risposta di pascoli e fitti boschi. La bellezza antica e bucolica dei piccoli villaggi in pietra mi è molto d’aiuto. È un dono per i viandanti come noi. Qualche abitante. Pochi. Pochi servizi. Pochissimi. “Un altro tempo” dice la guida. Io è da mo che lo dico. Un altro tempo: data documentata 29 agosto 1305. Un altro stile di vita. “Quanto resisteranno ancora questi luoghi alla globalizzazione imperante?” Ce lo chiede la guida ma non sappiamo rispondere. Allora ci godiamo ogni giorno in questa verde regione dal clima decisamente anglosassone. Il tempo è un’altra volta mutato: da un giorno all’altro s’è fatto nebbioso. Autunnale. Ai 665 metri di Triacastela, in uno dei rifugi, si narra esistesse un locale adibito a prigione dove ci finivano i pellegrini dal comportamento non degno. Allora, se per davvero fossimo nel Medioevo, ci saremmo finiti anche io e Jacopo, che oggi siamo saltellati giù da O Cebreiro cantando a gola squarciata, irriverentemente zigzagando tra i pellegrini più lenti e debilitati. Abbiamo cantato da principio sottovoce, a bocca chiusa; poi a ugola spiegata; quando l’attacco era troppo alto si arrivava in falsetto alle note di testa; e se la memoria ci tradiva, abbinavamo alle melodie sillabe qualsiasi e vocaboli senza senso che lanciavamo in aria con labbra stridule e teatrali movimenti delle braccia. I lemmi inventati avevano quantunque un significato, seppur assurdo: significavano il nostro modo di comunicare con le cose del mondo. Era il dono delle lingue: parlavamo coi tronchi d’albero, con le pozze d’acqua, con le foglie e coi rampicanti, un esercizio che di solito si insegna ai bambini ma che gli adulti poi non praticano. Sentendoci, di sicuro qualcuno avrà pensato che alcuni pellegrini arrivano pazzi alla Cattedrale; ma non ci importava: era la celebrazione della vita, per noi, quella. Era il nostro personalissimo Esercizio della Danza. Gli altri, o meglio, il Cecco e Michele (visto che Matteo l’Ilenia e Carlo erano rimasti molto indietro) si sono vergognati di noi a tal punto da prendere un altro sentiero. Quando difatti abbiamo proposto loro l’espediente più breve, ossia di abbandonare la carretera e scendere giù per la mulattiera, ci hanno guardati di sghimbescio come a voler dire: sì sì, andate pure avanti voi, che noi si prosegue per di qua! Che quei due pedanti si facessero pure rauchi a furia delle loro vane logomachie. Noialtri meno cavillosi abbiamo inforcato la scorciatoia scoscesa preferendo la raucedine dell’estrosità. Quantomeno ho avuto la prova che non siamo nel Medioevo, o io e Jacopo saremmo finiti in prigione. Siamo invece in un monastero. Rilucente il suo colpo d’occhio: ne è insomma valsa la pena dei 5 chilometri in più, suggeriti chiaramente da me, la masochista. Gli altri non sono molto pii, ma ormai so che è sufficiente ingolosirli con la ghiottoneria di un pernottamento in una chiesa o in un monastero che il sollucchero li pervade; soprattutto il Cecco e Carlo che allora mi seguono fedeli; anche quel golosone di Jacopo, è capace di liberarsi in un secondo da tutte le sue brume illuminandosi come una lampadina: piuttosto blasfemo, l’idea d’arieggiare in un cenobio gli solletica il palato addirittura più della garanzia d’una ghiottoneria! La Ile, che di certo non è me che seguirebbe ma quell’altro e fino in Machupichu, non ha opposto resistenza visto che a Michele va sempre bene tutto. Una badilata di merda fumante in testa? Va bene! Va fatta eccezione solo per Matteo, che mi avrebbe voluto prendere a bordonate. Non lo ha fatto solo perché è uno intimamente buono. Il più pio, direi. Quindi eccoci al monastero di Samos. L’abbazia ci è apparsa così: seguendo alla sinistra della cittadella di Triacastela un sentiero che procedeva in piano e poi scendeva, siamo entrati in un bosco di conifere d’alto fusto. In principio, io avevo ripreso a saltellare: l’unica canzone decente della playlist di Carlo, Footloose, era irresistibile; quindi mi sono rimessa a cantare, nonostante il Cecco alle calcagna che seguitava a dire scotendo il capo: «che vergogna, che tresciata» (come dargli torto, non mi sono risparmiata neanche ¡A la mierda! degli Ska-P)! Una volta immersi nel fitto del bosco ci si siamo nuovamente sparpagliati: gli alberi, i cui alti rami s’intrecciavano, formavano una fitta volta di verzura. Intrighi secolari stampavano sul sentiero vaste macchie d’ombra creando l’effetto d’un corridoio misterioso, anzi tenebroso, al di sopra del quale il sole metteva una luce viva di stella. Via via che si procedeva, la meraviglia silenziosa ci strappava riverenti esclamazioni. Le cortine di pioppi s’alternavano a fitte compagnie d’olmi e noi tutti siamo stati pervasi da una sensazione di rispetto (così io ho smesso di cantare). Il budello non finiva mai e noi null’altro potevamo fare che immaginarci il monastero invisibile; e più il sentiero s’allungava più aumentava il nostro ossequio: ci sentivamo sempre più suggestionati, ad ogni passo, dalla tranquilla e regale maestosità di quella tenuta. Poi, seguendo un ruscello alpestre che s’era intersecato coi nostri passi scendendo dalle alture di destra, siamo usciti dal folto e ci siamo trovati di sorpresa al cospetto d’un magnifico scenario: dopo il gomito del sentiero, tra il pendio e la parete del monte, tra i pioppi rugginosi frustati dai raggi del sole, è avvenuto il prodigio del monastero di Samos che è comparso in una celestiale inquadratura d’armistizio. Tutti ci siamo arrestati, uno dopo l’altro, conquistati dall’altera grandezza delle sue larghe scalinate, dalle finestre della sua facciata, dalla vastità delle sue ali e dall’altezza delle sue torri coi mattoni inquadrati da cordoni di pietra. Il friabile mutismo è stato rotto solamente dalle locuzioni del pio Matteo: «se quello lì non è il monastero, quanto è vero Iddio lo costruisco io!» Pochi lemmi a sintetizzare quello che tutti avremmo in realtà voluto dire. Eh già… la fine è davvero prossima se nemmeno un simile piano sequenza ci rabbonisce più. Ovvio è che io non smetterei mai di scriverla, questa storia. La scrittura è fatta tutta di ripensamenti, di visioni e revisioni: se una parola scritta non ha il tono giusto, la si può cancellare e sostituire con un’altra. Se un brano non convince, lo si strappa e si riparte da zero. Non è così coi discorsi. Però capisco anche che, ad andare avanti di questo passo, ad infinituum, saremo tutti morti di noia prima d’aver raggiunto la conclusione! Non sono più i tempi del romanzo ottocentesco e delle epopee, questi (se non altro per la crisi del mercato editoriale e l’impoverimento del pubblico dei lettori). Inoltre non sono nemmeno sicura di non vedere complicazioni dove non ce ne sono, per amore delle storie che scrivo. È pertanto doveroso che noi sette protagonisti di questa storia (in)finita si venga alla fine. Sarei tentata di continuare almeno fino al lieto fine, che non è quello dei “nonostante tutto”. Ma siamo troppo stanchi. Nonostante tutto, la fine non la si può più procrastinare. Per farmi coraggio, recito la mia personale giaculatoria: sono nata (nonostante tutto); sono sopravvissuta (nonostante tutto); sono felice (nonostante tutto). Serberò il mio inconfessato lieto fine nel cuore. Ah… quanto l’ho amato, nelle note dei suoi mp3. Ci trovavo la spiegazione e la conferma di molte cose. Mi viene il sospetto d’essere affetta da apophenia: sono decisamente propensa a creare relazioni inconsistenti tra dati non collegati fra loro. Tuttavia, l’ultima parte del Cammino mi va di farla coi suoi mp3 nelle orecchie, come all’inizio (che Carlo si riprenda la sua musica!). Nelle musiche di Michele, in fondo, non c’è nulla di nuovo, nulla di più di quello che il mondo pensa e crede in generale. Il fatto è semplicemente questo, però: che il mondo non se ne rende conto e non vuole confessarselo. Lui sì, lui lo ha fatto: noi si va cianciando a proposito della nostra civiltà e della nostra umanità, ma quelli fra noi che non spingono l’ipocrisia fino al punto d’ingannare anche se stessi sanno che sotto le nostre camicie inamidate cova intatto il Selvaggio, con tutti i suoi istinti. Michele è un selvaggio. Arriverò alla fine coi suoi mp3 e sui miei due piedi: il tallone sinistro sembra l’action painting d’un avanguardista pop, il mignolo destro la carne macellata di Bacon. Per fortuna ho solo due piedi, destro e sinistro. E coi due piedi che ho, destro e sinistro, passo destro, passo sinistro, arriverò. Ad ogni passo, le novelle calzature mi ripetono che ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio, e che il cerchio in nessun luogo è mai chiuso. Passo. Destro. Passo. Sinistro. Passo. Vecchio. Passo. Nuovo. Passo. Passato. Passo. Futuro. Sono perfino curiosa di sapere cosa mi racconterò nella prossima storia! «Hai già pensato a cosa scriverai nel tuo prossimo libro?» mi domandò Michele sotto il pergolato di Pereje. No, non ci ho pensato. Sono per intiero pignorata qui, tra queste righe e lungo questi sentieri. Ora solo seguo le frecce per Santiago, ma i soli libri che riconoscerei come miei sono quelli che ancora devo scrivere.
Ore 19:30
Nonostante tutto, Michele mi ricarica. Se è vero che mi tocca più spesso (e volentieri) di prima, allora è anche vero che mi rigenero, come le pile ricaricabili: mi riciclo quando mi prende il braccio e me lo tira, quando mi mette a posto i piercing alle orecchie, quando mi dà pacche sulle spalle. Però ogni mattina la sveglia suona, la fatica è sempre più ingombrante, lo zaino più pesante e il collo più rigido. A fine giornata non ci sono più energie. C’è la notte: come per il cellulare, ogni sera cerchiamo delle prese libere alle quali attaccarci. Dormire accanto a lui è la mia presa della corrente. A volte c’è, è libera. Altre no. Stasera c’è. S’è messo in cima. Si mette praticamente sempre in cima. Io neppure abbisogno più di scusanti, a questo punto il mio chiodo fisso è noto. Ci ho provato a soprassedere. Inutile. Mi sono dunque posizionata con indifferenza, «posso?» gli ho però chiesto certa che, pur essendo lui uno schietto, non avrebbe avuto l’ardimento di dirmi di no. Che sia un codardo? Comunque sia, io ho fatto la consueta bieca figura della frigna; tanto, mi dico, non mi resta davvero più niente da perdere. Non è complesso regolare la propria vita quando non si ha più niente da perdere. Ho perso un paio di mutande (devo averle lasciate a El Acebo) e i fuseaux (a Boadilla, suppongo); lo smarrimento di sigarette e accendini è all’ordine del giorno da giorni; per fortuna, non è toccato a me di smarrire il fumo. Nondimeno sul serio non c’è più niente da perdere (a meno che non mi si dovrà amputare il mignolo per cancrena). Ho rischiato tutto, a tal punto posseduta dalla passione per le cose stupide ho perduto addirittura la forza del mio scetticismo. E sono diventata un’opportunista, penso solo al mio bene. Eccetto quando ieri lui s’è voltato tutto sudato e assetato, la bottiglia dell’acqua gli era caduta mentre correva (anche lui ha perso tutto, pure il fumo), «hai da bere?» Io gli ho ceduto la borraccia, per l’arsura mi si è incollata la lingua al palato ma «tieni, finiscila pure, tanto non ho sete» gli ho detto passandogli la mia fiaschetta. Sono l’egoista per antonomasia, m’importa solo di me. Tranne un mattino quando, mancando lo zucchero da mettere nel latte (a lui piace mooolto dolce), ho sacrificato alcune delle bustine destinate alla mia collezione mettendole a sua (completa) disposizione: me ne ha consumate sei, senza ritegno, tanto la mia è una raccolta da scimuniti! Ha finito il tazzone di latte mooolto dolce in un unico sorso, col puntuto pomo d’Adamo che andava su e giù, ha sbadigliato e s’è alzato in tutto il suo metro e novanta, «ah!» Vengo sempre prima io. Escluso quando, una sera, abbiamo ordinato la stessa pietanza, che ci hanno servito su un unico piatto, una dozzina di calamari, avevo una fame che ci vedevo doppio, che i calamari fossero sei? Lui ci vedeva quadruplo, il licantropo! «Dai, mangia!» Io ho finto un colpo di tosse per coprire il rantolo che mi era partito dalle viscere ma «tieni, finiscili pure, tanto non ho fame» gli ho detto passandogli il piatto. Sono apertamente quella che sono sempre stata, un’individualista accentratrice, e mi prendo tutto quel che posso. Ciò che non posso avere, lo scancello. O lo lascio per strada. O nel campo di grano. Lui rimane il solo ad aprire un varco nella cortina di ferro del mio autismo, a rompere la mia latitanza e… le scatole! Tipo oggi: un pastore tedesco se lo voleva sbranare per colpa del mio lettore mp3 che lui si stava ascoltando a volume smodato, alle volte anche lui preferisce le voci gracchianti delle cuffie a quelle che ha in testa, graffianti. Ve la devo proprio raccontare questa! L’ho pensato subito, che sarebbe stata bella da raccontare non appena ne saremmo venuti fuori. Dopo un’esperienza simile, suppongo non userò più la parola “paura” con l’agilità con cui me ne sono sempre servita, inflazionandola. Neppure per finta avrei ipotizzato di metterlo a gareggiare con un canelupo; malgrado ciò mi sono ritrovata a vivere nella realtà una scena che nella fantasia era improponibile. Sembrava un western! Il cane si muoveva mostrando i denti; con le zanne scoperte, quel ringhio era molto peggio d’un guaito. Leggendo la debolezza nei suoi occhi, che non ho mai visto tanto acquosi, il cane gli si avvicinava. Il cuore gli menava cazzotti contro il petto, si vedeva, eppure Michele non sviava lo guardo, non doveva farlo o il cane l’avrebbe attaccato. Non ho mai visto i suoi occhi fissi in altri occhi così a lungo. La tachicardia stordiva anche me: sapevo che il pericolo maggiore di quella situazione era proprio la paura. Michele non doveva avere paura. A me, invece, la paura mi aveva strappato via il fiato, il mio cuore era un idrante e mi tremavano le gambe. Mi sarei gettata nelle fauci della fiera se vi fosse stato il rischio che il suo corpo potesse esserne danneggiato. Livido, Michele indietreggiava senza distogliere lo sguardo e il cane rallentava, pure lui senza staccare gli occhi dalla preda, che però ad un certo punto ha lasciato andare.
«Sei bianco come un cencio… Vuoi fermarti un po’? Vuoi un po’ d’acqua?»
«Cacasotto» mi ha detto, e ha ripreso a pinneggiare con lo stesso slancio di prima, tipo le sardine quando sopravvivono ad un attacco.
“Mille volte meglio cacasotto che un bastardo che se ne va senza una parola!” ho pensato. Ma, zitta, gli sono andata dietro. È stata veramente una fortuna che sia intervenuta la Provvidenza, non ce la saremmo cavata altrimenti. Una botta di culo! No, è blasfemo dirne in termini di culo: è stato un miracolo! Non uno di quelli a regola d’arte che vanno contro le leggi della fisica, ma sicuramente un miracolo; di seconda classe. Comunque, credo avrei avuto fifa in ogni caso (cacasotto!) anche se al posto di Michele ci fosse stato un altro, ma non PAURA! Lui è insomma l’unico ad avere su di me del potere: questa cosa mi rompe le scatole! Lo sento, l’ho negli occhi, nel cuore e nella mia carne tutto il giorno e tutta la notte. Mi rompe le scatole! Il mio bel-ami lo venero al punto di non avere più un pensiero che non sia per lui, di non poter più guardare niente senza vedere lui, di non poter pronunciare più una parola senza il timore di dire il suo nome! Non lo capisce questo, lui! Mi sembra d’essere presa fra due artigli, d’essere legata in un sacco, non so neanch’io. Sono sempre in pensiero per lui. Il pensiero di lui, sempre presente, mi stringe la gola, mi lacera qualcosa lì, nel petto, sotto il seno, mi spezza le gambe da non lasciarmi più la forza di camminare. E rimango come un’ebete tutta la giornata, pensando a lui. Che rottura di scatole! Sei giorni e sarà tutto finito. Anche per voi, che vi sarete rotti le scatole. (Solo) due settimane sono (già) passate eppure a noi tutti pare di vivere così da sempre: noi tutti non ci si riesce più a riconoscere nelle vecchie abitudini; si fa fatica a pensare a com’era prima, senza: senza gli zaini da rifare e le tappe da definire; senza i cerotti, le fasciature e le medicazioni; senza quel dolore costante che batte sempre lì, insistente. Ci dovremo ridefinire, tra sei giorni, come se mai fossimo stati pellegrini e come se sempre fossimo stati normali cittadini. Peccato, proprio adesso che avevo trovato il modo per riavvolgere il sacco a pelo in meno di un minuto: ne faccio una palla e lo ficco nello zaino! Se manca l’attitudine s’aguzza l’ingegno, no? Oppure è solamente una questione di circostanze favorevoli, ossia che dopo aver rispedito a casa gli scarponi nello zaino c’è più spazio. Comunque sia, mi dico: ma la vita laggiù, in pianura, vista così dall’alto, non è falsa? Il vero non è solo quassù? Sarà un rientro nella menzogna? Mi stupisco all’idea che laggiù, da voi, in pianura, non si sappia nulla dell’arte del sacco a pelo né dei regolamenti dei pellegrini. Com’è possibile dormire sotto le coperte sopra un lenzuolo? Io non ve lo so dire, a parole intendo (siamo alle solite), quanto il rientro mi spaventi. Potreste mettermi una mano sul petto oppure pigiare con le dita i miei polsi; e io potrei concentrarmi sul fatto che fra sei giorni dovrò rincasare e allora voi sentireste i miei battiti cessare. O accelerare a tal punto da detonare. Ma chiedetemi se ho paura! Non rispondo d’impatto bensì lascio che suoni la sveglia: fido cell immancabilmente fionda al suolo per lo shock (la sveglia è l’unica cosa alla quale non ci siamo abituati), mi lascio precipitare giù dal letto pure io, al buio, quotidianamente rischio d’incriccarmi al suolo, mi sbendo mi medico e mi ribendo, sono tutta incartocciata e mi calo un Voltaren, poi mi bevo un Supradyne, mi fumo una sigaretta, chissà come sarà la tappa di oggi? Dov’è che mi farà più male? Ce l’ho sempre fatta e, anche quando non ce l’ho fatta, ce l’ho fatta. Allora no: non ho più paura. Ora posso trovare la terza via. A Santiago 124 chilometri. Ho 124 chilometri di tempo per trovare la terza via.
30 agosto
Siamo a Portomarín e meno di 100 chilometri ci separano da Santiago. I 100 esatti li si contano a Ferreiros. Non mi piace Portomarín: non resta quasi nulla dell’antico centro medioevale di Villa Portumarini che sorgeva su entrambe le rive del río Miño. La nuova Portomarín fu costruita nel 1960, sopraelevata su un lago artificiale che si attraversa passando per un gigantesco ponte moderno. Non mi piace per niente quel ponte: sa di nuovo, di artificioso. Questo posto puzza di nuovo; non di novità, bensì ha quell’aroma pruriginoso delle automobili appena comprate. Abbiamo pure barato, non è una novità: abbiamo preso il bus; Matteo addirittura da Samos (gli sono comparse le prime vesciche dopo diciassette giorni ed è insorto; ora mi squadra basito i piedi, «come cavolo hai fatto a camminare per diciassette giorni?» Non gli rispondo, come non rispondo a mio nonno quando si stupisce e si lamenta d’avere mal di denti, a novant’anni! Però ho voluto mostrargli come medicarsi le piaghe: accovacciati piccini piccini ai piedi del monastero, «è semplice» gli ho detto, «fai questo piccolo movimento, guarda, così e non di più, e vieni avanti» e lui ha mimato le mie delicate manovre con la grazia di un elefante! Si trivellerà i piedi, ne sono sicura). Una novità invero c’è: abbiamo contraffatto il vero. Leggendo sulla guida che a Portomarín il rifugio riserva una parte dei posti a chi giunge direttamente da Samos, ci siamo diretti qui definendoci pervenuti dal monastero. Il sello giocava a nostro favore. «Non è una bugia! È una mezza verità» reiterava il Cecco sul pullman, suggerendo anche la brillante idea di bagnarsi alla fontana appena scesi per dar l’impressione d’essere sudati e stanchi. Quando all’ostello ci hanno chiesto se venivamo a piedi dal monastero, nessuno ha avuto il coraggio di dire di sì; abbiamo annuito: una bugia col cenno del capo è sempre una bugia ma è meno grave. ¡Mentirosos! ¡Vergüenza! Abbiamo mentito e neppure a fin di bene! ‘Sto posto puzza di modernità! La verità è questa, a voi la dico: abbiamo camminato fino a Sarría e poi: basta! Quei 15 chilometri non finivano mai. Le lancette non si muovevano. Era come si dovessero far strada nella colla. Anche per noi è stato così: ci pare di dover camminare nel vinavil, adesso. La normalità, che certamente si strazierebbe di 15 chilometri a piedi, si sta rimpossessando di noi, ci sta raggiungendo, ci siamo fatti troppo lenti! Per di più, i segnali dopo il monastero si confondevano (è una deviazione poco battuta), gli alberi si piegavano sulle stradine allungando i rami come a volerci afferrare, e ci siamo persi. Ancora una volta sono stata io l’artefice delle complicazioni che hanno contorto la marcia. Avevo ragione: tendo a complicare le cose. Che ci posso fare? Per me la semplicità è una specie di vergogna! Gli altri non me ne vogliono (del resto abbiamo lautamente cenato, ieri, a Samos: sopa, espaguetis, ensalada mista, empanada, carne asada de ternera, lacon asado, chuleta de cerdo, costilla de cerdo, tarta de Santiago, piña, melocoton, yogur y flan, queso con membrillo, agua y cerveza). Per punizione, però, l’ernia mi ha atterrata. Si era sulla falsa via quando tutto ciò che ci circondava è esploso in una luce gialla: qualcosa ha cigolato dentro di me e poi un bagliore spettrale, giallo, è comparso nella nebbia. Incredibile, assolutamente incredibile che un unico colpo possa infliggere un dolore così forte! Il Ceccolino, che mi camminava accanto parlottando del più e del meno, ha assistito inabile al mio crollo siderale. Mi sono accasciata al suolo; ho sentito la polvere in bocca e negli occhi. Mi sono dovuta mettere supina e pigiare sulla pancia: rientra ernia, non è ancora il momento di deflagrare! Forse avrei dovuto fare così anche col cuore. Ho visto Michele un po’ turbato. S’è preoccupato: era avanti qualche metro, quando il Cecco ha cacciato un urlo s’è voltato e «non ditemi mai niente, mi raccomando!» ha gridato; ed è tornato indietro.
«Magari hai bisogno d’aiuto?»
«Io ce la faccio da sola o non ce la faccio».
Mi voleva portare lo zaino. Non gliel’ho concesso. Ce la farò da sola. Senza di lui. Anche nella bruma di questi fottuti saliscendi. Poi, nebbia e forte umidità per almeno metà dei 15 chilometri fatti. Insomma, abbiamo raccattato Matteo a Sarría, ci siamo ingolfati di schifezze, alla stazione abbiamo giocato a Licantropi, Carlo s’è adirato come una iena perché ha perso (lui non sa perdere e il nervosismo è alle stelle, un disgraziato binomio); gli altri gli hanno rimproverato di aver giocato male e lui ha messo il muso; viceversa con me si sono complimentati dicendomi che ho giocato bene, io me ne sono vantata e Carlo s’è incupito ancora di più. Infine, abbiamo preso il bus e siamo giunti qui, nei pressi del Lago di Belesar. Avete appena assistito ad un vero e proprio calo motivazionale. Mentalmente s’è già oltre la Cattedrale di Santiago. Abbiamo altre mire adesso: l’Atlantico. Girano voci di due notti a Finisterre, o a Muxía; e di grasse cene a base di pesce, non si baderà a spese (tranne me, misera, ho finito i soldi, me li presterà il Cecco; e Matteo, braccino, vorrebbe risparmiare qualcosa, dice si mangerà dell’insalata, e i nostri avanzi). È come se a Santiago già ci fossimo arrivati. Lo abbiamo imparato, il Cammino. Abbiamo imparato tutto quello che c’era da apprendere, tipo che quella che si credeva sarebbe stata solo una prova mentale s’è rivelata soprattutto un’impresa fisica, corporea, carnale, epidermica, nervosa. Tipo che il corpo esausto, forse, per l’inerzia non si fermerebbe se non fosse che alla mente interessa maggiormente arrivare all’oceano. Abbiamo imparato che le tappe si ridefiniscono e le mete cambiano. Abbiamo imparato che il Cammino mette alla prova tanto il fisico quanto il cerebro; e che mente e corpo alle volte procedono in simbiosi, alle volte no. A volerli scindere si fanno quantunque grandi casini (ma questo l’avevano già capito gli Antichi molto tempo fa: mens sana in corpore sano sennò sei fregato). Di norma è il corpo a preponderare, ad arraffarsi tutta l’importanza e ad emanciparsi nei modi più sgradevoli. Uno dopo l’altro ci siamo difatti tutti sgradevolmente ammalati. Ma l’uomo che vive infettandosi è soltanto corpo, quindi serve pure l’anima. Li si deve mettere d’accordo, per farla breve. Non è facile ma, applicandosi, ci si riesce. Il vero problema si pone quando si tratta d’accordare cuore e cervello. I miei poi, che non si danno neanche del tu! Stamattina, per l’appunto, mi sono svegliata infiacchita col torace che già mi fischiava. Il sonno non mi aveva affatto rigenerata. Mi sono alzata sbuffando; sono andata in bagno in trance, tipo sonnambula, sbuffando; sono uscita dal monastero che ancora sbuffavo e per 15 chilometri non ho fatto altro che sbuffare. È ufficiale: sono stufa. Sono nata a Roncisvalle; da Zubiri sono ripartita che ero ancora un’adolescente ma sono dovuta crescere a Logroño; da grande, ho vissuto con maggiore distacco il dolore e ora mi sento una vecchierella. Questa è la vecchiaia. Vado verso la fine. Vado verso la morte. Stanotte è stata una di quelle notti in cui le case si schiacciano contro la terra perché sentono premere addosso il peso della luna bassa. Mi sono svegliata, ho acceso fido cell che ha illuminato la 1:20. Caro fido cell… è sempre stato puntuale malgrado i voli che giornalmente gli faccio fare dall’alto della mia branda. Caro fido cell… mi ha sempre fatto luce nelle tenebre, ben più della pila! Infatti, una volta appurata l’ora, volendomi assicurare che lui mi fosse accanto, non lo sentivo neppure respirare, l’ho puntato tipo fanale sul mio lato sinistro. Lui era lì, col volto sereno sospeso sul cuscino come quello di uno spettro e il corpo inerme come quello di un leone anestetizzato; il sacco a pelo l’aveva appallottolato ai piedi e l’elastico dei boxer era teso sul ventre all’insù. L’ho illuminato ricoperto di peluria fin nelle cosce da centauro, coi rigonfiamenti carnulenti sagomati dalle profonde pieghe che davano al suo sesso il velo conturbante della loro ombra. Aveva qualcosa di bestiale. Scorgevo le aderenze. Avvistavo le caverne. Da lì sicuramente vengono i veleni che mi ubriacano, ho pensato. Ne basterebbe l’odore a far marcire il mondo intero! L’attenzione me l’ha rapita quella specie di cosa scura sotto il tronco centrale, con la parte maggiore a destra, che si gonfiava e si comprimeva un po’ come fanno le meduse in movimento. Che avete capito? Parlo delle contrazioni dei suoi bronchi, e delle ramificazioni che s’addentravano fin dentro nell’organo con tanti piccoli nodi di crini. Il travolgente piacere dell’indiscrezione si fondeva nel mio petto con sensi di devozione religiosa. Vivamente agitata, mi sono sentita pungolata da reconditi dubbi sulla legittimità del procedere del mio sguardo. Mi sono chiesta se quello spettacolo nella caligine, sussultante e crepitante, fosse cosa lecita. Ma che caspita, mi sono detta, guardo: mica tocco! Vediamo solamente quel che guardiamo! Siamo solamente quel che vediamo! Tanto lui non lo verrà mai a sapere, mi sono in definitiva risposta. Cosa? Non mi posso doler di nulla? Beh, vi assicuro che non ho nemmeno ragione di lodarmi: la mia predisposizione alla falsificazione ha avuto sfiato in un monastero. E il processo di falsificazione, una volta in moto, non s’arresta facilmente. Il risultato è che non si potrà più essere certi di ciò che è vero e ciò che è falso. O meglio, dalla crisi di un principiante della menzogna non potrà che venir fuori un cataclisma di false verità! Era buio, nessuno ne avrebbe mai saputo nulla. Perciò probabilmente è sparito in me ogni sentimento, anche la curiosità. Neanche svestito mi rigenera più, o neppure avrei dovuto illuminarlo per accertarmi di una presenza che un tempo mi bastava respirare. Se è vero che a nulla serve nemmeno l’elastico delle sue mutande tirato sulla peluria proibita (ma sarà vero?) allora è anche vero che voglio arrivare alla fine, al più presto, non importa come, mi va di precipitare le cose, non c’è più nulla da dire. Stanotte, per la prima volta dopo diciotto giorni, dormiremo separati: separati nel senso che proprio staremo in due camere distinte; ci sono camerette da quattro, qui, e lui è nell’altra col Cecco, Carlo e Jacopo; c’è un muro tra le nostre stanze come c’è un muro tra noi. Ci sarà anche una terza via.
31 agosto
Stamattina mi sono svegliata con una stramba sensazione di premura. Pensavo non l’avrei più provata, per queste vie, dopo aver marciato nella colla. Adesso sono le 10:30 e mi sono fermata a prendere un café y leche, grande. Non so dove sono. Consulto la guida: suppongo a Ligonde, 15 chilometri dopo Portomarín. “Ormai Santiago è proprio vicina: considerando che si cammina da quasi un mese, non c’è più voglia (e forse neanche gambe) per fermarsi in località secondarie” leggiucchio, “si percepisce che la meta finale è a portata di mano e i chilometri cadono sotto i piedi del viandante come foglie in autunno”. Sarà per questo che dopo l’embalse de Belesar manco mi sono accorta di Gonzar, di Castromaior, di Hospital de la Cruz, di Ventas de Narón e di Ligonde? Abbiamo cominciato a camminare alle 7:00, io avevo fretta; allora ho preso un buon passo e, inebriata tra i boschi di eucalipto, non mi sono più voltata. Lo faccio ora, dopo 15 chilometri, e scopro di avere seminato i miei compagni. Ci sono tantissimi pellegrini in giro, si vede che mancano solo 70 chilometri a Santiago. Un traffico pedonale del genere non s’era mai incontrato per questi tracciati. Ma dei miei amici pellegrini neanche l’ombra. Va bene. Mi piace stare da sola. Mi piace camminare da sola. Mi piace star seduta al tavolino di questo baretto a sorseggiare caffelatte (il cappuccino non lo sanno fare) e a scrivere di quanto è bello star sola. Penso a Carlo, al suo isolamento per queste vie e al fatto che per lui non debba invece essere stato un gran godimento. Col suo ginocchio snocciolato è rimasto sempre indietro ma ora avrà la sua ricompensa: sarà fiero di sé. La sua caparbietà, la stessa che lo porta a vivere la vita come una sfida personale, la cocciutaggine che disprezzavo disapprovandola quando stavamo insieme, lo ha reso un vincente, qui: azzoppato dal secondo giorno, s’è dovuto inoculare direttamente in vena l’antidolorifico per due settimane; per quindici giorni s’è strafatto di antinfiammatori smazzandosi il fardello di uno zaino che certamente avrà maledetto; ma non ha mai ceduto, anzi ha proceduto lento e silente, incessante e costante. Una formichina claudicante, il dolce Carlo. Il suo fegato è tosto. Carlo ha fegato. Non avrei detto l’avrei scritto. L’ho sempre ritenuto un cacasotto, un paraculo. Ora sottoscrivo: quel paraculo ha tutta la mia ammirazione. In quelli che ritenevo i suoi difetti scorgo i suoi punti di forza. Tanto di cappello anche al Cecco, psicofisicamente non avvezzo a simili sforzi (l’altra sera ha chiesto a Michele: «ma come fai ad andare a correre e correre per trenta chilometri?» «Perché correre ha un vantaggio sugli altri sport: ognuno va per conto suo senza dover rendicontare a nessuno». «Beh, sì… Non saprei… Ci ho provato solo una volta prima di partire, la prima e l’ultima; alleniamoci un po’, dai, mi sono detto. Ho corso per due chilometri e… spannato, ero spannato!») Invidiabile forza d’animo, dunque, il bel Cecco! I miei più sinceri complimenti anche a Matteo, neppure era convinto di fare questo viaggio; e all’Ilenia, che noi tutti si pensava già dopo la prima arrampicata avrebbe mollato. Gli altri due, i più temprati e atletici, mi hanno addirittura stupefatta, sempre sembrava che neppure facessero sforzi. Abili nella dissimulazione, lusingo anche loro. Jacopo si metteva il lettore mp3 nelle orecchie e non altri ritmi ascoltava se non quelli del suo corpo. Desiderabile egotismo, il bizzarro Jacopo. L’ironman, all'opposto, ha sempre preferito camminare appaiato, tipo zecca, rallentando o affrettando il passo per saltare da un gruppetto all’altro e non perdere nulla di ciò che si diceva; salvo le occasioni in cui c’era davvero l’opportunità di fare tanta fatica e allora partiva in quarta seminando tutti. Come sul sentiero per O Cebreiro, quando veramente ho verificato quello che deve aver provato Calipso con Ulisse: se ti fermi e rinunci a tutto, e resti qui, con me, e abdichi, e rinneghi il tuo nome, e rinunci al tuo passato, io ti darò l’immortalità, mio Ulisse! Ma lui ha accelerato, s’è innalzato senza rumore, senza respirare, tenendo il corpo ad angolo retto per fare più pressione ha puntato la cima come un corazziere alla parata delle forze armate ed è diventato un puntino. Oltrepassati i porci, l’ho ritrovato sul parapetto a rimpiangere la sua Penelope: nel tormento di quel possesso mancato, la vita lo spaventa ancora all’idea di vivere senza di lei. Lo capisco. E ho la conferma che l’eroe è proprio lui: l’eroe del ritorno a casa. Ulisse. O Nessuno. Eccoli che arrivano, i miei eroi. «Abbiamo fatto un gioco che ti sarebbe piaciuto» afferma Michele come se mi conoscesse, e mi restituisce il braccialetto che intenzionalmente avevo gettato via, mi prudeva. L’ha raccolto e me lo ha riportato. E io lo rigetterò via. Mi dà fastidio. Hanno giocato alle sciarade, tipo: la terza nota musicale e le branche di cui è formata quella specie di tenaglia, o forbice, che hanno i granchi o gli scorpioni, danno il nome che lui voleva sapere. Quello e nessun altro è il suo vero nome. Quello e nessun altro è il nome dell’uomo che ho amato e che “amo”. Mi sarei divertita? Mi sarebbe piaciuto? No. Non mi conosce per niente. Non mi sarei divertita con le sciarade. Non mi diverto più. Troppi pensieri, troppe voci parlano tutte insieme. Presto tutti questi ragionamenti si spegneranno e sarà il silenzio. Voglio tornare a casa.
Ore 0:00
Cancello gli elementi che non voglio prendere in considerazione. La facciata stracarica di colonne, balaustre, plinti, mensole e metope la riduco ad una liscia superficie verticale; ad una lastra di vetro opaco, tipo una bottiglia. Anche così semplificata, però, continua a pesarmi addosso in modo opprimente. Devo abolirla del tutto. Chiudo gli occhi e li riapro: bene, ora c’è solo un cielo lattiginoso che si leva sulla terra nuda. Il mondo è così aggrovigliato che per vederci chiaro alle volte è necessario sfoltire, come dal parrucchiere. È un’operazione, quella che sto facendo, che richiede molta attenzione: non vorrei ne venissero implicati i passanti, ossia tutti quegli sconosciuti che non mi danno fastidio, né me ne daranno. Alcuni di loro mi risultano perfino degni d’interesse, ad osservarli senza alcun partito da prendere: due ragazze grassocce esultano saltano e s’abbracciano, saranno lesbiche? Un lui e una lei contemplano silenti e soddisfatti la prospettiva del loro successo, sono seduti a terra, lui è italiano lei no, saranno amanti? Eppure, se nel mondo che mi circonda dovessero restare solo estranei non tarderei ad avvertire nuovamente quel senso di spaesamento soffocante che dà l’atopia. Chiudo, li riapro, con la coda degli occhi vedo assottigliarsi e svanire in una leggera bava di nebbia anche loro, gli estranei. Cancello tutti in blocco, meglio non pensarci su. Non si creda che nel mio procedere con una matita nella mano destra e una gomma nella sinistra io sia mossa da interessi esclusivamente miei. Agisco altresì nel bene dell’insieme di cui, certamente, faccio parte. L’interesse è mio, quindi, ma solo indirettamente. Ad esempio: ho fatto sparire gli edifici pubblici con i loro uffici, le gradinate, gli ingressi e le uscite, i corridoi e le anticamere, i direttori e gli impiegati, perché la loro esistenza si sarebbe rivelata nociva per l’insieme. Ho battuto le palpebre e sono spariti. Non è mica male vedere il suolo sgombro e liscio come una pista d’atterraggio; o di decollo, fa uguale. Probabilmente mi è anche scappata la mano sinistra, visto che hanno subito la stessa sorte anche tutti coloro che potevano sperare in un miglior trattamento, più riguardoso quantomeno. Non sono rimasti in piedi neppure gli ospedali, le farmacie e gli ambulatori, via anche i medici, gli infermieri e, di conseguenza, i malati. Mi sembra l’unica salute possibile. Colpo di gomma anche sull’Università con tutto il corpo accademico, non s’immagini di potermi arrestare con la storia del rispetto dei beni culturali! Uno per uno si sono dissolti tutti i negozi, e la folla dei clienti è rimasta con le mani protese nel vuoto, nonché a bocca asciutta, vedendo volatilizzarsi i panini, le bibite e tutti i souvenirs trash venduti qui. E la natura? Via anche quella! Anche lei ha le sue belle imposture. Basta solamente uno strato di crosta terrestre sul quale poter poggiare i piedi, e il taccuino. Il vuoto è da tutte le parti: non ci sono più mura, né montagne e colline, non un fiume né un lago né un ponte. Impera una distesa piana e grigia compatta come basalto. Rinunciare a tutto è stato meno difficile di quanto potessi opinare prima di cominciare: è stato sufficiente cominciare. C’è un vento raso terra che fende con folate di polvere gli ultimi residui del mondo dissolto: una pagina strappata che mi danza davanti come una farfalla; una sciarpina che sfarfalla solinga per l’aria; e un’ombra che avanza. Il terreno completamente sgombro garantisce l’ottima visibilità, non c’è più nemmeno la nebbia, ma inutilmente mi sbraccio in gesti di richiamo. Era pochi secondi fa o molti secoli che tutto ha cessato d’essere? Ho del tutto perduto il senso del tempo: ho annientato tutti gli orologi! Comunque sia, lungo la linea tra me e quell’ombra si profilano altre cinque sagome. Come mai sono rimaste? Ché ci fanno ancora qui? Credevo d’essere stata chiara anche con le ombre: via! Ora le cancello! Santo cielo, ho perso la gomma… Assalita dall’invasamento mantico, l’ho cancellata! «Eccoti qua» mi salutano, «anche tu sei dei nostri? Brava!» Tutto rientra nella logica delle previsioni: la linea parte e riparte sempre da zero. Chiudo gli occhi e li riapro: sicuramente ritroverò il brulichio della città. Invece, chiudi apri, intorno è ancora il vuoto. Siamo noi sette, i superstiti? Guardo all’insù: le costellazioni non si riconoscono più, con stelle aggrumate là e stelle rarefatte qua. La mappa celeste è stata completamente fatta a brandelli. Le stelle cominciano ad esplodere una dopo l’altra, danno gli ultimi guizzi e poi si spengono. Questo accade, nel cielo sopra questo campo. Il mondo ricomincerà come noi lo vorremo, allora. Le mie forze da sole non bastano più a farlo esistere: il nulla è stato più forte, ha occupato tutta la terra. A me non resta che mettere le cose nel modo migliore. Devo raggiungere quell’ombra, la devo salvare, devo assolutamente farlo o sarà troppo tardi, la trappola sta per scattare anche per lei! Il mondo è stato ridotto ad un foglio di carta dove non si riescono a scrivere altro che parole astratte, tutti i nomi concreti sono stati spazzati via. Non so il suo nome, non riesco a chiamarla, gli interstizi di vuoto tra noi s’allargano, presto il burrone sarà abisso! Presto! Devo correre su pezzi di mondo sparpagliati sul vuoto, presto! Appena un pensiero mi si affaccia alla mente viene cancellato da un altro! La testa mi scappa via… Il mondo si sgretola…
«Ti serve aiuto?»
«Sì Jacopo… Una mano per rialzarmi e una lingua di ricambio. La mia non me la sento più in bocca».
1 settembre
Ci siamo. Siamo alla fine. Siamo a Finis Terrae. Tripudio di lode?! Ligonde-Finisterre in ventiquattrore??!! Non è esattamente così che sono andate le cose. Ieri mi avevate lasciata in quella caffetteria, dove mi ero fermata indugiando sui miei compagni; e oggi mi ritrovate miracolosamente qui, a Finisterre, seduta sugli scogli. Com’è successo? Ve lo chiederete. È successo che ho atteso i miei soci anche se il mio corpo vibrante sarebbe voluto ripartire subito. Ricordo d’aver letto da qualche parte che quando un animale pensa che sta per morire viene preso dal panico e comincia a scatenarsi. Solo quando sa che morirà, nel senso che lo realizza e lo accetta, si calma. Diventa calmo. Il mio corpo non aveva ancora ben elaborato il sentimento della fine, non l’aveva metabolizzato. Ho un pessimo metabolismo. Il mio corpo non si sarebbe difatti fermato ma la testa gli impose, anzi legiferò proprio d’aspettare quei sei così speciali, in queste settimane, per me. Mai più lo saranno così tanto, né singolarmente né presi tutti insieme, come gruppo. Forse allora esistono persone che potrei perdere, perdendole di vista come è accaduto con Samuele, senza però perderle veramente. Ma è ancora troppo presto per esserne certa. Comunque, i miei sei soci non hanno mai limitato la mia voglia di romitaggio, quindi sono lieta di non essere partita da sola (non l’avrei fatto, a dire il vero) e fiera d’essere partita con loro. Ho fatto bene ad aspettarli. Se lo meritavano. Se lo meritava il Cecco e se lo meritava Jacopo, persone che mi si sono rivelate complete e capaci di propormi di continuo valide alternative al cattivo umore offrendomi tempi dilettevoli e consigli consolatori. Divertenti come la sera all’ostello di Logroño: io e il Cecco ci alleammo contro el viejo hospitalero che alle 22:00 in punto aveva serrato tutto; l’arcigno aveva chiuso dentro i puntuali e fuori i ritardatari, che allora noi facemmo entrare di straforo; pure suonò l’allarme e il rugoso despota si precipitò con la bava alla bocca e la torcia in mano alla ricerca dei colpevoli. «¡Quién ha sido! ¿Dónde esta el culpable?» Inizialmente, la prendemmo sul ridere perché trovavamo il vecchietto avesse un’aria idiota: l’idea di un viejo hospitalero titanico ci era sembrata piuttosto un comico parto della nostra fantasia. Ma quando ne percepimmo gli ansimi lungo le scale, schizzammo intimoriti nei nostri letti sghignazzanti come due sbarbati in gita scolastica. Che marachella! Sette in condotta! Rassicuranti come la sera a Boadilla, quando Jacopo mi narrò la storia di una stella. «Guarda quella stella, com’è luminosa e bella. Pensa che, ogni giorno, in realtà, si abbassa. È così: l’acme della nostra bellezza lo raggiungiamo nella caduta. E tu sei bella. Sei proprio una bella persona e io sono davvero felice di averti conosciuta». E voi, che credevate alla felicità come ascesi, avrete il piacere che quasi sgomenta di una stella felice cadendo. Jacopo s’è curato di me con devozione e disinteresse, animato da un’empatia rara, con me che sono come lui: volgare e raffinata, triviale e delicata, fragile e forte, innamorata e disincantata, conquistata e respinta. Soltanto vicini, noi due ci siamo abbandonati alle nostre miserie, così, per il piacere d’essere consolati. E di consolare. Loro due mi hanno salvato dalla misantropia, qui. A casa non lo faranno, lo so per certa. Ma qui lo hanno fatto, è un dato oggettivo che mai scorderò, me ne rimarrà l’immagine impressa sullo schermo delle palpebre. Per tutto ciò li ho aspettati in quel bar. Affascinata dalla risoluzione irriducibile di Carlo, dall’inespugnabile buon umore della Ile, dalla genuina positiva bontà di Matteo e dall’amore che quantunque collaudo per quel mirabolante terzo uomo che è Michele, li ho attesi tutti. Ho fatto bene, la cosa più giusta. Poi abbiamo camminato per altri 10 chilometri passando attraverso Eirexe, Alto del Rosario e Avenostre. Ancora li ho seminati, alle calcagna m’indispettivano: parlottavano, ciarlavano come tarli, proferivano una fracca di fregnacce. In quel momento mi hanno dato fastidio. Lì ho realizzato che il Cammino, il mio cammino, era finito. Il mio cammino è finito a Ligonde. Quella era la meta a me destinata: la fretta e lo scoramento avevano fatto in modo che passassi senza riconoscerla. Ma poi ho capito: si giunge sempre al momento giusto nei luoghi dove si è attesi. Troppo vecchia e stufa, non sarei riuscita a proseguire. Non era così solo per me: a soli 50 chilometri da Santiago perché non prendere il bus da Palas de Rei e balzare direttamente alla Cattedrale? Queste le voci che serpeggiavano tra i miei colleghi quando li ho ritrovati, perché ancora ho esitato su di loro. È andata così, ieri: si stabilì essere giunto il momento di varcare la soglia di Santiago. Inizialmente ero perplessa, l’epilogo è il momento più complesso per il timore di perdere, quasi si vorrebbe abbandonare la sfida prima che avvenga; ad un passo dalla fine l’uomo non ha più fiducia in se stesso. Ma, ancora una volta, il fato guidava l’operazione da compiere. Quindi ammisi d’essere pronta, lo accettai: inutile posticipare, era quello il momento. In quel momento o non avrebbe avuto senso. Me lo confermò anche il corpo, che s’arrestò: lì me lo disse il cuore. Udii un rumore sordo, tipo qualcosa che urta contro un terreno solido: così lo sentii di nuovo nel petto anziché appeso alle stringhe delle scarpe. Basta, impetrò, non ce la faccio più! Facciamola finita. Provai un’immensa nostalgia dell’inizio, della giornata sui Pirenei: lì sì che le ghiandole surrenali producevano milioni di molecole d’adrenalina! L’adrenalina non mi faceva percepire alcun dolore. Quanto vorrei saper scrivere una storia fatta solo d’incipit d’adrenalina che mantenga per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa senza oggetto, l’entusiasmo! Tuttavia non avvertii la necessità di ristabilire quella situazione iniziale, ossia il prima che succedesse tutto quello che è successo in seguito. Non desiderai per niente di risalire il corso del tempo né di cancellare le conseguenze di certi avvenimenti per restaurare la condizione iniziale. Via, solamente m’interessava d’andare avanti, a me come agli altri. Allora abbiamo volentieri scavalcato Casanova, Leboreiro, Furelos, Melide, Boente, Castañeda, Ribadiso de Baixo, Arzúa, Salceda, Alto de Santa Irene, Pedrouzo, Lavacolla e San Marcos saltando con un unico balzo al Monte del Gozo. Dopo aver fiancheggiato la sede della tv gallega e un mastodontico camping, ecco lo schifo ai piedi di quello che dovrebbe essere il Monte della Gioia: una collina letteralmente deturpata dal turismo o da chissà quale altra legge di mercato. La spiritualità, o la poesia, non le si troverebbe neanche a volerle cercare. E se le si volesse ricercare, si dovrebbe rovistare tra gli scaffali di quello che pare un supermercato. Il versante che scende verso Santiago è stato disboscato per costruirci una serie di bassi e anonimi prefabbricati, dei “rifugi a schiera”, la guida li definisce così. Io preferisco motel. “Meglio quindi non pernottare qui, ma passare via velocemente”. Via veloci! Scendendo dall’altura che fa piangere di rabbia, il Cammino si ricongiunge definitivamente con la strada asfaltata: urbanizzazione, traffico, ponti autostradali, pessime segnalazioni. Dopo meno di un’ora, ecco il cartello che segna l’ingresso nella città. Basta sognare! Sveglia! Il reale non ci sembra vero; perfino acceleriamo per sfuggire alla consapevolezza della fine che ci rincorre celere. Presente: è un inseguimento. «Sei pronto?» chiedo a Jacopo che mi fa l’ok; penetro con lui, in Santiago: avanziamo lesti, non ce la facciamo ad adeguarci al ritmo degli altri; l’imminenza della Cattedrale ci accende come micce rendendo il nostro passo più veloce; gli ultimi 5 chilometri, dal cartello della città alla Cattedrale, ci crollano sotto i piedi. Sono gli ultimi chilometri, in assoluto: chilometri di vigilia e veglia. Il viaggio ad limina Sancti Jacobi si sta compiendo, e con esso un sogno, un’avventura. La commozione è palpabile. Silenzio, tra me e lui: bisogna salvaguardare l’impronunciabilità degli ultimi chilometri. Jacopo è in perfetta sintonia con me. Siamo nella città di pietra: qualche passo ancora attraverso il callejón de las Ánimas, plaza de Cervantes, la via Sacra, calle Azabachería e plaza de las Platerías; la folla continua ad aumentare, prende forma una corrente di gente sulla quale i cappelli sembrano galleggiare; la febbre cresce d’attimo in attimo; dai marciapiedi, gruppi di persone invadono la carreggiata precipitandosi in un continuo andirivieni del medesimo grido che esce da tutti i petti, martellante, ostinato: ¡ultreia! Noi ci s’infila sotto un arco oltre il quale si giunge in plaza del Obradoiro e… ecco la maestosità della facciata della Cattedrale, un crogiolo di architetture e sculture romaniche e barocche. La facciata sembra capitata lì per caso, a dirla tutta per sbaglio, come un pezzo di scenario di teatro abbandonato. Il Cammino è compiuto. L’impresa è riuscita. La paura di non farcela vinta. Espugnata. È la calma. Ringrazio Jacopo, che si emoziona. Si mette a piangere. Gli dispiace di non essere arrivato con gli altri, per finire tutti insieme, ma è contento: «ho sempre prestato ascolto a quello che mi diceva di fare il mio corpo. Ho voluto farlo fino alla fine. È coerenza, questa». M’intenerisco anch’io ma sono costretta a far torto alla guida dandole torto: “ora è tempo di gioia, c’è posto solo per la felicità, la commozione e il ringraziamento”. Passato: ho ringraziato il mio amico, ma non ero affatto felice. Forzata ad ammettere che ogniqualvolta una guida conduce un pellegrino esiste almeno una circostanza che sfugge al controllo d’entrambi, non ero felice perché, miserrima ai piedi della Cattedrale senza di lui, nel vuoto del mio animo una sola idea restava: d’essere veramente miserabile. Miserabile, mi sono guardata intorno: lui non c’era, neppure sapevo a che punto fosse; non era con me colui al quale devo questo viaggio. Il resto, pertanto, non avrebbe potuto importarmi. Nella corsa ho perfino perduto lo sciarpino beige. No, lo sciarpino multiuso no! Pezzi da esso strappati li ho lasciati nei punti per me più eloquenti, fin dall’inizio: sui Pirenei e alla Cruz de hierro (si diventa feticisti, durante un’esperienza del genere) e ora, quel che resta della mia piccola sciarpa è perduto nelle periferie di Campustellae. Ne sono addolorata. È stata una benda, un laccio, una fascia per capelli, un foulard e un pareo. È stato tutto e ora non è più niente. Solo un ricordo. Non me ne rimane neanche un lembo. Intorno a me era un’ecatombe: niente era durato, tutto avevo rotto, tutto s’era sciupato e sporcato tra le mie piccole dita bianche; una scia di rottami senza nome, di stracci sgualciti, una paccottiglia fangosa aveva segnato il mio passaggio. L’atmosfera che regnava era di disagio, come alla vigilia d’un crack. Il cielo sopra la Cattedrale di Santiago, nell’istante in cui ebbi tutte quelle sensazioni luttuose, fu fatto a brandelli. Credevo di non avere altro da perdere. Mi sbagliavo. Mi sono sbagliata. La tristezza s’impossessò di me. Tristezza e basta. Sono nata a Roncisvalle, cresciuta a Logroño e mi sono mortalmente ammalata a Santiago. Morivo mentre gli altri cinque arrivavano. Vi prego di ricordare, nel corso della nostra futura conversazione, che del potere di infliggere dolore in ogni momento, e dell’intensità che più aggrada, siamo tutti ben forniti. Bisognerebbe prestare più attenzione a questa cosa. Gli altri cinque arrivarono, andammo loro incontro, ci si congratulò e abbracciò tutti. Tranne me e Michele. Un’ovvietà? No, in tal caso non l’avrei mai detto. Il momento che mi ero fantasticata di maggiore vicinanza si rivelò quello di massima distanza. Da parte mia, nel determinante attimo in cui lui neppure mi rivolse un cenno, fu l’odio. Se potessi disporre anche di un odiometro, sarei più precisa nel quantificare l’odio che provai. Quanto? Quanti sono i granelli di sabbia delle spiagge del mondo! Quante le molecole d’acqua del mare! Quante le stelle dell’universo! Odio, slancio, intenerimento e rancore: avvertii nei suoi confronti tutto e il contrario di tutto centrifugato e concentrato in una manciata di secondi. Restai in bilico, come un’equilibrista, sulla soglia di ciò che è e non è, di ciò che si dice e si nega, di ciò che si ama e si odia. Immaginazione e realtà si scontrarono, lo spazio della vita e quello del racconto cozzarono, la parola drammaticamente non ebbe il potere di cambiare ciò che era. Questa è la verità. Con le parole non avrei potuto ottenere quello che volevo, meno che meno l’attenzione che la mia persona non aveva conseguito. Con le parole posso solo fare quello che sto facendo: omaggiarmi di una durata infinita liberandomi dalla morte. Là, al cospetto della Cattedrale, ci siamo finiti l’un l’altra. Forse era quello il nostro tacito reciproco accordo. Ogni sicurezza definitivamente saltò, non più speranze, dissolto ogni strascico d’illusione, stemperate le garanzie che mi avevano fatto confidare d’essere io a tessere le fila della storia. Ignorata così, addirittura sospettai di non essere lì, di non esistere, d’essermi inventata da capo a coda l’intero svolgimento e tutti i personaggi! Svuotata così, però, non sarei stata in grado d’inventare un’altra frode. Mi sarebbe servito uno squadrone di scrittori-ombra, esperti nell’imitare il mio stile in tutti i miei manierismi ossessivi e pronti ad intervenire per turare le falle. Oppure un maestro sciamano, che avrei implorato perché mi desse una mano a comporre le rappresentazioni tramite le quali dire della mia imminente scomparsa. Per questo non ho scritto, in tempo reale, della Cattedrale: nessuno è intervenuto in mio soccorso. Fu l’ultimo solenne insegnamento del Cammino: là dove un tessitore avrebbe rattoppato la sua tela, un calcolatore corretto le sue sviste, un artista ritoccato il suo capolavoro ancora imperfetto o appena danneggiato, la Natura imperò di ricominciare dal caos del nulla. Ex nihilo. Terribile è il disinganno degli uomini quando scoprono d’essere stati vittime di un’illusione, che il passato è più forte del presente, che i fatti non sono per loro ma contro di loro, che l’epoca nuova non è ancora sorta. Perciò soffrono assai più di prima, perché per dei sogni hanno sacrificato tante cose di cui ora avvertono la mancanza; si sono spinti troppo avanti e ora vengono colti di sorpresa dal passato che si vendica di loro. Lui, dopo essersi nutrito di chi lo aveva creato, ancora famelico s’è diretto a me per aggredirmi, per mangiarmi, per divorarmi. Sì: offrire il miele ad un orso vuol dire perdere il braccio, se l’orso è affamato. Mi ha finita proprio al cospetto della Cattedrale quando, dopo aver cinto tutti, fu compiacente con Matteo, affettuoso col Cecco, amorevole con Carlo, educato con Jacopo, amichevole con l’Ilenia (che ha perfino sollevato da terra facendola piroettare come una trottola), s’è complimentato con tutti dissipando completamente il positivo da lui estorcibile. Per me, neppure un avanzo. Come se la parte migliore di lui io me la fossi già arraffata. Difatti, quando sarebbe dovuto toccare a me (hey! Ora tocca a me! Tocca a me!) mi ha voltato le spalle, non mi ha degnata nemmeno di uno sguardo, neanche il solito crocevia di fotoni per comunicarci, si è sgambato in terra, si è tolto le scarpe e si è smarrito nella contemplazione della Cattedrale dichiarando concluso il suo viaggio. La sua fine non ha concesso la decidesse qualcun altro. Assistendo con l’impotenza di uno sessualmente incapace, dovetti in definitiva fare i conti con le iniziative personali di quell’estraneo affascinante che resta, malgrado tutto, ogni essere amato. Se me ne assumessi la colpa, come feci con Samuele tacciandomi di distrazione, ridurrei la possente figura di Michele alle proporzioni di una statuetta di cera modellata per essere infranta dalle mie mani. Non ho il diritto di avvilire quel raro capolavoro che fu la sua fine; ho il dovere di lasciare a quel giovane uomo il valore della propria fine. Se l’è scelta così, l’ha voluta così. Lo lasciai fare. Umiliata da tanta superbia, questa volta neppure un miserrimo brava mi meritai, stetti lì, stordita e attonita, allibita e rintontita, prima in piedi ritta come una statua di sale poi, sfinita, mi appoggiai ad una colonna del porticato, annientata dalla distruzione di tutto quello che amavo. E mi feci di marmo. Ero io la statuina da sfracellare. A me un simile affronto? Ad una giovane scrittrice della mia sorte? A me che gli donai l’origine? Sì, e senza rancore: le statue non provano nulla. Non ero neppure sorpresa nel crollo di tutta la mia vita. Dev’essere così anche quando si muore: l’irrigidimento del corpo che cessa d’esistere e non avverte più alcun sentimento. Il rintocco monotono delle campane inondò l’aria di colpi ovattati e di una vibrazione ininterrotta. Fui contenta per la loro tranquilla regolarità, simile a quella del battito di un tamburo. Ma non feci più confusione tra quel martellare e il mio cuore, che di dar colpi aveva cessato. Fui trattata da zero. Ridotta ad uno zero. Fu la mia nullificazione. Li sì che mi sarei potuta dire una scrittrice-fantasma! Non ho voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità? Ho preferito ritenere virtù la mia malattia? Fare parte per me stessa? Bene, era dunque necessario un atto di (auto)annientamento. Per diventare sani si deve umiliare se stessi. Non è facile diventare sani. Ecco a voi la realtà di ciò che fu: il realismo è il vero nichilismo. Perché? Per la semplice ragione che il rapporto tra qualsiasi grandezza e l’infinito è uguale a zero. Da zero si deve (ri)partire. “Anche se parlo la lingua degli uomini, anche se la mia fede nell’amore è così grande da spostare i monti, se non avrò il mio amore sarò nulla” solo pensai. Da zero, non mi riuscì d’aprir bocca. Non poter parlare è molto più che un silenzio. È piuttosto l’impossibilità di farsi ascoltare. Di essere ascoltati. Un sentimento d’ingiustizia mi pervase: venivo seppellita mentre gli altri avrebbero continuato a vivere. Non sarebbe stato meglio vivere tutti insieme una grande catastrofe, messi tutti sulla stessa barca diretti al medesimo punto nero verso il quale, al contrario, solo io ero trasportata? “Aiuto! Sono viva, non sono morta, la mia mente continua a funzionare!” Nessuno mi ascoltò. I morti sono muti. Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, e il silenzio della città quando si placa, e il silenzio per cui soltanto la musica trova linguaggio. Per le cose profonde, a che serve il linguaggio? Noi siamo senza voce di fronte alla realtà. Noi non sappiamo parlare. C’è il silenzio di un grande odio e il silenzio di un grande amore. E il silenzio di una profonda pace dell’anima. C’è il silenzio della sconfitta, il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti e il silenzio del morente la cui mano stringe subitamente la vostra. E c’è il silenzio dei morti. Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze, perché vi stupite che i morti non parlino della morte? Il loro silenzio avrà spiegazione quando li avremo raggiunti. I vivi non ce l’hanno, una lingua senza parole, inutile incaponirsi: senza parole non si scrivono libri, non si registra né si ricorda. I morti non scrivono. Devo fermare la mano. Soffro ancora il dolore della mia morte. Concedetemi una pausa per recuperare il respiro.
Ore 14:00
Ciò che non avete letto fu il frutto del silenzio. Fu tutto il silenzio di un grande odio e il silenzio di un grande amore. Ad un certo punto ebbi la sensazione che anche la Cattedrale si stesse beffando di me. L’impressione non era infondata, qualcuno o qualcosa, boh, chissà, di noi s’è preso gioco se è vero (ed è vero) che non ci sono state rilasciate le Compostele per non aver fatto gli ultimi 100 chilometri (a piedi si sottintende). Dopo la leggenda dei primi 100 v’è la ricompensa degli ultimi 100, c’era da immaginarselo. Oppure, quella degli ultimi 100, è una norma. E le norme si trasgrediscono, non è colpa nostra. Tanto i primi quanto gli ultimi 100 furono comunque caratterizzati da una morte, ma all’Ufficio del Pellegrino non fregò a nessuno. Era un locale ampio, fresco, con finestre su tutte le pareti. Una scrivania di legno scuro era posizionata in fondo di modo che si dovesse attraversare tutta la stanza per raggiungerla, ed essere allo stesso tempo ben osservati. Non zoppicavamo a sufficienza se non importò dei nostri 500 chilometri fatti con le unghie e coi denti. Ebbe valore solo la parte di truffa di cui ogni verità si nutre. Solo salire le scale che conducevano a quell’ufficio ci aveva anticipato che quella serie di stanze che avrebbero dovuto essere sempre più interne erano invece sempre più fuori, come se in quel palazzo tutte le porte servissero esclusivamente per uscire e mai per entrare. Quindi non ci siamo meravigliati, solo ci siamo rimasti male, ognuno a proprio modo, ognuno con la sua porta d’uscita in faccia: Jacopo ha rinforzato il suo ateismo anticlericale lib(e)randosi in irriferibili bestemmie; Matteo s’è chiuso in un mutismo sepolcrale (era già insorto, lui); Carlo ha cominciato a sgolarsi aizzando il bordone contro le inservienti signorine dell’Ufficio del Pellegrino pochi istanti prima sbigottite dal Cecco, che aveva strappato la credenziale dinanzi ai loro occhi sgranati; Michele gliel’aveva lasciata del tutto lì e se ne era andato con l’impellente bisogno di una sigaretta; e io sono uscita sbattendo la porta più forte che potevo con un «¡gracias y complimenti!» dopo aver obiettato scalmanata che «¡no es posible! Es una vergüenza» (mi hanno anche risposto «prego», le stronze! Il danno e la beffa). Carlo parve davvero Gandalf. Anzi no: Odino, visto che qui si ascoltano le note celtiche di culture remote; e io una valchiria! Non avevo mai avvertito così vero il fatto che ogni porta, oltre ad essere d’entrata, è d’uscita: “ingresso” non è la parola giusta, “porta” e “ingresso” non sono sinonimi. Fu un brutto momento, insomma. Una scena a tratti fellinesca intrisa d’amaro disincanto. Se il dolore non può essere vinto, è necessario mostrarlo per trasformarsi in forza. E a me, di forza, ne occorreva davvero tanta, anche solo per rialzarmi da terra dove ero accasciata a fumare nonostante l’emicrania che mi desertificava la materia grigia. Il tutto dopo aver pianto per un’ora nella Cattedrale. Era prevedibile avrei pianto nella Cattedrale di Santiago. Ciò che non presumevo era di piangere di bruciore per il diniego di una stretta. In un duomo m’è toccato il presentimento che un dio non c’è. Ma insomma, con tutto quello che succede al mondo, tipo a New Orleans, vedendo quel casino Dio avrebbe dovuto urlare dall’alto dei cieli talmente forte da assordarci tutti; avrebbe dovuto oscurare il giorno e farci diventare tutti ciechi. Avrebbe dovuto… Invece i giorni passano come se niente fosse, come se niente succedesse mai veramente. Il sole sorge e tramonta. Punto. Se un dio dovesse esistere, sarebbe proprio triste: un genio della tristezza, che nella tristezza si tuffa disgiungendone i fili e apprezzandone le sfumature più sottili. Le vetrate della Cattedrale di Santiago mi apparvero quindi il prisma attraverso cui la Tristezza di Dio si suddivide nel suo infinito spettro. Impressionante come tutti i presenti (tanti tanti e d’ogni risma) non se ne rendessero conto. Che non volessero? Eppure garantisco che i piangenti prostrati con le mani congiunte erano moltissimi: ancora pregavano, ancora credevano, ancora s’ostinavano ad avere fede! Speravano come spera di non morire chi cade da un grattacielo. I miracoli non esistono, sono un’illusione per aumentare la fede: Dio mica è un mercante col quale contrattare favori in cambio di promesse e giuramenti! Nella Cattedrale di Santiago ho così scoperto le mille Tristezze Divine, ognuna assolutamente unica, ciascuna una singola emozione, ognuna simile a qualunque altra tristezza umana: Tristezza della falsa speranza, Tristezza del riflesso allo specchio, Tristezza dei fagiani imbalsamati, Tristezza del non abbraccio, Tristezza della tristezza di fronte ad un altro uomo, Tristezza dell’amore senza scioglimento. Quest’ultima è la più acuta tra le Tristezze di Dio. E credo anche dell’uomo di fronte ad un altro uomo oltre che a Dio, che è molto umano. E l’uomo è divino: “Sarete come dèi” recita difatti la Genesi. Se ci si è fidati della guida, lo si deve fare anche delle Sacre Scritture: sarete tristi come Dio. Allora dirò solo questo: se Dio esiste, ha davvero molte ragioni per essere triste. E se non dovesse esistere, anche questo Lo rattristerebbe non poco. Dio È triste. Dopo il disvelamento della somma distanza e la Tristezza di Dio, anche il diniego della Compostela. No, era troppo. Era davvero troppo! Abbandonammo definitivamente Santiago che, per noi, non significava più nulla. Non avrebbe avuto alcun senso pernottare lì, brindare lì, festeggiare lì, nella città che aveva visto infrangersi i nostri desideri di ricompensa e redenzione. Ognuno di noi l’aveva già trovata, la sua Santiago, lungo il Cammino. Lo si diceva anche l’altra sera a Portomarín, mentre si sorseggiava sidra sulla loggia dell’albergue innalzato sull’artificio del lago.
«Ho avuto quello che volevo. Sono pronta».
«Sei pronta a far ché? A buttarti giù dalla terrazza?»
Ah! Com’è giusto accusare gli uomini di mancanza di cuore! Inutile specificare il nome di colui che insinuò la sentenza sgradita e quello di colei che la incassò. È stato deprezzante: scontarmi come merce di seconda mano è diventato il suo modo per legarmi a sé; per un nonnulla, al minimo indizio di scaramuccia, mi mette di fronte all’alternativa d’essere una povera deficiente, accompagnandomi con considerazioni ignobili. Sono proprio disgraziata ad aver bisogno di un idiota come lui! Ma chi si crede d’essere, Fra Cacchio da Velletri?! Il mio amore è stato deprezzato, sottostimato, svalutato. Comincerò a riprendermelo! Che se ne vada, troverò di certo qualcuno migliore, ho l’imbarazzo della scelta, ci sono tanti di quegli uomini in giro, uomini meno inetti ai quali il sangue bolle nelle vene! Me lo voglio riprendere tutto, il mio amore, anche a costo d’impiegarci il rimanente della vita che mi resta. Non prenderò più per chiedere il COME né il PERCHÉ. Non ha importanza come e perché. Se fossi a casa, accenderei la segreteria telefonica: non ci sono più risposte! Se mi dovessi trovare di nuovo sola con lui come l’altro ieri sera a Portomarín, quando muti come morti viventi nel rollio dello spinello pre-ypnos non stabilimmo alcun tipo di comunicazione e i nostri volti si dissolsero nell’oscurità intermittente dell’insegna del nostro albergo, mi sentirei di certo come disposta al lato della cattedra durante un’interrogazione di matematica. Io farei scena muta, lui mi darebbe 2 sul registro e, sprezzante, mi manderebbe a posto. Non vai bene, a posto! Sulla via dell’autodenigrazione (sono proprio tanti i sistemi per odiarsi) mi parve me lo si disse anche all’Ufficio del Pellegrino: non vai bene neanche come pellegrina! Non sei una pellegrina! Ti sei sentita una perfetta e splendida pellegrina ma era solo una tua ottusa balorda sconclusionata insensata convinzione, babbea! … Eh no, adesso basta! Non ci sto: a questo punto mi ribello anche io, recupero la voce, la presto ai miei compagni (quelli ammutoliti dalla stizza) e l’alzo per darmi voce. Sono tanti anche i sistemi per amarsi y entonces ¡animo! Abbandonata definitivamente la via dell’illusione, lascio perdere anche quella dell’autocommiserazione. È così che ho trovato la terza via: venendo qui, sulla scogliera, con l’oceano ai miei piedi e i piedi nell’oceano a dar voce alla mia morte. Ora è il risveglio dell’intuizione: giocherello senza alcun obiettivo con l’acqua, traccio segni che non hanno alcun significato. Non penso a niente, sto solo giocando con una pozza che si trasforma in un sole bagnato. È un esercizio assurdo, senza scopo; però mi aiuta a ristabilire un contatto con la Via Lattea. Non sto sprecando il mio tempo, qua, così; sono anzi impegnata nella creazione di un nuovo codice di comunicazione col mondo. Ripenso al crepuscolo di ieri: il sole è tramontato dietro una nuvola color del sangue i cui riflessi d’incendio facevano fiammeggiare le finestre più alte della stazione dei bus di Campustellae; calava il vespro di un dì da ricordare, o da scordare. Era un po’ quella la remota tenzone che ci rendeva taciturni nell’ora pesante e malinconica in cui le strade s’inabissano nel buio. In mezzo a quel popolo in cammino, voci forti si facevano lontane, sguardi ardenti baluginavano su volti pallidi mentre un gran soffio d’angoscia spirava sulle nostre teste vuote. Scendeva il sole e, come una marea acida, saliva l’emicrania travolgendo in nostri cervelli. Mi sembrava che il mondo intorno si sfocasse e poi tornasse a fuoco: qualcuno stava giocando con l’obiettivo di un apparecchio fotografico. Infatti i lampi di un flash e un ripetuto clic scandivano gli istanti: alla continua ricerca di prove della sua esistenza, Jacopo scattava di continuo. Le foto che rubava alla comitiva erano tutte tinte di grigio. Nemmeno lui riusciva ad evitare il bianco e nero.
«Ho scattato molte foto» mi ha detto, «sono riuscito a fermare il movimento come quando si mette in pausa una videocassetta!»
«Dovevi scrivere una storia» gli ho risposto.
«L’ho fatto: ho scritto una storia di cose che si vedono con le foto».
Alzando davanti a me uno sguardo altero, l’ho rimirato perplessa e lui così ha concluso: «tu dovevi scrivere. Io dovevo rimediare le foto».
Da Santiago con furore, abbiamo infine preso il pullman con la fierezza di chi più e più volte aveva preso il pullman e, verso le 21:30, siamo approdati qui, in un posto perfetto per morire. Dopo una serie di telefonate ho trovato per i miei amici questa modesta pensione, 15 € a notte inclusa la prima colazione (altro che buona a nulla! Sono una grande). Le camere sono decorose, senza lusso però: quando si soffre non serve il lusso. Tappezzate a grossi fiori, un po’ kitsch di certo, hanno i mobili di mogano tipici di tutti gli alberghi e tappeti neri con foglie bianche. Sul mio c’è una macchia rossa: è proprio sulla soglia della camera come una striscia di sangue che sbarra la porta. Se ne andrà via camminandoci su. Regna un pesante silenzio in questa locanda, forse noi siamo gli unici ospiti; eppure, di tanto in tanto, qualche sussurro s’avverte nei corridoi. È insomma il posto perfetto per morire. Fanculo alle camerate dei rifugi. Fanculo al rifugio in Rua Real. Poco importa se si muore, l’importante è morire bene. E io dovevo morire bene! Alle 22.00 siamo andati a mangiare, ci siamo abbuffati di pesce, gli altri hanno guardato la tv in camera del Cecco, davano Austin Powers, e alla fine siamo andati a dormire. Eravamo stremati. Stamattina ci siamo svegliati alle 9:00 sotto il peso di nubi cineree. Il sole stinto si era sciolto come una panetta di burro al centro del cielo grigio. Il tempo era coperto: un vapore bluastro velava l’orizzonte di una pace piena di malinconia. Si soffocava e io non respiravo ancora. Abbiamo fatto colazione e ci siamo spostati verso la costa. Volevamo finalmente vedere l’oceano. Siamo giunti alla fine delle terre ma… dov’era l’oceano? Non lo si vedeva. Non fiatava nemmeno lui, calcato com’era dalle nubi. Fanculo anche alle nubi! Ho avuto la sensazione che non avrei trovato la via che stavo cercando e che non sarei potuta morire in pace. Allora nemmeno sarei potuta rinascere e avrei continuato a non essere; sarei stata per sempre una morta vivente. Verso le 10:30 sembrava stesse per piovere; poi il cielo, senza scoprirsi del tutto, s’è fuso in una nebbiolina lattiginosa, un pulviscolo luminoso biondo di sole. Intorno alle 11:00, lentamente, le nuvole si sono disunite, una schiera di qua e una di là, tipo un sipario; e il palcoscenico s’è mostrato palesando una scenografia edenica. Un clamore profondo è salito dai nostri petti passando dall’uno all’altro con un rumore di onde che s’infrangono. Era l’ultimo brutale episodio di una colossale partita: sette spettatori, posseduti da un’idea fissa, accesi dalla medesima passione. Tuttavia non mi andava di starmene seduta su una panchina a far da pubblico coi pop-corn in mano: quando si va al cinema a vedere un film, anche se ci si immerge completamente nella storia, anche se se ne viene rapiti, alla fine si accendono le luci e si ritorna alla realtà; allora si esce dal cinema, ci si sente carezzare dall’aria fresca della strada piena di macchine e passanti, e tutto assume le sue proporzioni reali; e lì ci si rende conto che quanto vissuto era solo un film, un’enorme recita. Beh, non volevo accadesse. Volevo salire sul palcoscenico, volare sulle acque e nuotare nel cielo. Li ho lasciati, al Cecco ho detto di non badare a me per il pranzo, mi sarei arrangiata. Ho girato tutta Finisterre esplorandone i cantoni più nascosti. Questo è un luogo mitico e simbolico, carico d’ogni tipo di credenza e riti pagani. Le leggende narrano che i Romani, intorno al II secolo a.C., qui si radunarono per vedere il sole sparire nell’Atlantico. L’Oceano Tenebroso lo dicevano. Quindi anche io mi sono fermata e mi sono seduta su uno scoglio. I gabbiani, ad ali spiegate, avvitano larghe spirali sopra le acque salmastre. I mulini a vento solleticano le colline alle mie spalle. Il lungo litorale fa sorridere la costa coi faraglioni che la ancorano al suolo, o tutto si mischierebbe effondendosi in un amplesso fondente che inghiottirebbe anche me, col cielo e con l’acqua. In realtà sto per essere ingoiata: la marea sale inarrestabilmente e i sassi che mi hanno permesso di giungere fin qui sono stati sommersi. Non m’importa. A Santiago mi sono gravemente ammalata e adesso, qua, ora, seduta così, rivedo il cielo. E posso morire. Per la prima volta. È possibile non avessi mai visto il cielo prima d’ora? Sì, perché sono rinata! L’oceano non l’avevo mai visto! Per me, il mare è sempre stato l’altrove, le risacche, l’infrangersi delle onde sugli scogli, i colori e le forme mutevoli che assume nel giro di pochi minuti. Il mio amore per il mare è intimamente legato al mio amore per il guardare, per l’osservare non tanto ciò che è sotto gli occhi bensì piuttosto quello che non si può vedere, che non si vede. Aspetto che l’invisto affiori dalle profondità dell’orizzonte. Sono venuta qui per questo, per un presagio circa la terza via. Il mare mi consente di vedere le cose prima che appaiano sulla retina. Quando le vedo, poi, è come partecipare alla loro creazione. Non m’illudo che il silenzio e la solitudine, seppur essenziali per me, possano bastarmi; eppure decido che me ne starò qui sola, ancora per un po’. Desidero d’impastare parole e acqua, ora, per voi, di modo che quello che ho vissuto non divenga pietra. L’amore che ho trovato mi ha resa immortale; e altre dieci, cento, mille volte sono disposta a morire, per amore. Desidero di lavare le parole, desidero di scriverle sull’acqua. L’acqua sale: deglutisce le sigarette, l’accendino, le cartine, Jacopo ne sarà entusiasta. No, il fumo no! Oltre al fumo, s’ingurgita anche me, immersa fino alle ginocchia. Amo le impronte fugaci, le immagini fuggevoli mosse dai riflessi. Amo questo istante. Un istante d’eterno. Un istante che sussurra il segreto del mare: le immagini si capovolgono. Ora il cielo è acqua e l’acqua cielo: quest’ubriacona della terra anche oggi ha bevuto troppo! Non so se sto nuotando o volando. In ambo i casi sono viva, mi sento viva, respiro e provo sensazioni. Dedico questo momento a chi mi ha dato la vita, a chi mi ha fatto, ai miei creatori: i miei genitori. Eccola, finalmente, la terza via che, come una scia luminosa, appare dinnanzi a me: l’oltre. Oltre l’oceano. Oltre l’orizzonte. Sono letteralmente immersa nel cuore del momento; lo inchiodo: eccolo, l’istante di un pomeriggio d’inizio settembre greve del peso di tutti i pomeriggi di un agosto trascorso. Non siamo nel Medioevo, oltre queste terre ce ne sono altre, il mondo non finisce qui. Data effettiva: 1 settembre 2005. Non nego né rinnego, non sarebbe dignitoso, d’averlo desiderato con lui, l’hic et nunc di questo attimo: me e lui, NOI, come sagome di fronte all’immensità dell’Atlantico, immortalati di spalle da un nascosto David Caspar Friedrich. Sarebbe stato sublime. Non bello: eliminiamola questa inutile categoria e bruciamoli tutti, i libri d’estetica che s’ostinano a trattarne! Il bello non ha ragione d’esistere. Il sublime sì. Sarebbe stato sublime, con lui. Invece no: l’hic et nunc non è bello, non è sublime, ma è. È la vita. Ci vuole fede, ce ne vuole davvero tanta, per poter affermare che, anche se non è stato né sarà mai, sarebbe potuto essere sublime. Se lo faccio, significa che ho recuperato la fiducia. Anche se non è stato né sarà mai, sarebbe potuto essere sublime.
Ore 16:00
Per me, un NOI ci sarà sempre: non lo sconfesso. È coerenza, questa. Ho scritto dei flussi d’amore, dell’invisibile tensione segreta tra uno sguardo e l’altro, tra una parola e un’immagine, una mano e un piede, un asciugamano e una nuvola. I Creed mi strillano nelle orecchie One: the only way is one. La terza via è l’unica via: l’unica via non è dettata dalla felicità per qualcosa o qualcuno bensì dalla grandezza dello spazio, dalla mancanza di direzioni, dall’assenza di mete o da mete che cambiano. E più mi sono persa, più mi sono ritrovata. Più sono stata debole e più sono stata forte. Lui mi ha sollecitata a vedere quello che non si vede, a desiderare quello che non c’è, con un’offensiva intelligenza d’amore che guarda in faccia l’impossibile e non lo teme. Così, insieme seppur disgiunti, sfumiamo via, tutti e due, NOI. Con le lacrime in gola, lo estrometto dai giochi: il suo ruolo è davvero finito. Per tre volte ho avvertito l’impulso di spiattellare tutto; per tre volte mi sono immaginata di confessare; allora ho contato fino a tre e ho detto, saltando sul materasso: «sono venuta fino a qui solo per… Samuele!» Troppo a lungo avevo sopportato in silenzio, sperando che quella malattia passasse da sola, che il mio organismo s’immunizzasse a quel virus diabolico. Ma niente. Pensavo che Jacopo avrebbe reagito divaricando la bocca e richiudendola come ad inghiottire un cucchiaio di merda. Invece no, ha registrato l’informazione senza fare commenti. «Non è mai troppo tardi per dire la verità. Per dire che si ama» solo ha detto. Mentre gli altri guardavano la tv nella stanza del Cecco, io e Jacopo ci eravamo chiusi nella nostra camera. Ci era sembrato un progetto niente male, Jacopo l’aveva battezzato “la Grande Chiusa Finale”. Abbandonandoci al piacere delle confessioni, più acuto se prima del sonno, s’era giunti al limite d’ogni impudica ostensione. «Hai presente Suor Consuelo? Beh, di sicuro aveva un’apertura mentale maggiore di mia madre. Passa le sue giornate a ripetermi che devo rendere la vita facile a mio padre, che sta passando un brutto periodo. Ho capito che le certezze valgono meno di una scorreggia» mi aveva appena detto lui, e io ero riuscita a sorridere nonostante l’angoscia che mi aveva assalita per colpa della troppa erba che ci eravamo fumati. Da qualche giorno le canne non mi fanno più ridere, anzi mi rendono paranoica. «L’alcol e l’erba sono due mostri che combattono per averla vinta sulla mente. Ma se ne assumi in giuste proporzioni» mi aveva consigliato Jacopo, «si fondono in un ibrido che ti fa stare in grazia». Invece il mio mostro non aveva alcuna sferica perfezione né tanto meno grazia: mi piantava lame nel cervello. Erano gli spigoli del mio segreto. Perciò ho fatto un respiro e l’ho gettato fuori, tipo Reagan nell’Esorcista: pure io dovevo avere gli occhi iniettati di sangue e le labbra secche. Gli ho raccontato tutto, ieri sera, prima di dormire.
«Bel personaggio che ti sei creata. Ma lui, lui chi è veramente? A parte l’idea che te ne sei fatta intendo dire. Te lo sei chiesta?»
«La realtà non corrisponde all’idea che ce ne si fa. L’ho capito. Ma perché? Perché le cose non vanno mai come vorrei che andassero?»
«Come vorresti che andassero?»
«Come dovrebbero andare».
«E come dovrebbero andare?»
«Bene, suppongo».
«E quand’è che una cosa va bene?»
«Quando va come deve andare».
«Le cose non vanno come devono perché non devono andare affatto. Chi lo dice? Solo i medici dicono che si deve vivere! Le cose vanno e basta. Non c’è nessun dovere».
«Già. È la stessa idea che mi sono fatta io, nel corso del tempo. Se ho qualche piccola idea per conto mio, dovrebbe restare quella che è: piccola e per conto mio. Non so perché mi sono presa tanta pena perché venisse anche a te».
«Probabilmente perché una piccola idea non avrebbe alcuna utilità per conto suo. Io e te insieme abbiamo avuto grandi idee!»
La voce di Jacopo mi era scivolata giù per le orecchie come un olio tiepido. Ho fatto un buon sonno. Già: d’ora in poi converrà seguire i dettami di Jacopo, e lasciare che le cose accadano senza forzature. Già: niente può andar bene se si continua a pensare a quello che ci vorrebbe perché tutto vada bene. È una questione d’accordo del tutto col niente; di euritmia dei contrari; di eufonia, determinante per chi voglia scrivere bene. Invece io ho fatto un po’ di confusione, in questi ultimi mesi, tra la scrittura e la realtà. Non sono una gran scrittrice. Oppure il mio è stato solo un espediente: mi sono voluta mantenere un po’ al di sotto delle possibilità di raccontare di cui, in realtà, dispongo. Eppure, è vero, in virtù del mio zibaldone la realtà mi appare molto più varia e ricca. Inesauribile, direi: una fonte inesauribile di sensazioni. Ed è così che voglio vivere la mia vita, come fosse una fonte inestinguibile di impressioni. Da esteta. Non ce l’ho, lo spirito dell’uomo etico. Inutile. E allora va bene. Mi va bene. Mi sta bene d’aver combinato tutto questo casino. Mi sta bene d’averlo amato stimato rispettato e onorato, chiunque egli sia stato, nella cattiva e nella buona sorte, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà. Finché morte non ci ha separati, è evidente. Le cose vanno così, qui, ora: le nuvole sono là, parallele alla linea del tramonto e perpendicolari a quella dello zenit; spumose e rigogliose, minacciano pioggia. Ma non pioverà perché le pale eoliche seguitano a girare: raccolgono il vento e lo rimbalzano contro le nubi che resteranno torve ma lontane. All’orizzonte. Se là è la minaccia, oltre è il sereno. Da secoli i mulini a vento fanno braccio di ferro con le nubi: perché cavolo dovrei ancora lottare coi mulini a vento? Sono alleati col vento e anche con me, tutti insieme siamo uniti per difendere l’oceano. Quel che resta di Samuele in Michele spera che piova: gli piacerebbe venisse una grassa bufera. Non potrà essere esaudito anche questa volta. L’avvisaglia rimarrà al confine fra cielo e terra. Siedo in ascolto del richiamo delle acque, come se in esse attecchissero le due metafore essenziali: vita e morte. È tutto confuso, là in fondo: che idiozia, che idea antiquata credere d’essere avvisati in anticipo rispetto al momento in cui si sente di dover mettere ordine nella propria anima! L’orizzonte si stiracchia e mi dice che le possibilità sono infinite e le combinazioni talmente svariate da non includere né escludere niente e nessuno. L’orizzonte mi racconta dell’illimitata sostituibilità delle cose. Va bene. Sorrido. Stamattina la Costa da morte mi pareva smodatamente sterile e brutta (per il concetto di brutto vale il medesimo discorso sul bello, è sempre riduttivo). Poi è venuto fuori il sole, le prospettive sono mutate e anche i punti di vista. Ogni tanto alzo gli occhi da questi fogli che vado coprendo di frasi superficialmente ragionevoli, e le quinte mi coinvolgono: la valle allungata nelle vette rocciose dal vitreo pallore e le pendici in parte prative in parte irte di boschi mi dicono di scrivere ancora. Allora scrivo sempre più spedita e senza capire come ho fatto ad avere paura di questo momento. Come ho fatto ad avere paura della fine? Perché? Come e perché sono quesiti esistenzialmente ineliminabili. Adesso godo di un nuovo potere, il potere della terza via: prendi una cosa, giraci attorno e la vedrai sempre diversa. Solo così le cose appaiono arricchite dalla circostanza attenuante della loro fugacità. E il mondo, smascherata l’ingenuità dei nostri ideali, è nuovamente degno, molto più degno di quanto non si creda.
Ore 18:00
La marea era salita. Per rimettermi in strada ho dovuto recuperare la fiducia nelle mie mani e nei miei piedi, ai quali ho chiesto d’obbedire all’impulso di NON abbandonare la presa dei sassi scivolosi e sommersi. Piedi e mani hanno principiato dunque a conficcarsi nelle rocce; una mano s’è mossa adagio tentando d’entrare in armonia con l’acqua, che non opponeva particolare resistenza. I piedi, avanzando circospetti, si trasformavano in pesci; sapevano di dover arrivare a riva e sgusciavano tra gli scogli con agile sinuosità. A carponi, anche le braccia salivano prudentemente sfruttando la corrente. Spettava alle mani di trovare un appiglio: nel gioco di forze delle acque, non solo sarebbe stato un appoggio bensì il destino del mio corpo. Infine, si sono immerse alla ricerca del punto da utilizzare per il balzo finale; non appena l’ho sentito sotto le dita, mi ci sono aggrappata, i piedi si sono liberati sebbene la resistenza dell’acqua cercasse di ricacciarli sotto e, con un movimento repentino, seguendo la breccia aperta dalle braccia, mi sono sollevata solcando l’oceano. Sono strisciata verso la sponda come un granchio col sole che mi batteva sulle membra riscaldandone la vittoria. A riva, sono stata pervasa da un profondo amore per l’intero mio corpo tutto che, complimenti, mi aveva assecondata durante l’avventura bizzarra dell’uomo che attraversa una cascata nel nome di una rivincita. I miei piedi e le mie mani, tutti e quattro, si sono riscattati. È stata la loro definitiva riabilitazione. Sono salvi. Non so dirvi se questa è proprio La Fine. Vi posso dire che l’ultima tappa non sospettavo sarebbe stata L’Ultima. Non avrei potuto asserirlo in anticipo, intendo. Vi posso dire che l’ultima volta in cui ho dormito con lui, accanto e insieme, a Samos, non sospettavo sarebbe stata L’Ultima. Quindi non avrei potuto asserire, a priori, che era proprio L’Ultima. Qui, nella pensioncina di Finisterre, divido la camera con Jacopo. Due camere da due e una da tre. Il Cecco è con Matteo, Michele con Carlo e l’Ilenia (oh che strano!). Forse scriverò ancora, mancano quattro giorni, ma la nostra storia finisce così: io in una stanza e lui in un’altra; muri e corridoi a dividerci e molto di più. Il fatto d’indossare le mie adorate infradito da questa mattina mi dà ragione di ritenere che è proprio La Fine. Ma mi resta da fare una cosa. Un’ultima cosa la devo ancora fare. Solo una. Portate pazienza.
2 settembre
La sensazione edenica di beatitudine è svanita. Cacciata dall’Eden, al suo posto è tornata la ragione con la pressante necessità di rimettersi coi piedi per terra. Siamo ancora a Finisterre. I due giorni in sosta nello stesso posto ci reintroducono nella normalità della sedentarietà riconfermando la mia tesi: è finita. Ossia non fissare la sveglia, non sapere come occupare il tempo, avere solo tre puntelli temporali, colazione-pranzo-cena (che, in questo vuoto, si fanno cinque, colazione-aperitivo-pranzo-aperitivo-cena; sei con la merenda). Qui, il tempo pare non essere un granché prezioso: indugiare rallentare ritardare temporeggiare adesso non significano non avere un letto né venire chiusi fuori dagli albergues. Malgrado ciò, se anche il nostro tempo qui non è di per sé valevole, almeno dovremmo cercare d’impiegarlo bene. Io lo uso scrivendo. Gli altri non ve lo saprei dire, raramente sto in loro compagnia. Ho scelto di condividere con loro solo tre dei sopradetti paletti: colazione-aperitivo-cena. Il pranzo lo salto. Quando li ritrovo, scopro che Matteo è andato alla grande spiaggia in cerca di capesante; che il Cecco ha meditato all’ascolto della crescita delle rocce, poi ha raggiunto Jacopo al bar; che Carlo ha sonnecchiato; che L’Ilenia ha preso il sole (in caso di buone condizioni climatiche, sennò è andata a far compere) e che Michele, dopo aver giocato un po’ con la sabbia, è andato a sedersi sugli scogli. Tuttavia non smetto di sentirmi nomade. Non posso che percepirmi tale ora che mi devo ricostruire con frontiere che aprono e non chiudono. Oggi, è nel farsi e disfarsi di me stessa di cui sono stata testimone e soggetto che mi avverto nomade. Mi salgono alla mente le parole di un’autrice che leggevo prima di partire: diceva del benessere che si prova sui treni, nelle stazioni, negli aeroporti e in tutti quei luoghi dove ci si sente liberi dai ruoli perché il bisogno (mai pago) di viaggiare, capire, conoscere, incontrare, s’appaga. Così mi ero sentita a Montparnasse, a Dax, a Bayonne. Credo anche gli altri, li ricordo talmente liberamente compiaciuti lì. Qui meno. In pace, forse, ma con un elegiaco retrogusto di… pesce pescato! I gabbiani ci volteggiano sopra come avvoltoi che hanno puntato la carcassa d’una bestia morta. Tra le mille Tristezze di Dio dev’esserci anche quella del pesce pescato. Ma nel paese in cui si decide di stanziare non dovrebbero esserci sere tristi. Le ore tra la notte e il mattino sono le più difficili. Non dovrebbero esserci nemmeno inverni molto lunghi, allora. E se ci fossero, non dovrebbero esserci ponti molto alti giacché nella miseria basterebbe un’inezia per decidersi a liberarsi dall’intollerabile vita. Non è così tremendo morire. A Finisterre non ci sono ponti. Sarà pure per questo che ho un’impellente voglia d’andarmene anche da qui; di (ri)partire da qui. Voglio andar via da Finisterre: qui c’è odore di mare ma molto lieve, come se fosse stato conservato così solo per ricordare che un tempo era una spiaggia aperta dove s’infrangevano le onde e soffiava il vento, e basta; adesso c’è più odore di fritto e di gente sudata. Mi sento insofferente, prigioniera. Questa luminosità diffusa e pallida, senza ombre, è un’oscurità più densa di quella della notte. Avverto questo posto come una gabbia, le strade come strettoie, i muri delle case sono troppo alti per stare così vicini, i vicoli paiono cunicoli. Ah i muri… Io ODIO i muri. Non sopporto più di temporeggiare. Mi sembra di tradire i tempi narrativi. Con Michele non parlo praticamente dall’episodio della Cattedrale (che ovviamente mi pare disti anni luce). Volete sapere la sua teoria? «Dalle prima che te le diano!» Con me, verosimilmente, avverte che gliele darei volentieri. Quindi ci si mantiene a debita distanza. Lo scambio indiretto di stamattina quando siamo usciti dal supermercato non ha modificato lo stato di ininterazione, la nostra arelazionalità. Ci ha tallonati un cane, un bel cagnone, attirato dai suoi grissini. Continuava a seguirci, fedele. ¡Buen perro! Poi abbiamo incrociato una coppia di pellegrini scandinavi, biondi belli alti e magri; un lui e una lei. Magari non erano pellegrini altresì indossatori vestiti da pellegrini qui per una campagna pubblicitaria. Lei ha tirato fuori del roseo jamón per il perro, che allora ci ha abbandonati per braccare lei. Ha preferito la biondona.
«Mercenario» mi sono ricreduta io, a voce alta.
«Bravo perro» mi ha contraddetto a tempo record lui, ad alta voce, «hai fatto proprio bene! Anche io avrei pedinato la bionda… bella e buona».
Beh, i brutti e cattivi sono emarginati. È così da che mondo esiste, no? Così stanno le cose. È così che vanno.
«Hai fatto male, invece, perro! Neanche te lo puoi immaginare quanto amore ti sarebbe stato dato»: hai barattato l’immortalità con un po’ di jamón, povero deficiente? Hai fatto male. Così ho concluso e sentenziato. Ho sospirato e mi sono azzittita. E lui è andato avanti a mangiarsi i suoi grissini. Queste le sole parole dette “tra” noi (ma senza alcun tra) in questi due giorni. Nel corso delle ultime quarantotto ore lo avreste trovato dove non ero io e mi avreste trovata dove non era lui. Sulle rive di questa penisola, ove Ulisse non avrebbe dovuto fare altro che dire SÌ per diventare immortale, l’ho di sovente intravisto seduto su una roccia, là in fondo, sulla scogliera, là in alto, di fronte al mare. Come sulla cima del Cebreiro, sapeva bene che come minimo si sarebbe dovuto mettere a piangere, come massimo si sarebbe dovuto gettar giù. Non lo sentivo singhiozzare, eravamo troppo lontani. Eppure sono sicura si stesse sciogliendo in lacrime, era il minimo. Quell’uomo tanto distinto, secondo me, la notte morde il cuscino e singhiozza, esasperato, evocando sempre la stessa immagine sensuale. Il suo succo vitale fluisce incessantemente nel rimpianto della sua sposa, all’altro capo del mondo. Michele è proprio l’eroe di questa storia, l’uomo dei mille viaggi, il maestro della resistenza, il paladino della memoria, della fedeltà ai suoi cari, al suo passato e a se stesso. Un supereroe! A me tapina, m’è toccato recitare la parte di Calipso: un ruolo che non mi compete del tutto perché pure io voglio tornare a casa! Come Ulisse che, sentendosi bloccato in una penisola d’immortalità tipo questa, non ha desiderato altro che di morire. Però Calipso nasconde, resta nascosta e continua a nascondersi, quindi va bene, mi va bene. L’idillio intrecciato col mio eroe non può che perpetuarsi nel segreto, al riparo da ogni sguardo, dissimulato nell’invisibile, celato in un silenzio che non tradisce alcuna indiscrezione. Ti osservo che sei tornato ad essere un puntino, e sei carino seduto là, in cima, a far da vertice a quei faraglioni, sai? Mi piaci, sai? C’è dell’ambiguità in te, così burbero eppure talmente dolce da avvertire forte il desiderio d’aiutarti. C’è della femminilità in te. Lì e così dovresti restare. Che classe hai… Non dici più una parola, gli autori ti hanno tolto anche l’ultima battuta perché altrimenti avresti rovinato tutto. No, non dici una parola ma sei ancora sensazionale: basta che ti mostri per conquistare immediatamente il pubblico. Che corpo hai… Un corpo come non se ne vedranno più. Intorno a te le rocce: dalle stalattiti vengono giù cascate di brillanti e collane di perle bianche; nella trasparenza dell’acqua sorgiva attraversata da raggi elettrici sembri un dio. Luminoso in mezzo al cristallo, ti elevi nell’aria come un dio. Nella lontananza di queste remote contrade, ottieni lo splendore misterioso di un idolo. Il tuo è un ruolo solo figurativo, ma di grande effetto certamente. Le sole pose plastiche di un angelo potente e silenzioso ti si addicono proprio, Nessuno. E sono due giorni che non fumi, hai perfino deciso di smettere di fumare. Perché? «Non mi piace avere così tanto bisogno di qualcosa. Mi rende schiavo».
Ore 19:40
In tarda mattinata ci siamo incamminati verso il faro, il vero Cabo de Fisterre, a circa 2 chilometri dal centro. Che mai saranno 2 chilometri per dei pellegrini come noi? Beh, in neolingua direi che eravamo… spannati! Sono stati 2 chilometri in-ter-mi-na-bi-li, un po’ come questi ultimi giorni. Faticosi come se mai fossimo stati viandanti. 2 chilometri proprio noiosi! Du’ palle davvero! Qui è la noia. È davvero finita. Mi vergogno quasi a dirvi che m’annoio, tipo uno che si trova su una terrazza al chiaro di luna e comincia a provar vergogna della noia che lo assale troppo presto. Ma poiché i miei compagni se ne stanno lì silenziosi e tranquilli a contemplare mestamente la luna, preferiscono non parlare, e strascicano i piedi, tossicchiano, ma non dicono nulla, così fanno i miei soci, allora inutile vergognarmene: s’annoiano anche loro. Mentre salivamo al faro, la visibilità era davvero scarsa, una coltre grigia e uggiosa ci avvolgeva nell’inutilità di goccioline gassose, umide e… fredde. Fredde! L’aria era umida e fredda come le ceneri dell’amore. Niente a che fare col manto d’aria calda e col tepore nei quali avrei desiderato coccolarmi lassù, dove le terre emerse finiscono infrangendosi vertiginosamente nel mare. Abbiamo seguito la strada carrozzabile che costeggia a mezza altezza tutto il promontorio roccioso. Poco dopo essere usciti dal paese abbiamo incrociato la chiesa medievale di Santa Maria das Areas, dove è conservato il Santo Cristo di Finisterre: secondo una leggenda, quella scultura riapparve su queste coste dopo essere stata gettata in mare durante una tempesta. Commovente, no? No. Non mi è neanche venuto da piangere. Il faro urlava come una balena per avvertire le navi cieche: attenzione! Qui c’è un muro di roccia! Attenzione! Non sbatteteci contro o vi farete male, e tanto. “Avrà pur fine questa nuvola” abbiamo pensato tutti. Ma no, il cielo non s’è dischiuso. È stato grigio e umido tutto il giorno. C’era abbastanza nebbia da far parere ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, irreale. Quindi le immagini che ora tentano d’occupare i vuoti di questi fogli non ottengono altro che tingersi del colore delle allucinazioni dimenticate nell’istante stesso in cui sono apparse. Scrivendo del giorno, dovrei dare l’idea del pieno giorno, invece l’ombra che avvolge il racconto non accenna a schiarire, non consente alla mia immaginazione di completare figure poco delineate. Quindi non trascrivo parole dette ma solo voci confuse e canti smorzati come quelli delle balene. Ho patito tanto freddo. Credo di avere l’influenza. Sono oppressa da un immenso torpore che mi ha fatto dimenticare cosa m’aspettavo. Cosa attendevo a quell’angolo di strada? È come se fossi inciampata sul selciato sconnesso e, risvegliatami di soprassalto col brivido gelido d’un uomo che non sa più dov’è, non ricordo che sto qui a fare. Mi sembra pertanto che al piano, laggiù, a casa, ritornerò con un’amnesia e un raffreddore di prim’ordine; e che quindi dovrò riposare per altrettante tre settimane al fine di riavermi completamente. Mi sono insomma nuovamente beccata una bella costipazione. Bella e buona. L’aria che ieri era parsa antidoto contro ogni patologia è anche buona per la malattia, la favorisce, sconvolge il corpo e porta il morbo latente a maturazione. È ovvio, come con ogni farmaco mica si deve esagerare! Lo dicevo saremmo dovuti ripartire il prima possibile. Invece sono costretta a star qui (gli altri la vedono una convalescenza) coi pomelli ilari per l’effetto dei tossici solubili propinatimi nella sidra. I microbi agiscono sul mio sistema nervoso e sembra che le gote mi si tingano di buon umore, ma non mi sento niente bene. Tuttavia una cosa ancora la dovevo fare: mancavano le Converse. Non volevano ritornare, a casa non sarebbero più servite, si sarebbero sentite inutili, erano troppo vecchie. In taluni casi il trapasso è un punto di non ritorno. Lasciaci qui: me lo hanno chiesto loro. Ecologicamente poco decoroso, me ne rendo conto, ma eticamente nobile, dovevo buttarle giù dalla scogliera. Intanto il faro strillava. Erano grida di rabbia. Sono quasi le 21:00. Attraverso la cortina di nebbia qualche stella triste proietta la sua luce. Sono in camera. Queste quattro pareti rimbombano del ronzio di una nave e l’aria è impregnata di nebbia e di salmastro. Sfioro con una tiepida carezza il fitto fiume di scrittura in cui riconosco la prosa che ha accompagnato le mie ore di reclusa. San Giacomo, con la severità di un maestro sdegnato, mi ha chiuso a chiave in questa stanza dandomi da coniugare venti volte il verbo AMARE. Alla fine uscirò anche io dallo stanzino dove mi sono divertita a fabbricare ochette di carta invece che coniugare quel verbo, e raggiungerò gli altri che si sono già avviati al ristorante. «Che benessere, che pace» continuano a ribadire il Cecco e la Ile. Davvero ignorano che il terzo sintomo della morte dei sogni è la pace? Quando la vita comincia ad essere un pomeriggio domenicale, non chiedendo grandi cose né esigendo più di quanto non le si dà, è la pace. Quando rinunciamo ai sogni troviamo la pace. Inizialmente è la tranquillità, ma poco ci vuole perché i sogni morti inizino ad imputridire, come il pesce. E infestano l’ambiente che allora finisce col renderci crudeli con tutti coloro che ci circondano, che a loro volta direzionano la loro crudeltà contro di noi. Poi compaiono le malattie e le psicosi e, un bel giorno, i sogni imputriditi rendono l’aria talmente irrespirabile da desiderare la morte, l’unica che possa liberare dalla terribile pace dei pomeriggi domenicali! Per cena, è prevista un’altra abbuffata di pesce. Il Cecco vuole a tutti i costi scofanarsi una valanga di percebes. In questi due giorni altro non abbiamo fatto che mangiare. Io senza appetito. Come a casa, quando m’abbuffo senza fame dal gaster. Se questo è anche il diario alimentare di tutto ciò di cui mi sono nutrita (oltre che un vistoso verbale sui pressappoco della mia vita) ci vorrebbe una bilancia. O un bilancio. Mi dovrei pesare. Poi non dovrò fare più nient’altro e, finalmente, si tornerà a casa. Adesso che anche le Converse hanno trovato pace sì che ho perso tutto quello che avevo da perdere. Infatti la marea, ieri, poi, salita più in fretta del previsto, s’inghiottì golosa anche fido cell, che cascò in acqua. Forse, però, non ho perso peso, non più di 21 grammi quantomeno; né le mie cronicizzazioni alimentari. Sono dunque venuta fin qui per non perdere quello che ho perso e per perdere quello che non ho perso? Bella storia davvero…
3 Settembre
Dio mio! Dove sono andate a finire le vacanze se mi toccherà prendermi una vacanza dalle vacanze? Le vacanze sono trascorse, fuggite, disperse. In fin dei conti, si trattava di ventitre giorni, ma che essi dovessero passare era difficile da concepire in principio. Ora che non rimangono che quarantotto misere ore, un residuo assai poco appariscente sebbene un po’ mosso dalla variante del viaggio in pullman e dall’aereo, queste tre settimane vissute quassù risultano un niente. Però noi sette, adesso, siamo liberi proprio perché il tempo, per noi sette, non conta più. Gli orologi non si sono mai fermati, qui. Ma noi sette abbiamo capito che gli orologi non fanno il tempo. Pertanto non conta più nemmeno la serietà. Perché dovremmo fare i seri? Ostentiamo anzi uno scherno continuo tipo l’uomo che, avendo conosciuto tutto, non trova più nulla che valga la pena d’essere preso sul serio. Se anche crepassimo tutti, cosa importerebbe? Per quel che vale adesso la nostra pelle gramolata! Perché prendersi sul serio? La cosa peggiore è l’assuefazione: non riuscire più a stupirsi di quello che si fa; procedere nella vita disposti a lasciarsi sorprendere e ben poche volte sorprendersi davvero; avere fame senza rendersi conto che quella fame non è dettata dai succhi gastrici bensì è frutto del condizionamento della cultura imperante; aspettare per anni un cambiamento e non riuscire a sgomentarsi davanti alla prima situazione non familiare; pensare solo alla felicità individuale (manco fosse un sogno da predatori) senza considerare il dovere che essa ha di ripercuotersi sulla collettività. In sostanza, esattamente come ci si è ridotti qui, a Finisterre, dove siamo rientrati a tutti gli effetti nelle maschere che indossavamo prima di partire, quelle che si vestono laddove non si può ESSERE (degli esseri) felici, tipo in città. (Io sapevo d’essermi portata dietro la mia maschera, infilata di straforo nella tasca più nascosta dello zaino; ve l’ho fatta sotto il naso! Ma non sospettavo l’avessero fatto anche gli altri. Me l’hanno fatta sotto il naso). In spagnolo all’aggettivo feliz è grammaticalmente corretto associare il verbo ser piuttosto che l’estar: illude sia linguisticamente consentito d’essere felici. Invece solo quando la vera felicità ci si mette perde completamente il senso della misura, come la tragedia. E come attira gli sguardi! Mentre nelle ultime quarantotto ore ha regnato sovrano il cazzeggio. Ho scritto del cazzeggio e non ho attirato gli sguardi. Seguito a farlo. La cosa più terribile di qualunque vicenda sedimentata è proprio tutto questo dar per scontato di esistere, di essere al mondo. Di esserci. Tipo scontare che si tornerà a casa, la sera, magari dopo il lavoro, senza nessuna particolare sorpresa, senza entusiasmi né contentezze, sicuri che succeda. O scontare tutti i gesti che potrebbero viceversa essere rari e preziosi. Mi pare di dover scontare una pena. È penoso. Noi con le abitudini abbiamo insomma fatto come i cetacei, che hanno fatto tanta fatica per abbandonare il mare e poi, una volta arrivati sulla terra, hanno deciso di ritornarci. Milioni di anni buttati per trasformarsi in un animale a quattro zampe e milioni di anni per tornare cetacei. Penosamente, anche stasera chiederemo uno sconto al ristorante dove ormai siamo conosciuti. «Bisogna imporsi, non chiedere!» ribadirà il Cecco, che poi chiederà lo sconto e verrà rimbalzato. Penosamente, anche stasera avanzeremo le abbondanti pietanze ordinate. «Quanto piacere buttato via!» ribadirà il Cecco con la voce malcontenta di chi prova dispiacere se le cose utili e buone vanno sprecate; ma poi se ne andrà con una scrollata di spalle come a voler rimuovere della polvere finita accidentalmente sulla sua giacca elegante. Così la vita si fa penosa. E la coscienza si ridesta. È una cosa terrificante, questa coscienza sempre desta che non trova mai niente a cui abbandonarsi, sempre in sospeso, sempre in allarme. Fuori di qui si sta consumando un’altra giornata alla quale non mi va di partecipare e alla quale non voglio dare il mio apporto. Agli altri sei mento. Indosso la maschera e faccio il gesto dell’ok. «Ci raggiungi dopo?» Ok. «Ci vediamo dopo?» Ok. «Come stai?» Ok. Sono diventata disonesta come tutte le persone che, per il timore di perdere il consenso altrui, finiscono per non dire ciò che pensano. Adesso, del Cecco penso che è un egoista, nel senso che per lui esiste solo il suo ego avido di birra e ingordo di percebes e cozze! Una volta o l’altra lo si dovrebbe far pasteggiare a pane e acqua, così, per penitenza! Di Carlo che è un gran paraculo. Di Jacopo che è proprio grezzo (ma insomma! Al mattino si desta, si stiracchia, «madame» mi omaggia, e poi scorengia!) e che si mangia la roba degli altri ma la sua non l’offre mai! Di Matteo che è tirchio e pure rompicazzo: non gli piacciono le cozze di qui, le trova eccessivamente grosse, e ci ammorba tutti con la sua ossessione per la grossa cozza! Se una cosa non piace, non è una buona ragione per disgustare gli altri! Tuttavia dice, con voce ragionevole, che di gusti non bisogna discutere perché non si sa mai cosa potrà piacere un giorno! Della Ile che è infantile: basta con tutti ‘sti cazzi di brillantini! E di Michele che è un coglione: un turgido testicolo in cerca d’un prepuzio, un carnulento monopalla sempre appiccicato al sedere di Carlo, manco fosse il suo glande! Incredibile è la penosa esperienza della resa dei conti: ossia di quando capita di rendersi conto che l’uomo che si considerava brillante e intuitivo si rivela un emerito coglione. A quel punto che si fa? Nulla, ci si continua a stupire della sua idiozia. E di quei due pennelloni che dinoccolati procedono paralleli come su binari penso che sono due cazzoni! Naturale non dire loro ciò che penso. Ieri mattina, mentre facevamo colazione, in onestà e con qualche eufemismo ho tentato d’esprimere le idee più appartate che mi svolazzavano per la testa (tipo che sono tre settimane che il Cecco e Carlo circuiscono la comitiva in modo tale che alla fine della fiera, gira e rigira, si fa come dicono loro: quindi «oggi pic-nic tutti al faro!»). Dato che gli orologi segnavano solo le 10:00, litigare sarebbe stato un modo per ammazzare il tempo. Un diversivo. Addirittura Michele s’è alzato con l’istinto del vecchio attore che sente avvicinarsi la sua battuta e ha tuonato: «eh, non è mica vero!» (Ma allora pensa? E ha delle opinioni! E dove le teneva, nella segatura?) Suscitata dunque e all’istante una sorta di volontà di lapidazione, ho preferito tacermi. Memore inoltre di Cizur e Samos, scomode deviazioni (dalle deduzioni immancabilmente nefaste) da me proposte e conseguite proprio tramite abbindolamento, era giusto azzittirsi. Di me, poi, giustamente penseranno che ho una bella faccia tosta ad atteggiarmi a donna distinta. Sì, distinta in mezzo alla spazzatura! In fondo ho torto ad arrabbiarmi. Bisogna lasciar vivere tutti. Ho capito che per carpire il bell’e buono che c’è in ognuno di noi (c’è davvero “roba pregio” dentro ogni essere umano, del divino!) si dovrebbe periodicamente tentare di sottrarre alla propria esistenza quelle cose che diamo per scontate e far passare un po’ di tempo prima di rimettersele: tipo stare una settimana senza travestimenti; o senza farsi una doccia; oppure senza luce elettrica; tipo tenere per un po’ spenti i riscaldamenti, o la televisione, o il cellulare; e dormire per terra, qualche notte ogni tanto. Ci si abitua ad avere ostinazione nelle proprie abitudini quando sarebbe meglio allenarsi a non avvezzarsi per riabituarsi senza assuefarsi alla doccia, alla luce, ai riscaldamenti, alla televisione, al cellulare, ai materassi e via dicendo. Il tutto per evitare quella che il Cecco e Jacopo definirebbero “la putrescenza umorale”.
4 settembre
Fui verosimilmente colta dalla putrescenza umorale quando ieri presi la penna e la gettai giù dalla finestra. Ora che ne ho recuperata una, vi dico che quella cosa lì è proprio brutta e cattiva: ti fa vedere solo il peggio delle persone e pure delle cose. Jacopo e il Cecco ancora ne stanno discutendo. Non sono seri, ma stanno animosamente analizzando (in neolingua) come funziona una sbornia: si parte sobri e, dopo una breve fase di autocontrollo paranoico, subentra lo stato alticcio, che inevitabilmente traligna nel brillo. Questo è il punto di non ritorno: da qui in poi il processo è inarrestabile.
«Si fa plaza» dice il Cecco (tipo a Zubiri con gli spagnoli, per intenderci) «e scatta la tazzata selvaggia!»
«Altrimenti dicibile gaina» precisa Jacopo.
Qui il sentiero si biforca in due alternative non irrisorie: ci si prende bene oppure male. Allora il Cecco, che è un tipetto positivo e di “gaine” un esperto, descrive la fase del preso bene: «è la fase filantropica del t.v.t.b. Lo sciallo, insomma, che a sua volta si dirama nel rilasso, allorché un sonno peso assale e si va a dormire. Oppure si patteggia per il rincaro, elevando la gaina alla seconda».
Jacopo, un poco più propenso al pessimismo e fastidio rispetto all’amico, si fa carico della fase del preso male: «la definirei anche gaina fuor d’aja o malcagata, e la paranoia è assicurata; quand’anche si volesse tentare il rincaro, lo si farebbe pesantemente e non si riuscirebbe a schivare lo sbocco».
«Rischio al quale ci si sottopone pure con la gaina alla seconda, però!»
«Ragazzi, scusate» sento di dover intervenire, «ma allora non c’è via d’uscita? Si entra in paranoia o si sbocca? Perché ubriacarsi? Ché ci sarebbe di divertente?»
«Ma no: se ci si rilassa eludendo l’opzione sonno peso, può essere che prenda piede una sorta di rollio» mi rincuora il Cecco, «o beccheggio» puntualizza Jacopo, «che ti consenta di tenerti tutto dentro fin tanto che subentra la sopportazione che ti condurrà sano e salvo al medesimo ripiglio che avresti dopo aver vomitato!»
Non mi è molto chiaro, sono una che vomita in agilità, «quindi la putrescenza umorale non è d’obbligo?» chiedo conferma.
«Certo che no!» il Ceccolino non ha dubbi.
«Fatta eccezione per te, che sei un caso senza speranza» interviene pronto Michele rovesciandosi su di me dopo ho perso il conto di quante ore di silenzio.
Il sorriso che ha è quello dei pesci congelati a Finisterre. È il primo sorriso della giornata, questo. Ormai ne concede non più di tre al giorno. Li ho contati. Dunque io seguito ad essere uno dei suoi possibili TU. Non ha il coraggio di condannarmi del tutto alla perdita del TU, catastrofe ben più terribile della perdita dell’IO! Mi scruta con la solita espressione di sempre, neutra, pronta ad ingentilirsi o ad insolentirsi a seconda delle circostanze. E io, che un po’ ero pentita di non aver preso parte alla cionca di fine Cammino, ora invece me ne sollazzo: avrei vomitato, caso senza speranza che non sono altro! Ciò per dire delle scempiaggini di cui si va farneticando ora, sul pullman che da Santiago ci sta portando a Saragozza. Non c’è serietà nei discorsi, però le fasi della vita non tanto si discostano da quelle d’una ciucca. A meno che non la si dia vinta all’autocontrollo paranoico, dettato per lo più proprio dall’abitudine. E tutti i conti tornano. Quindi ci si dovrebbe anche ubriacare, una tantum e a patto di non dover guidare; come hanno fatto i miei compagni ieri sera, tanto avrebbero preso il pullman e da Saragozza il volo per l’Italia. Dodici le ore di bus, una di aereo, ventiquattro le ore per tornare da dove siamo venuti. Geniale trovata, Cecco! Capisco perché non si riesca a fare i seri! A ritroso, seppur sarebbe stato meglio non usare al ritorno la stessa strada dell’andata, stiamo ripercorrendo la Galizia. Fuori dal finestrino rivediamo O Cebreiro, lassù, su quel monte verde smeraldo. Sfreccia via. Ecco Pereje: passiamo ora davanti al peggiore degli ostelli in cui abbiamo pernottato, sulla statale. Ma… aveva un pergolato struggente… Lo stiamo costeggiando proprio ora che lo trascrivo. Da spettatrice inerme fa male uguale. Come stessimo percorrendo il cimitero delle ore passate stese esanimi nel loro pantheon circolare, l’effetto che desta lo starsene qui seduti a guardar scorrere il Cammino al rovescio è insolito: passa davanti ai finestrini del veicolo come se nient’altro fosse stato se non una somma di proposte fuggevoli di città e paesi trasformata in segnaletica stradale. Sono una spettatrice, ora, come al cinema. Lo sono stata quasi sempre, in questi ultimi giorni, a voler essere onesta del tutto. Mi sono messa in disparte e sono stata a guardare. Mi sono messa in un angolo: gli altri sono usciti a festeggiare e io sono salita in camera. Mi sono messa a letto dopo essermi fumata due canne ma sotto di me c’era una molla rotta che mi penetrava il fianco. Tuttavia sono rimasta lì, sdraiata, a lasciarmi tormentare da quella molla mentre gli altri festeggiavano: sono tornati ebbri alle 4:00, sghignazzanti come delle iene e io, nel letto ritorta, mi sono sentita un’imbecille. E io ODIO sentirmi imbecille. Certamente converrete col mio fastidio, a nessuno farebbe piacere sentirsi imbecille. Troppe volte, e lo ripeto, troppe lui mi ha fatto sentire un’imbecille. Non glielo consentirò mai, e lo ripeto, mai più. Pentita, mi pento d’averglielo concesso. Volentieri avrei brindato coi miei compagni e, pentita, mi pento di non averlo fatto. Concludere il Cammino con una serie di rincrescimenti non è cosa che definirei invariabilmente congeniale. Ho architettato dei bei rimpianti, insomma. Ma è andata così. Così sono andate le cose. E mi vanto per la sincerità che porto avanti, impassibile, anche quando sarebbe stato meglio mentire, od omettere. Ad esempio, a voi avrei potuto raccontare il falso, stravolgere i fatti, porgervi un lieto fine di gioia e amore. Avrei potuto scrivere una di quelle belle fiabe in cui tutto va per il meglio. Ossia come si desidera che vada. Invece le mie parole non m’ingannano e non inganneranno nemmeno voi. Questo è importante. Sono pentita di tornarmene a casa pentita; pur tuttavia non mi pareva il caso di festeggiare perché se ora potessi scattare una foto (fido cell ce lo siamo giocato) ci immortalerei nuovamente in viaggio, io che scrivo, lui che dorme; io con gli occhiali scuri a dissimulare sguardi furtivi (e lacrime disobbedienti), lui che dorme. Lui sonnecchia, bello (…) come sempre, anzi ancor di più. Sempre di più. Sempre più bello. Non la smette mai d’abbellirsi! Il lungo tempo trascorso sull’oceano gli ha dato l’aspetto di una persona in buona salute; ha delle belle mani, non mani sciocche da ragazzino; la fronte bombata sovrasta occhi che custodiscono cortesi minacce, come quelli dei gatti; anche il sorriso, se sorride, è da gatto. A me i gatti non piacciono. Lo rimiro nel suo sonno tranquillo come farei con un estraneo. L’odio dal profondo per la sua estraneità. Né il rumore della strada né il mio odio sembrano turbarlo. Avrà avuto di certo i suoi motivi per umiliarmi così, penso. E quanto mi sono costati i suoi motivi! Ma quel suo dare di continuo solo segni d’insensibilità è ancora peggio dell’umiliazione. Lo detesto. Con una foto vi ingannerei, allora, perché potrei farvi credere che non è cambiato niente, da tre settimane a questa parte. Ve lo dicevo che le foto ingannano: più che aver la funzione d’aiutare la reminiscenza, sono un montaggio delle stratificazioni dell’esistenza! E, incredibile a dirsi, di strato in strato, io mi sono innamorata dello Strano Straniero; un velo d’altre immagini si deposita sulla sua rendendola un po’ sfocata, un peso di ricordi m’impedisce di vederlo come vedrei una persona del tutto avulsa, come vedrei un passante: i ricordi che su di lui aleggiano tipo la fuliggine intorno alle lampade mi coinvolgono e mi riguardano, anche se lui non mi (ri)guarda più. Sono rinata e mi sono nuovamente invaghita di lui, è la Legge del Ritorno: ci sono punti in cui ogni storia fa una giravolta e si ricomincia da capo. Tutto pare essere consentito al mondo, tranne che interrompere le manifestazioni d’Amore. Quando ciò accade, chi ha tentato di distruggere è costretto a ricostruire. Chi interrompe un’opera d’Amore è obbligato a riprenderla e continuarla. Non c’era pertanto nulla da festeggiare: quante altre volte dovrò morire?! Non è cambiato proprio niente ma è come fossero trascorsi tre mesi, o tre anni. E in tre anni tutto cambia. Troppe cose non sono più le stesse: striscio nell’ombra delle sue lunghe ciglia; mi nascondo nel buio delle sue palpebre serrate; lo sbircio appisolato, mi sforzo di farlo per concludere ciclicamente l’avventura. D’altronde è così, fa parte dei giochi: bisogna essere consapevoli dei lidi da abbandonare per essere capaci di coglierne il senso. Sarà colpa dell’à rebours, ma mi ha assalito il presentimento che questa vita la si dovrà vivere ancora una volta almeno, oppure innumerevoli altre volte; pertanto non ci sarà mai niente di assolutamente nuovo: ogni dolore ogni piacere ogni pensiero ogni sospiro ogni cosa incredibilmente piccola e grande della propria vita tornerà, nello stesso ordine e successione o a ritroso, come nel caso del Cammino percorso al contrario. Lo chiamano il Cammino dei Gamberi (tra le Tristezze di Dio annovererei dunque anche quella del gambero). Ritorneranno pure questo sole, o quel chiaro di luna, quegli alberi, quest’attimo e pure ‘sto ragno, che schifo, da dov’è uscito! L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre e di nuovo capovolta e noi con essa, noi granelli di polvere. Certo non è detto sia dato di ravvisare. Difatti lo guardo ma non lo riconosco: non si tratta più di discernere chi dei due dorma in quel corpo da favola, la favola è finita e io sono sopravvissuta: se si riesce a sopravvivere alle favole si è pronti per il mondo reale. Lo Strano Straniero assopito incappucciato non lo conosco. Chi è? Come si chiama? Cavolo però, è proprio carino… È la prima volta che lo vedo. Non saprei dargli un nome eppure ho la netta sensazione che, sebbene si dica che il tempo sani tutto e che di ogni cosa ci si riesca a scordare, il suo sorriso ancora il cuore mi verrà a straziare! Riconosco invece il giallo della Castilla che saetta fuori. Riconosco le adorate mesetas: eccole sotto una nuova luce, al tramonto. Riconosco cosa mi ha reso felice. Mi sembra di spezzettare la nostra avventura nei minimi elementi che la costituivano, di riesaminarli uno a uno e, come un orologiaio, rimontarli. Le foschie di Finisterre hanno tentato d’offuscarmi ma le mesetas ritornano, al contrario, per rievocarmi che sono stata felice. Tutto ritorna. Mi piaceva la sensazione di non essere nella mia pelle: è nel deserto mesetico che ho apprezzato l’attesa del momento. Le mesetas scorrono sotto le ruote del bus e, lo giuro, sto piangendo senza evenienza di tregua dietro le lenti scure. Ringrazio i degni sostituti dei rimpianti Dior, non so come avrei fatto senza di loro. Le mesetas sono qui per dirmi che il destino degli occhi è questo: non di nascondersi dietro lenti scure, bensì di lacrimare. Tutti gli occhi piangono, anche un occhio cieco. Gli occhi sono buchi dai quali e nei quali le cose escono ed entrano. Il ricordo dell’ocra delle mesetas riempirà il mio tempo, rendendolo a sua volta un buco da riempire. Questo è il mio destino. Un destino bucato.
5 settembre
Sono le 6:00. L’aeroporto di Saragozza da poco ci ha accolto aprendoci i battenti. Per ore siamo rimasti sotto le stelle; coi sacchi a pelo sfoderati ci siamo protetti dall’umido e dal freddo. Sempre freddo. Solo freddo. Se avessi scattato una foto, avreste avuto ragione di credere che dalla notte a Saint Jean non fosse cambiato nulla, come se a quella notte il tempo si fosse arrestato, come in una foto. Abbiamo dormito all’aperto, per terra, come a Saint Jean; ma no, il tempo non s’è fermato, non lasciatevi ingannare dalle foto. Il tempo non si ferma mai. Spesso le immagini ispirano più fiducia delle parole: una volta che lasciano la camera oscura sono fisse, immutabili; mentre le storie sembrano cambiare forma continuamente. Ma no, non lasciatevi ingannare dai dagherrotipi. Confrontatevi allo specchio con lo specchio di un vostro fotogramma e vi vedrete sempre diversi. Arriverete al punto che stenterete a riconoscervi. Per questo non ho scattato foto (fatta eccezione per qualche furto con fido cell, che dopo il tuffo nell’oceano non la smette più di “flippare”, e quindi neppure so se delle mie immagini clandestine qualcuna giungerà a casa intatta): sono solo fantasmi, apparenze, parvenze. Sono spossata. Sì, forse sì: la massa delle esperienze è inversamente proporzionale all’energia per viverle, perciò se l’orologio biologico s’avvia verso la mezzanotte perde colpi a ciascun nuovo scatto di lancetta; è naturale avere questa sensazione di spossatezza; è naturale che il tempo soggettivo acceleri e lo spazio concesso si riduca. Siamo snervati. Dopo aver rivissuto le cime del Cebreiro, le colline leonensi e Pereje col suo bersò, riattraversando la Castilla è toccato poi alle mesetas passate le quali, sempre à rebours, è stata la volta di Burgos; abbiamo avuto l’occasione di rivedere, seppur di sfuggita, la sua Cattedrale dalle argentee guglie che, come le dita d’un pianista, si stirano a sfiorare il cielo. Non avrei pensato di rivedere la Cattedrale di Burgos, l’unica che avrò il piacere elegiaco di ricordare, la Cattedrale ai piedi della quale fu l’intuizione che non ce ne sarebbe stata nessun’altra valevole per NOI. Non pensavo avrei rivisto tutto, insomma, come con le videocassette quando non esistevano ancora i dvd e si poteva pigiare il rewind guardandosi il film veloce e al contrario. Qualcuno ha schiacciato il rewind del mondo per riavvolgere il nastro. È così che si dovrebbe fare anche con gli errori, no? Quando si sbaglia, si deve saper fare marcia indietro. Il mio errore ve l’ho raccontato. Distesa nel sacco a pelo, tutte le sere, ho fatto il possibile per collegare i fatti di questi ventitre giorni in una sequenza narrativa coerente: per far stare le parole l’una con l’altra, sono tornata su ogni periodo maniacalmente al fine di ravvivarne tutte le spettinature sintattiche; ho manipolato le frasi finché non si sgualcivano, spiegazzandole, cincischiandole. Spero di non aver combinato un pasticcio. Mi sono sempre chiesta dove fossero le simmetrie e dove le discrepanze, credetemi; non ho mai smesso d’interrogarmi circa il senso di ciò che è accaduto. Sì, forse sì: il tempo non serve a nient’altro se non ad essere perduto e poi ritrovato; e il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi. Con altri occhi rimiro i miei sei compagni: tutti dormono avvolti come mummie nei loro sacchi sparsi per le panche della sala d’attesa dell’aeroporto di Saragozza. Il Cecco pare un criceto, innocuo e indifeso; una creaturina mansueta. Carlo, con la bocca aperta, innocente. Jacopo addirittura raffinato, sul fianco delicatamente poggiato. Matteo, mollemente abbandonato, non di certo rigido e inquadrato. L’Ilenia dall’espressione sobria, una donna adulta. Tutto quello che sono stati per me non è dicibile, non a parole. Lo Strano Straniero, poi, non è neppure categorizzabile. Tutto quello che sei non è determinabile, little dandelion. Sei un ignorante, e sei intelligentissimo. Sembri uno scimmione, e sei bellissimo. Non hai tatto, e sei delicato quanto la cenere. Irto di peli, sei liscio come la seta. Sei stolto, e davvero arguto. Non sai parlare, e ti ascolterei per ore. Sei un vigliacco, e il tuo coraggio m’intenerisce. Sei acerbo, e talmente maturo che andresti bene per una spremuta d’ambrosia. Dovresti vergognarti, sai? d’essere così imperfetto. Se fossi in te mi vergognerei, sai? d’essere così perfettamente imperfetto. Ti ho dipinto più e più volte come Cézanne con la sua Saint Victorie, aspettando che diventassi diafano e che svanissi. Volevo svanissi. Ti ho fatto scomparire, allora, ma non ti sei vaporizzato del tutto. Sei anzi presente, pesante e vibrante. Hai un carattere, tanto corpo e molta energia. Non è facile fermarti in un ritratto, con quegli zigomi iperborei e gli occhi come spacchi in una pasta lievitata. Se ne devono eseguire bene i particolari o si sciupa l’insieme. Non avrei potuto non dipingere continuamente la tua cute, evidentissima. Spero d’essere riuscita a pitturarla con la massima chiarezza, almeno per farne intravedere i pori. Ho approfittato della granulosità della tela per ridare attraverso la tempera la naturale scabrosità della tua pelle. Nonostante gli sbagli, ritengo ugualmente d’aver fatto LA COSA PIÙ GIUSTA che potessi fare dicendoti continuamente. Buona fortuna a voi sei tutti. Nessuno è riuscito ad attuare interamente il proprio programma; ma questo perché le azioni umane sono sempre inferiori agli umani propositi. Non è colpa nostra: i proponimenti sono fatti per l’uomo, non l’uomo per i proponimenti. Ho fiducia in quello che siete diventati. Mi fido di voi. Se l’umanità mi risulta nel suo insieme sospetta, grazie a voi d’ora in poi darò credito ai singoli individui. Sentitamente grazie ai miei docili caratteri distruttivi, grazie che vi siete lasciati adoperare. Grazie ragazzi. Potete andare. Nessuna storia finisce mai veramente, non per uno scrittore: solo il lettore ha col libro quel genere di rapporto privilegiato che gli permette di considerare ciò che è scritto come qualcosa di finito e definitivo, a cui non c’è nulla da aggiungere né da togliere. Per lo scrittore non può essere così, i suoi pensieri hanno una loro strana vita, si muovono carsicamente per riemergere all’improvviso in luoghi, situazioni e contesti impensati. Ad essersi riavvolta è niente più che l’odissea di un’idea. Siamo tutti case vuote in attesa di qualcuno che apra la porta rendendoci liberi. Un giorno il mio desiderio si avvererà: un uomo arriverà come un fantasma e mi libererà dalla mia prigionia. E io lo seguirò senza dubbi, senza riserve, finché incontrerò il mio nuovo destino. Qualcuno arriva sempre per chi aspetta. Arriva di sicuro. Michele mi ha fatto cenno di seguirlo. Chiamano il nostro volo. Volare è il contrario del viaggio: si attraversa una discontinuità dello spazio dissolvendosi nel vuoto; si accetta di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di iato nel tempo; poi si riappare in una località e in un momento che non hanno alcun rapporto col dove e quando dai quali si è spariti. Oltre questa pagina c’è dunque un vuoto che si concretizzerà nell’utero metallico dal quale verremo partoriti nell’anonimato di uno scalo aereo. Un nuovo inizio. Ridestati dal sogno, ci rendiamo conto d’aver fatto davvero tanta strada. Andiamo a casa, torniamo a casa, torniamo indietro. Ma io, indietro, non torno. Buon cammino!


























A Patrizio,
pellegrino delle galassie.
A Patrizio,
il mio maestro pellegrino.
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