Utili a trovare informazioni per organizzare le tue vacanze
Sei già registrato? Accedi al pannello di controllo e invia il tuo racconto,
altrimenti iscriviti qui:
la registrazione è
del tutto
gratuita!
Per una panoramica completa sulle migliori offerte turistico alberghiere effettua una ricerca nella pagina dove presentiamo tutte le offerte speciali

IL VENTO DEL NORD
Quando racconto della mia abitudine di fare viaggi in bicicletta in giro per l’Europa la prima domanda che mi viene fatta è sempre la stessa:”Ma da solo?”.E la seconda:”Ma non hai paura?”.
Le due risposte si sono affinate nel tempo, ed ora ho una certa costanza nel dire:-“Si, da solo, perché così riesco a trovare la giusta concentrazione per navigare dentro me stesso senza distrazioni esterne. Il mio modo di viaggiare è ormai frutto dell’improvvisazione e mi riuscirebbe difficile fare accettare a qualcun altro gli sbalzi di umore che regolano molte delle scelte che faccio. Obbedisco a stimoli primari quali la sete, la fame, i bisogni fisiologici e naturalmente anche a stati d’animo quali l’euforia, la depressione, la stanchezza sia fisica che mentale o la noia; poi bisogna aggiungere i fattori climatici quali il caldo, il freddo, la pioggia e il vento. Infine, e la questione non è di poco conto, non devo chiedere il permesso a nessuno per fare questo genere di cose e posso concedermi lussi che non ho nessuna intenzione di contrattare ”, e ,-“Le paure mi prendono quando preparo il viaggio, quando studio la carta geografica o analizzo l’indice di delinquenza del Paese che devo visitare. Durante il viaggio sono così completamente assorbito dalle piccole necessità quotidiane che non mi rimangono molti spazi per avere paura di chissà cosa.Vivo semplicemente il momento, e poi, francamente, fino ad ora non sono andato in posti particolarmente infami. Ho il cellulare, memorizzo i numeri d’emergenza, insomma non sono uno sprovveduto”.
Il viaggio.
Solo la parola mi emoziona quando la scrivo e poi io, il viaggiatore, con la sua bicicletta, sulle strade sconosciute in Paesi che erano solo nomi sugli atlanti per poi diventare, alla fine, parte della tua memoria.
La preparazione del viaggio, già viaggio essa stessa, tra le migliaia di informazioni che si riescono a raccogliere nei mesi precedenti alla realizzazione. Il famoso sabato del villaggio, con tutte le sue aspettative, vita vera che scorre tra la routine di tutti i giorni.
A volte paragono questa voglia di andare come ad una droga che ti prende gradualmente, ma inesorabilmente, fino ad arrivare a non poterne più fare a meno. E hai bisogno di dosi crescenti, non bastano i dieci giorni, ne vorresti venti e poi un mese, due, un anno per finire a fare solo quello fino al terminal dei tuoi giorni.
Senza parlare dei posti dove vorresti andare, sempre più lontani, poco conosciuti e soprattutto poco abitati, perché il viaggiatore non sogna la 5° strada di New York, ma la Carretera Austral che attraversa la Patagonia.
Il viaggiatore, perlomeno questo viaggiatore che sta scrivendo, non ha una grande passione per Cattedrali, Castelli o Musei, prova piacere negli incontri casuali con persone sconosciute, negli scorci inaspettati che la natura ti offre lasciandoti a bocca aperta e consapevole di essere in quel momento un privilegiato.
Questo viaggiatore vuole starsene per conto suo la maggior parte del tempo che ha a disposizione ed essere libero di scegliersi di volta in volta le persone con le quali parlare. E’ un curioso per indole, ma incomincia ad essere stanco delle solite banalità che più o meno sente in giro.Vuole ascoltare gente che fa delle scelte difficili, che provocano dolore e sofferenza interiore, scelte che ti fanno pagare di persona, ma soprattutto è stanco di vivere nella mediocrità quotidiana.
Un anno fa si suicidava nella mia infermeria, seduto alla mia scrivania, l’unica persona con la quale avevo la possibilità di confrontarmi sui grandi temi dell’esistenza. Si è puntato alla fronte una Smith & Wesson ed ha premuto il grilletto squarciandosi il cranio. Un giorno sì e uno no, ho nella testa lo sparo, anche se non l’ho sentito perché non c’ero. Ero da una altra parte, banale come sempre, mentre lui con il sorriso sulle labbra mandava a fan culo il mondo.
Una densa lingua di sangue ha coperto il pavimento e schizzi rossi si sono posati sul telefono, sulle mie carte, dappertutto.
Me ne sono andato da lì, non mi sono più seduto su quella sedia, non ho più toccato quel telefono, ma non serve a niente, rimango qui a scrivere con il tuono di uno sparo nella testa.
***********************
Signori si parte, è il 24 aprile del 2003, metto la bicicletta nel bagagliaio della Range Rover e punto sull’aeroporto della Malpensa.
Sì, la bicicletta è nuova, l’ho fatta fare apposta per questo viaggio, mi sono divertito ad assistere alla sua gestazione, giorno dopo giorno, e finalmente la bimba è proprio nata bene.E’ bella, non c’è dubbio, elegante perché nera, forte perché è un ibrido, con un telaio da corsa e componenti da mountain bike. Il telaio, a quanto mi dice Giovanni Calcagno, ha percorso una Parigi-Roubaix amatoriale.
L’anno scorso, per lasciare l’auto undici notti nel parcheggio dell’aeroporto di Malpensa, ho speso una cifra sconsiderata; quest’anno voglio cercare il sistema per risparmiare.
Chiedo consiglio agli addetti al parcheggio dell’aeroporto di Linate e in effetti il trucco sta nel fare una specie di abbonamento e pagare subito anziché al ritorno. Ho speso la metà!
Il viaggio comincia bene, ma soprattutto capisci che ti stai smaliziando.Un lieve sorriso mi compare sulle labbra mentre sblocco con una moneta da un euro il trolley e mi dirigo all’auto parcheggiata. La apro, prendo le due borse, quelle da fissare ai lati della bici, e il carrello lasciato poco distante non c’è più. Non è possibile. Mi guardo attorno e non vedo nessuno. Non è possibile, ho semplicemente girato attorno alla macchina, pochi secondi, il tempo di aprire una portiera e il carrello non c’è più.
Sono cocciuto, non accetto l’idea di una sparizione inspiegabile, continuo a cercare nei dintorni finchè vedo poco distante una signora che sta spingendo un trolley vuoto. Finalmente cavolo, la solita persona furba e maleducata che non si fa problemi a prendere la roba degli altri.
-“Signora, accidenti, ma come si permette, mi restituisca il mio carrello!”
-“Cosa vuole lei, se ne vada, chiamo mio marito!”
-“Mi dia il mio carrello ho detto” e cerco di strapparglielo dalle mani. Lei si difende come una tigre, e nel frattempo arriva il marito che cerca di tirarmi un pugno.
Sono perplesso, non mi aspettavo una difesa così strenua, per cui decidiamo di andare dall’addetto al parcheggio per chiarire la cosa.
Sono confuso, l’addetto conferma di aver visto i due signori prendere regolarmente il loro carrello, mi scuso, ma il mio di carrello porco giuda dove è andato a finire?
Sono mogio, cerco nelle tasche una moneta da un euro e vado a prelevare un nuovo carrello, lo tengo ben stretto, non lo perdo di vista un secondo mentre comincio a scaricare i miei bagagli.
Nella sala d’attesa dell’aeroporto dedicata alla Finnair non ci sono molte persone che aspettano il volo. E’ un buon periodo questo per viaggiare al nord e sono convinto che contrattando un po’ avrei strappato un costo del biglietto migliore. Infatti l’aereo è pressoché deserto. Dopo circa due ore e mezzo posso vedere il mare sotto di me che ha delle strane macchie bianche, quasi come marezzature di schiuma,sgradevole segno di inquinamento. Incredibile,il mar Baltico, il golfo di Finlandia così degradati. Non è che sia proprio sicuro, però l’impressione è quella.
Panico! Incubo! Mi viene in mente che posso aver lasciato le luci della Range Rover accese. Non sono sicuro di averle spente e d’altra parte anche quando togli la chiave di messa in moto loro non si disattivano come in altre auto. In quindici giorni le batterie si scaricheranno e sarò costretto a chiamare il carro attrezzi e sarà un casino tornare a casa e…a fan culo le luci.
Quando scendo dall’aereo sento un freddo accettabile, il mio maglioncino è sufficiente e le operazioni di recupero della bicicletta sono veloci. Si tratta ora di prenotare un albergo in Helsinki e incominciare a preparare la bici.
Voglio premettere una cosa se mai non si fosse capita prima: io non amo buttare i soldi dalla finestra. All’ufficio informazioni sono gentilissimi, ma propormi hotel dai duecento euro in su mi rende nervoso. Insisto affinché
cerchino qualcosa di più economico e finalmente mi propongono una sistemazione al villaggio olimpico per venti euro. E cosa ci voleva Santo
Iddio a capire che sono un viaggiatore e non un turista danaroso.
Cerco un posto appartato per montare la bici, per non sentirmi addosso gli sguardi della gente sfaccendata che magari avrebbe anche da criticare il mio modo di lavorare. Non vedo bene da vicino, non vedo bene da lontano, cosa vuoi che avviti nella nebbia più assoluta. Le mani sono nervose, impacciate, cominciano a litigare con un parafango che non vuole saperne di stare al suo posto. Mi cadono gli attrezzi, i capelli mi coprono gli occhi, il sudore scende nella schiena. Porca puttana devo recuperare la calma, non c’è fretta, devo farmi venire in mente il mio amico Attilio che quando lavora è in armonia con le cose che fa. Calma, non emozionarti, calma, va tutto bene, sei in Finlandia, pensa che bello, stai per andare nei Paesi Baltici, oggi è una bella giornata e tu sei in vacanza.
E’ fatta, e ora fuori dall’aeroporto, ci sono 22 Km. che mi separano dal centro di Helsinki, dal villaggio olimpico, fuori…cazzo che freddo e rientro subito per recuperare dalle borse la giacca imbottita “no limits”.
La segnaletica stradale è generosa con chi guida un auto e in particolare se deve prendere l’autostrada, ma per un ciclista le cose sono un po’ più complicate. Intanto qui c’è un esplosione di piste ciclabili che come una ragnatela vanno da tutte le parti. Io vorrei semplicemente trovare una freccina di merda che mi indichi il centro città senza dover chiedere ogni cento metri. Che poi, in tutto il mondo, “centro” si dice centrum, zentrum, centre,ecc. ma qui diventa un incubo pronunciare “kelkustra”. E così vago tra quartieri e boschetti, ponticelli, sottopassi e posso ammirare il placido scorrere della vita di questa gente che ha tutto lo spazio per non pestarsi i piedi. C’è chi va a cavallo, chi in bici, chi gioca al pallone e chi fa semplicemente joggin.
Finalmente compaiono i primi segni della periferia, ma soprattutto la inconfondibile torre dello stadio olimpico alta 72 m.
E’ fatta, non la perdo di vista e dopo poco sono già nella reception dell’ostello. Pago 20 euro più 5 per le lenzuola di cotone. Per quelle sintetiche volevano 3 euro ma non vedo perché non viziarmi un po’ dopo una giornata così intensa.
La stanza è una camerata con sei letti a castello e quando entro c’è solo un giovane che dorme.
Preparo la mia cuccetta e mi stendo per cercare di rilassarmi. In questi momenti guardo dentro me stesso e la domanda che mi pongo è sempre la stessa: “Cazzo ci faccio qui”
Il mio patrimonio sono le due borse con il cambio dei vestiti, la bicicletta stessa, vita della mia vita, e un portafoglio con le carte di credito.
“Cazzo ci faccio qui”, solo, che non ho nessuno con cui parlare e se mai dovessi aprire la bocca devo parlare in inglese.
Eppure sto bene, finalmente non sono un dottore, e dottore qui e dottore la, finalmente sono io e nessuno mi può rompere i coglioni se ne ha voglia.
Lancio un occhiata al cellulare se mai il led lampeggiasse di rosso. Sarebbe un messaggio, frasi dolci che ti scaldano il cuore qui a Helsinki, lontano da casa, in una camerata di dodici letti così impersonale che avrei voglia di andarmene allo Sheraton.
Vado a cena, faccio un giro nei dintorni tanto per dire che ho visto qualcosa di Helsinki. Ci sono i tram, ed è sempre un bel vedere questi mezzi che continuano a fare il loro dovere senza inquinare più di tanto. In tutte le città più evolute come qualità di vita,il tram è una costante. Lisbona, Praga, Berlino, Barcellona tanto per citare le città che ho visitato recentemente, hanno questo mezzo di trasporto pubblico e sarà un caso ma il traffico automobilistico è meno caotico. Il paragone è naturalmente con Genova che con 750000 abitanti ha una immobilizzazione viaria degna di Città del Messico. E Genova aveva i tram, con i suoi bei binari che da Voltri andavano a Caricamento. Me li ricordo, erano verdi,avevano il conduttore e il bigliettaio, me li ricordo quando abitavo a Pra’.
E poi la polizia. Le sirene della polizia o delle ambulanze. Qui non ho visto una divisa di qualsiasi arma. Polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, guardie giurate. Niente. Aspetto con pazienza l’urlo di una qualsiasi sirena, sono ore che sono qui, sento la mancanza di un qualsivoglia segno di una emergenza.
Ceno al Chico’s American, un fast food, mangio una bistecca e bevo una birra, venticinque euro e chi se ne frega.Tutto il mondo sa che Helsinki è cara, che una bottiglia di vino normale costa trenta euro, ma domani me ne vado, non devo mica passarci le vacanze qui e poi onestamente non è che ci sia chissà che cosa da visitare. Almeno la mia ignoranza così mi ispira.
Venerdì 25 aprile 2004
Sono sveglio alle 5 e trenta, mi sento riposato.
C’è da attraversare la città,che lentamente si sta rianimando, per andare al molo della Tallink.Arrivo alle sette al botteghino dei biglietti e la zona di imbarco è deserta;è tutto chiuso,un cartello mi informa che l’apertura è per le otto.
E così sono il primo al botteghino e l’unico direi,ma quando chiedo un biglietto per me e uno per la bicicletta l’addetto mi dice che se non sono prenotato, il traghetto è completo.Sono stupito,non ho pratica di traghetti,ma dove cavolo è tutta la gente che si deve imbarcare?Insisto,devo prendere il passaggio delle 10 e un quarto,il successivo è nel tardo pomeriggio,perderei una giornata intera.
Il giovane impiegato del botteghino mi fa aspettare mezz’ora ma poi,finalmente,mi da il via libera per l’imbarco.Un’altra piccola vittoria,un motivo in più per essere di buon umore e affrontare la giornata nel verso giusto.
Esploro il traghetto,entro,esco,c’è il sole,è freddo,ma il mio stupore si materializza quando mi rendo conto che si sta galleggiando su un mare di ghiaccio.Corro a poppa, e così posso ammirare la ferita d’acqua creata nella distesa di neve.E’ come un nastro d’asfalto sinuoso in una pianura immensa,un tratto di penna su un foglio bianco.
I passeggeri del traghetto sono prevalentemente estoni che tornano a casa.Ci deve essere un bel via vai da queste parti,il clima è molto festaiolo e penso da quel che ho visto nel duty free shop che non sia marginale il richiamo degli alcolici.Faccio una coda chilometrica per mangiare al self service,girovago un po’ dappertutto,e finalmente vado a sdraiarmi sul ponte a prendere un po’ di sole.
Il grande spettacolo è l’avvicinamento a Tallinn.Il profilo della città con le sue torri campanarie si adagia sulla neve.Sembra una città montana, come Saint Moritz tanto per intenderci, e mi fa una certa impressione vedere i traghetti posteggiati sul cotone,immobili come grandi pulmann in attesa dei turisti.
Sono il primo a scendere,un bel timbro sul passaporto e via alla ricerca dell’hotel che avevo prenotato tramite internet.Già mi piace questa città,mi sento a mio agio,la gente è sorridente,le vie sono larghe e senza confusione,direi che c’è ordine.
L’hotel è carino,di buon livello anche se un po’ decentrato, e ora si tratta di pianificare la visita della cittadina.Ho tutta una mezza giornata per vedere le cose più importanti e già che ci sono prenoto anche la sauna per la serata.
Quando entro nella Vanalinn,la città vecchia,è come se avessi usato la macchina del tempo.Sono tornato al XV secolo e comincio a respirare con un ritmo diverso.Può sembrare una forzatura,ma c’è una certa magia nell’aria;è la vivacità dell’ambiente mercantile,la frenesia del posto dedito al commercio.Ci sono molte bancarelle con prodotti artigianali lungo le stradine che portano alla piazza,verrebbe voglia di comprare ogni cosa per gratificare i venditori che hanno faccie simpatiche.
Giro l’angolo e sono nella Rakoja plats,la piazza del municipio e ancora una volta mi lascio catturare.Non è grande,e non è neanche piccola: è perfetta con le case che la delimitano senza sfarzo e con dolcezza,impeccabili nella loro semplicità,mai fuori tono nei colori.
Il palazzo comunale,che fungeva anche da tribunale,è un vero gioiello, semplice ma efficace nel rappresentarsi austero ed autoritario.Ha quella torre,quel missile puntato verso il cielo,quel minareto che ti fa sentire cittadino del mondo.
Vado avanti e indietro nella piazza alla ricerca di tutte le prospettive,non voglio proprio andarmene da lì perché ci sto bene.Ora la sparo grossa dicendo che mi sento come nel grembo materno.
Ho sempre la bicicletta con me,non ci separiamo mai,ogni tanto ci salgo sopra,poi la lascio per conto suo appoggiata a un muro quando devo fotografare.La gente la guarda,lo vede che non è una bici come tutte le altre,non bisogna essere degli specialisti per capirlo.
Prendo la Pikk Tanav,la via lunga,con le case dove abitavano i mercanti più facoltosi;c’è anche quella della Gilda Maggiore,ma il mio obiettivo è andare a vedere il complesso dei tre edifici noti come ”le tre sorelle”.
Scusate,ma pago il dazio agli appunti presi delle cose da vedere,nonostante continui a ripetere che non devo lasciarmi condizionare.E giuro che a Riga andrò a vedere “i tre fratelli”.E che cavolo,sempre con questa mania della coerenza.
La caratteristica delle case è che sono alte e strette ,con il frontone a punta o a gradoni e con il braccio della carrucola che sporge dalla parte superiore.Sono case-bottega e tanto più il padrone era benestante,quanto più la facciata è impreziosita da fregi,stemmi,volute e via dicendo.Le sedi delle Gilde poi all’interno mantengono l’antico splendore e oggi sono divenute perlopiù musei.
Per quanto riguarda le chiese devo subito dire che da ora in avanti mi dovrò abituare a distinguere perlomeno quattro realtà confessionali;la cristiana,la luterana,l’ebraica e la greco-ortodossa.Delle vicende storiche del come ciascuna di esse si sia insediata ed abbia avuto alterne vicende,non starò certo a raccontare anche perché non è il mio mestiere.Sta di fatto che,a quanto vedo,attualmente convivono più o meno pacificamente.A me piacciono le chiese greco-ortodosse.
Primo,perché sono amante delle cose diverse dal solito,secondo perché in effetti adoro le cupole a bulbo;insomma mi piacciono le curve generose e se questo ha un significato psicoanalitico mi va altrettanto bene.
Devo tornare all’Hotel,ho prenotato la sauna per le 18 e confesso che sarà la mia prima volta.Ci tengo a farla,ne ho sempre sentito parlare e ora potrò soddisfare una curiosità antica.
Confesso che alla fine non è stato facile.Intanto rimanere mezz’ora in un gabbiotto di legno senza fare niente è estremamente dura.La temperatura si aggira tra gli 80 e i 90 gradi,per sudare si suda,ma la cosa più fastidiosa è che i capelli scottano all’inverosimile.Mi seccherebbe provocargli dei danni,tutto il mondo sa quanto tenga ai miei capelli.Comunque tutto finisce in una vasca con l’idromassaggio e devo dire che in effetti mi sento molto rilassato.
********************
I giovani sono uguali da tutte le parti.Sono vestiti tutti allo stesso modo,più o meno,non rappresentano la storia del loro paese,non ne hanno i segni.
Un tempo,quando andavi in Russia,in Bulgaria,in Ungheria,insomma nei paesi dell’Est,i giovani erano i giovani dell’Est.
Qui a Tallinn potresti benissimo essere a Londra o a Parigi se fosse per loro.Niente da dire,anche questa è globalizzazione o meglio,sono gli effetti delle antenne paraboliche e di MTV in particolare.
Ma qui c’è un contrasto sociale in più,qui hai costantemente sotto gli occhi la spaccatura tra quelli che sono estoni cresciuti sotto il regime comunista e quelli russi immigrati dalle altre repubbliche sovietiche.Questi ultimi,dopo l’indipendenza del 1991,sono diventati cittadini di serie B,non possono neanche vantare l’orgoglio nazionale.
E i loro figli,anche se giovani omologati,pagheranno per chissà quanti anni questa differenza,questa emarginazione che a quanto mi viene detto va ad alimentare la microcriminalità abbastanza diffusa.
In proposito sono molto guardingo,tengo costantemente sotto controllo la bicicletta,la fotocamera digitale e il portafoglio e se caso mai me ne dimenticassi un momento, ci sono dei cartelli che si premurano di ricordarmi il pericolo borseggiatori.
Adesso facciamo due conti.
Io sono del ’52,i sovietici hanno rioccupato l’Estonia nel ’44 per cui a tutti gli effetti io sarei stato un cittadino dell’Unione Sovietica.Avrei studiato e poi avrei avuto un lavoro nell’apparato statale.Mi avrebbero dato una casa in un casermone della periferia e così per quarant’anni avrei srotolato la mia vita senza particolari preoccupazioni.
Non avrei fatto attività politica,non sono il tipo,e della perestrojka non me ne sarebbe fregato niente,né tantomeno avrei partecipato alle manifestazioni popolari per l’indipendenza.
E così sarei arrivato al 1992 prendendo atto che da quel momento ero un cittadino della Repubblica indipendente Estone.A quarant’anni sono convinto che mi sarebbero venute meno quelle sicurezze con le quali ero cresciuto e che come neve al sole ora erano svanite.Il lavoro soprattutto,cosa sarebbe stato del mio lavoro che bene o male facevo senza spremermi troppo e che ora sicuramente sarebbe stato messo in discussione perché era venuta l’ora di tirarsi su le maniche?Sono traumi mica da ridere quando ti rendi conto che l’assistenza dello stato non è mica più garantita nei secoli dei secoli.
E poi gli anziani,vere vittime dei grandi cambiamenti,indifesi perché senza potere contrattuale,emarginati tra gli emarginati perché deboli fisicamente.
Li ho visti per le strade inventarsi espedienti per sopravvivere.Qualcuno cercava di vendere fiori di campo ormai appassiti,qualcun altro cartoline di infima qualità.
Ho notato i loro passi stanchi,i loro soprabiti logori,gli stivali delle donne a mezza gamba.
Ne hanno viste di cose nella loro vita e i loro occhi ora sono rassegnati.Avevano già assaporato l’indipendenza nel ’19 e poi l’occupazione russa nel ’40 e quella nazista nel ’41 per ritornare a quella russa nel ’44.Le deportazioni in Siberia …
I giovani si somigliano tutti in tutte le parti del mondo.Ma è anche vero che le ragazze di Tallinn sono molto carine.E’ strano però,non vedo coppie di fidanzati in giro.Ci sono soprattutto ragazze tra loro mentre i ragazzi che penso in minoranza sono prevalentemente da soli.E’ un impressione.
Mi piace Tallinn con il suo acciottolato,mi piace perché è facile camminare dentro di lei e sentirmi a casa.Mi piace Tallinn perché mi ricorda la Russia di cui ho nostalgia e la Russia che avrei sperato un giorno potesse diventare.Mi piace essere qui,in questo momento,avere cenato bene e avere bevuto due bicchieri giganteschi di birra.
Amo Tallinn con le sue donne attempate,dai capelli stinti sotto un berretto di lana e la giacca a vento rosa,dietro ad un banchetto improvvisato che ti vendono un mazzolino di fiori di campo,così semplicemente,un solo mazzolino per quattro soldi,forse per un bicchiere di vodka.
****************
Stasera sono andato a godere una volta di più Tallinn,all’imbrunire,ho percorso viuzze nuove,a caso,senza guida tra le mani.Ho raspato in fondo al barile,ho alzato la testa,ho guardato negli occhi la gente,ho voluto manifestare la riconoscenza per un luogo che rimarrà per sempre nella mia memoria.
Una volta di più,semmai ne avessi avuto bisogno,ho vissuto una giornata speciale,e avrei voglia di dire grazie anche per tutti quegli sguardi senza età che mi hanno fatto sentire immortale.
26/04/03 TALLINN-PARNU KM. 132
Si parte.Appena uscito dall’hotel mi dirigo verso la periferia ed è una lunga teoria di blocchi abitativi ai lati di una strada molto larga,oserei dire imperiale.I tram,i filobus,i bus che fanno la spola e poi la strada comincia a stringersi,a diventare normale,ad entrare nella foresta.
I primi venti chilometri sono caratterizzati da una bella pista ciclabile e ai due lati della strada,nel verde degli alberi,ci sono delle villette unifamiliari,forse seconde case della borghesia cittadina.Appaiono un po’ malconce,antiche residenze di benestanti dell’ex Unione Sovietica.Forse.Non mi fermo a chiedere,non faccio un indagine sociologica.Fantastico,sbircio,immagino mentre pedalo.
Il mio umore è alterno.Tutto dipende dal freddo che sento,dal vento che ho contro e dalla consapevolezza di essere qui.
E poi il segno del mio destino:vedo le cicogne,questa volta molto da vicino.
Hanno fatto il nido su un palo della luce e lei,la femmina,sta covando perché riesco a vedere solo la testa e il becco lungo.Lui,il maschio,è in piedi,dietro a lei,e con il becco gli accarezza il capo.Forse.Magari gli sta togliendo le pulci,che ne so,sta di fatto che gli è accanto e probabilmente la sta confortando.
Sono fermo ad osservare la scena da dieci minuti e la sensazione che ne ricavo è di grande dignità in quel maschio che con sufficienza mi guarda come per dire:”E allora,imbecille,cosa guardi,impara!Questa ragazza si sta facendo un culo come una casa a covare i nostri figli e non vuoi che l’aiuti?”
Discesa vertiginosa se si guarda la cartina stradale.In pratica sono lievi sali e scendi di una strada dritta che non finisce mai.Da un lato boschi e dall’altro boschi,e un leggero vento contro,freddo che ti punge la faccia.E’così per due terzi del percorso fino ad una quarantina di chilometri da Parnu dove il paesaggio comincia ad allargarsi con distese di terra seminata a grano.
Entrare a Parnu è come entrare in una città del Far West.Le case sono di legno,le vie sono dritte e trasversali le une con le altre.Molto semplice.
Leggo che la città ha subito la totale distruzione con i bombardamenti della seconda guerra mondiale,la cancellazione del suo centro storico e così capisco perché è un altro pianeta rispetto a Tallinn.Però mi piacciono certe case,le fotografo,sono così particolari nel loro insieme.
L’ufficio turistico è già chiuso,volevo solo qualche informazione sulle cure termali.Sì,questa cittadina è ancora la più importante stazione di cure termali dell’Estonia;fino a qualche anno fa era presa d’assalto ogni estate da centinaia di migliaia di visitatori provenienti dall’ex URSS.
Assumo il passo lento e svogliato dell’uomo che ha tempo da perdere.Sono le cinque del pomeriggio e posso cercare con calma un albergo che mi soddisfi,almeno esteriormente.
C’è posto dappertutto,siamo ad aprile,e i prezzi sono ragionevoli.Scelgo l’hotel Victoria che ha un bel verde come colore predominante e poi è in Jugendstil (1930)che in sostanza è il nostro liberty.
Voglio dire che quando entro in un albergo la prima richiesta che faccio è per la sistemazione della mia bicicletta.Lo so,è un mio vezzo questo volere calcare la mano su quanto io tenga alla mia compagna,ma bisogna capirmi,in fondo è vero che i miei destini di viaggiatore sono nelle sue ruote.In generale il concierge è molto disponibile ed riesce sempre a trovare un bel posto chiuso a chiave.
Per me una stanza deliziosa,intima e raccolta,con un ampia finestra che guarda su un parco.Primo rito via il copriletto,secondo distendersi sul letto e rimanere così per almeno dieci minuti ad assaporare la fine della giornata sui pedali.
Doccia,via la stanchezza con il sudore sedimentato,piacere della pelle che si profuma e dei capelli che rivivono,pensieri a ruota libera su quello che hai lasciato a casa e sulle incognite che vivrai domani.Purificazione del corpo e della mente,acqua che scorre sul corpo dandoti la sensazione che con lo sporco se ne vadano anche le scorie accumulate nei mesi.
Quando si pedala tutto il giorno,quando si fanno 130 km contro vento,più del cibo si pregusta l’idea del mangiare.Sai che ti sei meritato un bel pasto,sai che non devi badare a spese e soprattutto che non devi badare alla quantità e alla qualità.Sei semplicemente libero di mangiare e bere quello che vuoi.
E allora vado in una pizzeria che trovo per caso,un bel locale pieno di gente,tricolore ovunque e questa è già una garanzia.Chiedo una pizza ai frutti di mare e la sorpresa è che mi portano una bella insalata con gamberetti e verdure varie,non c’è l’ombra dell’impasto.La chiamano Pizas,contenti loro,ma dove cavolo sono andati per inventarsi un piatto così lontano dalla realtà.
Stasera mi rimane il tempo per visitare la cittadina e mi dirigo subito verso le cupole verdi della chiesa ortodossa dedicata alla zarina Caterina II.Quando entro capisco che ci deve essere stata qualche festa perché le persone sono indaffarate a sparecchiare un lungo tavolo.Nella confusione tento di scattare una foto ma il flash mi tradisce e una signora,forse una sacrestana inviperita,mi aggredisce chiedendomi 10 Korone a scatto.Non capisco,”Nie ponimaio”,mi difendo così mentre esco, e in perfetto italiano continuo a dirle,sorridendole,di andare a cagare.
Finisco il giro di malumore,dicendomi che non è giusto che si possa fotografare l’interno di una chiesa solo mettendo mano al portafoglio,perché se così fosse cosa si dovrebbe far pagare una fotografia fatta all’interno di San Pietro?Cinquecento euro solo per la Pietà di Michelagelo?E poi c’è modo e modo!
27/04/2003 PARNU-SALACGRIVA KM. 87
Sto facendo pranzo in quella che credo essere una “trattoria”.Sono ad Haademeeste e per arrivarci ho dovuto fare una deviazione di tre chilometri dalla strada principale.Questa cittadina o paesino o che ne so cos’è,dovrebbe essere una località turistica sul mare,ma in effetti sono quattro casupole,una chiesetta con la sua guglia,una strada centrale e appunto la “trahter”.E’ domenica,ho vicino al mio tavolo una famigliola che vive l’entusiasmo di pranzare fuori casa e mi intenerisco un po’.
Il locale è fatiscente,con le suppellettili spaiate,non ci sono segni di antichi splendori;deve essere nato così,improvvisato,subìto da chi non è mai stato il proprietario,inconfondibile segno del passato regime.Ma io adoro questi posti,mi sento a casa e non sto a spiegare il perché.
Riprendo la strada ma mi è venuta voglia di vedere il mare che in teoria avrei dovuto costeggiare da almeno una decina di chilometri.Lo trovo lasciando la strada principale,era coperto alla vista dal bosco che con un certo timore ho dovuto penetrare nel vero senso della parola.
Quando sbuco sulla spiaggia ci sono ancora vaste chiazze di neve ghiacciata sulla sabbia e cercando percorsi asciutti cerco di spingermi fin dove le onde si distendono sul bagnasciuga.
Non sono completamente solo perché vedo lontano galleggiare dei cigni e volare gabbiani che fanno i fatti loro.Mi sento in dovere di fotografarli e nell’avvicinarmi questi prendono il volo allontanandosi ulteriormente.Insisto,per favore fatemi fare una bella foto da far vedere agli amici,ma questi capiscono che sono un corpo estraneo all’ambiente e mi convincono a rinunciare.Uccelli di merda!
Mi sento veramente bene,sto bene qui,unico uomo del creato e in questo momento non ho casini per la testa.
Scopro che posso percorrere una strada parallela alla principale e anche se l’asfalto è più rugoso in compenso è assolutamente deserta.Guardo davanti e non vedo nessuno,guardo indietro e c’è il nulla.Solo silenzio,e il rumore del vento e il richiamo degli uccelli e poi io che parlo da solo.
Ragiono sui chilometri fatti,su quanti ho voglia ancora di farne e soprattutto sugli hotel che qui non se ne vedono.
Questa strada interna attraversa paesini che tali sono solo perché c’è un cartello all’inizio e uno alla fine con su scritto un nome corrispondente a quello sulla mia cartina.Quattro o cinque case,non di più.Chi vuoi che venga a mettere un hotel da queste parti.
Capisco che non posso rispettare le tappe programmate al caldo di casa mia e che tutto dipenderà dalla possibilità di trovare da mangiare e soprattutto da dormire.
Oggi pomeriggio attraverserò un altro confine,entrerò in Lettonia e al solito mi prende la smania di arrivare prima possibile.E’la solita voglia del rito di passaggio,niente di meglio per lasciare qualcosa alle spalle e andare incontro al nuovo,qualunque esso sia.C’è qualcosa di irreale in una barriera di confine.Cambia il colore della bandiera che sventola sul pennone,cambiano le divise dei soldati,cambiano i soldi che devi procurarti per le prime necessità e la lingua che senti parlare, eppure il cielo è lo stesso così come la vegetazione che hai avuto per compagna fino a qualche minuto prima.
Mi piace arrivare fiero sulla mia bicicletta al posto di guardia,a testa alta perché non ho nulla da nascondere e non essere intimorito dai militari che generalmente sono bruschi nel chiederti i documenti.Hey,calma poliziotto,non lo vedi che sono un viaggiatore,puoi rivoltarmi come un guanto e non mi troverai addosso niente di illegale,neanche una macchia sul passaporto e già che ci sei il timbro mettilo dritto,chiaro e non nell’ultima pagina come fai sempre.
La cittadina di confine lettone si chiama Ainazi e mi verrebbe voglia di fermarmi a cercare l’albergo ma è ancora presto,è meglio fare ancora qualche chilometro,mettermi avanti con il lavoro,e poi non sono particolarmente stanco.
La prima cosa che noto è che ai lati della strada non ci sono le miriadi di bottiglie e contenitori vari lanciati dai finestrini delle auto in corsa visti in Estonia.Più avanti vedo un ragazzino che li raccoglie mettendoli in un sacco per cui il mistero si svela.
La seconda sono le case che a differerenza delle estoni sono prevalentemente fatte di mattoni anziché di legno.L’occhio del viaggiatore è allenato e la lentezza del procedere ti permette di cogliere dettagli ai quali altrimenti non daresti peso.
Ora entro nella fase dell’attenzione per cartelli con il simbolo del letto con il suo bel cuscino.Sono così rari che la speranza di vederne uno nel breve è flebile come le forze che cominciano ad esaurirsi.
Cala l’energia fisica, aumenta l’introspezione e allora via con i pensieri sul senso da dare alla mia vita.Mi rendo conto una volta di più che la nota dominante della mia esistenza è stata la curiosità,la fame di conoscere.
Guardo, passando, uomini e donne nello svolgimento di gesti quotidiani,domestici e non posso non pensare ai miliardi di persone che ovunque consumano la loro vita.In poche parole vivono come le farfalle,i bruchi e via dicendo e mi accorgo che il mondo non sono io e quello che mi circonda.Il mondo non esiste perché esisto io.L’unica cosa che posso fare è tentare di soddisfare più che posso la voglia di allargare la finestra dalla quale guardo fuori.
A Salacgriva finalmente c’è un hotel,anche carino,costruito di recente e molto accogliente direi dal sorriso della giovane receptionist.Compio il rito di dimostrarmi ansioso per il ricovero della bicicletta e la ragazza mi fa vedere che la metterà vicino a lei,al caldo e che non la perderà d’occhio.E’ bella e brava e anche intelligente e parla bene l’inglese,la receptionist intendo,sono donne da sposare domani mattina senza tanti complimenti.
Dopo la doccia esco per cercare un ristorante nella cittadina ma c’è il deserto,sembra un paese abbandonato per la peste per cui non mi rimane che tornare all’Hotel e cenare lì,nella solitudine più assoluta.
Invece no,la sala è occupata da almeno una trentina di persone che stanno festeggiando non so cosa.Cantano,ballano,ridono e bevono a più non posso.Sono un punto nero,un brufolo in quell’ambiente ma non mi prende la malinconia,anzi sono ancora una volta soddisfatto di starmene da solo e non essere obbligato a fare festa.Mi vengono in mente certi matrimoni ai quali ho dovuto partecipare e ho la pelle d’oca nonostante siano pasati moltissimi anni.
Buonanotte.
28/04/2003 SALACGRIVA-PETERUPE KM.76
La giornata comincia con la pioggerellina che devo dire non mi preoccupa più di tanto.Sono organizzato,mi preparo per benino,ma porca merda questo vento è veramente bastardo.
L’ho studiato in sordina in questi giorni e ho capito a che gioco sta giocando.E’ come un essere umano che respira,espira e poi inspira,espira e poi inspira.Il trucco consiste nel non forzare quando lui espira,anzi ammorbidire la pedalata,poi quando lui inspira via con la pedalata gioiosa.Si tratta di salvare la gamba,non accettare la sfida,essere come una canna di bambù.
La giornata comincia anche con la ruota posteriore sgonfia.Va bene,la gonfio ma so che il problema esiste.Mentre compio questa operazione ho vicino un ragazzo down che mi guarda incuriosito e subito penso che magari è stato lui a sgonfiarla e se così fosse il problema è risolto.Magari.A volte penso di essere proprio un cretino.
Dopo trenta chilometri controllo la gomma ed è ancora gonfia per cui anche se non fosse stato il down a sgonfiarla deve essere stato qualche altro imbecille dell’albergo,uno di quelli che facevano festa ieri sera,anzi sono quasi sicuro che è stato quello grasso con la faccia da porco.
Altro problema è il mangiare.La strada per Riga è un nastro d’asfalto tra la pineta e non c’è un posto di ristoro a pagarlo oro.
Faccio una deviazione di tre chilometri per arrivare nel solito paesino del Far West che non ha nulla,nemmeno il saloon,e quando dico nulla vuol dire nulla.
Ma i dodici abitanti di questo posto cosa cazzo fanno d’inverno con la neve che li copre fino alla testa?Dormono per mesi e mesi,dormono come i ghiri,non riesco a pensare ad altro.
Altra deviazione di due chilometri per il paese fantasma di Dume,dove perlomeno sospetto l’esistenza di un negozio di alimentari.
C’è,la bottega c’è,ho avuto un bel culo a tentare questi due chilometri sapendo che ne avrei dovuti fare altri due per ritornare sulla strada principale.
Entro con fare deciso,un po’ prepotente porca puttana e sono preso alla sprovvista dall’assenza di qualcuno dietro al banco;mi guardo in giro e seduti ad un tavolino ci sono un bambino,un ottantenne e una signora di mezza età.La signora si sta incazzando con l’anziana che non azzecca le addizioni.Glielo spiega e rispiega ma la vecchina è irriducibile,inaccessibile e si vede lontano un miglio che sopporta.Il bambino tenta di intervenire per dimostrare che lui sa,ma in risposta si becca uno scappellotto a piatto sulla nuca.
Traduco:”Taci,stupido,che non hai ancora capito i sistemi di misura.Vedi,cretino,un litro e un chilo sono la stessa cosa,cretino”.
Sono asettico,non parteggio per nessuno,vorrei semplicemente che qualcuno si accorgesse di me per servirmi.Non mi stanno cagando per niente,la signora continua a imprecare verso i due ed io aspetto paziente con amore,guardo quelle tre testoline con amore.
Tossisco e finalmente tocca a me,faccia da intellettuale,laureato cara signora vorrei dirle,che se con quei due può fare la sapientona con me sarebbe una bella battaglia.A proposito ma l’ettolitro a cosa corrisponde nella scala dei pesi?
Ho fame,voglio quel gran pane bianco e poi quel trancio di prosciutto,se per favore me li taglia,il trancio a fette spesse e il pane di traverso,a metà.Lei non capisce,faccio gesti simulando una sega,non sa il francese,non sa l’inglese e lo spagnolo ma si trova davanti un ometto che conosce qualche parola di russo.Signora io sono italiano,non si preoccupi,non sono un russo,sono semplicemente un fantastico viaggiatore italiano.Il conto lo fa usando il pallottoliere,quello con le sfere bianche e nero ed è un tuffo nei ricordi più teneri.
Fuori dal negozio mi siedo su una pietra per consumare il pasto e mi fa compagnia un gatto che comunque non ci rimette.Mangiamo facendoci carezze e poi siamo così simili in questo frangente.I tre quarti di birra sono un buon lasciapassare per la quiete,per l’appagamento in questa giornata grigia e piovigginosa,per la sensazione di essere al centro dell’universo e di avere adempiuto al proprio compito ancestrale.
La gomma posteriore si sta sgonfiando,la rigonfio un po’ ma so che all’interno della camera d’aria c’è il bastardino che sta minando la tenuta pressoria.E’ deciso,mi fermerò ad una pensilina di fermata d’autobus per cambiare la camera d’aria,non c’è altro da fare.
Così faccio,con calma,movimenti precisi e decisi,mani asciutte da professionista e le cose appoggiate con cura tutto attorno.Arrivano due uomini dal nulla con sorriso accattivante chiedendomi le solite banalità della situazione.Rispondo continuando a fare la mia riparazione,sono comunque guardingo se si tiene conto che su questa strada siamo solo noi tre.Sono costantemente consapevole che il viaggiare da solo mi può esporre a vari pericoli per cui se mai dovesse succedere qualcosa voglio comunque vendere cara la pelle.
Arrivo a Peterupe che è ancora un ora decente e decido di proseguire ma appena fuori città chiedo ad un benzinaio quanti chilometri mi separano da un posto dove ci sia un albergo.Almeno trenta chilometri mi dice,per cui rientro a Peterupe e cerco una sistemazione.
Non ci sono hotel,ma rimedio quello che si potrebbe definire un B&B.Mi viene offerto uno chalet con tanto di sauna personale.Va bene,affare fatto per poco più di 34 euro compresa la prima colazione,devo dire che fino ad ora i costi in generale sono piuttosto contenuti.Meglio così.
Trovo il tempo per fare due passi in questo posto che ancora una volta devo dire piuttosto desolato.Compro in una specie di supermarket un paio di ciabatte di plastica con un odore di petrolio incredibile,ceno in un surrogato di Mac Donald’s ed è arrivato il momento di andarsene a dormire.
29/04-2003 PETERUPE-RIGA KM. 50
Questa mattina il tempo tende al bello e poi non c’è il vento.Un po’ mi manca ma come è facile pedalare così,che bello godersi il paesaggio inframezzato da laghi,senza quel rumore sordo e continuo nelle orecchie.
Me la prendo comoda, sulla carta devo fare solo 44 Km. per arrivare a Riga e poi domani ho la giornata di riposo.
Quando mancano 15 Km. alla meta e i primi segni della grande periferia si annunciano con i casermoni proletari,noto il cartello blu con il simbolo “i” di informazioni.Perché no,ci vado,dista solo 1,5 Km.,guadagno tempo tenuto conto che gli uffici informazioni del centro sono sempre affollati.
Percorro un dedalo di strade tra enormi caseggiati fino ad arrivare ad una costruzione che sembra essere un centro sportivo.Sono le 11,cartelli indicatori dell’ufficio non se ne vedono.
Chiedo ad una signorina appena scesa da un fuoristrada se sa dove possa essere l’ufficio fantasma e noto subito il suo stupore.Mi guarda come se avessi chiesto chissà che cosa,ma si riprende e mi fa cenno di seguirla.
Camminiamo veloci per lunghi corridoi fino ad arrivare davanti ad una porticina che ha appiccicato sopra un pezzo di carta con disegnata artigianalmente la “i”.Lei ha le chiavi,è l’addetta,apre e mi fa entrare in una stanzetta arredata semplicemente con una scrivania e due sedie.E’ imbarazzata e lo sono un po’ anch’io,vorrei andarmene ma non voglio offenderla e poi sto ancora decidendo se è carina o no.
Le chiedo se per caso avesse una mappa di Riga e mi dice di no,allora provo facendomi consigliare un hotel e a questo punto felice apre lo stradario di un elenco telefonico e studia con attenzione la zona che penso ritenga la più idonea per me.
Ora telefona all’albergo,chiede il prezzo e si consulta con me;va bene,cinquanta euro vanno bene,sei stata molto gentile a darti tanto da fare,ma ora devo andarmene.
Lei si scusa ancora una volta di non essere all’altezza,mi spiega che sono il primo cliente di quell’ufficio aperto da poco,vuole disegnarmi il tragitto per raggiungere l’hotel e io subisco,dico di sì,ho deciso che è carina quando con la mano si sposta i capelli dalla fronte.
Mi guarda con occhi da cocker e all’improvviso mi invita a seguirla.Comincio a preoccuparmi,non vorrà mica portarmi a casa sua e poi magari chissà cosa avrà intenzione di fare con me.Sale in macchina e io la seguo in bici,poi si ferma ad un chiosco di giornali e riparte fino a che arriviamo ad un distributore di benzina.Non ho mica ancora capito cosa stia cercando e sono tentato di andarmene quando esce dal negozio e raggiante mi apre una cartina gigante della città di Riga.Disegna il tragitto che devo percorrere per l’hotel e alla fine me la consegna soddisfatta.
Cerco il prezzo sul retro ma è stato tolto e a questo punto glielo chiedo.Lei si schernisce,è un suo regalo,io sono imbarazzato e insisto ma non c’è niente da fare.
Cerchiamo di metterci nei miei panni,è una questione di poco conto forse, ma personalmente ho l’esigenza di agire in qualche modo.Cerco nella mia piccola borsa e l’unica cosa che trovo da poterle donare è un vocabolarietto italiano-inglese,inglese-italiano.
Ci guardiamo,c’è poco da dire,siamo due estranei che si sono fatte della gentilezze senza un particolare motivo.Mi viene spontaneo baciarla e andarmene senza voltarmi indietro, come se fossi in un film,come se non fosse successo niente,anche se dentro di me rimane una dolcezza sottile,un dubbio sul come sarebbe stato se avessi avuto voglia di dedicare un po’ di tempo a questo incontro.
Questo è il mio vero problema,la fretta,per qualsiasi cosa,per avere l’impressione di vivere di più,accumulare esperienze per poterne ricordare di più,quando verrà il momento di fermarsi.
Mi sto dirigendo con sicurezza verso l’albergo,ho indicazioni dettagliate,quando attraversando un ponte noto dall’altra parte della strada un fagottino incurvato che sta pulendo per terra con una scopa di saggina.Non è l’età che mi stupisce,certamente oltre i settant’anni,non è questo angolo retto tra il tronco e gli arti inferiori e nemmeno il fatto che stia scopando un pezzo di superstrada,ma il giubbotto di sicurezza arancione con le bande rifrangenti che indossa.Mi vengono