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Tre Giorni a Budapest, la Parigi dell'Est

Scritto da eugenio tamborlini
  • Danubio
  • Piazza degli Eroi
  • Parlamento
  • Ponte delle catene
TRE GIORNI A BUDAPEST
(31 ottobre – 3 novembre 2007)

Albergo, volo, autista all’aeroporto, tutto acquistato on line. Veramente una gran comodità. L’idea di Budapest è nata per caso una sera con Elisabetta, quando eravamo già orientati per Venezia, che però non ci convinceva più di tanto. Soltanto quando tutto era già stato organizzato, ho capito che la mia dolce metà aveva reconditi secondi fini nella scelta della capitale ungherese. Ma torneremo sul punto più tardi.

Acquistata la guida, scaricato il materiale da internet e studiati i luoghi di maggior interesse da visitare, arriva finalmente il giorno della partenza.

A badare alle belve, nonno, nonna, zia e tata. Quattro contro tre: speriamo che basti.

Mercoledi
All’ultimo momento si sono aggiunte due coppie di amici, che voleranno sul nostro stesso aereo, ma alloggeranno in un altro albergo e torneranno domenica mattina (noi sabato sera). Ci incontriamo a Fiumicino la mattina alle 8 per il check in. Superati i controlli (Andrea ha dovuto lasciare il deodorante, ma ha conservato le forbicine: misteri della sicurezza internazionale) e fatta l’ultima italica colazione, ci imbarchiamo sul nostro volo Malev – Alitalia (con aereo Malev).

Emergency landing, aeroporto chiuso! Restiamo un’ora a terra in aereo. Poi scopriremo che un aereo Alitalia da poco decollato è dovuto rientrare con un motore rotto, compiendo un atterraggio di emergenza. Siamo comunque riusciti ad avvisare del ritardo l’autista che ci dovrà portare dall’aeroporto all’albergo. Pronti, partenza, via. Volo piacevolissimo, panino Malev clamoroso, ed eccoci a Budapest.

Sono le 14. Il tempo non è un gran ché, ma sappiamo che da domani ci sarà il sole (il sito della CNN, sezione weather è fatto benissimo). In circa venti minuti l’autista ci porta in albergo, e… … ma non vi ho detto dell’albergo! Questa volta abbiamo esagerato: New York Palace Boscolo Luxury Hotel 5 stelle. Che dire, spettacolare! Il vecchio palazzo della New York assicurazioni, che ospita anche il famoso Cafè New York, storico ritrovo degli intellettuali ungheresi, sui cui tavoli Ferenc Molnar scrisse I ragazzi della via Pal, e Laszlo Biro ebbe l’idea che rivoluzionò il modo di scrivere, è stato venduto dallo Stato ungherese al Gruppo Boscolo, che lo ha trasformato in albergo dopo cinque anni di lavori e restauri, creando una vera e propria meraviglia.

Il tempo di posare le valigie, ammirare la stanza, leggere la lettera di benvenuto a me indirizzata nella quale mi dicono che il loro unico scopo nei prossimi tre giorni sarà quello di rendere confortevole la nostra permanenza (no, dico, che altro dovrebbero fare?), ed acquistare la Budapest Card (sconti ai musei e mezzi di trasporto gratuiti), fornitaci insieme a preziose informazioni dal concierge Nando – cortese e simpatico –e siamo già in strada.

Una passeggiata lungo Erzsébet Korut (che poi sarebbe viale Elisabetta), e dopo i primi passi la fame inizia a farsi sentire (il panino della Malev, per quanto buono, era pur sempre un panino). Così facciamo la conoscenza della pekpizza, una focaccia ripiena di ogni tipo di spezia che fa il suo dovere. Notiamo che i semafori, da rossi, prima di diventare verdi passano per il giallo. Non per niente, in luglio qui si corre il Gran Premio di Formula 1. L’idea è che al giallo si comincia ad inserire la marcia, così da non perdere tempo quando diventa verde e da evitare che l’idiota di dietro, soprattutto se romano, suoni un nanosecondo dopo (anche se qui non si sente un clacson).

Giunti a Oktogon Tere, prendiamo la linea 1 della metropolitana (la più antica d’Europa, tutta in ferro rivettato, legno, ottone e maiolica: un gioiellino) in direzione di Hosok Tere (volgarmente detto piazzale degli eroi), dove si trova il Museo delle Belle Arti, che ospita due belle mostre: Picasso, Klee e Kandinsky (che qui scrivono Kandinszkij), e Hundertwasser.

Il museo è veramente bello, una costruzione in stile neoclassico con spazi immensi. Le mostre sono molto interessanti, e dopo ci aggiriamo per le sale della collezione permanente. C’è un’ala egizia veramente notevole, con bellissimi sarcofagi e gioielli incredibili se si pensa all’epoca in cui sono stati realizzati. Al piano di sopra, veniamo colpiti dalla pinacoteca: Canaletto, Giotto, Raffaello, Giorgione (di cui pare esistano solo sette quadri nei musei di tutto il mondo), Lotto, solo per parlare degli italiani. Quadri restaurati alla perfezione ed esposti impeccabilmente, con la giusta luce e cornici meravigliose.

Sono le 17 quando usciamo dal museo (anche perché sta chiudendo). Pioviggina, ma un cappello è più che sufficiente (già, se solo non lo avessi lasciato in albergo…). Facciamo un giro per il bellissimo parco con lago alle spalle del piazzale, all’interno del quale si trova un bellissimo maniero, con tanto di torri, merli, fossato e grata di legno a ghigliottina a protezione dell’entrata, che ospita il museo dell’agricoltura. Lungo la strada che separa il parco da Hosok Tere, notiamo il banco di vendita di una famiglia di conciatori di pelli: per una mucca si spende l’equivalente di 140 euro, mentre ne bastano 70 per acquistare un’intera pelle di un cinghiale, con tanto di zoccoli, che secondo me starebbe benissimo in salotto davanti al camino. Un’eloquente occhiata di Elisabetta è più che sufficiente per illustrarmi il suo punto di vista in proposito. Adocchiamo delle pantofole in montone che potrebbero piacere alla zia di Elisabetta.

Prendiamo di nuovo la metro 1, direzione Danubio. Usciamo a Vorosmarty Tér, una piacevole piazzuola dove si affaccia Gerbaud, di cui vi parlerò in seguito. Una passeggiata lungo il Danubio, incantevole con il ponte delle catene illuminato, ed una in Vaci Utca, la via dello shopping. Ovviamente, Elisabetta punta il negozio di Herend (capito perché è voluta venire qui?) e non c’è niente da fare. Fortunatamente, i prezzi sono abbastanza competitivi rispetto a Roma. Ancor più fortunatamente, la tazzina che ha rotto Benedetta non ce l’hanno!

Tra una cosa e l’altra, sono le 19.30. Quindi ci mettiamo in cerca di un posto dove mangiare. Passiamo davanti ad un pub dove trasmetteranno il derby Roma – Lazio (che inizia tra un’ora), ma non mi pare proprio il caso di mettermi a guardare la partita in una delle rare occasioni in cui me ne posso stare solo con mia moglie in santa pace. La nostra guida segnala in zona il Fatàl: atmosfera accogliente, cucina tradizionale ungherese, porzioni esagerate; non ci serve altro, siamo di bocca buona.

Ne valeva la pena. La cucina è ottima, i piatti sono così abbondanti che la gente li fotografa. Elisabetta ha preso il maiale, e oltre alla carne ci sarà una mezza chilata di ciccioli; a me (goulash, off course) hanno portato direttamente la padella. Chiudiamo con la Gundel palacinta (cioè, crepes), ovviamente doppia, una cena niente male. E bravo Fatàl.

Rientrati in albergo, Elisabetta si prenota il caffè per la mattina dopo (che per errore – voglio sperare – addebiterà alla stanza vicina), mentre io apprendo con soddisfazione dal televideo la vittoria della Roma. Doccia, messaggetti ad amici di fede giallorossa, e tutti a nanna.


Giovedi
Dormita clamorosa! La camera ha le doppie finestre, e non si sente un rumore. In più il sonno senza figli ha i suoi vantaggi! Abbiamo scoperto che proprio sotto l’albergo c’è la linea 2 della metro. Due fermate, si scende a Deak Ferenc Tér (snodo delle tre linee di metropolitana), si prende la linea 1, e dopo una fermata siamo di nuovo a Vorosmarty Tér. Gerbaud ci accoglie con un’atmosfera di altri tempi. Sembra di entrare in un tempio. Il silenzio è assordante, interrotto soltanto dal tintinnio delle posate sulle tazze e dalle sedie che ogni tanto vengono spostate dagli avventori per alzarsi o sedersi (una partita di feltrini sarebbe utile). Legno ovunque, lampadari di cristallo, e vetrine colme di dolci invitanti. Fondata nel 1858, è la migliore pasticceria di Budapest. Elisabetta opta per un croissant (extra large!), mentre io assaggio la Pogacsa, una sorta di tortino al formaggio (ma c’è anche la variante al prosciutto) sviluppato in verticale, simile per forma ad un voulevant, ma dalla consistenza della brioche. Insomma, buonissima!

Più che soddisfatti, raggiungiamo gli amici alla Basilica di S. Stefano, in una bellissima piazza che ovviamente si chiama Szent Istvan Tér. La chiesa è bella sia fuori che dentro. Saliamo sin sulla cupola per ammirare la città dall’alto. Budapest è piena di colori, ci sono tetti verdi, arancioni, rossi, dorati. All’interno della cupola, si può vedere l’antica struttura con la centinatura in legno, successivamente rinforzata in ferro. Un comodo ascensore ci riporta giù.

Gli altri devono ancora fare colazione, quindi li accompagnamo da Gerbaud. Nel frattempo, noi andiamo a fare una passeggiata sul lungo Danubio, che qui chiamano Duna e fa molto Fiat. Attraversiamo anche il ponte delle catene (in lingua originale: Széchenyi Lánchíd), la cui costruzione ha sancito la fusione delle tre città Buda, Pest ed Obuda nel 1873. Passiamo sul ponte (con scavalco avventuroso per lavori in corso), ammiriamo i leoni in pietra che lo sorvegliano (poi apprenderemo l’aneddoto secondo cui l’architetto che li disegnò perse una scommessa che scontò con un tuffo -dal ponte- nel Danubio, per essersi dimenticato di fargli la lingua), ed il bellissimo palazzo Gresham, che ora ospita il Four Season Hotel.

Torniamo da Gerbaud, dove Andrea ha incautamente ordinato il Club Sandwich. Una montagna di tramezzini su un letto di patatine fritte, sufficienti a sfamare una scolaresca. Diamo il nostro contributo ad eliminare il tutto, e ci dirigiamo all’inizio di Andrassy Kurt, il viale residenziale di Budapest, da dove parte il pullmann per il giro turistico. Sembra di essere tornati ai tempi delle gite scolastiche.

L’escursione dura più di due ore, e ci consente di avere una visione più ampia della città. Vediamo Pest, Buda, saliamo fino alla Cittadella, da cui si gode una vista ineguagliabile del Danubio, che si snoda pigro nel cuore della città circuendo in un tenero abbraccio l’Isola Margherita. Nel classico negozio per turisti compriamo il libro di ricette di Karoly Gundel, il ristoratore simbolo di Budapest, un po’ come Franz Sacher per Vienna, fondatore dell’omonimo ristorante, dove ceneremo questa sera, e inventore della già apprezzata Gundel palacinta. Il tempo di provare qualche copricapo dell’epoca comunista (Andrea ha insistito per farsi fotografare, ma il risultato è quel che è…), e si torna al punto di partenza.

Il gruppo si divide. Francesco e Gema vanno in albergo, Andrea e Roberta ci accompagnano fino a Oktogon Tér, una piazza dalla particolare forma geometrica, dove noi scopriamo di avere fame e per pigrizia ci infiliamo da Friday’s, catena americana già sperimentata in Florida e a Praga, che non sarà il massimo dell’hungarian style, ma di sicuro non tradisce. E così, alle quattro del pomeriggio, facciamo “merenda” con due cheeseburger esagerati. Per tacitare le coscienze, consideriamo quanto abbiamo camminato oggi. Il locale è arredato all’insegna del made in U.S.A., un televisore trasmette una partita di baseball, un altro il secondo tempo di Roma – Lazio. Insomma, un’ora fuori dall’Ungheria.

Per tornare in albergo prendiamo il tram. Le fermate sono dotate, anziché di sedili, di un’asse di legno fissata in orizzontale, parallela al terreno ma leggermente inclinata sul proprio asse. Subito ribattezzata “poggiaculo”, consente di stare in piedi, ma appoggiati all’altezza del bacino, in una posizione tutto sommato riposante. Ne apprezziamo la comodità e l’ingegnosità: più posti rispetto alle sedie, minori costi di installazione e manutenzione, maggior facilità di pulizia.

Arriviamo in albergo, indossiamo i costumi, ci avvolgiamo nei soffici accappatoi e, con l’ascensore dedicato, raggiungiamo il centro benessere. AAAAAAAHHHHHHHHHHH.
Vasca idromassaggio sedici metri per tre tutta per noi. Ci rilassiamo mezzora, poi Elisabetta torna in camera ed io sperimento il bagno turco per cinque minuti. Poi, in camera, bagno bollente. Questa si che è vita!

Rimessi a nuovo dal trattamento, torniamo a Vorosmarty Tere, dove abbiamo appuntamento con gli amici per andare con la metro a cena da Gundel (prenotazione e giacca obbligatorie). La prenotazione l’avevamo fatta dall’albergo, ma la giacca ci manca. Ne hanno alcune in dotazione al ristorante, ma sono finite. Gli affari sono affari anche a Budapest, e quindi ci fanno entrare lo stesso.

Definire Gundel un ristorante è probabilmente restrittivo; in primo luogo perché è il ristorante. In secondo luogo perché, varcatane la soglia, sembra di entrare in un’altra dimensione, di essere proiettati in un’epoca in cui la musica detta i tempi di un meccanismo che segue ritmi antichi e consolidati con l’unico scopo di deliziare occhi, orecchie e soprattutto palati. Ci accoglie un grande tavolo tondo. Si sta comodi e si domina la vista del locale. Non lontano c’è la postazione dell’orchestra. Sono in sette, ma suonano tre alla volta: violino, basso, e uno strumento in legno a percussione che funziona picchiettando delle corde con bacchette flessibili dall’estremità ovattata, e che produce lo stesso suono del pianoforte, del quale ha anche la forma, seppur ristretta, e uno dei pedali. Come ci fa notare Andrea, sembra che l’orchestra abbia una precisa regola: puoi farne parte solo se pesi dai 145 kg in su! Malignamo quindi che la rotazione serva per consentire ai musicisti di rifocillarsi tra un’esecuzione e l’altra.

Arrivano i menù, in ungherese, inglese e francese. Nell’attesa, panino e burro come in Francia. Opto per un antipasto di paté di fegato d’oca, che viene servito con un ottimo Tokaj, e filetto per secondo. Elisabetta ha preso una zuppetta niente male. Il filetto alla Chateaubriand di Andrea è da applauso. Anche il pesce ha un bell’aspetto. La carta dei dolci fa ingrassare solo a leggerla. Mentre Francesco va sul sicuro, ordinando una creme brulée, io mi lancio sul parfait di vaniglia con menta e marmellata di violetta. Una raffinata squisitezza che mi incanta i sensi: credo che lo servano solo da Gundel e in Paradiso. Ci tratteniamo ancora, deliziati dalla musica dei violini. Ci rendiamo conto che il violino è uno strumento talmente bello da riuscire a trasformare qualsiasi canzone in una deliziosa melodia. Ne abbiamo conferma quando il violinista esegue… il ballo del qua qua! Lo riconosciamo solo dopo un po’, e ne restiamo ovviamente sorpresi.

Riaccompagnamo gli amici al loro albergo e non riusciamo a riprendere la metro perché chiude alle 23. Troviamo un taxi e risolviamo. Buonanotte!


Venerdi
Il programma prevede di andare all’ Ecseri használtcikkpiac, che sta per “mercato di strada Ecseri”. Una specie di Portaportese locale. Il nome deriva dall’omonima via nel centro di Pest che originariamente ospitava il mercato, le cui dimensioni via via maggiori ne hanno suggerito lo spostamento…. in mezzo alla Pontina!!!

Prima però, c’è da risolvere un problema preliminare. Per una serie di motivi (gli scarponcini Timberland erano troppo pesanti viste le previsioni del tempo, e le scarpe da tennis mal si conciliavano con la splendida cornice del New York Palace Luxury etc. etc.), sono partito con un paio di Tod’s alte che non usavo da anni. Dopo meno di tre giorni di camminate, il dolore è diventato inenarrabile. S’impone dunque un nuovo acquisto (bella la scusa, no?). Colazione da Gerbaud, come di rigore, e shopping in Vaci Utca, dove trovo un paio di Camper a un prezzo onesto. Al negozio (Soul) sono molto gentili, e mi tengono in deposito la scatola con le vecchie Tod’s.

Con la metro giungiamo a Boraros Tér, una sorta di Piazza Tiburtina da dove partono diverse linee di tram ed autobus. Dopo un’avventurosa conversazione in anglo (noi) ungherese (lui) con uno degli autisti, scopriamo che dobbiamo prendere il 54 o il 55 e scendere alla fermata “Fiume”. Il tutto ci viene confermato in inglese da un gentile autoctono. Pur non essendo le vetture particolarmente moderne, sono tutte dotate di un display su cui compare il nome della fermata successiva, sicché è piuttosto facile seguire il tragitto. L’attesa è come sempre breve, e l’autobus parte; ci vorrà mezzora. Cominciamo ad uscire dalla città; passiamo accanto alla fabbrica dell’amaro Unicum (all’aeroporto compreremo una simpatica bottiglietta), con tanto di orologio in tema applicato alla parete. Sull’autobus inizia a salire la peggior fauna immaginabile, il che ci instilla un vago senso di inquietudine. Più ci si allontana dal centro, e più iniziano a comparire i cartelli pubblicitari dei grandi centri commerciali: OBI, SATURN, AUCHAN, IKEA, TESCO, i colonizzatori del XXI secolo. Ci siamo! Stando al display, la prossima fermata è la nostra. Pur fiduciosi circa le indicazioni ricevute, siamo un po’ perplessi perché l’autobus ci lascia, non proprio in piacevole compagnia, in mezzo al nulla, su una strada statale a quattro corsie con muretto new jersey al centro, e campagna incolta e baracche da entrambi i lati. Un distinto signore materializzatosi come per miracolo, con giacca e valigetta ventiquattrore, ci indica un cavalcavia di metallo, e, dall’altra parte della strada, seminascosto dalla struttura, il mercato Ecseri. Ci aggreghiamo all’uomo d’affari di campagna e valichiamo la loro Pontina.

Eccoci nel mercato! In realtà, Portaportese non c’entra nulla. Qui è tutto molto ordinato, vi sono alcune file di espositori all’entrata, ed altri che hanno veri e propri negozi ricavati nella struttura. Non ci sono cinesi o peruviani, ma solo prodotti locali. Elisabetta non mi molla, temendo di essere derubata da un momento all’altro. La prima vetrina espone diversi pezzi di Herend. Mentre Elisabetta si blocca in stato ipnotico, le dico che intanto vado avanti, ma ciò mi viene vietato, temendo lei di essere rapinata da un momento all’altro. E così partecipo, per quello che posso, all’estasi entusiastica davanti a ‘ste brocchette dipinte. Posto che tutto ha un limite, e che il mercato si appresta a chiudere (sono quasi le 13), mi sposto un po’, ma vengo subito richiamato da Elisabetta, che teme di essere violentata da un momento all’altro. Va detto che il mercato è pressoché vuoto, e quindi assolutamente tranquillo, essendo l’ora di pranzo di un giorno feriale. Entro in un negozio, ed Elisabetta subito mi raggiunge, temendo di essere sequestrata da un momento all’altro. Mi chiede a quanto corrispondono in euro 8.000 fiorini ungheresi. Le rispondo che sono 32 euro. Lei mi guarda prima incredula, poi meravigliata, poi felice e infine trasognata. Nelle sue iridi si materializzano, in corsivo Vladimir Script, le due inconfondibili H di Herend. Il codice penale ungherese scompare immediatamente dalla sua mente, e comincia a girare senza più alcuna preoccupazione da un espositore all’altro, salvo poi tornare a chiedermi ogni volta il cambio in valuta nostrana (e meno male che ha fatto lo scientifico!). In una di queste occasioni mi sbaglio (ma io ho fatto il classico…), e le dico che un vaso – no, dico, un vaso – di Herend costa 32 euro (cioè, come la salsiera che ha già acquistato). Elisabetta abbraccia il vaso in questione e lo tiene stretto al petto come le ho già visto fare solo con i nostri figli. In questa posizione, seguita dallo sguardo incuriosito e un filo preoccupato della proprietaria, inizia a cercare altri tesori. Nel frattempo rifaccio il conto, e scopro che sono 160 euro (che comunque è pochissimo, perché da noi quel vaso ne costerebbe almeno 900). Fortunatamente, questo è sufficiente per farglielo posare sul primo ripiano, nel sollievo che accomuna me e la negoziante.

Giriamo sparsi, ogni tanto ci incontriamo. I negozianti ingannano l’attesa giocando a scacchi tra loro. Compro tre monete russe per Andrea che me le ha chieste tramite sms. Il proprietario del negozio è molto cortese, e mi spiega la differenza tra i vari pezzi. Al centro della sua esposizione troneggia un imponente registratore di cassa in legno con i pulsanti tondi e colorati. Bellissimo. Cerco orologi militari russi, ma invano. Una mano e una testa in porcellana bianca con dipinte, rispettivamente, le varie linee e le zone cerebrali costano 60 euro l’una, quanto un meraviglioso cuore di Herend lilla con foglioline verdi e deliziosi piccoli fiori…. Oddio, mi ha contagiato!!! Compro la manopola di un rubinetto in ottone con il centro smaltato e la scritta MELEG (caldo), dopo un divertente siparietto mimico con l’anziana venditrice che mi spiega i vari significati (caldo, freddo e doccia). Lo attaccherò ad una cornice. Già che ci sono, prendo anche la manopola per il rubinetto centrale dell’acqua di casa, che non ci hanno mai montato.

Srotoliamo la palla di Decathlon comprata a Parigi e ci mettiamo gli acquisti (i pezzi di Herend sono diventati tre: alla salsiera si sono aggiunte una lattiera ed una scatolina). Torniamo indietro divertiti e, a Boraros Tér, dopo un veloce panino da Mc Donald (stava proprio lì….), prendiamo il tram 2 per tornare in centro. Secondo la guida, il tram 2 fa un percorso meraviglioso, che costeggia alcuni tra i più bei monumenti della città. Già pregustiamo lo scenario, quando il tram si ferma e tutti scendono (dopo una fermata). Ci sono i lavori per la costruzione della linea 4 della metropolitana (ho detto linea 4!), quindi si scende, e a cento metri si prende una navetta che porta fino al punto in cui riprendono le rotaie del tram. Passiamo davanti all’università, bellissimo edificio in stile Bauhaus con vetro e acciaio a farla da padroni, e giungiamo alla fermata del 2b (la navetta). Davanti a noi, un’imponente e maestosa costruzione in mattoni rossi con archetti, colonne e colonnine in marmo, pinnacoli, finestre bifore, rosoni, decorazioni, torri laterali e tetti policromi a mosaico dove predominano il verde ed il giallo solletica la nostra curiosità. Lasciamo perdere il 2b ed entriamo.

Siamo nel Vasarcsarnok, dove csarnok sta per mercato, e Vasar… per Vasar. Il grande mercato coperto, e cuore pulsante di Budapest. Ci sono due piani. Al piano terreno, c’è il mercato vero e proprio: frutta, verdura, carne (i salami ungheresi spadroneggiano) e spezie (c’è perfino la manna). Al piano superiore, che è costituito da un’enorme struttura in ferro rivettato simile a quella della metro 1, ci sono negozi, ristoranti, bar e tavole calde, dove trionfano fumanti salsicciotti di vari colori, accanto ad enormi vassoi di làngos, una focaccia che funge da base per i più svariati condimenti, esposti come da noi si fa con i gusti del gelato. Resistiamo alla tentazione, e decidiamo di evadere la “pratica regali”: cubo di Rubik versione pocket (il suo inventore, Ernő Rubik, professore di architettura e scultore, è nato a Budapest) per Costanza, modellino di Trabant (la Fiat locale) per Edoardo, matita di Pinocchio per Benedetta (lo so che Pinocchio non c’entra nulla con l’Ungheria, ma a Bibì piace tanto), e una maglietta per ciascuno. Paprika dolce e salami ungheresi per parenti e amici vari. Acquistiamo anche il preparato per cucinare il goulash e qualche addobbo in stoffa per l’albero di natale. Incontriamo l’Avv. R****** con la moglie, già salutato sull’aereo. Amico di Mamma, soprannominato l’eroe del matrimonio per il bel regalo che ci fece e per la sua squisita cortesia, ci dice che domani andrà al mercato Ecseri. Forti della nostra esperienza, gli indichiamo l’autobus da prendere, ma ci precede comunicandoci che andrà in taxi. Dopo l’incontro, riflettiamo sul fatto che, se avessimo preso anche noi il taxi, non avremmo visto l’università e non ci saremmo casualmente imbattuti in questo meraviglioso mercato, e concordiamo su quanto sia più affascinante e divertente girare per le città straniere a piedi o usando i mezzi pubblici (soprattutto considerando che all’estero funzionano!).

Usciamo dal mercato e decidiamo di proseguire a piedi. Attraversiamo il Danubio grazie al Szabadsàg hid (un ponte), e ci troviamo di fronte all’Hotel Gellert, che ospita, dicono, le più belle terme della città. Ci affacciamo nell’atrio, ripromettendoci di tornare con un clima più mite per godere della stazione termale. Di fronte all’albergo c’è una chiesa molto particolare. La caverna del monte di Gerardo, chiamata anche grotta Szent Iván, si apre 20 metri sopra il livello d’acqua del Danubio. Apprendiamo che nel 1925 furono create nuove gallerie attraverso delle esplosioni, per poi trasformare il tutto in chiesa sul modello della grotta di Lourdes. Entriamo nelle viscere della montagna attraverso un bellissimo portoncino in legno. L’atmosfera è mistica perfino per me. Si sta celebrando la messa. Non posso fare a meno di notare lo stridente contrasto tra la chiesa completamente scavata nella roccia ed i monitor a cristalli liquidi piazzati nelle due navate/gallerie laterali al fine di consentire ai fedeli che le occupano di vedere il sacerdote celebrante.

Una piacevole passeggiata sul Lungodanubio (lo chiameranno così?) ci porta a Batthyàny Tér, una piazza dietro alla quale c’è la chiesa di Santa Elisabetta. Vi dico subito che tenteremo ben tre volte, in tre momenti diversi, di visitare la chiesa, trovandola però sempre chiusa. Motivo di più per tornare in questa bella città. Prendiamo la metro 2 (che passa sotto al Danubio!) e torniamo in albergo. Bagno turco, idromassaggio, e siamo pronti per la cena.

Siamo prenotati all’Hotel Meridien, dove alloggiano i nostri amici, per una cena con spettacolino tipico locale. Sarà pure, per certi versi, una “turistata”, ma stiamo in piacevole compagnia (anche se a un certo punto Francesco deve dare forfait per un improvviso mal di denti, e Gema amorevolmente lo assiste), il cibo è ottimo (ora vi racconto) e siamo cullati dalla musica dell’immancabile violino. La cena è a buffet (nel nostro caso, abbuffé). Goulash, paté, roast beef, zuppe, minestre, salumi, pesce (di fiume), uova, patate, e varie altre prelibatezze, da un lato. Dolci di ogni tipo, dall’altro. Il tavolo non è al centro della scena, il che ci consente di chiacchierare senza dover urlare, e di non essere accerchiati dal balletto. Il paté è eccezionale, ed è difficile smettere… Restiamo fino alla fine della serata (e del paté…), scherzando con i musicisti che ronzano intorno al nostro tavolo in cerca di mance. Poi saliamo a salutare Francesco, che sta già meglio; venti minuti di chiacchiera, propositi dietetici di Gema per la colazione (alla parola cornflakes rabbrividiamo) e tutti a casa. Buonanotte!

Sabato
Dobbiamo lasciare la camera entro le 11.30. Le valigie sono già chiuse (Herend imballatissimo nella scatola delle nuove scarpe), e usciamo presto per la colazione da Gerbaud. Prima, però, facciamo un salto a Hosok Tere per acquistare le pantofole di montone (per la pelle di cinghiale niente da fare!), e tentiamo ancora di entrare nella chiesa di S. Elisabetta, ma la troviamo chiusa anche stavolta. Passeggiamo un po’ per Vaci Utca, e giungiamo fino al Vasarcsarnok. Un altro giro in questo meraviglioso mercato per poi tornare in albergo, spostare i bagagli dalla camera al deposito e tornare in Vaci Utca, dove pranziamo da Anna, un grande bar con tavolini sulla strada muniti di coperta per scaldarsi. Trionfo di tramezzini che gusto guardando la gente che passeggia e la vita ungherese che pulsa, mentre Elisabetta opta per l’ultimo goulash.
La nostra Budapest Card sta per scadere, ed è ormai tempo di tornare verso l’albergo, dove alle 15 verrà a prenderci la macchina che ci porterà all’aeroporto. Sotto la metro, regalo le mie Tod’s (che nel frattempo ho recuperato da Soul) ad un senzatetto, che con dignità e gratitudine dimostra di apprezzare il dono, e ci conferma che, a qualsiasi livello, la gentilezza è la principale qualità del popolo ungherese. Lasciamo una città piena di fascino, che ama la vita e resta nel cuore. Addio Budapest, anzi, arrivederci!

*****

Ore 19.50, aeroporto di Fiumicino, Roma. Saliamo sul taxi, ed il conducente (anzi, visto che siamo a Roma, il tassinaro) ci chiede se fossimo in viaggio di nozze. Gli spieghiamo che siamo sposati da otto anni e che abbiamo tre figli. Un errore fatale! Siamo investiti da un torrente in piena, anzi in pena. La moglie lo ha lasciato da una settimana perché un’amica le ha insinuato il dubbio che il marito – simpatico come una sciatalgia e gradevole alla vista come uno sputo sul marciapiede – l’abbia tradita con una che frequentava lo stesso circolo di amici del cardellino. Il figlio Michael (si pronuncia Maigo) è rimasto con lui, le figlie Ylenia e (grazie a Dio) Marzia hanno seguito la mamma dalla sorella di lei. “A signo’, lei che è donna, che me consija? Magara faccio un po’ er simpatico, no? Perché nun è possibbile che dopo tanti anni ‘na cosa finisce così, ppe’ ‘na fregnaccia. Me dica lei: che ddevo da fa?”. Ed eravamo ancora sulla rampa che porta all’autostrada Roma- Fiumicino. Un tragitto surreale, durante il quale mi sono trovato a cercare eventuali microcamere all’interno del taxi, nel dubbio che fossimo vittime di uno scherzo ben orchestrato. In pratica una seduta psicologica fino a casa, roba che i 40 euro li avrebbe dovuti dare lui a noi. Bentornati a Roma!
Tags: budapest, terme, gundel, vaci, mercato
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