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Itinerario di Architettura Moderna e Contemporanea (Capitolo 2) – Basilea

Scritto da giovanni bellinvia
  • Fondazione Beyeler
  • stabilimento Vitra
  • Schalager
  • Cabaret Tabourettli
Di norma entrambi non facciamo colazione, ma in albergo le cose cambiano; evitiamo solo i salumi e gli affettati, per il resto assaggiamo di tutto. Il tempo è coperto, come da previsioni, e la temperatura si è notevolmente abbassata.

Mappa della città alla mano attraversiamo il Reno e ci dirigiamo a Riehen, sempre a Basilea, per visitare la Fondazione Beyeler (Renzo Piano/1992-1997).
Qui trascorriamo buona parte della mattinata ammirando, tra le altre, le opere di Alexander Calder e Joan Mirò: a loro, accomunati non solo dal modo di intendere ed interpretare l’arte ma anche da un’amicizia durata quasi cinquant’anni, è dedicata l’esposizione in corso. Un tizio si diverte a soffiare su uno dei mobiles dell’artista americano, Sandy per gli amici, e la seria studiosa che rileva con uno strumento l’aria che esce da alcuni forellini praticati nella parete della sala espostiva non lo riprende. In effetti ciò che rende uniche queste sculture leggere di lamine e fili in ferro è l’interazione con l’ambiente: con l’aria, con la gravità e… con il tizio che si diverte. In una ricerca costante dell’equilibrio questo viene trovato, perso e ritrovato. Continuamente, ed in maniera sempre diversa. Il tempo non migliora, ma, almeno per ora, non piove. Attraversiamo la frontiera e, percorsi soli 3 km, siamo in Germania a Weil am Rhein dove ha sede lo stabilimento Vitra; un vero e proprio museo a cielo aperto. Iniziamo con la mostra Airworld al Vitra Design Museum (Frank O. Gehry/1988-1989) dedicata all’evoluzione del trasporto aereo e in cui sono approfondite tutte le tematiche in qualche maniera ad esso connesse: dall’architettura al design, dalla grafica alla moda. Per poter accedere allo stabilimento e vedere gli altri edifici siamo costretti ad acquistare i pass per la visitata guidata. Ne avremmo fatto decisamente a meno anche perché la guida, una signora sovrappeso vestita interamente di nero (e meno male che il nero snellisce) decisamente poco simpatica, si limita a fare una sintesi in inglese di quanto appena detto in tedesco. Parla dell’ingresso allo stabilimento (1988-1989) progettato da Frank O. Gehry, degli edifici per la produzione (1988-1989) di Nicholas Grimshaw & Partners e della cupola geodetica (1950) di Richard Buckminster Fuller acquistata nel 2001 dalla Vitra: 15 minuti circa in tedesco e 5 minuti in inglese. Vabbè… era l’unico per poter vedere il nuovo stabilimento Vitra (1991-1994) progettato da Alvaro Siza e la stazione dei pompieri (1990-1993) progettata da Zaha Hadid.
Del primo vediamo solo l’esterno mentre del secondo anche gli interni. Scopriamo così che l’edificio, di indubbio e sicuro effetto, in realtà mal si coniugava con la funzione per cui era stato costruito: pare che la grande parete scorrevole del garage delle autopompe, costituita da cinque grandi elementi, fosse troppo lenta ed in esso è attualmente contenuta la Vitra Chair Collection. Me ne rammarico. Lo interpreto come un fallimento per l’architettura contemporanea; sacrificare la funzione per raggiungere a tutti i costi determinati risultati formali non può ritenersi eticamente e deontologicamente corretto. Certo in questo caso è stato trovata una destinazione compatibile con l’edificio che rimane altamente rappresentativo per la Vitra, ma in altri casi… Simon, e la cosa non può che farmi piacere, concorda con me. Purtroppo, durante il nostro viaggio, avremo modo di tornare di nuovo sull’argomento. Per ultimo visitiamo il padiglione conferenze (1992-1993) progettato da Tadao Ando e mentre mrs. simpathy, in una delle sale riunioni, spiega in tedesco, con Simon ed un ragazzo giapponese esploriamo autonomamente l’edificio. Su di un lungo tavolo è allestito un rinfresco a base di cornetti, frutta, cioccolatini, tè, succhi vari: non abbiamo dubbi, non sono per noi, però, data l’ora… sono le 15.00 passate e non abbiamo ancora pranzato… Quando ci muoviamo dallo stabilimento Vitra piove; il padiglione Land Formation One (Zaha Hadid/1996-1999) è nelle vicinanze. Purtroppo è un edificio privato, sede del centro per la ricerca ambientale: chiediamo di poter dare un’occhiata all’interno, ma niente. Non ci rimane che puntare sullo Schalager (Herzog & De Meuron/2000-2003) sperando di arrivare prima delle 18.00, orario di chiusura.
Attualmente ospita un’esposizione dedicata allo studio basilese che lo ha progettato. Alla frontiera, di ritorno in Svizzera, superiamo il controllo del primo gendarme, impegnato nel verificare che sul parabrezza ci sia la “vignette”, ma non del secondo… La targa italiana, l’atteggiamento losco e sospetto… ci chiede i documenti e ci fa accostare per non intralciare il traffico. Intanto il tempo passa e perdiamo minuti preziosi. Attraversiamo in diagonale tutta Basilea e arriviamo nel quartiere dell’edificio costruito con lo scopo di conservare in maniera adeguata le opere d’arte moderna non esposte, in modo che studiosi, critici, restauratori, collezionisti, curatori possano agevolmente accedervi e … perdiamo altro tempo prezioso... Chiediamo informazioni (alle persone sbagliate), imbocchiamo una strada contromano… Ce ne accorgiamo perché due donne sul marciapiede iniziano ad agitare le braccia e a ridere, mentre una macchina in fondo si è fermata e ci lascia fare inversione. Se fosse successo in italia... Arriviamo mentre dallo Schaulager escono i ragazzi che abbiamo incontrato ieri alla Signal Box della ferrovia e questa mattina al Beyeler. Noi in macchina, loro con i mezzi. Loro hanno visto lo Schaulager, noi no… è troppo tardi e non è possibile entrare. Torniamo in albergo delusi, ma non scontenti. Basilea è una città che architettonicamente offre davvero tanto; sapevamo che non avremmo potuto vedere tutto e tra ieri e oggi abbiamo visto comunque molto. Ci adattiamo alle abitudini svizzere e alle 20.00 siamo già alla ricerca di un posto dove cenare, anche se avendo praticamente saltato il pranzo non è un problema per noi anticipare. Dopo aver cenato al ristorante Charon ci addentriamo nella città storica; ciò che ci sconvolge non è tanto il camminare alle 22.00 in una Basilea praticamente deserta ma i pacchi della carta da riciclare davanti alle porte ed ai portoni preparati con cura certosina. I giornali sono impilati in maniera ordinata e legati con dello spago in gruppi non molto grandi per poter essere facilmente trasportati. Quasi fossero dei pacchi regalo, pazzesco!

Passiamo, anche, davanti al Cabaret Tabourettli restaurato (1986-1988) da Santiago Calatrava; ovviamente, e non ce ne meravigliamo, è chiuso.

(to be continued)
Tags: architettura, architettura moderna, architettura contemporanea, Basilea, Herzog & De Meuron, Zaha Hadid, Vitra, Alvaro Siza, Tadao Ando
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