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di arthurlee Contatta l'autore

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Luglio.
Quando, dopo 23 ore di volo, esci dall’aeroporto e annusi l’aria che odora di polline e vaniglia, e buffi uccelli dal becco ricurvo e le ali rosse ti zampettano tra i piedi emettendo note aliene, e non hai mai visto prima nessuno degli alberi che crescono rigogliosi dappertutto, e gli opossum saltano di ramo in ramo incuranti di automobili e persone e rumore, e osservando il cielo nero non riconosci le costellazioni, e tutto ciò che incontri pare sovvertire le norme e le abitudini del tuo vecchio mondo, ecco: allora ti rendi conto davvero di essere arrivato nel luogo più incredibile e lontano e diverso da quello che hai lasciato.

È trascorso soltanto un giorno, ma 17.000 km di distanza, un emisfero differente e la stagione opposta rendono sbiadito il ricordo del tempo, e fanno sembrare remoto l’attimo emozionante del decollo dal suolo italiano.

Allora, finalmente, me ne convinco: sono davvero a Sydney, Australia.

“Sydney”, ripeto ad alta voce, guardandomi attorno senza riuscire a dire altro – e le sillabe dolci e sinuose del nome in qualche modo mi rassicurano, come se il suono che esce dalle mie labbra mi desse la prova che sarò ben accolto, che qui starò bene, che questa città, ancora ignota, non se ne andrà mai dal mio cuore.

* * *

Sydney, dunque. È qui che ha inizio la mia nuova vita, è questo il luogo che sarà “casa” per i prossimi otto mesi, il luogo dove mi sveglierò ogni mattina, sorseggiando un flat white al tiepido sole che accende il colore dei pappagalli strepitanti nei parchi cittadini, e che saluterò ogni sera, al tramonto, gettando uno sguardo commosso sulla skyline della City dal terrazzo al sesto piano del mio appartamento. È questo il luogo che mi ospiterà fino a marzo e di cui nel corso dei mesi imparerò a conoscere ogni quartiere, ogni strada, ogni spiaggia, in un inestinguibile misto di frenesia e meraviglia che non si esaurirà nemmeno dopo 224 indimenticabili giorni.

Vivacissima capitale culturale e simbolica del Paese, l’incantevole metropoli si srotola irregolarmente lungo le insenature frastagliate e lussureggianti di Port Jackson, la baia mozzafiato che tutto il mondo conosce per la celeberrima silhouette dell’Opera House, tempio della lirica e comprensibile vanto di ogni Sydneysider. Con i suoi 4 milioni di abitanti, la città presenta un’affascinante fusione, miracolosamente armonica, di etnie e stili di vita, colori e lingue, profumi e contrasti, che mai cessa di stupire e sedurre: se le prime settimane trascorrono alla scoperta entusiastica dei diversi sobborghi, delle spiagge e dei jazz-club, i mesi successivi non smorzano affatto la curiosità per le mille sorprese che la città continua a riservarmi.

Certo, l’inserimento iniziale in una nuova cultura non è indolore, e tanti sono i momenti di sconforto o di frustrazione per la difficoltà di comprendere un accento così ostico, per la durezza dell’impatto con il differente sistema universitario, per le vicissitudini tragicomiche nella ricerca di una casa, o per la semplice mancanza di caffé e abitudini italiane.

Eccitazione e depressione si alternano con allarmante rapidità, alimentati ora dalle meraviglie della natura e dalla disponibilità delle persone, ora dalla pioggia battente di certe cupe serate e dalla rigidità delle regole sociali della vita Aussie.
Ad esempio, si impara in fretta che: non c’è modo di nutrirsi al di fuori delle fasce orarie 11-13/18-21 (“kitchen's closed, sorry”) – puoi svenire sul loro pavimento ma non ti danno neanche un toast freddo se entri in un bar alle 21.01, anche se ce l’hanno lì pronto dietro il banco; per introdursi in qualsiasi locale, o all’università, o ad un party, bisogna esibire a qualche nerboruto omaccione un documento d’identità e sottoporsi a metal detector e perquisizione; i distributori di caffè danno, appunto, il caffè, ma non esistono cucchiaini per mescolare lo zucchero; ogni fermata d’autobus significa cinque minuti di sosta, dato che il biglietto lo fa esclusivamente l’autista, passeggero per passeggero, e devi pure dargli le monetine contate.
Fare la spesa poi è un’esperienza dolorosa e sconcertante – vago tra gli scaffali straziato dalla vista di spaghetti-con-wurstel in lattina, brie della Tasmania, pizza vegetariana con l’ananas (“The real italian one!”), polvoron filippini, barbabietole e papaya, succhi banana-e-cioccolato e altre nefandezze. Non riesco nemmeno a fare un sugo decente per la pasta. E ho avuto la tentazione di inaugurare l’appartamento cucinando un filetto di canguro – pareva la carne più allettante. Mai più!

A volte, insomma, la vita è dura.

Poi però dimentichi tutto, non appena passeggi per le strade di Darlinghurst, il quartiere di artisti e freak, oppure sul ciottolato di Circular Quay, la formicolante banchina della baia; nei locali di Oxford Street e King’s Cross, fulcro della vita notturna e ideale tana per clienti di sexy-shop, club a luci rosse e sale da gioco, come sul lungomare roccioso tra Manly e lo Spit Bridge, da dove in inverno, talvolta, si può avvistare addirittura qualche megattera.
Oppure, semplicemente, ci si può smarrire nei vicoli di The Rocks, antico insediamento di soldataglia, galeotti e prostitute, casette in stile coloniale circondate magicamente da grattacieli avveniristici, jazz band che suona sulla banchina, gabbiani e ibis ai miei piedi, sfrontati e gracchianti, che reclamano qualche briciola di sandwich, il sole è caldo, il cielo dipinto, nessun baffo di nuvola all’orizzonte, scolaresche in pausa-pranzo nelle loro uniformi bianche e verdi, manager in giacca e cravatta ma magari con cresta di capelli viola, sdraiati sul prato, come me, a mangiare sushi dai comodi set preconfezionati, una natura così esuberante da risultare spudorata, e sulla testa una prateria blu intenso senza confini, profumo di petali e cioccolato, long black e salsedine – e l’acqua, l’acqua della baia, il nodo cruciale dei ferry-boat e degli aliscafi per turisti, l’acqua, qui nel punto più inquinato e trafficato della città, è di un verde smeraldo sorprendente, si vede senza difficoltà il fondale, alghe tropicali, pesci, spugne, scogli che ogni tanto affiorano tra le onde, odore di macchia mediterranea e oceano aperto insieme, correnti Pacifiche e un salato familiare, uno spettro commovente di tonalità e forme che ancora, dopo settimane, conquista e ammutolisce.
Così scorrono via i pomeriggi dopo le lezioni, nei parchi o sulle panchine del Museum of Contemporary Art, da dove si possono ammirare i palazzi di vetro della City, le “vele” dell’Opera House, l’imponente Harbour Bridge, il ricco quartiere residenziale di Kirribilli, e migliaia di persone formicolanti di ogni etnia ed età, e animali, uccelli, alberi, didgeridoo suonati da qualche aborigeno seduto a terra con le gambe incrociate e la pelle dipinta...
Sì, qui starò decisamente bene, mi dico, e sento già la nostalgia che proverò quando non ci sarò più.

* * *

Ma da Sydney, prima di abbandonarla definitivamente, parto varie volte. L’Australia è talmente vasta che un anno intero non sarebbe sufficiente a percorrerne neppure la costa, tuttavia finché vivrò qui cercherò di sfruttare ogni possibilità di perlustrazione del paese.

Settembre.
Dopo due mesi di vita in città decido che voglio incontrare finalmente dei canguri, e volo a Cairns (Queensland), appropriatamente chiamato “The Sunshine State” grazie agli abituali 300 giorni di sole annui.

L’aereo atterra, sono 3000 km più a Nord, dove l’estate è perenne, il cielo più vasto, il mare sempre tiepido. Odore bagnato di fiori e noci di cocco e piume e corallo.

Il primo mattino prendiamo una barca e via per miglia al largo, attraverso l’oceano piatto e infinito, blu e profondo, monotono e ipnotizzante. Poi, d’un tratto, geometrie millenarie affiorano, il blu diventa turchese, viola, incolore, verde azzurro trasparente.
La Barriera Corallina.
Non si può credere di vedere tanti pesci, calamari, spugne, stelle marine, alghe, granchi, murene, razze e mante, squaletti. Ridiamo nelle maschere per lo stupore, bambini eccitati per il gioco ogni minuto più nuovo e sbalorditivo.
Tocco – come descriverlo? – qualcosa di molle e gigantesco e arcobaleno, che si chiude ritirando i tentacoli. Inseguo un pesce arancione e verde elettrico che si fa avvicinare, ma solo perché dal buco in cui voleva nascondersi emerge un banco di enormi pescioni placidi e buffi che lo spaventano. Mi immergo per catturare una stella marina che mi fa il solletico sulla mano tentando di attaccarsi con i peduncoli. Resto fermo, trasportato dalla corrente che ondeggia, ad ascoltare il rumore impressionante dei pesci che mangiano il corallo. La sabbia sul fondale è cristallina, sembra sale, neve, o polvere d'oro. Alcuni pesci volanti mi saltano sopra la testa, il continente sommerso in cui nuoto incanta e intimorisce, il sole penetra tra gli anfratti creando fasci di luce stupefacenti contro il rosso vivo delle rocce.
Gli occhi sono sazi, ed è doloroso abbandonare questo enigmatico giardino liquido che ha accolto per qualche ora i miei volteggi.

L’indomani partiamo verso Nord, meta Cape Tribulation.
Sconfinate spiagge deserte con ciottoli ricoperti di conchiglie e odore di marcio – sono i pesci che si decompongono al sole quando la marea si ritira. Cominciano le curve, saliamo e scendiamo, la polvere aumenta, lo scenario si inselvatichisce, giungiamo al Daintree River Ferry: unica possibilità di raggiungere il Far North Queensland. Il traghettatore, un incrocio tra Caronte e Mr. Crocodile Dundee, ci lascia addentrare nella foresta procedendo con circospezione, radio e cellulare sono muti, non incontreremo anima viva fino al ritorno. Ci fermiamo, attraversiamo a piedi un tratto fitto di liane e piante umidicce, sbuchiamo sulla spiaggia.
L’unico luogo al mondo in cui foresta pluviale e barriera corallina si congiungono fondendosi senza distinzione.
Piante nel mare là, mare sulla terra qua. Scogli e corallo, la costa lentamente inghiottita dalle onde, vegetazione seducente che si abbandona mollemente nella schiuma svanendo poco a poco.
Facciamo il bagno, camminiamo per un paio d’ore, zitti, da soli, attendendo il tramonto. Giochiamo con le noci di cocco. Scopriamo nella sabbia tracce di emù e di saltwater crocodile. Ciabatte e zaini ci vengono rubati dalla marea che ci sorprende per la rapidità. Recuperiamo tutto, ma corriamo per non rimanere intrappolati. Quando lasciamo questo paradiso, l’immensa distesa bianca su cui avevamo lasciato le nostre orme si è ridotta ad una strisciolina pericolosa tra il buio del mare e l’impenetrabile reticolo verde della palude tropicale.
Ormai sono le 21, dobbiamo ripercorrere 150 km per tornare alla base, e l’illuminazione stradale non esiste. Per questo sì, dio li benedica questi australiani: le stelle che si possono vedere fanno venire voglia di spegnere il mondo.

L’indomani, ottocento km più a Sud, arriviamo ad Airlie Beach, dopo Innisfail, Tully, Cardwell, paesini che inteneriscono per le dimensioni, sotto il sole rovente, attraverso distese sconfinate di canna da zucchero, terra rossa ed erba bruciata, in mezzo al nulla più assoluto, senza nessuna costruzione o essere umano o fattoria o ferrovia o qualcosa, fino a quando, dopo sette ore di macchina, il caldo, la sete e la musica country ossessivamente proposta dalla radio ci costringono a una sosta nell’unica stazione di servizio della regione. All’interno, una donna ossuta alla cassa vende sapone, pettini, gelato, sigarette, patatine all'aceto, riviste porno, tre o quattro mele. Entra anche un altro cliente, grossissimo e barbuto, occhiali a specchio e basette anni Settanta, con un fuoristrada rosso impolverato, la scritta "The Beast" sulla carrozzeria. Ci impaurisce un po’, perciò via di nuovo lungo l’arido entroterra fino a Townsville, dove insetti ronzano pigramente e l’acqua luccicante ti invoglia a fare un bagno tra razze chiodate e pellicani.
Vento sferzante, capelli salati, ripartiamo quando il cielo comincia a scurirsi, ci attendono le magiche Withsunday Islands e non sentiamo neppure la fame o la stanchezza.

Sveglia alle 6.30, colazione, bus, ferryboat. Hamilton Island: noleggio caddy, pranzo, bocche aperte: laghi montani, rocce e pini, vulcani preistorici, atolli esotici? Tutto insieme e di più.
Poi la vera Withsunday Island, con la bianchissima Whitehaven Beach, dove la sabbia trilla quando la calpesti.
Foglie in acqua e migliaia di granchietti, pesci, paguri, e uccelli.
Sei miglia di bianco intatto, accecante, e la sensazione di camminare, per primo, su un suolo mai corrotto dal tempo, mai contaminato da essere umano.
Nessuna foto ci può restituire l’emozione, perciò ci consoliamo con vodka & lime baciati dai raggi arancioni del tardo pomeriggio, seduti sull’erba di fronte al grazioso porticciolo, pappagalli e fruscio di palme sopra di noi e musica lounge dalla baia poco più in là. Fermate il tempo.
La sera, luna argento e azzurra, promontorio di notte. Silhouette di agavi e ficus contro la schiuma ribollente. Ogni attimo riesco a stupirmi nonostante le meraviglie del giorno precedente, di fronte ad animali, odori, incendi notturni, qualche alba, la sabbia. E la strada, unica, dritta, interminabile eppure vorresti non lasciarla mai. I piedi in acque di giada e smeraldo. Tra mulinelli di terra gialla, nell’assordante strepito di ignoti uccelli blu, in mezzo all’oceano, di notte dentro il silenzio nero delle praterie, unico segno di vita un indescrivibile rumore di fondo proveniente dal deserto più selvaggio, vuoto, lunare. E soprattutto al crepuscolo, quando il ritmo rallenta, gli occhi si socchiudono, rabbrividisci un po’, il mondo diventa rosa e commovente, vento e maree e suoni e movimenti vengono assorbiti dal cielo, il giorno si estingue, il palcoscenico resta alle stelle.

Ancora più a Sud, arriviamo al Noosa National Park, dove i koala sgranocchiano pigramente foglie di eucalipto, aquile di mare ci sfiorano i capelli con le ali leggere, una coppia di delfini si insegue roteando a pochi metri dalla costa, una balena compie prodigiose capriole spezzando le onde che le si infrangono contro, e un varano sibilante ci attraversa placidamente il sentiero che stiamo percorrendo.
Ultimo bagno ad Alexandria Bay dopo quattro ore di camminata impervia e assolata. Facciamo i pazzi saltando contro muri di onde mai viste e ridendo per la corrente inimmaginabile che ci sposta di decine di metri in pochi secondi.
Prima di cena, un ultimo sguardo alla baia. Brisbane ci aspetta, traffico rumore e persone, è tempo di tornare a casa. Atterro a Sydney, entusiasmante prima di questa vacanza, ora associata a routine, università, appartamento da pulire, solite cose. Buffo.
Ma tutto sommato "fair enough".

* * *

Dicembre.
Tanto il Queensland era stato giallo e blu, con le sue spiagge sconfinate ed il mare cristallino, quanto il Victoria è grigio e verde. Alberi, muschio, alghe, liane, erba, prati infiniti, arbusti, pascoli e strade sterrate, cielo plumbeo, ghiaia, mare in tempesta, aria nebbiosa.
Come la costa da Cairns a Brisbane evocava deserti marziani e sogni tropicali, così le dolci colline verde ramarro che i miei occhi hanno carezzato dalle scogliere a picco sul Pacifico Meridionale ricordano intensamente la rigogliosa campagna inglese – non fosse per la moltitudine di pellicani starnazzanti e canguri che saltellano qua e là.

Prima meta, dunque, Kiama. Aria umida, short black in un bar anonimo, ma fresco e ombra. La strada dalla fermata dell'autobus al paesino ci ha stremati, ma lo scenario è stupendo e le spalle dolenti, le mosche ingoiate e il sudore che ci scorre lungo le guance sono stati ricompensati dalla vista di questo villaggio di casette colorate, colline ripidissime su cui si snodano viali di palme, scogliere impressionanti, immancabile faro sul promontorio e il famoso blowhole che sputa getti d'acqua fino a 60 metri d'altezza.
Ostello a Batemans Bay, dopo un altro tratto di Princes Highway. Stanza ai limiti della respirabilità, ragni e strani scarabei giganti che si contorcono sulla schiena come impazziti, ma il posto è stranamente accogliente, tranquillo, tante casupole con le renne natalizie e le lucine intermittenti, bizzarrie tra il kitsch e il malinconico cui difficilmente mi abituerò, cucina comune e bagni labirintici con scarafaggi e docce ad altezza ombelico. Non so perché ma non mi dispiace: forse quattro mesi di Australia mi hanno reso meno schizzinoso e più intrepido.

Il giorno successivo ci smarriamo per ore ad ascoltare il respiro del mare a Surf Beach, un piccolo Eden protetto da due bracci di rocce gialle, dove vivono iguana raggrinziti dai millenni e curiosi asterischi di fieno danzano sullo spartito del vento.
Il tempo è capriccioso e insolito per la stagione: sarà l'atmosfera da fuoco nel camino e torta di mele calda, il paesino sperduto sulla costa inospitale, i rumori moderni totalmente assenti, l'ululato continuo della tempesta, la pioggia salata e il cielo color seppia che rende tutto immobile come in una fotografia del secolo scorso – ma l'impressione è di trovarsi oscillanti, indefinitamente, sul labile confine tra presente e sogno, dolcemente intrappolati in una stazione extraterrestre di pallore e inazione, e tutto ciò che voglio è acciambellarmi sugli scogli e non sapere se il bianco e l'umido che ci circonda è nebbia, nuvole, foschia, pioggia, mare o rugiada, e perdere conoscenza.

Al tramonto, l’aria si rasserena, e scie di nubi, baffi di notte e stelle, divinità e meteore di lava dipingono l’orizzonte di scarabocchi fiammeggianti. Il rosa cupo del cielo sbava nel verde della foresta laggiù sul promontorio, le barche ancorate nella baia si incendiano di colore, l’acqua diviene un velluto dorato, persino i gabbiani smettono di vociare, e tutto il mondo si compone muto e fuso nell’ultimo sole prima di sparire nella notte.


Giorni dopo, sorseggiamo un vero espresso in un bistrot vittoriano di Brunswick Street, strada di artisti e scrittori, nella vivace Melbourne del tardo pomeriggio, dopo aver contrattato il prezzo del pane e delle spezie con le vecchiette cinesi al Queen Victoria Market, e aver gironzolato nel Southbank di giocolieri e pittori di strada, per poi sdraiarci all’ombra dei grandi ficus dei giardini botanici, tra laghi con cigni neri e migliaia di cockatoo perennemente gracchianti che ci svolazzano sopra la testa, spariscono tra le chiome e decollano nuovamente alla volta della prossima palma.

Ma, dopo averne gustato i sapori, lasciamo la città: vogliamo percorrere la Great Ocean Road, serpentina costiera che si srotola mollemente lungo il Southern Ocean, tra arbusti sferzati dal vento e scogliere di arenaria alte settanta metri, fino agli ultimi tratti verso il confine con il South Australia.
Il clima che incontriamo non è estivo: nubi blu arrabbiate, erba scura e morbida nel terreno rosso, sabbia nera. Le onde coprono le voci con il loro lavorio incessante, le orecchie sono sorde, manca il sole, fa freddo e la pelle si accappona – ma questo clima così crepuscolare tuffa la spiaggia in cui affondo le dita dei piedi nel colore più sacro che l’occhio possa catturare. Si rabbrividisce di fronte alla maestosità dell’oceano arrabbiato che il vento spazza violentemente in questi giorni di tempesta, quando tutto è avvolto in una pellicola fluttuante e scomposta di nebbia e onde vaporizzate, goccioline raccolte dal mare e trasportate su alberi, strada, rocce e capelli dalla danza brutale dell’aria. Quasi, vorresti sbriciolarti nel turbine di sabbia e schiuma che ti abbaia in faccia da ore.

E poi, finalmente, posso contemplare i Twelve Apostles: scogliere smisurate, roccia gialla e marrone, grotte di archi e faraglioni, spiagge intatte, colonie di uccelli, cielo rosso.
Blocchi di roccia colossali che si ergono dal mare, alcuni maestosi e squadrati come meteore alla deriva nello spazio, altri sottili e contorti quanto le dita di una strega, ostinati a resistere contro il balletto instancabile della marea, incredibilmente ancora in equilibrio pur nella tensione estrema e stupefacente delle superfici.
Radici al contrario, stalagmiti spettrali precipitate dalla luna, magma esploso e miracolosamente ricomposto in forme inedite. Attorno, incontriamo wallaby, pinguini, un echidna.

Tramonto senza parole, e respiro qualcosa di indelebile, la forza del vento e il lavorio delle onde contro le rocce, concrezioni primordiali e imponenti ma dopotutto fragili e destinate a scomparire, solo per il Tempo. Riprende a piovere, è ora di andare.

* * *

Gennaio. Dai vigneti sulle colline ramate attorno ad Adelaide – e dai caotici cafè in Gouger Street – il viaggio prosegue verso Perth, capitale del Western Australia, sorprendentemente dinamica e rilassante al tempo stesso.
È un peccato lasciare, dopo una sola settimana, i ristoranti malesi della città, le sue disordinate librerie di seconda mano, i nightclub del chiassoso distretto di Northbridge, il pittoresco mercatino di Fremantle e il variopinto serpente di volti e rumori che lo anima notte e giorno – ma dopo l’escursione a Rottnest Island, un paradiso selvaggio e inospitale dove puoi muoverti solo in mountain-bike alla ricerca dei leggendari quokka (strana specie di marsupiale che vive esclusivamente qui), ci rassegniamo a malincuore alla partenza per il Southwest.

I ritmi quotidiani scorrono lenti, nell’angolo sud-occidentale del Paese: centinaia di chilometri di costa tra Bunbury e Albany si dispiegano pigramente all’ombra di maestosi jarrah e karri trees, che come falangi di guerrieri millenari custodiscono la storia e gli spiriti delle foreste impenetrabili che arrivano a lambire l’oceano.
L’area di Cape Naturaliste, tra le cittadine di Dunsborough e Yallingup, famosa per le grotte ricche di formazioni minerali, è costellata di incantevoli sentieri per il trekking, che possono richiedere anche mesi di cammino attraverso l’aspra brughiera dove nidificano piovanelli e sterne, e da cui in inverno si possono scorgere, se si è fortunati, i cetacei che fanno ritorno dai freddi mari antartici.

E se scendi ancora più a Sud, appena dopo le casette in legno colorato dei pescatori di Augusta, sei costretto a fermarti al faro di Cape Leeuwin, estremità sud-ovest del continente e turbolento punto d’incontro dell’Oceano Indiano con il Pacifico, dove la sabbia è nerissima e pesante come limatura di ferro e non puoi fare altro che contemplare un tramonto sfrontato da quant’è intenso, sgranocchiando il fish&chips avvolto nel cartoccio rovente del Colourpatch Cafè, orgoglioso di essere, come ricorda l’insegna malandata all’ingresso, “the last eating house before Antarctica”.
Poi, a Est, attraversi il D’Entrecasteaux National Park, ti puoi perdere nella Valle dei Giganti a Walpole, dove si cammina sospesi a 40 metri d’altezza tra le chiome di impressionanti eucalipti e si assiste all’allattamento artificiale, da parte dei volontari del Wildlife Rescue, di piccoli marsupiali e roditori feriti. Verso Denmark, invece, nel cuore del William Bay National Park, si nuota languidamente nelle acque gelide di Green’s Pool, laguna protetta da grossi scogli rotondeggianti che ricordano, nelle forme, elefanti e mostri spaziali. E, ancora più a Est, dopo Albany ed Esperance, devi affrontare i 2700 km di vuoto del Nullarbor Plain, e mancano ancora il deserto rosso del monolite sacro agli aborigeni, Uluru, la regione del Kimberley, e il Kakadu National Park lassù nel Northern Territory, e Kangaroo Island, e la Tasmania, e...

* * *

Ma un giorno ti accorgi che il tempo è esaurito, che forse hai provato e visto troppo, che sei talmente saturo di bellezza da non essere più in grado di accoglierne altra. E il momento di separarsi dalla nuova vita che fin qui hai vissuto è inesorabilmente giunto, è ora di chiudere gli occhi e risvegliarsi a casa, riabituarsi a ciò che era noto e che pure si è dimenticato nel corso dei mesi, e salutare definitivamente ciò che sei stato, qui, in Australia...
...Australia, Land Down Under, come la chiamano, la terra sottosopra, il paese degli antipodi, dei colori violenti, quasi chimici, del cielo al tramonto, della fauna stupefacente, degli spazi vuoti indescrivibili, un pianeta bizzarro dove la natura sembra aver sovvertito ogni regola, terra delle eccezioni, delle stravaganze, della bellezza, di cui non puoi fare a meno di innamorarti, e per sempre.

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