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SAINTES MARIES DE LA MER, FRANCIA

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Sabbia e Mistral, la patrona degli zingari

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Santa Sara, la Camargue degli zingari

I rom di tutta Europa si danno appuntamento in riva al Mediterraneo
Le roulottes sono ovunque: nei piazzali di terra battuta, ai bordi del mare, sui marciapiedi, sulle strade che escono dal paese per inoltrarsi fra gli acquitrini e le distese di terra e sassi su cui pascolano tori neri e cavalli bianchi. Nell’aria si mischiano il profumo del sapone di Marsiglia dei panni stesi al sole e l’odore di carne e peperoni che abbrustoliscono sulle griglie. E’ un pomeriggio di fine maggio. Da ogni angolo d’Europa gli zingari arrivano in Camargue per il pellegrinaggio di Santa Sara, loro patrona. E’ un’umanità vociante e colorata che, dopo essersi incolonnata sulle autostrade francesi, si ritrova a pochi metri dal Mediterraneo. Per tre giorni il villaggio di Les Saintes Maries de la mer, cittadina della Francia meridionale immersa nel parco naturale della foce del Rodano, abbandona le sue sembianze di timida e ordinata località di villeggiatura, tutta coni gelato e zanzare, per accogliere un carnevale di musica e danze. Le imposte di vernice blu delle casette di muratura bianca si chiudono e la vita esce dalle abitazioni per riversarsi nei vicoli e nelle piazze, all’ombra della basilica. Fra qualche turista e decine di fotografi va in scena la vita della città degli uomini senza città.
Vecchie Mercedes imbottite di giovani zingari percorrono le strade del paese con lo stereo che rimbomba nell’aria musica dance d’annata, le donne stendono i panni, chiacchierano e tengono in braccio i più piccoli, i bambini vagano con la bocca sporca di gelato e le mani strette attorno a giganteschi lecca lecca. Giocano e si rincorrono, tutti urlano e si muovono incessantemente come se lo stare fermi per più di qualche minuto fosse una sciagura. In un piazzale si tiene un immenso mercato dove a farla da padrona è la polvere che si solleva dalla ghiaia: vendono pentoloni, metri di canna da giardinaggio, minimoto con modelli colorati di Harley Davidson cromate, tazzine da caffè e coltelli di ogni forma e materiale, persino piumoni d’oca confezionati su misura nel cassone di un camion.
All’ora di cena le famiglie si radunano attorno alla loro casa su quattro ruote: i ragazzi si impomatano i capelli neri di gel e le ragazze scoprono le orecchie per mettere in mostra orecchini e pendagli d’oro. I musicisti imbracciano i loro strumenti. Le note dei violini e gli accordi delle chitarre contendono le orecchie ai suoni degli ottoni, in una baraonda in cui nessuno è escluso. Negli angoli si formano capannelli di persone e, sotto una pioggia di flash, donne e ragazze si alzano per ballare, una alla volta. Gli uomini si offrono da bere in minuscoli bicchierini e tutti battono le mani accompagnando i cantanti. Nella piazza principale, mentre il cielo si tinge di blu, di stelle e di lunghe nuvole grigie, tutto si muove. I gruppetti si sciolgono e musicisti e ballerini si spostano in un altro angolo. La musica riprende poco più in là, trainata da una fisarmonica fasciata di nastro adesivo. Tutti osannano un anziano signore soprannominato “Manitas de plata”, sovrano della musica zigana: seduto in prima fila come un imperatore romano, con lo sguardo celato da un paio di occhiali da sole, approva con un cenno del capo i virtuosismi dei musicisti.

Santa Sara, la naufraga nera patrona dei nomadi
La gente entra ed esce da una chiesa piena come solo la notte di Natale, cantano e pregano circondati da ex voto di ogni epoca. Nella basilica sono custodite le reliquie e le statue di Santa Maria Jacobè, Santa Maria Salomè e Santa Sara. La leggenda racconta che le due marie, rispettivamente la zia di Gesù e la madre degli apostoli Giacomo e di Giovanni, accompagnate da una misteriosa donna dalla carnagione scura, abbiano attraversato il Mediterraneo a bordo di una barca senza vela né remi, per approdare infine sulla costa francese. Santa Sara, serva delle altre due donne o testimone della resurrezione di Cristo a seconda delle versioni, è la patrona di tutti gli zingari. Questo popolo, che è giunto in Europa dalla penisola indiana nel X secolo, ha un rapporto di nomadismo anche con l’universo religioso. Ci sono zingari cattolici, zingari di altre confessioni cristiane, zingari musulmani e tantissimi altri gruppi che vivono una religiosità personale o familiare, frutto della sovrapposizione di culti e tradizioni sulla comune matrice induista. Coloro che si incamminano per il pellegrinaggio di Santa Sara dovrebbero essere zingari cattolici, discendenti degli zigani che per ottenere un lasciapassare attraverso i paesi d’Europa giurarono fedeltà a Papa Clemente V, che siglò loro una bolla d’oro. Ma il condizionale è d’obbligo, come spiega suor Maria Maddalena, piccola sorella di padre Charles de Focauld. Dopo aver trascorso tutta la sua vita in viaggio con i nomadi oggi si occupa dell’assistenza ai pellegrini che arrivano in Camargue: “Ho attraversato l’Europa con zingari, circensi e giostrai, vivendo e lavorando al loro fianco - racconta – Con altre consorelle dividevo una roulotte che conteneva il Santissimo. Seguivamo i campi nomadi che dalla Francia si spostavano in Italia, in Germania, in Polonia e negli altri paesi dell’est. Mi hanno insegnato il senso della semplicità e dell’essenzialità. Nei loro gesti ho trovato l’umanità che c’è in ognuno di noi e che non si fa ingabbiare da differenze e barriere. Poco importa la confessione religiosa quando si vivono la fraternità e il dialogo. Ho venduto pop corn e servito bibite, pulito le gabbie degli animali e aggiustato furgoni e camion, condividendo il loro destino vagabondo, troppo spesso strumentalizzato come pretesto per riversare su questa gente accuse e persecuzioni”. Il culto della santa nera, da sempre vivo nella memoria dei nomadi ma ufficializzato solo a partire dal XIX secolo con l’arrivo delle prime carovane a Les Saintes Maries de la mer per il 24 maggio, è diventato il simbolo di questo popolo. Un popolo che, come quello ebraico, ha vissuto sulla propria pelle il criminoso disegno di purezza hitleriano.
La statua di legno nero raffigurante Santa Sara, riposta nella cripta della Chiesa, è da giorni meta di un incessante avvicendarsi di volti, preghiere e omaggi. E’ ricoperta di vestiti e scialli coloratissimi e ogni fedele entra nella cripta illuminata da migliaia di lunghe candele portando il suo cero. Le pietre del soffitto sono ricoperte da uno spesso strato di fumo condensato ed entrando si viene investiti da una vampata di calore umido, che penetra nei vestiti e nella pelle. Le famiglie si mettono in coda tutte insieme, per ringraziare la santa e per accarezzarle il viso. Gli uomini si soffermano di fronte alle candele, che accendono con gesti lenti e solenni, mentre le donne più anziane prendono i bambini per mano per bisbigliare nelle loro orecchie la storia di Santa Sara. Dalle loro bocche, che i denti dorati rendono vive e preziose, si rinnova la tradizione di una cultura che da centinaia d’anni si tramanda oralmente.

La processione che si immerge nel mare
La mattina del 24 maggio, giorno della processione introdotta dal Marchese Folco De Baroncelli nel 1933, il maestrale soffia leggero dal mare. La piazza della basilica è affollata e le transenne separano i primi cento metri del corteo dal resto della folla. Le celebrazioni all’interno della chiesa si susseguono fin dall’alba. I raggi del sole sono bollenti. Alle tre del pomeriggio i rappresentanti dei “butteri”, i proprietari terrieri che assumevano stagionalmente gli zingari come mandriani, si appostano nella piazza della basilica in sella ai loro cavalli bianchi. Nella chiesa si alternano canti e formule religiose, scandite dalle urla “Vive les Saintes Maries”, “Vive Sainte Sara”. Gli zingari e i rappresentanti delle confraternite delle cittadine del delta del Rodano si mischiano in una folla dagli abiti multicolori. In mano hanno croci di fiori finti, stendardi e stemmi. Sono assediati dalle macchine fotografiche e da un pubblico che aumenta di minuto in minuto, occupando ogni angolo della piazza e sistemandosi persino sui tetti delle abitazioni. I curiosi cercano di individuare la regina degli zingari dispersa in un roteare di gonne. Ma la sua esistenza è solamente una leggenda diffusa fra i “gadgi” (Il nome che gli zingari danno ai sedentari).
All’interno della chiesa una cassa contenente le reliquie delle tre sante viene calata verso l’altare da una finestrella ritagliata nella cupola dell’abside; un’onda di mani e di candele si protende per toccarla mentre due uomini legano mazzi di fiori alla fune che la sorregge. Al termine del rito i numerosi sacerdoti vestiti di bianco precedono la folla sul piazzale. La carovana umana si incammina per le vie del paese scortata dal suono delle chitarre e dalle invocazioni a Santa Sara. La statua di legno è trasportata da un gruppo di giovani zingari stipati sotto una portantina. Proseguono lentamente sotto il sole, fra segni della croce e donne che cercano di inginocchiarsi non trovando nemmeno un angolino. Tutto si muove e barcolla.
Il corteo si immette sul lungo mare, la folla al bordo della strada aumenta e si respira un forte senso di attesa. La processione affianca uno dei campi di roulottes per poi girare verso la spiaggia. La folla festosa arranca nella sabbia finchè uomini, donne, fotografi, cavalli, sacerdoti, zingari, chitarre e curiosi provenienti dai quattro angoli del mondo non si immergono in mare per accompagnare la statua di Santa Sara. L’acqua è gelida e i fotografi cercano senza troppo successo di proteggere i loro obiettivi dalle onde. Dal molo migliaia di persone guardano verso il mare con aria interrogativa. I cavalli ruotano su sé stessi, schivano i fedeli e non vedono l’ora di tornare con gli zoccoli all’asciutto. Qualche zingaro accenna un accordo con la chitarra sollevata al di sopra delle spalle per evitare l’acqua.
In pochi minuti tutto finisce e ognuno riprende la sua strada: chi si siede al tavolino di un bar per continuare la festa fino a notte fonda, chi torna sorridendo verso la sua roulotte, chi si prepara a ripartire. Tutti si muovono. Questo popolo di “corsari della terraferma”, marinai sugli asfalti di tutto il mondo, riprende il suo vagabondare che ogni primavera lo riporterà a scrutare l’orizzonte del Mediterraneo.
Quando spuntano le prime stelle i campi sono quasi deserti. Tutti sono già ripartiti. Il Mistral si alza dal mare e cancella le tracce impresse dalle gomme delle roulottes sulla terra polverosa.

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