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Naufrago su un'Isola del Pacifico, per Tre Giorni e Tre Notti.

Scritto da Daniele Ciccone
  • Orme solitarie
  • Tramonto indimenticato
  • Palme a farmi compagnia
  • Ringrazio la natura prima di ripartire
Rockampton, Australia. Inverno del 2002, in viaggio da sei mesi.

Nelle tre settimane successive alla pausa dei sensi che mi sono concesso a Bellingen, brucio un po’ le tappe ed in pochi giorni viaggio a tutta velocità passando da Port Macquaire, Coffs Harbour, Byron Bay e Nimbin. Successivamente proseguo il cammino lungo la Gold Coast e Sunshine Coast, più un safari di quattro giorni a Fraser Island, terminando la mia corsa a Rockampton.

Il paesino non suscita in me molto entusiasmo, se non per il fatto di essere attraversato dalla linea immaginaria del Tropico del Capricorno. E fin qui, nulla di stravolgente.
Rockampton però è il punto di partenza per raggiungere un luogo selvaggio e ricco di fascino esotico: Great Keppel Island. L’isola non è considerata quasi da nessuno tra i viaggiatori dell’ostello in cui dormo e proprio per questo motivo penso che varrebbe la pena visitarla. Certo non mi sarei mai immaginato, che su quelle spiagge immerse nella natura avrei vissuto l’esperienza più selvaggia che potessi desiderare.

Il viaggio che mi conduce a Great Keppel Island è una traghettata lenta, accompagnata da un vento debole che mi accarezza la faccia. Qui su quest’isola esistono solo un dormitorio per viaggiatori “zaino in spalla” ed un grosso resort destinato ad un turismo d’élite, con tanto di pista d’atterraggio per piccoli aerei da turismo.
L’impatto con la natura del luogo è folgorante, mi riempie i polmoni ed il tempo necessario perché io me ne innamori perdutamente è racchiuso in un istante. Le spiagge sono deserte e la sabbia è finissima e soffice, il mare è di un acceso color turchese, la vegetazione è ricca di piante che non so nominare e di palme, ovunque. Nel mio immaginario, il paradiso.

Non ero mai stato ai Tropici e devo ammettere che il luogo in cui mi trovavo si presentava come uno scenario di natura sublime, di cui subivo tremendamente il fascino.
Essere in una posizione molto vicina al Tropico del Capricorno significa che lì non esiste l’inverno e che le stagioni sono suddivise in secche ed umide. Nonostante io fossi arrivato sull’isola quasi in pieno inverno australe, avevo trovato condizioni climatiche a dir poco idilliache; trenta gradi ed un sole che dalle mie parti non vedo neanche a ferragosto!!!

Great Keppel Island è selvaggia ed esotica. Non ci sono strade, quindi auto ne traffico. Ci sono solo due strutture ricettive, vicinissime in termini di spazio ma lontanissime per ciò che rappresentano ed una piccola strada in cui v’è qualche negozio ed un Pub. Tutto qui! Questa è Great Keppel Island; un’isola minuscola appartenente all’isola più grande del mondo: l’Australia.

Non avevo ancora deciso quanto mi sarei fermato, ma le premesse erano delle migliori perché non me ne andassi via più. Amo spudoratamente questi luoghi così “lontani” dalla civiltà ed è qui che trovo la pace ed il mio equilibrio spirituale.
La prima notte a Great Keppel Island la trascorro sulla scomoda branda di un simpatico ostello costruito con dei tendoni e niente più. Una struttura spartana ed inconsueta, certamente diversa da tutte le altre che avevo incontrato lungo il mio viaggio; mi piaceva. Ma nonostante ciò non sono riuscito a chiudere occhio e mi sentivo fuori luogo sdraiato su quella brandina, con un inglese ubriaco sopra la testa che russava e scoreggiava come un trattore!

Passo una notte in cui vengo assalito dai pensieri, facendomi forse un po’ coinvolgere dal contesto. Per la prima volta in sei mesi d’incessante cammino mi rendo conto di essere giunto ad un punto in cui sento il bisogno di fermare tutto, mettere da parte le faccende pratiche che un viaggio comporta per dar voce alle emozioni, lasciandomi cadere nel turbine dei miei sentimenti.

Così, il mattino seguente carico il mio zaino con il minimo indispensabile e mi avventuro alla scoperta del luogo. Cammino più di un’ora per giungere, non senza fatica, sull’altra sponda dell’isola valicando una salita che termina sul promontorio che domina la baia di Red Beach. Ci sono; il mio cammino è finito, oltre l’orizzonte c’è solo l’immenso dell’oceano pacifico. Respiro; ma l’immagine che ho di fronte mi sorprende come un pugno nello stomaco in pieno sonno. Una spiaggia deserta incastrata in una baia sublime, onde muscolose che si frangono sulla battigia spaccando il silenzio e tutt’intorno la foresta tropicale. Mi lascio emozionare da quell’immagine spettacolare rimanendo seduto in cima al promontorio, esternando i miei pensieri al vento e lasciando ascoltare solo a me stesso ciò che dico, per un’ora.
A volte vorrei che il tempo si fermasse e, come in una fotografia, rimanesse lì; per sempre…

Trascorro un pomeriggio in solitudine ascoltando la musica del mare, scandita dal ritmo ciclico delle sue onde ed osservando la natura che mi circonda.
Mi basta qualche ora per risvegliare il mio spirito. Ma quando riprendo la via del ritorno mi sento distratto da qualcosa, sono attonito e non riesco a parlare nemmeno con me stesso. Continua a balenarmi in testa un’idea che non riesco ad allontanare: tornare indietro su quella spiaggia deserta e stare lì, da solo, per qualche giorno! Ma che cosa faccio da solo su una spiaggia deserta in un’isola dell’Australia, mi chiedevo? Pur sforzandomi non riuscivo a darmi risposte e quando mi trovo in questa condizione, lascio decidere all’istinto.

Il giorno successivo ricarico lo zaino con un po’ di viveri e mi incammino verso la Red Beach. La decisione era presa! Mi fermo lì e me ne sto da solo come un naufrago il più a lungo possibile, lontano fisicamente dal mondo! Punto! In fondo non correvo rischi ed avevo con me una scorta di cibo sufficiente per qualche giorno, poi sarei stato comunque costretto a tornare alla normalità.
Cammino per quasi due ore con lo zaino stracarico ed appena giunto sulla spiaggia fatidica trovo il punto ideale e sistemo le mie cose dietro qualche albero. Mi guardo intorno per qualche secondo e realizzo che non c’è davvero nessuno. Sono completamente solo e mi emoziono a tal punto che inizio a correre sulla spiaggia urlando a squarciagola con le braccia aperte, fino a lasciarmi cadere in mare a peso morto.

Libertà e solitudine sono due concetti estremamente importanti per me.
La prima è uno stato d’animo soggettivo, che dipende da molti fattori e che nella realtà sono convinto non possa esistere. La seconda invece è oggettiva e quando ti colpisce, se la vivi male, ti distrugge. Personalmente preferisco cercare la solitudine, piuttosto che subirla. E’ un’ottima amica quando vuoi dialogare con te stesso in compagnia dei tuoi pensieri, senza interferenze.
Ero partito da solo per quel viaggio, ma fino a quel momento non avevo ancora conosciuto il significato di solitudine, in un viaggio in solitaria. Sembra strano; ma è così.

Rimango su quella spiaggia per tre giorni e tre notti, passando dalla solitudine vera alla felicità pura, fino alla libertà mischiata alla noia. Il tutto immerso interamente in un ambiente selvaggio ed incontaminato.
In quei tre giorni ho parlato a me stesso, riso, urlato, riflettuto, pianto; ho trovato un senso al calcio che sei mesi prima avevo dato ai punti fermi della mia vita.


Così, vivo la mia esperienza da naufrago sull’isola dei non famosi, precisamente sulla spiaggia di Red Beach a Great Keppel Island; un puntino di terra selvaggia persa nell’oceano pacifico, nel luglio del 2002, in Australia.

E non me ne pentirò mai…
Tags: mare, naufragio, australia, viaggio, moto, zaino, backpacker, solitudine, selvaggio, palme, oceano, pacifico,
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