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Patagonia y Tierra del Fuego

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Nota per il lettore.
Il diario di questo viaggio non è per nulla snello e succinto.
Ammetto di essermi “leggermente” dilungato nella descrizione di molti dettagli ma, d’altra parte, il mio desiderio era di essere il più fedele possibile per permetterci (a noi che c’eravamo!) di rivivere, anche a distanza di tempo, tutte le piccole emozioni e momenti che rendono incredibilmente ricco un qualsiasi viaggio.
Ho inserito una serie di dati economici e altri dettagli vari per cercare di essere d’aiuto a tutti quelli che come me utilizzano “Turisti per Caso” come validissimo strumento di informazione prima di pianificare e intraprendere i propri viaggi.

Prologo

Patagonia: novecentomila chilometri quadrati, divisi tra Argentina e Cile, a partire dal Rio Negro fino a Punta Arenas dove la terra tocca il mare.
Oltre lo stretto di Magellano continuano le solitudini della Tierra del Fuego, che condivide con la Patagonia geografia e storia, con la sola eccezione del suo insediamento di popolazioni.

E’ la storia di una terra alla fine del mondo, dai confini labili in cui sono passati nei secoli, navigatori, avventurieri, scienziati, poeti, criminali, cercatori d'oro, rifugiati politici.

Come potevamo mancare noi?


Chatwin diceva che l'isolamento e la solitudine di questi luoghi possono mettere a dura prova la mente ed esagerare in maniera parossistica la persona che si è: “l'ubriaco beve ancor di più, il devoto prega, il solitario diviene ancor più solitario” (dalla biografia “Bruce Chatwin” scritta dall’amico Nicholas Shakespeare).

Noi siamo tornati ancora più belli e ricchi dentro.


Buon viaggio.




Diario di viaggio

Giovedì 13 Dicembre 2007.
La partenza.
Milano. Ore 18.00. La totale assenza di taxi non ci scoraggia. Nonostante i due zainoni giganti e uno piccolo, ci inoltriamo in un Pasteur-Loreto-Centrale, non senza qualche difficoltà e nel più totale ma sempre discreto stupore dei milanesi di ritorno dal lavoro. Il nostro viaggio è stato studiato a tavolino nei minimi dettagli da qualche mese e questo imprevisto iniziale non ci preoccupa, rientra nel margine calcolato.
Nel tragitto con il Malpensa Shuttle invio una quantità industriale di sms per auguri di Buon Natale e Buon Anno in anticipo.
Il volo AZ 682 Milano (Malpensa) - Buenos Aires (Ezeiza) parte in perfetto orario, alle 21.45 per percorrere gli 11.212 km che ci separano dalla meta. Siamo prestigiosamente e splendidamente accomodati in classe magnifica, nei sedili 1A e 1C, alla modica cifra di € 31,60 a persona: il costo dell’emissione del biglietto premio in cambio delle 120.000 miglia e della promozione AmEx Companion. Le miglia sono il regalo di tante trasferte lavorative olandesi a Maastricht e Apeldoorn, il biglietto Companion, merito delle spese della Micky.
Bis di primi, abbondanti secondi e contorni con piatti di ceramica e bicchieri di vetro, innaffiata da un discreto Montepulciano d'Abruzzo (“vino come se piovesse”…). La cena, la comodità del sedile Recaro quasi completamente reclinabile e la stanchezza accumulata nei giorni precedenti alla partenza mi portano ad una memorabile ronfata di nove ore (mai successo in aereo) che lascia il tempo ad un film giusto prima di atterrare.


Venerdì 14 Dicembre 2007.
La Recoleta e l’arrivo nella Peninsula Valdes.
Ci svegliamo con una bellissima alba e con una incredibile dimostrazione di maestosità da parte della capitale argentina dall’alto: dal finestrino dell’aereo non si riescono a scorgere i confini della città, se non quello netto e dorato dell’alba dell’Oceano Atlantico.
Il volo arriva in perfetto orario a Ezeiza, Ministro Pistarini alle 7.30 del mattino. Ci trasferiamo all’Aeroparque Jorge Newbery (AEP) dove inizia il nostro tour Patagonico Sur. Il trasferimento per i 35 km da EZE (a sudest della città) a AEP (all’interno della città) ci costa 95 ARS.
Purtroppo, a causa di un eccesso di precauzione nella pianificazione dei trasferimenti interni, ci troviamo a AEP con cinque ore di attesa prima del volo Aerolineas Argentinas che ci deve portare a Trelew. Considerato l’arrivo con volo internazionale e l’incognita delle procedure di entrata in Argentina, nè Micky nè io ci eravamo arrischiati a prenotare una coincidenza più stretta. Entrambe si rivelano efficenti e on-time, regalandoci un lasso di tempo inaspettato a Buenos Aires.
Dopo aver imbarcato i bagagli, in uno dei check in più anticipati della storia, fra le varie possibilità optiamo per una visita al cimitero della Recoleta dove, dopo aver portato i nostri distinti saluti a Eva Duarte in Peron, oltre che a mezza Buenos Aires di sconosciuti, ci permettiamo di scattare qualche fotografia particolare.
Ci colpiscono una lettera scritta in italiano da un padre a sua figlia Liliana (che nella statua a lei dedicata ha le sembianze di una bellissima venusiana, le nemiche di Capitan Harlock, e viene ritratta con il Fiel Amigo Sabu, simpaticissimo bobi), un calciatore Argentino che si disseta serenamente alla faccia di tutti i trapassati, e come la morte sia presente sotto varie forme.





Una simpatica colonia di gatti fa compagnia ai trapassati.
Il primo contatto con i trasferimenti in taxi ce ne fa apprezzare la convenienza rispetto all’Italia. Il tassametro parte sempre da 3,10 ARS (circa 0,60 €) a qualsiasi ora del giorno e della notte. Per il tragitto dall’Aereparque Jorge Newbery fino a Recoleta spendiamo circa 15 ARS (3 €).
Prima di tornare in aereporto ci concediamo un piccolo spuntino all’aperto a La Biela quasi all’uscita del cimitero. Turistico ma carino.
Alle 15.30, con una mezz'ora di ritardo (direi abbastanza costante per le Aerolineas Argentinas) il nostro primo volo AR 2810 decolla, destinazione Peninsula Delgada, Patagonia.
Dopo circa un’ora e mezza stiamo sorvolando le coste, i 400.000 ettari della penisola, e l' istmo Ameghino che la collega alla terraferma. Siamo nella regione del Chubut nella parte più nord della Patagonia (una delle terre meno popolate del mondo, avendo punte record di meno di un'abitante per chilometro).
Il piccolissimo aereporto di Trelew ci accoglie con alcune informazioni sulle proprie meraviglie naturali da offrire con fierezza argentina ai turisti. Mentre aspettiamo fiduciosi gli zaini (sempre memori dell’avventura statunitense dell’estate 2007) chiediamo informazioni. Ci vengono date poche speranze per la visione della Ballena Franca Austral, che passa da queste parti per riprodursi nell’inverno australe, fino a metà Dicembre. Volutamente, nella mia pianificazione, questa tappa è posizionata come prima: proprio per cercare di agguantare per la coda (…) qualche ultima ritardataria ancora vogliosa di accoppiamento.
Al banco Hertz ritiriamo il nostro gruppo B prenotata dall’Italia. Trattasi di Volkswagen Gol (..no, non ho dimenticato la F finale, è proprio una Gol) che millanta un “controlado por satelite” su entrambi i finestrini (nemmeno la banda bassotti ci potrebbe credere…), e che dimostra assai più dei suoi circa 21.000 Km di contachilometri.
Nonostante ciò, ci accompagnerà fedelmente per la nostra tre giorni di strade, soprattutto sterrate, fra elefanti marini, leoni marini, pinguini di magellano, armadilli, gabbiani, colombe australi, pecore, lepri, balene, avvoltoi, in una pianura sconfinata sotto miliardi di stelle.
Il tragitto Trelew-Puerto Madryn-Puerto Piramides scorre senza alcuna difficoltà. Quando abbiamo già imboccato l’istmo che crea la peninsula, paghiamo ad un posto di controllo l’entrata per il parco (40 ARS a persona e 3 ARS per la Gol).
La radio, sintonizzata sui 96.7 Mhz, ci passa della musica anni 80 che ci aggrada particolarmente.
Data l'ora tarda, decidiamo di cenare a Puerto Piramides e la Micky sceglie il Ristorante (ma anche Hotel) The Paradise, uno fra quelli suggeriti dalla Lonely Planet. Mi scofano una ottima ed economica centolla de mariscos che mi mette di buon umore prima dell'ultimo tratto di sterrato di 70 km per l'Hotel de Campo Faro Punta Delgada. Quest’ultimo tragitto della nostra prima giornata patagonica è illuminato solo da un indescrivibile cielo con i milioni di stelle, che viste senza inquinamento luminoso delle nostre città, fin da bambino, mi ricordano istantaneamente quanto siamo piccoli e certamente ignoranti rispetto a tutto ciò. A farci compagnia anche tanti leprotti che attraversando la strada all’improvviso, a volte ci costringono a manovre rallystiche (per la gioia del mio copilota…).
Al nostro tardo, ma atteso arrivo alle 23 ad accoglierci troviamo Roxana, esperta, simpatica e ricciola padrona di casa. La nostra camera è spartana ma confortevole, a parte la porta del bagno che non sembra aver voglia di fare il suo lavoro e sente la necessità di essere parecchio aiutata.


Sabato 15 Dicembre 2007.
La natura della penisola: elefanti, leoni, pinguini.
Il bar ristorante del Punta Delgada si trova in una struttura a parte rispetto alle camere, con una grande vetrata che osserva la steppa patagonica. Il complesso, visto dall'alto, mi ricorda il film “Amore per sempre”, nella scena finale in cui Mel Gibson arriva in aereo ad una casa sopra una scogliera. Il faro del 1905 domina infatti una imponente scogliera che a sua volta sovrasta un lunghissimo tratto di spiaggia di proprietà degli elefanti marini.
Durante l'abbuffata di corn flakes, marmellate, torte, tortine, alcuni cavalli e tante pecore scorrazzano liberi alla nostra vista. Ogni giorno i bravissimi ragazzi che gestiscono l'hotel, di proprietà della marina, ma ceduto in concessione per qualche decennio, organizzano escursioni e attività interessanti a sfondo naturalistico, facoltative ed incluse nel prezzo del pernottamento.
Nella nostra prima uscita Daniel ci accompagna in una interessantissima visita sulla spiaggia spiegandoci i segreti degli elefanti marini. Vita, morte, amici, nemici e altri dettagli come il cambio della pelle, le dimensioni, il loro pasto.
Ci soffermiamo nell’osservarli da vicino ma non troppo per non disturbarli. La passeggiata termina con una breve sosta relax in cima alla scogliera dove c’è chi si intrattiene in chiacchiere svizzero-argentine (Micky) e chi va alla scoperta di armadilli (Dome).
Il languorino del dopo passeggiata mi riporta al risto per un bife de chorizo e una copa di vino tinto che soddisfano appieno il mio appetito.
Nel pomeriggio decidiamo di sfruttare la presenza della nostra Gol per andare verso Punta Norte passando per Caleta Valdes dove una colonia di pinguini di Magellano si rilassa amenamente fra la spiaggia e la piccola scogliera. Le orche, loro nemiche giurate, sono ben lontane: solo verso Marzo iniziano ad essere presenti in massa e a rappresentare un vero pericolo per i nostri buffi amici a due zampe.
A Punta Norte, dove si fanno vedere numerose, chiediamo qualche info alla guardiana della spiaggia che però non ci racconta molto. Il paesaggio è sempre ricco di leoni marini, gabbiani e la solita tanta strada sterrata che, prendo sempre con allegria e con qualche controsterzo (e relativo urlo della Micky).
Al rientro il contachilometri segna 180 kilometri in più della partenza. Nonostante l’assenza delle orche siamo molto soddisfatti del nostro pomeriggio Valdes-soso.
Il sole cala verso le 21.30 mentre ci gustiamo, nel consueto ristorantino, una buona cena innaffiata da un cabernet sauvignon della casa datato 2005. Satolli, un pò ebbri e molto sereni ci trasferiamo nel piccolo ed accogliente bar-biliardo attiguo. Micky può dare sfoggio di una pregevole imperizia nel lancio delle freccette. Il barista, sentendo dei fruscii vicino alle sue orecchie continua a fatica la sua conversazione con due huespedes olandesi, distratto dal suo istinto di sopravvivenza.


Domenica 16 Dicembre.
La balena e pinocchio.
Mentre godiamo dell'abbondante colazione su un tavolino attaccato alla vetrata e scaldato da un sole patagonico, pianifichiamo con Roxana l’escursione mattutina. Andiamo su un promotorio poco lontano ad osservare, questa volta dall'alto, da lontano, le differenze fra leoni e elefanti marini e come questi vivano sereni insieme. Con noi ci sono una valida guida (di cui mi sfugge il nome ma su cui Micky non può esimersi dal fare ottimi apprezzamenti) e una coppia di ragazzi di Padova, in viaggio di nozze. Per festeggiare hanno scelto di attraversare la Patagonia in macchina fino ad arrivare alla Tierra del Fuego. Rientrati alla base, sempre dopo un consulto con Roxana, decidiamo di lasciare Punta Delgada per rientrare verso Puerto Piramides con la mal celata speranza di avvistare le ultime balene rimaste in zona.
Firmando il libro degli ospiti del Delgada trovo la firma, della settimana prima, di un vecchio amico di Verona con la sua neo moglie. Mi faccio mandare il suo numero di cellulare da una comune amica e gli scrivo un sms: “Siamo sulle vostre tracce. Segnalato vostro passaggio al Faro Punta Delgada…”. Anche loro stentano a credere alla coincidenza. Mi scrivono dalle calde spiaggie di Los Roques in Venezuela.
I 70 km di sterrato percorsi di giorno non sono romantici come il viaggio d'andata nella notte patagonica, ma ci permettono di iniziare a salutare la Peninsula e le sue distese di steppa sconfinate.
Al nostro arrivo alla ciudad scopriamo che Moby Dick (Av. de las Ballenas y Acc. Oeste, tel. 02965-495-122), operatore consigliatoci da Roxana, considerando il fine stagione, ci conferma l'escursione ma posticipandola di un paio d’ore. La buona notizia è che il gruppo uscito prima di noi in mare, ha comunicato numerosi avvistamenti. Giusto il tempo di scaricare i backpacks a La Restingas e di farsi un piatto abbondante e squisito di vieiras (capesante), accompagnate da una discreta copa di vino blanco per soli 44 ARS, al Bar de los Cetaceos.
Salpiamo, ovvero partiamo dalla spiaggia accompagnati da un trattore che ci spinge fino in acqua, con il gommone più grande su cui io sia mai salito, opportunamente bardati di salvagente arancione d'ordinanza e, alcuni, i più freddolosi, con fatiscenti cerate gialle anti vento.
Poco a largo, all’interno del Golfo Nuevo, ne incrociamo una decina. Alcune le scorgiamo da lontano, altre compaiono improvvisamente a pochi metri da noi, per nulla impaurite anzi forse incuriosite dalla nostra presenza. Una di queste ci spalanca la sua enorme bocca quasi a dimostrarci che non è stata lei ad aver inghiottito pinocchio.
Un’altra si appoggia con il suo corpo gigantesco ai nostri motori spenti. Quando si stufano di noi, e decidono di andarsene, ci lasciano con l’ultimo saluto della maestosa, delicatissima e teatrale coda che le segue nel loro immergersi profondo.
Ci spostiamo qualche centinaio di metri e rimaniamo con il gommone a motore spento fermi in mezzo all'oceano fino a quando percepiamo i respiri, gli sbuffi di qualche altro esemplare che ci raggiunge o si fa raggiungere incuriosito.
E’ incredibile pensare che questi enormi mammiferi sono in via di estinzione a causa di paesi irrispettosi dei trattati internazionali come il Giappone la Norvegia e l’Islanda. “Avete tutto il mio disprezzo”.
Prima della meritata doccia faccio un salto a mettere i piedi nell'oceano, accompagnato da un simpaticissimo bobi che non cercava altro che un pò di compagnia. I bobi saranno una costante di questo viaggio. Quasi in ogni piccola città o paese ne troveremo di gironzolanti e scodinzolanti per le vie.
Cenetta al ristorante dell'hotel con un tramonto patagonico rosato verso le 21.45.




Lunedì 17 Dicembre 2007.
Ushuaia. Il mondo alla fine del mondo.
Alle 08.00 la musica della sveglia del mio Nokia N95 ci ricorda che è ora di andare a sfruttare i servizi offerti dall'hotel. Ci aspetta una prima mattina di sport con tapis roulant, sauna e idromassaggio, tutto in una graziosa saletta al primo piano con vetrata e vista oceano.
Dopo la solita colazione abbondante, piccolo shopping, benzina nell'unica pompa nel paese, via verso Trelew. Un piccolo errore di navigazione ci porta a passare da Puerto Madryn invece che percorrere la ruta 2 tagliando fuori la città come fatto all’andata. Veniamo fermati da un normale controllo di routine da parte di una poliziotta locale e tracagnotta, che ci indica gentilmente come ritornare sui passi perduti.
Lasciamo la Gol con il finto antifurto satellitare all'omino della Hertz con 621 km percorsi, 21 in più di quanto previsto dal nostro contratto 200 km/dia incluidi. La differenza ci costa la bellezza di 6 €, confermando di aver fatto la scelta giusta nel non scegliere la più costosa opzione dei 400 km/dia inclusi.
La nostra prima tappa patagonica, ecosistema unico al mondo, ci ha decisamente emozionato regalandoci panorami indimenticabili e simpatici incontri fauneschi.
E’ veramente un peccato doversene andare ma il nostro scheduling portatile parla chiaro.
Con un leggero ritardo, da buona tradizione Areolineas Argentinas, dopo due ore di volo, nel senso di aereo ma anche di Fabio (siamo entrambi impegnati nella lettura dell’ultimo romanzo del nostro DJ del mattino), il nostro primo contatto con la terra del fuoco è la vista del Canale di Beagle sorvolato dal nostro AR 2808, fra montagne innevate che lo coccolano a derecha e izchierda. Paesaggio indescrivibile.
Nei giorni seguenti riuscirò anche a fotografare da terra, l’approccio del nostro volo verso l’aereoporto.
Siamo quasi alla fine del mondo, e si sente nell'aria.
Nel tragitto Aereoporto-Posada Fueguina dove alloggeremo, ci casca l'occhio sulle tipiche abitazioni del luogo. Mi appassiono all'architettura locale e mi innamoro da quella che definisco yellow one-room-house che fotograferò, insieme ad altre, durante un jogging mattutino il giorno che lasceremo la città.
La Posada è arroccata quanto basta per permetterci di ammirare il Canale di Beagle dalla nostra finestra, ma assolutamente molto vicina al centro cittadino. Una scelta (della Micky) azzeccata.
Con grande gioia dell'ingegnere che c’è in me, molto remoto e nascosto (..), riesco a scrivere mail dal cellulare, collegato wi-fi gratis all’internet della Posada Fueguina. Riesco a fare anche una veloce chiamata (sempre gratis) con Skype dal cellulare.
Dopo rapido consulto della Lonley Planet e di alcuni racconti stampati prima del viaggio dal sito di Turisti per Caso, decidiamo di cenare da Volver, sul lungo porto.
Arrivati a destinazione, verso le 21.30 con ancora la luce del giorno, la chiusura settimanale del lunedì ci obbliga a ripiegare. Nonostante i giudizi negativi, veniamo convinti da un gentile farmacista e in pochi minuti ci troviamo seduti al tavolino da due, attaccato alla vetrata del Tia Elvira. A conferma della bontà dei giudizi degli altri Turisti per Caso, la cena si rivela una delusione: burro consegnato aperto e quindi già utilizzato da altri avventori, acqua ordinata e mai arrivata, vino pessimo. La nostra cocente delusione si tramuta in richiesta, esplicitata alla cassa, di non lasciare la mancia: spieghiamo l’accaduto, si scusano con noi, ma per noi rimane la delusione per la cena che avremmo desiderato più rilassante. Unica nota positiva, il fantastico tramonto delle 22.00.
L'ultima visione prima di addormentarci è una bellissima “cartolina” della città alla fine del mondo, dal balcone della nostra Fueghina, quando il sole ha deciso finalmente di andare a riposarsi per qualche ora.




Martedì 18 Dicembre 2007.
La scalata a (1/2) Cerro Guanaco.
Un pò delusi per la colazione centellinata, che stona con le precedenti mattinate a Delgada e Las Restingas, scendiamo le poche scalinate che ci separano dal centro paese per capire come raggiungere il Parque Nacional Tierra del Fuego. Consultando internet dalla camera ci siamo convinti che la nostra metà debba essere Cerro Guanaco, il trekking che tutti unanimemente descrivono come migliore e imperdibile. Purtroppo ci rendiamo presto conto che l'aver deciso la meta all'ultimo momento potrebbe aver messo a repentaglio la possibilità della bella escursione.
Il mio fido Citizen batte le 12.30: un'ora per raggiungere il parco con minibus o taxi, quattro ore per raggiungere la vetta; anche impiegandone tre per scendere, non riusciremmo a prendere l'ultimo minibus del ritorno che parte dal parco alle 20.00.
Analizzando la mappa consegnataci all’ingresso del parco (20 ARS per persona) decidiamo di puntare al lookout point, detto altresì mirador, che si trova mas o meno nel medio del sendero. Dovrebbe comunque consentirci una buona visuale panoramica della zona nel rispetto dei tempi a disposizione.
Già dai primi passi si capisce che la scalata non sarà facile. E’ vero che il sentiero è dichiarato difficile e che effettivamente parte subito in salita, ma la Micky oggi è particolarmente “ossobrodosa” (n.d.r.: osso da brodo = essere particolarmente lamentoso, soprattutto nei confronti di prove fisiche non drammatiche, accampando qualsiasi tipo di scusa fisica, psicologica, morale per raggiungere l’obiettivo di ridurre al minimo la propria fatica).
Con non poca difficoltà raggiungiamo comunque il nostro “mirador di mezzo” e la vista che ci viene regalata per la fatica fatta ci ripaga decisamente del sudore versato.
Dpo un tentativo di proseguire verso la vetta, immediatamente abortito per un altro improvviso attacco di ossobrodaggine, ci rimettiamo in cammino per il rientro al fondo valle. Arriviamo con le articolazioni decisamente provate e, secondo la Micky, ci meritiamo una buona cioccolata calda.
Rientriamo senza problemi alla posada dove approfitto della tecnologia idraulica della fueguina, concedendomi un caldo bagno con idromassaggio.
Per poter raggiungere la nostra meta serale, il Ristorante dell’Hosteria Tierra de Leyendas, fuori dal centro di Ushuaia, ci è necessario un taxi, ma ne vale assolutamente la pena.
Per settimane, nella pianificazione pre-partenza, avevamo sperato (su consiglio della Micky) di trovare posto da dormire in questo che ci sembrava un bellissimo piccolo eremo su una collinetta affacciata sul canale di Beagle.
Purtroppo le 5 stanze erano risultate tutte occupate costringendoci a optare per la Posada Fueguina. Ma la gentilezza dei proprietari, nel provare a metterci in lista d’attesa e nell’invitarci comunque per la cena ci aveva ulteriormente convinto della necessità di una visita.
E quando si tratta di ristoranti….la Micky raramente sbaglia il colpo.
In un locale romanticissimo con una musica soft molto azzeccata, al cospetto di una vista incantevole con il solito tramonto ritardato alla fine del mondo ci siamo gustati una ottima sopa de cebolla seguita da un salmon rosado e da una trucha patagonica.
Piatti molto ben preparati accompagnati da un’ottima bottiglia da 375 cl di Sauvignon Blanc e un paio di ague sin gas (150 ARS).
Avventori gentili e simpatici. Consigliato vivamente, anche se un po’ fuori dal paese (15 ARS di taxi, circa 3 €).


Mercoledì 19 Dicembre 2007.
Inizia la Cruceros nel mondo Australis.
E’ il giorno della mini crociera che ci porterà a visitare Capo Horn e poi risalire per i fiordi del Cile fino a Punta Arenas. Siamo stati a lungo indecisi se prenotare o meno questa tappa del viaggio. A parte il costo non indifferente (abbbiamo pagato 1.063 USD a persona per 4 giorni / 3 notti, un ponte di classe A). Ma anche il fatto di vincolare quattro giorni di vacanza alla navigazione, che ci sembrava troppo organizzata, che avremmo potuto essere più indipendenti e vedere molti posti in più che quelli descritti nella brochure. Dopo non poche elucubrazioni abbiamo deciso di procedere con il booking. Via internet abbiamo richiesto una Cabina sul ponte B (il meno costoso, braccine corte…) e ci hanno confermato una cabina al ponte A (allo stesso prezzo del B; in crociera, scopriremo poi di aver risparmiato 400 USD a testa rispetto a chi aveva prenotato via agenzia).
Sento la trippa sulla pancia aumentare: le colazioni sono state troppo caloriche per quel che sono riuscito a bruciare con la mia schiena malandata (non ho ancora assorbito i postumi di un’operazione di ernia del disco il 31 Ottobre).
Decido per un jogging fotografico through Ushuaia dalle 08.00 alle 09.00. Arrivo fino alla strada per l’aereoporto per fotografare la one-room-house che tanto mi piace. Corro per Ushuaia in costume e maglietta, scaldato da un tiepido sole mattutino.
Al mio rientro, la Micky mi fa trovare la vasca piena di una coccolante acqua bollente. Tesoro.
Dopo la consueta colazione sparagnina della Fueguina, andiamo (in taxi) a fare il check-in della crociera in una agenzia viaggi. Lasciamo i nostri zaini e ci consegnano le carte d’imbarco.
Giriamo a piedi dalle 10.00 fino alle 17.00 per una Ushuaia piovosissima, forse arrabbiata per la nostra prossima partenza per il Cile... Acquistiamo qualche maglietta e qualche altro regalo per le picce, per amici, per noi.
Decido di pranzare da Volver (senza lode nè infamia, ma sono quasi certo di aver sbagliato io a chiedere una pasta al granchio), mentre a seguire la Micky si fa un’overdose di the e cioccolata da Tante Sara.
Puntualissimi alle 17.00 stiamo sulla passarella che ci imbarca sulla M/N Mare Australis. Sulla banchina di fronte alla nostra vediamo una nave pronta per la spedizione di 20 giorni in Antartica. Invidia.
La nostra cabina (226) ci soddisfa. Avremmo preferito un letto matrimoniale ma erano esauriti. Pulita e, per essere una nave, anche non troppo piccola. Un simpaticissimo pinguino di Magellano mi osserva per tutto il viaggio di fronte al mio letto e mi fa da guardia allo zaino.
L’equipaggio ed il capitano, si presentano e ci accolgono a bordo, dando l’inizio alle 18.00 al serratissimo programma di spiegazioni e dettagli sulla crociera. Il cocktail di benvenuto ci trova ancora un po’ impreparati: siamo nel posto sbagliato e con un minuto di ritardo, e questo ci taglia fuori dal giro spuntini che vengono distribuiti in tutti i tavoli. Ci consoliamo con il Pisco Sour cocktail cileno (in realtà l’origine è contesa con il Perù), (a base di Pisco, un brandy locale, succo di limone, angostura), che ti da il benvenuto alla fine del mondo con i suoi 30°. Quando la folla si dirada, su ordine ben preciso del capo squadra Micky, il fido buitre Dome si precipita di tavolo in tavolo a raccogliere i residui di tartine per soddisfare il palato fino del suo capo.
Tutte le procedure di dogana Argentina-Cile vengono svolte con nostra assoluta trasparenza, non dovremo preoccuparci di nulla, se non di ritirare i nostri documenti allo sbarco in Punta Arenas.
Ci viene dettagliato il programma del giorno dopo, dove il vero clou della giornata si presenterà subito di primo mattino alle 07.00: possibile, e sottolineano più di una volta, possibile sbarco a Capo Horn. A detta di tutte le persone argentine o cilene incontrate, prevedere il tempo in Patagonia e soprattutto al sud, a maggior ragione in Terra del Fuoco, verso Capo Horn è praticamente impossibile. Il tempo cambia troppo in fretta, troppo variabile. Descrivono la Patagonia come la regione dove si possono avere le quattro stagioni in un giorno solo.
Si sbarcherà a Cabo de Hornos solo se il tempo lo consentirà. Ci ripetono che “siamo alla Fine del Mondo e lo sbarco qui non è un diritto, ma un privilegio”.
La cena è servita alle 20.00. Siamo al tavolo 15 con altre due coppie di italiani con cui ci scopriremo molto affiatati: Camilla e Giorgio di Monza e Sara e Daniele di Vercelli. I primi due sposati da oltre 40 anni, con due figli che, dopo aver sentito la loro descrizione da parte dei genitori, ci piacerebbe conoscere; i secondi, neosposi da Settembre 2007.
Tantissime coppie in viaggio di nozze.
Siamo accerchiati.
Sembra che Patagonia e Terra del Fuoco sia un viaggio per soli amori ufficializzati davanti allo stato o alla chiesa…
Sottolineo a Micky la fortuna che abbiamo noi di aver fatto questo viaggio senza godere di questa condizione che accomuna tutti gli altri.
L’ho sempre detto che è l’amore a unire le coppie, non il matrimonio…
I panorami che ci circondano al tramonto, verso fine cena sono incredibili.
Con Sara e Daniele ci troviamo subito sulla stessa lunghezza d’onda, sfruttando appieno l’all inclusive in vino e superalcolici.
Verso mezzanotte siamo insieme a loro (che si fanno una “siga”, come la chiamavano) ad ammirare la scia che la nostra Mare Australis lascia alla luce della luna fra i fiordi innevati del Canale di Murray a babordo e a tribordo. Sembra veramente una scena di un film.
Viaggiare di notte, sotto la luna verso la fine del Mondo.
E’ una sensazione indescrivibile. Speriamo il film non sia “Titanic”….


Giovedì 20 Dicembre 2007.
Cabo de Hornos. Alla fine del mondo.
La sveglia suona alle 4.30, in teoria per permetterci di vedere l’alba. Con non poca fatica ci trasciniamo sui ponti superiori alla ricerca di un barlume di luce rossastra, ma è chiaro fin da subito che le dense e fitte nuvole all’orizzonte coprono tutto lo spettacolo. E’ solo la speranza di vedere qualcosa che ci tiene ancora desti per qualche minuto, giusto il tempo per fare due chiacchiere con Giorgio, anche lui prodi mattinieri in cerca di luz.
Quando l’annuncio vocale dichiara “dieci minuti allo sbarco a Capo Horn”, siamo pronti con i nostri giubbini salvagenti già indossati.
Lo sbarco con gommone zodiac vede Daniele ed il sottoscritto in pole position per trovare posto sul gommone Garibaldi. Entrambi siamo convinti che solo l’eroe dei due mondi possa fregiarsi dell’onore di avere i nostri sederi appoggiati. (Gli altri gommoni sono Agostini, Condor e Brookes).
Capo Horn è un promontorio quasi verticale alto circa 425 metri, dichiarato Riserva della Biosfera dall´UNESCO nel mese di giugno 2005. Sulla stessa isola c’è un faro con annessa abitazione e piccola cappella di chiesa Stella Maris. Sarà che siamo alla fine del mondo, sarà qualcos’altro, ma all’interno c’è ancora una piccola foto di Woitila.
La fine del mondo e l’inizio di tutto.
Bene.
Saliamo all’interno del faro e facciamo la conoscenza della famiglia che, secondo tradizione, vivrà qui per un intero anno senza mai tornare sulla terra ferma, mantenuti dalla marina Cilena.
“L’avrà sposato solo per l’ebbrezza di vivere un anno a Capo Horn”, penso fra me e me.
Se tralasciamo le visite degli altri “croceristi” come noi nel corso dell’anno, costoro potrebbero non vedere troppa altra gente da queste parti.
Troveranno se stessi, immagino.
Sopra un promontorio, a circa 50 metri sul livello del mare campeggia una scultura metallica, alta 7 metri, che rappresenta la silouhette di un grande Albatros in volo, l’animale dall’enorme apertura alare (arriva fino a 3,5 metri) che vive nell’Oceano Pacifico e negli oceani meridionali. Grande simbolo di libertà.
Quando siamo di nuovo tutti a bordo, attavolati per la colazione, il comandante ci porta la bella notizia: le condizioni sono talmente favorevoli che siamo in grado di doppiare Capo Horn!. Normalmente la rotta tracciata preventivamente prevede di tornare sulla propria scia e ritornare per il canale di Murray dallo stesso percorso per l’andata.
Noi abbiamo la fortuna di poter doppiare il capo più a sud del mondo e rientrare verso nord per il Canale di Franklin.
Appena superato il capo, l’onda lunga dei due oceani che si incontrano si fa veramente insidiosa. Abbiamo la dimostrazione pratica di cosa siano il rollio e il beccheggio…
In onore a Sir Francis Drake e a tutti gli altri pirati che hanno scorrazzato in passato oltre questi lidi, alziamo anche noi la bandiera dei bucanieri.
Mi sento novello Capitan Harlock.
Compaiono alcuni delfini a farci compagnia alla fine del mondo, con i loro salti fuori acqua.
Rientrati nella baia di Beaufort, oltre il canale di Franklin, il mare torna ad essere più tranquillo regalando un po’ di tregua agli stomaci di molti.
Nel pomeriggio sbarchiamo a Baia (caleta) Wulaia, sull’isola di Navarino. Escursione a terra in una zona che il governo ha dato in concessione alla società Crocieros Australis. In una casa abbandonata, un piccolo museo ripercorre la storia degli indigeni del luogo.
Come praticamente tutti, ci registriamo per l’escursione descritta come difficile: dopo la mezza scalata al Cerro Guanaco cosa può spaventarci?
La passeggiata si rivela in realtà semplice: arriviamo fino a un belvedere sulla collina, camminando attraverso il bosco magellanico nel quale crescono lengas, coiues, cannelle, felci, tra le altre specie. Ci mostrano un piccolo frutto molto jackill-hide: da una parte sembra una piccola mela, dall’altra, invece, un piccolo pomodoro.
Dal nostro punto di arrivo sulla collina si domina la baia con una visuale a oltre 200° sull’intera area: un panorama che in fotografia difficilmente potrà rendere le stesse emozioni.
Le nostre guide impongono un gioco del silenzio che rende il luogo ancora più mistico e reale. Il silenzio viene interrotto dalla tromba di “mamma” Mare Australis che ci richiama a bordo.
Dopo cena, sul ponte di poppa ci godiamo il passaggio a fianco del Glaciar Italia, molto bello, imponente, con sbocco nel mare. Al contrario di quello francese che merita certamente di meno..
Le diverse chiacchiere alchooliche ci portano a conoscere altri “cruceranti”. Fra tutti spicca un elemento di assolutissimo rilievo e prestigio.
Piccolo, traccagnotto, camminata lenta, molto lenta, con piedi belli larghi, a papera, viso sempre rabbuiato o pensieroso o assorto, no forse meglio assente…, accompagnato da una bella ragazza mulatta.
Praticamente il sosia di Diego Armando Maradona, e non certo nei suoi momenti migliori.
Dani ci racconta che il primo giorno l’hanno visto presentarsi al punto di ritrovo per l’escursione a Cape Horn con una camicetta di lino che definire fuori luogo non è per nulla azzardato.
Il climax della serata lo raggiungiamo comunque quando Dani, nel pieno dell’estroversità tipica da mohito, gli chiede da che stato/città venissero e, nel sentirsi rispondere Medellin, Colombia, riesce a controbattere con un facciatostissimo “ah, Medellin, città mui linda !”.
La serenità e la sfrontatezza con cui Dani definisce una delle capitali del cartello della coca, che solo qualche giorno prima avevo visto per l’ennesima volta ad un telegiornale coinvolta in cruenti fatti di sangue, una “città mui linda”, mi fa cappottare dalle risate che trattengo a stento di fronte all’impassibile Diego.
Nei giorni successivi passerò il tempo a fantasticare sul suo ruolo di boss all’interno di qualche gang mafioso-terroristica del suo paese. Dove terrà il machete? E il kalashnikov? Ne avrà con se uno piccolo da crociera? E la sua bella..l’avrà vinta al gioco? O l’avrà rubata ad un altro capobanda magari giustiziato da lui con le sue stesse manone?


Venerdì 21 Dicembre 2007.
I Ghiacciai Gunther Plüschow e Piloto y Nena. Bingo!
Dopo la nuvolosa esperienza del giorno precedente optiamo per un sano sonno rigeneratore al posto della levataccia alla ricerca dell’alba perduta.
In una serie di conferenze apprendiamo informazioni sulla Patagonia, sulla sua scoperta da parte dei conquistadores, sulla fauna.
Il primo europeo a mettere piede in questa fantastica terra fu il portoghese Fernão de Magalhães también conocido como Hernando de Magallanes (Fernando per gli amici) durante la prima circumnavigazione del globo terrestre, intrapresa tra il 10 agosto 1519 e il 6 settembre 1522, da una flotta di 5 navi con i finanziamenti del Re di Spagna. Il viaggio si concluse con gravi perdite: dei 234 tra soldati e marinai che formavano l'equipaggio iniziale soltanto 36 si salvarono. Magellano stesso morì nella spedizione, durante una battaglia con gli indigeni, nel sud est asiatico.
Tutte le informazioni che abbiamo oggi di questo viaggio ci sono note grazie agli appunti dell'uomo di fiducia di Magellano, il vicentino Antonio Pigafetta.
La data esatta riportata per l’arrivo nell'attuale Puerto San Julian sarebbe il 31 marzo 1520.
L’ipotesi più accreditata sul nome Patagonia è che sia stato ispirato da un romanzo pubblicato in Spagna qualche anno prima (“Primaleon della Grecia”), dove si narra di un gigante chiamato Patagon. Nel libro si parla di popoli feroci, che vestono con pellame ricavato da bestiame, e sono di dimensioni enormi, corrispondendo probabilemente agli indios Tehuelche, incontrati da Magellano. Bruce Chatwin è uno degli assertori più convinti di questa teoria.
Secondo un’altra teoria, invece, la vista degli indios, che erano effettivamente descritti come molto alti e indossavano mocassini che facevano sembrare i loro piedi ancora più grandi, possono avere indotto Magellano e i suoi a inventare il nome Patagonia dallo spagnolo “patagon” che indica chi ha grandi piedi. Nel suo diario di viaggio Pigafetta descrive infatti l'arrivo in una terra nella quale “per due mesi non si vide ombra di persona. Poi quando ormai le speranze di incontro erano scemate ecco un uomo altissimo che stava nudo sulla spiaggia e cantava e danzava al tempo stesso”.
La storia di questo paese, come conquista da parte degli europei, continua quasi cent'anni dopo, quando nel 1616 arrivarono gli olandesi. Fu proprio un navigatore proveniente dai Paesi Bassi a denominare la punta estrema della Patagonia argentina Capo Horn, in onore del suo paese natale, Hoorn.
Negli anni successivi altri illustri personaggi hanno visitato e goduto di queste bellezze. Uno dei più celebri, a partire dal 1826, sarà Darwin che anche grazie alle specie animali e vegetali studiate, nel 1859 pubblicherà l'Origine della Specie.
Navighiamo tutta la mattina in direzione nord ovest passando talvolta in tratti di mare completamente esposti all'Oceano Pacifico dove si ripresentano gli amici rollio e beccheggio; in parole povere: si balla alla grande. Il più evidente di questi momenti è all’uscita da paso Brecknock, prima di rientrare verso nord est nel più tranquillo canale Cockbum.
Alle 15.00 ormeggiamo in un fiordo a sud del Canale di Magdalena e in tre turni (il nostro, insieme agli amici…francesi è l’ultimo, alle 17.00) saliamo sugli zodiac per entrare in un ulteriore piccolo fiordo dove ci attendono la mestosità di Glaciar Plüschow (prende il nome dall’omonimo pioniere tedesco dell’aviazione che a bordo della sua nave “Feuerland”, arrivò a Punta Arenas nell’anno 1928) e di Glaciar Piloto y Nena, che vediamo da vicino, godendo della simpatia dei suoi cormorani.
Alla sera, dopo cena, una sfilata di moda organizzata dall’equipaggio utilizzando alcuni ospiti della nave. Come portacolori italiana sfila la bella Giorgia, neosposa di Bari.
A seguire si tiene la premiazione della gara tipo Trivial Pursuit che ci ha visto impegnati per un paio di dopo pranzi alla ricerca di risposte presentate nel corso delle numerose conferenze a bordo, fra uno sbarco e l’altro. Non arriviamo in finale solo per un banale errore: dimentichiamo una “h” all’interno di un nome.
La serata si chiude con un Bingo Chileno. Si vince con ambo, la diagonale, la doppia diagonale e con la cartella completa. Chi ha sfilato ha diritto a due cartelle, tutti gli altri una sola. Altra regola: chi dichiara bingo senza averlo veramente, paga pegno cantando una canzone in pubblico.
Mentre procede l’estrazione ripasso il numero di volte, nella mia ormai lunga vita, in cui ho sperato di vincere qualcosa senza mai andarci anche lontanamente vicino. Non che andarci vicino senza vincere sia soddisfacente, ma forse è una consolazione.
Ambo velocemente aggiudicato da turisti canadesi.
Diagonale aggiudicata da altri turisti di nazionalità non pervenuta (non la ricordo).
Anche doppia diagonale dopo qualche minuto aggiudicata.
Si va per il Bingo.
In palio un misero pile blue marchiato Cruceros Australis.
Inveisco al braccino corto della Australis, chiedendo di aumentare il premio ad una crociera per due per l’anno successivo.
Vengo chiaramente ignorato.
A tre numeri dalla fine della mia cartella un bimbo di nazionalità a me ignota (dato il mio tasso alcolico nel sangue dovuto al sempre nobile all-inclusive) dichiara fiero il suo Bingo.
La folla inferocita si scatena in una serie di “NOOOOO”, “IMPOSSIBLEEEE”, “ENTONSEEE” (che non c’entra niente ma c’entra sempre).
Purtroppo per il moccioso, al veloce check della cartella, il grande imbroglio crolla miseramente: un numero coperto non era mai effettivamente stato chiamato.
Il bimbo spaesato chiede aiuto al padre che si esibisce in una drammatica esibizione di tre secondi di una canzone a me del tutto sconosciuta.
La gara riprende.
Esce il 31.
Vado per due.
Esce il 47.
Vado ancora per due.
Esce l’11.
Vado per uno….
Sono vicinissimo alla vittoria….
Esce il 59.
BINGOOOOOOOO!!!!
Salto sulla sedia dimenticando completamente che la mia schiena non è felicissima di queste sollecitazioni.
Saltello alla derecha e alla izchierda all’interno del locale fra le incredule famiglie delle ventun nazionalità presenti a bordo.
In preda ai fumi dell’alcool mi lascio andare anche ad un “ITALIA CAMPEON DO MUNDO !!!!” con cui mi gioco definitivamente il saluto del gruppo di francesi per il resto della crociera.
Ancora incredulo, recupero il premio che vado sfoggiando in faccia a tutti i perdenti.
Il giorno dopo mi affretterò a chiederne il controvalore (che risulterà essere di ben 90 USD) ed eseguirò il cambio: pile vinto contro bellissimo giubbino bianco in kevlar + maglia a maniche lunghe con insegna Capo Horn.
Vado a letto da vincitore.
Ho portato l’Italia sopra il tetto del mondo, anche alla fine del mondo!


Sabato 22 Dicembre 2007.
I Pinguini di Magellano all’Isla Magdalena.
Sbarchiamo sull’Isla Magdalena alle 07.00. Una colonia di circa 120.000 Pinguini Magellano domina il territorio condividendolo con mamme Albatros che fanno la guardia incazzatissime ai loro piccoli.
Una passeggiata in un percorso guidato ci conduce fino al faro, che durante le notti australi guida tutte le imbarcazioni che navigano nello Estrecho de Magelanes.
Alcune foto di rito fra cui mamma pinguina che osserva se il pargolo si è pulito il sedere, altra mamma con due figli al suo fianco.
Mentre rientro verso la spiaggia, vengo attaccattato da una mamma Albatros arrabbiata per la troppa vicinanza di altri due turisti ai suoi piccoli. Non capisco perché abbia scelto me come bersaglio del suo volo radente e simulazione di attacco invece che i due invadenti spagnoli, ma tant’è.
Alle 08.30 siamo a bordo per la nostra ultima breakfast. Navighiamo fino a Punta Arenas dove sbarchiano alle 11.30 fra una baleniera giapponese (che Daniele ed io copriamo di improperi con malcelati desideri di colarla a picco) e una nave USA per spedizione nell'antartico.
Un display vicino alla reception riporta la mappa con l’esatta traccia del percorso e le tappe del nostro viaggio attraverso i mari del mondo australe.
I gentilissimi Sara e Dani, dotati del confort dell’autista (anzi più autisti, visto quanti si sono avvicendati alla guida delle diverse autovetture), pregio da neosposi, ci accompagnano all’autonoleggio dove ritiriamo il nostro Nissan Terrano 2.7 Diesel prentoato via mail. Il nostro carro si presenta con qualche piccola pecca: aria condizionata non funzionante al 100%, tetto apribile inchiodato da una vite, freno a mano che a fine corsa non terrebbe ferma una mosca. Nonostante le veementi proteste e richieste della Micky, dobbiamo accontentarci, anche perché il permesso per passare il confine con l’Argentina è firmato per questa macchina e per questa targa.
Appena partiamo rileviamo notevole carenza anche nei freni. E ci diranno che la macchina originariamente era con guida a destra poi spostata a sinistra. Con garanzia di sicurezza nella guida pari a quella di un go-kart.
Per fortuna motore e 4 ruote motrici sono funzionanti…
Dopo un breve tour per ammirare Punta Arenas dall’alto della collina che la sovrasta, pranziamo con Sara e Dani e il loro secondo autista, al ristorante del club di calcio di Punta Arenas. Siamo tutti sotto attacco di “mal di terra”. Ci sentiamo pesantemente rintronati e con il mondo che, soprattutto negli ambienti chiusi, ci gira intorno creando non poca noia.
Non ci mettiamo molto a comprendere che il piatto forte del locale sono le empanadas. Tutti i tavoli si occupano in fretta e in ciascuno di questi, almeno una persona si ciba del piatto forte. Senza contare la fila di persone che viene a prenderle take away. Per un pranzo completo a base di zuppa e di empanadas con acqua e coca cola, spendo la fortuna dell’equivalente di 8 Euri.
Il viaggio verso Puerto Natales (250 km), tappa intermedia per raggiungere il Parque Nacional Torres del Paine è molto pesante. Il sonno si fa sentire. Provvidenziale una sosta a metà nel locale di grido della zona, per farsi un ottimo (!) caffè in polvere.
Un altro cambio autista avviene al benzinaio di Puerto Natales. Alla guida del mezzo di Sara e Dani si posiziona Fernando, esperta guida del Torres del Painde e zone limitrofe.
Ci mancano ancora oltre due ore (altri 150 km circa), fra strada e foto nei punti panoramici più rilevanti, come per esempio davanti a Laguna Toro o al cartello d’ingresso del parco.
Arriviamo all’Hosteria