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itinerario di architettura moderna e contemporanea (capitolo 3) - basilea / lione

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Lasciamo Basilea di buon’ora mentre il lettore suona Welcome to the cruel world di Ben Harper. Oggi c’è il sole ma aspettiamo a “scappottare”; al mattino è sempre un po’ critico, e poi Simon mi preoccupa, è di salute delicata, decisamente acciaccoso. Optiamo per la strada nazionale Basilea-St.Louis al posto dell’autostrada via Mulhouse, ed entriamo subito in Francia: tortuosa, ma divertente.

Attraversiamo campi sterminati di girasole e piccoli borghi. A Belfort c’è il primo pit-stop: 95 senza piombo oppure Super Plus 98 senza piombo? Ovvio, quella che costa meno!

Facciamo il pieno e ci inerpichiamo alla volta della Chapelle Notre-Dame du Haut (Le Corbusier/1950-1955). Situata in cima ad una collina, domina Ronchamp, noto, anche, per essere stato un tempo paese di minatori. Le tracce di questa antica attività sono visibili lungo la strada con l’ingresso di un’antica miniera ed alcuni vagoni per il trasporto del carbone estratto. Ma torniamo alla Chapelle: entrare ci costa 2 euro.

«Eh dalle nostre parti sarebbe impossibile realizzare una cosa del genere…» «ma chi te lo realizza…» ma vallo a spiegare…» «non c’è manodopera specializzata…» Spesso tra colleghi si tende a giustificare in questo modo la scarsa vivacità architettonica, anzi, direi proprio il piattume, che si respira in alcune zone del sud Italia. Ed in parte è vero, però… «...tutto questo Le Corbusier lo ha realizzato nel 1955!» Immagino le difficoltà con la committenza, con gli strutturisti, con le maestranze in cantiere ed immagino anche la sicurezza e la tenacia con cui Corbu deve aver difeso i propri progetti. Sta tutta qui la differenza, ieri come oggi. Ovviamente, lo sperimentare materiali e tecniche costruttive innovative, ha comportato errori che diversamente si sarebbero potuti evitare ma ciò era inevitabile… lo scotto da pagare in nome del progresso. Sono ancora impegnato nell’elucubrare questi pensieri quando Simon attira la mia attenzione. Mi fa notare come il giapponese che scatta foto a raffica è lo stesso del Vitra. «Lo riconosco dalla macchina digitale...» mi dice. Ma tu guarda, come è piccolo il mondo! E anche stavolta qualcuno ci ha preceduto, qui come allo Schaulager. Rosichiamo.

Emozionato, prendo coraggio, ed entro in chiesa. Da uno degli altari secondari un sacerdote celebra messa. Mi domando: ma anche i fedeli (tre di numero - si vede che sono gente del posto, che non sono turisti) avranno sborsato i 2 euro? Bah! Anche se sono consapevole che in nessun modo potrò trasmetere la tridimensionalità prorompente di questa architettura/scultura, disattivo il flash e, timidamente, scatto qualche foto cercando di non farmi beccare dalla perpetua impegnata nel marcare stretto il ragazzo giapponese. Esco. Cerco Simon. Mi avvicino ad una costruzione col tetto giardino poco più giù, la scuola materna, e lo trovo abbandonato su una delle sedute in calcestruzzo grezzo. Siamo solo al terzo giorno…

Dobbiamo semplicemente ripercorrere a ritroso la strada dell’andata fino a Belfort ma ci perdiamo e come da copione chiediamo informazioni alla persona sbagliata. Anche se in questo caso abbiamo una attenuante: era l’unica persona, quindi non avevamo molta scelta. Ci avviciniamo ad una macchina parcheggiata, una utilitaria del tipo fast & tuning: la radio a palla e all’interno un ragazzo. Cerchiamo la sua attenzione: «Excuse moi…». Solo in questo momento ci accorgiamo che quella che sta fumando non è una sigaretta… Il ragazzo sobbalza... Ma in un attimo si ricompone e in maniera decisamente concitata, balbettando, ci da indicazioni. Riusciamo a raggiungere Belfort e di qui prendiamo l’autostrada in direzione Besançon. Rapido snack in autogrill. Nei pressi di Lione, terza città della Francia per numero di abitanti, seguiamo le indicazioni per l’areoporto Saint-Exupery (Guillaume Gillet/1968). Si trova ad una ventina di chilometri dal capoluogo del dipartimento del Rhône, precisamente a Satolas. Mentre ci avviciniamo emerge dal paesaggio pianeggiante l’enorme hall della stazione Tgv Rhône-Alpes (Santiago Calatrava/1989-1994), direttamente collegata all’aeroporto, una sorta di grande uccello ad ali spiegate (in pianta sembra più una rana !?!) in calcestruzzo bianco a vista e acciaio.

Le opere dell’architetto/ingegnere spagnolo non sono tra le mie preferite. Le ritengo eccessive, antropomorficamente ridondanti, in certi casi fini a se stesse. Detto questo, ci troviamo, comunque, di fronte ad un ottimo esempio di architettura contemporanea, l’arditezza strutturale è indubbia, chapeau! All’interno, a causa di strane coincidenze astrali, o più semplicemente non essendoci treni in arrivo e/o in partenza, regna un’atmosfera surreale: lo spazio dimensionato per un transito di 270.000 viaggiatori annui, è praticamente vuoto.

Attraverso una passerella sopraelevata in acciaio e vetro raggiungiamo l’aerostazione dove approfittiamo per chiedere informazioni al turistic-office. Entriamo, quindi, a Lione: alla nostra destra scorre il Rodano mentre alla nostra sinistra scorre il complesso della Cité Internationale (Renzo Piano/1991-in corso).

Un microcosmo urbano, un ambiente polivalente denso di funzioni: palazzo dei congressi, cinema multisala, museo di arte contemporanea, uffici, alberghi; la grande sala da 3000 posti è ancora in costruzione. Rinunciamo al pernottamento all’Hilton della Cité Internationale solo per motivi logistici (seeeee) e muoviamo alla volta del ben più umile, ma centralissimo, hotel Au Patio Morand.

Lasciamo i bagagli e, a piedi, cerchiamo l’Operà (Jean Nouvel/1987-1993) sulla riva opposta del Rodano.

Purtroppo (l’ennesimo) è chiusa. Tentiamo allora la carta del ristorante panoramico Les Muses all’ultimo piano dell’Operà da cui si gode una vista mozzafiato sulla place de la Comédie sottostante, ma è tutto occupato (sigh). Poco lontano la place des Terreaux (Daniel Buren e Christian Drevet/1994).

La scostante ragazza alla reception si è rifiutata di consigliarci un posto dove poter cenare decentemente a Lione e sbrigativamente acquistiamo un kebab: lo mangiamo seduti su di una pachina in riva alla Saona. Altro fiume, altro ponte: emerge dallo sky-line del centro storico, patrimonio mondiale dell’Unesco, la basilica di Notre-dame de Fourviére. In maniera superficiale decidiamo di raggiungerla e… iniziamo a salire, a salire, a salire… scale, poi strade in salita, poi ancora scale… Rinunciamo mentre il sole tramonta e la torre del credit Lyonnais (Araldo Cossutta e Partners/1977), un grattacielo cilindrico chiaramente fuoriscala, s’incendia d’arancio.

Non so se per colpa del kebab o della cola ghiacciata ma forti crampi allo stomaco mi impediscono di godere del magico momento. Sento l’impellente bisogno di tornare in albergo, di corsa. Ormai è sera inoltrata, è buio e le strade lungo la Saona sono gremite di persone festanti in coda ad una processione pagana di carri allegorici. Botti, fuochi d’artificio, grida, tutto è colorato di blu/bianco/rosso: oggi, 14 luglio, è festa nazionale. Ce ne accorgiamo solo ora…

(to be continued)

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