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Nella fitta giungla di tutte le possibili mete turistiche, forse parlare di Kabul puo' risultare un po' fuori tema, quindi questo non sara' un vero e proprio racconto di viaggio ma piuttosto il punto di vista di un viaggiatore capitato in terra afghana per lavoro e rimasto li per quattro mesi.
Kabul e' una citta' chiusa in una conca, letteralmente circondata da montagne, per cui la prima vera impresa e' come arrivare.
Il primo impatto e' a dir poco devastante.
Il piccolo aereo ad elica (12 posti in tutto) da Islamabad a Kabul, dopo aver sorvolato le montagne, si lascia pian piano scendere all'interno della conca in una lenta spirale. Una macchina mi aspetta in aeroporto per portarmi alla residenza dove alloggero'. Lungo il tragitto vedo le strade di una citta' che sembra confusa, incerta, piena di contraddizioni, allo stesso tempo deserta e piu' viva che mai.
I carri armati abbandonati nei campi ai lati delle strade si alternano con quelli che ti passano davanti in pattuglia facendoti segno di farli passare. Gli edifici sono fatiscenti, mezzi distrutti dalle bombe. L'aria e' polverosa. Ci sono posti di blocco ovunque con poliziotti locali che hanno l'aria di non saper minimamente usare i fucili che stringono in pugno.
Mi ci vuole qualche giorno per adattarmi a questa nuova realta', soprattutto per riuscire a prendere sonno la notte visto che ogni tanto si sentono i fischi dei razzi talebani che ti passano sopra la testa e nessuno sa dove andranno a schiantarsi.
Ma piano piano si fa l'abitudine a tutto e la paura di uscire dalla residenza, la certezza che non ci sia nulla di certo, la coscienza che ti impone di rispettare tutte (e sono tante) le regole di sicurezza, coprifuoco compreso, lasciano il posto alla curiosita' di sapere, alla voglia di toccare con mano una realta' ancora tutta da capire.
E allora comincio a prendere confidenza con il cuoco del compound, con le guardie che stanno al cancello, col ragazzo che riscuote l'affitto della stanza che occupo. Qualche parola di inglese la spiccicano e rimango stupito dalla loro voglia di parlare, di raccontare le loro esperienze di vita, di condividere con un perfetto estraneo le loro emozioni, il tutto imprescindibilmente davanti a una tazza di the'.
Una volta imparati i primi, rudimentali vocaboli in lingua Dari (i saluti fra due persone che si incontrano durano in media almeno cinque minuti!) provo a a fare capolino fuori dal guscio del compound.
Con tutte le dovute precauzioni inizio con le strade piu' sicure e "turistiche" della citta', cioe' l'area di Chicken Street, per proseguire poi con la TV Hill - la collina piu' alta di Kabul con postazioni da guerra in disuso e proiettili sparsi ovunque - e inoltrarmi infine nella Kabul vera, quella del mercato e della moschea, delle case arroccate sotto le vecchie mura di cinta e degli spazi (davvero pochi) dove i bambini fanno volare gli aquiloni.
E rimango affascinato dall'energia di una citta' che non vuole rinunciare al suo posto nella storia. Passeggio tra i negozi polverosi, pieni di cianfrusaglie, ricordi di famiglia, tappeti, armi, abiti usati e alimentari poco affidabili. I macellai con la carne esposta al sole sono praticamente infiniti. Le strade sono piene di gente e ogni volto e' diverso, intenso, segnato.
Ognuno ha una storia da raccontare e non vede l'ora di farlo. Ti chiamano dall'interno delle botteghe, vogliono che tu entri per guardare la loro merce, non e' necessario che tu compri qualcosa. Ti chiamano dai portoni delle loro case diroccate. Vogliono farti vedere come vivono, vogliono farti vedere che nonostante 25 anni di guerre non hanno perso la loro dignita'. Vogliono dimostrarti che anche loro al pari chiunque altro hanno qualcosa da offrire, che si stanno guadagnando da vivere in maniera onesta. Vogliono che tu prenda un the' con loro, vogliono scambiare due chiacchiere. E non importa se non parlano la tua lingua e tu non parli la loro, non ce n'e' bisogno. Ti parleranno in Dari o Pashtu e troveranno il modo per farsi capire, per farti perdere dentro le loro storie. Ti racconteranno degli anni dell'invasione russa, di come sono sopravvissuti, dei talebani, dei familiari che hanno perso, delle migliaia di mine antiuomo ancora sparse sulle colline, degli anni interi passati dentro a un bunker senza mai vedere la luce del sole, della loro infinita voglia di vivere, del loro non capire il perche' siano circondati da carri armati delle forze di pace, della voglia di tornare ad aver fiducia nel prossimo. Tutte storie diverse l'una dall'altra, raccontate ognuna con un diverso stato d'animo, con una semplicita' assolutamente devastante.
E' questa la ricchezza di Kabul, l'umanita' di un popolo che avrebbe tutte le ragioni per chiudersi a riccio e al contrario apre una finestra sulla sua anima pur di tornare a fare parte di un mondo che li ha tagliati fuori da troppo tempo.
Potrei andare avanti ancora per molte pagine con i racconti dei miei giorni afghani, ma vorrei lasciare nella mente di chi legge una serie di sensazioni, di emozioni, non una mera cronaca di viaggio e spero, almeno in parte, di essere riuscito a farlo.
Chiudo con un proverbio afghano insegnatomi dal mio professore di Dari, che riassume abbastanza lo spirito di un popolo che merita molto piu' di quel che ha: "Il primo giorno che ci si incontra, si diventa amici. La volta successiva, si diventa fratelli".
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