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1° giorno
6 gennaio 2007 – Sabato, Djanet, Hotel Zeriba


In un’anonima Epifania, partiamo da Greve in Chianti alle 7.30, in sette più o meno assonnati intrepidi. Come mezzo di trasporto scegliamo la “Freccia del Chianti” o qualcosa di simile, pulmino di lusso dell’autonoleggio di Gaiole, che ci permette di arrivare a Roma alle 11.00. Qui incontriamo altri cinque compagni di viaggio: i due torinesi, la ragazza di San Vito al Tagliamento e i due casertani.
Qualcuno è già pronto per la grande traversata mentre qualcun’altro è ancora nel mondo dei sogni. Arriva l’uomo di Avventure nel Mondo con i passaporti, i biglietti, sette casse di viveri e due di pezzi di ricambio.
Il bagaglio è insolito rispetto ad altri viaggi: borsoni con ruote e pezzi di motore, viveri e tutto ciò che si possa immaginare per affrontare quella che sembra effettivamente un’avventura.
I molti chili in più passano con indifferenza nel caos del check-in.
Partiamo con un po’ di ritardo ma l’attesa non trasmette sensazioni particolari; sembra più simile a quella consueta di una stazione dei treni e non assomiglia, affatto, alla sala d’imbarco per un volo destinazione deserto.

Al controllo polizia la prima sorpresa. Fabrizio passa ma non i suoi anfibi che mettono in fibrillazione il metal detector. Sono costretto a toglierli, operazione lunga ma, soprattutto, umiliante che mi vede ignobilmente scalzo passare di nuovo sotto la porta di controllo.
Finalmente prendiamo posto. Decollo ed atterraggio ad Algeri perfetti.
La successiva attesa per il ritiro bagagli è, però, snervante anche perché non abbiamo molto tempo per raggiungere l’aeroporto dei voli nazionali. Iacopo si innervosisce. Da nominato sul campo come capogruppo, ora ha sulle sue spalle una grande responsabilità: condurre i compagni verso destinazione, controllando e rassicurando. Si sporge, quindi, dalla bocca d’uscita del nastro trasportatore, occhieggiando nervosamente. Osservandolo, ci trasmette l’incertezza che i nostri bagagli abbiano preso probabili altre destinazioni. Infine, arrivano e tiriamo un fiducioso sospiro di sollievo.

Prese le valigie inizia il travaglio dei controlli e delle carte d’ingresso da riempire che, alla fine, saranno almeno quattro. L’uscita dall’aeroporto internazionale è veloce. Alcuni fanno anche un rapido cambio in dinari (1 euro = 93 dinari). Vaghiamo per cinque minuti per individuare le partenze nazionali alla ricerca di un mezzo di trasporto. Seguiamo le indicazioni della mamma di Frodo, il capogruppo che si occuperà di guidarci nel deserto e di risolvere ogni inconveniente. Uscendo dall’aeroporto internazionale andiamo a destra e percorriamo almeno un chilometro fino a quello nazionale. Siamo in fila indiana, dodici uomini e dodici carrelli come i sette nani che vanno a lavorare nella miniera.
L’aereo partirà alle 18.00 e sono già le 17.30. Rimane poco tempo. Passiamo attraverso una moltitudine di algerini che ci guardano incuriositi. La scena si ripeterà anche al ritorno e la lunga coda è di pellegrini che, giorno e notte, attendono il loro turno per decollare verso La Mecca. Arriviamo all’ingresso dei voli nazionali e, al primo controllo, la fortuna mi assiste; gli anfibi non provocano più l’ululare delle sirene della polizia. Superato l’ingresso la concitazione si taglia con il coltello; l’aereo sta per partire e noi abbiamo una montagna di bagagli da spedire. Nel caos più totale, con gli algerini nel pallone e le macchinette che non stampano i tickets di accettazione dei bagagli, riusciamo a spedire tutto.
A questo punto inizia la storia infinita dei controlli: compilazione carta d’ingresso, controllo passaporti, controllo passaporti a carta d’imbarco, riconoscimento bagagli per caricarli sull’aereo, controllo bagaglio a mano, ispezione corporale con metal-detector. Finalmente alle 18.30 decolliamo e dopo 2 ore arriviamo a Djanet. Durante il viaggio non si riesce a distinguere nulla se non le fiamme dei pozzi di petrolio.

L’aeroporto di Djanet è come una stazione dei bus. Compiliamo l’ennesima carta d’ingresso e finalmente presi i bagagli saliamo tutti in un bus stile “ahi ahi turisti fai da te”.
Il primo contatto con Djanet è la polvere e la sabbia; il bus ne è pieno ma, passati trenta secondi, non ci fa più caso nessuno. Dopo un breve spostamento di una ventina di minuti, arriviamo all’Hotel Zeriba. Hotel è una parola grossa ma, effettivamente, c’è tutto: camere, porte con chiavi, letti, bagni ... non manca niente. O meglio ... qualcosa manca ... la cena. Le cucine sono chiuse e siamo quindi costretti ad incamminarci per il “corso” di Djanet alla disperata ricerca di cibo.
Una macchina della polizia si avvicina al nostro gruppo e i poliziotti, gentilmente, mettono una parolina buona per far riaprire un “tipico” ristorantino “alla moda” nel centro cittadino.
I gestori smettono di bruciare spazzatura nel retro dell’edificio e ci accolgono cordiali. Sobrio, ma con un certo gusto nell’arredamento, le sedie quasi tutte funzionanti, pulito il giusto, questo luogo rappresenta il vero primo impatto con l’Algeria.
Ci organizziamo per una festosa tavolata e abbiamo il piacere di un’apparecchiatura che prevede una tovaglina di più di 50 cm2 di carta strappata con incertezza. Cena mangiabile, vista anche la fame, con una zuppa di lenticchie calda, patate fritte non rancide e uovo con cottura che richiederebbe almeno di essere messo sul fuoco per altri due minuti. Servizio dignitoso, cucina ... lasciamo perdere. Il servizio è dinamico con piatti passati da chi ha mangiato a chi deve ancora mangiare. D’altra parte le stoviglie non sono sufficienti per tutti. Infine ci danno una mazzata nel fare il conto; ben tre euro a testa!
Torniamo in albergo e, essendo in camera da solo, decidiamo di accomodarci secondo un nostro maggiore gradimento spostando il mio letto nella camera con Iacopo e Paolo.
I grevigiani sono ancora arzilli per cui inizia una briscolina fra amici. Io guardo e scrivo ma, ogni tanto, l’attenzione viene catturata dai piacevoli insulti di Marco a Ormone. Il primo scuote la testa in preda a una crisi di identità perché non compreso nei suoi gesti e nei suoi ammiccamenti, anche ben dichiarati, diretti ad Ormone.
Che dire. Non siamo ancora nel clima del viaggio, anche perché siamo arrivati di notte e non si vede niente. Stiamo vivendo inconsapevolmente il preludio del viaggio. Nonostante ciò Djanet sembra un altro mondo, molto lontano dal nostro. Gli algerini appaiono gentili e disponibili ... per lo meno quelli che non vestono una divisa.


2° giorno
7 gennaio 2007 – Domenica, da Djanet al Campo 1 (N24 27 21.2 E9 11 27.6). Distanza percorsa 32 km.


Alzati di buon’ora, ci affrettiamo verso la sala ristorante dell’albergo, affamati per una cena che la zuppa di lenticchie non è riuscita a soddisfare a pieno. Caffè, latte, burro, marmellata, la tavola è ben imbandita. Si mangia con foga, per una fame atavica da dopoguerra e pre-boom economico degli anni ’60. Qualche perplessità si fa strada sul latte pro-diarrea, perplessità subito fugata dall’entusiasmo mangereggio.
Dopo la colazione ci attende la missione della giornata: cambio e spesa. Il cambio viene fatto con qualche attesa di troppo ma, infine, per 300 Euro otteniamo più di 27.000 dinari che sembrano un sacco di soldi. E, in effetti, lo sono! Ce ne accorgiamo al mercato quando, nel fare la spesa, per quantità notevoli di cibo il monte dei dinari stenta a diminuire. Vengo nominato sul campo cassiere e di qui inizierà quello strano stato di stordimento per il quale non sarò mai sicuro di dove siano i soldi della cassa comune, quelli personali, gli euro portati dall’Italia e quelli che mi sono stati consegnati dai compagni di viaggio. In ogni anfratto del mio bagaglio e del mio corpo c’è un rotolo di valuta.

Al mercato è inevitabile la foto ricordo con la testa del cammello davanti alla macelleria. Della testa colpisce lo sguardo, tranquillo e dignitoso, con le labbra ben chiuse e gli occhioni vispi. Una vita vissuta con dignità, forse meglio di tanti umani.
Compriamo pomodori, zucchine, aglio, peperoni, cipolle, cipollotti freschi, conserva di pomodoro. Quando arriviamo all’acqua e al pane, l’occhietto del negoziante si fa interessato. L’ordine del gruppo è perentorio: 170 baguette e 45 confezioni di acqua da 6 bottiglie per 1,5 litri ciascuna. Alla fine del ballo spendiamo circa 14.000 dinari, più o meno 150 euro.

Attendiamo i fuoristrada per la partenza facendo un rapido giro per Djanet. L’aria, nonostante il mercato, è sonnolenta e tranquilla, la temperatura ideale. Percorriamo i sentieri maleodoranti dell’oasi e ci incamminiamo per le salite della città vecchia. Mi chiedo se la nostra permanente agitazione ci permette di vivere bene. La domanda rimane senza risposta ma con qualche incertezza sul nostro effettivo star bene rispetto a chi è più povero di noi. I nostri bisogni fondamentali sono, per i locali, inesistenti e, quelli acquisiti e da noi ignorati come il cibo, l’acqua, l’istruzione, diventano per loro fondamentali.
Partiamo dall’Hotel Zeriba diretti all’Hotel di Kirani dove pranziamo, questa volta, con un’apparecchiatura piacevole e rilassante. Il posto è bello e ben ordinato. Il pranzo è frugale con insalata, omelette e patate fritte; alla fine ci costerà 10.000 dinari circa 10 euro a testa e al cassiere, attento al risparmio, non sembra proprio economico. Va bene così!

Conosciamo gli altri componenti del viaggio, i vicentini Enrico, Matteo, Elisa e Paola, reduci da una settimana di trekking nel Tassili con accompagnatori tuareg e asini al seguito. Sembrano dei buoni diavoli!

Un’incombenza poco lieta ci avvinghia: selezionare il cibo ereditato dal gruppo precedente e dare una pulitina al pentolame. La pulitina si rivela ardua, anche perché non basterebbe la fiamma ossidrica per scalfire incrostazioni arcigne, per cui ci accontentiamo di aver raggiunto un risultato igienico di media soddisfazione.

I motociclisti sono già in fibrillazione per aver preso contatto visivo con le loro moto; le osservano eccitati e preoccupati, incerti sullo scoprire qualche inatteso difetto. Lo sguardo spensierato, mostrato fino ad ora, cambia e sarà sempre così prima di ogni partenza. Accigliato, leggermente preoccupato, eccitato, serioso. Nell’attesa si sprecano i racconti di frizioni, gas, leve e valvole, cambi e pistoni, mousse e forature. Nella sera si sprecheranno i racconti dei più esperti su cadute, costole rotte, cappottamenti e via di seguito, tanto che non si riesce a percepire se sia mai arrivato qualcuno a destinazione. All’unisono si sprecano gesti scaramantici più o meno manifestati.
Il ritmo ora diventa frenetico. E’ pomeriggio e bisogna affrettarsi. Finita la vestizione dei samurai-motociclisti, la loro partenza è immediata per il rifornimento di benzina. Si stabiliscono dei teams. C’è la squadra ufficiale KTM con Francoadriano, già poco identificabili in chi sia Franco e chi Adriano che per di più pavoneggiano lo stesso abbigliamento rendendo ancora più arduo il loro riconoscimento. Enrico aumenta la confusione avendo la giacca praticamente uguale a quelle di Francoadriano. Si sfoderano stivali nuovi di pacca e quelli rotti a mille esperienze. C’è chi, come Gigi, praticamente ci ha convissuto nell’ultimo mese per ammorbidirli. Luccicano caschi più o meno belli e mise, più che sahariane, dolomitiche. I motori rombano e tutti partono per il rifornimento. Partono tutti. Parte il camion per rifornirsi di acqua e benzina. Parte anche il nostro tuareg Dalì. Partono proprio tutti, tanto che io, Elisa e Paola ci guardiamo negli occhi e sobbalziamo per una sensazione che ci accomuna: ci hanno abbandonati!! Attendiamo fiduciosi, sorvegliamo bagagli e Land Cruiser, diamo un’occhiata al camion e agli autisti. Assumiamo, cioè, un atteggiamento che ci accompagnerà per tutto il viaggio: quello delle chiocce che vigilano sui loro pulcini.

Infine partiamo anche noi direzione Campo 1
Dopo un breve tratto, lasciamo l’asfalto per dirigersi verso la pista di sabbia e puntiamo verso il cordone di dune in lontananza. L’aria è tranquilla, il sole basso e il nostro autista, Dalì, guida bene con attenzione e morbidezza. Dà subito sicurezza e ci convince che, con lui, nel deserto di sabbia non moriremo nemmeno questa volta.
Dopo un altopiano si apre lo spettacolo davanti ai nostri occhi. Tredici bischeri, affettuosamente bischeri, che al tramonto tagliano il deserto lasciandosi alle spalle scie brillanti colpite dal sole. E’ commovente! Che dire. Le cose si vedono, ci si emoziona, si prova a raccontarle ma non si possono spiegare fino in fondo. E ognuno di noi le vede e le vive in maniera diversa ma mai nello stesso modo.

Allestiamo il Campo 1 nell’Erg d’Armer. E’ buio e a mala pena riusciamo a intuire la forma della tenda. Alla fine non sembra proprio un campo da boy scout provetti ma nessuno ha i piedi di fuori. I grevigiani preparano il primo di una lunga serie di sughi magici. La magia sprigionata dalla cena ci carica di un’irrefrenabile energia per cui decidiamo (Gigi, Enrico e io prima e Iacopo, Marco, Stefano e gli altri dopo) di attaccare la duna che sovrasta il campo. E’ già un po’ freddo e il mangiare sullo stomaco non facilita l’ascesa notturna. Tuttavia, la vetta è conquistata, anche a rischio di congestione, e ci godiamo il primo incommensurabile cielo stellato del Sahara. Inutile descriverlo. Immenso, pesante, denso, abbagliante. Dopo lunghi minuti di meditazione riscendiamo a valle e ci infiliamo dentro i sacchi a pelo per la prima fredda notte. Sono in tenda con Iacopo e Paolo, non russatori. Accanto Francoadriano porgono la loro insidiosa domanda a Gigi: “Gigi, ma tu russi? Perché noi, parecchio!!” E Gigi, forse venendo incontro ai suoi desideri, si accuccia vicino alla sua moto per passare la prima notte nel deserto algerino.


3° giorno
8 gennaio 2007 – Lunedì, dal Campo 1 (N24 27 21.2 E9 11 27.6) al Campo 2 (N23 24 15.0 E8 04 38.4). Distanza percorsa 177 km.

La sveglia è all’alba. Un po’ infreddolito cerco di adocchiare una duna che ispiri i bisogni mattutini. Appare a nord, nord-est e mi dirigo con passo convinto dietro la cresta. Probabilmente è la duna preferita da molti, anche dei raids passati, ma lo spettacolo di Marco a buco pillonzi mi lascia piuttosto interdetto. Mi allontano velocemente per cercare un posto più tranquillo.
Dopo una colazione sostanziosa inizia l’avventura!! Finalmente ci siamo. Tutti si dirigono verso il pick-up per il loro primo rifornimento serio e, poi, partenza verso le dune dell’Erg d’Admer. I motociclisti partono all’impazzata e, nel giro di dieci minuti, scompaiono alla nostra vista. Con Dalì il passo è più lento e con la piacevole compagnia di Elisa e Paola ci incamminiamo verso una meta sconosciuta. Percorsi pochi chilometri ci fermiamo. Il nostro tuareg ci dice che le moto passeranno di lì. L’attesa è lunga ma ci godiamo il panorama. Un lungo e imponente cordone di dune fronteggia l’oued a ovest mentre alle nostre spalle un sistema di dune ci sovrasta. Elisa e Paola non sanno resistere e si arrampicano sulla duna più alta. D’altra parte la scena si ripeterà ogni qualvolta ci sarà qualcosa da scalare. In una giornata saranno capaci di scalare anche due o tre ottomila, battendo tutte le imprese di Messner. Io mi attardo alla base della duna curiosando fra le strane piante che riescono a sopravvivere in questo clima così ostile ma che, sorprendentemente, riescono ad emettere fiori di un giallo accecante. Guardandole meglio, pur essendo di mole modesta, hanno lunghissime radici superficiali, che, a raggiera, coprono qualche metro di superficie forse per meglio catturare l’esigua umidità notturna.

Mi arrampico anch’io nella duna facendo due passi avanti e uno indietro mentre, in lontananza, rombano i motori. Scorgiamo il gruppo sulla cresta della duna più alta, all’orizzonte sud-orientale, e poi li vediamo, uno ad uno, percorrere la discesa. Dalì si avvicina, montiamo nel Land Cruiser e ci avventuriamo fra le dune anche noi. La richiesta di fare in auto quello che gli altri fanno in moto viene accolta e prendiamo di petto una delle tante dune. La discesa è da brivido, con la sabbia che per un attimo sparisce per ricomparire sotto di noi in verticale.

Raggiungiamo il gruppo che mostra qualche segno di affaticamento, con cadute e perplessità ma anche con l’entusiasmo alle stelle. A vederli andare con facilità sulla sabbia sembra siano dei pattinatori nel ghiaccio. Andrea è in grande spolvero e si guadagna l’appellativo de “il professionista”. Marco deve essere andato o lungo o corto ma difficilmente è arrivato puntuale alla cresta. Frodo è magnifico, un piacere guardarlo. Invita Paola per un giro. Spariscono fra creste e valli, rapide salite e precipitose discese. Ora è il mio turno “Fotografo, lo vuoi fare un giro?” Mi chiede Frodo. Salgo entusiasta, allacciandomi il casco di Iacopo e .... con le luci sempre accese anche di giorno. Si parte in tromba. Salite, discese, traversi, sul filo delle creste per buttarsi giù a capofitto. Mi avvinghio a Frodo mani e gambe. Pazzesco ed entusiasmante. No, quella duna non la possiamo fare, non ce la faremo mai. Tutto gas e, quando sembra che il motore muoia, ancora gas per l’ultimo strappo prima della cresta. Ho già perso l’orientamento. Potrei morire qui in questi dieci ettari di sabbia. Ripartiamo per una duna impossibile. Arriviamo quasi in cima ma questa è veramente troppo alta e pendente. Nessun problema, inversione a U discesa vertiginosa un po’ di slancio e siamo di nuovo in cima. Rientriamo nel gruppo e forse potrei avere le lacrime agli occhi se non mi dessi un po’ di contegno. Ringrazio mille volte Frodo perché ho provato qualcosa che si prova una volta nella vita e perché mi rendo conto che questa passeggiata fra le dune rimarrà per sempre una cosa unica.

Dopo l’emozione delle dune, Marco, Alessandro e Paolo vogliono riprendere fiato e seguono il nostro fuoristrada. Superate le dune, inizia un plateaux interminabile; all’orizzonte appaiono le prime emergenze rocciose che sembrano a portata di mano ma che sono distanti almeno venti chilometri. Viaggiamo con buona andatura, sui 100 km/h e le moto ci seguono senza difficoltà. Passa un missile. E’ il pick-up di Said che sfreccia senza ritegno facendo mangiare la polvere a tutti.

Arriviamo quindi alle rocce, Elisa e Paola si arrampicano subito e Marco va in perlustrazione. Al ritorno, Marchino mi invita ad andare con lui per vedere l’altra parte della montagna. Monto in moto un po’ meno sicuro che con Frodo ma l’andatura è da pensionati al giardino sotto casa. Lo spettacolo è affascinante; una roccia basaltica ripida e perfettamente levigata costituisce il versante occidentale del monte. Risalgo in moto e ritorniamo traballanti verso il punto sosta del pranzo. Davanti a noi un’infima striscia di sabbia, non più di tre metri lineari. Ma è quanto basta. All’espressione di Marco: “Ora qui si cade” siamo già in terra. Ma la caduta è così al rallentatore che atterriamo praticamente in piedi.

Arrivano tutti gli altri al campo e iniziano a scatenarsi. Enrico e Stefano mi costringono a delle riprese mozzafiato mentre si inerpicano per il versante roccioso. Ne vengono fuori delle riprese veramente belle che saranno prontamente cancellate per un infame destino. Ci abbuffiamo con tonno e cipollotti freschi, peperoni e formaggi: la solita fame atavica da dopoguerra.

Dopo un breve riposo e l’immancabile rifornimento, partenza!! Il plateaux invita a correre e gli eroi non si tirano indietro. Navigano e veleggiano senza risparmiarsi. Ma il deserto è insidioso e nel primo fesc-fesc che si incontra, Monica entra senza troppo riguardo. Il fesc-fesc se la prende a male e non la perdona. facendola sbalzare dalla moto senza troppa cortesia. Noi arriviamo dopo. C’è un grande polverone e per un attimo capiamo che è successo qualcosa, forse anche di grave. Tratteniamo il respiro. Poi quando vediamo Monica impolverata e ricoperta da almeno un centimetro di terra, ma in piedi, tiriamo un sospiro di sollievo. Certo, non fa proprio l’effetto di una fotomodella e sembra anche disorientata, ma è viva! Certo, non proprio intera e con il polso che le fa un male boia, ma è viva. Certo, almeno per ora non potrà proseguire il viaggio e la moto viene caricata nel pick-up, ma si muove con le sue gambine. Così accogliamo la terza donna del gruppo nel fuoristrada e ripartiamo impavidi. Il corpo medico, composto da Paola ed Elisa, cerca di esprimere diagnosi, accertare la gravità della situazione, interessarsi al caso ma poi si distrae immediatamente ai primi paesaggi mozzafiato dimenticando la moribonda sul sedile. Nonostante tutto Monica sussurra qualcosa a proposito di Dalì del tipo “Ma non è che va troppo forte? Non mi fido mica tanto. Magari potrei guidare io!”. All’unisono: “Monicaaa, zitta e buona!”.

La pista riprende sul fondo duro per poi passare alla sabbia con brevi tratti di fesc-fesc. Dall’orizzonte sconfinato ci infiliamo fra le rocce e ci imbattiamo in uno dei due pozzi che vedremo nel corso del viaggio. E’ quello di Tiririne, posto nell’imbuto naturale circondato da rocce e sabbia. Un buco nella nuda terra profondo 4-5 metri, con una protezione in muratura che lo circonda e un secchio legato a una corda. Dalì attinge preziosa acqua dal pozzo e la getta nella vasca. Forse non è per noi, forse è per gli animali che verranno ad abbeverarsi nel corso della notte. Ci rilassiamo per qualche decina di miniti. Francoadriano sono pieni di polvere ma anche gli altri non hanno un aspetto migliore.

Via, si riparte! La meta è il Campo 2. La pista prosegue con una certa monotonia nel fondo di uno oued. Ci sono numerosi alberi secchi, preda per i nostri tuareg in cerca di legna da utilizzare nel bivacco della sera. La ricerca è spasmodica; una breve perlustrazione., l’individuazione della preda segnalata, in genere, da Dalì a Said e l’abbattimento a colpi di mazza.

Gigi è rimasto indietro. La sua passione per la fotografia lo costringe a fare numerose soste. Dalì si guarda intorno alla sua ricerca: sa di essere lo spazzino del gruppo e vigila che nessuno si perda fra i meandri sabbiosi. Alla ricerca di Gigi, con lo sguardo e l’ondeggiamento del Land Cruiser, improvvisamente ci troviamo quasi in rotta di collisione con lo scapicollato Gigi che, con una scia di polvere, mette in evidenza la sua presenza.

Il viaggio prosegue tranquillo! Il tramonto incombe e improvvisamente ci distacchiamo dalla pista per inerpicarci per un breve tratto fra le rocce e la sabbia: siamo al Campo 2. L’amara sorpresa incombe però su di noi e sulla testa di Iacopo, in particolare. Il camion è gia arrivato, anche se con il compressore dell’aria in panne. Purtroppo, ad essere in panne, non è solo il camion ma anche la precisione dell’autista e del suo aiutante. I fusti di benzina sono stati chiusi male e i bagagli sono stati caricati accanto ad essi. La sistemazione si dimostra tragica: un versamento del liquido ha invaso i bagagli e, sembra, si sia concentrato, in particolare, sul borsone di Iacopo riempiendosi di benzina a mo’ di tanica. Tutto puzza in maniera vomitevole: vestiti di ricambio, asciugamani, pigiami. Iacopo la prende con molta “filosofia” mantenendo un perfetto self controll. Più o meno. Si montano le tende cercando di stare attenti ai russatori professionisti ma senza grossi successi per la tranquillità della notte che seguirà.

Tutto ora però è calmo e rilassante. Il tramonto davanti a noi non ci permette di osservare la linea dell’orizzonte ad ovest e siamo già nella penombra. Improvvisamente da dietro una roccia compare una lepre. La visione ci disorienta. Ai nostri commenti segue un’altra apparizione, quella di un fennech, la volpe del deserto, probabilmente sulle tracce della lepre. La macchina fotografica di Gigi e Gigi stesso si buttano all’inseguimento ma con scarso successo per il reportage.

La cena preparata dai grevigiani riscuote il solito successo e ci si attarda intorno al bivacco con i soliti racconti tecnico-meccanicistici e burleschi.
4° giorno
9 gennaio 2007 – Martedì, dal Campo 2 (N23 24 15.0 E8 04 38.4) al Campo 3 (N22 48 17.0 E7 28 59.8). Distanza percorsa 95 km.

L’alba, come ogni mattina, ci accompagna nel risveglio. A dire la verità note meno soavi e gradite sono quelle di Marco che fra stiramenti, rumori corporali e inno del risveglio “Campeggiatoriii!!” ci mette subito di malumore! Per fortuna, dopo questa impennata di attivismo, ha una ricaduta e si riaddormenta, per cui mi posso godere l’alba in santa pace. E’ un bel momento. L’aria è gelida ma secca e accarezza il viso prima con decisione ma, nel giro di qualche minuto, con più delicatezza. Le mani sono come al solito gelide. Il disagio è presto dimenticato dalla visione del deserto che ogni mattina viene scoperto nella sua struggente bellezza. E’ un’emozione costante che si ripete con puntualità. La sera, infatti, arriviamo tardi e non riusciamo a renderci conto dove siamo. Spesso il campo è orientato ad ovest, per cui il sole che precede il tramonto ci abbaglia. E’ la mattina, che alzandosi da est, illumina con gradualità e stupefacente bellezza l’orizzonte occidentale. E questa mattina lo spettacolo che è davanti ai miei occhi mi appaga anche di una nottata non proprio riposante. Il plateaux ai miei piedi naviga per chilometri senza interruzioni ed è confinato, a occidente, dalla catena del Tendjedj. I monti, che prima sono scuri, poi vengono lentamente dipinti dai colori dell’alba, passando dal marrone scuro, al violaceo e al rosso cupo per diventare rosso brillante e giallo ocra.

Iniziano a uscire dalle tende i sopravvissuti, zombie che con lenti movimenti si stirano e sbadigliano. Inizia una nuova giornata!

Fra i rifiuti di Iacopo della sera prima è comparso anche un panettone, ben impacchettato ma col solito odore di benzina che lo impregna nella sua confezione esterna. Iacopo lo aveva aperto e buttato ai porci. I porci, naturalmente, non c’erano ma in compenso, questa mattina, non c’è nemmeno il panettone. Dopo un breve interrogatorio a cui sottoponiamo i motociclisti, che negano di esserselo mangiato durante la notte, ne deduciamo che, anche alle volpi del deserto, il panettone non fa proprio schifo.
I potenti mezzi di supporto hanno qualche cedimento. Il camion già sbuffante il giorno prima, esala un penultimo respiro. Si rompe il compressore e, quindi, niente cambio, niente freni, niente di niente. Rimane fermo in attesa del pezzo di ricambio e, così, ci vede costretti a traslocare i bagagli dal camion ai fuoristrada, a mettere un po’ di benzina nel pick up e a razionare l’acqua. I ragazzi partono verso nuove mete dopo qualche incoraggiamento e qualche massaggino alle spalle incordate dalla tensione. Insieme alle ragazze sorvegliamo che tutto proceda per il meglio e non venga lasciato nulla al campo. Curiamo amorevolmente le valigie dei nostri compagni di viaggio stando ben attenti che non si impolverino e che vengano adagiate delicatamente sul portapacchi del Land Cruiser. Certo che nell’aiutare Dalì a legarle, qualche calcio energico ci scappa in modo che il tutto possa reggere le scosse della pista. Monica ha un’ottima idea: mostrarci le ferite del giorno prima! Un bello spettacolo veramente. Si cala anche i pantaloni davanti ai camionisti che le lanciano delle occhiate benevole e paterne della serie “... se ti piglio ...”.

Partiamo finalmente anche noi e un po’ sonnolenti ci avviamo verso il plateaux che si estende con una certa monotonia. La noia termina dopo poco con le prime emergenze rocciose e con le incursioni di Gigi che, dopo essersi fermato per qualche foto, recupera il gruppo travolgendo il tempo perduto.
Il nostro viaggio, quello mio e delle ragazze, è decisamente rilassante: ogni tanto una sosta, due foto, tre chiacchiere e ripartiamo. Incontriamo gli scalmanati accompagnati da Frodo per una salita impossibile lungo una roccia basaltica liscia e molto pendente. Salgono con facilità ma la pendenza è veramente forte. Se si fermassero a metà non potrebbero ripartire e la moto precipiterebbe a valle. Che cavalieri impavidi!! Che coraggio!! Che tecnica!! Si sprecano foto e riprese prima di ributtarsi nella pista che, dopo poco, si infila in una valle arida.

E’ il letto di un fiume in secca ma di notevole importanza. Il letto è ampio e si notano le sponde con numerosi eventi di deposizione. La pista è difficile con solchi profondi di sabbia morbida ma, per i nostri eroi, è un gioco da ragazzi! A tratti più o meno rettilinei ne seguono altri con stretti meandri. Nel fondo della valle una vegetazione di acacie anche imponenti e di cespugli si dirada progressivamente salendo nei versanti che appaiono neri ed infuocati. Mi immagino che, fra qualche mese, il posto diventerà veramente inospitale: un forno naturale in cui la temperatura salirà incessantemente e il calore si accumulerà nelle rocce scure che lo circondano. Ora è pascolato e sono numerosi gli escrementi di cammello e di altri animali.

Sotto una bella acacia ci accampiamo per il pranzo. Io non sto bene; il freddo delle notti precedenti ha “minato” il mio fisico. Insomma, mi gocciola il naso e non so se arriverò alla fine della giornata. Meglio prendere un’aspirina. Iacopo mi osserva con sospetto e, in effetti, il rischio di un contagio mortale è reale. Mosso a compassione, mi promette per la sera una bomba ricostituente.

Il posto e un po’ di stanchezza ci fanno prolungare oltre il previsto la sosta del pranzo. Inizio a guardarmi intorno alla ricerca di qualche reperto mentre osservo che Marco è già partito per la caccia alle punte di freccia. Salendo noto l’articolazione della morfologia. Ci sono vari ordini di terrazzi: se ne riconoscono tre, con superfici pianeggianti ben delimitate. Del terrazzo più antico sono rimasti solo dei lembi ma l’erosione mette in evidenza dei suoli lateritici ben sviluppati.

Ripartiamo verso l’infinito e Dalì ci conduce in un’ampia pianura circondata da catene montuose nere come la pece. Ma la roccia che emerge dalla sabbia assume una colorazione del tutto contrastante con il resto del paesaggio. Avvicinandosi capiamo perché viene chiamato il luogo delle “rocce blu”; si tratta di calcari che assumono colorazioni bluastre e in cui si notano i segni di evidenti fenomeni carsici. E’ la prima volta che incontriamo formazioni di questo genere e non ne incontreremo più per tutto il resto del nostro viaggio. E’ comprensibile quindi il nostro stupore e l’escursione fuori pista fatta da Dalì per farci vedere questo luogo unico. I tuareg approfittando della sosta mettono mano alla mazza per approvvigionarsi di un po’ di legna per il fuoco della sera.

Ripartiamo in direzione di una nuvola di polvere che si scorge all’orizzonte: ormai sappiamo riconoscere i nostri prodi. Sono più avanti, nell’ennesimo parco dei divertimenti sahariano. Una lunga duna, alta una ventina di metri, che presa a tutta velocità fa librare le moto nell’aria. Si sprecano le foto nei più pavidi che ritraggono i più coraggiosi. Lo stile ondeggia e il gas talvolta è titubante fuorché quello di Frodo.

Ormai il tramonto incombe, un altro tramonto di pace in mezzo al mondo. Il campo è poco più avanti fra le dune dello oued denominato Takalous. C’è vento e non esiste una posizione particolarmente protetta per il montaggio della tenda. La nostra, mia di Iacopo e di Paolo, viene montata in fretta senza tanti complimenti. Più ignobile è la scena a cui dobbiamo assistere per il montaggio della tenda di Marco e Alessandro. Catturata dal vento, veleggia sopra le loro teste. Inveiscono come due vecchie bisbetiche accusandosi reciprocamente dell’imperizia che effettivamente mostrano a tutti noi. Li osserviamo con curiosità, sicuri che prima o poi ce la faranno. Infine, un giaciglio improbabile riescono a sistemarlo e un telo sopra le loro teste sarà dispiegato anche per questa notte.

Le moto hanno fatto un giro per le dune prima che scenda la notte; il posto è fantastico e le dune sono diverse rispetto a tutte le altre. Dividono due grandi valli e non sono molto alte ma, forse, per la loro posizione e per il gioco dei venti assumono forme strabilianti potendo essere assimilate, in pratica, a strette doline o ad imbuti senza via di scampo. Ai motociclisti non è concesso sbagliare. Si devono buttare velocemente in discesa per poter fare la salita successiva. Se indugiassero, o se si fermassero in fondo alla duna, non avrebbero sufficiente spazio per poter risalire. Un po’ di gas di troppo tradisce Enrico F. che salta la cresta cappottando al di là. Rimane fermo a meditare e si avvierà verso la tenda dopo la cena, mesto e con le orecchie basse. Io, che sono senza moto, decisamente corro meno pericoli e mi avvio con Iacopo e Paolo a piedi nudi verso il colmo della duna più alta. Il panorama è sorprendente e l’intuizione che la mattina seguente, con il favore dell’alba, ci sarà una luce fantastica per scattare foto da copertina, è una certezza. Iacopo propone di dormire fuori e individuiamo anche una duna particolarmente protetta dal vento che sarebbe adatta per passare una notte sotto le stelle.

Rientrati dalla passeggiata osserviamo Frodo già con le mani in pasta. Non per la cena, naturalmente, ma per smontare un motore che fa le bizze: mi dicono che si è rotto l’albero del cambio. Insomma, non entra la 3° e bisogna fare qualcosa. Niente di meglio che smontare tutto, ma proprio tutto, di notte, con la luce della lampada frontale e niente più. In pratica smontare ad occhi chiusi, riparare, rimontare e partire di nuovo. Gigi dà una mano e infila le mani nell’olio; questo si che è fare qualcosa di selvaggio e, Gigi The Wild, si cala nel suo ambiente naturale.

Le mie condizioni di salute intanto non sono migliorate e la camminata a piedi nudi nella sabbia fredda, di certo, non ha aiutato un miglioramento. Ma dopo cena la promessa di Iacopo viene mantenuta e mi fornisce la sbobba miracolosa che si dimostrerà in seguito efficace. Nonostante tutto sono disposto a dormire fuori ma il vento fresco ci fa desistere. Dopo cena continua il rimontaggio della moto, finito il quale un colpo e la messa in moto strappa un applauso spontaneo. Dopo un breve giro, purtroppo, Frodo constata che il difetto non è risolto. Tanto lavoro per nulla e la necessità di programmare per la mattina seguente la sostituzione del pezzo rotto prendendolo da un altro motore di scorta. Insomma, due al prezzo di uno.

Ma il camion dove è finito? Già, perché il camion che avevamo lasciato la mattina con il compressore rotto non è stato riparato. Siamo con poca acqua e l’uso è più parsimonioso del solito. All’imbrunire arriva anche Kirani: il pezzo è a Djanet e qualcuno deve andarlo a prendere. Così in piena notte il nostro caro amico tuareg, Dalì, parte per Djanet. Farà nella notte centinaia di chilometri di pista, ritirerà il pezzo a Djanet e la mattina ci raggiungerà di nuovo per farci da autista. Un programma che al solo pensiero mi fa venire il mal di stomaco. Ma Dalì lo rispetterà e con un filo di polvere lo vediamo allontanarsi dal campo per essere da noi la mattina seguente fresco come una rosa del deserto. Più o meno.

Fra gli imprevisti, a questo punto, non si può notare uno Stefano su di giri. Che sarà mai successo? Semplicemente parte del suo bagaglio è rimasto nel camion, qualcosa di “poco conto”, tipo una borsa involtata in un sacco della spazzatura e legato con una cinghia. Una sistemazione proprio da tuareg per un pacco che potrebbe essere gettato alle ortiche per quanto è anonimo e brutto da vedere. Peccato che dentro c’è, fra l’altro, il passaporto e i biglietti aerei. Diavolo di un viaggiatore baciato dall’esperienza!!



5° giorno
10 gennaio 2007 – Mercoledì, dal Campo 3 (N22 48 17.0 E7 28 59.8) al Campo 4 (N22 07 52.9 E6 38 18.9). Distanza percorsa km 155.

All’alba mi precipito fuori dalla tenda insieme a Iacopo per cogliere le prime lame di luce che da est colpiscono le dune. E’ difficile non fare foto banali e cerco di immaginare il risultato. Come sempre, vedere attraverso l’obiettivo della macchina fotografica distoglie dalle emozioni e dalla contemplazione. E’ difficile trovare il giusto equilibrio fra visione disinteressata ed istintiva o concentrazione sulla ripresa che richiede analisi della tecnica, sovraesposizione o sottoesposizione della pellicola e modalità di ripresa. Per le dune del Takalous è così, ma questo piccolo sacrificio produrrà dei risultati spettacolari con curve morbide di luci ed ombre, increspamenti della sabbia e allineamenti di creste a perdita d’occhio.

Al campo fervono i preparativi per la partenza. La colazione è piuttosto rapida ma anche meditativa. Ci si guarda indietro, alle sensazioni del giorno prima, e ci si proietta in avanti senza avere la benché minima sensazione di ciò che incontreremo. Trangugiamo quindi pacchetti di Oro Saiwa, riempiendo la tazza di acqua calda, che in certi casi sa decisamente di plastica delle tanniche, con Neskafe solubile e latte in tubetto per la gioia di Nestlè e soci.

Frodo deve compiere un ennesimo sforzo: smonta e rimonta il motore della sera prima. Per tutti è giorno di bucato: si devono pulire i filtri dell’aria ormai, per buona parte, occlusi dalla polvere del deserto. Operazione simpatica, con immersione del filtro in un recipiente pieno di benzina purissima algerina, sgocciolamento e rimontaggio.

Per ingannare l’attesa Iacopo mi invita ad un giro in moto fra le dune. Fra salite e discese ripide la sensazione di disorientamento è immediata ma il divertimento è assicurato.
Finiti i preparativi, rimpacchettate le tende, puliti i filtri, spolverati i piloti, massaggiate le spalline di quelli più tesi, o più stanchi, pettinate le ragazze, caricate le valigie nei fuoristrada perché il camion è ancora infortunato e la medicazione è ancora lunga, finalmente partiamo.
Il deserto è piatto e percorriamo la lunga ed ampia valle del Tadant. Con Dalì vaghiamo fuori dalla pista, che a tratti è difficile, e alla sabbia alterna zone pietrose. In lontananza scorgiamo scie di polvere che vengono nella nostra direzione. Sono due fuoristrada, probabilmente provenienti da Tamanrasset, che si fermano e salutano Dalì. E’ anche questa una strana sensazione. Da quando siamo partiti non abbiamo incontrato ancora nessuno e forse abbiamo pensato di essere completamente soli in questo mare immenso. L’impressione che ne traiamo è allo stesso tempo di piacevolezza e di amarezza. Non siamo proprio soli!

Percorrendo la valle, ci avviciniamo verso il suo lato occidentale dove un’erta catena montuosa si innalza in modo invalicabile. Ma nella roccia nera si adagia, come un velo, uno strato di sabbia gialla ocra che arriva fino sulla vetta. Il massiccio montuoso è fratturato ed eroso, con stretti canyon che lo solcano. Le moto si addentrano al loro interno alla scoperta di scorci inaspettati. Gigi è con loro e ci raggiunge per primo rimanendo dietro al Land Cruiser e soffermandosi migliaia di volte per fare qualche foto. Immagino che perdersi in questo posto è la cosa più facile del mondo se si ha un attimo di distrazione e si perde il contatto con il gruppo. Dalì ondeggia fra le rocce e la sabbia alla ricerca di qualcosa che non sappiamo. Poi dietro una roccia scorgiamo il pick-up e il luogo dove ci fermeremo per il pranzo. Aperto il tavolo, ci abbuffiamo su tonno e quello che è rimasto di qualche pomodoro sbattuto e strizzato. Si celebrano i soliti scherzi da commilitoni dei quali Ormone è un maestro; fra il più gettonato e apprezzato c’è quello di nascondermi il piatto o togliere la sedia da sotto il sedere. Giocherelloni!!

La temperatura nelle ore centrali della giornata sale e ci permette di stare in maglietta. Ci pervade la sensazione dell’estate e con essa, a qualcuno, della pennichella dopo il pranzo mentre ad altri dell’escursione di montagna. Frodo ci descrive le montagne sopra il campo in maniera entusiastica: un gruppetto scelto di escursionisti decide di partire immediatamente alla scoperta del monte. Neanche a dirlo del gruppetto scelto fanno parte Elisa e Paola, ormai al loro 15° ottomila, quel curioso di Gigi, Franco e Adriano e io. Ci arrampichiamo per le rocce taglienti e gradonate seguendo Gigi che mette in azione la modalità “stambecco”. Paola ed Elisa non sono da meno, nordiste montanare per definizione. Noi poveri centro-meridionali arranchiamo ma gettiamo il cuore oltre le barricate e non ci arrendiamo. Sudiamo per la prima volta dopo giorni e giorni ma in quattro balletti siamo in cima e lo spettacolo è entusiasmante. Siamo in mezzo al mondo, in cima ad esso, e possiamo sconfinare con lo sguardo verso il nulla e l’infinito. I nostri occhi spaziano a 360° come a cercare un punto definito, un luogo conosciuto nella consapevolezza che ciò che conosciamo è lontano migliaia di chilometri. E’ allo stesso tempo una sensazione di potenza e stordimento. La descrizione di Frodo ci parlava di rocce da salire fino alla vetta e di continuare ancora fino a vedere cosa si nascondeva al di là della cresta dove scorgere una specie di cratere con un laghetto in mezzo. Ma il tempo che abbiamo a disposizione è poco e avanziamo velocemente ai piedi di un rilievo inciso da una forra. Ci addentriamo all’interno di essa e ci rendiamo conto che è scavata, o è stata scavata nel tempo, dalla furia di una cascata. La roccia è levigata come uno specchio e un deposito liscio la ricopre. Avessimo tempo potremmo arrampicarci per vedere cosa c’è al di là e scoprire cosa c’è più avanti ancora. Invece, ci dobbiamo arrestare e proseguire solo attraverso uno stretto passaggio, anch’esso scavato dall’acqua, trovato da Adriano. Nel pavimento di questa specie di grotta scorgo alcuni frammenti di terracotta, segno che sicuramente in qualche epoca anche in questi luoghi, che appaiono inospitali ed impossibili per la vita, erano presenti insediamenti forse di cacciatori come, peraltro, vedremo nell’Oufiakit. La presenza dell’uomo è anche testimoniata da cumuli di pietre, alti almeno un metro, che incontriamo al ritorno. E’ tardi, è tardi, ci dobbiamo affrettare. Ridiscendo la montagna corricchiando ma con la certezza di lasciare qualcosa di bello da vedere e da scoprire che avrebbe meritato una sosta più lunga. Lascio la montagna con un minimo di malinconia perché, forse, mai più in vita mia avrò di nuovo l’occasione di esplorarla.

La pista ci conduce all’Oufiakit. Come descriverlo? Non è immaginabile. Non è immaginabile come non lo sono stati tanti altri posti durante questo viaggio. Ma forse l’ Oufiakit è il luogo delle favole:
“ ... e finito il deserto, si trovarono nel posto dei giganti. Le case erano palle di pietra depositate nella sabbia e si ergevano sopra di essa con la loro sagoma perfettamente sferica. Le sfere più grandi erano destinate ai capi del villaggio e quelle più piccole al resto della ciurma aliena. Disseminate casualmente nel mare di sabbia, gettate dal cielo da una mano divina. In mezzo a loro un monumento: la capra, una roccia scavata dalla sabbia altra più di cinque uomini con la forma dell’animale ancestrale”.
Questo è l’ Oufiakit. Chi è passato sotto l’addome della capra nel passato? Quali uomini sono stati attratti dal monumento? Gigi a Paola si avvicinano alla sua ombra mentre Elisa sale sulla roccia di fronte per dominare meglio l’intorno.
Le moto si allontanano, saltando e veleggiando sulla sabbia. Le inseguiamo per trovarle di nuovo ferme poco più avanti. Qui l’oued è vasto e Dalì ci dice che, pochi mesi prima, le piogge lo hanno gonfiato in modo impressionante e che non era possibile avanzare nella pista conosciuta. Le moto sono ferme e davanti a loro appare il miracolo dei graffiti. Siamo, infine, arrivati nel luogo più significativo per la storia del viaggio. Dietro le rocce, protetti dal sole infuocato dell’estate algerina, i graffiti appaiono lentamente ai nostri occhi. Animali della savana preistorica ormai scomparsi sono incisi nella pietra con tratti elementari ma decisi. E’ la testimonianza dell’uomo e dei suoi momenti di vita quotidiana ormai estinti. Giraffe ed elefanti, isolati o a gruppi, ci sorprendono nella loro dignità. Ma è tutto il paesaggio che ci ammalia. Alle pietre sferiche, enormi e misteriose, in lontananza si succedono montagne che si ergono verso l’alto con canne d’organo. E’ tutto confuso nelle sensazioni e nei colori.

In questo luogo i turisti non mancano e numerosi gruppi, soprattutto francesi, sono accampati in questo posto della fantasia infantile. Arriviamo con il Land Cruiser sulla sommità di una duna. Dominiamo ad ovest lo oued, dietro le nostre spalle le rocce sferiche e a nord le canne d’organo e i campeggiatori francesi. Sulla sommità c’è Vivio con la moto che fa i capricci. Il motore non riesce ad avviarsi. Uno, due, tre, quattro colpi e niente. Insiste ancora e, finalmente, il rombo riprende e parte all’inseguimento del gruppo. Non è ultimo ma la sua cautela lo mette sulle tracce del grosso dei motociclisti. Dietro di lui Marco, il Tigre, che si attarda nella visione del tramonto nell’ Oufiakit. E poi arriva anche Cavallo Pazzo Gigi the Wild. E’ ultimo come sempre. La curiosità è più forte di lui e si attarda nelle foto e nella contemplazione dei luoghi. Poi si scatena chiedendomi di fargli qualche foto mentre si arrampica con la moto nelle dune. I francesi sono sconvolti vedendo questo extraterrestre, forse parente degli alieni che hanno depositato le pietre nell’ Oufiakit, passare con nugoli di polvere accanto alle loro tende e alla loro calma contemplativa. Derapate, salite a tutto gas e discese impossibili. I francesi tirano il fiato sentendo che si allontana ma subito dopo si ode il rombo che sommessamente cresce fino a diventare potente per emergere da dietro una cresta e scompigliare tutti.

Bene, è tardi, bisogna andare! Gigi e Marco a questo punto non vogliono rischiare e ci seguono dietro il Land Cruiser. Il tramonto incombe ma non toglie l’emozione di fermarsi a fotografare i primi dromedari portati al pascolo dai tuareg erranti. Il fondo dello oued si rivela infimo; è il fesc-fesc, composto per la maggior parte da limo, che al suo passaggio libera una cipria impalpabile che non consente nemmeno una visione appena accettabile della pista. Proseguiamo a lungo nella stretta valle, Gigi e Marco ai nostri lati per evitare la polvere. La notte scende rapidamente e Marco scopre di essere senza faro funzionante. Intravediamo in lontananza, invece, qualcuno che ci sta venendo incontro: si tratta di Frodo e Andrea. Vivio non è arrivato al campo e Marco e Gigi, insieme a noi, sono gli ultimi a chiudere il gruppo.

Partono quindi in tre per rintracciarlo: Frodo, Gigi e Andrea si addentrano nello oued verso l’ Oufiakit e si allontanano nella polvere che è illuminata dai raggi radenti del tra