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Le montagne sono alte, scabre e, oltre una certa quota, del tutto brulle. Niente chalets, nè malghe, nè baite. In alto resta qualche traccia della neve dell'anno prima. Quasi nessuna abitazione, e solo scarse tracce, per ore di viaggio, della presenza umana. Poi, scendendo verso valle, lungo torrenti che cadono a precipizio, compaiono i primi segni del vivere in comunità: qualche villaggio, qualche recinzione in legno, qualche stabbio per le pecore, per le capre.
E c'è perfino, in una valle angusta irta di conifere, una traccia evidente dell'utopia. E cioè una cittadina pianificata e disegnata a tavolino, in qualche lontano studio moscovita d'urbanistica. Qualcosa, insomma, che somiglia a Carbonia, a Fertilia, a Littoria. Strade rettilinee, edifici di stile fra il razionale e il neoclassico, un monumento, una palestra e perfino una piscina di misure olimpiche ove, nell'acqua plumbea e cosparsa di detriti, quattro o cinque ragazzini rabbrividiscono obbedendo ordinatamente ai comandi di un anziano direttore sportivo, che li segue lungo il bordo con l'ombrello, visto che piove, urlando direttive e rimproveri. Il paese è dominato da una grande fabbrica. Immota, disabitata, senza traccia di attività, e con le vetrate tutte a pezzi, fra gli intonaci che si stanno sgretolando. Pare una città fantasma. Ma in un angolo della piazza sopravvive un alito, una sembianza di comunità. Si entra e, nella semi oscurità ci si trova in una sorta di osteria o di emporio di campagna ove si vende un po' di tutto: dal pesce in scatola alle sigarette ai lacci da scarpe. Alcuni vecchi giocano a carte in silenzio e fumano. Sopra il loro tavolo c'è un gigantesco ritratto di Djadja Josif, e cioè di zio Giuseppe, e cioè di Stalin, con il volto bonario e la pipa sotto i baffi. Non siamo neppure riusciti a capire che cosa mai si producesse in quella fabbrica, che pure doveva tenere in vita, fino ad una quindicina d'anni fa, l'intera cittadina, che oggi i giovani hanno abbandonato. Il paesaggio della Georgia, antico regno e poi provincia dell'impero persiano, e poi di quello russo, e poi repubblica sovietica è costellato di fabbriche dismesse. Dappertutto vetri rotti, piazzali ingombri di rifiuti, nastri trasportatori fermi, binari invasi dai cespugli, e ciminiere senza fumo. Sembra una visibile allegoria della modernità sconfitta. Tutto si è fermato una quindicina di anni fa. Da allora sono cresciuti alberi e sulle piattaforme di carico vagano grufolando branchi di maiali, brucano le mucche, si aggirano cavalli. Come se il tempo si fosse fermato, insomma. E la natura, quella che l'uomo non controlla, sembra riprendere il sopravvento. Le strade, che erano ovviamente asfaltate, di quel manto moderno per noi così abituale recano ogni tanto qualche traccia, come un residuo archeologico; perlopiù ritorna il tratturo, la carrareccia, con i solchi profondi delle ruote ferrate, con le tracce degli zoccoli, con le pozzanghere dell'ultima pioggia.
Nella capitale, a Tiflis c'è naturalmente un monumento nuovo: un enorme albergo Sheraton ove si parla solo inglese, con ascensori esterni come a Las Vegas o ad Atlantic City. Ci vanno gli uomini d'affari, a fare affari. Ma altrove, e ovunque nel paesaggio magnifico e arcaico tra il Caucaso e il Mar Nero la ruota del progresso si è davvero fermata, inceppata. S'è interrotto un ciclo che a noi pareva inarrestabile. Sembra, insomma, che il tempo, invece d'avanzare vada all'indietro. E infatti i compagni di viaggio, quelli un po'in là con gli anni, guardano fuori dal finestrino e sussurrano paragoni con l'Italia di cinquanta o sessanta anni fa. Però questo stare nel tempo come a ritroso ha i suoi vantaggi, specie per una persona giovane come me. Perchè io non ho mai visto gente a cavallo che conduce le mandrie sulle strade nazionali. Non ho mai visto contadini andare al mercato su carretti. E debbo dire che nei supermercati che frequento non c'è traccia di frutta così dolce, così profumata come quella della Georgia, che non è mai avvolta in tesi e stridenti involucri di plastica. Non ho mai visto, neppure, una fede religiosa così fervida, quasi superstiziosa, che si concreta in serie infinite di segni della croce più volte ripetuti, in genuflessioni, in prostrazioni con la fronte a terra, mentre nel buio affumicato di chiese colme di secoli si levano canti di inaudita levità. La fede, qui da noi e in Georgia, è la stessa, anche se praticata con riti diversi. Da noi, però, essa ha sempre a che fare con la vita moderna, con la tecnica, con l'attività pratica, con il progresso. Là, nei conventi annidati fra quei monti, la fede pare non appartenere al tempo. Gli affreschi di gusto bizantino possono essere di cinquant'anni fa oppure vecchi di dieci secoli, ma parlano la stessa lingua; hanno lo stesso aspetto. I canti gravi dei frati e quelli esili delle monache si direbbero identici a quelli dei tempi della prima cristianità. E fuori da quelle vetuste mura becchettano le galline e pascolano i vitelli. Al portico della chiesa non sono appoggiati motorini, e non ci sono macchine nel parcheggio. Anche perchè non c'è il parcheggio, ma solo un sagrato, che pare un'aia.
Lorenza
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