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(NSW- Sydney dal 5 Ottobre al 29 Novembre)
La China airlines dovutamente contattata 36 ore prima si raccomandava una sola valigia di 20kg come massimo carico, penale di 40 euro per ogni kg in più del possibile. La selezione è estenuante e due zainetti da viaggio sono divenuti obbligati e fedeli compagni per felpe, e ciabatte. Ovviamente in perfetto stile italico, all’aeroporto il bagaglio non viene nemmeno pesato, a saperlo prima…
Il volo è davvero estenuante, 11 ore la prima tratta con destinazione Bangkok. Scalo tecnico per cambio equipaggio, nuovo imbarco a distanza di un oretta e mezzo, e siamo pronti per arrivare a Taipei, tempo previsto ed effettivamente impiegato 4 ore.
E’ proprio a Taipei che inizia il calvario più lungo della mia vita, nove ore di scalo, e dico nove toglierebbero anche l’ultima vita ad un gatto sano come un pesce… un controsenso!??
Ce in effetti la possibilità di uscire e visitare il centro città, ma l’aeroporto è ad un ora e passa e questo paese non è certo noto per l’economicità, la tariffa media è 80 euro ad andare, altrettanto per tornare, davvero troppo, devo rinunciare.
Meno male che nel corso di tanto volare e sostare, incappo in una serie di interessanti e forse utili conoscenza future. Sulla tratta per Bangkok conosco un trentenne bolognese, si chiama Guido, e dopo due mesi di Thailandia la scorsa primavera ha deciso di compiere il passo decisivo. Guidato da un amore per la “terra del sorriso” che lo ha completamente assuefatto, ha venduto casa, e si appresta a vivere anni di vero ozio, campando da re in quel di Ko-Pangan.
Conosco anche Rodolfo, un ragazzo di 22 anni di Roma, anche lui diretto a Sydney per tre mesi di studio della lingua. Ha già prenotato tutto il periodo in una casa-famiglia, quindi non c’è possibilità di mettersi d’accordo per una coabitazione, ma è nata una amicizia e credo che se ne sentirà parlare ancora parecchio in questo diario.
Forse la conoscenza più utile al mio fine è quella con un intera famiglia di tipici emigranti calabresi. Ovviamente la prole, è a tutti gli effetti australiana, ma loro due sono il classico esempio dell’accento misto inglese-dialettale, della vita serena e senza problemi economici alcuni, e della grande generosità verso i conterranei, di qualunque regione essi provengano. Luciano, cosi si chiama lui, mi consiglia luoghi e situazioni, mi lascia il numero di cellulare e mi raccomanda sino all’ultimo istante di contattarlo, lui può rimediarmi casa e lavoro con grande facilità. La moglie Rosa mi racconta della bella vita che si può condurre nella capitale dell’emisfero australe, una vita fatta di divertimenti, semplicità e completa assenza di privazioni. Sono tornati da un mese di Calabria e non riescono a concepire come possiamo noi campare con quello che ci rimane, hanno completamente ragione…
Finalmente Sbarco, Sydney, ore 9.30, in Italia l’1.30, non c’è tempo per i convenevoli, subito un taxi driver privato bracca me e Rodolfo, ci accordiamo per una cifra fissa, anche perché da qui in avanti le nostre strade si divideranno, io verso Kings Kross, lui a Manly, paradiso marino subito a nord di Sydney.
Attraversando la città ci si rende conto certamente del traffico, anche qui intenso nelle ore di punta, ma soprattutto si nota l’ordine, la pulizia, il verde che campeggia in ogni quartiere. Nulla è incalcato, su tutto dominano i grandi spazi, le palazzine mai più alte di tre piani, fatta eccezione per il centro economico che a distanza regala uno skyline di altissimi grattacieli in stile americano.
L’Ostello che ho scelto si conferma come Lonely aveva previsto, è pieno di gente che va e viene, una ragazza tedesca in reception molto disponibile e la possibilità di vedere e conoscere molte persone. Il quartiere che richiama il vizio della prostituzione con mille localini sponsorizzati da luminescenti luci al neon, tante insegne in stile Honk Hong e una vita particolarmente frenetica, che regala scorci da piccola cittadina inglese ma immersa in una tale modernità da lasciare stupefatti.
Dopo una doccia, rischio il crollo sul divano dell’ostello, prima che la stanchezza mi attanagli senza concedermi possibilità di ritorno, mi faccio forza e decido di espletare un paio di noiose ma utili pratiche. Acquisto una tessera Vodafone locale per il mio cellulare (incredibile con 49 dollari, l’equivalente di 35 euro circa, potrò parlare per 250 dollari, inutile dire inconcepibile per noi). Compro un altro adattatore utile per le prese a tre entrate, mangio un insalata di frutta in un bel localino consigliato dal Lonely Planet, e concludo con un piccolo tour nel quartiere.
Tornato in stanza mi concedo un oretta davanti al pc, una connessione wireless volante va e viene e riesco a fare due chiacchiere via MSN con un paio di amici italiani.
Sono le 20.30 circa, ho fatto quel che c’era da farsi, mi appresto a cercare qualcosa da mangiare in giro, fare le ultime chiacchiere e vedere cosa avrà da offrire la serata, anche se a dire il vero credo che il sogno ricorrente delle ultime 36 ore prenderà infine il sopravvento, letto aspettami!!.
E’ la mia prima giornata completa a Sydney. Mi alzo verso mezzogiorno costringendomi a mettere i piedi giù dal letto nonostante la crisi da jetlag mi urla di rimanere sotto le coltri.
Mi infilo le prime cose che trovo in valigia e sono prontissimo ad affrontare la nuova avventura. Documentatomi presso il piccolo banco informazioni del mio ostello, mi faccio indirizzare verso l’acquisto di una carta per i mezzi pubblici valida una settimana (qui è tutto a settimane), e mi avvio in una passeggiata che mostrandomi un paesaggio misto tra il cittadino e il naturale mi proietterà verso la city.
Attraverso Kings Kross, taglio per l’enorme giardino botanico e spunto infine in vista dell’Harbour Bridge, coperto dalla sagoma di enormi grattacieli che rompono l’azzurro di un cielo terzo, ma per nulla caldo.
Il vento è forte e freddo e quando decide di lanciarsi in lunghe folate fa dimenticare del tutto il sole, che nonostante tutto è caldo e cocente sopra la mia testa.
Dopo 5 minuti arrivo a Circular Quey. In pratica il cuore pulsante del centro cittadino, da qui parte ogni traghetto, bus, filobus e treno interno o esterno alla city. Mi imbarco al ponte 3, direzione Manly, paradiso marino a nord di Sydney, dove incontrerò Rodolfo.
Manly è per Sydney quello che Sabaudia è per Roma (ma con un quarto della distanza), in pratica il luogo di mare chic dove spiccano belle villette da qualche milione di dollari, australiani ovviamente, e tanta ma tanta gioventù. Il lungomare è affascinante ma rovinato dal tempo che nel frattempo si è messo al peggio e minaccia addirittura pioggia. Il freddo sempre più intenso non scoraggia comunque le decine di surfisti che cercano il loro reef perfetto. Io che ero uscito senza felpa, decido di rifugiarmi in uno dei tantissimi shop, ma purtroppo per le mie tasche scelgo quello della Billabong. I prezzi nemmeno paragonabili ai soliti eccessi italiani, che richiamano a passamontagna e pistola puntata, mi costringono a strisciare la mia credit card per l’acquisto della felpa e di un costume, era d’obbligo del resto. Cerco di sfuggire a passaggi in altri enormi negozi di marche per surfisti altrettanto note, e con Rodolfo decido di optare per una pausa pranzo. Mangiamo Thailandese per pochi dollari e poi da bravi italiani medi diamo vita ad una caccia a caffè espresso. Un baretto infrattato offre marca Illy, è il nostro giorno fortunato.
E’ tempo di rientrare, sono ormai le 17, pardon le 5 p.m., e ormai il clima ha imboccato la strada senza ritorno del brutto persistente.
Il traghetto è un continuo saliscendi sulle enormi onde oceaniche, nonostante la baia ne attutisca l’entità, e meno male che non soffro il mal di mare.
Sbarco, trovo un autobus che mi possa riportare all’ostello e senza indugio lo prendo. In mezz’ora sono di nuovo in stanza, c’è il tempo per una connessione ad internet sfruttando il wireless volante che il mio notebook non si lascia sfuggire. Saluto i presenti on line di MSN, in Italia è tarda mattinata di domenica. Un chiamata per sentire la mamma, del resto le mie inconfutabili tendenze “medioman” mi portano a rifarmi al famoso detto: la mamma è sempre la mamma.
Doccia, mi vesto è sono di nuovo in cerca di un posto per mangiare tra le mille luci di Kings Kross. Addento una pizza al volo e mi dirigo in un pub con biliardi e televisori sempre proiettati sullo sport. C’è tempo per una birretta e due chiacchiere con il cameriere, e poi via di nuovo verso l’ostello.
Mi soffermo a vedere la parte finale del film “Sahara” sulla payperview e quando è ormai quasi l’una, saluto la prima domenica australiana.
Come da accordi post aerei, oggi è la giornata in cui devo chiamare Giuliano. Sono le 10 di mattina e purtroppo lo sveglio, anche lui sta pagando i postumi di nottate in bianco a causa di un fuso che deve essere ancora integrato.
Mi dice di andare a mangiare da lui, preparo il mio fidato zaino, e con un paio di mezzi sono dalle sue parti. Cains, cosi come Leinchard, Abbey, ed altri quartieri ad ovest del centro, sono l’esempio della massiccia immigrazione italiana del dopoguerra. Interi quartieri, intere strade sono abitate e vissute da soli italiani, e qualche cinese, quelli non mancano mai del resto.
Ristorante da Mario, Da Gino, Da Rosa, pizza Italia, pizza tricolore, sono solo una minima parte delle insegne che vedo sfrecciando nella macchina di giuliano che è venuto a prendermi alla fermata del treno.
Siamo sempre a Sydney certo, ma una periferia piuttosto distante dal centro, anche se l’efficienza del trasporto pubblico la rende davvero vicina.
Arrivo a casa del mio “compare” e svolti i convenevoli di rito, vedo Rosa cominciare a cuocere delle belle bistecche. Mi raccontano della vita li ha Sydney, delle possibilità, dei figli, delle loro gioie e dei loro dolori, nemmeno li conoscessi da chissà quanto.
Nemmeno finiamo di mangiare e Giuliano, moglie e un amica della moglie arrivata nel frattempo cominciano una sequela di chiamate alla ricerca di posti liberi per uno sprovveduto cameriere che non parla un inglese impeccabile. Mi trovano almeno tre soluzioni per l’indomani, e sembrano soddisfatti di aver aiutato un paesano, raccomandandosi più volte di farsi sentire e fargli conoscere gli esiti.
Arrivo in centro in pieno pomeriggio, sono le 16 circa e decido di approfittarne per perdermi tra le vie cittadine. Attraverso l’area di Hyde Park, visito il Queen Victoria, un centro commerciale ricavato in un antico palazzo, davvero spettacolare. E’ ancora incredibile concepire come tanta confusione non generi nessun problema di organizzazione, pulizia o qualsivolgia problematica da noi talmente evidente da essere divenuta routines.
Arrivo all’ostello stanchissimo, sono le 19.30 e avrò fatto almeno 10 chilometri oggi. Gia pregusto una comoda connessione ad internet sul mio letto con successiva mangiata in un ristorante cinese qui vicino, ed ecco che mi arriva un messaggio di Rodolfo: è a Manly con una sua amica italiana che frequenta l’università qui a Sydney. Nonostante tutto deciso di raggiungerli, una corsa contro il tempo e contro gli autobus che ancora non ho capito a dovere, ma alla fine ce la faccio, sono a Manly in un ora al massimo.
In un ristpub, ordino carne di maiale in crosta con salse varie, davvero buona, anche se a mio parere troppo caricata di sapori eccessivi, una normale bistecca mai!?? Beviamo una birra, prendiamo un dolce squisito, spacciato dal menu come una strudel, non ne è nemmeno la lontana somiglianza se non per le mele calde come base, ma cavolo è buono davvero e finisce in pochi istanti.
E’ ora di tornare, solito traghetto, solito bus, solito ostello. In camera mi connetto ad internet scrivo qualcosa, saluto gli amici e in quattro e quattr’otto è l’una, domani sarà un'altra giornata faticosa, spengo la luce e buonanotte.
La nuova giornata inizia con una sveglia in tarda mattinata, è circa mezzogiorno e sbrigando le consuete pratiche da risveglio passa una mezz’ora buona.
Esco dall’ostello bisognoso di mettere qualcosa sotto i denti. Prendo il bus, in 5 minuti sono a Circular Quey, in un baretto affacciato sul porto compro un enorme muffin alla banana, un caffe caldo che vuole somigliare alla lontana ad un espresso ristretto, e una bottiglia d’acqua.
Sono ancora in procinto di pagare quando vedo alle mie spalle il bus che mi porterà direttamente a Bondai. Mi affretto, pago e salgo a bordo. E’ una nuovissima linea inaugurata proprio domenica e che diminuendo notevolmente le fermate, parte da qui ed arriva alla principale spiaggia di Sydney.
Bondai è bella come nelle foto che a centinaia avevo salvato sul mio pc. Lunga, con sabbia chiara spazzata da un forte vento,e con onde che nelle zone d’angolo sono altissime, da vero surfer a caccia di emozioni. Una scuola di surf per bambini fa strecciare gli allievi tutti dotati di mutino, mentre giovani surfisti esperti aspettano seduti sulle loro tavole che arrivi l’onda perfetta.
Ce tempo per una passeggiata per il lungo mare, un occhio ad un paio di scultori di sabbia (di qui a poco si terra il campionato australiano, ed io non me lo perderò di certo), ed ecco venire nuovamente il mio bus, che come tutti i mezzi a Sydney è efficentissimo.
Salto nuovamente a bordo e in un 20 minuti sono al punto di partenza. Sono quasi le cinque, ne approfitto per scrivere le tre cartoline d’obbligo che mi sono state richieste, nonostante tutti sappiano bene quanto sia contrario a questa pratica…
Passo al bar in Hyde park che mi è stato trovato da Giuliano per lavoro, ma Corrado, il proprietario, non c’è, per oggi ho fatto tardi.
Non è poi cosi tardi per fare altro però, e decido di incamminarmi per vedere il primo simbolo di questa città. L’Opera House è davvero spettacolosa e maestosa, ma nonostante tutto nulla non può reggere il confronto con le vere meraviglie che posso vantare nel mio paese.
Mi viene a tal proposito da pensare come ancora una volta noi italiani riusciamo ad essere campioni in stupidità in ogni campo. Qui venerano come mostri sacri, contornandoli di ogni attenzione e sciccheria una struttura ultra moderna come questa (e per altro progettata da un italiano), e noi con le più grandi bellezze al mondo non sappiamo nemmeno cosa sia il rispetto delle nostre città e della nostra storia. Qui potrebbero creare un mondo attorno ad un solo capitello dorico, e noi permettiamo che cadano a pezzi i maggiori esempi della nostra identità storico-culturale, continuiamo a tassare le tasche di tutti, senza renderci conto di che ricchezza vera possediamo, è una vergogna che viaggiando diviene evidente come un grossa luce al neon sparata in piena faccia.
Si è fatto tardi davvero ora, torno all’ostello e non appena ultimata la cena, Cristopher uno dei miei materooms, mi propone una serata in un discopub in zona Darlinghurst. Accetto, mangio qualcosa in un take-away e arrivo al “The Gaffs” verso le 10. E’ strapieno, birre a 3 dollari e musica a cannone su due piani differenti, ce n’è per tutti i gusti di divertimento, e si socializza facilmente. Sono quasi tutti turisti in effetti, gli australiani conducono in questo una vita similare alla nostra, uscendo soprattutto nel fine settimana. Sono nel più bello della serata quando il mio cellulare squilla… E’ il contatto per una casa che avevo chiamato nel pomeriggio, mi da appuntamento presto per domani, ed io, per evitare di perdere l’occasione, decido di contrariare le voglie dell’eterosessualità e della birra e torno all’ostello per quella che sarà l’ultima notte.
La mattina seguente è un corri corri per rientrare nei tempi del check out dell’ostello, e non incappare nei fastidiosi 20 dollari di deposito camera. Mi alzo di buon ora, e cartina alla mano arrivo alla casa del tizio che ho sentito la sera precedente.
Il proprietario si chiama Pepe, è peruviano, molto gentile e disponibile e mi mostra immediatamente il posto. L’abitazione non è male, del resto per 190$ a settimana è il minimo (ma capirò presto che non è nemmeno tanto per una casa con stanza da solo in pieno centro). In effetti avrò una camera per me, ma al secondo piano di questa maxi villetta a schiera che conta altre 4 camere da due letti, più due bagni, una cucina ed salone in comune, oltre ad un giardinetto/garage.
Accetto, saldo il conto per la prima settimana (qui si fa tutto in anticipo), e sfruttando la disponibilità di Pepe, che sprizza quella vervè tipica dell’animo sud americano, mi faccio riaccompagnare all’ostello, prendo le borse e saluto la mia prima residenza di Sydney.
Sistemata la parte riguardante la casa è tempo di pensare a ciò che in teoria nobiliterebbe l’uomo. Mi presento dunque al bar su Hyde Park, “bar Quattro”, e qui conosco Corrado, il proprietario, un napoletano sulla quarantina, che senza problemi mi dice che l’assunzione è sicura (le raccomandazioni servono sempre). Quello che pero mi dice dopo è che ho bisogno di un paio di pantaloni eleganti, un paio di camice nere, nonché delle scarpe nere. Non ho nulla di tutto ciò e non ho certo intenzione di spendere 200 e passa dollari per lavorare. Lo ringrazio e lo saluto, cercherò qualcosa di più alla mano.
E primo pomeriggio e ce tempo per una scappatina al mare. Prendo il traghetto per Manly e raggiungo Rodolfo. Un paio d’ore in spiaggia a parlare il nostro caro accento romano, una birretta in un risto-pub con vista sul bel mare del posto, ed è gia ora di tornare indietro.
Per strada compro qualcosa per la cena e incamminandomi mi fermo ad un internet point. Purtroppo infatti, la casa ha l’unica pecca di mancare di connessione web, è una pecca che per molti potrebbe apparire irrilevante, ma che io invece reputo assolutamente necessaria, è per questo che gia da domani pagherò il prezzo di una nuova ricerca.
La serata la lascio trascorrere tra un po di lettura, due chiacchiere con i simpatici coinquilini irlandesi, a dire il vero molto “sfascioni”, ma fortunatamente provvisti di una ragazza che si occupa di tenere in ordine tutto il loro caos. Non ho eluso di scrivere i nomi, ma ad oggi ancora non sono riuscito a farmeli entrare in testa.
Una settimana fa mi imbarcavo per questa avventura. Potrebbe essere il momento di un primo piccolo punto della situazione, ma proprio piccolo visto il poco tempo trascorso qui. Nessun rimpianto certo, almeno per ora, per ora vivo ancora in un clima vacanziero che sarà difficile abbandonare, ed è proprio questo probabilmente la parte più difficile del viaggio, legata a fatto che essere da solo in una terra nuova senza parlarne l’idioma in maniera quanto meno buona non è affatto facile. Sydney = easy life, vero, verissimo anzi, ma mettiamo un bell’asterisco vicino a quell’easy e aggiungiamo che la semplicità non è poi cosi evidente in tutte le situazioni. Vivo dei momenti di leggero sconforto in cui penso a tornare sui miei passi, meno male che riesco sempre a ritirarmi su e a non pensare più a quei pochissimi elementi di negatività che possono rovinarti alcune ore del giorno. Del resto una destinazione cosi lontana era proprio a prova di facili e affrettate tentazioni da “come back”.
E la prima giornata veramente calda. I giornali del resto l’avevano previsto gia a tempo. Tocchiamo i 33 gradi gia alle 11.30 di mattina. Un scappata a Bondi beach con la scusa della ricerca del lavoro è d’obbligo. Visito alcune pizzerie italiane che ho mancano momentaneamente del padrone, o sono gia “be quite”, ossia a posto.
Fa troppo caldo per prolungare la camminata zaino in spalla, è invece tempo sdraiarsi tra centinaia di ragazzi di ogni etnia e provenienza ed immergersi completamente nella calda giornata di mare.
Quando il mio orologio segna le quattro, decido che è giunta l’ora per tornare ad essere un turista avido di esperienze. Non ho ancora visto Darling Harbour, è giunto il momento. Da Circular Quey prendo il ferry, avrei potuto optare per il classico bus, ma volete mettere la sensazione di attraversare nuovamente la baia.
Darling Harbour è un vero fiore all’occhiello di Sydney, decine di locali e ristoranti dislocati attorno alla banchina ed intervallati da interessanti attrazioni come l’acquario, il wild life show, un laghetto, un parco per bambini e molto altro ancora. Una passeggiata lungo il porto, ed un occhio alla miriade di ristoranti, locali, pub, che sono già in frenetica a attività, ma che acquisiranno enorme fascino con l’arrivo della sera. Darling Harbour si potrebbe definire come l’area più “in” della città. Qui vengono i giovani rampanti delle classi più agiate a bere un drink con vista sugli yacht, ma passano anche tanti turisti che spesso si fanno abbindolare da bellissimi e affascinanti locali, pronti a colpire duramente al momento del conto.
Non posso non visitare l’acquario del quale mi sono procurato uno sconto sul giornale odierno. E’ un esperienza affascinante davvero anche se l’acquario della nostra Genova non ha nulla da inviargli. Forse l’attrattiva che spinge tutti ad affrettarsi davanti alle enormi vasche per murene, pesci tropicali, crostacei e quan’altro è quella di vivere l’esperienza dei passaggi subacquei nelle due sale apposite. La prima con le foche, che per altro stanziano sulle rocce che affiorano rendendo la camminata subaquea piuttosto superflua. Ma per nulla superfluo è invece ciò che si prova nella seconda sala, quella dedicata ai grandi pesci di mare. Squali di più tipologie, razze, e banchi di pesce in continua frenesia animano quella che mi sento di definire la vera attrazione principale del posto. Vedersi passare enormi squali grigi a pochi centimetri dalla testa è davvero entusiasmante e le foto si sprecano. E’ il momento di uscire, e passando per l’area dedicata alla fauna dei reef corallini, ovviamente coloratissima e bella, ci si appropinqua verso l’uscita.
Sono stanchissimo, anche oggi avrò macinato una decina di chilometri. Nonostante tutto mi metto d’accordo con Rodolfo per un salto in un disco pub dalle parti di Manly. Non appena cenato dunque sono di nuovo in movimento: bus, traghetto ed approdiamo allo “Shark”. Qui come è solito vedersi gli stessi hotel dispongono di grosse sale, spesso a più piani, dove viene sparata musica e elettronica o dal vivo, e dove la gente parla, beve, si conosce, ribeve, e poi beve ancora un pò, in perfetto stile anglosassone.
La serata non finisce tardissimo, anche perché all’indomani inizierà la vera e propria caccia a lavoro e soprattutto alla casa, che comincio, visto le temperature gia elevatissime, a desiderare proprio al mare, probabilmente a Manly.
Venerdì mi alzo tardi, il caldo è stressante, oggi arriveremo almeno a 35/37 gradi, e pensare che siamo soltanto al principio della primavera.
Il tempo di una rapida pulita e sono gia in pista, oggi lo dedicherò a cercare qualche lavoro, anche se senza particolare grinta dato che la mia priorità e la casa, e solo successivamente un occupazione redditizia che spero rimanga nella stessa zona.
Acquisto come ogni giorno il quotidiano, oggi il “Daily telegraph”, che come ogni giornale propone nella pagine finali annunci per case e lavoro, anche se i giorni con i maggiori inserti in tal senso sono in genere il Mercoledì e il Sabato.
Gettando un occhio alle varie offerte noto ancora un volta come qui con un inglese fluente sia davvero semplice lavorare, in ogni campo e per paghe davvero ottime. Un uomo di fatica prende 20$ per ora, più di un cameriere, uno chef anche non professionista arriva a 40 nei locali non rinomati, pizzaioli, manovali d’ogni genere servono come il pane, cosi come laureati soprattutto in campo ingegneristico, l’università non ne riesce a sfornare a sufficienza per rimanere a passo con i tempi. Insomma una società cosi evoluta deve per forza di cose far leva sul lavoro degli stranieri, giapponesi, europei e sud americani, sono tutti ben accetti per far funzionare la grande macchina tecnologica australiana.
Chiedo un pò di lavoro a Bondi beach, e non trovo granchè, ma in effetti la ricerca non dura a lungo, sono completamente catturato da una spiaggia talmente piena da fare paura. Non esistono stabilimenti a pagamento qui, non esistono lettini ne ombrelloni, qui c’è solo una marea di gente distesa su asciugamani precari che legge, parla, gioca, scherza, fa il bagno o guarda chi lo fa, è una vera apoteosi e farsi immergere è davvero facile. Stendo l’asciugamano ed in 5 minuti sono gia in catalessi.
Verso le cinque sono a casa con qualcosa per cena acquistata al vicino market e tanta voglia di vivere il Venerdi sera australiano. Con Rodolfo ci vediamo a Circular Quey, direzione Darling Harbour by night. Le luci rendono davvero sfavillante il posto, era da immaginarlo del resto. E’ la prima volta però che noto un effettiva disparità tra chi può e chi vorrebbe, tanto che in alcuni locali non ci è nemmeno permesso entrare perché indossiamo scarpe da ginnastica, che poi sono Nike Silver e Nike Shox, in Italia sono pressoché d’obbligo per i locali alla moda.
Non ci scoraggiamo, facciamo amicizia con alcune ragazze Aussie, due chiacchiere, qualcosa da bere e ce ne torniamo a casa, soli purtroppo.
Tornando è evidente che qui ogni posto può divenire una disco per la notte, negli hotel, nei grattacieli, nei normali palazzi, nei pub più tranquilli di giorno, basta passeggiare per trovare il posto che piace, è una lezione che non dimenticheremo.
E’ Sabato, sono davvero deciso a trovarmi casa, destinazione Manly, primo obiettivo una copia del “Daily Manly” che di sabato offre una bella rassegna di possibilità.
Seleziono una serie di numeri, cerco casa con stanza da solo, connessione internet e possibilmente con il centro agibile, non è un impresa impossibile se si intende spendere tra i 150 e i 200 dollari a settimana.
Le prime chiamate sono un flop, occupate, tutte. Poi riesco a contattarne due che potrò pero vedere soltanto all’indomani. Soltanto per una ho un via libero immediato. Salto su un bus e raggiungo l’abitazione, o meglio mi perdo nel tentativo di raggiungerla e soltanto grazie ad un gentilissimo signore del posto che si prende la briga di cercarla sullo stradario e poi anche di accompagnarmi con la sua macchina, grazie davvero.
La casa è splendida, me ne innamoro immediatamente, 170 $ per una villetta per sole due persone, io e la tizia appunto, con tanto di ampio salone con camino, cucina aperta all’americana, bagno personale, e vetrata con vista sul mare. Perfetto! Presa! Ed invece no perché la stanza da letto è mancante del letto, va comprato, quasi non mi scoraggia la notizia, ma poi ci aggiunge che non c’è linea telefonica, quindi no internet, devo rinunciare ma davvero a malincuore, perché un posto cosi è davvero un sogno possibile.
La sera iniziata tra grandi ambizioni finisce in un flop, faccio l’errore fatale di appisolarmi sul letto, ed apro gli occhi solo alle 2 di notte passate, e vabbe ho ancora due mesi davanti.
Ancora in cerca di casa, ancora dalle parti di Manly. Unica pecca della giornata è che con un cambio repentino ed imprevisto, che solo le mezze stagioni possono “regalare”, oggi spira vento freddo e cielo plumbeo di nuvole, che ogni tanto lascia cadere una pioggia leggera. Non ne sono affatto scoraggiato, come non lo sono tutti gli abitanti dei posti di mare, perennemente in costume, ciabatte se non scalzi, e spesso con le loro tavole sotto il braccio.
Visito un paio di abitazioni, entrambe bellissime, entrambe senza letto, ma che è una mania? Domani ho ancora un appuntamento, speriamo bene…
Mangio un dolce fatto in casa di una pasticceria sul corso e domando in vari shops: “i’m looking for employment” (cerco un lavoro). Al negozio di scarpe della Converse ce bisogno d ragazzi, ma il boss non è presente, rimando l’incontro a domani, sperando che non faccia troppo caso all’inglese ancora maccheronico anche se migliorato, del resto un commesso qui viaggia sui 22 dollari l’ora ed anche più.
Giornata tranquilla quella di oggi, giornata che decido di completare con due spaghetti al pesto, tutto rigorosamente marca Barilla, e poi un bel film direttamente dal mio portatile, del resto Domenica è fatta per il relax.
E’ ormai finita la mia presenza da turista in questa città bellissima, è giunto il tempo per immergermi nella realtà della vita quotidiana, fatta di lavoro, palestra e uscite il fine settimana.
Era un programma già fatto del resto, prima periodo di completo relax, da traveller quale mi sento e quale sono, anche se un viaggiatore in parte stressato da un inequivocabile bisogno di cercare un tetto sotto il quale tornare la sera.
E’ finita la quarta settimana Australiana, la quarta settimana che vivo a Sydney, un mese tondo tondo, un mese che mi rimarrà per sempre nella testa e nel cuore.
Ho tanti progetti, vorrei partire e vedere altri lidi, ne ho quasi abbastanza della grande metropoli occidentale fatta di grattacieli e asfalto. Sogno il Nord dell’Australia, Darwin e la sua ristrettezza cosi tropicale, Alice Springs ed il suo essere sperduta nel nulla, la costa Est, la costa di Cairns e della seconda più grande barriera corallina al mondo. Il progetto è chiaro tra due settimane comincerò a viaggiare nei weekend per le destinazioni più vicine: Melburne, Adelaide e Brisbane per prime, e per Dicembre forse qualcosa di più lungo.
L’ultima settimana registra anche qualche significativo cambiamento, di cui il più importante è quello sul fronte lavorativo. Finalmente penso di aver trovato qualcosa di buono davvero. Attraverso gli annunci del mercoledì contatto un centro vendita Nissan. Parlo con un certo Craig David, che si dimostra davvero gentile, e scoperte le mie origini mi dice di avere anche uno zio di Messina. Mi ci vedo per un colloquio Venerdi, mi spiega il lavoro, controllo macchine e pulizia di alcune, nulla di difficile, nulla di particolarmente faticoso, e soprattutto 25 dollari l’ora per 8 ore al giorno da Lunedì a Venerdi, il che costituisce la cifra di 1000 dollari per settimana, assolutamente perfetto. Ancora una volta devo constatare come i datori di lavoro australiani siano davvero onesti e rispettosi, quindi non esito ad accettare potendo cosi felicemente mandare a quel paese i “cari” boss paesani.
Il Sabato sera è un bere con i coinquilini irlandesi, non posso reggere il passo e dopo qualche ora crollo a picco sul divano risvegliandomi in piena notte senza più nessuno accanto.
Ma un mese serve soprattutto a chiarire tanti pensieri confusi, tante speranze attese, tante idee riposte nel cassetto. E’ forse giunto ora il momento di un vero punto della situazione.
Non posso parlare da esperto, conosco certamente la prima città australiana, ma è troppo poco per dire di potersi sbilanciare in considerazioni che riguardino tutto il continente/nazione. Quello che scriverò dunque è il resoconto delle mie impressioni dopo aver vissuto in una sola città, e sono quindi considerazioni parziali e propense (forse) a possibili cambiamenti futuri:
Sydney è l’esempio perfetto di come una società moderna (che nasce infatti alla fine del 1700) abbia saputo sfruttare gli errori del millenario mondo arabo, orientale ed occidentale per generare una nazione in cui si possa vivere davvero bene. Non esistevano strutture storiche qui, ma solo una grande pianura sulla quale far crescere una metropoli davvero vivibile. Tre corsie per le auto anche in pieno centro, zone verdi, costruzione meticolosa ed organizzata, società che tutela il suo cittadino, welfare concreto ed in continuo movimento. Questi sono gli elementi di grande spessore che ho rilevato qui, questo è motivo di grande invidia per chi, come me, non conosce la vita rilassata, ma solo quella della competizione per l’arrivismo a cui siamo soggetti, le continue gomitate per arrivare prima del nostro prossimo, il lusso e la ricchezza come primari valori da sfoggiare e di cui vantarsi. Questi sono solo alcuni dei bei regali che il capitalismo inteso a modo proprio e modificato nel corso del tempo hanno regalato alla nostra attuale generazione.
Ed allora non posso non provare rabbia nel conoscere una società dove si vive bene e con dignità sempre, dove ogni occupazione regala la possibilità di un esistenza senza privazioni, dove la disoccupazione (che qui è prettamente volontaria) è supportata dalla stato con sovvenzioni di reale entità settimanale (parliamo di 300 dollari a settimana, 1200 al mese). Non può un ragazzo non provare invidia nel vedere come qui si sappia cogliere a pieno il gusto della vita, dove tutto scorra lento, nonostante la frenesia della metropoli continui ad incalzare come un treno in corsa. Bella questa vita, bella questa filosofia, bella come la tavola da surf che vedi sotto braccio ad un ragazzino di 8 anni, una tavola che richiama la libertà e lo spirito dell’oceano, alla tranquillità del non dover avere paura per un domani incerto. Eccole le mie invidie, ora capisco chi torna e sogna di vivere qui, ora capisco perché in tanti decidano di prendere quel aereo di sola andata che li porterà a sperare in un reale possibile successo. Tutti possono a Sydney, tutti hanno l’opportunità di farsi valere, tutti, ma proprio tutti. La meritocrazia regna in ogni ambito lavorativo, la capacità paga ottimamente, la forza, la virtù, la voglia e il coraggio sono i valori che contano per venire fuori ed imporsi realmente. Non ci sono lobby qui, non ci sono farmacisti e tassisti che sbraitano perché gli si toccano i loro beneamati diritti, non ci sono avvocati che minacciano scioperi, non ci sono mazzette e tangenti per poter arrivare ad acquisire un business anche in pieno centro, non ci sono notai che sono sempre e soltanto figli di notai a loro volta figli di altri notai, non ci sono tasse inutile per far mangiare tutti questi privilegiati, non ci sono commercialisti dall’albero genealogico simile a quello dei precedenti, non ci sono tante cose ancora…
Ma allora perché dentro di me ancora non sento quella enorme passione che ho riscontrato in tante persone tornate nel nostro “belpaese”?. Non so come spiegarmi una continua propensione alla mia patria, alla mia casa, alla mia caotica città. Forse è questione di tempo, forse la non piena conoscenza della lingua limita la mia voglia di conoscere e fa si che la frustrazione possa montare oltre i livelli creduti. Forse è proprio questo l’elemento che mi fa notare anche qualche limite in quello che sembra il paese dei balocchi. Di certo il primo che ho voluto chiarirmi è stato il perché una società come questa, abbia estremo bisogno di lavoro specializzato estero, perché penda assolutamente dalle labbra di chi parla bene la lingua ed ha in tasca una bella laurea occidentale. Come mai tanti giovani non riescono a sopperire alla richiesta nazionale? Come mai tutti corrono lontano dagli studi non appena completata la scuola dell’obbligo, nonostante una università, neanche a dirlo perfetta, permetta di completarsi professionalmente e lanciarsi in una sicura carriera fatta di ottimi guadagni e vita da ricchi?
Limitati! Eccola la parola che assegno a questo popolo, limitati nelle ambizioni, limitati nelle voglie, limitati nella propensione alla propria ricchezza culturale. Non ne sentono il bisogno qui, non lo sentono perché a 18anni, non appena preso quel inutile pezzo di carta che si chiama diploma, sono pronti a correre a lavoro come camerieri, commessi o baristi, perché sanno che guadagneranno bene, perché non sono interessati ad altro se non al surf, alla birra ed allo sballo del sabato sera. E’ forse la pena che si paga ad essere un isola, enorme certo ma pur sempre un isola. Un isola vuol dire nessun diretto contatto con il mondo esterno, isola vuol dire nessuna competizione con il confinante, isola vuol dire creare un ambiente in cui tutti vivano bene e non aspirino a conoscere nulla che gli sta intorno. Forse è per questo che mentre gli altri madrelingua inglese nel mondo si specializzino in altri idiomi, e non ne abbiano mai abbastanza, gli australiani rimangano nel piccolo del loro inglese fortemente accentato, che loro stessi definiscono un non-inglese. Forse è per questo che incapaci di capire il valore della cultura, perché inesistente storicamente, letterariamente, ed in ogni altro ambito conosciuto, vivono la loro vita alla giornata, felici del poco-tantissimo che hanno; forse è per questo che ancora non ho conosciuto un solo australiano che abbia visitato la vicinissima Melburne, o abbia minimamente viaggiato nel suo paese: “Sydney è il meglio” questo ci si sente rispondere quando gli si chiede come siano le altre località. Hanno copiato e migliorato le due più grandi concezioni di vita al mondo, il capitalismo occidentale e la cultura orientale, hanno creato un crogiuolo di migliorie effettivamente perfette, ma in fondo hanno copiato. Non sono capaci di inventare nulla qui, perché gli manca la base più utile: la mentalità adatta.
Non sanno cosa vuol dire essere circondati da 4000 anni di storia, assuefarsi all’ombra del Colosseo, ammirare la brillantezza di via della Conciliazione, scoprire i canali di Venezia, scrutare il mare azzurro dal Maschio Angioino di Napoli e la lucentezza dei vicoli di Palermo; come non sanno cosa voglia dire aprire un libro è leggere i nomi dei sette re di Roma, Leonardo da Vinci, Galleo Galilei, Raffaello, Barberini, e via a continuare in una lista che soltanto limitata all’ambito italiano non potrebbe essere contenuta nella più grande biblioteca al mondo. Hanno il loro surf qui, e gli basta, hanno l’oceano e le onde più belle al mondo, e gli basta; hanno la certezza di poter non pensare al domani, e gli basta, ma non hanno la coscienza che tutto ciò che di bello posseggono sono stati altri a conquistarlo, con il sangue ed il sudore, con la storia e la guerra, con l’amore e l’intelligenza.
Eccolo il mio primo resoconto, io la penso cosi in questo momento, si può essere d’accordo o no, si può credere o no a quanto ho scritto, ma certamente non mi si può chiedermi di inchinarmi a chi ha copiato la cultura delle mie genti e della mia casa, e ne ha fatto business da commerciare, non mi chiedete di ripudiare casa mia, ora come ora ho bisogno ancora di sentire quella tiepida brezza che dalle mie parti chiamano ponentino.
La settimana appena trascorsa è una settimana di pieno lavoro, allenamento in piscina e alzatacce precedute da precoci riposi serali, in quanto torno a casa verso le 8 e il letto mi canta la ninna nanna mentre sto ancora aspettando che bolla l’acqua in pentola per la linguina. E’ però soprattutto un’altra settimana di conoscenza del posto, della gente, della vita e della cultura locale, altri sette giorni che regalano una migliore coscienza del luogo che vivo.
Il mai cosi atteso fine settimana trascorre tra un Venerdi a bere ettolitri di birra in un locale vicino con il coinquilino ed ormai amico Alexis, ed un Sabato nella disco “Stain ”di Manly, con Rodolfo ed altri amici provenienti un pò da tutto il mondo.
Ecco quello che posso aggiungere a quanto detto fino ad ora:
1- Lavoro
E’ la prima volta che mi incrocio con la macchina lavorativa e burocratica australiana, ed ovviamente ne sono colpito in positivo. Già il colloquio con il mio Boss, un certo Craig Tong, mi aveva mostrato la chiarezza con la quale viene esplicitata la proposta di lavoro, ma il primo giorno riesce a farmi ammirare il sistema locale ancora una volta.
La mattina inizia con un giro di presentazioni personali di tutti, ma proprio tutti gli occupati del posto, con relativa spiegazione della loro funzione interna. Ancora una volta noto quanti giovanissimi lavorino qui, diciannove, vent’anni o poco di più, freschi di diploma e vogliosi di guadagnare. Continuo firmando tre o quattro moduli che mi vengono prima spiegati e letti, in modo da avere la coscienza che tutto sia perfettamente chiaro. Le mie mansioni sono nero su bianco, punto per punto, e tutto ciò che è oltre e soltanto una mia scelta, farlo o non farlo è un favore e non un obbligo verso chi te lo chiede.
Successivamente mi viene consegnato un modulo che diviso per paragrafi parte dalla storia e dalla filosofia dell’azienda per concludere con tutti i diritti/doveri ai quali è soggetto il lavoratore. Mi si prega, vocabolario alla mano di leggere con calma tutte le 30 e passa pagine e soltanto dopo firmare in calce, il tutto ovviamente nella sala staff e pagato come ore di lavoro normali.
Completato l’intero iter posso apporre l’ultima mia firma sul modulo di rispetto di una legge della salvaguardia dal mobbing, approvata in Australia più di 30 anni fa. Sono pienamente tutelato, tutelato nella paga, nelle ferie, nelle malattie, nei soprusi ed in quant’altro, e pensare che in Italia ormai il tempo “indeterminato” che offre questi diritti è ormai una chimera, mentre qui lo si ottiene dopo un colloquio di 20 minuti al massimo.
Come previsto il lavoro è tutt’altro che duro, in perfetto stile australiano, il lavoratore non è mai sotto pressione, le otto ore potrebbero essere in realtà 2 o 3 di reale occupazione, il resto è un chiacchierare, un aspettare ed un prender un caffè, ovviamente lunghissimo e gratis. Sposto macchine da 50 e passa mila euro, ne porto alcune a lavare nell’apposita struttura automatica, cambio targhe, appiccico sticker della Coolcrafford (ossia la mia ditta), sull’usato in vendita. Ho qualche reale imbarazzo nel guidare bestioni con il volante a destra, tenendo la sinistra su strada e con il cambio rigorosamente automatico, non sia mai che il guidatore si stressi creando situazione in stile italiano, per la serie “tutto clacson e parolacce”.
Per concludere vengo ufficialmente invitato al party di Natale, in data 1 Dicembre prossimo venturo, in un locale completamente affittato dalla ditta e dove a sentir parlare i veterani scorreranno alcol e cibarie come sul letto di un imperatore romano. Si raccomanda vivamente di partecipare nella lettere di accompagno all’invito, il tutto per mantenere lo stile di cordialità interna che la ditta vuole tra i suoi dipendenti.
2- Salario/tasse:
E’ una stangata vedere il saldo del mio primo stipendio, si già il primo in quanto qui il giorno di paga è il mercoledì di ogni settimana, e quindi ho diritto ai miei primi due giorni direttamente accreditati su conto corrente e decurtati dei “bisogni statali”. I 15 dollari l’ora, che mi avrebbero regalato un accumulo bancario davvero sicuro sono in realtà al lordo delle tasse, che facendo due rapidi conti sono quasi il 30% del complessivo. Saltando inutili e boriosi calcoli matematici ne deriva che percepisco al netto 450 dollari per settimana, con la certezza che il prossimo Luglio, mese per eccellenza della dichiarazione delle tasse versate, potrò rientrare di circa il 20% del complessivo, il problema è che io il prossimo Luglio non credo proprio che sarò qui.
Devo immediatamente rivedere calcoli e progetti, speranze di fine settimana e tranquillità economica. Attenzione con questa cifra posso vivere davvero bene senza alcun problema e senza mancanze, ma con un risparmio quasi nullo.
3- Progetti
Come già detto devo modificare i miei progetti, la Domenica pomeriggio la dedico al lonely planet, scrivo numeri, date e cifre, ed ora so quello che devo fare. Due settimane ancora di lavoro, ossia fino al 30 Novembre, e poi fino alla data di rientro natalizio sarà un perdersi tra Cairns, Darwin, Perth e Melburne cosi da gettare l’occhio sulle quattro coste australiane.
4- Altro
Non sono certo il tipo che si lascia commuovere dal periodo natalizio, per me un enorme business che vale poco, se non per i più piccoli, e che per me rimane importante ma soltanto in relazione al sentimento verso la famiglia, ai bellissimi ricordi passati, alle attese “riunioni” a base di tanto mangiare, nonché ovviamente alle lunghissime nottate tra un sette e mezzo ed un pezzo di torrone.
Qui però vedere addobbi in un clima agostano è davvero la goccia che fa traboccare il vaso, è come una pelliccia il 5 di Luglio, quanto meno incredibile. Certo loro saranno abituati a questa atmosfera e probabilmente gi sembrerebbe insolito il contrario, nonostante le migliaia di rappresentazioni televisive, cinematografiche, letterarie e quant’altro su questo tema gli possano aver creato un idea dell’evento nella patria di Babbo Natale. Non riesco proprio a farmi coinvolgere da un enorme abete all’ingresso di un grande shopping center, quando indosso un costume da bagno ed ho ancora la sabbia incollata alle gambe. Stranezze dell’altro emisfero certo, eppure non ho resistito ad acquistare un bel panettone Motta, in attesa di quella tavola con il colore rosso dominate che mi attende tra