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UNA NOTTE SPECIALE A DUBAI
Tre viaggiatori alla scoperta dei segreti della città, regina della mitologia contemporanea. La Vela pare un Titanic che affonda. La Palma, una costruzione voluta per evadere la legge?
Dubai - Terrazza del 23° piano del Jumeira Beach Hotel. Ore 1,30 del mattino. Il vento caldo ha cacciato la leggera foschia che, durante il giorno avvolge la città, rivelando le scie luminose delle strade e lontano, in fila come in un’improbabile carovana, le sagomi irregolari dei grattacieli illuminati.
Nelle città occidentali per lo più queste costruzioni si raggruppano, probabilmente per una logica razionale di servizi. Qui è diverso, ogni albergo è autonomo e come un’oasi possiede spiaggia privata o piscina, lavanderia, ristoranti francesi, italiani, libanesi, servizi in camera, uffici per incontri d’affari, solarium, caffè, sauna, fitness club ecc.
Da una parte vi è il mare e dall’altra il deserto, inabitabile senza l’aria del golfo che mitiga la temperatura. Scendiamo a terra ed attraversiamo il bosco di palme che la cultura locale vuole illuminate da una serie infinita di lampadine, creando un’atmosfera da perenne sagra paesana. Di arabi se ne vedono gran pochi, infatti, si dice che nell’Asia del Sud definiscano Dubai, la città indiana meglio amministrata. Lo dimostrano le statistiche, visto che su un totale di 1,2 milioni di residenti, i cittadini sono solo 250.000. Un trenino elettrico ci scarrozza fino ad una terrazza a mare, dalla quale giungono brani di musica soft. Entriamo nel locale scoprendo una folla di giovani che paiono usciti da una telenovela, tanto sono belli. Due ragazze altissime, probabilmente indiane, per i grandi occhi da libro della jungla, attraversano la terrazza, camminando con lunghi passi che ci fanno ricordare le movenze al rallentatore delle gazzelle nei documentari sull’Africa.
Sopra una panchina una ragazza indiana, una rara bellezza, siede accanto ad un arabo, nel vestito bianco tradizionale che, incurante della giovane e della folla, si maneggia scrupolosamente le dita di un piede.
Il punto più alto della terrazza ci offre una visone privilegiata del Burj al Arab Hotel, detto comunemente “la Vela”, per la sua forma di improbabile randa gonfiata dal vento. Ed è in quel momento che Stefano Amagliani che, con Maurizio, ci accompagna nella scorribanda notturna, prorompe in una frase divenuta storica: “A me ricorda la sagoma del Titanic che affonda!”.
La battuta dissacrante e lo scoppio di risa che ne segue, per un po’ annullano il rapporto sacrale di dimensione fra noi ometti e l’enormità delle costruzioni avveniristiche. Stefano poi cerca di minimizzare spiegando che la battuta non era sua, ma ormai è fatta, d’altronde anche l’America non ebbe il nome di chi la scoprì.
L’acqua della spiaggia è tanto trasparente da far intravedere il fondo popolato da pesci che probabilmente se la passano bene, non facendo parte delle specie prelibate destinate ai tavoli dei milionari che abitano i grandi alberghi, ma che da noi farebbero la gioia di qualunque pescatore. Non lontano è ancora in costruzione la Palma, un hotel realizzato su isole artificiali, a cui si può approdare solo con un panfilo.
Ogni mattina, si dice che sui fondali verranno gettate un chilo di monete d’oro per la gioia dei subacquei. Per un momento immaginiamo l’anonimo pachistano od indiano, pagato circa 200 € al mese a cui verrà affidato tanto incarico, mentre cercherà di sottrarre qualche moneta, nascondendola dove si dice che la mettesse l’evaso Papillon.
Qualcuno sussurra che la grande realizzazione sul mare sia stata voluta per evadere la legge islamica, che vale solo nella terraferma. Cioè probabilmente, nella terra franca, sarà possibile realizzare tutto ed di più, di quello che il potere del denaro può permettere di comperare. Secondo un’informazione riservata, pare però che due delle isole siano affondate, per alcuni per un errato calcolo dei grandi architetti incaricati dell’opera, per altri per un disegno mirato del Grande Architetto.
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