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Hai la sabbia che ti entra fin nei polmoni. A poco puo' la pashmina che metti al collo appena arrivato. Ti avvolge il viso, lascia un piccolo spiraglio per gli occhi. E da lì riesci a vedere un mondo che ha il colore della sabbia. Ha il gusto di un luogo aspro, di un altipiano che ti fa sentire nel corpo tutti i suoi 2500 metri di altezza. Anche questo e' Kabul, Afghanistan. E’ la città distrutta dal regime, ridotta in brandelli da decenni di odio. Anche qui, come in altre parti del mondo, i bimbi non sanno il significato della parola pace. Non possono saperlo semplicemente perchè da quando sono nati non fanno altro che vedere carri armati e kalashnikov. E questi non sono giocattoli, di quelli
che trovi nelle vetrine sotto casa. Sono quelli veri. Ecco, questa e' una delle tante fotografie afghane. Decidi di partire verso quei posti perche' hai la voglia di un qualsiasi giornalista di raccontare il mondo. Arrivare a Kabul e'un po' come piombare all'improvviso, li' dove il mondo si ferma. Un viaggio da raccontare. Kabul, la megalopoli sull'altipiano, è la culla dell'oppio al centro dell'Asia. Da qui, da questo posto impervio tra i monti senza alberi, viaggia la droga. Questa, e' l'economia che regge l'intera citta', che alimenta
le famiglie, che da' da vivere alla gran parte degli afghani.
Kabul è governata dal caos: in alcune strade, tra cui la Jalalabad road, quella che dalla capitale porta, come dice il nome, a Jalalabad, puoi persino permetterti il "lusso" di non seguire il senso di marcia. Si, perche' nonostante tutto regna una vera e propria anarchia. Le case, in fango, sono attraversate da piccoli canali solcati a terra. Quelle, sono le fogne. Accanto alle case di fango, che viste dall'alto sembrano quasi incollate alle montagne, piccoli negozi colorano le strade. Qui, scopri un piccolo angolo del mondo e della cultura degli afghani. E trovi cose che in Europa, di sicuro, proprio non capita di vedere, come le carote grandi quattro volte rispetto a quelle trovate nelle buste dei normali supermercati europei. Poi, scorgi i risultati degli affari occidentali: l'immancabile Coca Cola e molti altri simboli delle multinazionali. Lungo questa strada, con questo "mercato" che sembra a prima vista improvvisato, passa un carretto. Lo tira un signore anziano. Ha il
copricapo dei ribelli afghani, di quelli che dissero "no" al regime dei
talebani. Dentro questa grande cassetta di legno ha dolci di marzapane,
colorati un po' di giallo, un po' di rosa. Dietro a lui, i bimbi fanno la fila. Vorrebbero mangiarne sempre uno in più'. Cosi', fanno baratto: un uovo in cambio un pezzetto di dolce. Non ci sono soldi che tengano davanti alla fame. Loro, sono i bimbi di Kabul. Se li incontri, ti raccontano delle loro meraviglie, dei loro sogni, delle loro emozioni. Ti dicono cio' che riescono a intuire dell'occidente, ti raccontano del calcio, del wrestling. Lo fanno con il sorriso sulle labbra, pur sapendo che il loro sport nazionale e' semplice e da sognatori. E' il gioco dell'aquilone. In Afghanistan lo praticano tutti, in sostanza. Nei giorni di festa, vanno in cima a un monte poco distante dalla
citta'. Li', c'e' una piscina vuota dove i talebani fucilavano i loro
oppositori, e dove spesso li impiccavano. Ora, quel monumento alla barbarie, e' diventato il luogo delle scampagnate e dei viaggi dei sogni, fatti con l'aquilone. Ecco, forse proprio quello strano gioco di carta colorata, legato da uno spago lunghissimo e' l’unico vero viaggio che fanno, oltre a quello della speranza, fatto per cercar fortuna altrove. Incontri gli afgani lì, accanto quella piscina. Li vedi sorridere proprio nel luogo della morte. E di monumenti alla guerra, alla tristezza, al terrore, a Kabul ce ne sono moltissimi. Sempre poco distante dalla citta' spuntano i cimiteri dei carri armati. Li vedi dalla strada quando la sabbia riesce a darti un attimo di tregua: sono centinaia, migliaia di carri lasciati lì dai russi dopo la loro invasione. Ora, sono quegli scheletri di ferro lasciati alla giustizia del tempo. C'e' chi inizia a dire che e' ora di farli scomparire. Troppo brutto è vedere il passato passeggiando. Intanto, sono una delle poche attrazioni dei militari delle forze multinazionali. Alcuni di loro, ci scrivono sopra. C'e' chi ci disegna sopra le loro bandiere e chi, invece, scrive il nome della sua fidanzata. Anche questo e' un angolo di Kabul. L'amore - che qui si fa veder poco - sa di avere casa anche qui. Strano è, per chi viene da una qualsiasi città d’Europa, e per chi non ha vissuto le scene della guerra sotto casa, vedere ad un incrocio fermo un mezzo militare e uomini armati. Vedi loro, come vedi di frequente le donne in burqa. Qui, si usa quello turchese. Ogni citta', ha il suo colore. In questo caso, viaggi con il pensiero. Pensi a quali occhi e a quale donna possa esserci sotto. Si inizia a fantasticare sui suoi occhioni, sui capelli nascosti. Oppure, come ti dicono appena
arrivato, ti metti in guardia perche' e' probabile che sotto quella lunga veste turchese possa esserci un kamikaze pronto a farsi esplodere. Sono quelle raccomandazioni che hai necessariamente prima di arrivare in posti del genere. Sinonimo di cattivo presagio sono anche le strade deserte. Puo' capitare che, quando girano le autobombe pronte a colpire i militari o gli esponenti istituzionali internazionali, si sappia dell'attentato poco prima. Cosi' gli afghani lo sanno, così fuggono dalla strada. Fanno percorsi alternativi. Non vedi una persona girare. Meglio starsene a casa o girare a largo. Le raccomandazioni, sono
tante. Non c'e' la cultura dell'attentato. Le nozioni di balistica praticamente non esistono. Si hanno razzi e armi. Non importa farli funzionare a perfezione. Cio' che conta e' che esplodano. Cosi', capita a Kabul, che ci sia qualcuno che prenda due mattoncini, che li poggi a terra, e che ci metta sopra un razzetto qualsiasi. Lo accende e via, parte. Senza sapere con esattezza quale il suo obiettivo. L'importante, e' che vada. Ma a Kabul c'e' anche altro. C'e' anche la citta' della solidarieta', della volonta' di rinascere fatta dalle tante Ong che tentano di far risalire la china al popolo che fu dei talebani. Uno tra
tutti, e penso sia veramente da visitare, e' Alberto Cairo. Piemontese, ha votato la sua vita per l'Afghanistan. Da anni a Kabul ha creato per la Croce Rossa una clinica riabilitativa di tutto rispetto. Qui vengono gli afghani mutilati dalle mine. Gia', quelle piccole bombe nascoste nel terreno che uccidono senza distinzione di sorta. Trovi spesso, girando anche fuori citta', campi minati. Per questo, bisogna fare molta attenzione. Sono segnalati da piccoli cartelli, da fazzoletti su bastoncini piantati nella terra arida. Ma non si riesce a sapere con esattezza dove siano. Cosi', l'unico consiglio e' quello di passare dove gia' ci sono le impronte sul terreno. Seguire, in sostanza, i solchi lasciati dai carri, dalle auto, le impronte lasciate dagli uomini, o quelle delle stesse donne in burqa. Kabul e' una citta' che non sorride a causa dei decenni di guerra. Senti dalle moschee l’invito alla
preghiera. Poi, vedi la gente al mercato che parla e compra quel che necessita. Li vedi in strada. Li senti parlare pasthun. Li ascolti alla radio. Apprezzi le loro musiche, che sembrano ricordare i racconti delle "mille e una notte". E da mille e una notte e' anche il cielo. Capita di vederlo senza neanche una nuvola. Un tappeto di stelle da far invidia. Alzi gli occhi verso il cielo. Le guardi. Capisci che la preziosita' e' proprio nelle meraviglie che regala il mondo, che ti dona l’universo.
Giampiero Valenza
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