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Un’aragosta per bara
di Uberto Tommasi
Nell’Africa travolta dallo sviluppo caotico che ha cancellato ogni codice socio-culturale, un gruppo di artisti assimila ciò che la società occidentale propone senza dimenticare simboli e criteri decorativi ben codificati. Le bare-scultura di Paa Joe.
L’aereo atterra a Kotoka, l’aeroporto di Accra, capitale del Ghana. La nostra destinazione è Teshi, un piccolo villaggio di pescatori a circa 40 km di distanza (Almeno sembra, perché il contachilometri del datato veicolo non funziona) dove, davanti ad una spiaggia incantevole vive e lavora Paa Joe un allievo di Ata Owoo, l’uomo che in un’Africa d’altri tempi inventò la bara-scultura, dedicata alla professione e al lignaggio del cliente.
La vecchia Cadillac, ridipinta con colori forti, percorre lentamente la strada dissestata e percorsa da un fiume d’ogni tipo e qualità di veicoli. Una sottile brezza marina rende appena sopportabile il caldo. Ai lati si aprono strade nella vegetazione che fanno immaginare luoghi sfuggiti allo sviluppo accelerato e spesso caotico che, negli ultimi anni, ha travolto le città africane, distruggendo i codici socio-culturali che da millenni regolavano la vita dei suoi abitanti.
Trovare la casa di Paa Joe non è difficile, l’artista appartiene ai Ga, un’etnia di scultori che credono nella reincarnazione all’interno dello stesso ceppo famigliare, per questo ogni artista Ga si considera erede e reincarnazione di una professionalità passata attraverso vari passaggi generazionali.
Joe ci fa accomodare nel suo laboratorio dove alcune bare in costruzione fanno bella mostra di sé. Una di esse, a forma di pesce, ci stupisce per la perfezione dei particolari e per i colori vivaci. L’autore ci spiega che ognuna di loro è costruita tenendo conto di simboli e criteri decorativi, ben codificati, e di credenze religiose condivise da un’intera comunità non dimentica del proprio passato e tuttavia aperta all’innovazione. Ovvero l’artista continua a fare riferimento a simboli antichi ma assimila anche ciò che la società propone, come la divisa del poliziotto o la sagoma di un telefonino. Quindi il visitatore che storce il naso vedendo una bara a forma di Coca-Cola inserita in un assemblaggio africano dovrebbe fare altrettanto davanti a quadri di Picasso ispirati all’africanità.
Paa Joe ci parla dei suoi successi e delle richieste di collezionisti affascinati dalle forme dei messaggi, ma soprattutto dal fatto che queste opere d’arte siano destinate a sparire sottoterra assieme ai resti del defunto in aree abbandonate invece che nelle sale lussuose e rumorose dei musei e delle gallerie d’arte.
Guardiamo Joe incidere pazientemente le lische del pesce di legno, mentre ci racconta, che gli avevano riportato, che Nam June Paik, una costosissima punta dell’avanguardia Fluxsus, aveva usato alcune opere comperate da lui senza citarlo. Joe non manda fuoco e fulmini come farebbero i nostri artisti, solo commenta che nemmeno i biechi colonialisti si comportavano così male. Intanto ci accorgiamo che, in fondo al laboratorio, un vecchio signore dalle mani piene di anelli, e dai denti d’oro, sta seguendo con gli occhi ogni nostra mossa. L’artista ci spiega che è il committente della bara che sta preparando. Aveva voluto partecipare alla scelta del legno e ed anche alla qualità dei colori, scartando le solite tempere e fornendo lui stesso degli acrilici garantiti per la loro durata. Non aveva voluto rinunciare ad assistere alla costruzione di quella che per lui rappresentava l’affermazione della potenza e del prestigio dell’intera famiglia.
Chiediamo di intervistarlo ed egli accetta con un gran sorriso. Gli offriamo un sigaro Garibaldi, della stessa qualità con cui l’artista Sarenco sta affumicando parte d’Africa. Lui l’accende senza spezzarlo. Osservando come lo respira senza interruzione, tossendo rumorosamente, ci domandiamo se non stiamo contribuendo in qualche modo ad accelerare la sua entrata nell’opera d’arte in costruzione. Il vecchio di cui non abbiamo capito il nome, e se è per quello nemmeno il suo desiderio di feretro, c’invita nella sua casa. Noi rimandiamo la visita all’indomani ed egli accetta. Poi accorgendosi che stiamo osservando alcune statuine che tiene in mano, ci spiega che si tratta di Mbari (Dei raffigurati in abiti europei, con tanto d’orologi da polso e radio a transistor) che lo seguiranno nella bara, e di averli portati a vedere quella che sarà la nuova casa. Poi il vecchio ci spiega che avrebbe anche potuto avere una bara di plastica a foggia di Mercedes, o raffigurante una sagoma della Pan Am, quelle fabbricate da Kane Kwei, un altro artista ghanese, ma che non gli era piaciuto pensare che la sua cassa sarebbe durata più di lui e che quindi un altro avrebbe forse potuto riutilizzarla. Lasciamo il laboratorio di Joe ed i suoi frequentatori riproponendoci di tornarvi e, dopo aver depositato le valige in Hotel, facciamo un giro per il mercato di Accra. In una vetrina osserviamo degli affascinanti idoli “Blolo Bian”, simboli concreti di come ogni tragedia dell’Africa sia subito fagocitata e digerita assieme alle rappresentazioni di città occidentali e d’ogni loro simbolo. Alla sera rientriamo in albergo dove incontriamo degli europei, nati nella città africana, che ci spiegano come mai nel Ghana, popolato da cristiani, mussulmani ed animisti, non vi siano conflitti religiosi. Le loro parole: “E’ semplice, di giorno ognuno segue i precetti della sua religione, ma dopo mezzanotte finiamo tutti dallo stregone.”
Ed è nelle parole di un “pied noire” che scopriamo la chiave necessaria a comprendere il mistero dell’arte “Nera”
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