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Erano le 8 di mattina, io e Antonio ci eravamo svegliati da un’ora. Non ci saremo mai potuti aspettare che quella mattina avremmo fatto uno degli incontri più intensi della nostra vita. Quella notte avevamo dormito nella roadhouse di Wauchope, una stazione di servizio della Stuart Highway nel deserto australiano. Lungo le - poco battute - Highway dell’outback, i lunghi serpentoni d’asfalto che tagliano il bush, le roadhouse sono le uniche oasi dove è possibile trovare forme di vita umana, oltre che benzina e viveri, e spesso la striscia di nulla che separa due di loro supera i 100 km. Dormimmo in una “camera doppia con bagno”, se così si può chiamare un piccolo prefabbricato nel vuoto del deserto posizionato vicino ad una decina di suoi simili.
Dopo esserci fatti una doccia in compagnia di una mezza dozzina di piccole rane (animali tipici dei bagni delle roadhouse australiane) che salivano dai tubi dell’acqua, ci spostammo verso il bar. Al bancone c’era Kristine, una trentina d’anni, tedesca d’origine. Da più di 5 anni lavora in questa roadhouse. Il giorno che partì per l’Australia decise di tagliare i ponti con la quotidiana vita occidentale di città. Dopo qualche mese di vagabondaggio si stabilì qui e da quel giorno, ogni mattina, si sveglia alle 6 per servire la colazione agli occasionali clienti: turisti o guidatori di roadtrain, gli australiani “treni dell’asfalto”, autocarri che possono arrivare fino a 70 metri di lunghezza.
Dopo aver fatto colazione parlando con Kristine, uscimmo fuori dalla roadhouse per rimetterci in marcia verso nord, direzione Darwin. Mancavano ancora più di 1.100 km. Con un ritmo di marcia costante avremmo potuto raggiungere la nostra meta nel giro di un paio di giorni.
Mentre salivamo sulla nostra Toyota Land Cruiser, che ci aveva già accompagnato da Darwin a Uluru/Ayer’s Rock fino a Wauchope, sfrecciò sull’Highway, ad una decina di metri da dove ci trovavamo noi, uno strano oggetto a quattro ruote, basso, piatto, dal telaio rettangolare e con una cupoletta al centro della carrozzeria. Io e Antonio ci guardammo senza capire cosa fosse.
«Sono le macchine della Panasonic World Solar Challenge» - ci urlò un uomo bassino con due folti baffi bianchi che stava seduto con i suoi due border collies sotto il porticato del bar. Si chiamava Paddy, ed era il tutto-fare della roadhouse. «Ogni anno in questo periodo, a fine settembre,» - continuò Paddy senza che gli avessimo fatto domande - «organizzano questa gara fra macchine sperimentali che per muoversi sfruttano l’energia solare. Partono da Darwin e arrivano ad Adelaide. Percorrono tutta la Stuart. 2.999 chilometri ad una media di 90 km/h.»
Ci avvicinammo a lui per chiedere qualche informazione in più su questa strana corsa di macchine fantascientifiche. Quando ci trovammo ad un metro da lui i due cani si alzarono e ci vennero ad annusare a turno.
Come prima, senza che gli chiedessimo nulla, Paddy disse: «Si chiamano Tod e Rover. Non fanno nulla.» E mentre accarezzavamo i cani aggiunse: «Comunque, se vi siete sorpresi per le macchine solari, rimarrete scioccati appena vedrete quello che vi aspetta in mezzo alla strada per Tennant Creek.»
Incuriositi, io e Antonio lasciammo stare i cani e voltammo i nostri sguardi di nuovo verso Paddy. «Scusa,» - disse Antonio - «che cosa intendi esattamente quando dici che rimarremo scioccati? Ti riferisci alle Devils Marbles?» Le Devils Marbles, “le palle dei diavoli”, sono una delle più singolari attrazioni naturali del Northern Territory. Una volta unico blocco di granito, eroso da acqua e vento, nei millenni si è frantumato lasciando nel bel mezzo del solito piatto ocra e rosso migliaia di massi quasi sferici alcuni di loro all’in piedi in un equilibrio quasi impossibile. È considerato uno dei più antichi siti religiosi al mondo. Le guide dicono che i massi rappresentino le uova del Serpente Arcobaleno, ma per i Warumungu, l’etnia aborigena locale, sono resti di una cintura di capelli tessuta dagli antichi esseri ancestrali durante il "walkabout" da cui è scaturita la creazione del mondo.
«No, non parlo di loro. Le Marbles non sono più una cosa che scioccano, stanno lì da troppo tempo. Parlo di una cosa che si muove. Ma non voglio dirvi nient’altro, non voglio rovinarvi la sorpresa.»
«Tod! Rover! Andiamo!» - Paddy chiamò i cani che nel frattempo si erano messi a giocare. «È stato un piacere conoscervi» - aggiunse e, voltandoci le spalle, si infilò in silenzio all’interno del magazzino che si trovava accanto al porticato del bar.
Io e Antonio ci guardammo in faccia. «Chissà che voleva dire» - ci domandammo mentre entravamo in macchina.
È spuntato dal nulla dell’orizzonte come ogni cosa qui nel deserto australiano. Anche lui stava percorrendo la Stuart Highway verso nord. Erano le 9 di mattina e avevamo percorso appena una decina di chilometri dalla roadhouse. Dall’inconsueta velocità con cui ci avvicinavamo all’oggetto in questione capimmo subito che non si trattava della solita macchina, né del solito roadtrain.
Tra le rifrazioni del calore dell’asfalto adesso era possibile scorgere che gli esseri che stavano camminando erano tre, uno più piccolo alla sinistra della strada e, alla sua destra, due giganti. Sembrava proprio una coppia di titani col bambino: padre, madre e figlio sul lato riparato della strada. Ci fu chiaro cosa erano questi esseri solo quando ci trovammo a pochissime centinaia di metri da loro. Lo stupore fu totale. Un piccolo uomo camminava in mezzo al deserto australiano con due cammelli che trascinavano un furgoncino svuotato da ogni cosa: nessun sedile, niente tappezzeria, non c’erano neanche il volante e i pedali. Non ci pensammo un attimo; parcheggiamo la macchina di lato alla strada, lì dove l’asfalto si confonde con la terra rossa dell’outback, e li seguimmo a piedi.
Si chiama Klaus è di origine tedesca e ha 60 anni. Ha cominciato a viaggiare per l’Australia, a piedi, quando di anni ne aveva 55. Willy e Snowy, i cammelli, i suoi compagni di viaggio, ne hanno rispettivamente 9 e 8. Erano selvaggi. Klaus li ha trovati così, per caso, il giorno dopo che decise di licenziarsi dal suo lavoro perché stufo di avere qualcuno che gli dicesse cosa fare.
Klaus ci confessa che l’unica cosa che gli piace fare è “andare” nella forma più naturale e pura del suo significato. Il suo viaggio - se così si può chiamare - non ha scopo. Meta indefinita. Unico obbiettivo: muoversi.
Mentre camminavamo con lui lo osservai in silenzio e pensai al suo stile di vita, il nomadismo. Migliaia di anni fa tutti noi eravamo così. Si andava solo per andare.
D’un tratto il mio mondo mi stava stretto. Guardai al mio passato e vidi solo rovine.
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