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VIAGGIO IN DANIMARCA
di Pietro Tartamella
* 22 giorni
* dal 14 agosto al 4 settembre 2002
* Kilometri totali 5.350
* 2.750 kilometri in Danimarca
* autocaravan
Tre, cinque, trentasette, trentasette, quaranta, cinquantaquattro, cinquantaquattro, ottantuno. Non sono numeri del lotto, anche se, volendo, qualcuno potrebbe giocarli su due ruote per scaramanzia così non si sa mai. Sono gli anni dei componenti l'equipaggio di questo viaggio in Danimarca. Tre anni Sahiela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere. Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.
Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa.
Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.
Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).
A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno mille dopo Cristo. Centinaia di pietre disposte in cerchio, a triangolo, a forma di barca, a definire lo spazio entro cui deporre i morti su pire di fuoco. Nel museo attiguo abbiamo trovato questo libretto di detti vichinghi tradotto in lingua italiana da Paolo Maria Turchi per le edizioni Gudrun. È una piccola raccolta di saggezza popolare tratta dall' Hàvamàl il più popolare dei poemi eddaici. Hàvamàl significa letteralmente "Le parole dell'Eccelso". L'Eccelso non è altri che Odino, il più potente dio dell'olimpo pagano nordico simile al nostro Giove romano o allo Zeus dei greci antichi. Sarebbe dunque stato Odino in persona a dare agli uomini queste perle di saggezza, affinché potessero vivere meglio e nel giusto. Il poema dell Hàvamàl ha per i nordici lo stesso valore che l'antico libro cinese del Tao può avere per gli orientali. Dà consigli su come trattare gli ospiti, l'amicizia, il potere, il viaggio, la felicità, la prodigalità, il buon senso, la gentilezza, e molto, molto altro ancora. È scritto in un metro antico chiamato Ljóðahàttur (metro poetico). Una stanza del poema è composta da 6 versi divisi in due terzine. I due primi versi di ogni terzina contengono una allitterazione (successione di parole che cominciano o terminano con la stessa lettera o sillaba, es. casa/cane, venuto/sentito), o un' assonanza (rima imperfetta ottenuta con la ripetizione solo delle vocali a partitre dalla vocale accentata sino alla fine della parola es. càso/càro, rósso/rótto). Nel terzo verso vi è una nuova allitterazione, o un'assonanza. La terzina successiva ripete lo stesso schema con una allitterazione nei primi due versi e una nuova allitterazione nel sesto verso. Tutte le parole dell'antico norvegese sono accentate sulla prima sillaba, ed è questa sillaba accentata a produrre l'allitterazione o l'assonanza. Nella lingua italiana, avendo sillabe accentate dislocate in punti diversi della parola, è possibile la rima. Nell'antica poesia norrena la rima era sconosciuta. Non si ha certezza dell'esatta provenienza geografica dell' Hàvamàl. Gli studiosi propendono per Norvegia o Islanda, altri per le Isole Britanniche. Si pensa sia stato composto nel periodo che va dal 700 al 900 dopo Cristo, o poco dopo. Lo spirito del poema è fortemente influenzato dalla cultura e dalla mentalità dell'era vichinga del periodo 800/1000 dopo Cristo.
Un'esempio dunque di versi Ljóðahàttur che mi invento così su due piedi per darne all'incirca un'idea potrebbe essere il seguente:
1) Nella stanza (1 e 2 verso allitterazione)
2 nera di fumo
3) cuoce da cinque ore (assonanza)
4) selvaggina di bosco (4 e 5 verso allitterazione)
5) sepolta da aromi.
6) Bicchieri pieni di birra in tavola. (nuova allitterazione)
Pur non avendolo ancora, questo libro di detti vichinghi già ci accompagna nel viaggio.
Chiusa la casa. Dato da bere alle piante e ai fiori con la pompa. Raccolto frutta e verdure dall'orto. Preparato le scatolette di cibo che Maria, la nostra vicina, gentilmente provvederà a razionare tra i gatti che bazzicano nel nostro cortile. Riempito il serbatoio d'acqua del camper. Scritto su un foglio i punti di riferimento del viaggio: Como - Lugano -Bellinzona - Lucerna - Basilea - Karlsruhe - Francoforte - Kassel - Hannover - Amburgo -stazione ferroviaria di Kiel dove alle ore 12.00 del giorno 17 abbiamo appuntamento con Reno che parte da Rimini.
Sono le ore 23.30 di mercoledì 14 agosto. Si parte finalmente.
La prima tappa è l'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti sull'autostrada Torino-Piacenza, a soli 45 chilometri. Ci fermiamo a dormire. E anche a ridere un po' per questa prima sosta così vicino casa. Ma siamo molto stanchi, è tardi, non me la sento di guidare. Però, comunque, ormai, siamo partiti.
Alle ore 2.45 la polizia ci bussa in pieno sonno. Ci consiglia che sarebbe meglio se ci mettessimo più vicino al bar, sotto la luce, per via dei ladri che spesso visitano l' autogrill durante la notte. Ormai siamo svegli. Ci spostiamo. Anche un altro camper che sostava vicino a noi fa manovra verso la luce. Anna ha le braccia e le cosce doloranti per via dei lividi che si è fatta il giorno prima cadendo da una scaletta mentre stendeva la biancheria nel retro della casa. Ho teso io stesso i fili da un palo all'altro della tettoia. Ma troppo alti per lei. Persino in camper, per poter aprire gli sportellini del mobilio, accedere alla dispensa, ai piatti, all'oblò, Anna ha bisogno di un rialzo imbarazzante. Insomma, è così bassa che quando piove è sempre l'ultima a saperlo.
Finalmente riusciamo ad addormentarci. Ormai siamo entrati nell'alba di ferragosto. L'autostrada non è trafficata, i rumori delle auto che sfrecciano sono radi e lontani. Distesi sul letto della mansarda, stretta e bassa da sentirsi soffocare quando fa troppo caldo, ascoltiamo il silenzio della notte. Lo sguardo si posa su tutti gli angoli e gli spazi interni di questa piccola casa viaggiante. Un ultimo pensiero rivolto al viaggio, ai pericoli, alla prudenza, un pensiero rivolto alle figlie, uno agli amici, uno al lavoro, un pensiero alle rate del camper, uno all'Hàvamàl vichingo.
Ben pulito e sazio
si rechi l'uomo in visita
benché l'abito non sia elegante.
Ma delle scarpe e delle brache
nessuno si vergogni,
e neppure del cavallo
anche se non buono.
Ascoltando l'eco lontana di questi versi ci viene nostalgia del nostro vecchio furgone Iveco fenestrato che avevamo attrezzato per poterci dormire e viaggiare lontano. Ci ha fatto compagnia per migliaia e migliaia di chilometri, in giro per l'Italia a lavorare, e per diporto. Ora giace derelitto tra gli ammassi dello sfasciacarrozze aspettando di essere demolito. L'avrei tenuto ancora se il bollo e l'assicurazione non fossero costati così cari. Anche se la carrozzeria era una ruggine sola, anche se l'acqua filtrava persino dai vetri chiusi e dal parabrezza e dagli sportelli, anche se il predellino non c'era più e la marmitta era saldata e i buchi sotto si erano fatti ormai grandi e neri come tunnel e le tendine azzurre scucite qui e là. Ma il motore! Per il motore l'avrei tenuto ancora, e per tutte le cose che avevamo visto e fatto insieme.
Come dicono i versi citati dell'Hàvamàl davvero non ci siamo mai vergognati di un simile cavallo sgangherato. Un desiderio inconfessato mi diceva che il camper nuovo era troppo nuovo e bianco per noi. Per sentirlo nostro doveva essere vissuto.
LAGHI E TUNNELL
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera. Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion. Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi. Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
FERROCALVARI
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica. Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.
Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.
Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia. Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno. È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.
Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel. Questa breve sortita dall'autostrada per visitare un paesino tedesco è l'unica sortita che abbiamo fatto.
Anna avrebbe voluto uscire più spesso dall'autostrada per visitare alcuni paesi. Io in verità avevo voglia di sperimentare e vivere con calma il camper per conoscerlo nei dettagli.
In fondo era il nostro primo viaggio in camper. Provare la doccia, come si trova un posto per scaricare la vaschetta Thetford, liberarsi delle acque grigie, le biciclette, la cucina, il frigo, le bombole del gas, aprirle, chiuderle, il boiler, e tutto il resto. Volevo sentirmi in vacanza. Leggere nelle pause qualche pagina di un libro, qualche racconto, sfogliare il dizionarietto danese e la guida. Ma sapendo che Reno ci avrebbe raggiunto fra tre giorni, chissà, inconsapevolmente, l'andare piano era forse come un aspettarlo.
Sono le ore 22.00, squilla il telefonino.
È proprio Reno appena entrato in Svizzera. Ha una ruota ovalizzata e il camper sbanda.
È costretto a fermarsi in autogrill. Tenterà domani, con la luce del giorno, di cambiarla.
Sullo sfondo le voci di Yuma e Sahiela.
Credo che la mia poca voglia di uscire dall'autostrada derivi anche dal fatto che ogni volta che faccio un viaggio dimentico, dopo qualche mese, ogni nome di paese o piazza o evento che ho visto. Spesso confondo i luoghi addirittura. Così tanto che a volte mi chiedo a cosa mi serve viaggiare se un campanile che ricordo di aver visto in Svizzera era in realtà ad Amsterdam e se un albero maestoso visto in un giardino di Copenaghen era in realtà un albero incontrato a Ginevra. Quindi in realtà nel viaggio di andata non volevo uscire dall'autostrada per non rischiare di accavallare immagini e ricordi della Germania che avrebbero finito col confondermi. Volevo ricordare quell'anno come l'anno del viaggio in Danimarca. Senza equivoci, fin dove era possibile. Squilla di nuovo il telefonino. Sono le ore 24.00. È ancora Reno. Ha cambiato la ruota ovalizzata senza aspettare il giorno, e si è rimesso in marcia.
Sullo sfondo il silenzio dei bambini che dormono.
IL PRIMO SILENZIO
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.
Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale. Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro. Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.
Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare. Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali. Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paese è indicato con un cartello rettangolare su cui sono stampate in nero i profili e le sagome di cinque case stilizzate, compreso un campanile. Lo stesso cartello, sbarrato in diagonale da una striscia rossa, indica che il paese è finito.
Entriamo a Sønderborg. Sono le ore 20.00. Il nostro primo impatto è con il silenzio.
Un silenzio assoluto regna nei paesi danesi, anche in quelli abbastanza grandi. Il centro storico di Sønderborg è deserto. Tutti i negozi chiusi. Pochissima gente per strada. Un impressionante silenzio. Tanto che scendendo dal camper il piccolo toc metallico della chiusura degli sportelli ci sembra un grande rumore. Ci sorprendiamo a parlare a bassa voce, a camminare con passo felpato per non violare la quiete assoluta di quelle vie deserte.
Le pareti delle case rimandano di ogni suono o voce una breve eco. Pochissime auto. Le piazzuole delle aree di sosta quasi tutte libere. Libere nel senso di non a pagamento e libere nel senso di vuote. Due ragazze bionde con seni grandi attraversano a braccetto la piazza ridendo. Le loro risate squillanti sembrano propagarsi per tutto il paese. Sono questi silenzi e questa pace dei paesi la cosa che più ci ha colpito della Danimarca. All'inizio sembrandoci assurdo esagerato noia. Ma dopo soli venti giorni abbiamo assimilato e capito quel ritmo, quella quiete. I negozi al mattino aprono verso le 10. Fanno orario continuato sino alle ore 17.00. Chiuse le serrande la gente sparisce dalle strade e cala un silenzio da coprifuoco. Se arrivi la sera in un posto ti chiedi sé è abitato. Sembra che non ci sia nessuno e ti chiedi dov'è finita la gente, cosa fa, se è chiusa in casa a guardare la televisione, se è in qualche ritrovo di cui non sei a conoscenza. I danesi sono gentilissimi, rispondono ad ogni richiesta di informazione. Nessuno tenta di passarti davanti nelle piccole code alle casse dei supermercati. Se ad un incrocio sei indeciso nessuno ti suona il clacson, nessuno ti soprassa infastidito. Sono guidatori eccellenti e rispettosi dei limiti di velocità. I ciclisti e i pedoni sono tenuti in grande considerazione e a loro gli automobilisti riservano ogni precedenza agli incroci. Non abbiamo mai assistito a litigi, a gesti di aggressività, di insofferenza, di astio, di fretta, anche nelle feste, dove abbondano le bevute di birra e tutti finiscono col camminare barcollando. Dopo una settimana di lavoro i danesi si concedono al venerdi e al sabato sera il diritto di perdere un po' il controllo con bevute di buona birra. C'è una sorta di inconfessata benevolenza nei confronti degli occhi lucidi di birra e di coloro che camminano leggermente andati. Come se fosse socialmente riconosciuto e accettato. Se i negozianti aprono le loro botteghe alle dieci del mattino ciò significa che hanno tempo per occuparsi dei figli, accompagnarli a scuola, stare con loro. Dopo la chiusura dei negozi alle cinque del pomeriggio hanno altro tempo, per leggere, per passeggiare, per riflettere, per riverniciare le finestre di casa. Quando siamo rientrati in Italia, ritrovando gli infiniti rumori delle auto, le voci sregolate, le chiacchiere a voce alta, l'arroganza degli automobilisti, i sorpassi a tradimento, i venditori asillanti e i mille altri suoni ultra decibellati compresi i cinguettii acuti e snervanti degli uccellini di plastica, oggi di moda in Italia, poggiati su piccoli fintitronchi in bella, plurima, petulante mostra sui banconi degli autogrill, siamo rimasti letteralmente storditi. Intensa allora più volte è affiorata la nostalgia della Danimarca.
Sono ormai le 21.30. Serpeggia un po' di appetito. Ma dobbiamo anche trovare un posto buono per dormire. Sulla guida che abbiamo con noi leggiamo che in Danimarca è vietato fermarsi a dormire col camper nelle vie o nei parcheggi. Occorre andare nei parcheggi appositi o nei campeggi. Siamo indecisi sul da farsi. Perdiamo quasi un paio di ore a cercare un campeggio per sentire i prezzi. Ne troviamo uno dopo esserci perduti in stradine secondarie, ma all'accoglienza non c'è nessuno ed è già chiuso. Ormai si è fatto buio. L'appetito si sta trasformando in nervosismo e fame. Concludiamo che per quella notte è meglio ritornare in autostrada e dormire in autogrill. Riattraversiamo l'alto ponte sull' Als Sund, superiamo il piccolo paesino di Kruså, e ci immettiamo di nuovo nell'autostrada E45 in direzione Nord, verso Kolding, per fermarci a dormire al primo autogrill.
Lo incontriamo dopo una quarantina di chilometri. Ci sono solo un camper, una macchina con roulotte, un camion. Il parcheggio è poco illuminato. Ci infiliamo tra il camper e la roulotte. È mezzanotte. Mangiamo un boccone, e siamo già addormentati.
Sono le 2.30 di notte, quando Anna, che ha il sonno leggero, mi sveglia scuotendomi:
"C'è qualcuno, ho sentitio un rumore" sussurra.
Tendo l'orecchio assonnato. Sì, c'è proprio qualcuno che armeggia alla portiera. Dal finestrino della mansarda posso vedere fuori. Mi avvicino di più appiccicandovi il naso. Lascio sempre qualche spiraglio che consenta la vista fuori quando mi fermo a dormire. Non mi piace chiudermi completamente senza poter vedere cosa succede fuori. C'è un uomo. Un giovanotto sui trentanni. Nel buio riesco a distinguere una camicia quadrettata, capelli corti, carnagione scura. Sta lavorando con alcuni attrezzi alla serratura della portiera. Non ha i caratteri somatici del danese. Non mi ha visto. Restiamo in apnea pensando al da farsi. Schiaccio infine il pulsantino rosso dell'antifurto. Le luci del camper lampeggiano tre volte. È sufficiente per disorientare il ladro che si dà alla fuga dileguandosi nei campi. Accendiamo le luci. Usciamo a vedere. La serratura della portiera era già aperta! Ci chiediamo perché il ladro si sia messo a lavorare a quella portiera, proprio sotto il finestrino della mansarda i cui scuri non avevo abbassato. Probabilmente perché da quel lato, parcheggiando vicino alla macchina con roulotte, si era formato un corridoio molto stretto che poteva meglio nasconderlo alla vista di un eventuale passante. Un furto già subito in Toscana e un tentativo di furto sventato per un pelo, proprio la prima notte del nostro arrivo in Danimarca! Fatalità o sventura? L'idea di un ladro e dei pericoli che si possono incontrare viaggiando ci mette un po' di ansia. Non riusciamo più a dormire. Sposto il camper in un'altra zona dell'autogrill, proprio sotto un lampione, in una posizione forse non troppo ortodossa. Ma più sicura. Da quel giorno abbiamo preso l'abitudine di tendere, quando ci fermiamo a dormire, una cinghia fra le due maniglie delle portiere. E di metterci sempre là dove c'è più luce. Leggiucchiamo qualcosa per calmarci e riprendere sonno. Solo verso l'alba riusciamo ad assopirci. Con in testa l'eco lontana di alcuni versi dell'Hàvamàl:
Le tue armi
non dimenticare
quando esci di casa.
Difficile è sapere
quando nel cammino
avrai bisogno di usarle.
IL CASTELLO IN FONDO ALLA VIA
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.
Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta! Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".
Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Sahiela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.
È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'è nessuna traccia del castello. Da un parco proviene la musica di un concerto all'aperto. Forse c'è una festa. Lasciamo i camper in quel grande campo assolato e ci dirigiamo verso il luogo da dove proviene la musica. Le stoppie pungono le caviglie. Strada facendo chiediamo ad un passante dov'è il castello please where is the castle?
È laggiù, in fondo alla via. Arriviamo in fondo alla via. Del castello nessuna traccia. Esploriamo i dintorni. Niente castello. Consulto il dizionarietto. In danese castello si dice Slot. Entro in un bar e chiedo Slot, where… is… Slot. Il barista non mi capisce, alza le spalle dispiaciuto. Chiedo a una signora please the Slot. Niente da fare. Anche la terza persona, e la quarta, non mi capiscono. Per un attimo si affaccia alla mia mente un veloce pensiero: forse i danesi sono un po' tonti? Solo l'ennesimo interpellato riesce a capirmi: laggiù - risponde - in fondo alla via. Finalmente è tutto chiaro. Scopro che il suono dolce della "S" come nell'italiano "rosa" non esiste in danese. La S ha sempre suono sordo come in "sole", "sedia". Pronunciavo dunque la parola Slot come nell'inglese "slot machine", con la esse dolce. Avrei dovuto dirla con la esse sorda. La pronuncia esatta diventa allora Silot. Bastava questa piccola differenza di suono per non essere capito. Ma non conoscendo assolutamente il suono dolce della esse, era davvero difficile per i danesi decodificare la parola nel modo come io la pronunciavo.
Il castello era proprio in fondo alla via. Forse i danesi hanno pensato che fossimo noi un po' tonti, per non essere capaci di trovare un castello in fondo alla via. In realtà noi ci aspettavamo un castello di quelli classici, con le torri a punta, le mura, i merli, il fossato intorno, il ponte levatoio. Si trattava invece di una grande costruzione, una specia di villa costruita con mattoni rossi a vista, cortili interni e un grande prato di erba tagliata corta e pettinata. Anche quello chiamavano Slot i danesi con la esse sorda. La musica del concerto non si sente più. Da una lunga muraglia di alberi vediamo riversarsi verso di noi una marea di gente che esce dalla boscaglia con seggioline in mano o a tracolla, cesti da pic-nic, tavolini da campeggio. In silenzio, e ordinatamente, la marea di gente invade le vie diretta alle auto parcheggiate nel campo di grano. La festa è finita. Tutti stanno tornando a casa. Sono solo le sei del pomeriggio. Andiamo contro corrente curiosi di scoprire che cosa ci siamo persi. Sbuchiamo in un grande prato costeggiato da un laghetto. Un grande palco da un lato. E ancora decine di persone sedute, chi sulla terra nuda, chi sull'erba, chi sulle coperte, chi sulle sedie intorno ai loro tavolini con bicchieri di birra panini thè aranciate. Era una grande festa del volontariato con concerto e pic nic all'aperto fin dal mattino. Ognuno si era portato la propria sedia come si faceva un tempo, e ancora si fa qualche volta, in alcune feste del nostro meridione. Una bellissima atmosfera. La gente cordiale. Una grande famiglia che si era data appuntamento dietro il castello di Augustenborg.
Averlo saputo si poteva venire qui a mangiare nel prato con loro e a sentire il concerto. Non è la prima volta che arriviamo tardi in un luogo perdendoci tutto ciò che di interessante era successo prima. Facciamo fatica ad assimilare gli orari della Danimarca. Questo loro aprire i negozi alle dieci del mattino e chiuderli alle diciassette è un ritmo che ci sballa. In molti luoghi siamo arrivati intorno alle 17.30 e tutto era già finito: manifestazioni, musei, dimostrazioni, feste. Più volte Anna Reno ed io e Yuma e Sahiela, guardandoci negli occhi e lasciando cadere le braccia verso il basso, abbiamo dovuto commentare: anche questa volta siamo arrivati in ritardo!
A Lindholm Høje nella necropoli vichinga dove approderemo fra qualche giorno c'è un libro che ci aspetta sugli scaffali del museo. È il libro dell'Hàvamàl.
Troppo presto
arrivai in molti luoghi
o troppo tardi in altri.
La birra era già bevuta
oppure non era pronta ancora.
Di rado l'intempestivo giunge al momento giusto.
Per consolarci non ci resta che andare a prendere un caffè in un bar di Augustenborg.
Sulla soglia squilla il telefonino. È Paolo della Sorrisirandagi Srl che ci conferma il contratto per un nostro intervento con la Tenda Indiana il 14 settembre in Piazza Crispi a Torino. Buona notizia. Prendiamo tre tazzoni di caffè seduti al tavolo. Søren, il barista, è molto simpatico. Offre persino due chupa chupa ai bambini. Chiediamo a Søren se conosce luoghi o situazioni in Danimarca dove si possano vedere danze popolari. Siamo interessati a questo argomento e ci piacerebbe scoprire e imparare i passi di alcune delle loro danze tradizionali. Søren ci pensa un po' toccandosi con le dita la radissima barbetta sul mento. Fa un cenno di diniego. Passa la domanda a un cliente seduto al banco con boccale di birra in mano. Anche da lui un cenno di diniego. Søren conosce una grande festa a Tønder, un paese vicino al confine tedesco, a pochi chilometri dalla costa del mare del Nord. Ma è una festa di musica, non di danze popolari. La fanno ogni anno in questo periodo. Prendiamo nota dell'informazione. Approfittiamo della disponibilità e della simpatia di Søren per capire il fenomeno dello Stød danese.
Lo Stød è un modo di usare la voce. Una sorta di vibrazione delle corde vocali immediatamente seguita da una interruzione e, subito dopo, da una continuazione o un'eco dello stesso suono appena interrotto. Lo si trova solo in sillaba accentata e solo dopo vocale lunga o consonante sonora. Non c'è un segno grafico che lo segnala nella lingua scritta. È un suono particolarissimo che si trova solo nella lingua danese. La parola hus (casa) si pronuncia con lo Stød facendo vibrare le corde vocali sulla u e, dopo una brevissima interruzione, si riprende il suono della stessa u (hu(u.)s. Søren ci fa sentire questa pronuncia in diverse parole. La parola anden ha significati diversi a seconda se si pronuncia con lo Stød o senza. Con lo Stød (vibrazione della a-brevissima interruzione-ripresa con eco della stessa a) vuol dire anitra. Si leggerà quindi a(a)nen. (La d dopo le consonanti n ed l non si pronuncia).
Letta normalmente, senza lo Stød, la stessa parola anden (anen) vuol dire altro. La parola vild (selvaggio) si pronuncia con lo Stød: vi(i)ll. (la d dopo la l, e spesso in fine di parola, non si pronuncia). A Søren chiediamo per favore di ripetere più volte le parole con lo Stød.
I nostri tentativi di riprodurre quei suoni risultano davvero maldestri. Persino una comitiva di uomini e donne seduti a un tavolo con birre piene partecipa alle risate generali che suscitiamo. Infine immortaliamo Søren in una foto con noi.
Ormai è l'imbrunire. Ci avviamo verso i camper per la cena. Tutte le auto che erano parcheggiate nel vasto campo di grano tagliato non ci sono più. Apparecchiamo fuori con sedie e tavolini, vicino a una montagna di trucioli di legno. Ne erano stati sparsi molti per terra per impedire alle stoppie di pungere. Ne raccogliamo due sacchetti per il barbecu, nel caso fra qualche giorno ci venisse voglia di fare un po' di carne alla brace. Yuma e Sahiela giocano con la montagna di trucioli. Rotolano. Gridano. Le loro grida ci sembrano corpi estranei nel silenzio che regna intorno a noi.
"Non gridate, altrimenti la gente che abita laggiù nelle case viene a sgridarci e ci manda via".
"È vero, non si urla - risponde Sahiela tre anni - altrimenti si svegliano tutti quelli che dormono. Anche i poveri che dormono stretti stretti"
Poi rimangono incantati a guardare il sole all'orizzonte. Mentre Anna prepara con spicchi d'aglio una minestrina abbondante di cui siamo tutti ghiotti, noi restiamo con i bambini a guardare il tramonto e i cambiamenti di colore del cielo. Yuma e Sahiela sono sorpresi e affascinati di vedere il sole scomparire a vista d'occhio pian piano; e fanno il gioco di risalire il campo verso l' altura con la speranza di vederlo ancora.
È quasi buio quando all'unanimità decidiamo freneticamente di spostarci di lì. Le zanzare ci sono piombate addosso come aerei in picchiata. Sbaracchiamo di corsa rovesciando persino bicchieri. Andiamo a parcheggiare in una piazzetta vicino al castello. È un buon posto per dormire. Ci sono anche i bagni. Ne approfittiamo per fare rifornimento d' acqua.
Al mattino un salto al supermercato per comprare un po' di pane. Anna compra anche un barattolo di marmellata di arance e carote. Prendiamo una bottiglia di olio di oliva. Il colore non è bello scuro come quello del nostro olio exstravergine. Non avendo scelta ci accontentiamo di quel colore chiaro. Il sapore non è granché. Credevamo fosse olio di oliva. Solo dopo aver mangiato diverse insalate scopriamo alla fine che era olio di semi. Olio di semi di uva! Un salto all'ufficio turistico per prendere depliants e chiedere notizie sulle danze popolari. Le ragazze addette non sono al corrente di manifestazioni con danze tradizionali danesi. Scopriamo però che il Festival di Musica Folk a Tønder è il 22, 23, 24 agosto. Scopriamo anche che a Ribe, una cittadina non molto lontano da Esbjerg, a sud-ovest dello Yutland, c'è ogni sera, puntualmente alle ore 22.00, il rituale dell'accensione dei lampioni.
Un uomo in costume fa il giro della piazza accendendo i lumi, canta antiche canzoni e narra delle storie. Eccitati dalle molte cose che ci sono da vedere ci mettiamo subito in marcia verso Billund per andare a visitare la famosa Legoland. Yuma e Sahiela eccitatissimi al pensiero delle giostre. Ma anche noi.
CON UN LIBRO IN MANO ANDERSEN CI GUARDA
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego. E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Sahiela. Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.
Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.
Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Sahiela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti, tigri, scimmie, pantere, coccodrilli, tutti costruiti in Lego. Vi saliamo anche noi senza pudore. Il piccolo villaggio indiano con due tepee montati, un bel fuoco acceso, e un signore che vende bandane e piume. Un paesino del West con saloon, banca, bar, ristorante, cartoline. Il gioco dei cercatori d'oro. Per cinque euro bambini e adulti con setacci e mani immerse in vasche d'acqua pescano sabbia e granuli dorati che simulano l'oro. E quando ne hai raccolto una manciata vai in banca a consegnarli. Due ragazzi li pesano per finta e li trasformano in un ciondolo dorato che i bambini portano al collo. Ora anche Yuma