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NIZZA, FRANCIA

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Perdu a' Nice

di Nigel Mansell Contatta l'autore

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…e infine ci perdemmo, nel buio di Nizza, in una sera di quasi inverno, una stagione che in vero non avvertivamo, il clima della Costa Azzurra era così dolce e mite rispetto a quello che avevamo lasciato a casa.

Stanchi per avere percorso buona parte della bellissima, ma vasta quanto un’autostrada Promenade des Anglais, dopo esserci imbrattati dei colori di Matisse e aver girovagato senza meta nelle viuzze della vieille Nice cariche di odori e umanità perdute; ubriachi di sensazioni per aver inseguito il calore di questa città quasi partenopea, nelle piccole osterie, nei graffiti sui muri e tra la gente molto gioviale; felici per aver goduto di una città così diversa dalla scintillante e vicina Montercarlo, da cui arrivavamo attraverso le corniches, oppure costeggiando la costa sinuosa o bucando per fretta le colline con l’autoroute; infine non fummo più capaci di ritrovare dove avessimo lasciato l’auto.

Eravamo ormai lontani dal centro di Nizza, le luci si erano accese, eravamo sfollati tra le case della quasi periferia che si assomigliavano tutte, tra semafori solitari che si accendevano per nessuno, e si spegnevano stancamente senza spettatori, allungando il riflesso dei loro tre colori sul lucido asfalto. Era giunta quell’ora, in cui calano le serrande e la gente fugge veloce per correre a casa, oppure se è gia lì si sta preparando a uscire. Tutt’intorno non era rimasta che la sola città, svuotata dei suoi abitanti. Nizza aveva ormai smesso gli abiti da lavoro per darsi un trucco pesante, quasi provocante, e ora s’era nascosta in qualche angolo a bere qualcosa di forte per prepararsi con indotta allegria alla lunga nottata.

Incredibilmente nella via deserta, scorsi un’anziana signora in lontananza. L’avvicinai e cercando di usare il francese che adoro ma che fatico a rendere sciolto, le chiesi informazioni in merito a dove ci fossimo smarriti. Mi aspettavo un po’ di sospetto verso un estraneo, come usa nelle grandi città. La signora invece fu molto gentile. Cercai di spiegarle dove avevo lasciato l’auto. Mi interruppe subito, mi disse di parlarle in italiano. Era originaria della Liguria, in gioventù fu una maestra, ora abitava in questa splendida città con suo marito e si godeva, a nostro giudizio, una meravigliosa vecchiaia. Ci disse di seguirla, la sua casa era proprio sulla strada che ci avrebbe portato alla mia acciaccata Citroen ZX. Felici accettammo l’invito e seguimmo questa donnina dagli abiti chiari, che facevano molto viaggiatrice inglese dei primi del novecento. Dopo poco ci eravamo assuefatti alla sua camminata, avevamo preso il suo stesso passo, un po’ incerto e dubbioso, forse svampito, tipico di una donna che in gioventù fu sicuramente molto passionale e distratta dal mondo che la circondava, una che aveva molto amato e oramai forse dimenticato, per poter essere più serena.

Attraversammo qualche incrocio, svoltammo a destra e poi a sinistra, poi ancora a destra fino a quando la donna ci disse che lei era arrivata, poco più avanti avremmo ritrovato la nostra auto. Io abito qui, ci disse. Alzammo gli sguardi. Sopra di noi apparve uno splendido palazzo di parecchi piani, stile Belle Epoque, maestoso e regale forse più del Moresco. Era fantastico, emergeva luminoso tra le case come un arcobaleno dalle montagne dopo la pioggia, svettando sicuro molto al di sopra di tutti gli atri tetti intorno. Chiesi di più, ero affascinato e curioso di dettagli, mi sarebbero serviti a ricordare, per archiviare per sempre tutto nella mia memoria, in modo che le immagini si fissassero indelebili. Era un vecchio albergo che nel dopoguerra era stato trasformato in abitazione privata, restaurato in modo da mantenere le finiture di lusso dell’epoca, raggruppando e dividendo opportunamente le sue centinaia di sontuose camere in molti piccoli appartamenti, e ora lei viveva in quella favola.

Salutammo e seguimmo con lo sguardo fino all’ultimo la donnina dagli abiti chiari, fino a quando non sparì inghiottita nelle viscere del grande edificio.

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