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SHANGHAI LA CITTA’ DEL DRAGO BLU
DI Uberto Tommasi
4.000 GRATTACIELI, 100.000 TASSISTI, STRADE AD OTTO CORSIE, SOSTITUISCONO LA MISTERIOSA CITTA’ DEL DRAGO BLU, QUELLA DELLE SALE DA GIOCO, DELLE FUMERIE DI OPPIO, DELLE SING SONG GIRLS E DEI GANGSTER. FASCINO E MISTERI DEI MERCATINI DI SHANGHAI
Ancora intontiti, per le differenze di fuso orario e per le 11 ore di viaggio passate sugli spartani sedili di un 747 della Lufthansa, ci inoltriamo nell’immensa struttura dell’aeroporto di Shanghai.
Tutto: controllo passaporti, ritrovamento delle valige, operazioni doganali e recupero di un taxi, avvengono all’insegna dell’efficienza e della prestezza, tant’è vero che, in pochi minuti, ci ritroviamo a viaggiare sopra un taxi in direzione della città. Il tempo necessario a percorrere la strada, rigorosamente a sei corsie, più due per le biciclette, lunga circa 40 chilometri, lo passiamo osservando la distesa ininterrotta di capannoni, nuovi e di elegante costruzione (un paradiso per i designer).
Arrivati al Renaissance Hotel, una costruzione ricca di arredi, fra i quali troneggia un’imponente fontana ed eseguite le pratiche di rito, chiediamo ad un taxi di portarci al mercato delle pulci, che si trova in una zona vecchia della città, posizionata fra le vie Dongtai Lu, Liuhekou Lu e Zizhong Lu, pieno di cianfrusaglie ma anche di negozi di rigattieri ed antiquari. Sfilando nella foresta dei 4.000 grattacieli della metropoli ci mettiamo poco ad accorgerci della sparizione della misteriosa città del “Drago Blu”, quella delle sale da gioco, delle fumerie di oppio, delle sing-song girls e dei gangster. Dei famosi anni trenta del secolo scorso, non restano che, separate dalla città pulsante, le quinte di una sontuosa scenografia ormai disertata dagli attori, facciate gloriose sul Bund, lungo il fiume Huangpu, dimore affascinanti nell’ex Concessione francese e mercatini arroccati in vecchi vicoli, per la gioia dei turisti.
Nulla resta dei 350.000 stranieri che popolavano le Concessioni, contribuendo a creare quella febbrile giungla umana, che costituiva un vero paradiso per gli avventurieri, l’Eldorado degli affaristi, i giocatori sfrenati, i cercatori di fortuna e di piacere. Si lavorava di giorno, ci si divertiva la notte. Nelle sale da gioco e nei casinò andavano perdute intere fortune. Nei bar una sfilza di ragazze cinesi, pettinate alla maschietta, e vestite all’ultima moda parigina. aspettavano sedute in fila, l’arrivo dei marinai. Quanto ai bordelli ve n’erano 670. Le fumerie di oppio erano anche più numerose. La droga veniva consegnata a domicilio come oggi le pizze. Una Babilonia corrosiva dove sembrava che il mondo intero si fosse dato appuntamento per non dormire mai. Si potevano incontrare misteriosi agenti del Comintern, nababbi ebrei, aristocratici russi in rovina, contesse decadute, spie giapponesi, giocatori filippini, ragazze di piacere, truffatori geniali, pericolosi gangster. I regolamenti di conti erano così frequenti che, all’alba, i raccoglitori di cadaveri, per due dollari si portavano via i corpi delle sventurate vittime in punta di forcone. I cinesi per la maggior parte erano tenuti alla larga dai quartieri occidentali e sulla passeggiata del Bund si potevano leggere cartelli con sopra scritto: “Vietato ai cani ed ai cinesi”, mentre altre scritte si contrapponevano: “ La Cina ai cinesi, gli stranieri che vadano a farsi ammazzare altrove”, facendo percepire quello che sarebbe accaduto con l’avvento del comunismo.
In questa Shanghai cosmopolita e inquietante, Hergè trovò l’ispirazione per il suo Drago Blu, un album pubblicato nel 1934, in bianco e nero, in cui si raccontavano le vicissitudini di un giovane reporter nella città.
Quando arriviamo al mercato piove ed i commercianti stanno tentando di coprire, poco convinti, gli oggetti esposti. Le rade gocce d’acqua colpiscono irrispettose basamenti in pietra, porcellane, panieri in legno laccato, flaconcini di vetro, busti trionfanti di Mao Zedong, libretti rossi, maliziose scatolette erotiche, gabbiette per grilli in rame laccato, piccole sculture di lapis e giade, donando loro luci, ombre, colori e profondità.
Acquistiamo, in vari punti del mercato, vecchie monete d’argento, pesos messicani, dollari, ed antichi coni cinesi in bronzo, con un foro quadrato in mezzo ed altri a forma di scimitarre o figure umane stilizzate. Ci fermiamo a contrattare con i negozianti che si divertono a chiederci da dove veniamo. Una ragazza cinese, che lavora in un negozio di antiquariato, ci spiega di essersi laureata in lingue all’università di Pechino ed in modo simpatico asserisce essere falso che, come raccontava un uomo politico italiano, i cinesi mangino i bambini bolliti, ma solo fritti.
Sorridiamo imbarazzati alla simpatica battuta e proseguiamo nella scoperta del luogo. Poi ci accorgiamo che un piccolo cinese, vestito modestamente, ci accompagna ammiccando e facendoci cenno di seguirlo. Noi, influenzati dallo stile orientale, sorridiamo a nostra volta, e proseguiamo. Dopo una mezz’ora, accortici che il paziente personaggio è ancora al nostro seguito, ci arrendiamo a tanta costanza e cortesia ed accettiamo l’invito. La nostra improvvisata guida accelera un po’ il passo e ci conduce in un vicolo laterale dove ci indica una porticina verde. Si sa che la curiosità ne uccide più della guerra, ma accettiamo di seguirlo. Dietro la piccola porta vi è uno stretto vicolo, un vero impiccatoio. Ancora una volta quello che, in attesa di fonti migliori, abbiamo soprannominato Cin Cen, ci indica una porta, sempre piccola ma questa volta blu, come può esserlo solo una porta cinese in un vicolo inquietante della città del Drago Blu. E così ci inoltriamo in un altro antro illuminato a malapena da un’alta finestrella e stiamo cercando di abituare gli occhi all’oscurità, quando sentiamo la porta dietro di noi chiudersi ed improvvisamente comparire dalla penombra due personaggi, anche loro bassi di statura e dimessi nel vestire. L’inusuale comportamento ci mette sulla difensiva tanto da farci porre, sempre sorridendo, le spalle al muro, in attesa di chissà quale attacco. Ed invece no! Anche questi ci riempiono di gentilezze invitandoci a sedere. Per il momento rifiutiamo il microscopico sgabellino, unico nella stanza, e stiamo a vedere le loro mercanzie. Gli oggetti che ci propongono sono i più belli che abbiamo visto in Cina. Alcune porcellane finissime, che i nostri ospiti pongono contro la luce proveniente dalla finestrella, rivelano disegni raffinati degni di figurare in qualche museo. Facciamo capire di non essere interessati ad oggetti voluminosi ed i tre pseudo elfi aprono dei cassetti pieni di giade. Solo allora accettiamo di sederci toccando le pietre preziose, che risultano fredde al tatto, verdi ma non troppo, traslucide, proprio come devono essere.
Ed è allora che sfoderiamo il nostro limitato vocabolario cinese con un duoshao quian (quanto costa). I tre commercianti esplodono in una risata e subito esibiscono i prezzi utilizzando una calcolatrice. A nostra volta rispondiamo con un tai gui lé (costa troppo) e così si rompe il ghiaccio. Acquistiamo, ad un terzo dell’offerta, tre pezzi delle pietre verdi sulle quali sono scolpiti giaguari ed altre forme meno chiare. La vista dei soldi galvanizza i nostri interlocutori che ci offrono un grosso bicchiere di pura acqua bollente, che ci disgusta e che loro invece sorbiscono rumorosamente. In fine uno di loro, che scopriamo chiamarsi Su Hao Yong, mostrando una sfera in pietra opaca di circa 20 centimetri di diametro, profferisce la parola archaeologycal e la pone davanti alla solita finestrella. Quindi la abbassa nella penombra. La sfera, con nostro stupore, porta con se una macchia di luce, che illumina l’angolino. La stessa operazione la fa con l’esausta lampadina che dovrebbe illuminare il bugigattolo, ed una luce, questa volta verdastra, appare sulla magica sfera. In quel momento capiamo come probabilmente dovevano finire invischiati, ed ammaliati, i viaggiatori occidentali del secolo scorso e premendoci gli occhiali sul naso, per essere sicuri di vedere bene, scegliamo di tacere e guardare piuttosto, in silenzio, le strane cose di cui abbiamo visto solo l’inizio.
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