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Un Viaggio Senza Limiti nella Città Dorata e nei Camini delle Fate

Scritto da samantha pucci
  • valle dell'amore
  • donna turca
  • snocciolatore di albicocche
  • fumata di narghilè
Un viaggio senza limiti nella città dorata e nei camini delle fate
Istanbul a Cappadocia

Dove spuntano i camini delle fate, dove tortuose gallerie portano a segrete città sotterrane, dove si dilapidano tutti i soldi di riserva portati per il viaggio nei Bazar, dove si possono ammirare le maestose moschee e illuminare gli occhi davanti a diamanti e smeraldi di una grandezza e bellezza indescrivibile.
Questo ho visto un’estate in vacanza in Turchia e in Cappadocia.

Parliamo della Cappadocia.
Al centro dell’altopiano anatolico, sui 1200 metri circa, le popolazioni che fluivano qui in ondate migratorie si imbattevano in una terra che sembra, per uno scherzo della natura, un inno alla vita.
Centinaia di coni, torri e pinnacoli, dalle forme più strane, vengono avvolti nel silenzio e nel buio.
E appare come un paesaggio lunare.
Io e Laura una sera eravamo in quella valle, appunto di notte, mentre aspettavamo, piccolo e sparuto gruppo, il pullman che ci veniva a prendere ( quello che ci aveva accompagnato aveva avuto un guasto ).
Avevamo un po’ paura, sono sincera, perché in quel buio e silenzio, tutto poteva succedere.

Eravamo approdati in Turchia nell’agosto dell’86, ed avevamo seguito il percorso classico proposto dall’agenzia: la città di Istanbul, , il museo Topkapi, il Bosforo, la Moschea Blu, la Basilica di Santa Sofia, Ankara, il lago salato Kaunos, la Cappadocia, e infine qualche giorno sulle coste di Antalya, dove un mare stupendo ci ha compensato del tour de force appena fatto.

Ho qui accanto a me l’album fotografico, perché il viaggio, lontano nel tempo, non possa lasciare ombre nel mio ricordo.

Istanbul, che è stata romana, bizantina, e ottomana, conserva ancora oggi intatta la sua magica atmosfera di metropoli avventurosa e appassionante, cosmopolita , in gran parte moderna e immensa.
In quest’ultimo luogo d’Europa, affacciato sul continente asiatico ci si sente attratti dal suo fascino esotico, dai fasti e dall’opulenza di una città eterogenea, ma anche di indiscussa bellezza.

Appena arrivati, la guida ci ha accompagnato sulla Torre Galata, nel quartiere Beyoglu, per avere una visione d’insieme e panoramica della città.
Mi ricordo che dai minareti già al nostro arrivo si sentivano pregare i muezzin, un lamento come una nenia, lunga e monotona, che scandiva le ore della preghiera.
Poi la visita alla Moschea Blu o moschea di Yeni, sulla riva meridionale del Corno d’Oro, ultima grande moschea costruita nell’epoca classica della dinastia ottomana.
Prima di entrare abbiamo dovuto toglierci le scarpe e lavarci i piedi ad una fontanella vicino al portale d’ingresso, inoltre ci hanno dato degli indumenti non certo profumati per coprire le braccia e le gambe.
Molti di noi, essendo estate e in vacanza, avevamo indossato pantaloncini corti e camicette scollate.
All’interno lo spettacolo era sublime, con le cupole e le pareti ricoperte di piastrelle azzurre di ceramica, ed i magnifici tappeti dai colori multiformi.
Un altro ricordo vivo nella memoria: gli uomini erano in ginocchio in preghiera da una parte, le donne dall’altra. Tutti però erano rivolti verso la Mecca.
La tappa successiva è stata la Basilica di Santa Sofia, poi moschea, attualmente adibita a Museo e detta anche Moschea blu . Il blu non era il colore dominante negli ornamenti, ma durante le varie restaurazioni l’interno fu dipinto in blu, da cui proviene il nome della moschea.

Altra tappa: la Moschea Suleymaniye, progettata dal Sultano Solimano il Magnifico, che aveva dato a Istanbul un periodo di lusso e prosperità, e aveva affidato la costruzione di questa moschea all’architetto più celebre Sinan. Questa grande costruzione è circondata da scuole, un ospedale, un hamam ( bagno turco ), cantine, caravanserraglio, magazzini.

In questa nostra escursione culturale e artistica non poteva mancare una visita al Bazar . All’entrata la prima impressione è di uno sfavillio di luci e di oggetti che ammiccano dalle vetrine, mentre sulla porta dei negozi il commerciante invita con insistenza a vedere i suoi prodotti. Io ero stata incaricata dal gruppo di mercanteggiare sul prezzo. Qui c’è di tutto e la voglia di acquistare un souvenir per il fidanzato, per l’amica, per la figlia, per la mamma …. è irrefrenabile.

Un’esperienza interessante è stata quella di respirare narghilé in un bar insieme a dei locali accondiscendenti. Ho aspirato dal beccuccio, senza preoccuparmi di eventuali conseguenze igieniche ed ho sentito il profumo fresco e dal vago sapore di melassa.

La più imbarazzante è stata bere il loro caffè senza ricordare di farlo depositare, per cui mi è rimasto in bocca un sapore denso e granuloso, decisamente sgradevole. Il loro tè invece è squisito, tanto che la guida ci ha accompagnato in una fabbrica dove abbiamo potuto acquistarne vari tipi.

Ultima tappa, non certo meno significativa, è stata la visita al Museo Topkapi, dove ogni teca, ogni vetrina trasudava di ricchezze ataviche.
Antica sede dei sultani ottomani, è il più antico ed il più vasto, oggi diventato museo, per ordine di Ataturk.
È stato costruito sulla punta della penisola a forma triangolare e da qui si può ammirare tutto il panorama, dal Mar di Marmara al Corno d’Oro.
Vi si entra attraverso gigantesche porte monumentali e si notano internamente file di cortili attorno ai quali sono costruiti tutti gli edifici.
All’interno c’è anche un harem composto da lunghi corridoi e da 400 stanze dislocate intorno ad atrii stretti ed oscuri e rigorosamente proibito al mondo esterno. Le ragazze introdotte nell’Harem, scelte tra le più giovani, sane e belle, ricevevano un’educazione molto severa. Dopo aver imparato gli usi del Serraglio le ragazze selezionate potevano anche diventare legittime spose del Sultano. Il titolo di imperatrice non esisteva. La Regina madre dominava tutto l’Harem. La successione era legata a intrighi e complotti.
Oggi si può visitare solo una parte dell’Harem.
La collezione del Tesoro del museo di Topkapi è la più ricca e la più bella del mondo. Tutti gli oggetti esposti in quattro sale sono autentici ed unici.
Gli abiti da cerimonia, i servizi di caffè e tè, le armi, i narghilè sono tutti incrostati d’oro e di pietre preziose.
Il mio ricordo è ancora fermo sugli smeraldi del peso di interi chili, sul diamante Kasikci di 86 carati a forma di pera, considerato uno dei più grossi al mondo; sui candelabri di oro massiccio di 48 chili; su un pugnale ornato di tre grossi smeraldi e che rappresenta il simbolo del Palazzo. È l’unico esempio dell’incomparabile lavoro turco fatto a mano. Sotto lo smeraldo dell’impugnatura, un orologio.

Dopo Istanbul ci aspettava una visita ad Ankara, che mi ha colpito molto perché le sue abitazioni sono addossate e arroccate sulla collina, con vie strette e tortuose. Naturalmente si tratta della zona vecchia ( Ulus ).
Ci ha raccontato la guida ( se è vero, non lo so ), che quella collina era di tutti, chi riusciva a costruire una casa nel minor tempo possibile, ne diventava proprietario.
Lasciata Ankara, ci siamo diretti in Cappadocia e qui lo spettacolo sublime ha completato la conoscenza di una terra ricca di fascino e sicuramente da vedere.
Si può raggiungere da Ankara dopo 4 ore di auto, perché è una regione non proprio a portata di mano. Eppure questa vallata sorvegliata dai vulcani Erciyes e Hasan, formata da tufo, risultato di ceneri eruttate e sovrapposte, è stata fin dall’antichità una terra amata e contesa.
Già centro di scambio quasi duemila anni A.C., tra Ittiti ed Assiri, fu conquistata da Alessandro Magno, poi fu annessa all’impero romano.
Furono allora i Turchi Selgiuchidi a insediarsi nella zona seguiti dagli Ottomani. La Cappadocia è una regione fertile, produce frutta, verdura, vino.
Ma non è questo il motivo di una presenza massiccia di turisti. È il paesaggio che attrae, con i suoi camini delle fate, con torri, coni, piramidi e guglie coperti da “cappelli” di rocce più dure, perché tortuose gallerie portano a segrete città sotterranee, per la presenza di chiese rupestri affrescate dai Bizantini e che appaiono all’improvviso.
Erano un tempo luoghi sacri, popolati da eremiti e da mistici in cerca di silenzio e quiete per la contemplazione e la preghiera. Dopo l’invasione turca, hanno cambiato destinazione e sono diventati villaggi sotterranei. I campi intorno erano coltivati con un ingegnoso sistema di canali, riconoscibile ancora oggi.
La zona più bella è Goreme , la seconda valle dell’amore, tra Cavusin e Uchisar. I camini delle fate che qui sono numerosi, vengono prodotti dall’erosione dell’acqua che penetra nel tufo, provocando delle fessure, più o meno profonde, a seconda della consistenza della roccia. In seguito, si formano dei pinnacoli dalla sommità spesso basaltica, dove si crea una sorta di capitello a forma conica. Il diametro della base di questi torrioni va dai 6 ai 15 metri circa.
Ammirevole il lavoro degli indigeni: scavarono lunghissime gallerie a sezione rettangolare, circa ad altezza d’uomo, parallele all’asse longitudinale della valle. Queste gallerie, ampliate dall’erosione delle piogge, rare ma intense, servono a trattenere la quantità dell’acqua che serve per l’irrigazione e far defluire quella in eccesso.
Durante le lotte tra Bizantini e Musulmani, gli abitanti dei villaggi avevano costruito una porta ruotante, da chiudere in caso di pericolo.
Nel territorio ci sono circa 3000 chiese sparse, edificate con cupole e ricoperte di affreschi e arredate con un altare di pietra, e un tappeto dove poter pregare. Nel sottosuolo sono stati trovati magazzini e stalle.

L’altopiano deve la sua origine a eventi naturali molto forti: in seguito a fenomeni tettonici, oltre 10 milioni di anni fa, si scatenarono potenti manifestazioni vulcaniche. Il magma formò apparati vulcanici come l’Erciyes e l’Hasan ( dai 3 ai 4mila metri ). La lava creò milioni di coni, mentre le esplosioni provocarono la caduta di ceneri che diedero luogo a estesi depositi di tufo.

Poco prima di arrivare ad Antalya, dove ci aspettava un agognato riposo sulle bellissime spiagge, siamo passati davanti ad una necropoli rupestre, con tombe scavate nella roccia, dai portali scolpiti sul modello dei templi greci.
Una sosta importante è stata fatta alle Terme di Pamukkale, il centro termale
più famoso della Turchia, a 19 km da Denizli.
Il nome significa Castello di cotone, perché può sembrare neve o ghiaccio o cotone, in realtà si tratta di rocce di calcare e travertino.
L’acqua, ricchissima di bicarbonato di calcio, sgorga a una temperatura di 35 gradi e scorre lungo una cascata di 100 metri di altezza, a una velocità di 500 litri al secondo, formando una serie di candidi gradini calcarei.
Pamukkale è stata dichiarata dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità nel 1988. Questo infatti è uno degli esempi concreti della funzione dell’Unesco. La speculazione edilizia aveva costruito hotel e strade, minacciando la distruzione di un sito unico al mondo. Il fascino di questo luogo è dovuto alla magia del paesaggio naturale creato dall'acqua termale nel corso dei secoli e alle rovine dell'antica città termale di Hierapolis.
È famosa per le sue proprietà curative (problemi di circolazione, agli occhi, alla pelle, reumatismi), e qui vengono turisti da tutto il mondo.

L’ultima settimana l’abbiamo trascorsa al mare, ad Antalya, per un agognato relax in un mare stupendo.


Pia Granieri


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