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DA BERGAMO A PERGAMO
(per tacer del romano)
“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure” (Italo Calvino)
Berlino ne è l’esempio lampante, con l’unica differenza che non è stata costruita ma ri-costruita, tenendo ben presenti desideri e paure di un secolo, per questo popolo, da dimenticare. O forse da ricordare, chissà. Colonna sonora del viaggio, e quindi del resoconto, la nuova canzone di De Gregori “Pezzi”, che mi pare rappresenti bene questa città composta di mille pezzi e in mille pezzi frantumata, come tutti coloro che “portino la loro croce e inciampino sul loro cammino”: Berlino è lì, crocifissa, che fa l’occhietto ai turisti mentre si lecca il sangue che sgorga dalle ferite, rimirando disgustata e compiaciuta i suoi “pezzi di bene dentro a pezzi di male”. Speriamo di riuscire, almeno un po’, a raccontarla.
23 Aprile 2005
Sveglia all’alba smoccolando e imbarco alle 8 a Fiumicino, quasi subito panino con formaggio (solo per evitare la botta di sonno) e sono già a destinazione, stranamente puntuale (ma è pur sempre Germania). Trovo gli altri in aeroporto, provenienti da Bergamo, arrivati un’ora prima, e ci dirigiamo in autobus verso l’albergo, con una bella arietta fresca, nonostante il pallido sole. L’albergo è una pensioncina in zona Zoo, all’ultimo piano di un palazzo, gestita da un russo che somiglia ad Abramovich; stanze dignitose, anche se la doccia del bagno è pensata per un nano bagonghi. Usciamo subito, anche per evitare l’inevitabile abbiocco, e in poche fermate di autobus del mitico 109, bus che Michela pensa ormai di prendere anche a Bassano perché è l’unico che conosce, siamo a Charlottesburg, residenza estiva degli Hohenzollern. Dopo breve sosta per assaggiare i primi wurstel in una birreria non male, giro nelle stanze del castello dove molto è stato ricostruito, con guida di mezza età gay somigliante a Marco Columbro, quindi passeggiata nel parco, dove delle anfore messe lì per bellezza (?) vengono scambiate improvvidamente per dei bei cestini/cestoni dove buttare l’immondizia, rischiando la mozzatura delle mani da parte dei crucchi. Subito dopo ci dirigiamo in autobus verso la Kaiser Wilhelm Kirche, che poi sarebbe il famoso spezzone di campanile rimasto dopo i bombardamenti, accanto al quale è stato costruito in bel contrasto la chiesa moderna, a forma di lungo ottagono. Nonostante manchi ancora almeno un quarto d’ora alla fine delle visite la guida ci vieta l’ingresso, facendo anche il simpatico e dicendo di avermi già visto non sa dove, ma chiudendomi il cancello in faccia. Ci consoliamo rimirando a lungo questo strano spuntone in mezzo alla piazza, mentre il sole sta per tramontare, con un bell’effetto, soprattutto dal vialone, dove vi è anche un’opera moderna che si interseca, a simboleggiare le due Germanie che si uniscono. La fatica e la fame incombono, e allora ci dirigiamo verso una zona dietro al nostro albergo con localini vari, prima per prendere un milanesissimo “Ape” (che tristezza, io non parlo così…), quindi per una puntata a un ristorante spagnolo per una dignitosissima, e per fortuna abbondante, paella, mentre Michela ci da le prime indicazioni su Giampy, intento a farsi il cammino di Compostela in bici insieme a due prodi: è ancora vivo. Due passi per tornare in albergo, con discreta giannetta, ed Elisa tutta felice che annuncia che passerà la notte in giro per spiare nelle case altrui, visto che qui non esiste l’usanza della italianissima “tapparella” (forse perché temendo, una volta in albergo, di fare delle puzze, avendo mangiato pesantoccio; sulle puzze della stanza degli uomini, peraltro, stenderei pietoso velo, vacanza di grande soddisfazione dal punto di vista della toilette). Una volta in albergo, mentre siamo lì per svenire, Elisa si accorge che ha perduto le chiavi del lucchetto della valigia (se n’era accorta invero 12 ore fa, ma la tapina non ci aveva detto che dentro al beauty svagatamente lasciato in aereo avesse messo le chiavi della valigia, lucidissima come sempre), fra le bestemmie di tutti, ma nonostante Roberto provi a fare lo 007 per una mezz’ora, distruggendosi tre dita dicendo che nei film sembra così semplice, non c’è proprio modo per aprirla. Annarita, intanto, è già svenuta sul letto completamente vestita da ore…
1) Gli aeroporti stanno diventando dei giganteschi centri commerciali dove il partire sembra quasi un optional di poco conto da ricercare fra i vari negozi. Dominano la scena quelli di (spesso millantate) specialità nazionali, in bella mostra, come se uno avesse l’ultima possibilità di comprare quello che non è riuscito ad acquistare durante il soggiorno. Ecco, il tempo resta sempre il dilemma dell’epoca moderna, ora perfino il viaggiatore sembra averne sempre meno e si cerca quindi di venirgli incontro, dargli un’ultima chance sul far della partenza, per recuperare quanto perso nel breve giro in città, approfittando anche degli ultimi soldi in valuta rimasti. Si svendono i prodotti nazionali per qualche spicciolo rimasto nelle tasche…
2) Aspettando l’aereo, già alle otto di mattina la gente discute di politica, ognuno partendo dalla propria personale idea tutta contraria (non voterò mai la sinistra o la destra, cambia poco da qualunque parte la si guardi), ognuno convinto di avere in mano la sua verità che non esiste, raccontandosi solo le solite mezze verità.
3) L’Italia dei mariti anni ’60 minaccia (per fortuna, in maniera divertita e divertente) le mogli degli amici “A scema, guarda che i soldi io nun te li ridò, così almeno te impari: a mi moje nun je avevo dato niente pè nun fa danni e tu che fai, je presti i soldi? Ma vaffanculo…”
4) Che a Berlino ci siano 22 colline tirate su solo con le macerie della guerra, vuol dire che qui, qualche tempo fa, qualcosa è accaduto.
5) Straordinaria la pubblicità di una linea aerea tedesca, che diceva solo questo “Pizza 34,50 euro”: era un volo per Napoli…(ad onor del vero c’era anche Nizza, identificata come croissant)
Pezzi di stella, pezzi di costellazione
Pezzi d'amore eterno, pezzi di stagione
Pezzi di ceramica, pezzi di vetro
Pezzi di occhi che si guardano indietro
Pezzi di carne, pezzi di carbone
Pezzi di sorriso, pezzi di canzone
Pezzi di parola, pezzi di Parlamento
Pezzi di pioggia, pezzi di fuoco spento
Ognuno è fabbro della sua sconfitta
E ognuno merita il suo destino
Chiudi gli occhi e vai in Africa, Celestino!
24 Aprile 2005
Mentre Roberto si passa la sua mezz’ora mattutina in bagno, che fa media con i miei 30 secondi, per fortuna Abramovich, di prima mattina, riesce a forzare la valigia di Elisa, anche se pare si sia impegnato solo perché ha capito che lì dentro vi fossero i soldi per pagarlo…colazione abbondante, con grande pezzo di Michela che arriva, più o meno in stato catatonico mattutino (del tipo “ti ho riconosciuto, ma nun me parlà fino a dopo colazione per favore”), chiede cosa io abbia preso da bere, le dico “cioccolato”, e lei sbotta in una risata incredibile: mah…Bella giornata, ci dirigiamo in metro verso la mitica Porta di Brandeburgo (dopo aver sbagliato direzione in una sopraelevata, ma è un problema che ci porteremo dietro fino alla partenza, come quello di Annarita che pretende di salire otto scalini otto nell’ascensore per gli handicappati temendo di perdersi), dove sotto ci sono i tifosi dello Schalke 04 per una foto ricordo, quindi lungo il fiume, fra architetture moderne, passando per alcune croci di morti da quelle parti, per scavalcare l’infausto Muro. In un bel caldone imprevisto ci mettiamo tutti in fila per entrare al Reichstag, dalla cui cima si gode un bel panorama su tutta Berlino. Dopo un’oretta di fila domenicale siamo in vetta, ed effettivamente la vista è a 360 gradi sulla città, con questo moderno cupolone di vetro recentemente costruito che sovrasta il palazzo, sul quale si sale a sua volta con una serie di rampe a forma ellittica. Foto, controfoto, strafoto, quindi ci dirigiamo verso Postdammer Platz, dopo un ulteriore wurstelone preso nel vialone dietro la Porta, dove si tiene una specie di sagra con tanto di spettacolino scemo su un palco, come sono lontani i tempi di Berlino Est...Postdammer è una piazza post-moderna, fra grattacieli di vario genere, il Sony Center e due enormi fermate della Metro particolari; il Sony Center, in particolare, è davvero imponente, col suo bel cupolone che di notte si illumina e, pare, si veda fino a Bassano. Da lì ripartiamo camminando (come si lamenterà Annarita: “abbiamo l’abbonamento della metro e stiamo sempre a camminare…” povera cocchetta, è stanca, Sughi e Nunziante la strapazzano, la madre la tampina, le amiche intime la massacrano, insomma una specie di punching-ball) verso il famoso Check Point Charlie, passando prima per la Gendarmemarket, bella piazza molto grande, e poi per un pezzo del Muro di Berlino (nudo e crudo, senza nemmeno una scritta sopra) con mostra fotografica sottostante, davvero impressionante. Il Check Point, immutabile, rimane ancora lì, con due attori che fanno la guardia ad uso dei turisti, anche se lo spettacolo (si fa per dire) è quello sito in uno spiazzetto antistante, dove fanno bella mostra una lunga serie di croci, che simboleggiano i morti del Muro, ovviamente circondate da bancarelle di ogni tipo con roba finta sovietica sopra. A quel punto decidiamo di andare verso Unter Der Linden, il più famoso viale di Berlino, attualmente in quasi totale ristrutturazione, tanto che passando per BebelPlatz non riusciamo nemmeno a trovare una famosa opera moderna che simboleggia la notte del 1933 in cui vennero bruciati i libri non tedeschi, una delle due-tre cose per le quali ero venuto a Berlino. Mentre dall’Italia mi confermano che è partito tutto bello tronfio il Governo Berlusconi bis, con gli stessi ministri, siamo al Duomo ottocentesco (rifatto), quasi all’ora di chiusura, tanto che ad Annarita viene impedito con cattiveria l’ingresso in bagno; poi tre minuti tre di svacco nel bel pratone davanti al Duomo, tanto per guardare due a pochi metri da noi che mimano un rapporto sessuale. Decidiamo di andare a un ristorante tedesco, ma quello scelto –dopo averlo trovato, con fatica, e meno male che la guida ero io sennò stavamo ancora lì a girare- è praticamente vuoto, e allora torniamo indietro, in una bella zona di locali sul fiume sempre dietro al Duomo, per trovare posto in una megabirreria fumosa frequentata in prevalenza da italiani, dove però mangeremo bene. Qui avviene la famosa scena del cetriolo, nel senso che volevamo ordinare dieci cetrioloni (specialità locale) di numero come assaggio, e la cameriera (una vecia che faceva la simpatica, prima che le spezzassi un braccio), sentendo il numero dieci quasi sviene, tanto che senza nemmeno capire il perché trattiamo per cinque, solo per scoprire con l’arrivo dei piatti che lei intendeva cinque porzioni, ognuna con sette otto cetrioloni, che alla fine quasi ci tireremo dietro…il ritorno a casa è travagliatissimo, e parte dalla mitica AlexanderPlatz, col problema che una metro, per dei lavori in corso (segnalati sullo schermo della Metro dall’omino dei playmobil, li ricordate?, con il baschetto da operaio, incredibile), torna indietro all’improvviso (almeno per noi), il che scatena uno scoppio di risate, ma anche una bella mezz’ora in più per tornare a casa, con la solita Annarita che stavolta per accorciare i tempi si addormenta direttamente in metro…
6) Bisognerebbe tornare alla misura d’uomo, viaggiare solo dove si può arrivare con le proprie gambe, amare solo le persone alle quali si può arrivare con il proprio cuore.
7) I tedeschi parlano solo tedesco. Ma non come gli italiani parlerebbero (e parlano) solo italiano, che un’altra lingua quale scuola gliel’ha insegnata mai: semplicemente ci credono un po’ di più.
8) Fantastico un chitarrista in metropolitana (ne troveremo tanti, di nazionalità disparate) che cerca di coinvolgere l’auditorio cantando una vecchia canzone di Suzanne Vega, “Luka”, con tanto di ricerca del coretto da parte di decine di persone che non lo cagano nemmeno di striscio: vedere troppi Live Aid fa male ai dilettanti della domenica…
9) Qui gli autobus e le metropolitane arrivano perfettamente in tempo, con il loro bell’orario segnato sulle tabelle e poi sugli schermi, che ti dicono quanto manca per quello o per quell’altro. In Italia non succede nemmeno con i treni…però abbiamo i tortellini, il sole, il mare e anche un bel Governo stabile che durava da quattro anni: che ci manca per avere anche noi lo schermino con gli orari? Anche finto, volendo, tanto per dire che ce l’abbiamo anche noi…
10) Wurstel in vendita addirittura nella cupola di vetro sopra il Reichstah, dove c’è anche un ristorante panoramico. La Germania vende a buon prezzo pezzi della sua storia. Insieme a un po’ di senape.
Pezzi di strada, pezzi di bella città
Pezzi di marciapiedi, pezzi di pubblicità
Pezzi di cuori, pezzi di fedi
Pezzi di chilometri e pezzi di metri
Pezzi di come, pezzi di così
Pezzi di plastica, pezzi di mtv
Pezzi di scambio, pezzi sotto scacco
Pezzi di gente che si tiene il pacco
Ognuno è figlio del suo tempo
Ognuno è complice del suo destino
Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino!
25 Aprile 2005
Oggi la giornata dovrebbe essere dedicata in parte ai musei, visto che ne abbiamo parecchi da vedere, e non c’è nemmeno il bel sole di ieri. Dopo la solita colazione abbondante, ci dirigiamo così verso AlexanderPlatz, davvero enorme ma senza alcuna attrattiva se non la canzone di Battiato, per poi salire sulla gigantesca Torre della Televisione, da dove si gode un bel panorama a perdita d’occhio sulla città (che, per inciso, ha una superficie grande otto volte Parigi, hai detto un cappero), che da quell’altezza si comprende bene nel suo insieme, ripercorrendo i nostri passi dei giorni precedenti. Una volta scesi passiamo per MarienKirche, la chiesa più antica di Berlino, con dentro un antico affresco praticamente invisibile, quindi per la piazza dove campeggiano le statue giganti di Marx ed Engels, per dirigerci poi verso il famoso museo Pergamo, solo per scoprire sia chiuso perché…è lunedì (e chi le sapeva le iniziali dei giorni tedeschi, gnurant). Ci spostiamo quindi a vedere un altro pezzo di muro, stavolta affrescato per centinaia di metri, per poi dirigerci verso il Museo Ebraico, dietro la mitica Piazza della Meringa. Questo Museo è stato inaugurato da poco ed è davvero particolare, sia per la sua architettura che per l’enorme quantità di reperti, grandi e piccoli, che vi sono dentro, oltre che per un paio di trovate suggestive (come una stanza enorme chiusa dove provare l’isolamento dal resto del mondo, e un camminamento su facce di metallo in un corridoio). Il museo è giocato anche molto sulla interazione col pubblico, che trova il suo apice in un cazzabubbolo che trasforma la tua monetina da 5 centesimi in una moneta allungata con il simbolo di uno dei vecchi rabbini ebrei, tale Mendelsson, fra le nostre risate. Mentre io Elisa e Michela usciamo, Roberto e Annarita girano un’altra oretta, credo osservando ogni singola didascalia di foto (capendoci un cazzo, ma lascia perdere), tanto che siamo costretti a richiamarli all’ordine, visto che Michela vuole andare ai grandi magazzini, altro passaggio inevitabile e temutissimo. Quelli scelti sono la KadeWe, non lontani dal nostro albergo, dove rimaniamo un’oretta, che non è nemmeno sufficiente per leggere bene cosa c’è nei vari piani… davvero impressionante, comunque, la parte delle delicatessen, come la chiamano loro, dove decine e decine di banchi sfornano a getto continuo pietanze di ogni tipo. All’uscita, dopo qualche attimo di sorpresa nel vedere che le ragazze hanno comprato poco e niente (anche se Elisa si è segnalata per l’acquisto di due temperamatite alla modica cifra di euro 13,50 cadauno), ottemperando a una richiesta di Roberto fin lì nemmeno presa in considerazione, andiamo a vedere al tramonto (anzi, ben oltre) la famosa statua della Vittoria, resa celebre da Wenders nel suo film “Il cielo sopra Berlino”, piazza esclusivamente di transito veicoli, ma non brutta nella sua monumentalità. A quel punto si sono fatte le nove di sera, e allora ci dirigiamo sempre nelle vicinanze dell’albergo, temendo di perdere pezzi di fanciulle in metro ove si rincasi tardi, per approdare ad un altro ristorante spagnolo, serviti da una ragazza di Catania che ci dice “ma che cazzo siete venuti a fare a Berlino?” (con risposta fantozziana: “mah, veramente noi…”). Stavolta niente paella purtroppo (tapas e sfizi vari), e ritorno a casa a piedi, anche se stasera è meno freddo, per fortuna. E, sempre per fortuna, abbiamo riconquistato un minimo di indipendenza dalle ragazze, che con i mezzi sono un discreto macello ad orientarsi, e vorrebbero prendere tre metropolitane per fare un tragitto di 300 metri…
11) “Che bello, qui hanno la raccolta differenziata”
“Certo, quella per gli ebrei e quella per i tedeschi”
12) Le scritte dei bagni in tedesco, inglese, francese e turco dicono già molto di questo Paese dal punto di vista sociologico.
13) Il Museo Ebraico, con i suoi simboli, i suoi ricordi, i suoi dolori, è una spina piantata nel cuore della città, a forma di Stella di Davide divisa in due, come se fosse una gigantesca penitenza escogitata da un bambino sadico.
14) Il rude tedesco nella nuova e moderna Chiesa, costruita davanti allo spuntone rimasto di quella del Kaiser Guglielmo, ha posto come simbolo la Madonna di Stalingrado, dipinto a carboncino di un soldato tedesco durante l’assedio, che costò centinaia di migliaia di vite umane. Il malizioso potrebbe pensare che l’hanno fatto per imporsi la prossima volta l’imperativo categorico di vincere…
15) La statua di Carlo Marx troneggia insieme a quella di Engels in una piazza, non l’hanno buttata giù, forse troppo complicato visto che sono davvero enormi, forse troppo indelicato visto che più di metà della popolazione leggeva il suo libro come il Vangelo, forse troppo imprudente visto che anche i monumenti in teoria più fuori tempo e fuori moda un giorno potrebbero, chissà, sempre ritrovare un posto d’onore e tornare in auge. E allora teniamoci stretto anche Carletto, hai visto mai.
Pezzi di storia, pezzi di divisione
Pezzi di Resistenza, pezzi di Nazione
Pezzi di Casa Savoia, pezzi di Borbone
Pezzi di corda, pezzi di sapone
Pezzi di bastone, pezzi di carota
Pezzi di motore contro pezzi di ruota
Pezzi di fame, pezzi di immigrazione
Pezzi di lacrime e pezzi di persone
Ognuno è figlio della sua sconfitta
Ognuno è libero col suo destino
Butta la chiave e vai in Africa, Celestino!
26 Aprile 2005
Oggi musei, ancora musei, fortissimamente musei. Dopo aver pagato il dovuto ad Abramovich, con una bella giornata di sole (discreto culo, non c’è che dire), ci dirigiamo verso il Pergamon, museo principale di Berlino, dove sono stati ricostruiti l’Altare di Pergamo, la Piazza di Mileto, la Porta di Babilonia, la Villa di Arcore, Milanello e casa Arbore di Quelli della Notte…a parte gli scherzi, il Museo è straordinario (nonostante all’ingresso vi fosse una scolaresca pugliese con dei professori davvero improbabili che ci avevano fatto temere il peggio, ma per fortuna il Museo è grande…), fra ricostruzioni comunque uniche nel loro genere e pezzi antichi di grande impatto, il tutto spiegato minuziosamente con l’aiuto di una specie di lettore cd, pigiando il numero dell’opera che si aveva davanti. Verso le 13 usciamo, per un rapido svacco sull’erba davanti al Duomo, aiutati da un wurstel al curry, per poi affrontare molto turisticamente, sotto un bel sole primaverile, un classico e pigro giretto sul battello nei canali lì intorno. Purtroppo il tempo è tiranno, e di fretta andiamo poi verso il Museo di Arte Moderna, dietro Postdammer Platz, dove come al solito non so mai se ridere, stupirmi o incazzarmi per alcune opere che vi trovo (in ordine sparso: fusti d’albero con chiodi piantati sopra, scritte sul muro, aerografo rotante che finge di spruzzare un muro, pacchi di Resto del Carlino del 1976 con del neon sopra, quadro completamente blu, quadro completamente grigio, quadro completamente rosa, scrivania messa in mezzo a una sala, e mille altre opere, ivi compreso il mio vecchio amico Lucio Fontana e il suo taglio della tela, nonché le sue balle spaziali, come le chiamo io…). Il tutto, nell’atrio, con in sottofondo una voce dell’oltretomba in tedesco che diceva chissà cosa: mah. Da un quadro di una serie di donne nude fotografate (e allora non è più quadro: esatto!), però, scopro che in veneto l’organo femminile si chiama frittola, con la elle detta come se fosse quasi una e (con la lingua arrotolata, forse a mò di libidine, chissà), e la frittola diventa così il tormentone della serata, insieme a un vecchio aneddoto romano, di un avvocato che storpiava il nome del giocatore De La Pena in De La Fregna. Insomma, la vacanza finisce in caciara…Siamo alle 18.00, e le donne già dicono di essere stanche all’idea che domani bisognerà alzarsi alle 4 di mattina per partire (io avevo proposto di fare nottata, chiaramente nemmeno presa in considerazione; Roberto invece non ha proposto niente, sapendone l’inutilità, facendoci migliore e più dignitosa figura). Andiamo così dietro Alexander Platz, in una zona di locali ancora inesplorata, dove prima ci perdiamo in dei (carini) cortili in serie, per approdare in un ristorante tedesco-ebraico, con una manfrina “mangiamo dentro ma fa troppo caldo-mangiamo fuori ma fa un freddo micidiale-mangiamo dentro cazzo non c’è posto-vabbè allora mangiamo ma ci stringiamo brutti stronzi che non siete altro”). Per fortuna la cena è buona, con gli ultimi wurstel della vacanza e la solita birrozza, nonché piatti più seri di carne, il tutto servito da un cameriere ebreo che parlava un misto di italiano, tedesco e inglese, al quale chiaramente in un delirio verbale ordino anche la frittola…All’uscita gelatone da Haagen Dasz, quindi Metro (saranno le 22), e vediamo che le donne prendono quella per l’albergo, prontamente fermate in un attimo di resipiscenza maschile: “cazzarola, ma dobbiamo andare a vedere almeno la Porta di Brandeburgo illuminata!”. Bofonchiamenti vari, ma che volete da noi, sempre a rompere le balle, non vi ci portiamo più in giro, ma alla fine con mascolina pervicacia le conduciamo (e ne valeva la pena, anche solo per vedere Roberto fare una foto col cavalletto con una guardia che lo cazzia in silenzio perché si era messo a farla in un posto vietato), senonchè Annarita e Roberto, intenti a vedere 6 foto 6 di numero della Vecchia Porta, rimangono lì per venti minuti, tanto che noi quasi li diamo per dispersi, con cazziatone (tacito) ad Annarita perché era lei che non voleva mai e poi mai passare qui a Brandeburgo, che dumani ha da “laurà”, e che sarà mai. Alla fine siamo ancora in albergo, pronti per l’alzataccia.
16) Potersi sedere qui, dentro al Museo di Pergamo, nella Piazza del Mercato di Mileto originale (o giù di lì) a scrivere cazzate sopra questo mio quadernetto è davvero un lusso da imperatori (qui in Germania, quindi, da kaiser)
17) “Non c’è altro vincitore al di fuori di Dio”: questa la scritta, riportata sul tetto dell’Alhambra (chissà come arrivato qui dentro, per me i tedeschi dovevano avere degli antenati napoletani, hanno rubato pezzi d’arte incredibili in tutto il mondo pur avendo perso tutte le guerre, spesso senza porsi alcun ulteriore scrupolo a fare dei pastiche architettonici con questi pezzi), che mi risuona per un po’ nel cervello, come un monito. Anche se non credo che Dio stesso sia contento di essere l’unico a poter permettersi il lusso di alzare le mani al traguardo in segno di vittoria.
18) Bella scena davanti alle mura di una antica città persiane, incredibilmente qui in bella mostra, dove una donna ha attorno a sé una decina di bambini (credo delle elementari, con maestra al seguito) e li veste ognuno in modo diverso, tirando fuori dalla sua valigia dell’attore indumenti dall’aria vagamente asiatica, fra le loro risate una volta completata la vestizione. Un bel modo per provare a capire il diverso, lo straniero, l’altro da sé: vestire i suoi panni. Lezione che qui in Germania vale almeno il doppio.
19) Mi chiedo cosa possa pensare il guardiano notturno della enorme Porta di Babilonia, qui ricostruita anche con una trentina di metri di camminamento, davvero imponente, anche se somigliante come idea a Gardaland o Legoland, quali demoni debbano passare tutte le sere dentro al suo cervello, quali deliri di onnipotenza viva. Anche perché penso che chi abbia visto il Museo di Pergamo negli anni ’20, quando venne ideato e tirato su più o meno come è adesso, poteva già avere un’idea di quello che sarebbe stato e che avrebbe rappresentato il nazismo.
20) L’arte moderna mi rimane sempre indigesta, come un osso che non vada né su né giù, senza capire e senza poter capire. Resto dell’idea che un’idea, per quanto geniale, non possa solo per questo trovare spazio in un Museo di Arte. Insomma, come disse qualcuno più famoso di me (credo Maccari) “Non comprate quadri astratti, fateli da voi”.
Pezzi di pericolo, pezzi di coraggio
Pezzi di vita che diventano viaggio
Pezzi di Pasqua, pezzi di Natale
Pezzi di bene dentro a pezzi di male
Pezzi di mascalzone, pezzi che non sei altro
Pezzi di velocità lungo pezzi d'asfalto
Pezzi di briciole, pezzi di vetrina
Pezzi di colla da annusare pezzi di diossina
Ognuno porta la sua croce
Ognuno inciampa sul suo cammino
Apri gli occhi e vai in Africa, Celestino!
27 Aprile 2005
Poco da dire. Ci siamo svegliati tutti stranamente puntuali, è venuto un taxista dall’aria cattivissima a prenderci (e che si è tenuto il resto senza nemmeno far finta di ridarcelo, ma noi zitti come sorci, che quello ci menava pure), abbiamo fatto gli imbarchi, preso del freschissimo pane nero da portare a casa, salutati e messi nelle rispettive file (io con davanti due giovanissimi frociacci straordinari, che si sono baciati per tutta la fila, poi uno dei due se n’è andato che mica doveva partire, era lì solo per molestare l’altro, e ha continuato a star lì dietro al vetro per tutto il tempo dell’apertura dell’imbarco, amore vero). Poi per una mezz’ora ho perso la cognizione del tempo e dello spazio. Fino all’arrivo della hostess con il panino. Stavolta col salami…bagno!!!
21) I narratori e i fotografi dovrebbero viaggiare in perfetta solitudine, altrimenti il viaggio finisce in parole.
22) Nella mia enciclopedica ignoranza bestiale non sapevo che Berlino Ovest fosse una specie di isola nella Germania Est, pensavo dividesse semplicemente l’Est dall’Ovest. E questo rende ancora più incredibile la storia di questa città unica nel suo tipo e di chi ne ha deciso le sorti nel dopoguerra, dividendo prima sulla carta e poi anche fisicamente, nello spazio di una sola notte nell’estate del 1961, l’Est dall’Ovest, come se di notte si dividessero Milano o Torino quando gli operai Fiat sono in vacanza, chi è di qua gli ha detto bene e chi di là pazienza, prima o poi scavalcherà se sarà bravo o fortunato. Se avrà voglia di tornare in un Paese civile, dove si possa guardare chi è dall’altra parte del Muro, povero lui…
23) Qui a Berlino, nonostante il Centro storico sia per molti km un cantiere aperto, non c’è modo di evitare la Storia cruenta di questo secolo, da qualunque parte la si guardi e la si giri, come se fosse una di quelle scatoline soprammobile dove cade la neve. In pochi metri passare dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale ai resti del Muro al Museo Ebraico, carico di simboli, fa capire come siano qui concentrate tre delle più grandi tragedie quantomeno europee del ‘900, senza alcun dubbio. Tutto in pochi metri. Che è talmente impossibile non pensarci che alla fine quasi non ci pensi, tanto ne sei immerso. Anche perché quasi non sai a quale delle tre dedicare il tuo minuto di raccoglimento.
24) Già è difficile compenetrarsi in un popolo, Berlino nasconde l’incredibile difficoltà di doverci provare addirittura con due. Pure, a prima vista, da straniero qui sembra tutto uguale, in fondo sono passati 15 anni…cavolo, solo 15 anni fa qui c’era un Muro, in pieno Occidente, che divideva addirittura le piazze: ma che gioco di ruolo era? Come capire a fondo le scene, spesso commoventi, viste in tv della caduta del Muro se non avendo provato appieno il senso della assurda divisione?
25) Strana sensazione nel vedere alcune lapidi dietro la Porta di Brandeburgo, di gente che cercò di scavalcare il Muro in quel punto e venne uccisa. Dietro vedi le singole vite, che poi diventano collettività a ripensare al popolo dell’Est ossessionato da quel Muro, tutta la vita davanti agli occhi, sapendo che oltre c’era il benessere, che si poteva davvero fisicamente respirare, aveva l’odore di un wurstel o del gulasch, chissà cosa si sentiva avvicinandosi a quel Muro da quella parte. E chissà invece cosa si sentiva avvicinandosi dall’altra parte, rumore di povertà, di fratelli sfortunati, di un vicino di pianerottolo al quale sia semicrollata l’abitazione e sia lì, mani nei capelli, a sperare un giorno in un miracolo. Però poi le singole storie riprendono il sopravvento, come a Ustica, come a Bologna, come a Piazza Fontana, avvenimenti che hanno segnato il nostro popolo in maniera infinitamente minore, e che pure rimangono come ferite nel nostro immaginario collettivo: ecco la lapide dell’uomo quarantottenne (ma cosa avrà voluto chiedere ancora alla vita, quando la vita media era sì e no di sessant’anni, anche meno), ecco quella del ragazzo morto appena un paio di mesi prima della caduta del Muro (e viene da pensare “benedetto ragazzo, bastava ancora un pochino e invece”), eccone decine di altre, e chissà cosa c’era dietro: sappiamo solo che davanti avevano quel maledetto, odiato, temuto Muro. Dietro chissà.
Pezzi di emozione che non si interrompe
Pezzi di Musica sotto le bombe
Pezzi di maggioranza, pezzi di opposizione
Pezzi di speranza e pezzi di informazione
Pezzi di ferro, pezzi di cemento
Pezzi di deserto, pezzi di frumento
Pezzi di incenso, pezzi di petrolio
Pezzi di kerosene, pezzi di gasolio
Ognuno brucia come vuole
Ognuno è vittima ed assassino
Gira i tacchi e vai in Africa, Celestino!
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